GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video |torna al sommario / torna homPage
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MONTE DI PIETA' |
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INDICE
|
CORRADO MINGARDI |
Benefattori e beneficati, Verdi e il Monte di Pietà |
| UBALDO DEL SANTE e CECILIA fARINELLI | Storia del Monte di Pietà |
| CRISTIANO DOTTI | La biblioteca del Monte di Pietà |
| VINCENZO BANZOLA | Il Palazzo del Monte di Pietà ed il suo architetto |
| La cerimonia dell'inaugurazione | |
| Le immagini del volume | |
| CRISTIANO DOTTI e CORRADO MINGARDI | Quasi un museo, Arredi e quadri nel Palazzo del Monte |
| ALESSANDRA MORDACCI | Tesori d'argento, tesori di carta |
| DINO RIZZO | Il fondo musicale per una nuova schedatura |
| ELENA NIRONI | L'Archivio Pallavicino di Busseto |
| CARLO SOLIANI | Fare ricerca in biblioteca |
BENEFATTORI E BENEFICATI
Verdi e il Monte di Pietà di
Busseto
Corrado Mingardi
"Pasco
oves meas” è il bellissimo motto del Monte di Pietà di Busseto che campeggia sul
Monumentale armadio dell’Archivio. “Pascolo le mie pecore” è citazione biblica
di poco variata: “Pascam oves meas” “Pascolerò le mie pecore" è in Ezechiele 34.
15 e prefigura l'azione del buon pastore evangelico. Un ente sacro, “Sacro Monte
di Pietà”. che ha cura del suo gregge, ne conosce le necessità e vi provvede.
Gregge bussetano, esclusivamente perché negli statuti originali l'articolo IX
ordina “che non si possa prestare ad alcuna persona forestiera se non alli
habitanti di detta Città di Busseto et suo distretto”. Il che conviene, assieme
all’ovvietà del dettato. quel tanto di orgoglio locale che ad una comunità ad
una "civica” come Busseto deriva dalla propria storia centenaria e si fa
coscienza di individuazione e di autonomia. Cose d’altri tempi.
Nello stemma
del Monte
poi tale coscienza storica si riassume nelle quattro sue campiture: l’aquila
imperiale dei Pallavicino e l’albero di bosso (da buxus buxetum) posti al centro
tra i gigli farnesiani e la croce dei Francescani esaltata sulle nubi. Si
troveranno più avanti narrate le vicende del Monte bussetano dall'origine
cinquecentesca ai nostri giorni, ma il compendio araldico, come ci è presentato
dal fastoso rilievo in stucco risalente al 1698, manca solo, per essere
aggiornato, dell'alveare della Cassa di Risparmio di Parma e della sua
Fondazione che riassumerebbe gli ultimi quarant’anni.
Nell'ampia
tela che Gioacchino Levi dedicò a metà Ottocento alla scena della presentazione
delle regole fondative del Monte appaiono sette personaggi: il canonico, anzi
capo canonico, Gian Domenico Nicolò Pellati intento alla lettura dell'atto, i
tre fratelli marchesi Pallavicino Girolamo, Francesco ed Ermete che lo
firmeranno, il francescano Padre Majavacca, cui si dovette la proposta d’un
Monte a Busseto e la raccolta dei primi fondi e, più defilati, due testimoni
identificabili per sindaci. Il pittore vi finse un ambiente e un arredo
cinquecentesco, in verità un poco più tardo di quel 1537 che volle ritrarre,
mentre fu più filologico nel dipingere i costumi. Quel che giustamente appare è
il rilievo dato ai tre Pallavicino con Girolamo in primo piano. Furono essi i
fondatori e benefattori della pia istituzione in un momento fausto della storia
cittadina che vide tornare sovrano il Marchese Girolamo per ospitare, quattro
anni prima, Carlo V e per riospitarlo col Papa Paolo III Farnese nel 1543.
L'imperatore riconoscente, all’indomani della prima visita, aveva conferito il
titolo di città a Busseto con gli annessi privilegi. Il padre Gianantonio
Majavacca, lui pure bussetano, era all'inizio d’una onorevole carriera
ecclesiastica che òlo portò a divenire predicatore di fama in giro per l’Italia,
reggente del Concilio di Trento e visitatore apostolico del suo ordine, i Minori
Osservanti, in Lombardia, Romagna, Marche e Venezia. Stava in quel tempo per
fondare a Busseto anche la confraternita dell’immacolata Concezione con la
cappella in San Bartolomeo affrescata nel 1539 da Michelangelo Anselmi, emulo
del Correggio. Benemerenze dei Pallavicino, benemerenze dei Francescani e, nel
corso dei secoli, benemerenze di tanti generosi cittadini, su su fino a Giuseppe
Verdi.
???
E’ a Verdi
infatti, che riserviamo le pagine seguenti, ripercorrendo i suoi rapporti con il
Monte bussetano.
Il 30
giugno 1867, durante l'agonia di Antonio Barezzi (sarebbe morto il 21 luglio),
Verdi scrisse alla contessa Clara Maffei: “Voi sapete che a Lui devo tutto,
tutto, tutto. Ed a Lui solo, non ad altri come l’han voluto far credere. Mi pare
di vederlo ancora (e son ben molti anni) quando io finiti i miei studi nel
Ginnasio di Busseto mio padri. Mi dichiarò che non avrebbe potuto mantenermi
nell’Università di Parma e mi decidessi di ritornare nel mio villaggio natio.
Questo buon vecchio saputo questo, mi disse: “Tu sei nato a qualche cosa di
meglio, e non sei fatto per vendere il sale e lavorare la terra. Domanda a
codesto Monte di Pietà la magra pensione di 25 franchi al mese per quattro anni,
ed i0 farò il resto: andrai al Conservatorio di Milano e, quando lo potrai mi
restituirai il denaro speso per te. Così fu!"
Così fra
che Carlo Verdi scrisse il 14 maggio 1831 ai “Presidente. e Consiglieri
Amministratori del Sacro Monte di Pietà di Busseto":
"L’esimia
e luminosa Pietà di questo Sacro Monte che mai non cessa di prestar soccorso
all'indigente, all'infermo assistenza, conforto all'uomo nell'angustia,
nell'afflizione; che provvida del pari si rende nel proteggere ed animare le
scienze, e le arti, formerà mai sempre l’ornamento di questa Patria, e vivrà
eterna e cara nella memoria de’ posteri.
Al
valevole appoggio della medesima Carlo Verdi domiciliato nel Comunello di
Roncole appartenente a Busseto. e delle S.L. Ill.me umil,mo servo, ed or.e
osseq.mo prende coraggio di supplicarle a voler prendere in contemplazione il
suo figlio Giuseppe, onde possa del tutto perfezionarsi nell'arte musicale, in
cui ha già fatto conoscere non ordinarj talenti sì nell'eseguire, che nel
comporre.
La
situazione dell'umile supplicante. e le sue ristrettezze non gli accordan mezzi
bastevoli a sostenere il figlio in siffatta carriera. Egli si abbandona pertanto
alla più viva speranza di quella mensile sovvenzione temporanea per mezzo della
quale altri poveri giovani pervennero al conseguimento si delle belle arti, che
delle scienze. e frattanto di qualche sussidio. fintantochè giunga il fortunato
momento di una delle fissate pensioni.
Tanto
implora
L’Umil.mo servo, ed or.e osseq.mo
Carlo Verdi"
Il Monte
aggiorna l'esame della richiesta alla prima seduta dell'anno seguente. I moti
insurrezionali del 1831. che nel Parmense e in Emilia sono scoppiati all’inizio
dell’anno, hanno tenuto lontano da Parma Maria Luigia fino ad agosto. E’ così
che solo a dicembre papà Verdi scriverà alla Duchessa perché "degnar si volesse
di render” il figlio Giuseppe "contemplato tra que' poveri giovani, che per
mancanza di mezzi vengono dal Sacro Monte di Pietà ... sostenuti con mensile
pensione per un quadriennio, onde esercitarsi altrove in quella scienza,
professione od arte. il cui genio manifestando, ed una particolare inclinazione
non lascian dubbio il più felice successo”. La supplica del padre è reiterata
con lettera al Monte il 7 gennaio ‘32.
Parte
l'iter burocratico che non è agevole, perché sono già in corso le erogazioni di
quattro sussidi scolastici, e la richiesta del padre che il sussidio possa
essere già da subito promesso con delibera al primo scadere delle pensioni in
corso trova perplessi o contrari alcuni reggenti del Monte. Verdi,
più che diciottenne, è necessario che si
rechi a Milano presto per completare gli studi, troppo tempo ha perduto a
Busseto. Antonio Barezzi in data 13 gennaio a tale scopo fa pervenire al Monte
il seguente impegno: “Prometto di sovvenire il detto Verdi per il corso di un
anno, essendo così stato richiesto dal Padre Carlo Verdi”. Si viene così alla
seduta del 14 gennaio il cui verbale si dà qui per intero, anche per essere
rivelatore di contrasti in seno al Consiglio stesso.
“Il
Consiglio amministrativo,
Presa in
esamina
1° Una
supplica inoltrata il 14 Dicembre 1831 a Sua Maestà da Carlo Verdi di Roncole
implorando di rendere contemplato il figlio di lui Giuseppe, alunno della Scuola
Musicale di qui del Sig.r Maestro Provesi, tra que’ giovani che privi di mezzi
vengono sostenuti da questo Sacro Monte di pietà e di Abbondanza con pensionee
mensile per un quadriennio all’effetto d'apprendere, altrove Scienza,
professione, ed Arte bella, il cui genio manifestando ed inclinazione
particolare dubbio non lasciano del più felice successo.
2° Una
petizione dello stesso Verdi Carlo del 7 corrente in cui prega a far sì che il
suddetto di lui figlio per progredire nella cariera Musicale in cui già
inoltrato possa venir contemplato per quattro anni al primo opportuno incontro
con una delle consuete pensioni, vale a dire sussidio scolastico della cui
futura fruizzione accertato il Sig.r Barezzi Antonio Negoziante Proprietario e
filarmonico diletante di Busseto, assume il carico di rendersi sovventore per
sostenere il figlio Verdi per immediato corso alla di Lui occupazione altrove
nell'armonico esercizio. Veduti i due attestati in favorc dell’alunno Verdi
Filarmonico, il primo del Sig.r Maestro Ferdinando Provesi del 15 Dicembre 1831;
l'altro d’una parte de' Signori diletanti filarmonici di Busseto dattato 7 del
1832
Visto
l'obbligo o promessa di sovvenire stesa dal Sig.r Barezzi e firmata appiedi
della petizione del 7 corrente.
Veduto il
certificato del Sig.r Podestà di Busseto in data d'oggi nel quale attesta della
saviezza, diligenza e povertà Verdi.
Veduto
altro Certificato delli Signori Canonici D.n Pietro Seletti e d.n Giuseppe
Demaldè che attestano aver fatto il Giovine.
Verdi
metodico corso delle Scuole di Busseto in data del 9 1832.
Veduto che
tra gli attualmente sussidiati sono prossimi a scadere col 31 8bre 1833 dal
soccorso scolastico Pettorelli D.n Pietro e Sacchi Biago.
Ritenuto
che il Regolamento Vigente per questo Pio Luogo ammette il sussidio anche per
apprendere le arti belle, nel novero delle quali meritatamente ha seggio la
piacevole musica e l'armonico concento.
Considerando che in riguardo alla prima domanda è dessa inammissibile per essere
dal precitato Regolamento, istruzione amministrativa, e pratiche usate inibito
l’aumentare l’attuale numero in corso già di quattro sussidi scolastici.
E’ passato
il Consiglio ad occuparsi dell'altra domanda del 7 corrente su di che ciascun
Consigliere sottoscritto e Podestà Presidente avvisano individualmente come
segue Sig.r Cavalli Contardo = Si potrebbe accordare la prima pensione vacante
al petente Verdi Colla condizione di un regolare certificato dietro prova e
sentimento sulla di lui abbilità del Sig.r Maestro Alinovi di Parma a maggior
giustificazione dell'operato della Commissione a favore del predetto Verdi.
Il Sig.r
Can.co Demaldè = E’ di parere che non essendovi mai siam l'uso di promettere
pensioni ai giovani studiosi prima delle vacanze di quello, non si debba
introdurre questa nuova usanza, perché un tale esempio darebbe luogo a
tant’altre domande, onde essere sicuri di conseguire prima del tempo debito le
pensioni scolastiche = Il Sig.r Can.co Bonatti = Potersi promettere al Verdi
stesso il primo sussidio scolastico vacante a condizione che dopo un anno di
assidua scuola musicale nel Conservatorio di Milano, mediante la sovvenzione
Barezzi Sig.r Antonio produca a questo Consiglio legale certificato di quei più
valenti Professori comprovante l’abbilità, la Maestria, il genio Singolare e
progressi tali da non dubitare essere il giovine Verdi di una speranza
grandissima, ed al di là assai del mediocre nella bell'arte della musica. =
Sig.r Sivelli Giambattista = Uniformasi ed abbraccia questo aviso del Sig.r D.r
Bonatti = II Sig.r Podestà Presidente = E’ di parere che possa essere accordata
al Verdi la chiesta pensione alla prima scadenza, ben inteso che dia saggio e
certificato autentico dell'ottimo profitto ai suoi studi e progressi nella
musica.
Il
Consiglio poi unanimemente delibera. Quest’esempio non poter dar mai luogo. e
motivo in avanti ad alcuno di chiedere per avere promessa di rimpiazzo a
sussidio scolastico del tempo consueto, sendo in contrario alla regolare usanza
ed al sempre praticato a cui derogando non si venga a fare ad altri ingiustizia.
La
presente sarà trasmessa in tripliee copia all’Ill.mo Signor Commissario del
Governo in Borgo S.Donnino per la definitiva decisione.
Dopo
lettura si sono firmati
Bonatti
D.r Giovanni – Demaldè Can.co D.n Giuseppe – Cavalli Contardo Can.co D.n Pietro
– Sivelli Giambattista
Accarini
Antonio Presidente”
La
ratifica del Presidente dell'Interno Francesco Cocchi arriverà circa un mese
dopo, il 19 febbraio, con la seguente disposizione:
“Veduti i
certificati di moralità, e di abilità di Giuseppe Verdi:
In
riguardo speciale alla straordinaria disposizione che il medesimo dimostra di
riuscir valente nell'arte della musica:
Uso
facendo della facoltà conferitagli dall’art.68 del Regolamento del suddetto
Monte di Pietà annesso al Sovrano Decreto del 20 settembre 1823.
Approva
fin d'ora che il pio Stabilimento ammetta il giovane Giuseppe Verdi tra i
sussidiati, di cui all’art.64 del Regolamento medesimo si tosto che si farà una
vacanza.
Dovrà il
Verdi produrre ogni volta all'Amministrazione del Monte di Pietà, onde ottenere
gli assegnamenti un certificato di buona condotta ed uno della sua assiduità e
de' suoi progressi di studio.
ll Sig.r
Commissario del Territorio di Borgo S.Donnino curerà l’adempimento del presente
atto”.
Il
sussidio è di 300 lire da pagarsi per anni quattro consecutivi a partire dalla
prima vacanza di uno dei sussidiati precedenti, cioè dal 1 novembre 1833.
Il
Presidente del Monte Accarini scriverà anche a Barezzi terminando la
comunicazione con queste parole: "Nell'ammirare in Lei l’unico mecenate
dell’ottimo giovine in cui natura prodigalizzò di doni non comuni per l’ardua
carriera da esso intrapresa, Le raccomando con ogni calore di aver d’occhio
particolare perché esso si dedichi altrove in modo singolare onde i di lui
talenti soddisfino le di Lei premure, i desideri dell'Amministrazione
sussidiante. e le brame del Superior Governo”
I
ringraziamenti di papà Verdi e di Barezzi meritano di essere riportati in
integrale
[Al
Podestà e Presidente del Monte Accarinil
“Illustrissimo Signore
Io devo
alla S.V. Ill.ma l'inesprimibile mio contento per impetrato quadriennale
sussidio a favore di mio figlio, accordatagli dal Sacro Monte di Pietà di
Busseto. Quest’opera di beneficenza che porge i mezzi ad un povero
giovine, onde progredire nella già intrapresa musicale carriera, con isperanze
non dubbio
di felice successo. e di futura onorevole sussistenza, imprime nel cuor d’un
padre sentimenti di sincera indelebile gratitudine verso la S.V. Ill.ma non che
de' rispettabili Sig.ri Amministratori del predetto pio stabilimento, che se ne
interessarono con tanta bontà, ed adesione.
Minore poi
non è la doverosa riconoscenza del figlio beneficato, il quale meco
protestandola, assicura che non sarà egli per dimenticare giammai i generosi
Cooperatori alla sperata sua felicità, come pure anche di esattamente osservare
tutto ciò che gli viene prescritto in punto di sua condotta morale, e di
studioso progresso.
Ai sensi
pertanto di comune gratitudine, e ringraziamento quelli pure io unisco di
rispettosa invariabile considerazione, colla quale mi dichiaro.
Della S.V.
Ill.ma
Roncole 18
febbraio 1832
Umil.mo Obblig.mo Div.mo Servitore
Carlo Verdi”
Questa
volta la scrittura è di mano del figlio, e quindi tra i suoi primi autografi
pervenutici.
[All'Accarinil
“Illustrissimo Sig.e
Non può
tornarmi a maggiore e più dolce soddisfazione del veder protette, ed esaudite le
brame del giovine Giuseppe Verdi sull’implorato sussidio di questo Sacro Monte
di Pietà, onde continuare il corso de’ suoi studi nella bell'arte musicale.
Io ne
prenderò quel vivo stessissimo interessamento, cui la S.V. Ill.ma si è prestata
al bene di Lui, ritenendo su qualunque rapporto le già manifestate mie
intenzioni.
All’istante però che il giovine Verdi intraprenderà la continuazione
dell’armonico esercizio, ove meglio gliene torni proficua la scelta, manderò
tosto ad effetto la promessa anticipata sovvenzione. Così avrò io pure
unitamente alla S.V. Ill.ma contribuito all'assistenza di un povero giovine, che
fornito dalla natura di un genio singolare nella musica, va a rendere pienamente
compiute le sue non meno che le comuni speranze de' suoi sostenitori.
Nel
porgerle pertanto i miei ringraziamenti per tutto ciò che la S.V. Ill.ma si è
compiaciuta di operare a vantaggio del giovine Verdi, le protesto i sensi della
distinta inizi considerazione.
Busseto 18
febbraio 1832
Divotissimo Servo
Antonio Barezzi”
Così a
fine maggio Verdi potè partire per Milano, sostenere lo sfortunato esame di
ammissione al Conservatorio e, pur nonostante, rimanere nella capitale del
Lombardo - Veneto per tre anni a scuola del Maestro Vincenzo Lavigna.
Più
avanti, come bene sintetizza Giuseppe Demaldè cassiere del Monte nei suoi
preziosi autografi Cenni biografici del
Maestro Giuseppe Verdi, conservati in Biblioteca, che sono la primizia
biografica verdiana. "non bastando per la pensione duplicata e per soli due
anni, e ad una doppia somma ancora bisognevole per perfezionarsi nell'arte in
Milano vi concorse il di lui mecenate Signor Barezzi”.
Da Milano
giungevano regolarmente al Monte i certificati del M° Lavigna attestanti i
progressi dell'allievo. Questo il primo:
“Dichiaraz.ne
Il Sig.r
Giuseppe Verdi delle Roncole di Busseto che dal mese di Agosto p.p. anno 1832,
trovasi in Milano per studiare la Musica sia di Contrappunto sia della
Composiz.ne ideale sotto la mia direzione. Confesso che sino a questo momento
sono appieno sodisfatto della di lui assiduità, e sagacità in detto studio. Dal
che progredendo similmente per 'circa' un'altro anno ancora, Esso Verdi sarà in
grado di assumere l’impegno di Maestro Compositore di Musica.
Tutto
atteso sotto questo giorno li 11 Novembre 1833
Vincenzo Lavigna
Professore di Musica”
Il saldo
dcl Monte, in unica ultima rata di Franchi 550, avverrà molto tardi, solo il 30
dicembre 1837, non senza difficoltà per i nuovi contrasti insorti tra i
consiglieri, difficoltà da considerare uno strascico degli avvenimenti laceranti
dei mesi precedenti.
La guerra
bussetana infatti, scoppiata alla morte del Maestro Provesi per la sua
successione all'impiego di Maestro di Cappella della Collegiata di San
Bartolomeo e di maestro di musica del Comune, impiego fino ad allora indiviso,
vede il Monte implicato come erogatore dei compensi all’insegnante delle due
istituzioni. Guerra che fu dei Filarmonici di Barezzi contro il clero, guerra
pro e contro Verdi come successore. Sdoppiate
le incombenze, e divenuto Verdi alla fine maestro del Comune, è lui che dal
Monte percepirà lo stipendio dal 3 giugno 1836. L’ultimo pagamento è del 10
maggo 1839, quando, dimissionario, già sogna il successo della sua prima opera,
l'Oberto, alla Scala mentre con la
famiglia s’è trasferito a Milano. Tale guerra lascierà in lui un duraturo
rancore verso il suo paese, rancore riacutizzato nei decenni successivi, al
momento della costruzione del nuovo Teatro da lui se non osteggiata almeno non
favorita. Ne è testimonianza fierissima la sua lettera (ma in verità ci è giunta
nei copialettere come minuta senza nome di destinatario e forse mai spedita)
risalente al 1865.
“So bene
che molti parlando di me, vanno sussurrando una frase non so se più ridicola od
indegna… L’abbiamo fatto noi! Parole che mi sono balzate all'orecchio perfino
l’ultima volta che fui a Busseto 8 o 10 giorni fa.
Ripeto che
ciò è ridicolo ed indegno.
Ridicolo
perchè io posso rispondere: Perché non fate gli altri?... Indegno, perché non si
è fatto altro che eseguire un legato. Ma se mi si rinfaccia questo benefizio io
posso ancora rispondere: Signori ho ricevuto quattro anni di pensione, 25 fr. al
mese: 1200 fr. In tutto. Sono trentadue anni: facciamo un conto del capitale,
dei frutti e salderò la partita. Resterà sempre il debito morale. Sì, ma io alzo
la testa e dico con orgoglio: Signori, ho portato il vostro nome con onore in
tutte le parti del mondo. Ciò val bene 1200 fr.! Parole acerbe, ma giuste!”
E anche
noi diciamo: Parole acerbe, ma giuste.
???
Facciamo
ora un lungo salto al 1876, quando Verdi si propone come benefattore del Monte.
La lettera, datata Sant’Agata 17 novembre, è indirizzata al Sindaco di Busseto
Presidente del pio luogo Cav. Angiolo Carrara, tra l’altro suo notaio.
“E’ mia
intenzione di fondare al Monte di Pietà di Busseto, un’annua pensione in favore
di un giovine che mostri speciale attitudine per le Scienze, le Lettere, e le
Arti.
Per
attuare questo mio pensiero, mi si offre ora opportunissima occasione nel figlio
del vecchio Ghezzi Gi0vanni, al quale intenderei toccare per primo il benefizio
di questa pensione. Se però era insufficiente nel passato, tanto più lo sarebbe
nei tempi presenti una pensione di L. 25: Vorrei quindi fissarlo in L. 50, cioè
L. 600 annue per la durata di anni quattro.
La prego
dunque, Egregio Signor Sindaco, di voltisi occupare delle relative pratiche,
onde io possa, appena queste siano compiute, deporre il capitale voluto per la
pensione che intendo fissare in perpetuo. Il capitale consterebbe di L. 800 di
Rendita Italiana.
Ho l’onore
di dirmi di lei Sig.Sindaco
dev.
G. Verdi”
Verdi non
era nuovo a elargizione di denaro a studenti bussetani se già nel 186)9,
nominato Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia, aveva destinato la pensione
annessa di L. 600 in due premi a studenti poveri, allora non attraverso la
mediazione del Monte ma direttamente della scuola. Premi che dovettero
continuare come ci mostra la lettera del 14 novembre 1872 di Giuseppina al
canonico Avanzi, ispettore scolastico e amico di lunga data del Maestro: “Verdi
ha già risposto al Sindaco a proposito del premio da darsi anche per quest’anno
agli alunni che fecero il miglior esame. So che doveva intendersi con Lei, ma
parmi che dalle due parti si trattasse di questo stesso Vigoni, dunque l’accordo
è perfetto senza bisogno di parole”.
Il primo
studente a beneficiare della pensione del Monte fu proprio Italo Ghezzi a
partire dal gennaio 1877.
Quello era
un periodo in cui il Maestro, giunto all'apice della gloria, sembrava aver
rinunciato a comporre, mentre raccoglieva onori internazionali nei suoi viaggi
musicali all'estero (Aida e
Requiem a Parigi e nei paesi germanici); e soprattutto si dedicava
alla cura dei suoi numerosi poderi.
Legata al
interessi agricoli è la donazione successiva risalente al 1832, anno questo in
cui Verdi ha ripreso a comporre: Otello
è in cantiere e Simon Boccanegra e
Don Carlos sono oggetto di revisioni.
Si tratta
di un lascito di L. 6000 per destinarne la rendita ad una borsa riservata a un
giovane di Busseto che si dedichi allo studio dell'agricoltura o, in mancanza,
ad altri studenti. Le 6000 lire sono il plusvalore del ricavato di una permuta
terriera. Al Maestro fa gola infatti entrare in possesso di un podere del Monte,
il podere “Stradazza” di quasi 24 ettari in Comune di Villanova sull’Arda,
contiguo al “Castellazzo” e quindi alle sue proprietà. In cambio è disposto a
cedere. al Monte il suo podere “Gerbida”, posto ai confini di Villanova con
Cortemaggiore presso il canale del Molino. di poco più di 30 ettari. Il valore
del primo è fissato in 36.000 lire, del secondo in 42.000: le 6000 lire di
differenza resteranno al Monte per il benefico scopo. L’atto di permuta e
donazione, rogato il 27 luglio dal notaio Carrara, porta, come di dovere,
l’elenco dei titoli di cui Verdi può fregiarsi:
“Illustrissimo Signor Commendatore Giuseppe Verdi, celebre Maestro Compositore
di Musica, Grande Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro:
Comendatore degli Ordini della Corona d'Italia, della Legione d’Onore di
Francia, di Sua Maestà Imperiale Austro-Ungarica Francesco Giuseppe colla
Stella, Cavaliere dell'Ordine di Savoia ed insignito di altri Ordini nazionali e
stranieri, Senatore del Regno e Possidente, nto a Roncole di Busseto,
domiciliato a Busseto e residente a Sant’Agata nella sua Villa presso Busseto”.
Verdi era
per tutti allora il più grande compositore italiano, uno dei più famosi nel
mondo, inoltre un uomo pubblico, un mito vivente del Risorgimento e della
coscienza nazionale. Grande proprietario terriero e beneficiario di
notevolissimi diritti d’autore, era il maggior contribuente della Provincia di
Parma con un reddito netto di L. 40.000 tassato 25.000 per l'imposta di
ricchezza mobile categoria C nel 1889.
Contemporaneamente al lascito “Verdi”, lo stesso 27 luglio 1882, il Notaio
Carrara rogita la donazione al Monte di L. 8.000, destinate ad una rendita di L.
400 annue in favore dei poveri di Busseto, da parte dell’”Illustrissima e Nobil
Donna Signora Strepponi Giuseppina, fu Feliciano, nata a Lodi, proprietaria,
autorizzata dal marito di Lei Signor Verdi Commendatore Giuseppe”. Il lascito “Strepponi”
prevede per l’inizio una elargizione a 33 poveri scelti dalla donatrice stessa
con alcune clausole. Possiamoo considerare tale generosità una magnifica
risposta a tutte le offese che Giuseppina nel tempo ricevette dai bussetani.
Senza dimenticare che quel 1882, come il 1881, è anno di grande miseria e di
agitazioni nelle vicine terre di
Polesine e Zibello alla testa delle quali è il medico Luigi Musini, già
garibaldino nel 66, a Villa Glori, a Mentana e in Francia, reduce dal Sud
America e ora datosi al nascente socialismo. Verdi nelle lettere di Giugno a
Piroli attribuisce direttamente a lui la propaganda sovversiva e la sollevazione
nella Bassa: “Evviva il Governo riparatore! Intanto gli scioperi si estendono.
... Il
Governo che ha lasciato fare, che ha voluto lasciar fare, cosa farà ora se il
disordine continua. Reprimerà colla forza?
Punire dei
poveri contadini ignoranti, che non capiscono né hanno mai capito nulla, perché
si sono lasciati sovvertire dai soliti agitatori di reputazione infami, che
ripongono ogni loro speranza nel disordine, come i borsaioli nelle folle? Sì: i
contadini all'ora che siamo, credono che Repubblica voglia dire mangiare, bere a
crepapancia e non lavorare. Ma di chi è la colpa? Il Governo doveva mettere un
freno, ed impedire che questi sovventori propalassero massime che tendono a
distruggere la società da cima a fondo! Non vale gran cosa questa società!
Dicono (e lo dicono i più tristi). D'accordo! Ma quella che verrà sarà
migliore?... Non crediate che io parli per me, no: io non temo nulla. Prima,
perché non credo che i contadini giornalieri di questi villaggi (a meno non
siano forzati da quelli dei villaggi più lontani) avranno esigenze contro di me.
In secondo luogo io me ne andrei subito di qui, se avessi a subire la più
piccola dimostrazione ostile; e non ci perderei nulla. I prodotti di tutti
questi miei terreni non bastano per pagare le contribuzioni e per i lavori che
io faccio ed ho sempre fatto in qualunque stagione. — Amen”, E qui c'è tutto il
Verdi paternalista e, di anno in anno, sempre più conservatore.
???
Il 27
gennaio 1901 Verdi muore lasciando un testamento che è testimonianza di
avvedutezza e generosità non comuni. Nei 20 articoli di cui si compone, i
beneficianti sono molti, tra i maggiori la Casa di Riposo per Musicisti e
l’Ospedale di Villanova entrambi di sua fondazione, nonché il Monte di Pietà.
“9. Lascio
al Monte di Pietà di Busseto tre fondi in S.Agata denominati Cipella, Scandolaro,
Casanova, salvo sempre il condotto che porta le acque alla Cavitella con
l'onere:
1° di
sussidiare l’Ospedale di Busseto di lire duemila annue pagabili in due rate. 1
Gennaio e 1 luglio di ogni anno
2° di
sussidiare con mille lire in due rate l’Istituto degli Asili Infantili di
Busseto;
3° di
distribuire in perpetuo l'elemosina di lire trenta per ciascuno a cinquanta
poveri del mio villaggio nativo le Roncole il giorno 10 Novembre di ogni anno;
4° di
assegnare una pensione di lire sessanta mensili per quattro anni per ciascuno a
due giovani appartenenti l’uno al Comune di Busseto, l’altro al Comune di
Villanova sull'Arda, i quali si diano allo studio teorico-pratico
dell’agricoltura ed effettivamente vadino in una scuola o Istituto speciale per
compiere i corsi”.
???
Sull’esempio di Verdi anche Emanuele Muzio, il suo unico allievo, che una
onorevole carriera di direttore d'orchestra, insegnante di canto e compositore,
aveva portato a Cuba, negli Stati Uniti e soprattutto lungamente a Parigi, volle
beneficiare il Monte bussetano, Muzio aveva infatti goduto di una pensione del
Monte negli anni del suo alunnato verdiano tra il 1344 e il 46. Morendo a Parigi
nel 1890, quindi precedendo il suo amato maestro, così disponeva nel testamento:
“Dichiaro di lasciare una rendita di L.600 annue al Monte di Pietà e di
Abbondanza di Busseto per aiutare a compiere i suoi studi ad un giovane
promettente in musica, belle arti, carriera ecclesiastica, altre scienze e ciò
in riconoscenza dell’aiuto ricevuto per compiere i miei studi e per seguire il
buon esempio dato dal Maestro Verdi, sperando che sarà imitato il buon esempio
dagli altri studenti che riceveranno l'uguale aiuto e che riusciranno nella loro
carriera accumulando
o grandi
ricchezze o moderatissime come le mie, non essendo a tutti di nascer col genio
di Verdi grande di cuore e del quale porto con me l’amicizia sua e della buona
cara moglie.”
Di Muzio
la Biblioteca possiede oltre alla documentazione della sua pensione, compresi i
certificati autografi che Verdi era tenuto a mandare al Monte, anche 330 sue
lettere in gran parte all’agente teatrale D’Ormeville che sono una fonte
interessante sulla vita artistica del tempo. Fu la Fonda- zione Cassa di
Risparmio di Parma attraverso la Biblioteca a farsi editrice nel 1993 della
monografia di Gaspare Nello Vetro su Muzio, (http://www.immac.it/SezBusseto/LibroMuzio.htm)
come pure la Biblioteca aveva edito nel 1979 la raccolta della giovinezza
verdiana nel volume di Gustavo Marchesi
Verdi Merli e cucù, Cronache bussetane tra il 1819 e il 1839 ampliate su
documenti ritrovati da G.N. Vetro, a cui abbiamo fatto spesso ricorso nelle
citazioni sopra riportate. A proposito di Muzio la Fondazione ha nello scorso
2001 acquistato per la Biblioteca una lettera autografa verdiana che è magnifica
testimonianza della considerazione e insieme dell'affetto che il Maestro nutriva
per il suo allievo. La trascriviamo qui di seguito in integrale perché finora
inedita.
“Sig.r Maestro Cattaneo
Impresario del Teatro la Scala
Milano
Caro
Cattaneo
Busseto.
30 ottobre 1851
In mezzo
ai tuoi molti affari duolmi doverti forse importunare con una mia lettera, ma
egli è per fare una cosa buona e francamente ti servirà. Tu conosci Emanuele
Muzio, che è stato nio scolaro, e mio compagno e di più mio amico: egli ha
scritto un’opera con esito a Bruxelles come ben sai, e per progredire nella sua
ben incominciata carriera amerebbe scrivere nella primavera prossima alla
Cannobiana. Io te lo raccomando caldissimamente, e non te lo raccomanderei
se non lo credessi capace di fare.
Esaudisci
dunque ti prego questo mio vivissimo desiderio, ed oltre a rendere un servizio a
me di cui te ne sarò riconoscentissimo, farai un bene al mio raccomandato,
all’arte, e forse al tuo Teatro. Rispondimi dunque, come io lo desidero,
favorevolmente, dirizzando a Parma per Busseto e credi sempre alla sincera
amicizia
del tuo aff.mo
G. Verdi”
Un’altra
importante raccolta epistolare, posseduta dalla Biblioteca, è quella delle 96
lettere di Giuseppina Strepponi al canonico don Giovanni Avanzi, Parroco di
Vidalenzo, uno dei pochi sacerdoti che per stima ed amicizia verdiane
frequentarono Sant’Agata.
Furono
dalla Cassa di Risparmio acquistate nel 1982 e parzialmente pubblicate in due
puntate sulla Gazzzetta di Parma dell’11 e 15 gennaio 1983.
STORIA
DEI. MONTE DI PIETÀ’ DI BUSSETO
Ubaldo Delsante e Cecilia
Farinelli
I Monti di
Pietà. che nascono e si diffondono nei secoli XV e XVI. sono la tipica
espressione di una società in cui la miseria era diffusa e prepotente era la
necessità di nuove strutture politiche, economiche e sociali per rendervi un
qualche rimedio.
La loro
funzione è di combattere e limitare l'usura, cui si dedicano in particolare modo
gli italiani, designati. fuori dell'Italia, con il nome di
Lombardi e gli ebrei, alla maggior parte dei quali non resta che
dedicarsi al commercio del denaro, essendo a loro negato per motivi religiosi di
svolgere numerosi mestieri e diverse professioni. L’attività di prestito è
regolata da convenzioni, le cosiddette “condotte”, tra gli ebrei e le autorità
cittadine e pertanto essa è controllata o quantomeno controllabile.
Dalla
documentazione pervenutaci, si pùò rilevare che questo commercio di denaro è
svolto sia da Banchi di prestito e sia da singoli individui, che i saggi di
interesse annuo giungono fino al 100 e al 130 per cento e che la media non è mai
inferiore al 20 e al 30 per cento. Va detto anche però rhe non sempre l'usura è
sinonimo d’ingordigia, tal volta è un fenomeno connesso all’alto costo del
denaro.
I più
penalizzali dall'usura sono il popolo minuto, gli artigiani delle città e i
lavoratori delle campagne. che "comprano denaro" non solo per mantenere o
consolidare o sviluppare la propria attività, ma addirittura per sopravvivere.
Contro il
fenomeno dell'usura, tra le prime voci d'ammonimento e di condanna che si levano
è quella degli Ordini religiosi e in particolare dei Francescani che, secondo le
nuove esigenze d'evangelizzazione, vivendo in conventi urbani e non più in
monasteri come gli Ordini monastici medievali, partecipano intensamente della
vita della gente dei conglomerati cittadini e della campagna e ne percepiscono i
bisogni e le aspirazioni.
I figli
spirituali del Poverello d'Assisi, utilizzando oblazioni e lasciti,
costituiscono i primi Monti che, per far concorrenza ai Banchi e ai privati,
prestano senza interessi.
Ben presto
però i Francescani si accorgono che questa formula di Monti, sia per mancanza di
fondi e sia per le spese di gestione, non può reggere, per cui i più coraggiosi
sono spinti a promuovere Monti che operino prestiti, senza fine di lucro, ma
dietro pagamento delle spese di gestione dei fondi ottenuti.
L’iniziativa francescana, dunque, di istituire Monti, che prestano ad interesse,
nonostante le polemiche teologiche che ciò solleva tra gli Ordini religiosi, non
si ferma, anche perchè i Monti sono istituzioni che corrispondono alle necessità
sociali ed economiche di un mondo in trasformazione.
Il vero
movimento di diffusione di queste istituzioni, tuttavia, avviene dopo il 1460.
Riguardo
alla data e al nome del fondatore del primo Monte di Pietà non tutti gli storici
si trovano d'accordo. Pare, però, che il primo venisse creato a Perugia nel 1462
da fra’ Barnaba da Terni, assistito dal dotto confratello fra' Fortunato Copoli
da Perugia, sotto il Pontificato di Pio II.
Accanto
all’iniziativa francescana. va segnalata quella di privati cittadini che. da
soli o uniti in associazione di fatto, costituiscono Monti di Pietà (Bologna nel
1473, Milano nel 1483, Faenza nel 1491), come non vanno dimenticati i Monti
sorti per opera dei Comuni (Tolentino nel 1471, Sassoferrato nel 1472, Macerata
e Roma nel 1472).
Ma nella
nascita e nella diffusione di queste istituzioni un particolare ruolo assume
fra' Bernardino da Feltre “che corre da una parte all'altra dell'Italia,
incitando, predicando, creando Monti di Pietà, seguendone l’iniziale attività,
proponendo modifiche e accorgimenti per poterli tenere in vita.
Fra’
Bernardino da Feltre, soprannominato
Piccolino (nato Martino Tomitani, 1439-1494), istituisce tra il 1484 e il
1437 i Monti di Pietà di Mantova, Vicenza e Lucca, il 18 gennaio 1488 quello di
Parma e il 12 settembre 1490 quello li Piacenza.
Dopo circa
due secoli di sperimentazione la Chiesa con il Concilio Lateranense (1515) e la
successiva Bolla Inter multiplices di
papa Leone X, riconoscendo la liceità degli interessi, si fa essa stessa
sostenitrice e prontotrice di Monti Pietà e, per bocca di successivi pontefici,
ne ribadisce la funzione: ha scoperto che queste istituzioni, restando sotto
l'autorità dei Vescovi, sono importanti veicoli per far conoscere il suo
pensiero sociale.
L’origine
sacra e solenne di queste istituzioni è ancor oggi stampigliata nei loro
logotipi, nei quali si legge “Curam illius
habe" oppure “Nolite diligere mundum”.
Queste due frasi, è stato scritto, fungevano da monito per dare concretezza alla
massima evangelica: abbi cura di lui, di chi ha bisogno, del fratello in
difficoltà, rappresentato emblematicamente da Cristo in Pietà. Ma è anche
curioso rilevare che alcuni Monti abbiano fin dall'inizio scelto come proprio
simbolo l'alveare, che indicava quale modello di società ideale quella delle
api, lavoratrici instancabili e solidali, e che tale simbolo in tempi assai più
recenti sia passato a contrassegnare le Casse di Risparmio, istituzioni spesso
nate nell'ambito dei Monti stessi.
L’istituzione da parte di Fra’ Bernardino da Feltre del Monte di Pietà di Parma
prima e di Piacenza poi, induce a pensare che la situazione circa l'usura nelle
antiche province parmensi non fosse diversa da quelle nelle altre contrade
italiane.
Si sa che
i Banchi di prestito erano per lo più in mano agli ebrei. II duca Ottavio
Farnese, infatti, a seguito della Bolla di papa Pio IV (27 febbraio 1562), vieta
loro di risiedere nelle due grandi città del Ducato: Parma e Piacenza. Gli
concede però di mantenere l'esercizio di un banco di prestito per 12 anni in 16
località minori dello stato, località che si riducono della metà nel 1578:
Fiorenzuola d’Arda, Colorno, Soragna, Borgo San Donnino, Busseto, Cortemaggiore,
Monticelli d’Ongina e Roccabianca.
In questi
paesi le comunità ebraiche vivono indisturbate. Le restrizioni che sono loro
imposte nei territori vicini, nel Ducato arnesiano sono molto più blande, tanto
che l'unica interdizione effettivamente mantenuta è il divieto a vivere nelle
due città principali.
Busseto,
dunque, non è solo uno dei centri ducali, dove gli Ebrei possono tenere il loro
Banco di prestito, ma è anche uno di quelli dove, autorizzati dai Marchesi
Pallavicino, essi lo possono gestire con l'esercizio dell’usura.
Nella
primavera del 1537 Padre Giovanni Antonio Maiavacca, francescano di famiglia
bussetana, raccogliendo 764 lire, 6 soldi e 2 denari, istituisce il Monte di
Pietà, il cui documento di fondazione, sottoscritto da Girolamo, Francesco ed
Ermete Pallavicino e controfirmato dal canonico Giovanni Domenico Niccolò
Pillati, porta la data del 15 dicembre del 1537.
L’atto
costitutivo con il relativo regolamento strutturato in 29 capitoli è conservato
sia nell'archivio del Monte stesso a Busseto sia nell'archivio provinciale dei
Francescani presso il Convento di Sant’Antonio di Bologna.
Il
documento così solennemente inizia:
"In nome del Nostro Sig. Gesù Cristo, e della Gloriosiss et Immacolata
Vergine Madre Maria, e del Beato S. Bartolomeo Princ. e Protettore nostro,
e di tutta la militante, e 'trionfal
Corte celestiale inspirato dal Divino Spirito et afflato il popolo della Città
di Busseto mediante le salutifere et devote predicazioni del Ven. Padre F. Gio.
Antonio de Majavacca professo della Sac. Religione de Frati Min. di S. Francesco
dell'Osservanza fatte nell'anno presente 1537, nel tempo quadragesimale in essa
Città, ha proposto, e considerato con tutto il desiderio del suo cuore, e della
sua mente non esser cosa più accettabile all'Onnipot. Iddio, e più felice e
lodevole, e prestante al secolo à farsi benevola, e misericordiosa la sua Divina
e Clemente Maestà, che abbracciare, e tenere quella via, quale per sua bocca
propria ad esempio perpetuo di noi altri... ci fu dimostrata e lodata
perfettissima in nutrire et alimentare le persone miserande, e povere sovvenirle
alle loro necessità. Per il che concorse nella istessa ispirazione, et animo non
meno la moltitudine delli Ecclesiastici. e Religiosi. che dei laici, e secolari
dell’Università, e Popolo di Busseto; ha ordinato e stabilito, che ad eseguire
simil opera pia, asservate tutte l’elemosine pie fatte, e che per tempo si
faranno sia fatta e debba farsi una sostanza, et una eredità, dalla quale
s’habbia da sovvenire a’ poveri, e bisognosi, et quale secondo il costume delli
altri luoghi s’habbia a nominare Monte di Pietà, e questo nell'anno corrente
della salutare nascità del Redentore nostro Gesù Cristo 1537. L’indition decima,
il giorno primo d'Aprile sotto il Pontificato di Paolo Papa III, Imperante
lAaugusto Imperatore Carlo V. Et acciò che detta Opera pia con buono fondamento
si conservi, e per l’avvenire di bene in meglio habbiasi ad aumentare
perseverando mediante l'osservanza d’ottimi, e regolati ordini, senza li quali
alcuna cosa al mondo non è durevole, hassi ordinato, che s'osservi e si regoli
detto Monte con gl’infrascritti Capitoli, et Ordini"
che
seguono in numero di ventinove. Essi regolamentano l'organizzazione del Monte di
Pietà, le responsabilità degli Officiali, nonché la gestione del patrimonio
affidato dai poveri al Monte, compresa la vendita all'incanto dei beni non
riscattati.
Fra le
diverse disposizioni dettate si ricorda che nel primo anno non si possano
prestare ad una stessa persona più di tre lire imperiali per un mese e che i
prestiti siano effetuati a favore dei soli membri bisognosi del popolo dello
Stato di Busseto, dunque non a forestieri. Le
Costituzioni inoltre ricordano che la
reggenza dell’opera pia spettava al Preposto della Collegiata
pro tempore, ad un canonico e al Padre
Guardiano del Convento di Santa Maria degli Angeli.
L’autorità
civile che convalida l'erezione del Monte di Busseto è dunque la famiglia
Pallavicino, che da secoli detiene la titolarità del feudo. In particolare. la
figura di maggior spicco è il marchese Girolamo, che pochi anni prima. nel 1533,
aveva ricevuto a Busseto l’imperatore Carlo V, il quale, lusingato dal tributo
di fedeltà rivoltogli dal feudatario e dal popolo, il 24 marzo dell'anno
successivo da Alessandria decreta per la capitale della Marca bussetana il
titolo di "città”. Carlo V ritornerà a Busseto nel 1543 per incontrarsi col papa
Paolo III Farnese, e forse già in questa circostanza verrà stabilito che lo
Stato Pallavicino debba seguire le sorti del ducato di Parma pur mantenendo
l’autonomia amministrativa. I marchesi, infatti. dovranno presto fronteggiare la
politica antifeudale e accentratrice dei duchi Farnese e soccombere. Le terre
pallaviciniane — chiamate in un documento del 1694
terre traverse perchè poste tra le
giurisdizioni delle Comunità di Parma e Piacenza, — rimarranno peraltro un
dominio "particolare" dei Farnese. cioè una parte mai integrata totalmente nel
resto del ducato.
Secondo il
censimento del 1593 Busseto si compone di 11
ville, cioè nuclei abitati,
distribuiti su di un’estensione di 24.324 biolche, sulle quali vivono 6.864
abitami. Il periodo contrassegnato da due gravi carestie, la prima tra il 1590 e
il 1592, detta piccola glaciazione,
poiché la temperatura rimase generalmente assai più bassa della norma impedendo
il maturare delle messi, e l'altra nel 1628-1630, seguita dalla ben nota peste.
All'epoca le terre attorno a Busseto risultano comunque essere assai fertili e
ben coltivate e la popolazione ben alimentata. Le produzioni maggiori sono
costituite dai grani, dai legumi, dalle uve di buona qualità e, fin da allora,
dai gelsi e dalla canapa; ricca la produzione di uova e di formaggio attesa la
particolare abbondanza di pollame, di bestiame grosso e minuto. Nel Settecento
si intensifica anche l'allevamento suino e conseguentemente il commercio di
salumi. Un’'economia, dunque, quella bussetana, piuttosto evoluta, nella quale
le attività del Monte potevano interagire con efficacia.
Il 9
febbraio 1582 Papa Gregorio XIII conferma l'erezione del Monte di Pietà di
Busseto. L’istituzione viene da subito dotata di una sede propria,
successivamente ampliata e adattata, che troverà una configurazione definitiva
nel secolo successivo e che sarà inaugurata dal vescovo di Borgo San Donnino
(oggi Fidenza) mons. Gaetano Garimberti il 3 novembre 1682 con una –solenne
cerimonia alla presenza del popolo, del clero e delle autorità cittadine. Tra lo
scorcio del Cinque e i primi nani del Seicento il Monte riceve numerose
donazioni e lasciti testamentari. che portano il patrimonio immobiliare, specie
fondi rustici, a un livello assai elevato e consentono per un certo periodo. di
azzerare il tasso sui prestiti e di destirare fondi alla beneficenza.
Nel corso
dei secoli, le Costituzioni Pallavicine
del 1537 — con questo titolo è citato lo Statuto del Monte di Pietà — sono più
volte aggiornate per permettere all’opera pia di poter svolgere la sua funzione
secondo le esigenze del tempo. In particolare il Monte di Pietà mette a
disposizione il proprio servizio di prestiti a favore della povera gente, del
popolo minuto e contribuisce alle istituzioni benefiche locali come l'ospedale.
Continuano
invece a funzionare a Busseto i banchi degli ebrei per i finanziament1 anche
pubblici, di imporlo elevato, specialmente dopo la legalizzazione della loro
attività nel 1562 da parte del duca Ottavio Farnese.
Per
volontà del duca Ranuccio II Farnese, nel 1684, nel contesto di una generale
riforma degli ordinamenti della comunità di Busseto, la
reggenza del Monte è affidata, previo deposito cauzionale, al ragioniere,
al contro scrittore, al tesoriere e al depositario.
I pegni
sono accettati nei giorni di martedì e venerdì: mentre il prestito in denaro è
effettuato su due terzi del valore dll’oggetto depositato e senza decorrenza di
interesse: la durata del deposito è stabilita in tre e più anni senza il
pericolo di andare venduto, e la somma sovvenzionata non può superare le 200
lire. Nel 1734 si registra un nuovo aggiornamento.
Per i
secoli XVII e XVIII, anche la reggenza del Monte rispecchia la concentrazione
oligarchica del potere cittadino. D'altronde i reggenti del Monte sono
emanazione della comunità e dei suoi organi, cioè il Consiglio allargato e il
Consiglio ristretto, i cui membri sono “cittadini
scelti da famiglie che vivono o siano vissute civilmente per tre gradi, non
esercitando arte meccanica alcuna. né tenendo botteghe aperte. La fisionomia del
ceto dirigente viene in questo modo esplicitata nelle disposizioni ducali.
Coloro ai quali verrà concesso il governo civico dovranno appartenere a famiglie
che da cento anni risiedono in città e non nel contado, esercitare la
professione di notaio, avvocato, medico, oppure semplicemente vivere delle
proprie rendite. La nascita, più di ogni altro requisito, diventa la migliore
garanzia per l’esercizio del potere”.
La più
importe influenza sull’economia della città veniva
esercitata dai deputati mediante il Sacro Monte di Pietà. “Il
Monte, infatti, fissava, volendo usare un linguaggio contemporaneo, il tasso
d’interesse per i Capitali concessi a prestito, oltre, naturalmente, sovvenire
alle necessità dei più bisognosi che offrivano pegni in cambio di contante. Ma
il Monte, prescindendo da queste funzioni, era soprattutto il luogo dove il
potere politico si saldava con quello economico. E poiché è consueto che i
sostegni politici vengono ricercati al fine di ottenere vantaggi economici e che
obiettivi politici vengano conseguiti attraverso lo strumento economico, si può
ben comprendere la ragione che faceva delle sale del Monte il luogo naturale in
cui i fili della politica e dell'economia venivano annodati. Così il dott.
Agostino Fallini, utilizzando gli appoggi goduti nel Consiglio di cui è membro e
della stessa carica di tesoriere del Monte, riesce ad ottenere un prestito
ingente. 14950 imperiali, prestito che, alla scadenza del suo mandato di
tesoriere, egli non riuscirà facilmente a rimborsare in quanto eccedente
l’ammontare dei suoi stessi beni. Così ancora nel 1655, su raccomandazione della
duchessa di Parma, il Consiglio decide l’erogazione di un prestito di 3000 lire
ad uno stesso deputato, il signor Decio Sanviti "per suo interesse urgente”. Per
converso. nel 1637, sempre su ordine del Consiglio, i reggenti del Monte
pretendono l’immediata restituzione delle prestate a certo Gambazza che,
valendosi dell'appoggio dei Pallavicino, stava diventando troppo potente e
cercava ormai di scalzare dal loro posto i deputati più eminenti”.
Dopo la
cacciata dei Gesuiti dagli Stati Parmensi e la confisca di tutti i loro beni
(febbraio 1768), il ministro Guglielmo Du Tillot comunica, in data 27 settembre
1768 ai reggenti del Monte di Pietà la volontà del duca Don Ferdinando di
aggiungere la cattedra di Teologia Dogmatica Morale e quella di Filosofia alle
Scuole Bussetane, collocate nel Collegio di S. Ignazio unitamente a tutte le
Scuole inferiori, in modo che la città sia il centro degli Studi per tutta la
provincia.
Nello
stesso documento si legge: “Si degna pure
il R. Infante di permettere la traslazione della Biblioteca e de' suoi Armadi
come stanno ora nella R. Casa di S. Ignazio nelle Camere fabricate da codesto
Monte per uso pubblico ritenendone però la proprietà e il Dominio assoluto, come
di cosa devoluta al R. Fisco, e finalmente permette ai Deputati di detto Monte
di eleggere il Bibliotecario o sia il Custode a suo piacimento implorandone però
la conferma”. In realtà, una parte dei volumi, dietro indicazione di p.
Paolo Maria Paciaudi, presero la via della Palatina di Parma, mentre oltre
tremila rimasero al Monte di Busseto. E ancora oggi in questi locali trova la
sua sede la Biblioteca, punto di riferimento per molti studenti e studiosi della
bassa parmense e cremonese.
Nel 1770,
don Ferdinando impone al Monte di Pietà di sovvenzionare con L. 16.000 vecchie,
il pubblico, Ospedale. Durante la dominazione napoleonica i Monti vengono
sistematicamente spogliati del denaro e dotati t di nuovi statuti e regolamenti,
mentre i tassi di interesse sono elevati a dismisura.
Il 17
ottobre 1821 il nuovo Governo di Maria Luigia affida ai componenti la Reggenza
del Monte la stesura di un nuovo Regolamento, che la duchessa asburgica
promulgherà il 20 settembre 1823, il quale sarà sostituito da uno nuovo,
approvato con R. Decreto del 14 gennaio 1875.
Nel 1829,
con Ordinanza sovrana del 27 novembre, il Monte di Pietà si accresce,
incorporando il Monte del Peculio,
anch'essa antica istituzione fondata a Busseto dal cappuccino p. Girolamo da
Bologna e approvata da Ranuccio II Farnese il 7 Febbraio 1597, con lo scopo di
alleviare la miseria acquistando sul mercato e distribuendo ai più bisognosi
granaglie in tempi di penuria e carestia: un
monte frumentario, insomma. Con questa
annessione, il Monte di Pietà assume il nome di
Monte di Pietà ed Abbondanza. Il patrimonio si accresce ancora con
l'acquisto di altri due poderi nel 1827 e nel 1845.
Sono il
Regno d'Italia, il Monte di Pietà e Abbondanza, la cui gestione ed
amministrazione è affidata a un segretario, un tesoriere, un magazziniere dei
pegni e grani, un perito-geometra e ad un portiere, svolge un’intensa attività.
Le
entrale. nel 1881, erano costituite dal ricavo degli affitti di 15 stabili, da
interessi di pubblica rendita, da censi e mutui.
Il denaro
dato in cambio del pegno non paga interesse e l'oggetto depositato non può
essere venduto all'incanto se non dopo tre anni. Il prestito dei grani ai poveri
del Comune e anche a chi è titolare di una “possidenza” dal valore non superiore
alle mille lire, avviene dalla metà di febbraio a tutto marzo. Sono concessi
inoltre sussidi per baliatico a madri povere che non potevano allattare, e, ogni
anno, è concessa la dote a 13 giovani donne indigenti in età da marito. Crediamo
sia opportuno lasciare a Seletti, (http://www.immac.it/SezBusseto/Seletti.htm)
lo storico della città di Busseto, la parola per un giudizio sintetico ed
esaustivo sull'intensa e benefica attività svolta in cinque secoli dal Monte di
Pietà: "Questo benefico Istituto, che dà
il pane all'affamato, il latte al bambino, un peculio al bisognoso, il fuoco al
vecchio assiderato, la medicina all’ammalato, che premia l’onestà della ragazza,
non poteva dimenticare la scienza, le arti, altro pane della vita, e così
dispone in favore di quattro giovani del Comune, che diano prove di intelligenza
ed appartengano a famiglia meno agiata, di un sussidio scolastico per un
quadriennio, non mai minore di L. 300, all'intento che possano fuori dal paese
meglio applicarsi allo studio delle scienze o delle arti; così conferisce dei
sussidi straordinari per incoraggiamento agli studi; e Busseto può rallegrarsi
di questo impiego di danaro, poiché molti figli del popolo suo risposero
degnamente alla speranza della Patria e alla fiducia in loro riposta”.
Nel clima
politico e sociale post-unitario, alcuni bussetani, inoltre, assicurarono al
Monte alcune rendite fisse finalizzate per lo più al sostegno di giovani allo
studio: tra questi benefattori si possono ricordare Giovanni Sivelli
(l'impresario costruttore del Teatro Verdi). il maestro Emanuele Muzio e gli
stessi Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi. Il Monte di Pietà fissa una somma
annuale di denaro per l'incremento della biblioteca e provvede all'onorario del
direttore della stessa. Concorre inoltre per le spese della musica e per un
maestro di canto, armonia e pianoforte, e mette i propri locali a disposizione
della Scuola Comunale di Musica.
La
legislazione post-unitaria (1862) assimila i Monti e, all’inizio, anche le Casse
di Risparmio alle opere Pie: il primo Statuto del Monte di Busseto compilato
secondo le norme del Regno porta la data del 14 gennaio 1874 e resta in vigore
per più di mezzo secolo, nonostante nel frattempo vi siano stati, da parte degli
amministratori, diversi tentativi di aggiornamento normativo, finiti nel nulla
per contrasti con l'Ospedale Civile e con gli Enti locali interessati.
Il Monte
partecipa attivamente allo sviluppo agroalimentare della zona e, aderendo
all'iniziativa della Cattedra Ambulante di Parma. alla vigilia della Grande
Guerra, fissa un sussidio per la Scuola di Agricoltura.
Con Regio
Decreto del 6 maggio 1926 è finalmente approvalo il nuovo statuto del Monte di
Pietà che, pur mantenendo in vigore le forme di attività contemplate nel
precedente regolamento, meno ciò che riguarda i prestiti di grano, dispone per
il compimento di quelle forme di attività che con frase moderna, vengono
definite “operazioni di banca”, cioè risparmio e credito, da affiancare a quelle
pignoratizie tradizionali.
L’Art. 4
recitava:
“Stanno a carico del Monte i seguenti oneri annuali:
1) Legato del Carretto Andrea (testamento 1561) - per somministrazione
di cera all'Opera Parrocchiale di Busseto L. 9,80; per dote nuziale L. 7,20.
2) Legato Tragaioli Giuseppe (testamento 1568) - all'Opera Parrocchiale
di Busseto, per messe L. 156: per prestazione a denaro L. 11,90: per
somministrazione di cera L. 13,10: per ufficiatura funebre L. 1,70.
3) Legato Stirpio Scipione Brunelli (testamento 1602) - per ufficiatura
funebre all’Opera Parrocchiale di Busseto L. 1,70: per doti nuziali L. 142,80.
4) Legato Pallavicini Veronica (si ignora) - per prestazione a danaro
all'Opera Parrocchiale di Busseto L. 0,95.
5) Legato Cugini Cantucci (si ignora) - per annualità a danaro alla
fabbriceria del Duomo di Borgo San Donnino L. 0,95.
6) Legato M. Giuseppe Verdi (donazione 1876) - borsa di studio per
giovane studente del Comune di Busseto L. 600, elevata con delibera 20 Ottobre
1922 approvata il 16 Gennaio 1923, a L. 655, in seguito ad investimento, per non
avvenuta assegnazione, della rendita di parte degli anni 1917, 1918, 1919.
7) legato Sivelli Giovanni (testamento 1879) - borsa di studio a favore
di giovane studente appartenente alla sua famiglia L. 400.
8) Legato M. Giuseppe Verdi (donazione 1882) - borsa di L. 300 a favore
di giovane studente che si dedichi agli studi agrari, commutabile, in mancanza
di assegnazione, in due premi di L. 150 ciascuno ai due migliori alunni pure del
Comune di Busseto, di cui uno delle scuole Ginnasiali ed uno delle Scuole
Tecniche locali ed in caso di soppressione di uno dei detti Istituti ai due
migliori alunni di quello che sarà conservato, mentre in caso di soppressione di
entrambi, la predetta somma sarà distribuita in venti sussidi di L. 15 ciascuno
a poveri di questo comune il giorno 11 Novembre.
9) Legato Giuseppina Strepponi Verdi (donazione 1882) - Sussidi a poveri
di Busseto L. 600, diminuita in seguito ad investimento in rendita pubblica ed
alla conversione di questa dal 5 al 3,50% a L. 301.
10) Legato M. Emanuele Muzio (testamento 1890) - borsa di studio a
favore di giovane del Comune di Busseto L. 600, diminuita per imposizione R.
Mobile sulla rendita a L. 480 ed elevata poi a L. 565, per investimento in
capitale, con delibera 20 Ottobre 1922 opprovata il 16 Gennaio 1923, dagli
avanzi di rendita degli anni 1918 e 1919.
11) Legato M. G. Verdi (testamento 1900) - L. 2000 a favore del locale
Ospedale Civile - L. 1000 dell’Asilo Infantile - L. 1500 dei poveri della
frazione di Roncole - L. 1690 per due borse a studenti in scienze agrarie di cui
una del Comune di Busseto ed uno di Villanova sull'Arda, commutabili in mancanza
di assegnazione delle borse in sussidi di L. 30 ciascuno a poveri
rispettivamente di Busseto o di Villanova”.
Secondo una graduatoria pubblicata dal Bollettino delle situazioni dei
conti dei Monti di Pietà di 2a Categoria,
al 31 dicembre 1928 il Monte di Busseto,
col suo capitale di oltre due milioni e mezzo di lire, risulta al primo posto.
L’Art. 5 ne elencava gli scopi:
“E’ scopo dell’Istituto di soccorrere le persone bisognose:
a) con far presidi con e senza interessi sopra pegno di oggetti mobili;
b) con far prestiti sopra titoli del debito pubblico dello Stato o
garantiti dallo Stato;
c) con far prestiti mediante rilascio di cambiale;
d) con la erogazione di sussidi in favore di poveri del Comune di
Busseto;
e) col provvedere al mantenimento e ricovero di inabili al lavoro del
Comune, secondo le disponibilità di bilancio;
f) coll’assegnare una borsa di studio per ciascuno a due giovani del
Comune di Busseto appartenenti a
famiglie meno che agiate, i quali abbiano trasferirsi altrove per ragioni di
studio;
g) coll'assegnare ogni anno al locale Ospedale Civile un sussidio per
concorso al mantenimento di maggior numero di infermi determinandone l’ammontare
in ragione dei bisogni di esso Istituto e dei mezzi disponibili del Monte;
inoltre il Monte è tenuto:
h) a mantenere la pubblica Biblioteca annessa al Pio Istituto;
i) adempiere agli obblighi imposti da Pii Tstatori;
l) sussidiare Enti che abbiano la cura e l'istruzione dell’infanzia, dei
traviati e derelitti, degli orfani minorenni”.
Erano
maturi i tempi per compiere un salto di qualità. come sottolineava, in una
relazione del 25 ottobre 1930 il presidente, ma di fatto, l'attività del Monte
rimase limitata al prestito su pegno.
La Cassa
di Risparmio di Parma, nel frattempo, fin dal 1883 apre uno sportello a Busseto
in locali d'affitto e nel 1932, a seguito delle sfavorevoli vicende economiche
nazionali, acquisisce il Piccolo Credito Bussetano fissando la propria Filiale
nella sede della banca incorporata. L'operazione consente, tra l'altro, di
salvaguardare i clienti del Piccolo Credito dalle conseguenze del fallimento.
Tra le due
guerre, sotto la gestione del commissario prefettizio Sforza Boselli, il Monte
sostiene anche l'asilo infantile di Busseto.
In seguito
alla legislazione intervenuta nel 1938 sull'ordinamento dei Monti di Credito su
Pegno (è questa orinai la denominazione degli antichi Monti di Pietà), allo
scopo di evitare l’incorporazione in un'istituzione maggiore, presso il Monte di
Busseto ci si attivò per giungere allo sdoppiamento delle funzioni di
beneficenza da quelle tipicamente pignoratizie, ma il sopraggiungere della
guerra interrompe l’espletamento delle pratiche con il Ministero competente.
Negli
ultimi mesi del conflitto, a causa dello sgombero dell'edificio scolastico, la
Biblioteca del Monte ospita le lezioni di alcune classi: l'utilità
dell'istituzione per il paese si adegua alle contingenze, ma resta intatta.
Nel
dopoguerra è nominato dapprima commissario c poi presidente l’avv. Lino Carrara,
che nel 1953 dispone alcuni lavori di ampliamento dei locali della Biblioteca,
ma la situazione economica generale del Monte volge inesorabilmente verso la
crisi. Nel 1957 la presidenza è attribuita al cav. Giuseppe Gavitelli, il quale
non può fare altro che cercare di far confluire il Monte in un più grande
istituto di credito alle migliori condizioni possibili.
Per
disposizione delle Autorità di Vigilanza sulle aziende di Credito e del
Ministero competente, nel 1960 la Cassa incorpora quindi il Monte di Busseto e
assume la nuova denominazione di Cassa di
Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto.
Il Comune
di Busseto acquisisce così il diritto di nominare un proprio rappresentante nel
Consiglio d’amministrazione della Cassa.
Oltre che
del Palazzo del Monte, con la biblioteca e gli arredi artistici, la Cassa entra
iu possesso anche di venti unità poderali, tre delle quali provenienti dal
lascito di Giuseppe Verdi, situate nei comuni di Busseto, di Villanova d'Arda e
in piccola misura di Cortemaggiore, per un'estensione complessiva di circa 1.020
biolche parmigiane, pari a oltre 314 ettari.
Contestualmente la C:assa eroga un considerevole contributo per la costruzione
della moderna Casa di Riposo “Alfonso Pallavicino", già Ricovero di mendicità,
un tempo amministrato dal Monte.
Il nuovo
istituto mantiene aperta la biblioteca e prosegue nell'attività del prestito su
pegno tipica del Ninte. Poiché peraltro <questa’ultima attività, con mutare i
tempi è .diventata ormai marginale, nel 1973, in coincidenza anche con l'entrata
in vigore della moderna normativa fiscale, essa viene chiusa e tutti i pegni
vengono restituiti gratuitamente.
Già nel
1961 le facciate del Palazzo, d'intesa con la Soprintendenza, vengono
interamente restaurate.
I beni
rustici, tutti concessi in affitto a coloni, negli anni seguenti vengono
interessati da consistenti lavori di ristrutturazione e di miglioramento
idraulico e agrario.
Tuttavia
la banca, tenuto conto della loro modesta redditività, gradualmente addiviene
alla dismissione con la vendita ai diretti conduttori.
Tra il
1981 e il 1984 il Palazzo del Monte viene interessato da consistenti lavori di
ristrutturazione e adeguamento impiantistico che riguardano non soltanto i
locali della Biblioteca, ma anche l'abitazione del custode, il tetto, i
monumentali vani scale e la porzione del primo piano che si affaccia su via
Roma, ove sono conservati i mobili, i dipinti, gli arredi e i documenti del
Monte di Pietà.
Tutti gli
argenti vengono collocati in un'ampia teca in vetro di sicurezza. II piano
terreno, invece, è lasciato sgombro a disposizione di mostre e incontri
culturali.
Con lo
scorporo delle attività creditizie da quelle sociali seguite alla ben nota legge
Amato, agli inizi degli anni Novanta la denominazione storica del Monte è
passata alla Fondazione Cassa di Risparmio di Parma. H Palazzo del Monte rimane
però di proprietà della scorporata azienda di credito, cioè la Cassa di
Risparmio di Parma e Piacenza Spa. L'apparente incongruenza, dovuta a
contingenti ragioni organizzative e fiscali, viene appianata nel giugno 2000 con
l’acquisto dell'intero complesso da parte della Fondazione.
LA
BIBLIOTECA DEL MONTE DI PIETÀ’ DI BUSSETO
Cristiano Dotti
L'intervento del Monte di Pietà in campo educativo e culturale
II Monte
di Pietà, accanto alle attività istituzionali e caritative, mostrò più volte
un'attenzione particolare all'educazione cittadina. Per meglio comprendere la
nascita della Biblioteca, è quindi utile un breve cenno sul ruolo del Monte in
campo scolastico nel Settecento.
Secondo
Emilio Soletti, una scuola sembrava già esistere nel 1533, arino in cui Busseto
ottenne dall'imperatore Carlo V il titolo di città, mentre dal 1592 si hanno
notizie di un Ginnasio dove si insegnavano la grammatica e la retorica. Se per
tutto il Seicento l'educazioue superiore fu monopolio dei gesuiti, per il secolo
successivo si fa cenno della compilazione di un regolamento per le scuole
attuato nel febbraio del 1721 e dell'intervento del Monte che avrebbe provveduto
ai locali per lo studio fuori dal collegio dei padri della Compagnia di Gesù.
Alcune
deliberazioni di quegli anni del Pio Istituto forniscono notizie inedite e
permettono di chiarire qualche aspetto.
Dalla
riunione del 28 dicembre 1720, innanzitutto, si apprende dell'interessamento dei
reggenti del Monte presso il duca Francesco Farnese, perché Busseto potesse
avere una scuola di filosofia “a beneficio di tutti questi poveri giovani". Ad
una risposta affermativa del sovrano, il tesoriere Giacinto Marziani e il
controscrittore dott. Pier Gian Angelo Beghini interpellarono immediatamente il
rettore del collegio dei gesuiti, il quale fece "alcune difficoltà per accettare
l'acennato obligo di mantenere un lettore di filosofia", riservandosi
d'interpellare il provinciale, che qualche giorno dopo rispose negativamente,
sottolineando di non potersi prevedere un numero sufficiente di scolari.
Non sembra
condivisibile, dunque, quanto afferma il Seletti in proposito e cioè che "il
provinciale di quei padri, a non mettere in dubbio il loro monopolio, si faceva
innanzi e prometteva, che per l’anno veniente avrebbe egli stesso provveduto ad
un lettore in filosofia". È pur vero che questo fu effettivamente concesso, ma
solo dopo ulteriori interventi dei reggenti e soprattutto dopo un interessamento
da parte dello stesso duca che, il 13 gennaio 1721, finalmente informava il
Monte della promessa di un lettore di filosofia per il nuovo anno scolastico. La
presenza del padre gesuita restava comunque vincolata alla condizione che la
Comunità si dovesse attivare per una presenza numerosa di scolari, pronti ad
osservare "bene le leggi solite pratticarsi ne studij della Compagnia" e ad
applicarsi in "conferenze, e dispute". Per le spese, il Monte offrì direttamente
ai gesuiti 500 lire annue, ma, non potendo il rettore accettarle, furono
impiegate parte in cera, a beneficio della sagrestia di S. Ignazio, e parte in
regali "di cioccolata, ò altro, che potesse gradire al padre lettore".
Nella
stessa deliberazione i reggenti, per dare continuità al grande privilegio, così
ragionavano:
Rifflettendosi poscia dà noi, che possa molto influire all'intento d'havere
scolari idonei, e numerosi per detto studio di filosofia il mettere in buona
dispositione le scuole della Comunità, si è rissoluto di partecipare alla
medesima la gratia fatta dal Padron Serenissimo a questo Pubblico con l'introdutione
di detto studio di filosofia, e stessamente esibirle la casa di questo Monte ...
per habitatione del Maestro, e per potervi fare le scuole, che sarà necessario,
che la Comunità proveda di due boni maestri, uno per li primi rudimenti, e
l'altro per la grammatica, di modoche li scolari passino alla scuola de padri
gesuiti per imparare l’humanità, e la rettorica.
Nella
seduta del mese seguente, le stesse argomentazioni vennero riprese e si suggerì
nuovamente alla Comunità di "regolare" la sua scuola di grammatica; questo
avrebbe portato a Busseto anche studenti dai paesi vicini "per godere d'una
gratia così insigne". Il Monte s'impegnò a cooperare con le 500 lire annue
citate, da passare al Collegio nel modo che abbiamo visto, e con il fornire una
casa adatta ad ospitare due scuole, una per i primi rudimenti e, l'altra per la
grammatica inferiore e superiore. I banchi sarebbero stati forniti sempre dal
Monte.
Tutta
l'operazione avrebbe permesso a Busseto di ospitare il ciclo completo degli
studi fino alle soglie dell'Università:
...
istruita la gioventù nella grammatica dal maestro della comunità potrà passare
alla scuola de padri gesuiti per apprendere l'humanità e la rettoricha, e indi
alla filosofia, e di poi nel fine d'ogni corso s'elleggerano due dei medesimi
giovani, come s'è gia partecipato à Sua Altezza, che saranno di maggiore
aspettatione, e che havrano fatte le diffese publice della filosofia, e di più
famiglie civili e che non hanno tutto il commodo di mantenere i loro figli in
Parma; i quali col sussidio di cinquecento lire annue per ciascheduno dovrano
mantenersi à studij di detta città per il corso di tre anni per apprendere le
leggi, ò medicina, con obligo di riportare ogn'anno le fedi de' loro lettori d'havere
applicato per quell'anno allo studio con profitto, senza la quale debba ciascun
di loro esser privo di detto sussidio, e surrogato un altro delle soddette
qualità.
Non
occorre qui seguire le vicende di queste scuole. Sappiamo però che il Monte
aveva messo a disposizione una stanza per lo studio della filosofia, anche se
appare evidente, da documenti successivi, che detto studio non ebbe sempre una
cadenza regolare. Solo per fare un esempio, nel 1760, il tesoriere e il
ragioniere del Monte si recarono nuovamente nel Collegio dei gesuiti perchè si
trovasse "un sogetto in qualità di lettore pel bienale corso di filosofia da
cominciarsi secondo il solito negli ultimi due mesi di quest'anno".
Al momento
dell'espulsione della Compagnia di Gesù, nel 1768, non era tuttavia attivato
nessun corso di filosofia.
La lapide
oggi murata sulla scala d'accesso alla Biblioteca e prima, come ricorda il
Seletti, sulla porta del Monte del Peculio, in origine era posta invece sulla
casa offerta quale sede delle scuole primarie; la sua presenza rimane una
testimonianza della cura dimostrata dall'Istituzione verso i problemi locali
dell'educazione e della cultura. Questo il testo:

Il primo nucleo della Biblioteca
Già il
Seletti accennava alla proposta, discussa nel Consiglio cittadino nel giugno del
1754, di istituire una Biblioteca, mettendo al pubblico studio i libri legati
per testamento dal podestà Scassesi, o più correttamente Caffesi come si legge
nei documenti, salvo affermare subito dopo che la vera costituzione è comunque
quella del 1768, conseguente alla cacciata dei gesuiti dal Ducato. Dalle
delibere del Monte di Pietà si apprende però che tale proposta era già stata
vagliata un anno prima, nel maggio del 1753, per non vanificare gli sforzi del
Monte, da sempre impegnato nella concessione di borse di studio che
permettessero ai giovani il proseguimento degli studi universitari. I reggenti
del Monte facevano infatti notare che gli studenti sussidiati, una volta tornati
a Busseto. "fregiati della laurea dottorale ò in Lege, ò Medicina, ò in Teologia
si ritrovano per la debolezza delle loro forze privi de' necesari libri ...".
Per
mettere quindi i giovani laureati nelle condizioni di poter esercitare le loro
professioni, i consiglieri decidevano "l'erezione di una Libraria ad utilità, e
comodo de' medesimi giovani, nonché di tutto il publico ...", sottolineando allo
stesso tempo che la mancanza di forze sufficienti imponeva, al momento, solo di
dare “le più congrue disposizioni si per il luogo dove fissarla, si per li
cancelli, ove riporre li respetivi corpi de medesimi libri ...". Al termine
della seduta si decideva infine di attendere la preventiva approvazione e
protezione del duca Don Filippo di Borbone perchè il progetto fosse duraturo e
per evitare che "alcuno di qualsivoglia grado, privileggio, ò condizione possa
in verun tempo asportarne la menoma parte per proprio comodo ... e nemmeno li
reggenti stessi ...". I costituzione della Biblioteca rimase però sulla carta se
la Comunità di Busseto ancora il 23 giugno 1754 si doveva interessare
dell'argomento. Il Priore e gli Anziani, nel ricordare le stesse motivazioni
addotte dal Monte l'anno precedente, approvavano l'erezione di una Biblioteca
pubblica suggerendo al Monte di approfittare del "buon numero di libri legali"
lasciati dal defunto podestà Caffesi, da prendere eventualmente in affitto "per
una congrua corrispondenza annua". La seduta si concludeva con la decisione di
farne "umilissima rappresentanza a S.A.R. implorandone la Reale sua protezzione
onde questo pubblico possa godere di tanto beneficio".
Due giorni
dopo toccò al Monte ridiscutere la proposta e ribadire la volontà di erigere una
"Libraria a publico benefizio", valutando stavolta la disponibilità della
Biblioteca del defunto podestà, definita un "capitale assai buono de libri". Gli
eredi interpellati per la vendita si resero disponibili solo ad un affitto e
furono quindi avviate le trattative, subito rese difficili dalla richiesta di
400 lire annue. Nella riunione del 12 luglio 1754 leggiamo però che la cifra era
stata abbassata, con fatica, a 250.
Il 16
luglio arrivò finalmente l'approvazione sovrana per la nuova biblioteca
pubblica, comunicata all'Anzianato della città attraverso una lettera del primo
ministro Roberto Rice. Nel documento si parlava nuovamento dell'acquisto della
biblioteca Caffesi da parte del Monte, eventualità nel frattempo sfumata con la
proposta d'affitto, ma si ordinava anche d'impiegare annualmente "qualche somma
di danaro alla provista d'altri libri per farne un complesso sufficiente" senza
per questo venir meno agli obblighi primari dell'istituto.
Agostino
Renati, procuratore della signora Laura Grondoni di Genova, vedova Caffesi, e i
reggenti del Monte stipularono quindi l'8 agosto 1754 il contratto d'affitto per
la biblioteca di fronte al notaio) Pietro Pettorelli. Attraverso quest'atto
conosciamo per la prima volta la consistenza della Libreria, 340 volumi, senza
purtroppo sapere altro per la perdita del relativo inventario. Le condizioni
d'affitto nel capitolato di cinque punti, oltre a fissare la quota e le modalità
di pagamento. stabilivano anche che in caso d'acquisto di qualche altra libreria
questa doveva avere la precedenza, sempre che la vedova "non le piacesse quella
a prezzo discreto e colle dovute cauzioni privarsene". Si può concludere quindi
che, per più di un triennio, il primo nucleo della Biblioteca del Monte di Pietà
fu costituito dai libri dell'erede Caffesi affittati fino al gennaio 1757,
quando si decise la disdetta, ritenendo gravoso impiegare “in capitale ogn'annuo
[sic] tanta somma". Per provvedere alla sostituizione della biblioteca Caffesi,
benché la vedova avesse lasciato i suoi libri ancora per sei mesi,
accontentandosi del pagamento di un solo trimestre, nel dicembre di quell'anno
la Reggenza del Monte accettò l'offerta dei fratelli Pio e Sisto Rossi, i quali
cedevano in comodato gratuito la loro biblioteca. privata, purché se ne facesse
buon uso e ne venisse "rassetata quella parte, che ne fosse per richiederne il
formale bisogno.
Nelle
settimane successive ai fratelli Rossi giunsero però altre offerte in denaro per
la loro "Libreria". Non volendo costoro venire meno alla parola data, il Monte
deliberò il 4 luglio 1758 di corrispondere comunque, nonostante la generosa
offerta e per non "sagrificare tutto il loro vantaggio", un annuo affitto di
centocinquanta lire per i loro libri. Nella stessa. seduta si dispose la
compilazione di un inventario e si ordinò col tempo "di far acquisto di alcuni
corpi di libri. componenti una sufficiente Libraria" per evitare il "peso di
tale annua ricognizione, che per ora riesce necessaria".
Nel
settembre 1759, si diedero disposizioni per rilevare i libri, collocati "parte
in Parma., e parte in Salso", e trasportarli a Busseto. Nel successivo dicembre
erano già state redatte due copie dell'inventario: una per i due fratelli ed
un'altra per il Monte. L'inventario ancora conservato, piuttosto semplificato e
di non facile lettura, riporta in undici pagine solo il cognome dell'autore,
talvolta qualche parola del titolo e il numero dei volumi. per un totale di 781.
La
restituzione dei libri ai fratelli Rossi, avvenuta il 18 marzo 1765 con
ulteriore inventario di diciotto pagine, segnò anche la temporanea cessazione
dell'attività della Biblioteca del Monte, in attesa della sua rifondazione dopo
soli tre anni con la cacciata dei gesuiti dal Ducato.
Un
controllo a campione nell'odierna Biblioteca su circa trenta edizioni, per lo
più del XVI sec., segnalate sia nell'inventario del 1759 sia in quello del 1765,
ci permette di ipotizzare tuttavia un rientro di qualche volume della Biblioteca
Rossi o per acquisto, o per lascito. La presenza sui frontespizi considerati
della firma di possesso di Carlo Rossi, noto giureconsulto bussetano, lascia
credere che i fratelli Sisto e Pio, nipoti dell'importante personaggio, avessero
inizialmente offerto al Monte tutta la Biblioteca di famiglia, che andò poi
probabilmente dispersa.
La riprova
della riconsegna agli eredi della Biblioteca e della sua successiva dispersione
potrebbe venire anche dalla presenza, da me accertata, di qualche volume
appartenuto al giureconsulto presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di
Fidenza e nella Biblioteca conventuale di S. Maria degli Angeli a Busseto.
I gesuiti a Busseto
I padri
gesuiti si erano stanziati a Busseto nel 1613 presso una casa privata, avendo
ottenuto dal vescovo di Borgo S. Donnino l'autorizzazione ad officiare
nell'antica chiesa di S. Antonio. La presenza. di una Casa di Probazione o
Collegio fu voluta dallo stesso duca Ranuccio Farnese, che riuscì a superare le
perplessità del padre Claudio Acquaviva, generale della Compagnia di Gesù. I
mezzi finanziari per ampliare il primitivo Collegio e costruire una nuova
chiesa. furono messi a disposizione dal nobile bussetano Pietro Pettorelli, che
lasciò ai gesuiti tutte le sue sostanze, in grado di assicurare un reddito di
circa 1.000 scudi annui. Nel testamento l’unica obbligazione del benefattore era
che i gesuiti applicassero tale entrata esclusivamente a favore della casa di
Busseto. Nel documento il Pettorelli faceva anche menzione della doverosa
presenza di una Biblioteca per istruire i giovani del luogo.
Abbattuta
la chiesa di S. Antonio, l'architetto cremonese Francesco Pescaroli progettò una
nuova chiesa, terminata attorno al 1680 e dedicata poi a S. Ignazio di Loyola,
il fondatore della Compagnia di Gesù. Collegio e chiesa formano. ancora oggi. un
maestoso complesso in stile dorico, alleggerito da un portico di quindici arcate
sopraelevato rispetto al piano stradale dell'attuale Via Roma, strada principale
della città.
Le vicende
del Collegio bussetano non differiscono da quelle degli altri conventi della
Provincia Veneta: in campo scolastico, per esempio, anche a Busseto i gesuiti si
disinteressarono del problema dell'apprendimento elementare, orientando la
propria azione educativa sull'asse formativo retorico-filosofico. La soluzione
indiretta adottata dai padri fu quella di affidare l'insegnamento primario a
personale esterno, quasi sempre sacerdoti secolari, mantenendo comunque una
supervisione didattica e disciplinare. Dalla fine del XVII secolo anche
l'insegnamento della grammatica inferiore e media fu demandata ai maestri delle
"scuolette", mentre i gesuiti si riservarono quello della grammatica superiore e
della retorica.
Dopo la
cacciata dei gesuiti avvenuta, come vedremo, nel 1768, il collegio fu utilizzato
in vario modo come scuola, abitazione privata, caserma, ospedale e, attualmente,
come casa protetta.
L'espulsione dei gesuiti dal Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla nel febbraio
1768
Il Fois
afferma che è da ricercare nell'illuminismo "una delle cause principali, se non
proprio la principale, della soppressione della Compagnia di Gesù",
sottolineando che era soprattutto l'opera educativa dei gesuiti ad essere
avversata "per la complessità del metodo pedagogico codificato nella Ratio e
particolarmente per i suoi contenuti filosofici e religiosi". I nuovi
pedagogisti e i governi illuminati vedevano quindi nella Compagnia di Gesù
l'ostacolo maggiore al diffondersi dei "lumi".
La lotta
radicale contro i gesuiti fu portata avanti, non estraneo un gruppo di prelati
di tendenza giansenistico-agostinista, dai circoli intellettuali "illuminati"
per combattere l'oscurantismo tradizionale rappresentato, secondo loro, dai
padri della. Compagnia, e in prima persona dai ministri filosofi dei sovrani
assoluti "in nome del giurisdizionalismo cesaro-papista e contro i privilegi
primaziali del Papa difesi dai Gesuiti”.
Le prime
parziali soppressioni presero il via dal Portogallo con l'espulsione, il 16
settembre 1759, di quattrocento gesuiti da parte del re Giuseppe Emanuele I,
ispirato dal ministro Sebastiano Carvalho, marchese di Pombal, ammiratore degli
enciclopedisti francesi; seguì la Francia nel 1764, dove già due anni prima il
Parlamento di Parigi aveva sentenziato che “la Compagnia di Gesù è
incompatibile, per sua natura, con qualsiasi Stato civile, in quanto contraria
al diritto naturale, perniciosa per ogni autorità spirituale e temporale…”; nel
1767, fu la volta di Carlo III di Spagna che ne cacciò tremila, sotto la
pressione dei ministri Aranda, Campomanes e Tanucci. Poche settimane dopo,
Ferdinando IV di Napoli seguì l'esempio delle corti borboniche maggiori,
caricando i padri gesuiti su vascelli e inviandoli nello Stato Pontificio.
Anche il
Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla pochi mesi dopo, nel febbraio 1768, si
apprestò a fare lo stesso, ma la cacciata non fu opera del duca Don Ferdinando,
all'epoca diciassettenne, quanto del ministro Du Tillot, "spinto dal desiderio
di imitare pedissequamente quegli Stati ai quali l'infante era legato dal Patto
di Famiglia e dai quali totalmente dipendeva, essendo sostenuto da una forte
pensione che Francia e Spagna pagavano annualmente".
Il colpo
di grazia fu inferto la mattina del 21 luglio 1773, quando lo stesso pontefice
Clemente XIV, pressato dalla corte spagnola,. firmò il breve
Dominus ac Redemptor. che sanciva lo scioglimento della Compagnia
Per quanto
riguarda il Ducato di Parma, l'espulsione era già stata predisposta fin dal
luglio del 1767 dal ministro Du Tillot, che si interessò personalmente
all'operazione, curando ogni dettaglio e facendo precedere sulla Gazzetta di
Parma una campagna diffamatoria contro i gesuiti. Nel frattempo era anche
intercorsa una corrispondenza con i ministri degli stati confinanti, per
ottenere l'autorizzazione preliminare al passaggio dei padri negli attigui
domini; scartata l'ipotesi di un attraversamento del territorio lombardo, si
decise di dirigerli verso il Ducato di Modena per raggiungere quindi gli stati
pontifici.
L'espulsione partì dal Collegio di Piacenza alle sette di sera del 7 febbraio
1768: l'anticipo era imposto dalla necessità di far uscire contemporaneamente i
gesuiti dai territori ducali. Seguirono poi i collegi di Busseto„ Borgo S.
Donnino, Parma, e Guastalla; alla mattina seguente l'operazione poteva ritenersi
terminata.
Ma qual
era la situazione del Collegio di Busseto al momento della cacciata? Da una.
nota inedita del novembre 1707, tre mesi prima della partenza, è possibile
conoscere numero, provenienza e mansioni dei religiosi. Basti qui ricordare che
oltre al rettore, padre Bartolomeo Vio, erano presenti altri cinque sacerdoti,
otto novizi, di cui la metà veneziani, un maestro d'umanità e grammatica, sette
laici e quattro inservienti, per un totale di 26 persone.
Il 7
febbraio 1768 un distaccamento di soldati, partito da Parma nella prima
mattinata, prese posto a poca distanza dall'abitato di Busseto per agire solo
dopo il tramonto. Il podestà di Busseto Francesco Bertioli così riferiva al Du
Tillot dell'operazione d'espulsione dei padri dalla città:
Alle ore 8
in punto si siamo, il comandante io e la truppa, incaminati verso il Collegio di
questi Padri Gesuiti., abbiamo ad un tempo fatte armare tutte le porte e
comunicazioni esteriori, e suonato il campanello, è comparso alla porta il
Fratello Antonio Caldera, portinaio, quello immediatamente fatto trattenere, si
siamo fatti insegnare tutte le comunicazioni, che mettono nella chiesa, nelle
congregazioni ed oratori alle quali si sono poste le opportune guardie, acciò
nessuno vi si possa rifuggiare. In seguito con la scorta e guida dello stesso
portinaio si stento trasferiti a tutte le stanze ove erano li Religiosi ed a
cadauna di esse si sono poste le sentinelle coll’ordini convenienti. Si siamo in
fine portati alla camera del Padre Rettore, a cui abbiamo ordinato doversi
adittare una camera capace de li individui tutti del Collegio, ed immediatamente
dopo aver chiusa la Camera dello stesso Padre Rettore e ritenuta presso di noi
la chiave si siamo trasferiti in salone ove sogliono radunarsi li Padri. Ivi
pervenuti si è mandato il portinaio accompagnato dall'uffiziale e soldati a
levar di camera ciascun Religioso d'ordine del Padre Rettore per condurlo alla
sala d'unione. Unitisi tutti a chiara loro intelligenza ò loro letto il Reale
decreto del qual’atto questo attuaro Fogliazzi ne à fatto rogito. Al cenno
sovrano tutti si sono rispettosamente rassegnati, e li giovani, fra li altri,
pareva che tripudiassero.
Immediatamente si sono spediti il Padre Procuratore ed altri Religgiosi scortati
ciascuno da un ufficiale, e soldati alle rispettive celle, e camere dei
Religgiosi per trascegliere, e levare gli capi che nel Reale Decreto è stato
loro permesso di prendere. Portati li involti tutti nella sala, si sono
visitati, e ciascuno à fatto il suo fardello. Ci hanno richiesto un poco di
cibo, e si è loro permesso di prenderlo. Alle undici e mezzo in punto sono
montati nelle rispettive sedie e si sono inviati al loro destino, consegnandoli
all’uffiziale di Cot. R. Scuderie incaricato a tal effetto. E speriamo, che alla
fissata ora potranno giungere a cotesta città. Non essendovi che il Padre
Rettore che avesse la formale procura ed amministrazione di questo collegio e la
notizia sulli affari tutti riguardanti il medesimo l'è trattenuto assieme con il
frate laico Giuseppe Zini campagnolo ed informato pur esso di tutti gli affari
della famiglia. Come pure è trattenuto il padre Andrea Barpi vecchio e acciacoso
ed il fratello Giuseppe Heray tedesco impazzito da molti anni ...
In quella
notte i padri gesuiti lasciavano quindi anche Busseto, dopo più di un secolo e
mezzo di attiva presenza, per non farvi più ritorno. I padri. in verità, come
ricorda il Seletti, fecero un tentativo inviando al Duca il 13 marzo 1796 una
supplica, appoggiata anche da alcuni bussetani, ma l'occupazione del Ducato da
parte delle truppe napoleoniche avvenuta due mesi dopo vanificò ogni residua
possibilità di ritorno.
La Biblioteca gesuitica di Busseto
In origine
la biblioteca dei padri gesuiti era collocata quasi sicuramente nell'angolo
sud-est del Collegio. in un locale abbastanza ampio con due grandi finestre
rivolte verso il cortile interno. Questa almeno è l'ipotesi che è possibile
avanzare esaminando alcune piante dell’immobile dei primi anni dell'Ottocento:
la stanza che ci interessa è infatti ancora definita la "Libraria", benché
quella parte del Collegio fosse all'epoca utilizzata come abitazione.
L'edificio
gesuitico, adibito prima per lo più ad Ospedale e ora a Casa protetta per
anziani, ha subito con gli anni diverse ristrutturazioni che hanno toccato anche
il locale della biblioteca, con l'innalzamento di muri divisori e la
trasformazione dei vari ambienti in camere per gli ospiti.
Le
scaffalature che ornavano la biblioteca, poi trasportate nei locali del Monte,
erano state realizzate nel 1712, come risulta dal contratto stipulato tra il
"maestro di quadratura" Pietro Corsini e il rettore del Collegio padre Antonio
Maria Chiapponi. Nel documento si stabiliva che il Corsini avrebbe costruito "le
scancie nuove della Libreria, secondo il disegno esibito, alle tre facciate
d'essa libreria; per lire quattrocento di moneta di Parma ...". L'accordo
prevedeva anche la realizzazione di una nuova porta d'ingresso al locale, mentre
la fornitura dei materiali sarebbe spettata allo stesso rettore.
La
consistenza libraria della Biblioteca, circa 2.300 volumi, ci è nota attraverso
due registri settecenteschi, rilegati in pergamena, oggi conservati nella
Biblioteca del Monte. Il primo, Auctorum
nomina, presenta la seguente disposizione: cognomi degli autori in ordine
alfabetico, titolo abbreviato, numero dei tomi e collocazione (lettera
dell'alfabeto per lo scaffale, numeri arabi per palchetto e numero).
Il
secondo, che ha per titolo Auctorum ordo,
riporta invece la suddivisione dei
libri per materie; gli autori sono quindi elencati, come ricordato, per
scaffale, palchetto e numero.
La
seguente tabella mostra la ripartizione da me dedotta.
Lettera
scaffale e Materia
Volumi
A Classici
greci, latini e in volgare, dizionari e grammatiche
247
B Storia
ecclesiastica e civile, Agiografia
204
C
Filosofia, Matematica, Geografia, Medicina, Architettura
200
D Diritto
ecclesiastico, Liturgia
194
E Teologia
morale
187
F Teologia
156
G
Apologetica, Controversie
212
I Omiletica
217
L
Patristica, Scolastica
124
M Sacre
scritture, Esegesi biblica
185
N Ascetica
240
O Ascetica,
Gesuitica
104
Totale
2270
La visita di Paolo Maria Paciaudi a Busseto: alcuni libri vengono requisiti
Nel luglio
1768 il teatino padre Paolo Maria Paciaudi compì una visita d'ispezione alle
scuole del Ducato, a seguito dell'espulsione dei gesuiti. La loro partenza aveva
messo in crisi il settore della scuola, e nello stesso tempo aveva posto il
governo di fronte all'urgenza di una riforma dell'insegnamento. Il Paciaudi
affrontò il problema con un gruppo d'intellettuali, tentando "di creare una
scuola coordinata e controllata dallo stato, dalle elementari all'università".
Il lavoro portò alla 'redazione della
Costituzione per i nuovi regi studi, documento all'avanguardia per i tempi e
molto ammirato anche in Francia e Spagna, ma accantonato nel Parmense dopo solo
qualche anno.
In quei
giorni Paciaudi ebbe modo di visitare anche le scuole di Busseto e tale visita
ci è nota nei dettagli grazie alla relazione che il padre teatino fece al
ministro Du Tillot il 12 luglio di.quell'anno.
Nel
documento il Paciaudi tratta delle scuole, del collegio, della chiesa e della
Bibloteca dei gesuiti, suggerendo al ministro le soluzioni più opportune a
diversi problemi. Di grande interesse sono alcune sue considerazioni sulla
popolazione di Busseto, giudicata succube dellaCompagnia di Gesù:
... E’
questo un popolo elettrizzato così fortemente dall'industria Gesuitica che
ritiene ancora tutto lo spirito elettrico, che gli è stato comunicato. A vista
di un imagine d’un Santo della Compagnia, si risveglia la concepita fiamma, e le
scintille escon dagli occhi dei devoti, e delle devote della Società. I sacri
Ministri di quest'ordine pare, che abbian persuaso ai Bussetani, che Dio abiti
più visibilmente nella Chiesa di S. Ignazio che nelle altre ...
E poco
oltre accenna agli stessi padri gesuiti:
... Qui
non risiedevano Socj dell'infimo valore, come nelle altre piccole città.
Venivano a Busseto tutti i migliori soggetti per farvi il secondo noviziato. Il
Rettore che doveva dare l'ultima dose a questi novizj tutti di sopra trent'anni,
per formarne l'elixir jesuiticano,
dovea esser uomo della prima sfera, e pieno delle massime antiche; con cui si
regge l'ordine. Questo Rettorato era o il grado prossimo al Provincialato, o il
premio di quello bene esercitato. I Bussetani dunque non hanno veduto, e
trattato, che con il fior de' Gesuiti. Il rispetto, la stima, la devozione, che
ne hanno concepita, è scusabile. Tocca ora a noi impedirne ogni effetto
pernizioso _
Nella sua
visita il Paciaudi si interessò ovviamente anche alla loro biblioteca,
riferendone in questi termini:
… Era da
aspettarsi, che in una Casa di Probazione, destinata a formare il Vero Gesuita.
a saldargli nell'animo le massime fondamentali. a dargli l’ultima tinta, e
necessaria vernice, vi si trovassero tutti i libri a questa operazione
convenevoli, ed accomodati. Le famose Costituzioni al Titolo Regulae Instructori
Patrum tertiae probationis al §. 9. ordinano la provista de' libri, che
riguardano il Santo Instituto, acciò i Novizi ne conoscano l'eccellenza, e
contraggano amor maggiore per esso avanti di fare la solenne Professione.
Infatti ho qui trovato l'arsenale di queste armi. Le regole, le storie della
Società, le vite de' suoi uomini illustri, le apologie della compagnia, le
controversie cinesi, le difese della Dottrina Gesuitica, tuttociò„ che riguarda
il Giansenismo, e tutte le impertinenze del P. Zaccaria. Quanto mai ho giudicato
non doversi lasciare sotto gli occhi di un popolo Terziario dell'Ordine per
distruggere questa preoccupata estintazione de' Gesuiti, di già stato incassato,
chiuso, sugellato insieme a pochi altri libri buoni, che mi sono sembrati poter
convenire alla R. Biblioteca. La cassa è in mano del Sg. Podestà, da spedirsi
secretamente à Parma, quando piacerà a. S.E. La nota è qui unita per essere
approvata, e sottoscritta, e rimandatami a Piacenza ..."
Possiamo
sapere qualcosa di più su questi libri proprio grazie all'accennata "nota" che
ha per titolo: "Libri estratti dalla Biblioteca del Collegio de' Gesuiti di
Busseto per Real Commissione, e spediti a Parma". L'inedito elenco, conservato
all'Archivio di Stato, porta la data del 10 luglio 1768 ed è a firma dello
stesso Paciaudi. In esso sono trascritti, in chiara grafia, circa una
cinquantina di titoli, con informazion i anche sul formato e sul numero dei
tomi, oltre che sul luogo e la data di stampa.
Questo
passaggio di libri da Busseto a Parma segnava un ulteriore impoverimento dei
fondi librari bussetani, dopo le vicende, ben più gravi, della Biblioteca del
Convento francescano di S. Maria degli Angeli. Solo qualche anno prima, infatti,
tra il 1765 e il 1768, il religioso teatino, attraverso alcuni scambi che oggi
definiremmo iniqui, era riuscito ad ottenere diversi codici miniati e numerosi
incunaboli, tra cui una Sumna Theologiae
stampata a Magonza da Peter Schoeffer nel 1467 cd una
Historia Naturalis di Plinio, stampata
a Roma da Sweynbeyrn e Pannartz nel 1470, solo per citare i casi più clamorosi.
Nella ricordata relazione al Du Tillot, il Paciaudi, trattando delle scuole,
accenna ad uno dei responsabili di quell'operazione, il padre guardiano Luigi
Fedele da Villanuova: "... Se dovessi parlar di lui secondo la privata affezioni
mia, il loderei grandemente avendo da lui avuti i bei libri antichi che erano
nel Convento. S.E. sa che chi mi dà libri divien per me un eroe ...", salvo
definirlo subito dopo un uomo “troppo ignorante".
E’
evidente che le requisizioni nella Biblioteca dei gesuiti erano dettate da
motivi differenti, soprattutto dalla contingente politica antigesuitica, mentre
marginali sembrano essere stavolta gli interessi per nuove acquisizioni a favore
della Biblioteca Palatina, inaugurata proprio nel maggio di quell'anno.
Scorrendo
la "nota" del Paciaudi, troviamo comunque qualche titolo "conveniente" alla
Palatina e tra questi si segnala anche un incunabolo, le
Institutiones grammaticae di Prisciano in folio, stampate a Venezia
nel 1477, oltre a qualche classico latino ed italiano: un Ovidio con note del
Pontano (Anversa, 1618), un Tito Livio in folio (1680), un'Iliade, un Petrarca
con commento di Giovati Andrea Gesualdo (Venezia. 1574) e le
Vite degli uomini illustri, sempre del
Petrarca (Venezia, 1527). Tra i vari volumi una. Bibbia "variarum translationum"
(Anversa, 1616) ed un Missale Romanum
(Venezia, 1560), ma anche qualche curiosità: le
Institutiones Linguae Arabicae di
Pietro Metoscita (Roma, 1627) ed un testo manoscritto d'architettura del gesuita
Giacomo Briano.
La maggior
parte dei titoli costituisce, come abbiamo visto, quell'”arsenale” che tanto
preoccupava il Paciaudi; vi troviamo: l’Istoria
del popol di Dio del padre Berruyer (Venezia, 1757), opera più volte messa
all'indice e motivo di polemiche nel 1763; un testo del Bartoli,
Della vita e dell'Istituto di S. Ignazio
(Roma. 1650); l’Institutum Societatis Iesu
(Praga, 1705); le lettere annue dal Giappone e da altre missioni; alcune
apologie dei Gesuiti, tra cui una del Cenati, due del Caussin e un'altra in nove
tomi "colla data di Fossambrone''.
Il
De haeresi janseniana del padre Dechamps (Parigi, 1728) testimonia
invece la disputa con il movimento eterodosso di Port-Roval, mentre la 'Responsio
ad carmelitas" del Papebrochius (Anversa, 1696) quella con i carmelitani.
Dell'annosa questione dei riti cinesi, trascinatasi fino al 1742 quando il papa
Benedetto XIV vietò ai neocristiani di parteciparvi., trattano tre tomi stampati
a Lovanio e Parigi nel 1700, che Paciaudi requisì.
Un buon
numero di titoli hanno come oggetto il probabilismo, la dottrina morale che
ottenne una formulazione teologica definitiva nel 1577, ad opera del domenicano
Bartolomeo da Medina, diventando poi fondamentale nel sistema etico gesuitico.
Questi i titoli: Supplemento all'Istoria
del probabilismo di Nicolò Ghezzi (Lucca, 1645),
Raccolta di proposizioni del Probabilismo impugnate (1748),
Paradossi su la Storia del probabilismo
(Aquileia, 1748), Lettere theologiche
contro il probabilismo (Lucca, 1752),
Lettere contro l'istoria del probabilismo (Modena, 1753 e 1755).
L'arrivo
di questi volumi nella Biblioteca Palatina è confermato da un controllo a
campione nel catalogo; da accertare invece l'effettiva presenza a scaffale, dopo
i gravi danni causati dai bombardamenti del 1944, a causa dei quali andarono
distrutti circa ventimila volumi.
La Biblioteca dei Monte di Pietà: fondazione e fasi costruttive dell’edificio
La
cacciata dei gesuiti e la chiusura della loro biblioteca, sempre aperta ai
giovani studenti bussetani, creò un grosso problema, come sottolineava il Priore
della Comunità di Busseto Giambattista Bocelli, perchè la gioventù studiosa si
lasciava andare "all'ozio, ed alla svogliatezza, tanto perniciosa…”.
Il priore
propose quindi di inviare una lettera al primo ministro Du Tillot, allegando una
supplica al duca Don. Ferdinando, al fine d'ottenere l'uso di quei libri. Nel
documento si ricordava che fin dal 1754 il defunto duca Don Filippo aveva
approvato la creazione di una biblioteca pubblica a Busseto e che questa, poi
effettivamente aperta, aveva funzionato solo per pochi anni per ragioni
economiche.
L’interessamento della Comunità portò i suoi frutti e il 27 settembre 1768 il
ministro Du Tillot inviava una lettera ai reggenti del Monte di Pietà; nel
documento. oltre alla concessione sovrana di due nuove cattedre alle scuole
cittadine (una di teologia dogmatico morale, e l'altra di filosofia), si
trattava della sorte dei libri e delle scaffalature dei gesuiti, che passavano
ora al Monte, a titolo di prestito precario; per uso pubblico. L'atto segnò
stavolta la nascita ufficiale della Biblioteca cittadina:
... Si
degna pure il R. Infante di permettere la traslazione della Biblioteca, e de'
suoi armadi, come stanno ora nella R. Casa di S. Ignazio, nelle camere
fabbricate da codesto Monte per uso pubblico, ritenendone però la proprietà, e
il dominio assoluto, come di cosa devoluta al Regio Fisco. E finalmente permette
ai Deputati del Monte il poter eleggere il bibliotecario, o custode a suo
piacimento, implorandone però la conferma. ...
Al
ginsdicente si ordina la legale ricognizione dei libri in compagnia dei Deputati
del Monte, la verificazione del catalogo, la consegna autentica dell'intera
Biblioteca, e suoi scafali. Ma i Deputati saranno tenuti a riceverla come
prestito precario revocabile a piacere del Principe senza traslazione di
dominio, e si obbligheranno in nome del Monte alla spesa del trasporto,
dell'opera necessaria per adattare gli armadi al sito, siccome a rispondere
della conservazione, e finalmente a porre sul vestibolo della Biblioteca la qui
ingiunta inscrizione. da incidersi in marmo ...
La lapide
di cui parlava il ministro e che sappiamo dettata dallo stesso Paciaudi si trova
oggi sulla porta d'accesso alla biblioteca, ma è curioso ricordare che i
reggenti, almeno in questo caso, non furono molto solerti nell'esecuzione degli
ordini sovrani: la realizzazione della lapide venne infatti ordinata solo nel
1787.
Questo il
testo:

La stessa
iscrizione come appare variata nell'edizione bodoniana del 1798. Vi è stata
tolta la riga antigesuitica "Deleta quae in studiis exundabal pravitate"

Dopo la
preventiva approvazione sovrana, primo bibliotecario fu nominato Buonafede
Vitali junior, fondatore in città, col fratello Fabio e con l'abate Eletti,
dell'Accademia arcadica "Emonia", detta prima degli "'incostanti". attiva tra il
1749 e il 1819. Il Vitali ricoprì la carica di Bibliotecario fino all'anno della
sua morte, avvenuta nel 1799.
Il
Napolitano, nel tracciare la documentata storia della Biblioteca, non si è
occupato della costruzione dell'edificio che oggi la ospita, ricordando
solamente che il Monte di Pietà costruì nuovi ed appositi locali. Notizie
inedite sull'argomento vengono ora da alcuni documenti dell'archivio del Monte
di Pietà che mi è stato possibile visionare e che permettono sorprendentemente
di anticipare di alcuni anni la data d'inizio dei lavori di costruzione
dell'edificio.
L'arrivo
al Monte di Pietà dei libri e delle scaffalature del Collegio gesuitico
bussetano pose immediatamente l'esigenza di una sede idonea per la Biblioteca.
E’ evidente che nuovi locali non potevano essere realizzati in tempi brevi, e
certamente si utilizzò una sede provvisoria. Quale fosse questa sede non è però
esplicitato nelle deliberazioni dei reggenti: potrebbe essere stata lo stesso
Palazzo del Monte, se si presta fede a quanto si legge nella delibera del 29
settembre 1768, in cui si parla di trasportare libri e scaffali “nelle camere di
questo Monte medesimo".
II Du
Tillot, invece, nella ricordata lettera. di costituzione della Biblioteca,
parlava genericamente di "camere fabbricate da codesto Monte per uso pubblico".
Il bibliotecario Vitali, presentando alcune spettanze nel gennaio del 1769,
riferiva invece di aver curato personalmente il trasporto delle scaffalature e
dei libri dal Collegio "nella Casa del Monte, ove oggi si trovano ...":
certamente gli stessi locali utilizzati negli anni precedenti, come abbiamo
visto, per le scuole cittadine. Di grande interesse per datare l'inizio dei
lavori di costruzione della nuova sede, in ogni modo precedenti la cacciata dei
gesuiti, è una relazione firmata da tale Gioseffo Fioruzzi, che compì
un'ispezione al Monte di Pietà nel gennaio del 1764; dal documento veniamo a
conoscenza che i lavori erano iniziati addirittura nel giugno dell'anno
precedente, salvo poi essere d'autorità interrotti per troppa spesa. Una
conferma sull'inizio dei lavori in quell'anno viene anche da una relazione del
perito Vincenzo Perinai, che parla di "Fabbrica della Libreria ... cominciata
l'anno 1763".
Da una
fattura del giugno 1764 riusciamo anche a sapere il nome del progettista del
nuovo edificio, tale Michele Brilli, che fece "li disegni della nova fabricha
del Monte di pietta [sic] ... la pianta terena e la pianta del primo piano con
spachetto di dentro e il disegno della Libraria ..."
Due
documenti dell'estate del 1769, una lettera al Du Tillot e una delibera dei
Reggenti, ci informano però della ripresa dei lavori e della discussione in atto
su due nuovi progetti presentati dal capo mastro Giovanni Rizzi. Venne approvato
il primo "per potere sollecitamente, ed al più presto che si può trasportare
nella nuova fabbrica, che si va costruendo la Libreria ...". A tal proposito, la
Reggenza deliberava l'acquisto di trenta mila "tra quadrelli, quadrellini da
volto, mattoni e coppi”.
Nella
primavera del 1770 il cantiere doveva essere aperto; ne è un indizio il fatto
che il capitano Marco Delfò Ghirardelli avesse contestato alcuni lavori al muro
divisorio tra "la nuova fabbrica della Libraria” e la sua casa. Venne ordinata
una perizia e i lavori eseguiti dal muratore Cristoforo Faroldi furono sospesi,
perché il muro, così sosteneva il Ghirardelli, risultava "trapassato, tagliato e
ruinoso".
Dell'estate dello stesso anno sono le stime e il progetto dell'elegante scala
che conduce alla Biblioteca, realizzata dai mastri muratori Cristoforo Faroldi
del Bersano e Giovanni Ricci (in altro documento Rizzi) di Busseto, che ne firmò
anche il disegno allegat.
Rilevanti
sono due delibere degli ultimi mesi del 1770: la prima cita "... spese che vuole
seco la Libraria ad effetto d'essere abilitata, e così in finestre, uscii,
trasporto de libri, scafali ed altro ...", mentre la seconda liquida i compensi
per le opere murarie.
Del
novembre 1770 è la fattura di un rinomato artigiano, il falegname Francesco
Galli di Soragna, per la realizzazione di "tre tellari da finestra alla
francese”, mentre nel mese successivo si ha notizia del trasporto delle
scaffalature gesuitiche dalla sede provvisoria a quella definitiva.
Nell'ottobre del 1771 l'edificio doveva essere terminato nelle strutture, ma non
ancora utilizzabile: una nota del falegname Angelo Rovaldi documenta infatti la
fornitura di legnami, la realizzazione di una porta d'ingresso e numerosi lavori
di adattamento delle scaffalature al luogo. Nel maggio 1772 risultano invece
effettuati. ad opera dei fratelli Scaglioni, lavori di verniciatura delle
finestre, scaffalature, porta e pavimento.
Contrariamente quindi a quanto si pensa, la Biblioteca non era terminata nemmeno
in occasione della visita a Busseto, il 24 agosto di quell'anno, del duca
Ferdinando di Borbone. Il sovrano, giunto a Busseto in occasione della festa
patronale, ebbe modo di visitare le chiese cittadine, le scuole, il Monte di
Pietà ma, anche la Biblioteca evidentemente ancora un cantiere: nel dicembre
1772 infatti il falegname Rovaldi presentava una fattura per diversi lavori, tra
cui la realizzazione del portone d'ingresso a pianterreno e dei due grandi
tavoli ancora oggi nella sala A.
I lavori
proseguirono anche nell'anno successivo interessando soprattutto l'atrio
d'ingresso e lo scalone: oltre ad opere in muratura, si misero i telai e i vetri
alla cupoletta, oggi non più esistente, e Giambattista Sali realizzò la
ringhiera in ferro battuto per lo scalane.
Si può
quindi concludere che l'attuale sede della Biblioteca non può essere stata
inaugurata ed aperta al pubblico prima della fine del 1773.
L'acquisizione dei libri del Collegio gesuitico di Borgo S. Donnino
Nell'estate del 1769 il Priore e gli Anziani della Comunità di Busseto, nel
constatare che la Biblioteca cittadina scarseggiava di libri legali, inviarono
supplica al duca Ferdinando per ottenere il trasporto dei libri del collegio ex
gesuitico di Borgo S. Donnino, al momento inutilizzati. La richiesta venne
accolta e il primo ministro Du
Tillot, scrivendo al podestà di Borgo S. Donnino (odierna Fidenza), diede
disposizioni circa il trasferimento a Busseto, in forza della concessione
sovrana, di ciò che rimaneva “nella picciola biblioteca" dei gesuiti di quella
città.
Un
inventario compilato l'anno precedente, proprio il giorno successivo
all'espulsione dei padri della Compagnia di Gesù, ci permette di valutare la
consistenza originaria di quella Biblioteca. Il documento elenca meticolosamente
tutti gli oggetti, suppellettili sacre, denaro, mobili, biancheria, vestiario,
ritrovati nel collegio di Borgo S. Donnino. Una sezione, come ricordato, si
occupa dei volumi della "Libraria", che erano organizzati per materie in sette
scaffali, distinti da una lettera dell'alfabeto. L'inventario, compilato
probabilmente in tutta fretta, non riporta alcun titolo delle edizioni, ma solo
il numero dei volumi di ogni palchetto, per un totale di 1520. A questi sono
aggiunti altri 38 volumi, presenti sempre nello stesso locale ma conteggiati
separatamente, e altri 540, tra cui anche manoscritti, ritrovati nelle camere
dei padri gesuiti. Il totale complessivo è quindi di 2100 volumi circa.
Nell'estate del 1768 della biblioteca si interessò il Paciaudi, durante la sua
visita d'ispezione alle scuole del Ducato, lasciandone memoria in una relazione
stesa qualche giorno prima di quella, già ricordata, di Busseto:
...
Riuniti i libri delle Camere, e della biblioteca. il tutto forma la somma
d'incirca 2000 volumi. La qual massa ho divisa in quattro classi.
§. II. La
prima è de' libri, che ho stimato poter convenire alla Real Biblioteca, e di
quelli, che con probabilità potranno esitarsi, o permutarsi utilmente. Questi
sono riposti in tre casse ...
§. III. La
seconda classe comprende i libri, co' quali può soddisfarsi al debito, che
abbiamo co' Francescani di Busseto. Avendo qui trovati sotto la mano alcuni
Commentatori, Teologi, e Canonisti, che que' Frati avean domandati in compenso;
fatto prima cancellare ad ogni libro la inscrizione =Collegii Burgi S. Donnini =
Bolli collocati in un cassone nuovo. Ho creduto, che essendo a due passi da
Busseto, e avendo pronto quanto occorreva a pagar il debito antico, convenisse
dispor così, senza aspettare a pagarlo da Parma con maggior dispendio ...
§. IV. La
terza classe è formata di libri di belle lettere, filosofici, e teologici, de'
quali erano in estremo bisogno questi professori, e maestri. Non è qui
biblioteca alcuna, ne modo di proveder libri, perciò ho stimato, che dei libri
posseduti in comune dagli espulsi non vi potesse fare impiego ne più proficuo,
ne più conforme alle intenzioni di S.A.R. che farne prestito di una porzione ai
professori qui stabiliti ...
§. VI. La
quarta ed ultima classe sono incirca 900 miseri avanzi, su quali non ho saputo
determinarmi. Libri di pessima morale e di barbarica teologia, libri di legge,
che trovatisi nello studio d'ogni procuratorello: libri predicabili, ed ascetici
tutti vecchi, e molti imperfetti, ecco cio', che rimane nel Collegio di Borgo
..."
In
riferimento al terzo paragrafo della relazione, ho voluto accertare presso la
biblioteca conventuale di S. Maria degli Angeli di Busseto l'effettivo
trasferimento da parte del Paciaudi dei citati libri di provenienza gesuitica.
Un
controllo delle note di possesso e delle antiche segnature dorsali di tutti i
volumi della biblioteca, purtroppo ampiamente manomessa, permette di confermare
la presenza ancora oggi di una trentina di volumi, per lo più in folio,
provenienti dai gesuiti di Borgo S. Donnino; confermo, quale semplice curiosità,
la presenza su alcune edizioni di cancellature delle note di possesso, di cui
parlava Paciaudi, che rimangono comunque leggibili.
Da
segnalare anche una ventina di volumi provenienti dai gesuiti di Busseto, per i
quali è difficile spiegare le modalità. di arrivo.
Ritornando
all'estate del 1769, al momento della. supplica del Priore e degli Anziani di
Busseto per i libri di Borgo S. Donnino, è ancora una volta interessante
conoscere le considerazioni contenute in una minuta del padre Paciaudi.
evidentemente interpellato dal ministro in proposito:
...
rimanevano in quel collegio incirca 400 volumi tra buoni, e cattivi, trà utili,
e inutili, trà interi, e scompaginati, o laceri. Questa porzione ivi rimasta,
che ora si domanda dalla Comunità di Busseto, consiste in libri legali,
ascetici, e predicabili.
Il
rimetterli in vendita in Borgo non può aver luogo, non essendovi compratori. Il
trasferirli a Parma per la vendita sarebbe spesa che non merita di esser fatta,
avuto riguardo al tenue valor dei libri: libri che o tutti i legali hanno, o che
bisognerebbe gettare a vil prezzo. Il lasciarli in quel collegio è esporli ad
esser consumati dalle tignuole. Depositarli o nel Seminario, o alla Casa della
Comunità non saranno di alcun uso.
Tali
considerazioni premesse mi pare che si possano fidare alla pubblica Biblioteca
di Busseto, ove incorporati agli altri e sotto la custodia di quel biblioteca
[sic], non periranno, ma saranno di qualche uso. Ma bisogna che il Monte di
Pietà li riceva in deposito, risponda della conservazione, come si è fatto nella
traslazione de' libri del collegio bussetano alla pubblica libreria. Ordinarci
pure al Monte di mandare a rilevarli a sue spese in Borgo. Nel tempo stesso
scriverei al podestà di Borgo per la consegna legale.
Il parere
del Paciaudi fu accolto e, come abbiamo visto. il Du Tillot scrisse al podestà
di Borgo S. Donnino per informarlo della decisione, mentre i reggenti del Monte
di Pietà, nella seduta del 27 luglio 1769, diedero disposizioni circa il
trasporto dei volumi e stabilirono d'inviare presso il podestà di quella città
il conte Sigismondo Marziani, `depositario de pegni", Francesco Falliva,
"ragionato", e Vincenzo Perinai con il compito di "formare l'inventario di que’
libri”. Informazioni più precise sui dati tipografici delle edizioni trasportate
a Busseto le abbiamo dal registro che ha per titolo: "Instromento di consegna di
tutti gli libri rimasti nella Libraria, che era nel Collegio de' Gesuiti di
Borgo San Donnino". Nel registro l'elenco dei libri è preceduto dall'atto di
consegna stipulato il 1° agosto 1769 tra Giuseppe Degani, podestà di Borgo S.
Donnino e nobile di Busseto, e i citati Marziani e Falliva, i quali agivano in
qualità di "coregenti deputati" del Monte di Pietà.
Un
conteggio delle edizioni permette di confermare, l'arrivo a Busseto di 1238
volumi. Nella seguente tabella riassuntiva si fornisce il numero dei volumi di
Borgo S. Donnino, secondo l’inventario redatto all'espulsione., nonché il numero
di quelli trasportati a Busseto l'anno successivo.
Per ogni
materia sono trascritte le voci originali utilizzate nei due documenti
consultati:
Lettera
scaffale e Materia Volumi
all'espulsione
Volumi trasportati a Busseto
A
Moralistae
109
98
B
Canonistae et Iuris Peritorum
126
97
C Theologi„
Philosophi,
et
Controversistae
216
53
D
Concionatores
204
196
E
Uuinanistae
122
81
F S. Patres, et Sacrae
Scripturae
interpretes
106
68
G Historici
336
230
H Ascetici
301
327
Altri
volumi
578
Totale
2098
1238
I,a
differenza tra i volumi al momento dell'espulsione e i volumi inviati a Busseto
mostra il numero delle cessioni operate dal Paciaudi a favore dei francescani di
Busseto e dei professori e maestri delle scuole di Borgo S. Donnino, oltre le
acquisizioni per la Palatina, e conferma anche quanto il Teatino affermava nella
sua relazione, e cioè l'estrazione soprattutto di libri di belle lettere, di
teologia., di filosofia e di diritto canonico.
Cessioni, donazioni, acquisti
Nei primi
anni del suo incarico, durato oltre un trentennio (1768-1799), il bibliotecario
Vitali procedette ad una cernita degli inevitabili doppioni, conseguenza
dell'unione di due biblioteche gesuitiche che possedevano quasi gli stessi
titoli. L'operazione è documentata attraverso un registro ancora oggi in
Biblioteca: in quell'occasione furono venduti 607 volumi, 223 dei gesuiti di
Busseto e 384 di quelli di Borgo S. Donnino, con il cui ricavato se ne
acquistarono altri 162. I libri venduti o acquistati sono tutti accuratamente
descritti e a fianco di ognuno vi è sempre l’indicazione del ricavato o della
spesa.
Lo stesso
registro è interessante anche perchè enumera le acquisizioni successive del
bibliotecario: circa 80 volumi, tra cui anche cinque incunaboli dei venti oggi
posseduti dalla biblioteca e diverse cinquecentine.
Di un
ristretto numero dei libri venduti e rimessi sul mercato è possibile ricostruire
oggi le vicende: alcuni volumi. arrivati a Busseto e qui "esitati", passarono a
Parma, inizialmente nella Biblioteca dei Cappuccini. come testimonia
l’apposizione del timbro di quei religiosi, e infine nella Biblioteca Palatina.
Di
quest'ultimo passaggio, avvenuto nei primi anni dell'Unità, non è possibile
quantificare attualmente l’effettiva portata, se cioè siano giunte altre
edizioni oltre quelle già accertate, senza prima aver avuto un accesso diretto
al fondo "Conventuali", conservato oggi nei depositi della Palatina. Una visione
d'insieme del fondo permetterebbe infatti un veloce riconoscimento delle antiche
segnature dorsali dei gesuiti di Busseto e di Borgo) S. Donnino.
Da
ricordare, durante l'operato del Vitali, anche alcune importanti donazioni di
libri da parte del dottor Ubaldo Casali (88 vol.). del bussetano padre Ireneo
Affò, bibliotecario della Palatina (33 vol. di proprie opere) e del duca
Ferdinando di Borbone con il Cours d'étude
pour l’instruction du Prince de Parme del Condillac (13 vol.).
Un'altra
cernita di duplicati fu effettuata nel 1799 su ordine del duca, e comportò la
cessione di poco più di un centinaio di volumi al Regio Convitto di Borgo S.
Donnino. Le operazioni, anelate per le lunghe e sollecitate dal superiore di
quel Convitto, furono concluse solo nell'aprile del 1802, quando i libri presero
finalmente la strada di quella città.
Cenni storici dall'Ottocento ai giorni nostri
Con la
morte di Buonafede Vitali nel 1799, divenne bibliotecario, per soli quattro
mesi, il figlio Pietro, subito sostituito, dopo sua rinuncia, dal grecista don
Marco Pagani, professore di retorica e tra i fondatori in Busseto dell'Accademia
di Greche Lettere, sorta allo scopo di rendere familiare lo studio degli
scrittori classici.
È
possibile avere un quadro sulla situazione della Biblioteca negli aiuti
dell'occupazione napoleonica del Ducato attraverso una relazione inedita non
datata, ma collocabile al 1802: nel documento indirizzato forse
all'amministratore generale Médéric Moreau de Saint-Méry, tra le cui carte è
stata trovato, il podestà di Busseto Giuseppe Bonvicini tracciava una breve
storia dell'istituzione culturale.
Di queste
poche pagine colpisce soprattutto il tono, teso a sottolineare, lo scarso valore
dei fondi conservati e la mancanza. assoluta di "rare, e pregevoli edizioni, di
manuscritti della benché minima entità, di pergamene ... di medaglie, o monete
antiche, o di naturali produzioni". Il che era forse vero, ma, quest'insistenza
lascia perfino sospettare uno studiato atteggiamento per evitare possibili
requisizioni.
Perchè,
per esempio, non si fa cenno ai recenti acquisti di incunaboli da parte del
Vitali?
Nel 1805
il Pagani, nominato nel frattempo maestro di grammatica a Fiorenzuola fu
sostituito per qualche anno dall'avvocato Giuseppe Vitali, figlio di Buonafede,
con le funzioni di bibliotecario interinale.
Successivamente, dal 1816 al 1853, ricoprì la carica di bibliotecario il
sacerdote Pietro Seletti, già professore di grammatica superiore nel Ginnasio di
Busseto (fu insegnante anche di Giuseppe Verdi), e studioso dagli svariati
interessi per l'archeologia, la numismatica, le lingue antiche, l'epigrafia,
l'astronomia, la musica e la storia antica. In quegli anni spicca l'acquisto per
la Biblioteca dei 28 volumi in folio del
Rerum Italicarum Scriptores del Muratori.
La morte
del Seletti portò alla chiusura della Biblioteca, protrattasi per ben 47 anni,
durante i quali furono eseguiti importanti lavori d'ampliamento dell'edificio,
su progetto dell'architetto Pier Luigi Montecchini impegnato a Busseto nella
costruzione del Teatro.
L’aggiunta
di due nuove sale era, infatti, un'improrogabile necessità di fronte alle
continue accessioni di libri. In quell'occasione l'attuale sala B fu dotata
d'eleganti scaffalature costruite su disegno di Ferdinando Accarini„ mentre la
volta della sala A fu impreziosita, nel 1872. da un dipinto eseguito dal pittore
bussetano Isacco Gioachino Levi.
La lunga
chiusura non impedì comunque regolari acquisti di libri da parte del canonico
don Giuseppe Affò, incaricato in quegli anni “oscuri" di svolgere le funzioni di
bibliotecario interinale. Il 1880 fu segnato infatti dall'importante decisione
dei Reggenti di acquistare la biblioteca privata del defunto sacerdote Don
Angelo Erra, ricca di 1059 volumi.
La
biblioteca riaprì finalmente i propri locali al pubblico solo nel 1890, affidata
alle cure del maestro Ercole Longhi, ricevendo negli anni immediatamente
successivi cospicue donazioni, la più importante delle quali fu quella di Emilio
Seletti, lo storico della città di Busseto.
In varie
riprese, infatti, il Seletti lasciò alla biblioteca circa 1000 volumi poi
collocati nella sala C a lui dedicata, che fu allestita, nel secondo decennio
del 900, con scaffalature lignee fabbricate dal falegname Angelo Michelazzi di
Busseto su progetto dell'ing. Mario Cotroneo.
Nel 1901,
con la scomparsa dell'illustre concittadino Giuseppe Verdi, il bibliotecario
Longhi costituì una sezione di materiale verdiano (libri, spartiti. libretti,
giornali) costantemente aggiornata anche nei decenni successivi.
Dopo la
reggenza di tre anni (1926-1929) del prof. Ettore Armada, la custodia della
biblioteca passò al prof. Almerindo Napolitano che vi rimase per quarant'anni.
Il
Napolitano, già insegnante nel Ginnasio di Busseto, iniziò fin dai primi mesi
del suo incarico importanti lavori, quali la creazione di uno schedario per
autori a schede Staderini, seguito poi da altri due per soggetto: uno per i
libri e uno per le riviste. Fu merito del Monte di Pietà e del Napolitano se,
durante il secondo conflitto bellico, la biblioteca rimase sempre aperta al
pubblico, permettendo anche ad alcuni studenti universitari di laurearsi (la
Biblioteca Palatina era stata pesantemente bombardata).
Nell'immediato dopoguerra un altro importante lascito si univa ai precedenti:
quello del sacerdote don Giovanni Botti, parroco di Stagno di Roccabianca, che
donò alla biblioteca tutti i suoi libri, oltre 500 volumi, ma anche lettere ed
incisioni.
Tra il
1952 e 1953 lavori di ampliamento permisero l'aggiunta di una nuova sala,
denominata E, capace di contenere da 10 a 12 mila volumi.
* * *
Nel
dicembre 1960 il Monte di. Pietà si fuse con la Cassa di Risparmio di Parma e la
Biblioteca potè beneficiare di una disponibilità maggiore per gli acquisti.
Nel 1969,
anche su designazione del Napolitano, l'incarico di bibliotecario fu affidato al
prof. Corrado Mingardi.
Sotto la
sua direzione la Cassa di Risparmio di Parma ha aperto altre due sale, oltre ad
una saletta specializzata in libri d'argomento musicale e un'ampia galleria per
mostre d'arte nei locali a pianterreno del Monte di Pietà completamente
restaurato. È in corso di ristrutturazione un edificio contiguo alla Biblioteca
destinato a divenirne magazzino.
Dall'inizio della sua direzione Mingardi ha pubblicato quattro numeri di una
rivista (BIBLIOTECA 70) ricca di importanti saggi di carattere artistico e
musicale dedicati alla storia bussetana con la collaborazione di specialisti e
di studiosi locali. In seguito sono stati pubblicati alcuni volumi di soggetto
prettamente verdiano divenuti insostituibili per gli studiosi dell'argomento'.
Nel 1975
la Biblioteca ha poi ricevuto in dono dai marchesi Gabriella e Pier Luigi
Pallavicino l'importante archivio della famiglia, oggi strumento prezioso per la
storia della dinastia e di tutto il territorio della Bassa Parmense e Piacentina
che le fu sottomesso.
Nel 1982
la Biblioteca acquistava dagli eredi del canonico Don Giovanni Avanzi novantasei
lettere di Giuseppina Strepponi al sacerdote parroco di Vidalenzo e coetaneo e
amico di Giuseppe Verdi rimaste inedite fino alla parziale pubblicazione su due
numeri della Gazzetta di Parma l’11 e il 15 gennaio 1983.
La più
recente donazione (1991) è quella del celebre fotografo Carlo Bavagnoli,
collaboratore della prestigiosa rivista Life: si tratta dell’intero suo archivio
fotografico costituito da quasi trentamila negativi e di centinaia di libri
fotografici internazionali divenuti assai rari e preziosi.
IL PALAZZO DEL MONTE DI
PIETÀ’ DI BUSSETO ED IL SUO ARCHITETTO
Vincenzo Banzola
I. La costruzione del palazzo.
Fondato
nel 1537 per iniziativa del francescano padre Giovanni Antonio Majavacca, di
famiglia bussetana, il Monte di Pietà di Busseto riceve, lo stesso anno. i
"capitoli regolamentari' (oggi diremmo lo statuto), sottoscritti dai fratelli
Girolamo, Ermete e Francesco Pallavicino, signori del luogo.
L’afflusso
delle offerte e dei lasciti è tale che, nel 1565, il Monte è già in grado di
erogare prestiti senza percepire alcun interesse.
Nel 1587,
dopo quasi sei secoli di dominio, i Pallavicino perdono il loro Stato,
fagocitato dai Farnese. Il Monte continua, però, a prosperare, tant'è che nel
marzo 1679 i reggenti decidono di costruire una nuova sede per la benefica
istituzione, secondo un "[...] D’issegno
da farsi fare a Don Matheo Rossi intelligente d'architettura e prattico”.
Il 25
giugno successivo, il duca Ranuccio II Farnese autorizza la nuova costruzione da
erigersi nel luogo a quel tempo “[…]
tenuto ad affitto da Moise Ottolenghi hebreo".
Il
progetto del Rossi non deve avere incontrato il favore del Duca se, pochi giorni
dopo, si dà mandato al tesoriere di prendere contatto con il capomastro della
fabbrica dei padri Gesuiti, mastro Antonio Rusca, con l'intento di incaricarlo
della costruzione e invitandolo. nel contempo, a procurare "[...] anco un dissegno di altri periti per fare una fabrica degna con un
porticato nubile”.
Pur non
avendo ancora scelto il progetto, il 10 ottobre viene istituito il "Libro della fabrica del Sacro Monte di Pietà di Busseto", nel quale
i quattro reggenti annoteranno tutte le ordinazioni e le spese occorrenti per la
costruzione. Ogni ordinazione è sottoscritta da tutti i quattro reggenti. I
reggenti, a quel tempo sono: Camino Dordoni, tesoriere; Carlo Rossi, ragionato;
Marco Antonio Cavitelli, depositario (durante il corso dei lavori gli succede
Francesco Brazzi); Gio. Francesco Delfo detto Ghirardelli, contrascrittore
(durante il corso dei lavori gli succede Gabriele Rossi).
Poiché il
vescovo di Borgo San Donnino mons. Gaetano Garimberti. rivolge ai reggenti
l'autorevole consiglio di affidare l’esecuzione dei lavori al mastro Antonio
Rusca, "[...] homo
d’ogni habilità desiderabile [...]”,
sperimentata anche, come si è detto, dai padri Gesuiti, il 17 ottobre 1679 viene
dato mandato al cancelliere episcopale, mons. Bernardino Quaglia, di stendere il
relativo contratto. Il 14 dicembre si procede già alla demolizione delle vecchie
case.
Il
capomastro, per quanto si può rilevare dal Libro di fabbrica, più che
imprenditore. può definirsi un soggetto che racchiude in sé le due figure,
odierne, del direttore dei lavori e del direttore di cantiere. Il suo compito è
quello di organizzare l'esecuzione delle opere e di scegliere i materiali da
usare.
Per la
fornitura e la custodia dei materiali e per il reclutamento della manodopera
viene dato incarico ad Ambrogio Girami (o Girammi), fattore del Monte, che è
tenuto ad annotare nella sua "vachetta"
le giornate degli operai con nomi e cognomi degli stessi, controfirmate dal "capo
Mastro". Al fattore è espressamente ordinato di "[..]
non pagare gli Opperarij privatamente, ma tutti insieme [...] in modo che non
possa nascere controversia [..]”.
Il 2
gennaio 1680 non si è ancora scelto il progetto del nuovo edificio perché di
tutti quelli, fino a quel giorno, esaminati non ve n'è alcuno “[..]
che rieschi di comune approbatione [...]” e, per quanto si ritenga
impossibile “[...] il potersi dare homo in
terra valevole à formare un dissegno di fabrica pnblica [...]" che possa
trovare il favore di tutti., viene deciso che ogni reggente si faccia parte
attiva per trovare un "Perito celebre",
idoneo a produrre un elaborato che possa fornire la "[...]
maggiore perfettione [...] per il ministero del S. Monte, e con minor dispendio,
che sia possibile [..]”.
Probabihnente la ricerca non dà esito positivo perché, il 13 febbraio, viene
presa la decisione, di invitare a Busseto “[..]
un ingegniero che segue le fabriche di S.A.S. di Parma [...]" per un
sopralluogo e, soprattutto, per sentire un parere sul progetto esistente o,
addirittura, per ottenerne uno nuovo.
In seguito
a ciò, il successivo 11 marzo, arriva a Busseto Domenico Valmagini, "ingegniero
di S.A.S.”, che, visitato il luogo dove deve sorgere l'edificio, "[...] ha
formato un dissegno che si stima riuscibile più d'ogni altro con magg.e
perfettione, e minor dispendio [...]”.
Durante il
sopralluogo l’architetto fornisce, probabilmente, un'idea di massima di cosa
propone di realizzare perché, il 30 aprile, egli è di nuovo a Busseto per
presentare “[...] li dissegni della
fabrica ciò è la pianta, la sopra alzata, et facciata [...] q.li sono stati
veduti, ed'approvati da S.A.S. [...]”. Nell'occasione visita anche il
cantiere, dove il Rusca sta già procedendo a costruire le fondazioni, ed approva
le opere fino ad allora eseguite.
E’
interessante seguire gli ordinativi e gli acquisti per le occorrenze della
costruzione. Ne esce un curioso spaccato sulla conduzione di un cantiere edile
del XVII secolo.
Fin dal
febbraio i reggenti, considerando che l'esconduzione fuori Busseto dei materiali
provenienti dalle demolizioni e dalla terra di scavo, con carri trainati da “[...] bestie bovine riesce di troppo grave dispendio [...]”,
decidono di dotare il fattore di un “[...]
cavalazzo di poco prezzo [...]" con relativo cassone. Il cavallo viene
acquistato da certo Ant.o Reganuti per il prezzo di lire 165. (LDF. f.9). Alla
fine di settembre il cavallo, che ha così bene servito fino a quella data, è in
cattive condizioni di salute e, si pensa di condurlo alla fiera di Crema per
venderlo. Poiché nessuno lo ha acquistato "[...] si è tenuto sino che poi è morto [...]
Su
indicazioni del capomastro, nel frattempo, vengono commissionati
“[...]
asse di pigna, travetti, cantieri, cantinelle et assoni di noce [...]". Fin
dal gennaio vengono ordinati "[…]
pianelle, quadrelli, quadrelloni, coppi [...]”. Ordinazioni a diversi
fornitori di "fornaci di quadrelli" si
susseguono per tutto l'anno.
Il
contratto per la fornitura della calce con precise prescrizioni, dettate dal
Rusca (vere e proprie norme di capitolato), è sottoscritto, fin dal 23 gennaio,
da. Francesco Visconti che s'impegna a consegnare, direttamente in cantiere,
"[...] calcina di monte, fatta in Vigolino Il cavallo viene acquistato da certo
Ant.o Reganuti per il prezzo di lire 165. (LDF. f.9). Alla fine di settembre il
cavallo, che ha così bene servito fino a quella data, è in cattive condizioni di
salute e, si pensa di condurlo alla fiera di Crema per venderlo. Poiché nessuno
lo ha acquistato "[...] si è tenuto sino
che poi è morto [...] ben cotta, e bona,
et mercantile [...]”.
Nel maggio
sono richiesti preventivi, a ditte di Brescia e di Cremona, per l'acquisto di “[...]
due fasci di tondino grosso per le ferrate [...]", avendo richiesto il
fabbro di Busseto, Antonio Campana,. fornitore anche dei padri Gesuiti, un
prezzo troppo alto.
Due giorni
dopo il Campana viene a più miti consigli ed i reggenti gli assegnano
l'ordinativo.
Una voce
di spesa frequente e "molto considerabile"
è la fornitura di "brente" di vino per
i muratori. I reggenti pensano bene, il 2 settembre, di acquistare tre o quattro
carri d'uva da pigiare per trarne vino ed anche mezzovino, in relazione alle
necessità della fabbrica.
La
costruzione della sede del Monte sta molto a cuore al vescovo di Borgo San
Donnino, mons. Gaetano Garimberti, che il 14 novembre effettua un sopralluogo
per rendersi conto dello stato delle opere e dei costi fino a quella data
sostenuti.
I lavori
proseguono alacremente per tutto il 1681, durante iI quale, vengono registrate
notevoli fornitine di "quadrelli" e di altro materiale da costruzione.
Il 4
novembre 1681 l'architetto Valmagini esegue la "[...]
misura e stima delli lavori di muro, et altri, fatti in erriggere la nuova
fabrica del Sacro Monte di Pietà e Depositi della Città di Busseto”. Fra le
opere e le prestazioni valutate sono “[..]
le demolizioni delle fabriche vecchie nel sito, che si è fatto la nuova compresa
la muraglia Castellana [..]”. Il consuntivo delle opere, a quella data, è di
lire 21.893 e soldi 8. Allegata al documento è una dettagliata descrizione dei
lavori ancora da farsi. II giorno successivo, nel libro di fabbrica, figura un
pagamento a mastro Rusca di lire 547, soldi 6 e denari 6 a rimborso della metà
del compenso dovuto all'architetto per la “misura della fabrica".
Allo scopo
di dotare di "canale" (grondaie) il
tetto e per realizzare le "bandirole"
(banderuole), da collocare su quattro dei sei torrini del palazzo, si provvede
all'acquisto di due "paioli" (paiuoli),
impegnati già nove anni prima da certo Antonio Moriani e mai riscattati.
A
proposito delle sopracitate banderuole nasce un caso che viene all'orecchio del
duca Ranuaceio. Il Rusca aveva fatto intagliare su di esse le iniziali dei
quattro reggenti realizzatori della costruzione. La. cosa deve avere destato le
critiche e le invidie di qualche maggiorente bussetano, tanto da costringere gli
interessati a precisare, il 10 luglio 1681, di non volere "[...] che tali lettere si debbano necessariamente, ne propriamente
applicare [...]” ai loro nomi. Tuttavia. non potendole più cancellare,
decidono di attribuirvi i seguenti doppi significati: CR (anziché Carlo Rossi) =
"Christiana Religione" e "Charitate
Restauratus"; FB (anziché Francesco Brazzi) = "fide
Buxetana" e "Fabricatus Benficentia";
GR (anziché Gabriele Rossi) = “Gratis
Reddo" e '"Gestio Redivívus"; CD
(anziché Camillo Dordoni) = 'Captiones
Depello" e "Cives Dito".
Il 22
luglio, però, il duca scrive da Colorno per sapere se "[...]
ne camini, ò in altro luogo [..]" dell'edificio “[...] si siano alzate Armi o scolpiti i nomi d'alcuno privato, ò
particolare [...]”. Desidera, nel contempo, conoscere lo stato dei lavori e
la spesa fino a tal data sostenuta. Sette giorni dopo, ricevuti i chiarimenti e
l'interpretazione latina data alle lettere ritagliate nelle banderuole,
Ranuccio, pur lodando la solerzia e la modestia posta in atto dai reggenti,
ritiene che "[ ..] lo scrivere in Cifra
non è a proposito per luoghi publici [...]”, per cui è opportuno “[...]
levare affatto tali lettere [...]”. A quanto pare, però, sull'argomento i
reggenti fanno orecchio da mercante.
Nel 1682
continuano i lavori di finitura e di falegnameria all'interno dell'edificio, ma
l'opera è ormai praticamente ultimata.
Tant'è che
il 17 febbraio i reggenti, su richiesta del Rusca, effettuano un attento
sopralluogo “[...] di sotto, e di sopra,
per le stanze, e su li solari [...]" e, non rilevando difetto alcuno
accettano la consegna della chiave della porta principale che viene affidata,
per ora, al fattore, perché ne consenta l'accesso ai "marangoni"
(falegnami) ed ai fabbri che devono completare le loro prestazioni.
Il 4
novembre si provvede a compensare, con lire 572, il pittore Angelo Massarotti
(Cremona 1654 - 1723) "[...] per le
istorie da lui dipinte in questa nuova fabrica [...]". Il 10 dicembre lo
stesso artista completa anche “[...] lo
stemma con, l'arma di S.A.S. [...]". I reggenti, constatato come “[...]
secondo il parere di tutti l'intelligenti capitati à vedere le Pitture [...]"
egli abbia eseguite “[...] le due istorie
della Pietà e del Martirio di S. Bartolomeo [...]” in modo egregio, oltre a
corrispondergli i 12 filippi pattuiti, decidono di elargirgliene in dono altri 8
(per un totale di 20 filippi„ pari a lire 320 di Parma) e di provvedergli anche
la vettura per il viaggio di ritorno a Parma.
Nell'ambito dell'opera del Massarotti si inserisce la richiesta di Ludovico
Pazolino, figlio del sig. Ercole, chirurgo pubblico di Busseto, di essere
compensato per essere stato otto giorni "ignudo''
a servire di modello al pittore "[...] ed
havendolo poi servito in macinar colori, et altro sino alla totale perfetione
delle pitture”.
L'inaugurazione dell'edificio ha luogo il 3 novembre 1682, con benedizione
“semplice" del palazzo da parte del vescovo di Borgo San Donnino, che il libro
di fabbrica descrive dettagliatamente .Alla cerimonia, che inizia "[...] ad hore sedici incirca [...]”, partecipano gli ufficiali
maggiori della città, in rappresentanza di S.A.S..
Sotto il
portico un baldacchino accoglie il vescovo che, accompagnato dal capitolo della
cattedrale, intona il "Veni Creator",
proseguito, poi, "dalli musici", e
quindi impartisce la benedizione semplice. Subito dopo, in processione col
clero, il preside accede ali« ingresso, sale per la scala ed entra "[...]
nella sala apparata con altare, ed un quadro della Coronazione di Nostro Signore
Gesù Christo d'avanti al camino [...]". Quivi celebra una Santa Messa
privata alla quale partecipano, oltre al capitolo, il sig. sergente maggiore e i
deputati della città, oltre, naturalmente, ai quattro reggenti del Monte. Sono
presenti ed assistono alla Messa, dall'attigua stanza destinata per i pegni.
alcune gentildonne. Il tutto "[...] a
gloria di Dio, ed honore del serenissimo Sig. Duca Ranuccio Farnese Duca di
Parma e di Busseto [...] protettore
di questo Pio luogo, per il quale s'è fatta fare à posta la Composizione della.
musica, cantata solennemente nella sala sud.ta doppo la Santa Messa, e
finalmente con i trombetti, et altre dimostrazioni convenienti alla fontione
[...]”.
Opere di
finitura ed arredo. fornite da parte del "Caporale
Batta dà Ise” e compagni "marangoni",
sono liquidate anche dopo l'inaugurazione.
Altri
pagamenti vengono effettuati, come debito residuo, nei confronti delle
prestazioni del fattore, Ambrogio Girammi, nel luglio e nell'ottobre 1683, fino
a che, il 30 gennaio 1684, Marcantonio Razetti, alto funzionario
dell’amministrazione finanziaria ducale, a f. 61 del Libro di Fabbrica, tira le
somme del costo complessivo della costruzione che ha raggiunto la ragguardevole
cifra di lire 71.203, soldi 15 e denari 2.
Non
risulta che il duca, oltre ad avere concesso il suo alto patrocinio, abbia
erogato qualche contributo proveniente dall'erario ducale. I bussetani si sono
costruita la sede del loro Monte con mezzi propri e senza patemi, perché, il
tesoriere Dordoni ha sempre pagato i prestatoti d'opera ed i fornitori con
ammirevole puntualità ed oculata signorilità.
La parte
pin rilevante nella costruzione dell'edificio è dovuta; senza alcun dubbio,
all'abile capomastro. Antonio Rusca, ticinese, che realizza il progetto
dell'architetto ducale, Domenico Valmagini. suo conterraneo, in modo esemplare.
Il Busca, conte abbiamo visto, è particolarmente stimato ed apprezzato dal
vescovo di Borgo San Donnino, mons. Gaetano Garimberti, il quale, attraverso il
cancelliere episcopale mons. Bernardino Quaglia, ne segue e ne sollecita, fra
l'altro, la puntuale remunerazione durante tutto il corso dei lavori. Antonio
Rusca è, probabilmente, il capostipite di una famiglia di stuccatori che lascia
numerose testimonianze negli edifici sacri del parmense, fino ai primi del XIX
secolo. Del resto le decorazioni in stucco del palazzo del Monte denotano una
qualità di esecuzione ed una plasticità piuttosto raffinate.
2. L'architetto Domenico Valmagini.
Brusimpiano, un ridente paesino, incastonato nel verde dei monti che lo
circondano. sul ramo occidentale del Lago di Lugano, è il luogo dove Domenico
Valmagini è battezzato il 1° agosto 1649. Viene alla luce sulle rive di quel
lago che ha visto i natali e la formazione dei più insigni architetti del
barocco secentesco.
A quel
tempo Brusimpiano è accessibile solo per via d'acqua, per cui è presumibile che
l'arte del costruire sia stata appresa dal giovane Domenico durante la sua
probabile frequentazione delle botteghe dei rinomati costruttori ticinesi sulle
sponde del lago. La prima notizia dell'attività del Valmagini è fornita dal
Poggiali, il quale informa che il 26 agosto 1677, a Piacenza, viene posata la
prima pietra di una chiesa dedicata
all'Immacolata Concezione, con annesso monastero per le
monache Benedettine, da lui
progettato.
La
consacrazione del tempio, alla presenza del vescovo di Borgo San Donnino, mons.
Gaetano Garimberti, ha luogo il 31 agosto 1681. La costruzione pare fosse voluta
dal duca, Ranuccio II Farnese, per sciogliere un voto a protezione della sua
terza moglie che, il 19 maggio 1678, durante il corso dei lavori, darà alla luce
un erede, battezzato col nome di Francesco Benedetto. La forma del tempio,
impostato su pianta a croce greca, con una maestosa cupola ergentesi su tamburo
ottagonale conclusa in alto da una svettante lanterna su cui spicca il giglio
farnesiano, richiama schemi ancora cinquecenteschi. La facciata principale
adotta l'ordine toscanico con lesene binate che sostengono una trabeazione con
fascia dedicatoria, interrotta da un alto finestrone corniciato semitamponato e
soprastante frontispizio triangolare, intercludente uno scudo con festoni.
Venuto a
mancare, nel sett. 1679, l'ingegnere della comunità, Giuseppe Barattieri,
piacentino, il duca Ranuccio ne nomina successore il Valmagini che, come abbiamo
visto nel capitolo precedente, nella primavera del 1680 è incaricato di
progettare il palazzo del Monte di Pietà di Busseto. Opera quest’ultima che
rappresenta un momento significativo dell'architettura barocca farnesiana. La
fantasia barocca si può cogliere, soprattutto, dai particolari decorativi.
Nell'insieme l'impostazione planimetrica è mollo contenuta ed austera,
confacente, d'altronde, alla funzione dell'edificio. La parte di maggior rilievo
è la facciata. sulla via principale, con il suo solenne e ampio porticato a tre
luci, risvoltato con una campata su ognuno dei due fianchi nelle rispettive vie
laterali.
Un'ampia
cornice marcapiano divide il piano terra dal primo piano. Il piano terra è
scomparitito da una serie di lesene d'ordine toscanico che si raddoppiano negli
angoli dove risvoltano, pure binate, sui due lati dell'occhio di pollice. Al
primo piano le lesene sono d'ordine ionico„ con capitelli arricchiti da festoni
racchiudenti le volute (soluzione cara al Valmagini che l'adotterà anche in
edifici di Piacenza) e soprastante trabeazione, contenente gli oculi
d'illuminazione del sottotetto, conclusa da un possente cornicione, mosso da
rilievi in corrispondenza delle lesene. Queste ultime sono idealmente proseguite
sul tetto da torrini in forma di camino (uno solo funziona come tale, in
corrispondenza della sottostante sala principale), su quattro dei quali sono
collocate le banderuole, di cui si è fatto cenno nella descrizione dei lavori al
capitolo che precede. Essi danno slancio e solennità alla fronte principale e
sono, forse, l'elemento più caratteristico dell'edificio.
Ricche
sono anche le decorazioni delle cinque finestre del primo piano, in asse con gli
arconi del portico. Quella di mezzo e le due nei risvolti sulle vie laterali,
hanno fastigio arcuato, mentre le altre due sul fronte principale lo hanno
triangolare. La base del Fastigio delle finestre è spezzata per l’interclusione
di un'elegante conchiglia a cinque lobi, nelle due laterali della facciata
principale, e di un bel mascherone, dai tratti marcati e plastici, in quella.
centrale. Le finestre sono affiancate da due volute, a finto contrafforte, di
buona fattura. Interessanti e ben lavorate le inferriate a “petto di tacchino''
(per consentire l'affaccio) delle cinque finestre al primo piano che denotano la
funzione dell'edificio. Sopra tutte le finestre sono collocate delle cartelle
cieche (forse destinate ad accogliere affreschi mai eseguiti) con cornici ad
orecchioni arricchite da grossi fogliami.
Le
rimanenti facciate dell'edificio., sulle due vie laterali, sono sobrie ed
austere, caratterizzate da semplici finestre, contornate da cornici ad
orecchioni e tutte dotate di robuste inferriate a semplice incrocio diagonale.
ll sottoportico è caratterizzato dal portone centrale, in legno forte borchiato,
incorniciato da una larga fascia in stucco a rilievo che supporta un fastigio
triangolare, e dalle due finestre laterali contornate da fasce ad orecchioni,
intercludenti inferriate a tondi incrociati diagonali. Il porticato è arricchito
da due belle panche marmoree„ sottostanti le finestre, sui due lati del portone.
Nelle lunette sovrastanti ai finestroni il pittore Angelo Massarotti, cremonese
in quel tempo abitante a Parma, ha dipinto ad affresco una "Deposizione"
ed un "Martirio di San Bartolomeo",
distaccati recentemente per evitare il loro progressivo deterioramento o
addirittura la loro perdita, e collocati nell'androne del primo piano. Al loro
posto è stata disegnata una "pseudosinopia"
degli affreschi, eseguita "a graffito"
dall'autore dello stacco, prof. Renato Pasqui. Notevole è, all'interno, la sala
d'ingresso al primo piano con il ricchissimo e grande camino, sovrastato da
stucchi di rilevante plasticità. A futura memoria è bene ricordare che il caldo
colore rosso delle facciate è riferito a quello d'origine, venuto alla luce,
durante i restauri dei primi anni '70 del secolo appena trascorso, in un
risvolto di oculo del sottotetto, murato probabilmente poco dopo la fine dei
lavori di costruzione.
Vi sono
altre notizie che indicano la presenza di Valmagini a Busseto: due lettere
autografe, ivi datate 26 gennaio 1686, ed indirizzate al duca. La prima riguarda
l'esame dei lavori di riparazione alle mura della cittadina, effettuati da
Antonio Rusca, e riscontrati conformi alle disposizioni da lui fornite
nell'aprile dell'anno precedente. Rileva tuttavia, l'architetto, che attigua
alla muraglia rifatta vi è una torre adibita a colombara "[...]
la quale deve essere rifondata essendo cadente [...]". Nella seconda informa
di avere fatto un Sopralluogo all'”Hospitale
di Busseto [...] alla quale non mancano quelle comodità che si richiedono ad un,
si bene piccolo, buono Hospitale”. Ne viene comunque proposto un
ampliamento, secondo un disegno allegato alla lettera, per una spesa di lire
6.522 e soldi 13. Al Valmagini va certamente ascritto anche il disegno della
"Portineria" di Villa Pallavicino, i cui elementi decorativi e particolari
architettonici (corniciatura delle nicchie ad orecchioni, capitelli ionici
festonati, trabeazione soprastante mossa, cornicione fortemente aggettante)
richiamano quelli del. Monte di Pietà.
Sulla
poliedrica preparazione tecnica dell'”Ingegniero
della Comunità", fanno luce numerosi documenti conservati presso l'Archivio
di Stato di Parma (ASP). I suoi compiti sono molteplici e vanno dalla
costruzione e manutenzione di strade e ponti, alla manutenzione di canali., alla
riparazione delle mura di Parma e Piacenza, nonché al rilascio di pareti
vincolanti sulle richieste di autorizzazione, per lavori, da parte di privati o
enti, in prossimità delle mura. Si pensi che, fra l'altro, nel maggio 1694
esegue a Montechiaro di Piacenza, per conto di Morando Morandi, la ricerca di
pozzi petroliferi.
Secondo
Nestore Pelicelli. il Valmagini, nel 1687, affianca l'architetto bolognese
Stefano Lolli nella costruzione del nuovo teatro ducale di Parma.
A
Piacenza. sempre nel 1687, viene eretto, su suo disegno,
l'oratorio di San Cristoforo e
dell'Arciconfraternita della morte. L'edificio è concepito a pianta
circolare, con l’aggiunta di un coro, concluso in alto da una cupola coperta da
un tetto ad ombrello, sostenuto da pilastrini in muratura e sottili puntoni in
legno. Sul tetto sporge una. lanterna cilindrica. Oltre alle ornamentazioni in
stucco dell'intento e dell'esterno, disegnate dal Valmagini (con richiamo nei
capitelli ionici delle paraste a quelli della facciata del Monte di Busseto)
notevoli sono le quadrature di Ferdinando Galli da Bibiena (1657-1743) ed in
particolare. il trompe-l'oeil della
cupola che fornisce, nella continuità dell'architettura reale con quella
dipinta, uno slancio verso l'alto di effetto stupefacente.
Ancora a
Piacenza. nel giugno 1687, viene stipulato un contratto per la ricostruzione del
palazzo del cavaliere aurato Corrado
Ferrari. E’ prescritto che la costruzione velnga eseguita "[..] alla forma della pianta e disegno fatti dal signor Domenico
Valmagini Architetto di S.A.S. [...]”. Si tratta di uno dei più bei palazzi
di Piacenza la cui paternità è stata, fino al 1995, sconosciuta. Il palazzo che
viene concluso dal conte Sacchini., nipote ed erede del Ferrari dopo diversi
passaggi di proprietà, è ora del Ministero del Tesoro che vi ospita gli uffici
di Piacenza. Nell'ornato delle fronti l'imponente edificio rappresenta
un'evoluzione del Palazzo del Monte di Busseto, con decorazioni più ritmate ma
con la stessa marcata plasticità.
Giorgio
Fiori ritiene di assegnare al Valmagini anche l'oratorio di Zamberto, presso
Roveleto di Cadeo, fatto costruire, alla fine del '600, dal conte Paolo Camillo
Zamberti, colui che aveva suggerito il nome dell'architetto ai soci della
confraternita per l'erezione dell'oratorio di San Cristoforo.
A Parma,
intorno al 1690, riceve l'incarico di disegnare il campanile della chiesa di San
Paolo, in fondo alla strada Santa Lucia (attuale via Cavour).
Dal bel
disegno del Duguet, presso l'Archivio di Stato di Parma, se ne rileva la
misurata e contenuta architettura, la quale più che preludere al neoclassico
settecentesco, ricorda i modelli di maniera del Cinquecento.
Il
capolino e l'unico elemento di chiara impronta barocca.
E’ opera
sua lo scavo del laghetto del giardino
ducale che serve per la rappresentazione di un combattimento navale, episodio de
"Le glorie d'Amore" del poeta
veneziano Aurelio Aureli, con musica di Marco Sabadini. L'opera è rappresentata
nel 1690, in occasione delle feste per le nozze del principe Odoardo,
primogenito di Ranuccio II, con Dorotea Sofia di Neoburgo.
Fino al
1693 alterna il suo soggiorno a Parma, nella vicinia di S. Alessandro, con
quello a Piacenza, dove possiede la maggior parte dei suoi beni. Secondo il
Fiori, dal 1694 fissa definitivamente la sua dimora a Piacenza nell'ambito della
parrocchia di S. Fermo e S. Martino in Foro e, alla fine del 1695, abbandona non
solo Piacenza ma anche il ducato, trasferendosi definitivamente a Milano, dove
un suo fratello è parroco della chiesa di S. Calimero.
Sul
periodo lombardo del Valmagini non molto si conosce. Aurora Scotti Tosini
informa che, a Milano, "[...] la libera
congregazione fra pittori. e scultori costituitasi [...] nel 1688 [...]” si
struttura “nel 1695 sul modello della
romana Accademia di San Luca [...]", da cui riprende il nome, “[...] aprendosi pariteticamente anche agli architetti". Domenico
Valmagini ne è associato fin dal 1696, all'indomani, quindi, del suo arrivo da
Piacenza. La stessa Scotti Tosini fornisce inoltre notizia che egli lavorava,
nel 1698., alla facciata della chiesa di S. Giovarmi Battista di Busto Arsizio,
insieme al parmigiano Gio. Domenico Barbieri, allievo del Bibiena. Del Valmagini
sarebbero anche i disegni per il palazzo di Giulio Visconti Borromeo (poi Litta),
disegni di cui si ha solo notizia. L'opera forse più importante del periodo
milanese dell'architetto è senza dubbio l'incarico (dopo Francesco Bibiena), del
progetto per il nuovo teatro ducale di Milano, in sostituzione di quello
bruciato nel 1708. Gravi difficoltà economiche ne differiscono l'esecuzione fino
a che, con la venuta a Milano del governatore austriaco Massimiliano Carlo,
principe di Lowenstein, ai primi del 1717, è accordato all'aristocrazia milanese
di ricostruirlo, a proprie spese, nel cortile del palazzo ducale. Il Valmagini
ne cura la rapidissima ricostruzione, che avviene dall'aprile al dicembre di
quell'anno. Del teatro, ora distrutto, restano le incisioni curate dal già
citato Gio. Domenico Barbieri che si firma
pittore ed architetto teatrale.
Il longevo
architetto muore, ottantunenne, ad Arcisate (VA) il 23 novembre 1730. Lascia
eredi universali dei suoi beni i cinque figli maschi, tre dei quali
ecclesiastici, un dottore ed un architetto, Mauro Ignazio, noto per avere
ricostruito e rinnovato dopo il 1744, su disegno di Nicola Pacassi (1716-1790).
il palazzo di Shonbrunn a Vienna. Alle due figlie monache nel monastero di S.
Lucia in Milano. lascia una rendita, annua di lire 50 imperiali ciascuna, oltre
una brenta e mezzo di vino a testa e qualche pietanza di tempo in tempo.
Non è
facile esprimere un giudizio complessivo sull'opera del Valmagini. E’ fuori
dubbio che la sua preparazione tecnica non lascia largo spazio allo sbrigliarsi
della fantasia, per cui, nelle sue opere, prevalgono l'equilibrio e la misura
sull'estrosità allora imperante. Infatti, se si esclude l'impostazione
dell'oratorio di San Cristoforo a Piacenza, (ove, quasi certamente, subisce
l'influenza di Ferdinando Galli Bibiena) e di qualche elemento delle decorazioni
del palazzo del Monte di Busseto e di palazzo Ferrari-Sacchini a Piacenza, non
pare che guardi molto alle esperienze romane dei suoi grandi predecessori
conterranei, né a quelle piemontesi.
E’
probabile che il suo modo di fare architettura sia influenzato da una
impostazione severa del gusto del suo signore, VI duca di Parma della famiglia
di quei Farnese che si attengono sempre, nelle linee di governo, pur con largo
mecenatismo artistico-culturale, ad un piano di rigorismo formale assai rigido.
LA CERIMONIA
DELL'INAUGURAZIONE
A' di 3 novembre 1682
Havendo coll'assenso di Mons. Illustrissimo Vescovo di
Borgo S. Donnino in Busseto nostro signore determinato il giorno presente per la
Benedittione seben semplice della fabrica fatta per il Ministero del S. Monte di
Pietà per poter poi fare il trasporto de pegni, ed esercitare nella nuova casa,
ed havendo fatto li inviti all'ufficiali maggiori della città secondo l'obbligo
dell'ossequio nostro verso i ministri di S.A.S., finalmente ad hore sedici in
circa è gionto il Reverendissimo Capitolo del Duomo, e doppo Monsignore
Illustrissimo Vescovo sotto il portico di questa casa nuova del Sacro Monte di
Pietà, ed ivi essendovi piantato il baldachino, ed apparato il portico, con li
musici ed istromenti, esso Monsignore Illustrissimo ornatosi delle vesti
pontificati ha intonato il salmo ecc. Veni Creator ecc. quale è stato proseguito
dalli musici, e doppo Monsignore soddetto ha principiato la semplice
Benedittione sotto detto portico, ed indi processionalmente col clero è entrato
nell'andito, sceso [sic] per la scala, ed entrato nella sala apparata con
altare, ed un quadro della Coronatione di Nostro Signore Gesù Christo d'avanti
al camino, ed ivi appuratosi detto Monsignore ha celebrata una Santa Messa
privata, à quale, si come alla Benedittione sodetta sono intravenuti detto
Reverendo Capitolo, Sig. Sergente Maggiore e Signori Deputati della molto
illustre Comunità con noi infrascritti Regenti, et nella prima stanza destinata
per i pegni del Depositario l'i sotto intravenute alla Messa e fontione varie
gentildonne e donne della Città, per essere anco esse di questa solennizzata
fonzione, seguita felicemente a gloria di Dio, ed honore del Serenissimo Sig.
Duca Ranuccio Farnese Duca di Parma e di Busseto ... e Padrone clementissimo …
piissimo protettore di questo pio luogo, e per il quale si è fatta fare à posta
la composizione della musica, cantata solennemente nella sala soddetta doppo la
detta Santa Messa e finalmente con i trombetti et altre dimostrationi
convenienti alla fontione secondo l’approvatione di detto Monsignore
illustrissimo
e consenso generale di questi soddetti concittadini, che però si è ordinato che
il signor tesoriere sborsi al fattore la somma espressa nella lista da noi
sottoscritta per le spese occorse in tal fonzione in tutto ...
Camillo Dordoni tesoriere, Carlo Rossi ragionato, Melchino
Brazzi controsrittore, Bartolomeo Maiaracha depositario.
| 1 |
Foto originale del Maestro con firma autografa, Parigi 1855. Epoca dei Vespri Siciliani (Archivio del Monte) |
| 2 | A. Ghisi. Antonio Barezzi (Busseto, Casa Barezzi) |
| 3 | Il padre di Verdi ringrazia il Presidente del Monte per la concessione della borsa di studio al figlio, ma la grafia ci fs certi che a scrivere materialmente è il figlio stesso. (Archivio del Monte) |
| 4 | Verdi annnunzia al Sindaco l'intenzione di fondare una pensione annua in favore di uno studente bussetano meritevole (Archivio del Monte) |
| 5 | Giuseppina Strepponi nel 1877 |
| 6 | Emanuele Muzio in un disegno a penna di Giovanni Boldini (Sant'Agata, Villa Verdi) |
| 7 | Verdi certifica l'inizio degli studi di Muzio (Archivio del Monte) |
| 8 | Verdi nel bronzo di Vincenzo Gemito, acquistato dal Monte di Pietà presso la Fonderia laganà di Napoli nel 1936 |
| 9 | Giuseppina Strepponi comunica al canonico Giovanni Avanzi la morte di Cavour (Archivio del Monte) |
| 10 | Isacco Gioacchino Levi. La fondazione del Monte di Pietà di Busseto (particolare) |
| 11 | Portone d'ingresso alle sale superiori del Monte di Pietà |
| 12 | La cassaforte settecentesca del Monte di Pietà |
| 13 | La cassaforte settecentesca del Monte di Pietà in altra vista |
| 14 | Particolare della stessa cassaforte |
| 15 | Una delle sei torciere in ferro battuto, poste in origine sulla facciata del Palazzo |
| 16 | Manifesto della mostra "Busseto nel cassetto", 1984 |
| 17 | Ingresso alla mostra dedicata nel 1986 a Giovannino Guareschi |
| 18 | Manifesto della mostra "Tutto il mondo di Guareschi", 1986 |
| 19 | Interno della Biblioteca |
| 20 | Chiesa di Sant'Ignazio ed ex Collegio gesuitico sulla via principale di Busseto |
| 21 | Progetto originale della scala d'accesso alla Biblioteca, 1770 (Archivio del Monte) |
| 22 | La scala che porta alla Biblioteca |
| 23 | L'edizione bodoniana contiene il testo dell'iscrizione del Paciaudi posta sull'ingresso della Biblioteca |
| 24 | Ingresso alla Biblioteca |
| 25 | Il bibliotecario don Pietro Seletti, in una litografia di Roberto Focosi |
| 26 | Il bibliotecario prof. Almerindo Napolitano, alla direzione della Biblioteca dal 1929 al 1969 |
| 27 | Copertina di alcune pubblicazioni |
| 28 | Il palazzo del Monte di Pietà, sulla via principale di Busseto |
| 29 | Il portico del Palazzo |
| 30 | Particolare della facciata sulla via principale |
| 31 | Grafici del Palazzo |
| 32 | Altri Grafici del Palazzo |
| 33 | Il corridoio del Palazzo al piano superiore |
| 34 | La sala grande |
| 35 | Il monumentale archivio del Monte di Pietà, costruito nel 1699 su disegno del gesuita fidentino Giovan Battista Meyster |
| 36 | Angelo Massarotti, affreschi staccati dal portico: il Martirio di San Bartolomeo e la Pità. 1682 |
| 37 | Camino della sala grande, con alzata dello stuccatore Domenico Barca. 1698 |
| 38 | Jacob Denis (?). Ranuccio II Farnese 1671 |
| 39 | Giuseppe Gorla. Francesco Farnese, 1723 |
| 40 | Giovanni Bolla. Antonio Farnese, 1727 |
| 41 | Bartolomeo Chizoletti. Don Carlo di Borbone, 1733 |
| 42 | Anonimo Parmense. Carlo VI d'Asburgo, 1738 |
| 43 | Anonimo Parmense. Maria Teresa d'Austria, 1745 |
| 44 | Domenico Passarini. Don Filippo di Borbone, 1750 |
| 45 | Antonio Bresciani. Don Ferdinando di Borbone, 1767 |
| 46 | Francesco Galli (?). Scrivania con alzata, inizi sec. XIX |
| 47 | Isacco Gioachino Levi. Ritratti dei sovrani parmensi: Pier Luigi, Ottavio, Alessandro, Ranuccio II Farnese |
| 48 | Isacco Gioachino Levi. Ritratti dei sovrani parmensi: Odoardo Farnese, 1847; Maria Luigia, 1846; Napoleone, 1848; Vittorio Emanuele II, 1860 |
| 49 | Isacco Gioachino Levi. La fondazione del Monte di Pietà di Busseto, 1853 |
| 50 | Isacco Gioachino Levi. Prometeo protetto da Minerva porta in terra il fuoco rapito agli dei, 1873 |
| 51 | Michele Plancher. Luca Balestra, 1825 |
| 52 | Pietro Balestra. Autoritratto, 1738 |
| 53 | Pietro Balestra. Miracolo di San Nicola, seconda metà del sec. XVIII |
| 54 | Incontro di Paolo III con Carlo V, copia di Giuseppe Vallara (sec. XVIII) di affreschi cinquecenteschi perduti |
| 55 | Tullo Massarani. Vecchio con turbante, 1849 |
| 56 | Concerto, copia di Giuseppe Vallara (sec. XVIII) di affreschi cinquecenteschi perduti |
| 57 | Renato Brozzi. Il gatto del Vittoriale, 1927 |
| 58 | Renato Brozzi. Disegni a matita di cani, 1928 |
| 59 | Innocente Salvini. Ragazzo con agnello, 1954 |
| 60 | Siro Ratti. Piede di croce del servizio d'altare del Monte di Pietà, 1669-1670 |
| 61 | Siro Ratti. Serie di sei candelieri e piede di croce del servizio del Monte di Pietà 1669-1670 |
| 62 | Siro Ratti. Cartogloria maggiore del servizio del Monte di Pietà 1669-1670 |
| 63 | Argentiere parmense o piacentino. Serie di sei candelieri provenienti dalla chiesa di Sabt'Ignazio, fine sec. XVII inizi XVIII |
| 64 | Michele Cruer (?). Cartaglorie da Sant'Ignazio. Inizi sec. XVIII |
| 65 | Oreficeria italiana. Reliquiario. Sec. XVII |
| 66 | Gottfried Menzel. Reliquiario. fine sec. XVII inizi XVIII |
| 67 | Argentiere Italia settentrionale. Lampada pensile. Ultimo quarto sec. XVII |
| 68 | Oreficeria italiana del sec. XVII. Pisside |
| 69 | Argentiere veneto. Vasi portapalma. fine sec. XVII inizi XVIII |
| 70 | Statuta Pallavicinia. Manoscritto in pergamena appartenuto a Carlo Pallavicino di Tabiano. fine sec. XV |
| 71 | Legatura alle armi borboniche per il manoscritto: L'Assedio di Calais, tragedia del De Bellois. 1785 |
| 72 | Bartolomeo Platina. Liber de vita Christi ac Pontificum omnium. Treviso, Giovanni Rosso 1485 |
| 73 | Johannes Cassianus. De Institutis Cenobiorum, Basilea, Io. Amerbach 1485 |
| 74 | Dante, La Commedia, con il commento di Cristoforo Landino. Venezia, Matteo Codeca 1493 |
| 75 | Dante, La Commedia, canto primo |
| 76 | Girolamo Mercuriale. Da arte gymnastica. Venezia, Giunta 1573 |
| 77 | Il Pittor prattico, originale dell'Aldimiro, manoscritto con disegni a penna e a sanguigna. sec. XVII |
| 78 | L'Encyclopèdie di Diderot e D'Alembert nell'edizione di Losanna in 36 volumi. 1778 |
| 79 | Encyclopedie ou dictionaire raisonnè des sciences des arts et des metiers |
| 80 | Io: Dominici Santorini, incisione |
| 81 | Io: Dominici Santorini, studio per l'incisione |
| 82 | Incisione tratta da Istoria della Città e Ducato di Guastalla 1785 |
| 83 | La Biblioteca possiede tutte le opere dell'Affò |
| 84 | Dedica del prologo dell'aminta di Torquato Tasso edita dal Bodoni nel 1789 |
| 85 | Pagina del prologo dell'aminta di Torquato Tasso edita dal Bodoni nel 1789 |
| 86 | Inno delle nazioni. Prima edizione 1862 |
| 87 | Edizione di lusso dell'Ave Maria volgarizzata da Dante, musica di Verdi 1880. La copertina è del celebre Alfredo Edel, nativo di Colorno |
| 88 | Anonimo del cinquecento. La Venexiana, litografie di Carlo Mattioli 1968 |
| 89 | La Venexiana, litografie di Carlo Mattioli 1968 |
| 90 | Ristampa del Manuale di Bodoni in due volumi |
| 91 | Il Disertore inaugurò nel 1966 la prestigiosa collana I segni dell'uomo |
| 92 | La Biblioteca possiede i libri del fotografo Carlo Bavagnoli e l'intero suo archivio di negativi |
| 93 | Copertine di libri del fotografo Carlo Bavagnoli |
| 94 | La Chiesa di Roncole Verdi, da una finestra della casa natale di Verdi |
| 95 | Analisi di un recitativo de "La serva padrona" di Paisiello con autografo del giovane Verdi alla scuola milanese del m° Lavigna |
| 96 | Dal fascicolo n. 99: esempio di una partitura preparata e siglata da Provesi e non utilizzata dall'allievo Verdi |
| 97 | Dal fascicolo n. 23 Chirie a 4°: prima pagina della partitura della Messa. Di mano di Provesi sono il nome degli strumenti, le chiavi e armature. Il resto è scrittura di Verdi |
| 98 | Dal fascicolo n. 57 Laudate pueri: prima pagina della parte dell'organo concertante interamente di mano di Verdi |
| 99 | Dal fascicolo n. 191 Tantum ergo a solo tenore con piena orchestra: prima pagina della partitura. Sono di mano di Verdi tutte le note escluso lo spunto di Provesi nella prima battuta dei violini primi |
| 100 | Spartiti |
| 101 | Albero genealogico di Giovan Francesco del ramo di Zibello, disegno a penna dei primi decenni del Settecento |
| 102 | Repertorio dei documenti contenuti nell'archivio del marchese Alessandro di Zibello. 1596 |
| 103 | Gabriella e Pier Luigi marchesi Pallavicino, benemeriti donatori dell'archivio |
| 104 | Copertine dei volumi "Nelle terre dei Pallavicino" |
QUASI UN
MUSEO - Arredi e quadri nel Palazzo del Monte
Cristiano Dotti e Corrado
Mingardi
Le sale
del Palazzo del Monte e della biblioteca custodiscono pitture, decori e arredi
di buona qualità artistica che, nella loro attuale disposizione, si configurano
quale patrimonio di un vero e proprio piccolo museo locale. Qui presentiamo in
ordine cronologico le opere più notevoli, corredandole, dove ci è stato
possibile, della documentazione relativa.
Nell'autunno 1682, a compimento della costruzione del palazzo, il pittore Angelo
Massarotti (Cremona 1654-1723) affresca sotto il portico due lunettoni con la
Pietà e il Martirio di San
Bartolomeo oltre ad uno stemma farnesiano oggi non più conservato. Le due
scene, strappate dalle pareti, restaurate e riportate su pannelli subito dopo la
fusione del Monte con la Cassa di Risparmio, sono state poste nel corridoio
superiore. Assai deteriorate, presentano varie lacune che non impediscono
tuttavia di poter leggere le loro mosse composizioni, la forza del disegno e la
contrastata policromia, elementi tutti di pretto gusto barocco. Nella carriera
del Massarotti, una delle figure più notevoli della pittura cremonese del tardo
Seicento, questi affreschi si pongono quali primi risultati della sua formazione
romana compiutasi proprio l’anno prima, quando, tornato in patria, è anche alla
Parma del Correggio e della corte farnesiana che egli rivolge la sua attenzione.
Nella Pietà bussetana la lezione
carraccesca è più che evidente, ricalcata quasi pari pari dalle varie versioni
di Annibale, quella di Capodimonte in particolare (allora a Parma) e quella del
Louvre (allora in San Francesco a Ripa a Roma), a cui egli aggiunge un'enfasi di
marca cortonesca. Suo maestro a Roma era stato il cortonesco Carlo Cesi e
stretto era stato il suo rapporto con il Maratta. Il
Martirio di San Bartolomeo, patrono di
Busseto, è risolto con simile amplificazione barocca, che ha le sue fonti,
seppure non immediate, nel Domenichino di Sant'Andrea della Valle nonché nella
puntuale classica citazione in controparte del Laocoonte. Del 1698 è la
costruzione del monumentale camino nella sala d'ingresso, la cui alzata in
stucco è un bell'esempio di decorazione plastica dovuta a Domenico Barca pagato
100 lire il 7 febbraio. La famiglia Barca, stuccatori ticinesi provenienti da
Arosio, fu assai attiva nel piacentino. Domenico è presente nella Collegiata di
Fiorenzuola e in diverse chiese di Piacenza.
Il
seguente 1699 vede la costruzione dell'armadio di noce dell'archivio, un mobile
di straordinaria imponenza e di più straordinaria fattura, un vero capolavoro
giunto a noi intatto nella sala medesima a cui fu in origine destinato. Il
disegno si deve a Giovan Battista Meyster laico gesuita di Borgo San Donnino,
gli intagli a Giovan Battista Perfetti; "mastro de legname" è Giuseppe Gaibazzi
col figlio Battista; "fa legnami" sono Angelo Beretta, Bernorio e Giovanni Isè
tutti di Busseto; verniciatore e indoratore Pietro Santi Dall'Asta, il quale
indorò "sei candelieri e sei vasi che i Reggenti hanno donato all'altare
dell'Oratorio dei PP. Gesuiti di Borgo San Donnino, in remunerazione del
dissegno, viaggi, assistenze e fatture fatte dal Meyster. II Meyster appare
quale autore nel 1722 delle tribunette lignee della chiesa gesuitica di Fidenza,
ma è forse suo anche il credenzone che si trovava nella sacrestia della stessa
chiesa e che ora è nella contigua ex Casa di Riposo.
L'aspetto
architettonico dell'archivio del Monte, pur nella sua severità, richiama nei
suoi decori (lesene, cartelle, fastigio, vasi, mensole, capitelli e festoni
tutti di alta qualità d'intaglio) gli elementi stilistici dei grandi
contemporanei Ferdinando e Francesco Galli Bibiena presenti nel ducato come
scenografi, architetti e decoratori, autentici dittatori del gusto
tardo-farnesiano.
A quegli
anni immediatamente prossimi alla costruzione del palazzo, si devono i bei ferri
battuti, quelli della balaustra del corridoio superiore e delle sei torcere
poste in origine sulla facciata che rimandano per l'elaborata e raffinata
concezione non al solo artigiano ma per il disegno ad un artista. E tale
eleganza è riscontrabile nel forziere a cassa quasi sicuramente coevo.
* * *
Il Monte
possiede la serie quasi completa dei ritratti ad olio su tela dei sovrani
succedutisi nel ducato fino all'unità d'Italia. Per lo più sono copie
ottocentesche del bussetano Gioacchino Levi, che vedremo fra poco. D'epoca sono
invece le effigi di Ranuccio II, Antonio e Francesco Farnese, don Carlo, don
Filippo e don Ferdinando di Borbone, nonché degli Asburgo Carlo VI e Maria
Teresa. Il ritratto di Ranuccio II è stato attribuito a Giuseppe Gorla e datato
1723 per un equivoco: nel retro, tra la tela e la cornice, era inserito un
biglietto con la scritta "30 maggio 1723 Busseto. Il presente ritratto la fatto
mio fratello Giuseppe nel medesimo tempo che io Francesco Gorla sono fatore del
medesimo monte. Documentazione ulteriore ci testimonia invece come in tale data
il Gorla dipingesse il ritratto del duca Francesco che presenteremo fra poco.
Riguardo a Ranuccio, è lo stile che ci fa certi d'essere stato dipinto negli
ultimi decenni del Seicento, forse nel 1671 quando il 13 giugno risulta
acquistato a Parma un ritratto del Duca. Il documento non porta il nome del
pittore, perchè il pagamento non gli fu fatto direttamente, ma attraverso il
podestà di Busseto che si trovava nella capitale. E nell'ottobre successivo fu
pagata anche la cornice. Non è forse azzardata, per la notevole qualità
pittorica, l’attribuzione a Jacob Denis (Anversa 1644- Mantova 1700) ritrattista
ducale, proprio a Parma nel 1670 e 71. II ritratto bussetano è l'originale o una
replica coeva di quello conservato presso l'Accademia di Belle Arti di Parma.
Non più
rintracciabile il ritratto del duca Francesco giovinetto documentato al 1695 del
pittore Carlo Nassi (Parma 1646- 1707). L'esistente è, per l'età dell'effigiato,
certamente quello del 1723 di Giuseppe Gorla (Piacenza 1679-1753) pittore
conosciuto come ritrattista oltre che per suoi lavori in chiese piacentine.
Presumibilmente il Francesco Farnese è copia di ritratto di un più importante
pittore vicino allo Spolverini.
Del
prolifico Giovanni Bolla (Parma 1650-1735) è la tela raffigurante Antonio,
ultimo duca di casa Farnese. Il Bolla attivissimo nelle chiese e nei palazzi, fu
anche ritrattista come appare tra l'altro in Rocca a Soragna.
Il debole
ritratto ovale di don Carlo di Borbone è opera del 1733 di Bartolomeo Chizoletti
con bella cornice intagliata di Eustachio Aimi dorata da Pietro Capelli.
Sia
l'imperatore Carlo VI che Maria Teresa d'Asburgo sono dipinti, il primo del
1738, il secondo del 1745, pagati a Giuseppe Degani. Lo stesso Degani è
documentato come venditore della copia della Deposizione del Correggio ora nella
Collegiata di San Bartolomeo di Busseto. Giuseppe Perini è il doratore della
bella cornice ovale dell'imperatore.
Il vivace
ritratto di don Filippo è di Domenico Passarini (Parma 1723-1788) eseguito nel
1750. All’anno seguente è documentata la doratura della cornice da parte di
Giuseppe Sangalli, artigiano presente negli anni immediatamente successivi nelle
cantorie e altre opere della Steccata di Parma. Il pagamento di 5 zecchini. cioè
220 lire. prezzo molto alto, porta a credere che l'attuale cornice non sia più
quella originaria, e l'ipotesi che facciamo è che al momento della fattura del
ritratto del successore don Ferdinando, di uguali misure ovali, sia stata usata
per ornare quest’ultimo, la cui cornice è infatti tale capolavoro d'intaglio
complesso e fantasioso da giustificare l'alta spesa. Quanto allo stile anche
meglio compete al gusto barocchetto di don Filippo. Godi e Cirillo la
avvicinarono all'intagliatore Antonio Vernieri attivo a Soragna tra il 1739 e il
1766.
Per il
ritratto di don Ferdinando giovinetto, eseguito nel 1767 da Antonio Bresciani
(Piacenza 1720 - Parma 1817) non fu commissionata la cornice, mentre è
documentata per lo stesso anno una cornice per "il ritratto di S.A.R. già
defonto munita di cimasa quale possiede l'attuale, intagliata dal piacentino
Antonio Pallavicini e dorata da Francesco Scaglioni. E ciò conforta la nostra
ipotesi. Sono note diverse repliche o copie del nostro ritratto di don
Ferdinando in luoghi pubblici di Parma, come la Biblioteca Palatina e il Palazzo
della Provincia. Recentemente ne è apparsa una di assai alta qualità in un'asta
con l’attribuzione a Laurent Pecheaux.
* * *
Interrompiamo la serie dei quadri per inserire un mobile di grande interesse: si
tratta di una scrivania con alzata
in noce tardo settecentesca o tuttalpiù del primissimo Ottocento, pubblicata da
Cirillo-Godi. Fu acquistata attorno al 1980 dalla Cassa di Risparmio per il
Monte, con provenienza da una casa bussetana. Ottimo esempio di mobile
parmigiano Luigi XVI con motivi ad intaglio per lo più desunti dal repertorio
petitotiano (cimasa con vaso classico, greche e rosette) cui si aggiungono
motivi neo- rinascimentali nelle paraste superiori a candelabre. Assai originale
anche l'abbinamento elegante dei due corpi. L'attribuzione ai Galli soragnesi è
pienamente condivisibile. Francesco Galli è l'autore fra l'altro del bellissimo
coro della Collegiata di San Bartolomeo costruito tra il 1800 e 1805.
* * *
Si apre
ora il capitolo sull'attività del pittore Isacco Gioacchino Levi (Busseto
1818-1909) per il Monte quale committente di una numerosa serie di opere dal
1842 al 1872. I documenti che riguardano tale attività sono raccolti
nell'Archivio in un unico fascicolo titolato “Acquisto quadri” fonte
documentaria esclusiva a cui d'ora innanzi ci atterremo.
Si
comincia nel 1842 quando il giovane Levi, studente all'Accademia di Belle Arti
di Parma chiede "una straordianaria pensione scolastica. all'effetto di poter
continuare i di lui studi di pittura ... giacchè le ristrettezze di sua famiglia
fatta bersaglio dalle disgrazie non gli permetterebbero di più oltre continuare
gli studi intrapresi". La risposta del Monte (delibera del 28 maggio), veduti
fra l'altro i certificati positivi dell'Accademia e "riscontrato nei registri
dello Stabilimento che ad Ebrei mai si diedero né sussidi né pensioni
scolastiche”, tenuto conto "che il giovine Sig. Levi è di buoni costumi e
irreprensibile condotta" e "delle non poche disgrazie sofferte" dalla famiglia e
"delle spese sopportate per mantenere agli studi l'altro suo fratello
Alessandro" (divenne medico e buon letterato). delibera: “l° Di non potersi
accordare la chiesta pensione al detto Sig. Levi. 2° Che per animarlo e
incoraggiarlo e perché possa avere anche un mezzo di poter continuare i di lui
studi, l'Amministrazione essendosi determinata di completare la colazione de'
Ritratti ad olio de' Principi a questa parte, possedendone già nove ... essa
Amministrazione si propone di valersi dell'opera del Sig. Levi avendo già date
prove non dubbie della sua capacità. 3° Che le copie de' Principi ... debbonsi
estrarre da i dipinti esistenti nel Palazzo Ducale di Giardino in Parma, purchè
siano di buoni pennelli, facendo per primo quello dell'Angusta Sovrana Nostra
del valente professore Sig. Borghesi mediante permesso, e previa approvazione
Superiore della presente". Così, dopo le ratifiche superiori, Levi vorrebbe
proprio iniziare a copiare il già celebre ritratto di Maria Luigia di
Giambattista Borghesi, ora in Galleria Nazionale a Parma. Ma "il ritratto di Sua
Maestà trovasi in appartamenti non accessibili in tutti i tempi", per cui il
pittore ripiega con la copia di "Ranuccio I terzo duca di Parma che consegna
l'anno dopo insieme a quello di Maria Luigia, poiché nel frattempo l’originale
del Borghesi è stato portato in Accademia. La successiva delibera del 23 maggio
1843 prevede che la serie dei sei ritratti mancanti sia completata nel 1846 e
che "ogni volta che farà un ritratto gli sia dato un acconto di L. 125". Alla
fine, peritate e valutate in complesso le opere "da uno o più professori di
pittura”, gli sarà pagata la differenza. Il lavoro prosegue regolarmente e le
perizie parziali di volta in volta vengono stese dagli accademici parmensi Prof.
Borghesi, Filippo Morini e Giovanni Gaibazzi per il Prof. Borghesi ammalato, e
tutte controfirmate da Paolo Toschi. La valutazione finale del piacentino prof.
Lorenzo Toncini del 18 giugno 1846 è di L. 675, quindi complessivamente
inferiore di L. 75 alle già pagate dal Monte al Levi. L’ultimo ritratto eseguito
è quello di Pier Luigi Farnese dopo che nell'ordine sono dati dipinti Ranuccio
I, Odoardo, Ottavio e Alessandro. Nei giudizi gli accademici vi riconobbero non
più che diligenza, precisione e conformità agli originali. Le loro cornici
furono acquistate dall'indoratore parmense Ferdinando Cardinali.
In pieno
1848, anno libertario, al Levi viene commissionata copia del ritratto di
Napoleone "dipinto, dicesi, del celebre Gerard, e che già trovasi negli
appartamenti di S.M. Maria Luigia". Francesco Scaramuzza, controfirmato dal
Toschi, il 28 agosto giudica che l'artista "usata tutta la diligenza ed
accuratezza nel dipingerla, ha potuto ottenere somiglianza di forme e di colore
lodevolissima, pe' quali pregi senza dubbio non lievi e non comuni, la copia
anzidetta non dovrebbe dall'acquirente pagarsi meno di italiane lire
centocinquanta a fronte delle 125 pattuite. E veramente questa ci sembra la
copia migliore. La relativa cornice tarderà ad essere messa solo nel 1853,
pagata all'indoratore bussetano Gaetano Visai lire 45. L'ultimo ritratto del
Levi per il Monte è quello di Re Vittorio Emanuele II, dipinto nel 1860 a Torino
dov'era insegnante di Figura nel Collegio Nazionale. Ancora una volta fu lo
Scaramuzza a valutarlo. riconoscendolo il 10 giugno fra l'altro
“somigliatitissimo" e convenendo "pienamente nel prezzo di L. 600, compresasi la
cornice dorata di cui è fornito, in compenso di sì nobile fatica".
Ma
torniamo al periodo precedente. Gioacchino Levi, vinto nel 1848 e attribuitogli
nel 1849 il gran premio di pittura dell'Accademia parmense, e quindi il diritto
al pensionato romano, resterà a perfezionarsi nella città papale il 1851 e 52.
E' prima di partire che il pittore si offre di dipingere a Roma per il Monte la
vasta tela raffigurante la sua fondazione cinquecentesca. Accolta con delibera
del 3 ottobre 1850 la proposta, si convengono le condizioni e il prezzo di L.
1000 nuove di Parma da pagarsi in tre rate. Il Consiglio riconosce come "l'opera
toccherebbe adunque a due scopi proficui, a decoro delle istituzioni di questo
Stabilimento da un lato, ad incoraggiare, ed onorare, dall'altro il merito
dell'artista, perché non potrebbesi dire meglio raccomandata". E ciò torna a
gloria della generosa lungimiranza del Monte, che nel giro di pochi anni aiutò
tre bussetani. Verdi, Muzio, Levi, destinati a fare onore a se stessi e a recar
onore al proprio paese. Finita l'opera a Roma nel tardo 1852, essa fu portata
subito a Parma per essere pubblicamente esposta in una sala dell'Accademia. Il
giudizio che ne diedero il 7 gennaio 1859 i professori accademici fu assai
lusinghiero e sottoscritto, oltre che dal presidente e il direttore, dall'intera
sezione di pittura. E perciò che in calce si trovano i nomi di Paolo Toschi,
Antonio Dalcò, Stanislao Campana, Giovanni Tebaldi, Filippo Morini, Giovanni
Gaibazzi, Luigi Marchesi e Giuseppe Magnani, quanto dire il meglio della scuola
pittorica parmense dell'epoca. L'esposizione pubblica nella Galleria
dell'Accademia fu motivo della pubblicazione di un opuscolo descrittivo e
laudativo di Lazzaro Uberto Cornazzani, valente magistrato e letterato con viva
passione per la pittura, fra l'altro cugino ed esecutore testamentario di Pietro
Giordani. Ne diamo qui uno stralcio, quale esempio di onesta tipica critica
ottocentesca.
"Al Sig.
Giovanni Panini Segretario nella Reale Bililioteea
Parma 4
marzo 1853
Non solo
da Voi, ma da parecchi altri amici miei venitemi obbligante invito a scrivere
parole di lode a un pittore nostro, il Signor Gioacchino Levi, pel quadro, cui
ordinatogli molto saviamente dagli Amministratori del Monte di Pietà e
Abbondanza di Busseto dipinse in Roma: ed ancora possiamo veder qui nella R.
Accademia ... è la scena della presentazione delle Regole che si volevano
imporre all'amministrazione dell'Istituto di beneficenza dimandato dagli Anziani
di Busseto nel 1537 per far cosa providissima al paese decretato città
quattr'anni prima da Carlo V allorchè volle gratificare al suo favorito
Gentiluomo di Camera marchese Girolamo Pallavicini, Signore principe di quella
Terra ... Un buon Frate (v' è ragion di crederlo un Conte Majavacca) guardiano
del convento dei Minori Osservanti: ed un buon Canonico di S. Bartolomeo (potè
essere D. Nicola Pelati) che aveano dato faticosa opera a raccogliere quanto
bastar potesse alle spese dell'Istituto avean pur dal Comune l'incarico
d'apparecchiare il Regolamento necessario a bene amministrarlo. E volendosene
l'approvato dalla Famiglia regente la città, deve farsene la lezione in una sala
della Rocca. Il Canonico tra per contento e reverenza trepidante legge: dietro
lui siede attentissimo e compiacentesi della già persuasa riuscita il tranquillo
Frate collaboratore. A lor sinistra, stanno in piedi, testimoni scelti del
solenne atto di lettura due sindaci. Seduti ascoltano i signori; con gravità il
marchese Girolamo che dovrà (sottoscrivendo il proprio nome) dar valore a quei
Canoni; con meditazione il Proposto D. Gian-Francesco, consigliere, e protettor
liberale di quel bene; ritto in piè con vivace aria di curiosità o impazienza il
terzo più giovane fratel loro, Ermete.
Siffatta è
la scena; quanto semplicissima. in altrettanto vaghissima distribuzione
ordinata. Della quale a voler poi dimostrare le parti lodevolissime io non
potrei fare miglior cosa del ripetere osservazioni, che uscirono dalla voce di
un provetto pittore nostro assai bene rifiutato, spezialmente per buon gusto. e
dotta discrezion dell’antico.Egli parlando a cinque o sei giovani artisti che
standogli intorno guardavan con lui per la prima volta il quadro, non rifiniva
dal lodarlo. Io maravigliato dall'udir quasi in publico un pittore lodarne con
sincerità un altro vivente, contro l'uso della maldicenza insidiosa perfin negli
elogi, tra i confratelli d'arti confluirne, ai poco abili per bassezza
d'invidia, ai meglio periti, o più fortunati per dispetto d'orgoglio, o asperità
d'avarizia, m'avvicinai non conosciuto da alcuno de' guardanti al caldo
lodatore, e potei silenzioso lieta e continuata attenzione porgere al suo
ragionare. Nel quale con forti esclamazioni di plauso andò notando l'ottima
disposizion prospettiva di tutto il piano, parte difficilissima del dipingere,
massimamente se in quadro non molto grande (quest'è in altezza 1 metro e 60
centimentri, largo 2:25) si figurino murate volte e sottoposte pareti di cui
bisogna pur farne indovinare la retta corrispondenza delle estreme linee
congiuntesi al di sotto, o al di là delle cose esposte davanti. La giusta
proporzione, ed espressione date a figure, che essendo a men di un quarto del
naturale, se vengan dipinte da pittori mediocri facilmente presentano ridicoli
burattini. E per contrario qui si vedono con vive carni i volti delle sette
persone composte dal Levi: in bello e congruo atteggiamento ciascuna. Vivissimi
li occhi ed esprimenti, come debbono, i diversi calmi pensieri, non ardenti
passioni. Simiglianti al vero i velluti, le sete, e le lane delle vestimenta e
de' calzari, e le frange d'oro ne' cuscini degli scalini, o su i tappeti. E
perché si veggono variate molto le tinte, diceva esser questa bellissima prova
di raro magistero nell'uso del colore. Niente che appaga potersi meglio
collocare, talchè lo sguardo spazia piacevolmente entro la sala, e ne misura le
giuste distanze de' lati e degli angoli, e gira intorno alle figurate persone. E
se taluno dir volle sembrar difettoso quel che v' ha di luce, perché non risalta
gran contrasto di ombre, ei Francamente osservò che per contrario è gran pregio
del quadro la diffusione di luce che il pittore ottenne, proponendosi a superare
grave difficoltà. Illuminando la sala da una parte con luce larga, non fulgida,
la quale arriva d'infra le arcate d'una loggia, che lascian vedere un lontano
azzurro di cielo, ravvivata dal riflesso di altra scendente di raggi solari
penetrami da breve apertura di una finestra e sotto a rosso padiglione. Tutto
infine dichiarò, composizione, disegno, e colorito sommamente doversi lodare in
questo lavoro che il Levi condusse con molto amore. Mosso non da avidità della
mercede, ond'ei sapeva di ricavare a mala pena il rimborso del suo speso danaro:
ma da riconoscenza al pensiero de' Savj che gliel commisero. I quali debbon per
ciò grandemente rallegrarsi di possedere un'opera non solo pregevolissima in se,
ma capace di bell'esempio, e incitamento per chiunque possa, o deve giovare i
buoni artisti fra noi; cioè di voler da loro bene rapresentati ricordi d'atti
patrii storici, onorevoli a concittadine famiglie, od ai principali fra i nostri
tanti utilissimi Istituti.
La
Fondazione del Monte resta senza dubbio il capolavoro del Levi, che alla lezione
purista e timidamente romantica si dimostrò fedele in tutta la sua produzione,
la quale seppe toccare dignitosamente temi mitologici, storici e religiosi,
eccellendo tuttavia come ritrattista. Pittore esclusivamente di figura, affrontò
l'impegnativa decorazione ad affresco del soffitto del bussetano Teatro Verdi e
ne meritò lodevole riconoscimento.
Tale
impresa, compiuta a metà degli anni Sessanta, costituisce l'antecedente diretto
della scena mitologico-allegorica dipinta nel 1873 sulla volta della prima sala
della Biblioteca del Monte. Il progetto fu approvato con delibera del 23 luglio
1872 per la somma di lire 1200, ma la proposta di decorazione risaliva al 1865.
Questo il
"concetto dell'artista":
“Il punto
di vista per l'osservatore è nel mezzo della lunghezza della sala, rivolgendo le
spalle alla finestra. e distando da quella un braccio o poco più.
La
composizione è di sotto in su; ed il Sole che è nel mezzo si suppone trovarsi
fuori del quadro perpendicolare all'osservatore circa. Delle dodici Ore che sono
ai lati e dietro al sole, il quale cammina dalla destra alla sinistra (come
succede nella nostra parte di globo) ne sono visibili quattro, nuotanti
nell'atmosfera solare le quali danzano intrecciate alle altre che si suppongono
a destra e dietro il punto di vista, fuori del quadro. Il gruppo principale, è
nel mezzo della cerchia descritta dalle Ore e perpendicolare circa al sole.
Minerva dopo aver percosso colla lancia nel capo all'Errore, protegge la fuga di
Prometeo il quale ha rapito la luce al sole. Egli si slancia in terra, ma
l'Errore che voleva dapprima opporsi al furto, impedito a far ciò dal colpo di
Minerva, anch'egli precipita in terra. Così Prometeo, abbenchè abbia potuto
coll'aiuto della Dea compiere la sua impresa, fu però (sin ora) forzato a
tenersi quel molesto compagno nel mondo, il quale non fa altro che fermarsi in
quei luoghi, dove non è ancora comparso il suo potente nemico".
Non è la
glorificazione scontata e ingenua delle magnifiche sorti e progressive, soggetto
di lì a poco esaltato dal ballo Excelsior, ma poco ci manca. Il mito del
progresso trova ancora una volta in Prometeo la sua personificazione nell'atto
di rapire “la scintilla di luce che deve diradare le tenebre dell' Ignoranza",
come scrissero il 20 novembre 1873 Francesco Scaramuzza, direttore, cd Enrico
Barbieri ispettore dell'Accademia nella loro perizia che così concludeva: “Il
concetto di questo lavoro è sembrato ai sottoscritti bene immaginato e
chiaramente espresso; vi hanno scorto buon impegno, condotta diligentissima,
vago il colorito, ben integro il chiaroscuro e ben distinti i piani nella viva
luce che circonda le figure, e vi è leggierezza di tinte: nel tutto insieme si
può decisamente chiamare un apprezzabile lavoro: per cui non solamente sarebbe
da lodarsi l'artista che lo ha concepito e dipinto, ma l'Onorevole Consiglio che
con savio discernimento ebbe a deliberargliene la esecuzione".
Attorno
alla scena racchiusa da una cornice ovale in stucco, furono dipinte quadrature a
chiaroscuro da Giuseppe Baisi scialbate poi nel 1971.
Nel
Ratto di Prometeo molto bene la professionalità del Levi nel
comporre, nell'atteggiare e nello scorciare le figure evidenzia anche un
recupero di classicismo accademico un poco anacronistico ad una data così
avanzata.
* * *
Per
rimanere in ambito ottocentesco, vero capolavoro della ritrattistica parmense è
il dipinto oli Michele Plancher (Parma 1796-1848) raffigurante il medico Luca
Balestra. Il Balestra (Busseto 1788-1875). professore universitario a Parma,
lasciò in eredità alla Biblioteca del Monte la sua raccolta di quasi 400 volumi
per lo più di argomento medico scientifico e due quadri: il suo ritratto e
l'autoritratto dello zio don Pietro Balestra. di cui diremo.
Le scarse
notizie sul Plancher formatosi a Parma negli aiuti del passaggio dal decennio
francese al primo di Maria Luigia, e poi brevemente a Roma da dove già nel 1823
era rientrato, e in più la scarsità delle sue opere conosciute, non ci
permettono di inserire nel suo percorso artistico l'esecuzione del ritratto
Balestra. L'età dell'effigiato sui trent'anni ci spinge a datare la tela alla
fine del terzo decennio del secolo, ipotizzando che tra i "quattro ritratti al
naturale" esposti nel 1829 nella Ducale Galleria ci potesse essere anche il
nostro. Il quale al rigore neoclassico accoppia una calda vivacità fisiognomica.
Godi vi ha pure giustamente visto un "aggancio alla ritrattistica fiorentina
cinquecentesca" nell'ambientazione costituita dalla rossa tenda e dalla
prospettiva fortemente scorciata, in cui campeggia la statua di Esculapio con
l'effetto di anticipare quasi il De Chirico metafisico.
Con questo
ritratto, giunse al Monte anche l’autoritratto dello zio Pietro. Pietro Balestra
(Piacenza 1711-1789) fu il più rappresentativo pittore della Busseto
settecentesca. Recentemente Ferdinando Arisi ne ha steso un profilo critico
puntuale: "fu allievo del Tagliasacchi ma la sua pittura è quella di un
eclettico colto (era sacerdote) che prende spunti da ogni parte, in particolare
dal Galeotti, che tenta di emulare nelle esuberanze dei panneggi e
nell’accentuazione dei gesti. Come Peracchi s'intendeva di pittura e per questo
scrisse delle pubbliche pitture di Busseto, come aveva fatto il Ruta per Parma.
Morto il Tagliasacchi nel 1737, nell'Autoritratto del 1738 (Busseto, Museo
Civico) Balestra, ventisettenne, si presenta con un "ci sono io" colmo di buoni
propositi e di molte speranze. Composizione attenta, diligente, apprezzabile per
la semplicità dell'impianto, aderente a una dimessa ferialità del vero, anche
nei panneggi, del tutto sganciata dai modi del maestro. E sarebbe forse stato
opportuno che avanzasse su questa strada, rinunciando all'ambizione del far
grande per stupire nella Resurrezione
e nelle Marie al sepolcro
dell'oratorio dell'Annunciata, a Busseto.
Di un
altro quadro di Pietro Balestra era stato fatto dono al Monte dagli Eredi di
Cristoforo Balestra nel 1867: la pala d'altare di
San Nicola che risuscita i tre fanciulli,
oggi in deposito al Museo Civico di Villa Pallavicino. Ricaviamo la storia del
quadro dal Vitali al punto in cui illustra la presenza sull'altare di S. Nicola
nell'oratorio della SS.Trinità di una tela del fidentino Angelo Dal Verme:
"Dello stesso Dal Verme è pure il quadro di San Niccolò nell'oratorio di un tal
nome posto nella cappella sua, nel quale è figurato il miracolo del risuscitare
ch'ei fece i fanciulli. Era stata data a fare quest'opera al Balestra, ma perchè
egli dopo di averla incominciata non si risolvette di terminarla al tempo che
bramavano que' confratelli, questi soverchiamente impazienti, e con sentimenti
di poca affezione verso un loro concittadino gliene tolsero la commissione, e
dierolo a fare al Borghegiano Dal Verme allievo della Parmigiana Scuola. Quello
che aveva incominciato il Balestra dopo la morte sua fu poi terminato da Gaetano
Bombardi suo scolare, e truovasi ora presso al sig. Dottore Cristoforo Balestra
nipote del detto Pietro."
L'esito è
quello di una tipica pala d'altare ancora attardata su modelli del primo
Settecento.
* * *
Nel
Palazzo del Monte erano due grandi tele, anche queste ora in deposito presso il
Museo Civico di Villa Pallavicino, modeste copie tratte dagli affreschi
cinquecenteschi che ornavano la facciata di una casa della via principale. Tali
copie, opera di Giuseppe Vallara (Parma 1670-1723) raffigurano, l’una, lo
storico Incontro di papa Paolo III Farnese con l'imperatore Carlo V avvenuto
in Busseto nel 1543. l'altra un Concedo di
musici. Le fonti locali facevano risalire la prima all’affresco che Tiziano,
presente all'incontro, vi avrebbe dipinto, la seconda all'affresco di un ignoto
pittore fiammingo. Cirillo e Godi riconobbero dapprima il Concerto quale copia
da Nicolò dell'Abate, e successivamente, sulla scorta delle ipotesi della
Bergamini e del suggerimento di Mina Gregori, convennero che anche l’incontro era copia dallo stesso Nicolò, riconoscendosi così la
pittura dell'intera facciata ad uno stesso autore. La copia del Concedo giunse
al Monte per lascito testamentario del conte Sempronio Sanviti nel 1804.
L'Incontro faceva parte degli arredi del Monte dagli anni precedenti
come fa fede la delibera del 12 agosto 1815, quando per entrambe le tele fu
riconosciuta la necessità di un restauro.
* * *
Nel 1990
per lascito testamentario di Corallina Brunelli in memoria del fratello ing.
Nello, di antica famiglia bussetana trasferita a Brescia, il Monte si arricchiva
di quadri, mobili, sculture e tappeti, tra i quali figurano tre pitture
particolarmente interessanti. La prima è una tela di Tullo Massarani (Mantova
1826 - Milano 1905), Ritratto di vecchio
con turbante, a metà busto, datato 1849. Il Massarani, dagli svariati
interessi artistici e sociali, di formazione milanese (allievo di Domenico
Induno, tra i frequentatori come Verdi del salotto della contessa Maffei) fu un
fervente patriota, impegnato poi in politica come deputato e senatore del Regno
d'Italia. La sua romantica produzione pittorica, esercitata più
en amateur che per professione, toccò
temi storici e di genere, diverse volte anche di ispirazione orientalista. Il
nostro Ritratto ne è un esempio giovanile piuttosto riuscito.
La seconda
è un olio su tavoletta, Il gatto del
Vittoriale, datata nel retro 1927. di Renato Brozzi (Traversetolo 1885-
1963), orafo e scultore il cui nome è legato a Gabriele D'Annunzio, che gli
commissionò numerosissime opere di cesello spesso di soggetto zoomorfo. Proprio
nella raffigurazione, sempre vivacissima ed elegante, degli animali egli
eccelleva. Qui il gatto del poeta,
colto come in un'istantanea, staccandosi
dal fondo di legno lasciato al naturale, prende forma con poche efficaci
pennellate di bianco morbido e luminoso. Del Brozzi, sono anche due bei disegni
a matita firmati e datati 1928 rappresentanti dei cani, provenienti al Monte
dalla medesima eredità.
La terza
pittura è una tela di innocente Salvini (Cocquio Trevisago, Varese 1889-1979),
Ragazzo con un agnello, firmato e
datato 1954. La figura, quasi un San Giovannino, richiama composizioni
seicentesche frequenti nei pittori caravaggeschi, ma il luminismo salviniano
(tipico il suo controluce) è assai originale e moderno, con assonanze si direbbe
espressionistiche. Al Salvini è dedicato un museo nella sua patria, ma sue opere
sono in importanti raccolte come i Musei Vaticani e le collezioni civiche di
Milano.
TESORI
D'ARGENTO, TESORI DI CARTA
Alessandra Mordacci
Ad maiorem Dei gloriam:
argenti
per il culto
nella
Busseto barocca
E’
innegabile che Busseto raggiunse il massimo splendore nel Quattrocento,
all'epoca di Rolando Pallavicino "il Magnifico", fautore del rinnovamento
artistico ed architettonico locale, ma anche più tardi, in età barocca, la
cittadina visse momenti di grande fervore e fecondità culturale. Ne rendono
testimonianza pregevoli esempi d'edilizia storica. come Villa Pallavicino
(residenza suburbana dei marchesi di Busseto, nota pure come "la Boffalora"), il
complesso del Collegio dei Gesuiti e il Palazzo del Monte di Pietà e, inoltre,
sfarzosi arredi, tra cui spiccano i preziosi corredi d'altare argentei tuttora
conservati nello stesso Palazzo del Monte. Studiate da chi scrive nel 1994, in
occasione della mostra che ebbe per oggetto le collezioni d'arte della Cassa di
Risparmio di Parma e Piacenza, le argenterie furono pubblicate nel relativo
catalogo, il primo della felice serie promossa dalla Fondazione Cassa di
Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto.
Nuove
ricerche d'archivio, preparatorie al presente volume, consentono ora di
precisare particolari inediti non trascurabili., come, ad esempio, i nomi dei
collaboratori del maestro argentiere che fabbricò il servizio per il Monte di
Pietà, nonché di ripercorrere le vicende, sia d'uso sia conservative, di queste
e d'altre importanti suppellettili sacre all'interno della vita sociale e
culturale bussetana, mostrandocene un significativo spaccato.
Entrambi
di notevole rilievo, per la raffinata qualità esecutiva che li connota, i
corredi d'altare sono due e si compongono ciascuno di sei candelieri e di tre
cartaglorie, vale a dire le tavolette riccamente incorniciate recanti le formule
fisse della Messa, con funzione di “promemoria" per il celebrante. Uno, più
antico, è "di ragione del Sacro Monte, l'altro proviene dalla Chiesa di
Sant'Ignazio dei Padri Gesuiti, presenti a Busseto dal 1613.
Il
servizio del Monte, uscito tra il 1669 e il 1670 dalla bottega piacentina di
Siro Ratti, annovera in più, rispetto all'altro, anche un massiccio basamento
portacroce, chiamato "piede" o "pedestale" nei documenti.
I pezzi
che lo compongono rivelano pienamente il gusto barocco, codificato in forme
simmetriche e opulente, con motivi decorativi poco prominenti che animano la
superficie senza nascondere la struttura: i candelieri poggiano su piedi a testa
di delfino e hanno la base a sezione triangolare, con nastri piatti a volute
concave e convesse negli angoli, mentre sulle facce ampie volute racchiudono un
ovaio centrale impercettibilmente bombato, sormontato da pendoni floreali, con
un mascherone ed una conchiglia sottostanti. Il fusto, che termina con un
balaustro a scanalature lievemente tortili, è formato da tre nodi solcati da
motivi fogliari e da pendoni di fiori e frutta a tenue rilievo. Teste di
cherubini e minuscoli pendoni eseguiti a fusione sono applicati al nodo
inferiore, a forma di vaso, al nodo centrale e agli spigoli della base. Il
piattello presenta, infine, un motivo a baccelli. Analoga impostazione
strutturale e formale mostra la base di croce, che si differenzia dai
candelieri., oltre che per le dimensioni, unicamente per la presenza di una
mensola con decoro a ovuli, che funge da raccordo tra il piede e il fusto. Le
cartaglorie hanno piedini a zampa di rapace e pur presentando decori analoghi
agli altri pezzi (una fascia a ovuli riprende il motivo presente nella base di
croce, ampie volute uscenti da fogliami definiscono la cornice, il cui fastigio
ripropone l'ovato centrale già visto nelle basi dei candelieri), cui le
accomunano anche precisi riferimenti stilistici e tecnici, come il repertorio
ornamentale tipicamente barocco e lo sbalzo non molto accentuato, denotano una
qualità esecutiva inferiore.
La prima
menzione dei candelieri, che noti presentano alcuna punzonatura, figura nel
contratto stipulato il 17 luglio 1668 da "Annibale Dordoni, Alessandro Dordoni,
Nicolò Cavitelli e Alfonso Zaccaria. tutti Reggenti del Sacro Monte" con "Siro
Ratti e Carlo Alessandro fratelli et Monsù Ghion la Riviera oreffici in
Piacenza”, che s'impegnavano a realizzare "per le feste del prossimo Santissimo
Natale Quatro candellieri, et li altri Duoi per tutto il prossimo Carnevale". Vi
si dice, inoltre, che i candelieri dovevano essere sottoposti ad assaggio da
parte di persone perite, pesare complessivamente 780 once e costare lire 16 e
soldi 16 a moneta parmigiana per ogni oncia, a di bontà di reale, compresa la
fattura". Il 16 dicembre 1669 Siro Ratti sottoscriveva la ricevuta di "lire
diecisetemila nouecento nouanta sete [17.997] in più uolte quali sono per
intiera satisfacione deli sei Candelieri da altare fatti".
Il 23
gennaio 1670 venivano invece stilati, con i fratelli Ratti e con il loro
collaboratore Guido Riviera, d'origine borgognona, i capitoli del contratto per
il piede della croce, che doveva essere approntato "entro la settimana della
Passione", nonché per la muta di cartaglorie e il 27 febbraio gli artefici
ricevevano un acconto di 35 doppie e mezza d'Italia. In ritardo rispetto agli
accordi, il 23 novembre Siro Ratti assicurava la consegna del piede entro
Natale, spiegando che l'avrebbe finito prima "se non fosse stato ammalato mio
genero [il Riviera] quale in piu volte è stato piu di doi mesi e mezo che non a
pottuto lavorare"; infine il 31. marzo 1671 Ratti firmava una ricevuta di lire
2603 e soldi 9.6 a saldo del piede di croce e delle cartaglorie piccole". Altre
informazioni si ricavano da una "fede" del 21 aprile 1672, rilasciata dai
reggenti dietro richiesta dell'argentiere. Con quella essi attestavano come
nell'anno 1670 "Noi (...) ordinassimo (...) di fare un Piede d'Argento per la
Croce di San Bartolomeo" e così pure "La Tauoletta grande del Sacro Conuinio con
Le due Tavolette dell’Inprincipio et Lauabo"1". La durata dei pagamenti dimostra
che si trattò di un intervento lungo e complesso, terminato il quale l'artista
fu pagato per tutti i pezzi lavorati, eccetto la cartagloria grande, perché.
-scrivevano i reggenti- "eravamo in pensiero di farne fare un'altra più
magnificha et sontuosa per magior gloria del Culto di Dio".
Il Ratti
(1630-1679), la cui produzione documentata e tuttora conservata è unicamente
questa del Monte di Pietà di Busseto, era figlio d'arte. La presenza del padre
Tommaso, orafo d'origine probabilmente genovese, è accertata a Piacenza verso la
metà del secolo XVII, nella parrocchia di S. Michele. La cittadinanza piacentina
fu concessa ai figli Siro e Carlo Alessandro nel 1677. L'anno di nascita di Siro
è. ricavabile da un documento del 1670 in cui, presentato come teste, dice di
avere 40 anni, di essere da 27 a Piacenza e d'essere argentiere.
Egli fu
anche zecchiere ducale e nel 1673 coniò una moneta farnesiana. Come segnalano
Longeri e Migliorini, lui defunto, ne continuarono l'attività il fratello e
Guido Riviera [nei documenti anche "La Rivière"], che dopo un apprendistato
torinese risiedeva dal 1663 in casa Ratti, e che fossero artisti indubbiamente
stimati è provato dal fatto che, proprio l'anno della morte di Siro fu loro
affidata dalla confraternita del Rosario di S. Giovanni in Canale a Piacenza la
fattura di un paliotto d'argento.
Secondo
una tradizione orale, ancor oggi tramandata in ambito bussetano, il Monte di
Pietà esponeva i candelieri e le cartaglorie su di un altare mobile
appositamente allestito sotto il portico del Palazzo del Monte, al passaggio
delle processioni. Ma di non lieve impulso all'esecuzione dei pezzi fu la
necessità di avere un apparato adeguatamente sfarzoso, da usare nella chiesa
Collegiata di S. Bartolomeo in occasione delle maggiori solennità liturgiche per
l'ostensione della grande croce d'argento dorato ivi conservata, capolavoro
firmato nel 1524 dagli orafi parmigiani Jacopo Filippo e Damiano da Gonzate,
vanto della Comunità ecclesiale e civile di Busseto.
Una volta
realizzata l'importante commissione, si pose all'istante il problema della
custodia e della responsabilità delle preziose suppellettili ed è divertente
rileggere oggi, nelle carte d'archivio, il palleggio tra il "Ragionato" Girolamo
Majavacca e il Tesoriere Girolamo Vitali: concluso infine con l'equanime
decisione di affidare gli argenti, che al di fuori delle feste solenni restavano
depositati al Monte, al controllo collegiale di tutti i reggenti pro tempore.
Dispute
nascevano anche in merito all'uso liturgico del servizio: nel 1687, il prevosto
Pietro Antonio Casoni lamentava in una lettera al duca di Parma che "sono venti
anni in circa che d'ordine di V.A.S. furono fatti dalli Reggenti di questo S.
Monte di Pietà sei candellieri d'argento col piedestallo della Croce per
servizio dell'Altar Maggiore della Collegiata di S. Bartolomeo di Busseto nelle
Feste più solenni, et essendo passate sin ora le cose quietamente, ecco che il
Ten. Donnino Sanviti nuovo Thesoriere ha ricusato di darli in mio nome al
Sagrestano, secondo il consueto, per la Festa. dell'Ascensione...”. Di norma,
tuttavia, il servizio era prestato alla chiesa Collegiata senza particolari
formalità (ciò si verificò fin verso il 1838, quando fu stabilito un più
rigoroso iter burocratico) e l'andare e venire dei pezzi tra le stanze del Monte
e l'altare della Collegiata determinò rotture e perdite di elementi decorativi.
Sono pertanto documentati i vari interventi di riparazione e di restauro: nel
1717 da parte di tale Giuseppe Bolgie e nel 1721 ad opera del piacentino don
Giuseppe Doria (1666-1730), sacerdote e "argentiere de' più perfetti e stimati".
Egli, con il suo garzone Giuseppe Cervini (che
diverrà a sua volta un argentiere affermato, dopo l'iscrizione all'Arte nel
1733), alloggiò a Busseto per 22 giorni: il tempo necessario per "acomodare
l'asta del piede della croce d'argento per la catedrale", compresa "la figura di
novo fatta" e i candelieri del Monte.
Il Doria,
che nel 1700 aveva rilevato le attrezzature della bottega dei Ratti, è una
figura di primissimo piano tra gli orafi locali del XVIII secolo e al suo
catalogo vanno ascritti importanti lavori: perduti i più antichi, noti solo dai
documenti d'archivio, rimane a testimoniare la sua grande perizia un serrato
avvicendamento di incarichi piacentini e parmensi, ampiamente segnalati in studi
recenti. Il suo capolavoro è il reliquiario della Croce in S. Maria della
Steccata a Parma, che egli firmò nel 1713.
Nuove
spese per accomodare i candelieri d'argento saranno effettuate ancora nel 1755:
"a Giuseppe Giorgi orefice per "rassodare ed accomodare in modo proprio e
durevole li candelieri d'argento ... compresovi l'agionto dell'argento sì nel
rinovare alcune spine d'argento, che ne' chiodini pure d'argento ivi posti ed
altro occorso per il riatamento de'medesimi".
L'imponenza dei oggetti e la loro pesantezza avevano, intanto, reso necessaria
la "rifazione delle Schantie dell'Altare Maggiore di questa Insigne Collegiata
... opera necessaria essendo la schanzia che di presente si trova logora ed
instabile à sostenere li Candeglieri d'Arg.to, con pericolo anco di poter cadere
dallo Altare con scandalo". L’intagliatore scelto per eseguire il lavoro fu
Carlo Febbrari e l’indoratore Giovanni Fieschi.
Il
prestigio delle argenterie bussetane era tale che, in occasione del Sinodo del
1728, il Vescovo di. Borgo San Donnino in persona richiese il prestito dei
candelieri del Monte e della grande croce della Collegiata. Gli furono accordati
anche il massiccio piede della croce e le cartaglorie del Monte, con l'unica
raccomandazione che niente si guastasse, specificando che "tutto è perfetto, ed
intatto salvo due fregi di bassorilievo smaltati, che manchano l'uno sopra, e
l'altro sotto la statuina del beato Rolando in detta Croce, e la cima d'una
foglia nel piede della medesima croce...”). Nel 1880 fu la C0mmissione
Ordinatrice dell'Esposizione d'Arte Antica a richiedere gli oggetti, per la
mostra in allestimento presso il Museo d'Antichità. a Parma. Sul servizio del
Monte, un'altra notizia che si ricava dalle fonti locali è che l'ente usava
nominare e avvalersi di "Portatori" appositamente salariati: "due Uomini che
(...) portano e riportano li Candeglieri d’argento di ragione del Monte medesimo
in occasione delle solenni Fonzioni che si vanno annualmente facendo dal Rev.mo
capitolo di questa Insigne Collegiata di S. Bartolomeo”.
Venendo
ora al servizio che appartenne ai Gesuiti, è necessario ricordare che le
conoscenze al riguardo sono di gran lunga inferiori a causa dello stato delle
fonti documentarie, esigue e lacunose; ciononostante anche in questo caso si
riesce a gettare uno sguardo su alcune delle consuetudini che animavano la vita
di Busseto in quell'epoca, sulle cure che la comunità riservava al proprio
patrimonio culturale. Quelli che oggi, cessate le funzioni originarie per cui
furono creati, si ammirano nella nuova qualità che hanno assunto di reperti
museali, in passato furono parte importante del vissuto del paese, complemento
irrinunciabile alle cerimonie, non solo religiose.
I
candelieri gesuitici, realizzati tra la fine del Sei e gli inizi del Settecento
da un valente artista rimasto finora anonimo, poggiano su piedi leonini ed hanno
base a sezione triangolare con nastri piatti a volute concave e convesse negli
spigoli, culminanti in teste di cherubini a tutto tondo, mentre placchette a
foglia d'acanto sono applicate inferiormente. Nelle tre facce della base,
cartigli definiti da volute fitomorfe includono il simbolo gesuitico IHS, il
motto "Ad maiorem Dei gloriam" o la figura di S. Ignazio. Il fusto è risolto in
due nodi piriformi, con ornati vegetali e pendoni alternati a teste di cherubini
aggettanti, e un balaustro ornato da un giro di foglie d'acanto. Nel piattello
ancora volute e ornati fitomorfi.
Realizzati
entro il 1722, mostrano nell'impianto strutturale a nette scansioni una lirica
architettonica tardo barocca che gli ornati, attinti dal repertorio
settecentesco unitamente ad alcuni stilemi ancora seicenteschi, valorizzano
senza appesantire. La data esatta della loro realizzazione non è nota, mentre è
sicuro che costituivano il corredo d'altare della cappella maggiore, dedicata a
S. Ignazio di Loyola, nell'omonima chiesa bussetana. Lo si evince, oltre che
dalla figura del santo che veste la pianeta presente nelle basi, dalle
disposizioni testamentarie del marchese Alfonso Pallavicino per l'edificazione
della cappella. Nel gennaio 1686, a otto anni dalla morte del marchese, essa era
ancora allo stadio di disegno, come appare dalle trattative tra il Rettore dei
Gesuiti e Alessandro Pallavicino per l'adempimento del legato paterno: il
nobiluomo s'impegnava, ad accollarsi
l'importo della pala d'altare, dell'ancona e dell'arme in stucco da apporre
sull'architrave; ai Gesuiti spettava “fabricare l'altare maggiore et prouedere
di tutti li ornamenti, supelletili e qualunque cosa bisognando". La fabbrica
della chiesa, iniziata nel 1674, sarà ultimata e consacrata nel 1687. A partire
da quegli anni e fino all'inventario frammentario del 1722, la mancanza di
documentazione, anche contabile, impedisce di seguire le vicende degli arredi
sacri della chiesa.
Per la
qualità della lavorazione i candelieri sono assegnabili ad un buon argentiere
del primo ventennio del secolo XVIII e forse si può addirittura anticiparne la
datazione entro la fine del Seicento, in considerazione del fatto che analoghi
oggetti settecenteschi sono solitamente più slanciati e allungati. L'ambito di
produzione può essere individuato nel parmense o, più verosimilmente, nel
piacentino: a Piacenza, alla bottega di Siro Ratti, si erano rivolti nel 1669-70
i Reggenti del Monte di Pietà per la fabbricazione della fornitura d'altare
dell'ente e da Piacenza provenivano varie suppellettili sacre, documentate nei
rari libri contabili superstiti (1642-1688), della vecchia chiesa di S. Antonio,
in cui i padri della Compagnia di Gesù officiarono fino alla costruzione di S.
Ignazio. Recenti studi offrono esempi paradigmatici, con i quali i candelieri
bussetani mostrano peculiari affinità formali e stilistiche, della più tipica,
ma finora assai poco conosciuta, produzione argentiera piacentina di fine
'600-inizio '700.
Accompagnano i candelieri tre squisite cartaglorie, di straordinaria qualità
esecutiva negli ornati eseguiti con vigore e varietà, specie nei chiaroscuri. Le
cartelle cuoriformi sono, infatti, decorate da foglie, nastri e pendoni di
fogliami e bacche, su fondo che alterna superfici brunite e variamente granite,
con testine di cherubi a tutto tondo ai lati e alla sommità e con fastigio
costituito da una grande melagrana; nella cartagloria maggiore vi é anche il
simbolo gesuitico IHS. La loro decorazione, serrata, esuberante e resa con
intento naturalistico, risente ancora di stilemi seicenteschi, ma la trattazione
della materia, lieve ed attenta agli effetti luministici, rivela un gusto già
settecentesco.
In
mancanza di documenti (l'archivio dei Gesuiti è lacunoso e il primo inventario
superstite, peraltro frammentario, è del 1722), si era proposta nel 1994
l'attribuzione delle cartaglorie del Monte a Michele Cruer, argentiere d'origine
tedesca attivo a Parma dal 1685 al 1725, confortati da raffronti stilistici con
il suo paliotto (documentato, 1714-16) e soprattutto con le cartaglorie della
Chiesa della Steccata a Parma (1701 circa), assegnategli da Stefania Colla.
Le
affinità, nel repertorio e nella tecnica, sono, infatti, numerose e stringenti:
i nastri bruniti, le foglie piumate, i pendoni, i melograni, il particolare modo
di trattare le superfici, ora lisce, ora a buccia d'arancia, ora rugose o
puntinate. Si era segnalato, inoltre, allo scopo di inquadrare la temperie
culturale dell'epoca, che nel 1701 Cruer aveva realizzato argenti sacri per i
Gesuiti di Borgo San Donnino (diocesi in cui ricade Busseto) e che dal 1722 al
1731 al suo compagno di bottega Stefano Barbieri furono affidati dai medesimi
committenti, a più riprese, importanti incarichi comprendenti la fabbricazione
ex novo di quindici arredi d'altare. Con ogni probabilità. la bottega
Cruer-Barbieri era, all'epoca, la fornitrice di fiducia dei Gesuiti. Il figlio
ed erede di bottega di Stefano, Domenico, realizzerà nel 1764 un reliquiario
(perduto) per i Gesuiti di Busseto. Non era parso, quindi, azzardato ipotizzare
una continuità nel rapporto di clientela tra i padri della Compagnia di Gesù e
la bottega gestita inizialmente da Michele Cruer e poi dai Barbieri, padre e
figlio.
Tuttavia,
ora, alla luce delle argomentazioni di Carla Longeri, che espunge alcuni
manufatti dal catalogo di Cruer per assegnarli a Giuseppe Doria, si ritiene
corretto, considerati altresì i rapporti che nel 1721 intercorsero tra il Monte
e quest'ultimo, vagliare anche per le cartaglorie bussetane l'eventualità di
un'ascrizione al sacerdote-argentiere piacentino.
La
tradizione orale tramandata in ambito bussetano e confermata dal ritrovamento di
un settecentesco ''Diario di tutte le funzioni che si fanno nella Chiesa di S.
Ignazio", riferisce che i padri Gesuiti esponevano i candelieri e le cartaglorie
su di un altare inabile che veniva collocato in mezzo alla chiesa, presso la
porta, in occasione della processione del Corpus Domini proveniente dalla
Collegiata.
Anche
questo corredo, come gi ìi l'altro del Monte, serviva per le occasioni solenni
della Parrocchiale e, più raramente, della Comunità di Busseto. A partire dal
1774 il suo impiego fu regolato formalmente, stabilendone per ragioni di
sicurezza il deposito nei locali del Monte, dopo ogni uso temporaneo, e la
riconsegna "nel peso e stato identico".
Il Monte
di Pietà, che provvedeva alla manutenzione e riparazione, aveva, infatti,
riscontrato danni e perdite nel materiale argenteo.
Poco più
di sessant'anni dopo una nuova querelle interessò gli arredi: il 12 dicembre
1837 il Commissario di. Borgo San Donnino approvava e rispediva al Presidente
del Sacro Monte di Pietà di Busseto una delibera di pagamento e gli comunicava
che le spese di “ripulitura e di racconciatura" del vasellame d'argento
posseduto dal Monte di Pietà ed Abbondanza dovrebbero essere sostenute
dall'Opera parrocchiale di Busseto, "siccome quella che unicamente usa delle
argenterie medesime ad Essa graziosamente prestate pel maggior lustro della Sua
Chiesa" e che appare improprio "che il Pio Luogo [Monte], oltre di sottostare al
deperimento, proprio dell'uso, de' suoi capitali che impresta senza compenso
alcuno, abbia anche da sopportare la notevole passività di mantenerli puliti e
restaurati". Dopo aver accennato alla "sottrazione di vari pezzi emblematici che
ornavano i Candelieri, il pie di Croce e le tavolette, come varie teste
d'angioletti, alcune code di serpenti, molte foglie ecc. sicché di ben 15 libre,
col decorrere del tempo, vuolsi diminuito il peso specifico [sic] originale
delle argenterie anzidette" acconsentiva "per questa sola volta" al pagamento di
100 Lire nuove, all'artista. Arduzzoni [costui aveva arbitrariamente eseguito
lavori di ripristino eccedenti la normale spazzolatura richiesta, che ai tempi
del precedente podestà Accarini costava solo 12 Lire] e dettava norme per il
futuro "allo scopo d'impedire ulteriori abusi, e pericoli, nonché, per evitare
un maggiore deterioramento de' surripetuti preziosi oggetti".
Tali norme
prevedono che chi richiede le suppellettili debba inoltrare ogni volta una
richiesta formale, rilasciare una ricevuta indicante il peso, lo stato di
conservazione e la data di restituzione, e si obblighi a restituirli nella
stessa condizione.
A seguito
di ciò il Consiglio del Monte stabilirà che "non si abbiano d'accordare a
prestito e dietro legale ricevuta a questa Chiesa Parrocchiale di San Bartolomeo
che nelle seguenti funzioni, coll'obbligo di restituirli ogni volta e guarentire
il Pio Luogo del deperimento a cui potrebbero andar soggetti per poco riguardo,
salvo l'uso, e carico alla Chiesa della pulitura avvenire e trasporto. Le
Fonzioni sono:
1) dal SS. ° Natale all’Epifania
2) Pasqua di risurrezione e feste
3) dall’Assensione al Corpus Domini
4) S. Pietro
5) Assunta a S. Bartolammeo
6) Festa d'ogni Santi".
Il 16
marzo 1838, poi, il Consiglio deliberò di compilarne un esatto inventario
amministrativo, con la descrizione minuziosa e l'indicazione del peso di ognuno
dei pezzi argentei., operazione che si svolse il 2 aprile.
Gli arredi
sono annoverati, inoltre, tra le opere d'arte del patrimonio artistico italiano,
perciò sono stati inventariati dalla Sovrintendenza alle Belle Arti fin dal 1921
e ancora nelle successive campagne di catalogazione del Ministero per i Beni
Culturali.
E’
probabile che la consuetudine di esporli in grande pompa nelle feste solenni sia
cessata temporaneamente durante il primo conflitto mondiale, per essere ripresa
subito dopo, sia pure ancora con qualche sporadica scaramuccia tra le parti: se
nel 1918 il presidente del Monte negava quello dell'Opera Parrocchiale le
argenterie del Monte e di S. Ignazio (12 candelieri, piede della croce, 4 vasi,
6 tavolette e due lampade) richieste “in conformità a quanto si è praticato per
il passato" per la festa di S. Bartolomeo, ben differente risultava un decennio
dopo, in analoga situazione, l'atteggiamento tenuto dal suo successore e da
quelli venuti dopo ancora.
Nel
gennaio 1930 il referente dell'Opera Parrocchiale, Romeo Trabucchi, fu portavoce
di una mozione per quei tempi innovativa: prospettò al Monte, lasciandone
impregiudicata la proprietà, di depositare gli arredi all'Opera Parrocchiale,
che si sarebbe impegnata a conservarli, ripararli, migliorarli. Secondo il suo
intendimento, anticipatore della tendenza a valorizzare i beni culturali anche
come risorsa turistica, "tutta l'argenteria riunita in un solo locale potrebbe
costituire un sacro Tesoro, di cui potrebbero prendere visione anche
i forestieri e che costituirebbe prova eloquente della munificenza e
generosità dei nostri avi".
Quella
sorta di collezione d'arte sacra ante litteram non vide la luce. E’ del 1984,
invece, l'allestimento museale che la Cassa di Risparmio di Parmaa e Piacenza e
Monte di Credito su Pegno di Busseto, con encomiabile iniziativa, ha approntato
in adeguata vetrina blindata posta negli storici locali del Monte di Pietà
contigui all'antica Biblioteca e tuttora le preziose argenterie vi sono
custodite, quali pagine di storia bussetana, dopo gli ultimi impieghi
cerimoniali, avvenuti in occasione della visita a Busseto del cardinale africano
Lauren Rugambwa nel dicembre 1965 e della nomina a parroco di mons. Stefano
Bolzoni, il 27 settembre 1970.
* * *
Oltre ai
due spettacolari servizi d'altare il Monte conserva altri arredi sacri
sei-settecenteschi, appartenuti ai Gesuiti: una croce astile e quattro vasi
portapalma creati da botteghe argentiere veneziane, due lampade pensili, due
reliquiari, uno dei quali prodotto nel rinomato centro orafo di Augsburg e
giunto a Busseto forse grazie ai Pallavicino„ due pissidi in ottone e argento
dorato, due calici ed una patena, questi ultimi di pregio molto modesto.
Fondi antichi e rarità
della Biblioteca di Busseto:
incunaboli, cinquecentine,
edizioni bodoniane, illustrati moderni
Ha scritto
Diego Maltese che "a fare di una biblioteca una struttura della ricerca di
storia locale [...] è il modo col quale la biblioteca realizza la mediazione tra
memoria collettiva, di cui essa stessa costituisce un compendio significativo, e
comunità locale”. Un luogo dove questa mediazione può dirsi compiuta è la
Biblioteca di Busseto: un sistema, verrebbe da dire un ambiente dal microclima.
particolare, con la tradizionale apertura domenicale del mattino che la
trasforma in un salotto erudito, in cui la dotazione antica dialoga felicemente
con le nuove acquisizioni. Per questo motivo convergono ad essa e trovano
risposta alle proprie aspettative sia i ricercatori specialisti — anche
stranieri — sia i lettori delle più ampie fasce di pubblico.
E ciò
perché nella biblioteca è venuto formandosi e non è mai venuto meno quel
naturale vincolo — se è lecito usare un concetto proprio della teoria
archivistica- tra "l'ente attivo per l'espletamento delle proprie finalità" e il
"materiale" da esso prodotto e raccolto: libri, innanzi tutto, ma anche carte
manoscritte e importanti cimeli d'interesse storico locale, frutto e "sedimento"
dalla fervida vita culturale esistente nella cittadina. Questo materiale ha
potuto confluire nella Biblioteca grazie a munifici lasciti e ad intelligenti
acquisizioni.
Il
patrimonio antico della Biblioteca, tesoro non meno prezioso delle argenterie
custodite nelle contigue sale espositive del Monte di Pietà, è costituito dagli
Incunaboli e dalle Cinquecentine, seguite, in ordine cronologico, dalle edizioni
del secolo XVII (le Seicentine), dalle Bodoniane di rarefatta eleganza
neoclassica e dalle contemporanee illustrate con incisioni originali.
Meno
rilevanti, invece, i manoscritti, ad eccezione dello splendido codice
pergamenaceo degli Statuta Pallavicinia,
risalente alla fine del XV secolo. Di elevata importanza storica e legislativa e
di elegante veste grafica, con grandi margini e in ottimo stato di
conservazione, comprende gli statuti riformati da Orlando Pallavicino "il
Magnifico” nel 1429: i civili constano di 57 capitoli e i criminali di 74,
entrambi preceduti da indici. L’ultima carta contiene composizioni sacre in
volgare e una terribile maledizione contro il furto del codice. Appartenne a
Carlo Pallavicino di Tabiano, figlio di Uberto. Degli
Statuta Pallavicina è presente in
Biblioteca anche l'edizione a stampa, uscita nel 1582 dall'officina di Erasmo
Viotti, con note dei giureconsulti bussetani Pietro Pettorelli e Girolamo
Vitali.
I
manoscritti gesuitici del Seicento sono in assoluto i più numerosi: concernono
soprattutto corsi di lezione in materie diverse, tra cui un bellissimo manuale
di disegni a penna e a sanguigna, ma vi è anche un interessante testo di
veterinaria sui cavalli. La sezione degli incunaboli (i libri in cuna, in
culla., cioè fabbricati agli albori dell'arte della stampa, con i caratteri
mobili ideati verso la metà del Quattrocento, con la stessa tecnica usata per
incidere i metalli, dall'orafo di Magonza Johann Gutenberg) comprende venti
edizioni del secolo XV. Un dettagliato elenco di questi volumi, che si
conservano per la loro preziosità in cassaforte, si legge nel secondo fascicolo
di "Biblioteca 70", la rivista che rappresenta uno dei segni tangibili della
costante attenzione che l’istituto bibliotecario rivolge al patrimonio culturale
locale. Le "cinquecentine", che, come enuncia il vocabolo, sono le edizioni
stampate nel corso del Cinquecento, ammontano a ben quattrocentosettantaquattro,
di cui trentacinque illustrate.
Tra gli
incunaboli, il primato dell'antichità spetta a due opere recanti ambedue la data
1485: il Liber de vita Christi ac
Pontificu, omnium di Bartolomeo Sacchi detto il Platina, stampato il 2
febbraio 1485 a Treviso da Giovanni Rosso e il
De institutis cenobiorum di Joliannes
Cassianus, impresso a Basilea da Johann Amerbach.
I due
libri ben rappresentano due aree tipografiche che si differenziano formalmente
già quasi dalle origini dell'arte tipografica: l'uno è in caratteri romani ed ha
un magnifico capolettera rinascimentale miniato e dorato, l'altro, tutto a
caratteri gotici, è ornato da una xilografia tipicamente nordica, raffigurante
la caduta di S. Paolo.
Notevole è
anche il gruppo di quattro incunaboli stampati dal parmense Antonio Zarotto, due
dei quali portano la prefazione del bussetano Stefano Dolcino, canonico della
Scala. Decisamente curioso è un testo di medicina in poesia: il poema
Carmina de urinarum judiciis di Gilles de Corbeil, stampato a
Venezia nel 1494 per i tipi di Bernardino Vitali e Gerolamo Durand e splendida
per le illustrazioni è la Divina Commedia
stampata a Venezia nel 1493 da un altro parmigiano, Matteo Codecà, con cento
xilografie e molti capilettera xilografici.
Delle
venti opere, sette provengono dalla libreria dei padri Gesuiti di Busseto ed una
dai Gesuiti di Borgo San Donnino, altre sette risultano acquistate verso la fine
del Settecento dal primo bibliotecario, Buonafede Vitali, con i proventi della
vendita d'esemplari "inutili" o 'duplicati""; mentre due furono comprate dal
sacerdote storiografo Pietro Seletti (1770-1853), che fu bibliotecario dal 1820
al 1853. Appartenne, forse, al medico bussetano Luca Balestra (1788-1874) un
volume che tratta di materia medica (malattie, disturbi, sintomi e relativi
medicamenti): l'Expositio noni libri Almansoris di Giovanni Ercolani, stampato a
Venezia nel 1497 presso la tipografia di Boneto Locatelli. Dei due restanti
esemplari non è stato possibile accertare il percorso attraverso cui sono giunti
alla Biblioteca, poiché sui frontespizi non figurano note di possesso e perché i
due pezzi non compaiono nei documenti d'acquisto giù citati.
Quasi
sicuramente il Paciaudi, come fece anche con la biblioteca dei Frati minori
francescani, estrasse dal bussetano fondo gesuitico originario diversi esemplari
(circa 50), che fece confluire nella costituenda biblioteca dei duchi di Parma.
Le
cinquecentine, rispetto agli incunaboli, costituiscono dal punto di vista
formale un'evoluzione dell'oggetto libro, che non vuole più imitare il modello
del volutile manoscritto, ma si offre alla lettura con parti "codificate", come
il frontespizio, destinato a contenere
le principali informazioni per identificare l'opera, quali l'autore e il titolo,
oltre al colophon, una sottoscrizione
alla fine del testo che riporta. il nome dello stampatore, la data e il luogo di
stampa. Tipico, inoltre, dei libri stampati nel Cinquecento è l'estendersi della
marca o insegna tipografica incisa che, oltre a costituire un ornamento, ha
anche un compito di salvaguardia dalle contraffazioni. Si presenta come una
raffigurazione simbolica spesso accompagnata da un motto. In origine era
solitamente posta nell'ultima pagina bianca del libro, dall'inizio del XVI
secolo è possibile riscontrarla anche, o solamente, sul frontespizio. Essa può
essere la trasposizione figurata del cognome del tipografo (come il grifone per
Giovanni Griffio o il drago per Vincenzo Busdraghi) oppure una rappresentazione
dal significato allegorico (come la fenice dei Giolito che rappresenta
immortalità o il delfino e l'ancora d'Aldo Manuzio che esprimono la rapidità,
intuitiva e la ponderatezza nell'agire) o il simbolo della città in cui lo
stampatore lavora (come il giglio di Firenze per i Giunta) oppure, ancora., lo
stemma araldico di una nobile famiglia: ad esempio lo stemma farnesiano di Seth
ed Erasmo Viotti, stampatori ducali a Parma. Tali marche sono quasi tutte
riscontrabili sui volumi della Biblioteca. Circa tre quarti delle edizioni del
'500 da essa possedute (342, per la precisione) sono italiane ed un quarto (124)
straniere; di otto non è noto il luogo di stampa. In molti casi illustrate, sono
state eseguite in prevalenza nei centri di stampa più famosi: in Italia a
Venezia (251 edizioni)., a Boma (16) e a Brescia (11), seguite da Cremona,
Bologna, Ferrara, Firenze., Milano e Piacenza, ciascuna con meno di una decina
di edizioni: all'estero a Lione (56), Parigi (17), Basilea (13) e Colonia (13),
ma, non mancano, sebbene siano in numero esiguo, esemplari impressi in Austria,
in Belgio (Anversa e Lovanio), Inghilterra (Cambridge), Olanda (Amsterdam) e
Spagna (Madrid e Salamanca).
Nell'elenco delle tipografie veneziane ritornano di frequente i nomi di Aldo
Manuzio, Francesco de' Franceschi, Gabriele Giolito, Gerolamo Scoto, i Giunta,
Comino da Trino, Francesco e Giordano Ziletti, i Valgrisi, i Sessa. Un discreto
numero di edizioni ha pure Lione con i Griffio, i Rouillè, i Giunta. Poche sono
invece le edizioni emiliane, 18 in tutto, stampate a Bologna (4), Ferrara (5),
Parma (2), Piacenza (6) e Cento (1). In buono stato di conservazione ed in
maggioranza con legatura in pergamena, i libri appartengono soprattutto alla
seconda metà del secolo.
Tra le
opere di maggior pregio e rarità si segnalano il
Lucidario in musica di Pietro Aron,
stampato a Venezia nel 1545; i Discorsi
sopra il modo di sanguinare del piacentino Pietro Paolo Magni, posseduta da
pochissime biblioteche italiane.
l'Opera omnia del poeta Ausonio, impressa a Firenze da Filippo Giunta
nel 1517; varie edizioni "aldine" (tra cui lo Stazio del 1502, che è tra i primi
libri in cui viene usato il carattere corsivo), l’Historia
della città di Parma di B0naventura Angeli, stampata nel 1591 a Parma da
Erasmo Viotti. Esemplare forse unico in tutte le biblioteche italiane è il
volumetto di astrologia Zodiacus vitae, dedicato a Ercole d'Este, stampato a Venezia nel
1535 e posto all'indice nel 1558, che affascinò letterati italiani e stranieri
per almeno due secoli, con le divagazioni morali e metafisiche e gli spunti
satirici che contiene. Le scarse notizie biografiche sull'autore. Pietro Angelo
Manzolli di Stellata presso Ferrara, lo descrivono ora come ecclesiastico, ora
come medico, alchimista, addirittura mago. L'opera, pubblicata con lo pseudonimo
di Marcello Palingenio Stellato, si distingue per alcuni passi arditi, alla cui
scoperta, avvenuta dopo la morte dell'autore, le sue ossa furono levate dalla
tomba e date al rogo per empieità.
Tra le
opere illustrate si segnalano, a mo' d'esempio, i trattati d'architettura di
Vitruvio, di Sebastiano Serlio, del Barbaro, di Jacopo Barozzi detto il Vignola,
ma anche l'Orlando Furioso
dell'Ariosto, stampato a Venezia dal Valgrisi, la descrizione dei Paesi Bassi
del Guicciardini, con la pianta di tutte le regioni e città del Belgio e
dell'Olanda e, di Girolamo Mercuriale„ il
De arte gymnastica (Venezia, Giunta. 1573), nonché' alcuni classici latini,
pure illustrati.
Quanto ai
contenuti, si rileva la prevalenza equamente bilanciata di opere d'argomento
religioso (26%), umanistico, storico e scientifico (25%) e di autori classici
(23%). Gli scritti di filosofia e teologia sono circa il 7%, mentre i testi a
carattere giuridico rappresentano il 15% del totale e di questi ultimi un terzo
appartenne a Carlo Rossi; giurisperito bussetano del sec. XVII-XVIII, peraltro
autore anch'esso di scritti in materia legale, tra cui il
Tractatus de confusione et distinctione
jurium dedicato a Francesco Farnese.
Le
edizioni del secolo XVI annoverano anche alcune "curiosità": talora d'interesse
squisitamente locale, come il volume del 1521 con il
Panegirico di S. Antonino, patrono di
Piacenza, composto dal bussetano Bernardino Cipelli, e gli
Annali cremonesi del Cavitelli, ma più
spesso d'interesse generale, come le opere d'argomento medico, tra cui quelle di
Ambroise Paré, medico del re di Francia. Di autori parmigiani sono, invece, il
De partibus aedium di Francesco
Grapaldo e il De alluvionibus del
soragnese Battista Aimi.
Per quanto
riguarda le provenienze individuabili attraverso le note di possesso, la
maggioranza delle cinque centine, pari a circa 140, presenta nei frontespizi
scritte che testimoniano, nell'ordine, la precedente appartenenza alla
Biblioteca dei Gesuiti di Busseto, 31 alla Biblioteca dei Gesuiti di Borgo San
Donnino (oggi Fidenza), una ventina a Carlo Rossi, 13 a Emilio Selctti, 5 a
Fabio e poi a Giacomo Balestrieri, dottore in medicina bussetano attivo nella
seconda metà del Seicento, 4 a Luca Balestra ed altrettante a Giuseppe Vitali,
che fu "prefetto" della Biblioteca agli inizi dell'800: 4 tomi, inoltre, portano
l'ex libris autografo di Jacopo Sannazzaro, celebre poeta napoletano.
Sono, infine, presenti, ciascuno con singole note di possesso o ex libris, molti
eminenti personaggi bussetani e parmigiani, piacentini e cremonesi, bolognesi e
forlivesi, esponenti del clero, della nobiltà, delle professioni, tra cui un
canonico della collegiata di Monticelli d'Ongina, il conte Antonio Ambiveri [di
Piacenza], Lodovico Cantelli di Parma, Antonio Balestra, Pietro Pettorelli e il
notaio Brunelli di Busseto, oltre ai Collegi dei Gesuiti di Piacenza e di
Rimini, al Convento dell'Annunziata di Parma, a casa Fini Pola e alla famiglia
Vitali di Coppelletto.
Le
edizioni (non i volumi) del Seicento, che non sono mai state analizzate
compiutamente nella loro totalità, assommano approssimativamente a 1164, secondo
il rilevamento effettuato sul "Catalogo Alfabetico" manoscritto. Alcuni giovani
studiosi bussetani hanno recentemente dedicato la tesi di laurea alla
catalogazione delle emiliane, censendole per luogo di stampa.
Tra esse
si segnalano, ricchissime d'illustrazioni, l'opera del gesuita romano F'lamiano
Strada dedicata alle guerre di Fiandra e il
Musaeum Kircherianum mentre tra quelle
del Settecento è opportuno ricordare l'Opera omnia del Muratori, l'Encyclopédie
di Diderot e D'Alembert nell'edizione di Losanna (1768), i dieci volumi de "I
Cesari", cioè il repertorio della collezione numismatica imperiale posseduta dai
Farnese, con antiporta dello Spolverini e del Bibiena, nonché il trattato di
Giandomenico Santorini con diciassette tavole anatomiche, curato da Michele
Girardi protomedico del duca di Parma e pubblicato da Bodoni nel 1775: è forse
il più bel libro di anatomia del Settecento. Ma numerose sono anche altre
edizioni bodoniane, di maggiore o minore rarità.
Importante
è il nucleo pressoché completo delle opere del bussetano Ireneo Affò, storico
della città di Parma e un capitolo a parte meritano i fondi del '700, come la
nutrita sezione di opere di medicina e scienze naturali provenienti dai lasciti
del già citato Luca Balestra e di Ubaldo Casali, tra cui le famose Tavole
anatomiche del Caldani.
Il numero
dei volumi appartenenti al secolo XX è indubbiamente il più copioso, in gran
parte costituito da letteratura amena o legata all'attualità; sono presenti,
tuttavia, le più importanti enciclopedie e i repertori.
Merita un
cenno, infine, la collezione dei libri illustrati con incisioni e litografie
originali di Carlo Mattioli, il più originale pittore parmense della seconda
metà del secolo scorso, tutte a tiratura limitata, come lo merita la serie
pressoché completa delle lussuose edizioni di Franco Maria Ricci, continuamente
integrata dalle novità di questo originalissimo artista del libro, che usa i
caratteri bodoniani nei testi sempre affiancati da una straordinaria ricchezza
di fascinose illustrazioni.
IL FONDO
MUSICALE
Per una nuova schedatura
Dino Rizzo
Il fondo
musicale manoscritto, costituito da 702 composizioni, è suddiviso in tre
sezioni. La sua schedatura risale al 1958 ad opera di Ascanio Alessandri della
Biblioteca Palatina di Parma.
I.a prima
sezione comprende 240 brani di Ferdinando Provesi, maestro di cappella della
Collegiata di S. Bartolomeo di Busseto dal 1820 al 1833 e primo autentico
insegnante di musica di Giuseppe Verdi. La disponibilità della maggioranza dei
brani si deve a Giuseppe Demaldè, tesoriere del Monte di Pietà, dilettante di
contrabbasso, primo biografo verdiano e cognato di Antonio Barezzi. Alla morte
di Provesi, avvenuta il 26 luglio 1833, egli acquistò l'intero archivio musicale
da Caterina Grippo, seconda moglie del compositore, rimettendolo così a
disposizione dei dilettanti bussetani. Alla sua. morte lasciò i manoscritti al
Monte bussetano. Fra essi vi sono musiche sacre per vari organici strumentali e
vocali, tre farse in musica e numerosi frammenti del dramma serio
La clemenza di Cesare.
Nella
seconda sezione sono raccolte 382 pezzi fra musica sacra, profana e brani per
banda. Numerosi sono gli autori, fra i più celebri abbiamo Cimarosa„ Paisiello,
Pergolesi, Donizetti e alcuni adattamenti per banda di sinfonie e romanze di
Verdi. Di Rossini è il melodramma serio in due atti
Eduardo e Cristina, due volumi senza
segnatura in cui appare spesso la grafia di Provesi. La maggior parte delle
musiche, tuttavia, è di amori collegati al territorio. Per la permanenza in
Parma o per aver ricoperto gli incarichi musicali più ambiti nel Ducato di
Parma, Piacenza e Guastalla. sono qui ricordati: Ferdinando Paer, il maestro di
cappella della corte parmense che si fece onore a Vienna, a Dresda e a Parigi
dove fu chiamato da Napoleone nel 1807; Paolo Bonfichi, nato a Milano nel 1769
ma che a Parma studiò all'Università, divenne reggente del Convento dei Serviti
e vi rappresentò due dei suoi melodrammi; Alfonso Savi, violoncellista del
ducale teatro dal 1812; Giuseppe Alinovi che a Parma ricoprì l'incarico di
maestro di cappella, direttore dei concerti e direttore della Reale Scuola di
Musica dove insegnò anche alto contrappunto, composizione e pianoforte, ma che è
ricordato per essere stato l'esaminatore di Giuseppe Verdi nel concorso per il
posto di maestro comunale di musica della Città di Busseto svoltosi nel febbraio
1836; Luigi Finali, anch'egli direttore del concerto di corte e insegnante alla
Reale Scuola di Musica e Giuseppe Nicolini. dal 1819 maestro di cappella della
cattedrale di Piacenza. Sono le musiche che Provesi ha diretto in Collegiata,
alternandole alle proprie e che in particolari solennità hanno conosciuto la
partecipazione della Società filarmonica di Antonio Barezzi. conoscitore di vari
strumenti, benefattore e suocero di Verdi. Conoscendo l'organizzazione musicale
della principale chiesa bussetana possiamo facilmente individuare le musiche che
esigevano la presenza dei filarmonici. Le "musiche a cappella", in realtà per
coro a tre voci maschili cori accompagnamento dei soli archi con l'organo per il
basso continuo, erano cantate dai prebendari della Collegiata con
l'accompagnamento degli strumentisti della Cappella. Le "musiche solenni", che
prevedevanol'aggiunta delle voci bianche di soprano e contralto reperite
all'interno degli allievi di Provesi, necessitavano della loro presenza con gli
strumenti a fiato per l'esecuzione di parti solistiche o concertanti.
All'interno delle marce e ballabili per banda spicca il nome di Antonio Rusca,
Parmigiano, studiò al conservatorio di Milano e nel 1857, all'età di ventotto
anni, fu nominato organista della Collegiata e maestro di musica di Busseto,
incarico che tenne sino al 1906. E’ consuetudine identificare in questa musica
per banda una parte del repertorio profano delle Società filarmonica.
Dall'analisi dei documenti attinenti le scuole di musica di Busseto, reperibili
nell'archivio del Monte di Pietà, emerge che l'abbinamento è ingiustificato ed
ingeneroso perché trascura l'esistenza di altre iniziative musicali intraprese
in paese nella seconda metà dell'800. Negli anni centrali del secolo il
contributo che il Monte di Pietà da decenni erogava a terze persone per
l'attività di una scuola di strumenti a. fiato fu gestito direttamente, e con
gli alunni della nuova scuola fu costituita una "piccola banda”. Nel 1853,
infatti, a causa delle dimissioni da "Responsabile della musica" del
sessantacinquenne Barezzi, la Società filarmonica che noi conosciamo e le
attività ad essa collegate iniziarono il loro declino: la sua morte, avvenuta il
21 loglio 1867, sancisce il passaggio del titolo di Società Filarmonica alla
"piccola banda". Gran parte delle musiche per banda custodite nella biblioteca
appartengono a quella che oggi potremmo definire Nuova Società Filarmonica.
Nella
terza sezione sono collocate 80 partiture clic non presentano il nome
dell'autore. Accanto a musica sacra per vari organici vocali e strumentali,
l'Alessandri ha sistemato anche diverse composizioni per banda. Tutti i
manoscritti sono schedati come musica di autore "Anonimo". Questo è il Fondo
musicale come appare ai nostri occhi.
Per
verificare se il fondo può fornire informazioni relative agli studi musicali del
giovane Verdi e se nasconde sue composizioni giovanili, come ipotizzato da oltre
un secolo, ho compiuto una catalogazione personale. Essa si fonda sulla.
schedatura dei temi musicali, sullo studio delle grafie di Provesi e Verdi,
sulla loro ricerca all'interno dei manoscritti del fondo, sull'analisi del loro
avvicendamento nelle partiture e sull'osservazione della carta. L'attività così
strutturata e i risultati raggiunti mi hanno ottenuto nel 1993 il
Premio Internazionale Rotary Club di Parma
"Giuseppe Verdi", premio istituito in collaborazione con l'Istituto
Nazionale di Studi Verdiani. Cinque dei brani da me attribuiti al giovane Verdi
sono stati eseguiti in prima nel marzo 1997 dall'Orchestra sinfonica della
Fondazione "Arturo Toscanini" e registrati nel luglio 2000 dalla Decca
nell'interpretazione di Riccardo Chaillv e Romano Gandolfi con l'orchestra e il
coro "Giuseppe Verdi" di Milano. Quanto segue è un'anticipazione parziale del
materiale emerso che è descritto nella sua integrità nel volume
Verdi filarmonico e maestro dei Filarmonici bussetani di prossima
pubblicazione presso lo stesso Istituto Nazionale di Parma.
Innanzi
tutto ho tralasciato la schedatura del l'Alessandri nella convinzione che essa
sia una limitazione per la conoscenza integrale dei brani. L’opinione si fonda
sulla concomitanza di due elementi: il disordine in cui si trovava il materiale
nel 1958, come descritto dall'allora direttore della biblioteca Almerindo
Napolitano nella sua Cronaca di 40 anni
della Biblioteca di Busseto, e
dall'inesperienza nella lettura musicale e nell’analisi formale dell'Alessandri.
In quelle condizioni, egli ha realizzato egregiamente, l'unica schedatura
possibile: per ogni partitura ha steso una scheda che ha sistemato in onrdine
alfabetico per autore e che alla fine ha numerato progressivamente. In questo
modo egli ha inavvertitamente smembrato le composizioni costituite da più pezzi
chiusi scritti ognuno in una partitura rilegata autonomamente. Oggi lo studioso
può leggere il nome dell'autore e il titolo originale solamente nella scheda del
brano iniziale della composizione, perché tratto dalla prima pagina del
manoscritto. La maggioranza dei successivi pezzi chiusi, non ripresentando il
monte dell'autore in partitura, sono stati schedati con la dicitura "Anonimo"
seguita dalle prime parole del testo latino.
La prima
operazione, è stata la riunificazione di queste composizioni attraverso la
catalogazione dei temi musicali dei brani contenenti le frasi finali dei testi
sacri. E’ seguito poi il confronto con i temi presenti nei brani iniziali cd
intermedi della composizione. Un esempio: la partitura di una
Messa che poi è stata da me attribuita a Verdi diciannovenne e descritta
nel saggio Con eletta musica del Sig. Verdi da Busseto, fu celebrata la messa
solenne contenuto in "Studi verdiani 9", il bollettino dell’Istituto
Nazionale di Panna; è stata ricostruita osservando i temi musicali di un
Cum sancto Spiritu, il brano
conclusivo di una "messa di gloria”. Conoscendo la prassi di ripresentare in
esso le melodie più significative delle precedenti sezioni, ho effettuato il
confronto con le melodie dei numerosi Kyrie eleison, Gloria in excelsis Deo, Qui
tollis peccata mundi, Qui sedes ad dexteram Patri e Quoniain tu solus sanctus
presenti nel fondo. Da esso è derivata l'unione dei seguenti fascicoli: n. 23,
"Chirie a 4°", di cui il brano conclusivo ripete la parte introduttiva del primo
Kyríe; n. 45, 'Gloria", che ha fornito all’ultimo pezzo il dialogo dell'oboe con
il fagotto presente nelle battute 56-59: n. 207, 'Qui tollis Solo Sop[ran]° con
Ripieni.", la cui introduzione strumentale è una variante ritmica del tema
principale del Gloria, e il II. 224, "Curn sancto”. Purtroppo sono risultate
assenti le partiture del Qui sedes ad dexteram Patri e del Quoniam tu solus
sanctus.
La seconda
operazione è stata la catalogazione delle caratteristiche evolutive della grafia
di Provesi e del giovane Verdi presenti in documenti di indubbia autenticità. Il
catalogo ottenuto è stato confrontato con tutte le pagine del fondo. Lo scopo
era l'identificazione dei manoscritti contenenti la grafia del giovane Verdi.
L'osservazione della posizione delle due grafie nel medesimo materiale, ha
permesso di definire il ruolo di Verdi all'interno della “bottega” di Provesi al
momento della sua stesura allo scopo di ipotizzarne l'età e preparazione
musicale. Al termine dell'osservazione le diverse combinazioni di grafie
riscontrate permettono di collocare il materiale secondo un percorso che,
partendo dalla pratica di copista, vede Verdi passare dalla realizzazione del
basso numerato all'organo allo studio della “composizione ideale" attraverso il
completamento delle partiture più o meno abbozzate da Provesi per concludersi
con la condivisione dell'impegno di maestro compositore e concertatore dei
Filarmonici per i quali scrive brani sacri nuovi usando fogli bianchi assemblati
in fascicolo dal suo maestro e rivede alcune sue composizioni e di altri
compositori del ducato. Comportamento ripetuto anche dopo la mode di Provesi.
Questa operazione è stata integrata dalla schedatura delle carte utilizzate per
le partiture e parti staccate che presentano la grafia verdiana. ll confronto
con il materiale cartaceo utilizzato dalle tipografie parmensi nei primi decenni
del 1800 ha permesso un consolidamento della ipotizzata cronologia degli
spartiti e parti staccate.
Brevemente
l'illustrazione della citata Messa. Il materiale è divisibile in due gruppi che
il carteggio dei protagonisti della vita musicale bussetana dell'epoca permette
di collocare il primo nel giugno 1833, quando fu composta, e il secondo
nell'estate del 1835, quando conobbe una revisione in vista della sua esecuzione
avvenuta il 15 settembre, festa della Vergine addolorata, primo dei quattro
fascicoli qui riuniti, il numero 23, contiene la partitura e parti del Kyrie,
Christe e Kyrie. Verdi ha usato uno spartito vuoto dove Provesi aveva solamente
indicato gli strumenti, le chiavi ed armature oltre al termine "All.[egr]” in
basso a sinistra. Verdi ha aggiunto il titolo del suo brano senza correggere il
termine "All.”. Infatti le parti staccate riportano la dicitura "Adagio", più
consona al carattere della musica. Anche nella prima pagina dello spartito
utilizzato per il Christe, pagina 5 della partitura,
Provesi ha indicato l'organico
strumentale e relative chiavi. Egli aveva. previsto la composizione di un brano
in Sib maggiore trasformato poi in un “Christe a due Tenori" probabilmente in Do
maggiore. Si nota, infatti, il tentativo di cancellare le alterazioni della
precedente tonalità per mezzo di un raschiamento della carta. Verdi ha cucito
questo fascicolo all'interno del precedente, ha riportato l'armatura in Sib
maggiore, mantenuto il titolo già presente e composto l'intero brano senza
servirsi del pentagramma riservato al violoncello da Provesi. Il diverso
materiale cartaceo si riconosce dalla filigrana: "AC" per il /),Tie e "MPS" per
il Uniste. Di seguito l'ultimo Kyrie che presenta esclusivamente la grafia
verdiana. Dei tre brani Verdi ha realizzato anche tutte le parti con
l'esclusione di quella destinata al secondo tenore nel Christe che presenta il
tratto di un anonimo copista e delle due parti per i tenori e bassi di ripieno
scritte da Provesi. Se escludiamo queste ultime due carte che contengono un
Christe per coro a quattro voci scritto nel 1833, tutto il materiale appartiene
alla revisione del 1835. Nella partitura del primo brano del Gloria., numero 45,
Provesi ha composto l'intera parte corale e la parte dei contrabbassi. Sino alla
battuta 87, inoltre, ha realizzato l'orchestrazione che comprende anche due
trombe. Dalla battuta 88 sino alla fine l'orchestrazione di Provesi è limitata
ai violini e viole. Verdi, sullo stesso manoscritto a partire dalla battuta 88,
termina l'orchestrazione tralasciando il rigo delle trombe. Tutte le parti
risultano scritte da Verdi tranne due destinate ai tenori e bassi di ripieno che
contengono la grafia di Provesi. Dal confronto del loro testo musicale con il
testo della partitura è emerso che Provesi ha copiato dalla partitura in nostro
possesso mentre il testo scritto da Verdi, contenente un'ampia serie di
modifiche nell'orchestrazione, proviene dalla partitura composta nel 1835 e che
noi non possediamo. La partitura del Qui tollis, numero 207, è opera di un
ignoto copista che ha riunito in essa il testo delle parti staccate di Verdi.
Mentre il materiale per gli esecutori, presentando il medesimo tipo di carta
degli altri brani, è collocabile nel 1835, la compilazione della partitura si
suppone sia successiva, forse avvenuta in occasione di una ulteriore esecuzione
in sostituzione della partitura originale assente. Nell'ultimo brano del Gloria,
numero 224, Provesi ha preparato lo spartito e scritto la parte corale. Verdi,
sulla stessa carta, ha composto l'intera orchestrazione. L'accertamento che la
carta usata per le parti di questo brano è del medesimo tipo impiegato per le
parti dei brani precedenti, fa collocare il testo presente in esse nel periodo
della revisione. Il confronto fra le parti e la partitura dimostrato che Verdi
ha realizzato nuove parti senza apportare modifiche al testo precedente.
Un'altra
composizione attribuibile a Verdi è contenuta nel fascicolo n. 57, “Laudate
pueri a 3 Voci Concertato con obbligazioni di flauto". Il manoscritto è schedato
come lavoro di Provesi perché il suo nome è presente al centro della copertina.
L'analisi della grafia ha permesso di appurare che egli ha soltanto preparato la
partitura scrivendo i nomi degli strumenti, le chiavi e relative armature nella
prima pagina. Al contrario l'intera notazione musicale possiede tutte le
caratteristiche della scrittura verdiana. I,a presenza. della pausa di
semiminima scritta in imitazione dell'analogo simbolo realizzato da Provesi e il
tratto assai controllato, induce a supporre che la composizione sia avvenuta
durante il periodo di apprendistato con Provesi. L'articolazione del brano in
"tutti” e "soli" e la varietà della orchestrazione, sono elementi che inducono a
collocare la composizione del brano negli anni 1827-1829, quando Verdi è un
alunno prossimo alla conclusione degli studi. A sostegno dell'ipotesi che
attribuisce la composizione del brano al giovane Verdi, vi è la completa assenza
del nome dell'insegnante nel titolo, all'interno delle parti vocali cd
orchestrali copiate da Provesi stesso e in quelle realizzate da Verdi. L'ipotesi
si rafforza se consideriamo la meticolosità del maestro e degli alunni
nell'indicare il nome dell'autore, in particolare nella prima pagina degli
archi. Queste parti, infatti, venivano utilizzate dai filarmonici come copertina
per archiviare l'intero materiale. Dalla catalogazione delle parti secondo la
grafia e il tipo di carta risultano due successivi interventi verdiani sulla
composizione. Il fascicolo, quindi, contiene tre versioni dello stesso brano. La
prima è costituita dall'organico previsto da Provesi in partitura con l'unica
assenza delle trombe. Infatti i pentagrammi destinati ad esse da Provesi non
sono stati utilizzati da Verdi. La seconda versione è caratterizzata
dall'aggiunta all'organico precedente delle trombe, del trombone e del secondo
clarinetto. Parti composte mentalmente da Verdi e scritte direttamente come
materiale esecutivo senza alcuna annotazione in partitura. La pausa di
semiminima presente in esse è realizzata a festone, il segno grafico che Verdi
manterrà per tutta la sua vita. Il tratto è veloce, disinteressato ed inclinato
a sinistra: consolidata esperienza e disagio interiore. Caratteristiche grafiche
che inducono a collocare la stesura durante le vacanze bussetane all'interno dei
tre anni di studi milanesi con Lavigna. Distolto a forza dal suo nuovo interesse
per la musica teatrale, a Busseto deve sopportare gli scontri avvenuti dopo la
sua mancata nomina come Organista e Maestro di cappella in Collegiata. Anche la
terza versione appartiene a questo periodo ed è costituita dalla riduzione
dell'organico strumentale per soli, coro, flauto, clarinetto, due corni e basso
continuo con organo concertante. Appartengono ad essa la parte staccata per
"Organo obbligato" scritta da Verdi, le parti degli strumenti a fiato e del
contrabbasso realizzate da un copista. Versione probabilmente eseguita durante
le trasferte dei filarmonici nei paesi limitrofi. Spesso, essi si presentavano
con un organico limitato a pochi strumenti a fiato causa l'assenza degli archi
stipendiati dal Capitolo della Collegiata. Un'altra causa è identificabile,
oltre alla ridotta disponibilità economica delle chiese parrocchiali di
campagna, anche dalle anguste balconate che oggi noi chiamiamo "cantorie" ma che
allora erano chiamate "orchestre": Prospicienti il presbiterio, il loro spazio
era occupato per la gran parte dall'organo.
Il “Tantum
ergo a voce sola di Basso" è presente al numero 675 e schedato come lavoro di
autore "anonimo". Di esso abbiamo solamente le parti staccate dove non appare il
nome dell'autore. L'analisi della grafia e della carta suggerisce di dividere il
materiale in due gruppi. Nel primo sono inserite le parti che presentano la
scrittura più giovanile di. Verdi. Tutte sono realizzate -utilizzando un solo
tipo di carta contenente la filigrana "AC". Essendo destinate al "Violino
Principale", "Violino Primo N.° 2", "Violino Secondo N.° 1", "Violino Secondo
N.° 2", "Viola", "Basso N.° 1", "Basso N.°2", `Flauto Primo", "Flauto Secondo",
"Corno Primo" e "Corno Secondo" costituiscono il materiale di un brano compiuto.
Nel secondo gruppo sono inserite le parti scritte da Provesi che ha utilizzato
della carta contenente la filigrana "MPS". Esse sono destinate ad un violino
secondo, al fagotto e al trombone allo scopo di rinforzare l'organico originale.
Estranee ad entrambi i gruppi sono le parti per il cantante e per il
contrabbasso. Di Provesi la prima e di anonimo copista la seconda, la loro
collocazione è difficoltosa causa l'assenza della filigrana nella carta.
L'autografo del "Tantum ergo a Solo Tenore con Piena Orchestra" presente al
numero 191 è costituito da una partitura e dalle parti staccate. La partitura è
preparata nel titolo, indicazione degli strumenti ed armature da Provesi che ha
siglato il manoscritto con le sue iniziali nell'angolo superiore destro della
prima pagina. La sua scrittura è presente anche nella battuta iniziale dei
violini primi dove ha inserito le prime note del tema musicale. L'intero testo
musicale, 170 battute distribuite in 29 pagine, sviluppa lo spunto iniziale ma
senza utilizzare le trombe previste in origine da Provesi. Questa grafia
possiede tutti gli elementi della scrittura di Verdi ed è caratterizzata dalla
pausa di semiminima a festone. Il materiale di esecuzione è stato realizzato da
tre persone di cui s'ignora l'identità e dallo stesso Provesi. Solo le prime,
leggendo le iniziali del maestro di cappella nella prima pagina, hanno inserito
il suo nome nel titolo della composizione. L'avvicendamento delle persone al
manoscritto incoraggiano l'attribuzione della. composizione al giovane Verdi:
Provesi ha preparato un fascicolo inserendo un frammento di melodia; in un
secondo momento ha delegato la realizzazione del brano al suo alunno Verdi;
ricevuta la partitura ultimata ha coinvolto altri tre suoi alunni nella
copiatura del materiale per l’esecuzione realizzando egli stesso le parti per il
"Clarinetto obbligato", per il secondo flauto e per Organo in mancanza del
clavicembalo e del Fagotto". La realizzazione contemporanea di tutte le parti è
suggerita dall'utilizzo dello stesso tipo di carta contenente la filigrana "A.
C".
Del "Qui
tollis a solo Tenore cori Oboe Obbligato" abbiamo la partitura e le parti
staccate. Il materiale, reperibile al numero 215 come lavoro di Provesi,
contiene due versioni della stessa composizione: la prima è presente nella
partitura e la seconda nelle parti staccate. In questo caso Provesi non solo ha
preparato la partitura ma ha iniziato anche la stesura del brano: sua è la parte
del tenore e l'orchestrazione delle prime cinque pagine. Verdi ha completato
l’orchestrazione iniziando dalla sesta pagina sino a pagina 24. Dal confronto
del testo delle parti staccate con il testo della partitura emerge clic il
giovane alunno non si è limitato a completare l'orchestrazione ma ha ripensato
l'organico originale: l'oboe obbligato è stato sostituito dal clarinetto, le
parti dei due flauti e delle due trombe accennate da Provesi sono state
tralasciate e il fagotto, dopo la separazione dal resto dei fiati, è stato
inserito negli strumenti del basso continuo. Contemporaneamente Verdi ha
modificato in più punti il testo musicale suo e del suo insegnante.
Questo
ultimo brano e la Messa sono le attribuzioni che creeranno nel lettore i
maggiori dubbi: l'aver accertato che l'alunno ha concluso delle partiture in cui
l'insegnante aveva precedentemente realizzato le parti corali è sufficiente per
indicare come autore delle composizioni il giovane Verdi? E' evidente che siamo
di fronte a musiche scritte per esercizio sotto il controllo dell'insegnante, ma
è evidente anche che i brani sono stati oggetto di successive ampie radicali
revisioni in cui, come nella Messa, Verdi ha sostituito pezzi preesistenti con
musiche di propria intera invenzione.
L'ARCHIVIO
PALLAVICINO DI BUSSETO
Elena Nironi
I marchesi
Gabriella e Pierluigi dei Pallavicino di Zibello donarono nel 1975 alla
Biblioteca della Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su pegno di
Busseto la parte più consistente del loro archivio familiare.
A questa
prima donazione ne fece seguito una seconda nel 1986.
Si tratta
di circa 16.500 documenti cartacei, parte a stampa, che interessano il periodo
dal XIII al XIX secolo.
A questi
vanno aggiunte le oltre 200 pergamene conservate separatamente in un
Diplomatico, databili tra il XIV e il XIX secolo.
Pervenuto
in uno stato di totale disordine, l'archivio è stato recentemente oggetto di
ordinamento ed è attualmente conservato nei locali della Biblioteca stessa.
L'archivio
dei Pallavicino„ o almeno una parte consistente di esso, è così tornato in
quello che fu il più importante centro dei loro antichi domini e sarà reso
accessibile alla consultazione e allo studio, grazie alla sensibilità degli
attuali eredi del blasone alla meritoria azione di recupero messa in atto
dall’Istituzione bussetana.
Origine dellarchivio e sue
vicende
I
Pallavicino si radicarono nei territori compresi tra Parma e Piacenza a partire
dai secoli immediatamente successivi al Mille. Feudatari dell'Impero, essi
raggiunsero il culmine della loro potenza politica verso la metà del XIII secolo
con Uberto il Grande, che fu tra i capi del partito ghibellino ed ebbe dall
'imperatore Corrado IV la carica di Vicario imperiale per la Lombardia. Nel
corso delle turbinose vicende seguite alla morte di Federico II. Uberto poté
insignorirsi per breve tempo anche di Milano, ma la sconfitta del partito
ghibellino determinò il declino della sua fortuna e la perdita di tutti i
possedimenti conquistati e di gran parte di quelli già appartenuti alla. sua
famiglia.
Dopo le
gravi difficoltà seguite al tramonto della potenza sveva in Italia e una
faticosa e solo parziale ripresa nel corso del XIV secolo, le sorti della casata
furono risollevate durante la prima metà del XV secolo da Rolando. detto il
Magnifico. Egli, muovendosi con spregiudicata abilità nel quadro delle lotte tra
i principati del tempo, riuscì a costituire un vasto e relativamente compatto
dominio signorile, esteso tra la bassa pianura a ridosso del Po e le prime
pendici dell’Appennino.
Laisignoria cui Rolando aveva dato vita e alla quale si preoccupò di dare una
legislazione con la redazione degli "Statuti Pallavicini” poté meritare il nome
di Stato Pallavicino, per la sua effettiva condizione di semindipendenza pur
essendo compresa entro l'ambito
della dominazione viscontea e sforzesca.
Rolando
morì nel 1457 e dalla divisione dei suoi domini tra i numerosi figli maschi
ebbero origine diversi rami della famiglia, che si vennero ad aggiungere a
quelli già creatisi durante il medioevo, tra i quali un fiorente ramo genovese.
I tre rami
principali, quelli di Busseto, Cortemaggiore e Zibello, finirono per
riunificarsi nuovamente poco più di un secolo dopo la morte di Rolando: nel 1585
Alessandro dei Pallavicino di Zibello,
adottato da Sforza dei Pallavicino di Cortemaggiore; a sua volta giunto in
possesso dell'eredità di Busseto per estinzione della discendenza maschile
legittima, poté ereditare ampie proprietà fondiarie e i diritti feudali dei due
rami estinti.
I diritti
furono in realtà più teorici che reali, dal momento che già nel 1587 il duca di
Parma e Piacenza Alessandro Farnese ordinava l'incameramento di Busseto e
Cortemaggiore non riconoscendo la legittimità della successione di Alessandro a
causa della trasformazione in feudi camerali avvenuta dopo il 1457, quando i
figli di Rolando avevano ricevuto nuove investiture da parte del duca di Milano
che si erano sovrapposte alle precedenti investiture imperiali.
Alessandro
fu costretto ad impegnarsi in numerose cause per la difesa dei propri diritti
ereditari non solo nei confronti dei Farnese, ma anche contro le pretese che
altri Pallavicino avanzavano sia sui diritti feudali che sui beni allodiali;
alcune di queste si trascinarono fin dopo la sua morte, avvenuta nel 1645,
coinvolgendo anche i suoi discendenti.
Con la
successione a Sforza giunsero in possesso di Alessandro le scritture dei rami di
Busseto e Cortemaggiore. Forse venne effetuato proprio su incarico di Alessandro
un ordinamento dell'archivio, o forse i documenti gli giunsero almeno
parzialmente già Organizzati.
Certo è
che nel 1596 un suo procuratore, Tommaso Belli, compilò il
Repertorium omnium scripturarum
existentium in archivio illustrissimi domini domini marchionis Pallavicini,
giunto fino a noi e compreso tra le carte dell'archivio.
Questo
repertorio presenta il quadro dettagliato di un complesso di documenti
organizzati secondo una ben precisa finalità; quella cioè di costituirsi una
base documentaria per i propri diritti e rivelidicazioni.
A questo
nucleo originario si aggiunsero più tardi le carte riguardanti il ramo di
Zibello appartenute ad Alfonso; padre di Alessandro, morto nel 1619. Non
sappiamo con certezza se venisse a questo punto costituito un unico grande
archivio o piuttosto continuassero ad esistere vari archivi coesistenti tra
loro.
Una parte
dell'archivio venne forse consegnata ai Farnese nel 1633, quando Alessandro
giunse con il duca Odoardo ad una transazione in seguito alla quale rinunciò
definitivamente ai diritti che gli provenivano dall'eredità di Sforza in cambio
di un indennizzo sotto forma di denaro e di possedimenti nell'Agro Romano, tra i
quali era compreso il feudo di Caste! S. Angelo Madama.
Di fatto,
dei documenti inventariati nel Repertorium solo una minima parte si trova
attualmente a Busseto.
L'archivio
continuò in seguito ad arricchirsi di documenti di vario genere, in relazione
all'esercizio dei diritti feudali e della giurisdizione signorile, ma
soprattutto nell'ambito dell'amministrazione del patrimonio e dello sviluppo di
controversie ereditarie e dotali aperte dai matrimoni di Alessandro e di suo
figlio Alfonso iuniore.
Nel corso
del XVII secolo le carte vennero riordinate almeno due volte, come dimostra
l'introduzione di un nuovo sistema di segnatura che prevale di gran lunga su
quello cui fa riferimento il Repertorium.
Questo
riordino è attestato dalla presenza di un inventario; rimasto allo stato di
minuta e denominato Inventario novo,
risalente al 1676.
Esso venne
redatto a pochi anni di distanza da un altro, definito
Inventario vecchio, della cui
struttura restano ampie tracce in sovrapposizione e intersezione con la
struttura dell'Inventario novo e che
tuttavia noli ci è giunto.
La
presenza di un gran numero di documenti privi di segnatura, dimostra altresì
come questo ordinamento sia stato solo parziale.
Si può
ipotizzare che esso abbia interessato esclusivamente le carte conservate nella
villa della Boffalora di Busseto o nel palazzo di Parma, e non abbia compreso
quelle che si trovavano a quel tempo in altri luoghi o in mano a procuratori e
agenti, che sono successivamente riconfluite nel nucleo principale dell'archivio
senza che questo fosse più fatto oggetto di alcun ordinamento. Tutti i documenti
successivi al 1680 sono in infatti privi di segnature riferibili a una struttura
generale dell'archivio.
Bisogna
comunque ricordare che i Pallavicino risiedettero in vari luoghi e spesso
lontano dalle loro terre; specie a partire dagli anni in cui Zibello fu
temporaneamente perduta e si trovò in mano ai conti Rangoni, mentre Busseto e
Cortemaggiore venivano confiscate dai Farnese.
Essi
furono a Salò, a Città della Pieve, a Roma e a Parma. Tuttavia rimase sempre in
loro possesso la villa della Boffalora di Busseto dove preferirono risiedere,
nei periodi di permanenza in queste terre, anche dopo che Zibello fu tornata in
loro possesso.
Le ultime
tracce di interventi risalgono all'Ottocento: durante l'età napoleonica fu
esaminato dai notai imperiali Giovan Battista Barbieri e Paolo Bussi (che
apposero su parte dei documenti una loro sigla), allo scopo probabilmente di
desumerne i titoli di possesso di beni feudali o allodiali da parte dei
Pallavicino, che dovevano essere sottoposti ad esame.
Struttura e contenuto
dell'archivio
Si
collocano dunque in una posizione di snodo, per la storia di questo archivio, le
vicende che videro protagonista Alessandro dei Pallavicino di Zibello, vissuto
dal 1568 al 1645.
Il nucleo
più consistente di esso è costituito dagli atti giudiziari relativi a varie
cause, prima tra tutte la complessa ed estenuante controversia. nota come
Parmensis Status, che vide i Pallavicino opporsi ai Rangoni per il
recupero della signoria su Zibello, perduta in seguito a vicende ereditarie e a
conflitti politici.
La causa
si protrasse dal 1530 al 1630, ma ebbe ancora ampi strascichi dopo questa data e
poté dirsi definitivamente conclusa solo nel 1695.
I
documenti riguardanti Zibello, con le sue pertinenze feudali e allodiali, si
riferiscono principalmente al periodo posteriore al 1630, quando Alessandro poté
riprenderne il possesso in virtù della transazione raggiunta coi Rangoni, anche
se in condominio con i cugini Alessandro e Ciro. Alla morte di quest'ultimo,
estintasi la sua linea, i suoi diritti e le sue carte passarono ad Alfonso
figlio di Alessandro.
Sono poi
documentate le vicende degli altri possessi feudali del ramo di libello.,
comprendenti Varano Melegari, Sant'Andrea, Solignano, Tizzano.
Anche in
questo caso furono i discendenti di Alessandro a beneficiare infine
dell’estinzione di tutte le altre linee discendenti dal capostipite Giovan
Francesco,. rientrando in possesso dei diritti su Varano e Sant'Andrea nel 1723.
Per quanto
riguarda i rami di Busseto e di Cortemaggiore, sono conservati nell'archivio
vari testamenti e documenti riguardanti le controversie avute da Sforza
Pallavicino con i duchi di Parma Ottavio e Alessandro Farnese e con altri
componenti della famiglia Pallavicino passate poi in eredità, come già
ricordato. ad Alessandro di Zibello.
Tra queste
spiccano, per la mole della documentazione presente, le liti con i discendenti
di Adalberto, figlio naturale legittimato di Galeazzo dei Pallavicino di
Busseto.
Costoro
avanzarono per molti anni pretese sia sui beni allodiali ereditati da Alessandro
che sui diritti feudali e di giuspatronato, determinando una serie di cause sia
davanti ai tribunali civili che a quelli ecclesiastici clic si conclusero solo
dopo il 1633.
Le carte
riguardanti i Pallavicino di Polesine presenti nell'archivio vi sono confluite
dopo l'estinzione della discendenza maschile di questo ramo della famiglia,
avvenuta nel 1731: tra esse lettere del cardinale Ranuccio, inquisitore
Apostolico a Malta ed esponente di spicco della Curia romana sul finire del XVII
secolo.
Sono
documentati diritti e interessi sul feudo di Monticelli, appartenuto a Carlo
Pallavicino, figlio di Rolando il Magnifico e vescovo di Lodi. e diviso fra i
tre rami di Busseto, Cortemaggiore e Zibello alla sua morte.
Un piccolo
nucleo di documenti riguarda infine il feudo di Roccabianca che, appartenuta ai
Pallavicino fino ai primi del XVI secolo e poi passata per lungo tempo ai
Rangoni, fu recuperata da Antonio Pallavicino nel 1785, poco prima che la
rivoluzione francese e le sue ripercussioni sull'Italia determinassero la fine
delle sopravvivenze feudali anche nel territorio parmense. L'amministrazione del
feudo di Castel S. Angelo Madama, acquistato in seguito alla transazione del
1633 con i Farnese e tenuta anch'essa fino al definitivo declino del feudalesimo
agli inizi del XIX secolo. è documentata soprattutto dalla corrispondenza con i
procuratori cui era affidata.
Una vasta
sezione dell'archivio riguarda i numerosi diritti di giuspatronato di cui i
Pallavicino erano titolari e le controversie ad essi relative sorte tra membri
dei vari rami della famiglia e con il vescovo di Borgo S. Donnino, sotto la cui
giurisdizione buona parte delle chiese esistenti nelle terre dei Pallavicino
passarono dopo la creazione della nuova diocesi nel 1602.
Ugualmente
ampia è la sezione riguardante i cosiddetti "luoghi", cioè quote di
partecipazione al capitale, che i Pallavicino possedevano presso il Banco di San
Giorgio di Genova, e le complesse vicende derivanti dalle contese per il
possesso di essi e per il godimento dei loro frutti trascinatesi per oltre due
secoli fin dopo la metà del XVIII secolo.
Vi sono
poi le sezioni che documentano diritti, interessi e controversie per questioni
ereditarie e dotali derivanti dai matrimoni: tra questi in particolare l'eredita
del marchese Pietro Francesco Malaspina, zio materno di. Alessandro, con la
quale giunsero nelle mani dei Pallavicino anche le carte del suo archivio
personale il secondo matrimonio di Alessandro con Francesca Sforza di Santa
Fiora, che gli portò in dote beni a Città della Pieve nel perugino; il
matrimonio di Alfonso figlio di Alessandro con la cremonese Anna Ariberti, che
portò in dote beni a Cappella de Picenardi nel cremonese.
Sono
presenti in grande quantità documenti connessi all'amministrazione del
patrimonio, quali acquisti e vendite, affitti e livelli, prestiti e transazioni
finanziarie, concessione di diritti e licenze.
Anche a
questi sono connesse numerose liti: con gli affittuari e i livellari, con i
creditori e i debitori, con le pubbliche amministrazioni e con il fisco.
La
corrispondenza infine, occupa una parte rilevante delle carte, ed è soprattutto
concentrata sullo scambio di informazioni tra i vari marchesi e i loro numerosi
agenti e procuratori.
Cenni sull'importanza
dell'archivio
Questo
archivio rappresenta nel suo complesso un'importante fonte di informazioni non
solo sulle vicende della famiglia, che ne costituiscono com'è ovvio l'asse
portante, ma anche sulla storia delle terre pallavicine e di quelle ad esse
circostanti nell'età moderna.
Vi sono
infatti ben documentati i rapporti intrattenuti dall'aristocrazia di origine
feudale, della quale i Pallavicino erano tra i principali rappresentanti, da una
parte con i poteri statali che si andavano via via costituendo e con le loro
strutture politiche e amministrative, dall'altra con le istituzioni
ecclesiastiche, soprattutto in quel cruciale periodo di passaggio che furono i
decenni successivi al Concilio di Trento.
Vi si
trovano molte notizie, seppure talora indirette, su altre importanti casate
nobiliari dell'area parmense, piacentina e cremonese. Se ne può trarre una
puntuale rappresentazione dei mutamenti nei rapporti politici e sociali e nelle
strutture produttive, particolarmente in ambito agricolo. Può essere fonte per
studi di toponomastica, di geografia umana, di idrogeologia per quanto riguarda
il Po e le terre immediatamente ad esso adiacenti.
Soprattutto però ci da la minuta e viva testimonianza delle vicende, specifiche
per un verso ma assolutamente tipiche per un altro, di una casata nobiliare nei
secoli dell'antico regime. E’ possibile quindi coglierne la rete di rapporti
intercorrenti tra membri e rami della famiglia: vederne il ruolo politico ed
economico rispetto al territorio e le persone che lo abitavano e che le erano in
parte sottoposte; apprezzarne la convivenza con le strutture dello stato moderno
e gli adattamenti di stile e abitudini che questa ha comportato.
Si tratta
insomma di uno spaccato di un'epoca, che può aiutare ad approfondirne la
mentalità, le strutture socio-economiche e giuridiche, l'evoluzione ma anche le
sostanziali e durature permanenze.
FARE
RICERCA IN BIBLIOTECA
Carlo Soliani
Per fare
ricerca, in qualunque branca del sapere, con probabilità di raggiungere qualche
soddisfacente risultato, occorrono, è noto, passione, costanza, determinazione,
pazienza, e tempo per riflettere, ordinare e organizzare dati e materiali
raccolti, oltre naturalmente un minimo di preparazione nel campo in cui si
decide di approfondire, e allargare le proprie conoscenze.
Ma tutto
questo non basta: per chi vi si dedica, è di fondamentale importanza poter
lavorare in un ambiente che la favorisca e la solleciti, che ne apprezzi gli
sviluppi e mantenga ben vivo, se possibile aumentandolo, l’entusiasmo iniziale;
un ambiente nel quale si possa operare proficuamente e a proprio agio, traendo
il massimo utile dall'impegno profuso.
In questo
senso, la Biblioteca della Fondazione della Cassa di Risparmio e Monte di
Credito su Pegno di Busseto„ diretta dal prof. Corrado Mingardi, ha, per me,
costituito un ambiente ideale, che mi ha dato l'opportunità di vivere una lunga,
singolare e non ancora terminata esperienza di ricerca storica. E’, stata,
insieme con l'Archivio ad essa donato dai marchesi Gabriella e Pierluigi
Pallavicino ed in essa custodito, "il punto di avvio, il fertile campo, lo
stimolo continuo" per una indagine che si è poi allargata ad altri numerosi
archivi e biblioteche e che si è già concretizzata nella pubblicazione di tre
dei cinque volumi editi sulle Terre dei Pallavicino, realizzati in équipe con
Gianandrea Allegri e Paolo Capelli: Storia civile e politica dell'amico oltre Po
cremonese (Busseto, Zibello, Polesine, Roccabianca) dalle origini alla fine del
XV secolo (1989), il feudo di Zibello e i suoi signori tra XV e XVIII secolo
(1990). Il feudo di Polesine e i suoi signori tra XV e XVIII secolo (1996).
Degli altri due sono autori, rispettivamente, il prof. Umberto Primo Censi, che
pure ha fatto parte del gruppo e col quale la collaborazione è stata costante,
ma che ha singolarmente svolto una ricerca parallela su Economia, società e
cultura, e il prof. Marco Boscarelli il cui lavoro porta il titolo di Contributi
alla Storia degli Stati Pallavicino di Busseto e Cortemaggio re (1992).
Del primo
vago progetto, degli incerti inizi, delle letture propedeutiche, della
metodologia adottata, degli sviluppi del lavoro, degli aspetti in esso
privilegiati (come, ad esempio, l'analisi storico-topografica; o le relazioni
tra chi via via detenne il potere nelle città dominanti di Cremona e di Parma e
le famiglie che esercitarono la loro signoria nei nostri luoghi) è detto
espressamente nella prefazione al primo volume.
Qui vorrei
accennare brevemente al lato, per così dire, "emotivo" della ricerca.
Non v'è
dubbio che la lettura di testi validi arricchisce, orienta, offre spunti e
suggerimenti., chiarisce, aiuta a ben inquadrare gli argomenti che si vogliono
affrontare e a sostenere posizioni ed ipotesi, a dare solidità, tramite le
citazioni, all’impianto narrativo; è cioè qualcosa di imprescindibile per chi fa
ricerca (e la Biblioteca è stata prodiga nel fornirmene a getto continuo!).
Ma mai mi
è accaduto durante tutti questi anni (ne sono ormai passati quasi 26 dal
terminus a quo) di provare di fronte alla pagina di un libro, per quanto ben
scritta o di rilevante interesse, quello che invece ho provato di fronte a certi
documenti. E non alludo ad atti di carattere ufficiale, paludati, come i diplomi
di investitura (imperiali o ducali o vescovili) o le bolle papali di concessione
di privilegi, che, in genere., sono redatti secondo rigidi e pressoché
immutabili formulari; né tanto meno al loro aspetto esteriore, sebbene le
pergamene o i codici, a volte, si presentino così graficamente perfetti che non
possono non destare ammirazione per gli anonimi amanuensi cui furono affidati
per la copiatura dei testi).
No, alludo
a quei documenti (che possono essere della più varia natura: rogiti,
testimonianze processuali, inventari, lettere, memoriali ecc.) il cui contenuto,
perché inedito o trascurato, squarcia improvvisamente un aspetto della realtà di
cui si era perduta la memoria: o rivela un particolare che offre la chiave di
lettura per dipanare una questione insoluta; o coglie nel. suo divenire un
fenomeno un tempo frequente e oggi ormai scomparso; o, ancora, mostra nella loro
concretezza carattere e psicologia di "protagonisti" di cui si sta studiando la
personalità; e così via. A quei documenti, insomma, che per il ricercatore sono
fonte genuina, di emozioni subitanee e sempre foriere di sussulti di autentico
intellettuale "diletto".
Per quel
che mi riguarda, potrei elencarne molti, mi limiterò a ricordarne, a caso,
alcuni che mi tornano in questo momento alla memoria, come quell'esposto
indirizzato, l’11 maggio 1467, dal marchese Giovan Francesco Pallavicino,
signore di Zibello, al Duca di Milano, in cui egli accenna a certe consuetudini
castrensi, nate probabilmente al momento stesso della fondazione della fortezza;
o come quegli atti quattro-cinquecenteschi, in alcuni passi dei quali si trovano
le prime descrizioni, di cui resti il ricordo, dell' assetto urbanistico del
castello di Zibello, colto nella sua evoluzione; o i racconti di alcuni "navaroli"
riguardanti la rocca di Polesine, abbattuta dall'impeto della corrente del Po
intorno al 1547; o le fresche e stilisticamente notevoli lettere di Vittoria
Gonzaga, moglie di Alfonso Pallavicino signore di Polesine, testimonianze vive
della mentalità di una nobile dama del Seicento. Se, tuttavia, dovessi fare una
graduatoria, porrei al primo posto l'atto di divisione dei beni stipulato tra
Uberto e Donnino Pallavicino il 20 maggio 1348: un atto consistente, quasi per
intero, in un interminabile elenco di appezzamenti di terreno con i relativi
confini, di proprietà dei due marchesi, ma che, preso nel suo complesso, offre
un quadro davvero suggestivo dell'organizzazione per"castra" e dell'aspetto del
paesaggio agrario e boschivo, nel XIV secolo, del vasto tratto di pianura a nord
della via Emilia comprendente i territori di Busseto, S. Andrea, Zibello, S.
Croce e Ragazzola; per non parlare del suo interesse sotto il profilo
toponomastico ed onomastico; e senza contare che la pergamena, sulla quale è
stato redatto, è in perfetto stato di conservazione ed ha una lunghezza di circa
quattro metri.
Dicevo
dunque, per riprendere il filo del discorso, che il ritrovamento di certi
documenti è in grado di procurare un autentico intellettuale "diletto": ho usato
questo termine di proposito (avrei potuto dire "piacere" o addirittura "gioia")
in quanto mi sono occupato e mi occupo di storia non "professionalmente" ma per
il puro gusto di farlo, sono cioè un "dilettante". Gusto, del resto, che è
comune a molti: è stato Marc Bloch, che credeva nel valore conoscitivo della
ricerca storica, a scrivere nella sua "Apologia" della disciplina, di cui era
maestro, che “anche se la storia dovesse essere giudicata incapace di servire ad
altro, resterebbe pur sempre a suo favore il fatto che procura uno svago. O più
esattamente... il fatto che lo procura incontestabilmente a un gran numero di
persone. Personalmente, per quanto riesco a ricordare, la storia mi ha sempre
divertito molto".
Voglio
però subito aggiungere che al mio "diletto" di fare ricerca si è sempre
accompagnato un impegno a cercar di condurla in modo rigoroso, formulando
ipotesi e sottoponendole a verifica, ponendomi problemi e cercando di risolverli
scrupolosamente, frenando l'impazienza di arrivar presto a delle conclusioni ed
imprimendole così un procedere volutamente lento.
Penso, ad
esempio, alle difficoltà incontrate, nel riuscire ad individuare gli antichi
limiti territoriali della pieve di Cucullo e superate attraverso la comparazione
di diversi documenti editi ed inediti, i quali consentirono di accertare che la
circoscrizione territoriale, che ad essa faceva capo, era assai meno ampia di
quanto in precedenza si fosse creduto. Penso allo studio sull'origine della
famiglia Cavalcabò e a quello sui marchesi e conti di stirpe alamanna, signori
di Borgo tra X e XI secolo, resi possibili dalla valorizzazione di un atto del
1033, giuntoci in copia trecentesca e conservato presso l'archivio dei principi
Meli Lupi di Soragna, atto ritenuto spurio da Ireneo Affò, perché da lui
conosciuto soltanto attraverso un esemplare settecentesco di scarsa
affidabilità.
Penso
ancora alla confutazione della radicata opinione, secondo la quale i marchesi
Pallavicino avevano dominato ab immemorabili su Busseto, Zibello e Polesine,
luoghi sui quali la loro signoria comincerà, invece, soltanto verso la metà del
XIII secolo. E potrei continuare.
Ma la
ricerca (ed è questo il suo lato di maggior valore) è stata anche l'occasione
per una esperienza umana irripetibile: Gianandrea Allegri, Paolo Capelli,
Umberto Censi ed io, come ho già ricordato sopra, spiriti dal medesimo forte
interesse per il passato, nei lunghi anni che sono stati necessari per arrivare
alla pubblicazione dei volumi, abbiamo imparato a lavorare insieme, ponendo
ognuno le proprie capacità e competenze a disposizione del gruppo, discutendo
con franchezza su ogni punto controverso, correggendoci reciprocamente gli
errori, che in un procedimento di ricostruzione storica è facilissimo
commettere, e raggiungendo così un grado di affiatamento che ha concorso in modo
determinante a far sì che i risultati dei nostri sforzi fossero i migliori per
noi raggiungibili. Come vi hanno per altro verso concorso, dall'esterno, tutti
coloro (e sono stati tanti) che, coi loro suggerimenti, con i loro consigli, con
le loro indicazioni, con il loro contributo fattivo, ci sono stati via via
d'aiuto lungo il percorso della ricerca; a cominciare naturalmente, da Corrado
Mingardi, che ha seguito passo passo lo svolgimento del nostro lavoro (tanto da
poterne essere considerato partecipe e mallevadore) e senza la cui iniziativa ed
il cui interessamento i volumi sulle Terre dei Pallavicino non avrebbero forse
mai visto la luce.