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DI TUTTO UN PO
Non è facile trovare il Po.
Lo vedi solo per un minuto, passando sui ponti delle autostrade. Se
rallenti, dietro suonano arrabbiati. In treno ti accorgi del fiume perché
sul ponte di ferro cambiano le vibrazioni e i rumori. Ma spesso c'è la
nebbia e comunque, visto dal finestrino, il Po è solo un lampo. Se provi a
seguirlo, sulle strade bianche di polvere, il Po scappa.
È lì, accanto a te, sembra di sentire l'acqua che corre, ma appena decidi di
fermarti non c'è più. Sta nascosto dietro i pioppeti. E poi bisogna
decidere, prima di partire, quale Po si voglia trovare. Quello visto nei
documentari di Mario Soldati e nei film di Julien Duvivier o Mario
Monicelli? O quello visto in televisione, quando la piena spacca gli argini
o la siccità spacca la terra? A Gonzaga gli anziani ancora in gamba al
mattino prendono la bicicletta e vanno al fiume. «Vado
a Po», dicono. Come se andassero in visita a un amico. Quelli più
malmessi si fanno accompagnare da un figlio o da un nipote. «Mi
porti a trovare l'acqua?». Il Po è lungo 652 chilometri e non c'è un
metro uguale all'altro. "Andare a Po" una volta voleva dire partire con la
ragazza per fare l'amore. Ognuno cerca il suo Po. Oltre l'argine maestro,
oltre le golene. O nella buca più profonda dei ricordi.

come annuncia il cartellone accanto all'argine del fiume. Chissà perché,
viene da chiamarlo corriera o torpedone. I tedeschi vengono a cercare il
fiume, il prete, il sindaco che, a partire dal 1952, gli italiani hanno
visto cento volte al cinema e in tv.
Don Camillo und Peppone, Don
Camillos Rtikkehr (Il ritorno di Don Camillo). Non restano delusi. Vanno
al museo, si fermano davanti allo schermo che proietta i film di Julien
Duvivier, Carmine Gallone e Luigi Comencini. Il primo, Don Camillo, incassò
1.480.833.000 lire del 1952. Oggi sarebbero 70 milioni di euro. Ridono, i
tedeschi, anche se il film è in italiano. Tanto lo conoscono a memoria. Si
fanno fotografare davanti al carro armato americano, tre mitragliatrici e un
cannone da 90 millimetri.
Quest'anno iniziano le celebrazioni di Giovannino Guareschi, il "padre" di
Don Camillo e Peppone, nato il primo maggio di cent'anni fa a Fontanelle di
Parma. Ma a Brescello di Reggio Emilia sono stati girati i film e non esiste
nessun altro paese, in Italia, che da più di 50 anni continui a essere un
set cinematografico all'aperto. Il motivo è semplice: il protagonista
principale si chiama Po, ed esiste ancora. "Il Po", scriveva Guareschi, "comincia
a Piacenza, e fa benissimo perché è l'unico fiume rispettabile che esista in
Italia: e i fiumi che si rispettano si sviluppano in pianura, perché l'acqua
è roba fatta per rimanere orizzontale, e soltanto quando è orizzontale
l'acqua conserva tutta la sua naturale dignità. Le cascate del Niagara sono
fenomeni da baraccone, come gli uomini che camminano sulle mani". I
tedeschi guardano il fiume e chiedono alla guida se è vero che in primavera
o in autunno - come nei film - diventa cattivo e rompe gli argini, e se in
estate qualcuno fa ancora il bagno sotto i rami dei salici, come Don Camillo
che poi tornava a riva e non trovava più la sua veste talare con 27 bottoni.
Storie così possono succedere solo "in
questa fetta di pianura", scriveva Guareschi in Mondo piccolo, "che
sta fra il Po e l'Appennino". Lo scrittore inventa il sindaco Peppone e
il parroco Don Camillo. Inventa il Cristo che parla con il suo sacerdote. I
romanzi diventano film e lo scultore Bruno Avesani prepara un grande
crocefisso per le riprese cinematografiche. Passano gli anni, le luci del
set sono ormai un ricordo, ma in tanti arrivano alla chiesa di Brescello (è
dedicata a Santa Maria Nascente, ma per tutti è già la chiesa di Don
Camillo) e cercano il Cristo. Non c'è, è finito fra le scenografie
abbandonate. Viene recuperato. Adesso, chi entra in chiesa, lo trova nella
prima cappella a sinistra. «È
diventato un Cristo vero», racconta Vittorio Gianelli, il sagrestano che
era qui anche quando Gino Cervi e Fernandel giravano i film. «È
stato benedetto, ora è diventato sacro». C'è anche un santino con la
preghiera al Rex noster.
"Venite a Lui,
voi che tanto soffrite:
sanno gli occhi suoi
che cos'è il pianto,
sa quel suo cuore
tutte le ferite.
Venite a Lui,
voi che passate in fretta.
Egli mai si allontana
e sempre aspetta".
Piccolo particolare: nel santino distribuito in chiesa, sotto il Cristo e
accanto a Don Camillo è ritratto anche Peppone, sindaco comunista. Anche lui
guarda Gesù in croce e si toglie il cappello.
Don Giovanni Davoli, prete giovane e robusto, è arrivato nella canonica di
Brescello da pochi mesi. «Mi chiamano
già Don Camillo, e mi sembra inevitabile. I turisti arrivano in chiesa, mi
guardano e dicono: "però, è bello robusto"». Il sagrestano Gianelli è
contento come una Pasqua. «Diciannove
pullman, le dico: diciannove pullman. Li ho contati nel parcheggio in un
giorno di festa. È brava gente, quella che viene qui. Gente che sa vivere.
Vanno a vedere il fiume e il museo, poi arrivano in chiesa. Ci sono anziani
ma anche bambini, che sanno tutto di Don Camillo. Dicono una preghiera
davanti al Cristo, lasciano la loro firma. "Grazie, Don Camillo. Finalmente
ho visto la tua chiesa". Ma hanno
già prenotato un tavolo all'osteria. Tortelli di zucca, spalla cotta, un
buon lambrusco. E poi ci sono i fidanzati che vogliono venire a sposarsi
qui, arrivano anche da molto lontano. Almeno 20 matrimoni negli ultimi tre
anni. E altri già si sono prenotati per questa primavera. Dicono che i
matrimoni benedetti da Don Camillo durano tutta la vita».

La carreggiata sull'argine maestro era l'autostrada dei braccianti, degli
scariolanti, dei venditori di stoffe e granaglie. Piena di curve, perché il
Po non si fa comandare da nessuno e decide lui dove andare. Gli argini
costruiti dall'uomo debbono seguirlo. La strada sull'argine è un'emozione.
Da una parte i pioppeti e l'acqua là in fondo, dall'altra i campi, le case,
i paesi, tutti con i campanili molto alti perché il suono delle campane deve
arrivare lontano, quando annuncia la piena del fiume. La strada sull'argine
è stata costruita per i carri e per le biciclette. Adesso ci passano camion
con 500 quintali di sabbia o ghiaia. Ma verso sera, quando il traffico dei
TIR è finito, una passeggiata sull'argine maestro è un obbligo. L'uomo di
pianura riesce finalmente ad alzarsi di qualche metro e scopre il panorama.
Dall’”alto" vede la piazza del suo paese e i pioppeti che arrivano al fiume.
Sotto i piedi l'argine, che è una fortezza costruita per difendere gli
uomini che vivono in basso dalle acque che si alzano quando il fiume fa
paura. Solo sull'argine si può capire che l'uomo, da queste parti, in fin
dei conti è una presenza precaria.

In ogni ristorante, osteria, pub o wine bar (ci sono anche questi) trovi le
fotografie degli storioni, appesi per la coda a un palo sostenuto da due o
da quattro uomini. «Quando un
pescatore prendeva lo storione», racconta Giuliano Landini di Boretto,
che porta i turisti sul fiume sulla sua Stradivari, nave da crociera
fluviale, «tutto il paese correva a vederlo. Io ero bambino, nei primi anni
Sessanta, quando presero l'ultimo storione, un quintale di peso. Il bidello
venne a dirci che le lezioni erano sospese perché dovevamo andare tutti in
golena, a guardare da vicino quel grande animale». Ora, per vedere lo
storione, bisogna andare a Calvisano, sotto Brescia. Qui l'Agroittica
Lombarda alleva storioni da quasi 30 anni. I 20 pesci più anziani -alcuni
hanno 18 anni - sono stati riuniti in un laghetto, e a fianco è stata messa
una parete di vetro. «Il nostro
acquario», spiega Sandro Cancellieri, l'amministratore delegato, «è l'unico luogo dove si possono vedere i grandi storioni che un tempo
vivevano nei fiumi padani». Si scende un piccola scala, ed ecco il
vetro. Sono curiosi, gli storioni, vengono subito a vedere chi è arrivato. «Ecco,
quello è il più grande. Un quintale e mezzo». Bastano pochi minuti per
farsi tornare in mente tutte le leggende del fiume. Gli storioni innamorati
che cercano la compagna in golena e finiscono nella sabbia... Gli storioni
che strappano la rete e fanno rovesciare la barca... Gli storioni arpionati
che con un colpo di coda feriscono il pescatore... Sono animali bellissimi e
strani, questi che si avvicinano al vetro. Grandi come maiali, infilano il
muso sul fondo per cercare cibo e subito buttano fuori sassi e terra.
Dal 1992 qui si produce anche il caviale. «24
tonnellate l'anno, 23 delle quali esportate. Siamo i maggiori produttori
d'Europa, e nel mondo abbiamo più di metà della produzione di caviale da
allevamento». L'ultimo prodotto è il Caviar de Venise. Ma come tutte le
aziende che vogliono produrre reddito senza stravolgere il territorio,
l'Agroittica non ha inventato nulla. Il caviale si produceva già da secoli,
sul fiume Po. C'erano botteghe per la produzione e la vendita a Ferrara e a
Mantova, il caviale veniva venduto anche a Milano e Venezia. È stata trovata
anche un'antica ricetta, pubblicata nel Trattato Banchetti, scritto a
Ferrara nel 1549 da Cristoforo da Messisbugo. "Le
Voua dello Storione, come più sono nere sono migliori... per ogni libre
Venticinque d'Voua li ponerai oncie dodeci e meza di Sale... poi le ponerai
in un vaso con il sale, le lasciarai così per una notte...". Solo pochi
storioni finiscono nell'acquario dei veterani. Gli altri - per una
produzione di 550 tonnellate di carne l'anno - sono macellati e venduti a
chi ama quello che, nel mercato ittico di Milano, fino agli anni Cinquanta,
veniva chiamato semplicemente el pes, il pesce. «Tutto
il paese correva a guardare lo storione», dice Luciano Landini di
Boretto, «ma poi gli uomini lo
facevano a fette e le donne, in bicicletta, partivano per Reggio Emilia,
Parma o Mantova per venderlo ai ricchi. Noi dovevamo accontentarci del pesce
gatto». Ora lo storione costa come una bistecca pregiata, 25 euro al
chilo. Si trova in tutte le trattorie del Po. Prima di sedersi, è meglio
dare un'occhiata alle foto degli storioni appese al muro. E poi immaginare
che anche lo storione che è nel piatto sia stato pescato in golena, perché
troppo innamorato, in una notte di luna.

Per secoli è stata la mensa dei poveri. Bastava buttare una rete o lanciare
una lenza per portare a casa la cena. E poi, nelle golene, c'erano le lepri
e i fagiani, e la legna dei pioppi e dei salici per scaldare l'inverno con
fiammate potenti ma troppo brevi. Arneo Odoardo Nizzoli, 71 anni, il cuoco
più amato da Cesare Zavattini, adesso ha un ristorante a Villastrada di
Dosolo, riva sinistra del Po, nel mantovano. «Questa
era una terra di coloni, mezzadri e di braccianti. Sulla nostra tavola,
quando ero piccolo, c'erano quasi sempre minestrone o zuppa. La carne solo
nelle feste di precetto, e non sempre. Tre o quattro famiglie si mettevano
assieme per allevare il maiale, che era il salvadanaio per l'inverno. Quando
si ammazzava era una festa. Subito il sangue fritto con la cipolla, poi il
polmone, il cuore, le frattaglie... Tutte cose che adesso nessuno immagina
più di poter mangiare. Ma allora era diverso. Il mezzadro che ammazzava il
maiale sapeva che tutto quello che viene appeso sul soffitto per la
stagionatura - i salami, i prosciutti, le coppe, le pancette... - andava
nella casa del padrone. A lui restavano il lardo, per fare il gras pista, il
grasso pestato. Restavano lo strutto, le ossa da bollire, le cotiche... Il
fiume, fino a quando ero piccolo io, ci dava davvero da mangiare. Anguille,
lucci e branzini. Le arborelle solo d'inverno, perché d'estate mangiavano i
piumini dei pioppi ed erano amare. Ho visto anche lo storione, subito dopo
la guerra. L'avevano ammazzato buttando una bomba a mano: pesava 117 chili.
Nei fossi, poi, era pieno di rane. I ranari le prendevano, le spellavano, e
poi le infilavano in ramo di salice e andavano in giro a venderle. Si diceva
che il brodetto di rana facesse bene agli ammalati di tisi. Sta scritto
anche nelle Mie Prigioni di Silvio Pellico».
Con i cibi di una volta Arneo Odoardo Nizzoli ha aperto un ristorante
diventato famoso. Qui venivano a mangiare Bernardo Bertolucci, Robert De
Niro, Gerard Depardieu e Dominique Sanda durante le riprese di Novecento. «Cesare Zavattini voleva il risotto con la zucca, all'onda, e ci
aggiungeva un goccio di brandy. Una volta si è fatto preparare un salame di
un metro e mezzo per portarlo a Roma. In aereo lo teneva fra le gambe e
rideva come un bimbo». Nei mesi d'inverno, da Nizzoli, si fa la
"maialata". «Preparo tutto ciò che una
volta serviva a riempire lo stomaco di noi poveretti. Minestra con polmone
di maiale, riso e sedano, fegato in reticella, ossa bollite, la coda e le
orecchie, zampetti e codino... E dico ai clienti: ecco, questa è la tavola
del Po, questa è la nostra storia. Con una differenza, rispetto al passato:
50 anni fa chi mangiava un pezzo di coda magari aspettava una settimana,
prima di mettere in bocca un altro pezzo di carne».

Edgardo Azzi di Dosolo, assieme ad altri ricercatori, ha scritto cinque
libri sui mestieri del fiume. Sopravvive solo quello del meatore, l'uomo che
misura l'acqua in Po, per cercare il canale giusto per il passaggio di
chiatte e barche. Una volta viaggiava in barca a remi e usava un'asta di
salice di quattro metri. Ora è alla guida di un motoscafo e utilizza
l'ecoscandaglio. «Gli altri mestieri sono scomparsi. Studiare il fiume del passato ci
aiuta però a capire come potrà essere il fiume del futuro. Le cronache di
oggi possono spaventare: "Il Po è tutto in secca". "La
grande piena minaccia la Val Padana".
Ma se si leggono le cronache antiche,
si capisce che tutto ciò è già successo. E il grande fiume è ancora lì».
Ce n'erano migliaia e il molinaro, che macinava il grano in cambio del 6 per
cento della farina, viveva mangiando gnocchi fatti con "farina, acqua di
fiume e lardo". Due mulini sul Po sono stati ricostruiti, a Ro Ferrarese e
Revere di Mantova. C'erano 15 dogane, nel secolo XVIII, fra la foce e la
confluenza del Ticino in
La piccola Venezia. Il centro seicentesco di Comacchio, antica città di
pescatori che una volta sorgeva su diverse isolette lagunari. In seguito
alle bonifiche del secolo scorso il territorio circostante è stato
modificato, e ora Comacchio è una cittadina di terraferma che dipende
soprattutto dall'agricoltura.

È il pesce simbolo del fiume moderno. Arriva dal Danubio, viene pescato e
poi ributtato in acqua, per divertimento e per portare a casa una fotografia
di questo bestione che arriva al quintale. Ma ci sono anche i ladri di pesce
siluro. Arrivano soprattutto dall'Ungheria, con furgoni frigorifero. Di
notte mettono le reti che attraversano tutto il fiume. Macellano il pesce in
golena, lo sfilettano e caricano quello che per loro è pesce pregiato. A San
Benedetto Po e a Borgoforte i ladri di siluro sono stati bloccati dai
carabinieri. Adesso alcuni ristoratori hanno capito che ciò che è pregiato a
Budapest può essere buono anche a Mantova, e propongono le prime ricette con
il "nuovo storione" del Po. Ma ci sono ladri più pericolosi, sul grande
fiume. Sono quelli che per decenni hanno scavato l'alveo per rubare la
sabbia e la ghiaia. Sono quelli che usano il fiume come una discarica. Sono
quelli che alzano gli arginelli delle golene per difendere i campi di soia,
barbabietole, granoturco e i vigneti, piantati dove dovrebbero crescere solo
pioppi. Con questi arginelli - e il fondo abbassato di quattro metri con le
escavazioni - il Po diventa un canale che alla prossima grande piena romperà
l'argine maestro più a valle.
C'erano i maiali neri, nelle golene. Liberi come lepri. Stanno tornando,
grazie a chi riesce a far rivivere una tradizione vera e non un passato da
cartolina. I maiali sono tornati all'Antica Corte Pallavicina, a Polesine
Parmense. Sono allevati assieme alle anatre e alle oche, come una volta.
Sono tornati anche a Vigostano, alla Tenuta Giarola. Qui vivono in un bosco.
«Per farli arrivare a 180 - 200 chili, liberi come sono di correre sotto
gli alberi», dice Lucia Anelli, «dobbiamo
aspettare almeno un anno e mezzo. In un allevamento al chiuso sono pronti
già in sette o otto mesi. Ma il loro sapore ci compensa dell'attesa».
Si celebrano i mille anni del Monastero di Polirone, a San Benedetto Po,
riva destra del fiume. Ci sono affreschi di Giulio Romano e del Correggio.
Il monastero fu costruito su un'isola, fra il Po e il fiume Lirone, poi i
monaci avviarono le opere di bonifica. Anche Suzzara, Revere e Bondeno erano
isole. Nel monastero fu sepolta Matilde di Canossa. Ebbe addirittura due
tombe, ancora conservate. Poi il corpo fu portato a Roma, in San Pietro. "Riportiamo a casa Matilde", è scritto in un cartello all'ingresso
del monastero. Ma nessuno spera di riavere i resti della contessa che fece
inginocchiare Enrico IV a Canossa. «Vorremmo solo riavere un ritratto di Matilde fatto da Saverio Dalla Rosa
nel 1781. Fu portato via dai soldati di Napoleone, e adesso il proprietario
francese ci chiede 120 mila euro. Stiamo facendo una colletta».
La magia del fiume si può cercare solo a piedi. A Luzzara c'è una strada fra
i pioppi che porta al fiume. Una camminata di un chilometro nella pianura fa
ritrovare il silenzio del fiume. Di fronte all'acqua, appesi agli alberi, ci
sono quadri naif. Li hanno messi gli Amici del Po, sui rami più alti, per
difenderli dalle piene e dai ladri. In questo museo aereo ci sono anche i
ritratti di Cesare Zavattini e di Danilo Donati, "che
hanno fatto il bene del paese". Cesare Zavattini tornava a casa ("Qui
buongiorno vuol dire buongiorno") appena poteva, con una corsa in
macchina da Milano o da Roma, anche "solo
per poter mangiare il pane di Luzzara". Danilo Donati, scenografo e
costumista, non dimenticava il fiume nemmeno mentre ritirava gli Oscar per i
film Giulietta e Romeo di Zeffirelli e Casanova di Fellini Li hanno messi
proprio di fronte all'acqua che corre, i loro ritratti. Perché possano
guardare il grande fiume. Per sempre.
(Fonte National Geographic Magazine)