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Il Verdi
Non ho mai capito perché la gente di Parma sia quasi tutta blesa, parli
cioè con quella «erre» o moscia o arrotondata alla francese che fa tanto
fino, per cui sembra che si dia tante arie, ma forse non è vero, anche
se ricorda, maliziosamente, che in Emilia-Romagna l'ultima vera capitale
è stata proprio Parma e Parma è stata anche il simbolo della libertà,
quando gli onesti lombardi che volevano sottrarsi al gioco austriaco
potevano con un salto passare il Po e qui trovare ospitalità. Maria
Luigia aveva portato non soltanto l'aria apparentemente libera e
borghesemente colta di Parigi uscita dalla rivoluzione, ma anche, io
credo, quella strana erre francese, che è andata a condire,
mescolandosi, la parlata aperta, cantilenante dell'Emilia sì da sortirne
un effetto invero strano, ma molto affascinante che ti dà un po' di
soggezione.
Maria Luigia, in effetti, doveva essere gran personaggio e molto deve
avere influenzato questo popolo che ama i piaceri della vita sposandoli
sapientemente con la cultura e così ti capita di mangiare culatello
affettato, che è un salume dolcissimo che quasi si scioglie in bocca e «meglio
del mio, guardi, non ce n'è», mi disse una rotonda e soda signora
ostessa, che si chiamava proprio Maria Luigia e aveva la trattoria sotto
l'argine del Po, verso Busseto, e camminava dondolando sui fianchi
prosperosi e operosi come l'avantreno di un buon fuoristrada. E io
quella sera risposi che ci credevo che di culatello così è difficile
trovarne e lei, Maria Luigia intendo, che aveva la camicetta un poco
aperta e faceva intravvedere due rotondità che parevano di panna
montata, mi rispose con un sorrisetto malizioso e con un «grrrazie»,
dove il ranocchiare divenne irresistibilmente incontenibile.
Da queste parti, il corso del fiume è tutto un andare e tornare, uno
zigzagare indeciso se buttarsi in tuffo verso il mare o tentare un
impossibile ritorno a monte e dovunque, in queste anse che si formano,
in queste curve, in questi terreni paludosi, i boschi di pioppi si
infittiscono quasi a formare una foresta gracchiante di rane. E chissà
che non siano state le rane a insegnare la prima musica al bimbo
Giuseppino (Pino, Pinuccio) il quale, ancorché paia impossibile, era pur
nato senza la barba e mi riferisco naturalmente al Verdi. E certo che a
ragione forse del vino buono che scalda le gote, del culatello dolce che
ti riempie tutto e del sussurrare misterioso del Po che accarezza la
riva cavandone, come da una viola, suoni melodiosi, è certo che forse
per tutto questo, man mano che ti avvicini a Busseto hai la sensazione
che ti accompagni questa musica sottile, che diventa concerto quando ci
arrivi. Un concerto che il soddisfatto Verdi ascolta beato dall'alto
della sua poltrona di bronzo, il monumento nella piazza davanti al
teatro, e se ne sta lì seduto, Giuseppe Verdi, con quella barbetta metà
Mazzini e metà Garibaldi, metà conservatrice, metà rivoluzionaria a
contemplare la sua gente e a ragionare su quanto sia errato quel detto
secondo cui nessuno è profeta in patria, lui, il Verdi, profeta è stato,
eccome, forse come nessun altro e dovrebbe, io credo, essere lui a fare
un monumento alla sua gente, anziché la sua gente a lui, anche perché è
davvero ora che i monumenti vengano eretti alla gente, al popolo, a
questa razza perfino troppo paziente, comprensiva, quasi sempre benevola
anche con chi non lo merita.
E per fortuna che il Verdi merita perché era davvero un geniaccio, anche
se davanti alle lire non tirava mai via la mano, e sul monumento ci sta
bene. E soltanto qui, allora, capisci che cosa significa sposare la
cultura al salume, l'arte al buon vino, e come il piccolo
Joseph-Fortunin Frannois (così fu registrato sul libro del comune il
neonato Giuseppe Verdi) sia potuto crescere con la musica in corpo e con
la voglia di scrivere note tra i profumi di prosciutto e di vino
dell'oste suo padre. |