GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video | torna al sommario / torna homPage

Edito dal Comitato per la
Valorizzazione Turistica delle Aree Padane dell'Emilia Romagna
Testi: Gian Pietro Testa
Foto: Mario Rebeschini
Il «grande padre» è vecchio,
vecchissimo e mostra tutti i difetti dell'età, un po' rincoglionito subisce gli
affronti che gli fanno, apparentemente senza protestare, poi al momento buono,
come lunga esperienza gl'insegna, restituisce lo sgarbo con improvvise impennate
d'orgoglio e allora tenta di scaricare sugli uomini, i suoi nemici giurati, i
veleni che gli accorciano la vita, le macchie nere di petrolio, gli scarichi
urbani e industriali, gli acidi, l'acqua troppo calda delle centrali elettriche
termonucleari, e allora si gonfia, minaccia e gli uomini fuggono e gridano,
guardano imploranti dalla riva la grande massa grigia che precipita a mare come
una cascata, il fiume torna a essere per qualche giorno il dio della valle, il
dio saggio che premia i buoni donando loro la sua magia, un limo fertile che fa
crescere i frutti in una sola notte di rugiada, oppure il dio cattivo, perverso
e arrabbiato che punisce inondando le terre, sradicando gli alberi, distruggendo
le case, uccidendo gli animali, immiserendo i contadini.
Io non so se i fiumi abbiano un'anima, se ce l'hanno, allora il Po ne ha tante
quanti sono i colori dell'arcobaleno, il Danubio è blù, l'Arno è d'argento, il
Tevere è biondo, il Po è d'arcobaleno, è bianco nei rigidi inverni, bianco come
i fiumi del Nord, è grigio nelle lunghe pause nebbiose, è azzurro come il cielo
della primavera, è rosso come il mattone delle case della sue città, è giallo
come l'oro che i cercatori vanno setacciando tra le sue sabbie, è verde come il
rigoglioso velluto delle sue sponde alberate. Per tutte queste ragioni io credo
che il Po, nemmeno nelle lunghe pause delle stagioni fredde, non sia mai grigio:
la vita non è mai grigia. Se un figlio del Po, come Zavattini, lo ha visto e
descritto grigio, penso che ciò dipenda dal fatto che quella «visione» si
riferisce agli anni della prima ricostruzione del Paese, gli Anni Cinquanta,
quando i miracoli succedevano soltanto a Milano e proprio soltanto nella testa
favolosa di Zavattini stesso e di De Sica, e quando ricchezza sul Po (e non solo
sul fiume) era rappresentata da un sogno: allora i funerali erano tanto poveri
che non avevano nemmeno il morto, oggi dietro al carro funebre si parla di
eredità... Il Po, invece, è colorato come può essere colorato soltanto il padre,
pur vecchio e decrepito che sia, di gente mattocchia la sua parte, paziente e
lavoratrice, capace, come il grande fiume, d'improvvise levate di testa quando
il sopruso dei potenti diventa insopportabile, capace di vere rivoluzioni
sociali, ma tanto sapiente anche da non distruggere nulla di tradizioni e
memorie.
Provate a discendere il fiume, ma da dove il Po diventa veramente Po — pigro e
grasso — da Piacenza fino a oltre Ferrara prima del suo lento confondersi nelle
acque del mare dopo aver depositato, sedimentandolo nei secoli, tutto ciò che a
monte raccoglieva, e raccoglie, che si conserva e che si butta via: quindi
sapienza che si raccoglie e follia, che si cerca di gettare. Provate a
discendere il fiume, — dicevo — e vi accorgerete che, accanto alla sua sottile
vena aurifera, vi è più evidente, di certo meno sottile, una vena di sana
follia. Osservate attentamente paesi, città, uomini, donne, bambini e anche i
cani, c'è in tutti — esseri viventi e pietre — questa palpabile vena, fatta di
sagacia, di ironia, di ribellione e, soprattutto, di una gran voglia di vivere e
ditemi se non è follìa, mica tanto sottile, aver voglia di vivere in questo
mondo di potenti e di soprusi. Mi raccontano di un gran personaggio, che
chiamavano Brilliperi per via di un berrettino che portava sempre sulla sua
testa bislacca, un berretto come quello dell'antico corridore di auto (Brilli
Peri, appunto) che aveva fatto il rivoluzionario e il partigiano e poi aveva
trovato lavoro in una fabbrica della sua terra di Reggio Emilia e poi ancora
aveva abbandonato tutto perché la sua donna si era messa col padrone e questa
proprio non gliel'aveva perdonata e si era messo a girare su e giù per il Po con
un carrettino a comprare e vendere stracci e giurava che gli stracci erano
l'unica rivoluzione possibile e urlava come un matto strazaról nelle
strade e sotto il muso delle donne al mercato e quando morì nella sua
catapecchia costruita con assi e latta sulla golena del fiume trovarono accanto
al letto appeso un gran quadro con una stupenda cornice dorata, antica e chissà
dove l'aveva pescata, e dentro la cornice c'era soltanto un foglio bianco con
una macchiolina in mezzo e sotto Brilliperi ci aveva scritto: Lagrima di
operaio tradito nella fede.
Allora, ditemi se non è mica matto un uomo così, ma non c'è soltanto lui sul Po,
come Brilliperi ce ne sono tanti, c'è anche la Nena, ma della Nena vi racconto
dopo, perché anche quella è una bella matta e vale la pena di parlarne.
clicca sull'immagine per ingrandirla