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Università
Cattolica del S. Cuore - Milano Tesi di Laurea
LA VITA
Relatore |
Dal 1970 ne è passata di acqua sotto i
ponti. |
| INDICE |
CAPITOLO PRIMO |
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| La nascita di Giovannino Guareschi | |||
| I genitori di Giovannino | |||
| Quota 90 | |||
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PREMESSAQuesto lavoro costituisce una prima ricognizione intorno alla vita e all’opera di Giovannino Guareschi. Per la ricostruzione della vicenda biografica mi sono valso di testimonianze dirette dei parenti, dei conoscenti, di materiale pubblicistico e inedito.
Lavorando attorno a uno scrittore come Guareschi il primo problema che mi si poneva era quello di tracciarne un’immagine che lo liberasse dai contorni mitici in cui la sua figura si era collocata. Esisteva anche il pericolo, forse non sempre evitato, di una “contaminazione” esercitata dall’autore sul lettore. In questo senso ho cercato di stabilire un legame dialettico tra la metodologia d’indagine letteraria, variabile entro certi limiti, e il rispetto per le dimensioni vere dell’autore che non potevano essere distorte. Mi è accaduto, e lo riconosco, di assumere comportamenti, e di far mie posizioni tipicamente “guareschiane” e, nel limite cosciente di questa accettazione, ho trasferito talvolta, inevitabilmente, nel mio lavoro questo tipo di sensibilità che è forse più evidente nella struttura del capitolo biografico. Ma questa interferenza fra autore e lettore é percepibile anche nel capitolo dedicato all’analisi della sua opera, dove tuttavia la recezione dei motivi artistici dei testi di Guareschi avviene mediante una puntualizzazione che ha cercato di essere rigorosa. Il cenno introduttivo al capitolo secondo chiarisce ulteriormente il metodo e lo spirito con cui questo compito analitico (anche se si tratta, ovviamente, di un’indagine preliminare) è stato affrontato.
Desidero ringraziare tutte le persone che in vario modo mi hanno prestato un aiuto: anzitutto i figli dì Guareschi, Alberto e Carlotta; poi don Ermenigildo Pesci, parroco di Fontanelle, Angelo Tonna, sindaco di Roccabianca, Augusto Tamburini, amico del Nostro, Paolo Bertoluzzi, vecchio militante socialista, Mario Pellegrinotti, ex-comandante militare delle carceri di Parma, i coniugi Frondoni di Busseto; infine un ultimo, ma non meno importante grazie va al professor Apollonio Mario, che mi ha seguito nell’elaborazione della tesi. Clicca qui per scaricare questo testo in formato PDF
1) Opere di Giovannino Guareschi. (In questa sezione bibliografica consideriamo solo le opere di Guareschi raccolte in volume; trascuriamo tutta la sua numerosa attività pubb1icistica, che non ha costituito l’oggetto diretto del nostro studio). G. GUARESCHI, La scoperta di Milano, Milano Rizzoli, luglio 19411, dicembre 196317. G. GUARESCHI, Il destino si chiama Clotilde, Milano Rizzoli, luglio 19421, aprile196419. G. GUARESCHI, Il marito in collegio, Milano Rizzoli, agosto 19441, luglio 196619. G. GUARESCHI, La favola di Natale, Milano Edizioni Riunite, dicembre 19451. G. GUARESCHI, Italia provvisoria, Milano Rizzoli e C., novembre 19471 , febbraio 19483. G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Don Camillo), Milano Rizzoli, marzo 19481, luglio 196742. G. GUARESCHI, Lo Zibaldino, Milano Rizzoli, dicembre 19481, marzo 196514. G. GUARESCHI, Diario clandestino, Milano Rizzoli, dicembre 19491, giugno 196313. G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Don Camillo e il suo gregge), Milano Rizzoli, maggio 19531, aprile 196514. G. GUARESCHI, Corrierino delle famiglie, Milano Rizzoli, dicembre 19541, giugno 19678. G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Il compagno Don Camillo), Milano Rizzoli, novembre 19631, novembre 19655. G. GUARESCHI, La calda estate di Gigino Pestifero, Bologna Editoriale il Borgo, marzo 19671. G. GUARESCHI, L’Italia in graticola, Milano Edizioni del “Borghese”, settembre 19681. G. GUARESCHI, Vita in famiglia, Milano Rizzoli, novembre 19681. G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Don Camillo e i giovani d’oggi), Milano Rizzoli, settembre 19691.
2) Contributi biografici. a) Volumi. P. TADDEI, Fontanelle in patria e in esilio (Cenni storici sul movimento operaio socialista della Bassa parmense), Tolosa, edito per cura della Federazione Regionale del sud-ovest “G. Matteotti” del Partito Socialista Italiano, 19321.
C. MANZONI, Gli anni verdi del Bertoldo, Milano Rizzoli, novembre 19641. P. BERTOLUZZI, La fortuna e la rovina di un audace esperimento cooperativo nella Bassa parmense (dattiloscritto inedito, presso l’autore). M. PELLEGRINOTTI, Il carcere di Giovannino Guareschi, (dattiloscritto inedito, presso l’autore).
b) Periodici e quotidiani. M. CORTESE, Il processo di diffamazione contro Alcide De Gasperi, in “Settimo Giorno”, 29 aprile 1954. G. ANSALDO, Lettera aperta a Guareschi, in “Il Borghese”, 4 giugno 1954. E. BIAGI, La morte di Guareschi anarchico sentimentale, in “la Stampa”, 23 luglio 1968. P. BIANCHI, Cercava come scrittore il consenso della gente comune, in “Il Giorno”, 23 luglio 1968. L. GOLDONI , E' morto a Cervia Guareschi il padre di Peppone e Don Camillo, in “Il Resto del Carlino”, 23 luglio 1968. A. MINARDI, “Life”: un fenomeno italiano, in “Giornale di Bergamo”, 23 luglio 1968. B. MOLOSSI, Addio Giovannino, in “Gazzetta di Parma”, 23 luglio 1968. G. MOSCA, Un uomo solo, in “Corriere della sera”, 23 luglio 1968. N. NUTRIZIO, Caro Giovannino, in “La Notte”, 23 luglio 1968. G. TORELLI, Ha parlato alla gente, in “Gazzetta di Parma”, 23 luglio 1968. C. MANZONI, Giovannino non Giovanni, in “Candido” (Nuova serie), 27 luglio 1968. G. PISANO', Voleva battersi ancora, in “Candido" (Nuova serie), 27 luglio 1968. M. SIMILI, L’ultimo arrabbiato, in “Candido" (Nuova serie), 27 luglio 1968. B. MOLOSSI, Lettere di Guareschi alla “Gazzetta di Parma”, in “Gazzetta di Parma”, 31 luglio1968. +++, Zibaldone Guareschiano, in “Gazzetta di Parma”, 6 agosto 1968. B. MOLOSSI, Guareschi agricoltore, in “Gazzetta di Parma”, 9 agosto 1968. N. DENTI, Polemica Guareschi-Froni, in “Gazzetta di Parma”, 12 agosto 1968. N. BOCCHI, Il Nino dell’anteguerra e il Giovannino di dopo, in “Gazzetta di Parma”, 22 agosto 1968. L. RIZZI, Era un patriota e un uomo “vero”, in “Gazzetta di Parma”, 22 agosto 1968. E. TORTORA, Il capitano coraggioso, in “Gazzetta di Parma”, 22 agosto 1968. F. BOTTI, Ricordo di Giovannino Guareschi, in “Parma 68”, dicembre 1968.
3) Contributi critici. a) Volumi. I. MONTANELLI, I rapaci in cortile, Milano Longanesi, 19521, 19532, pp. 156-165.
b) Periodici e Quotidiani. +++ (l’osservatore), Il “caso” Guareschi, in “Il tempo di Milano” , 4 gennaio 1953. E. BIAGI, Un grandissimo successo che non è facile spiegare, in “La nuova Stampa”, 16 luglio 1953. G. CAVALLOTTI, Il riso amaro di Guareschi, in “Oggi”, 30 ottobre 1958. O. GREGORIO, Legge il breviario mascherato di rosso, in “Corriere lombardo”, 12/13 dicembre 1963. F. FALCINI, Narrativa italiana, in “Ragguaglio librario”, a. XXXI (1964), n. 3, p. 46. A. PAOLUZI, La morte di Giovanni Guareschi, in “Il Popolo”, 23 luglio 1968. A. LOMBI, Un uomo libero, in “Candido” (Nuova serie), 27 luglio 1968. M. CICOGNI, L’epoca di Guareschi, in “La fiera letteraria”, a. XLIII (1968), n. 31, p. 12. S. PAGLIAROLI, “Vita in famiglia” di Giovannino Guareschi, in “Giornale di Bergamo”, 12 dicembre 1968. G. DI SCLAFANI, I capelloni di Guareschi, in “La Notte”, 27 novembre 1969.
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per scaricare questo testo in formato PDF LA NASCITA DI GIOVANNINO GUARESCHI Inizio il racconto della vita di Giovannino Guareschi naturalmente dalla sua nascita, e lo inizio con le parole di Alessandro Minardi, il suo più intimo amico, che, all’indomani della morte di Guareschi, ne ha tracciato sul “Giornale di Bergamo” un’ottima biografia, che comincia così: “Era nato a Fontanelle di Roccabianca il primo maggio 1908. Quel giorno i socialisti tenevano il comizio per festeggiare la ‘Festa del lavoro’. L'oratore era il barbuto On. D’Aragona che parlava dal balcone della casa di Teodosio Guareschi, il capo di una famiglia patriarcale di agricoltori... A un certo momento l’On. D’Aragona venne interrotto. Sul balcone era salito il famoso organizzatore di cooperative agricole socialiste Faraboli.
Teneva in mano un fagottino che con qualche parola sommessa consegnò all’oratore. Fra lo stupore dei lavoratori l’On. D’Aragona alzò il fagottino fino alla testa e disse: ‘Compagni, proprio oggi, festa dei lavoratori, in questa casa che ci ospita, è nato un altro lavoratore, un nuovo socialista. Bene. Auguriamogli vita lunga e felice’. E così la nascita di Giovannino Guareschi venne annunciata al ‘mondo piccolo’ di Fontanelle”. Questo episodio, che i figli di Guareschi da me interpellati mediante un questionario dichiarano autentico, ha la freschezza del bozzetto e il sapore favoloso del mito. Prima però di definire i contorni di questo mito, considero i certificati attestanti la nascita di Giovannino Guareschi. Dall’analisi dei certificati di nascita e di battesimo, messimi gentilmente a disposizione dal sindaco di Roccabianca, Angelo Tonna, e dal parroco di Fontanelle, don Ermenegildo Pesci, è emersa una discordanza cronologica: mentre cioè l’atto di nascita, redatto in Comune, dichiara che la nascita di Giovannino Guareschi (non Giovanni, come si preoccupò di far notare lo stesso Guareschi al Presidente del Tribunale, durante il famoso processo intentatogli da De Gasperi) avvenne il primo maggio 1908, il certificato parrocchiale di battesimo reca come data di nascita il dieci maggio (“... natum die decima huius mensis”). Verrebbe da gridare al caso fortunato per questa discordanza; verrebbe da considerare come voluta dal destino e dalla penna profetica dell’amanuense del Comune la súbita entrata di Giovannino nell’alone del mito, il mito del primo maggio. Ma l’attento esame dei documenti testimonia che Guareschi è entrato nel mito legalmente. Infatti l’atto di battesimo è stato compilato da un sacerdote diverso dal battezzante; capitava -mi dice il parroco di Fontanelle- che la trascrizione dei battesimi sul registro parrocchiale avvenisse in modo affrettato e si commettessero parecchi errori; é probabile che anche in questo caso sia successo così. Esaurito il commento alla documentazione ufficiale, ritorniamo al racconto di Minardi. Il compito a questo punto si presenta arduo e gradevole allo stesso tempo. Si tratta di delineare i contorni di un mito, che ha un notevole margine d’inedito e un sapore di favola, appunto, “guareschiana”. Ma entriamo in argomento e diciamo subito l’attinenza di questo “excursus” alla biografia di Guareschi, riservandoci di precisarla meglio alla fine. Il Nostro nacque il primo maggio 1908, nella cosiddetta “villa rossa”, dove teneva gli uffici Giovanni Faraboli. Una data, una casa, un nome: elementi significativi di una storia, che ora narreremo[1]. E’ la storia del socialismo che esordì nelle plaghe della Bassa Parmense ai primi del Novecento, mosso dal sentimento di riscatto sociale; è la storia del movimento cooperativistico della Bassa Parmense, il secondo esperimento del genere in Italia, dopo quello di Ravenna, animato da Nullo Baldini. Il socialismo -secondo quanto riferisce il Bertoluzzi- voleva avere nelle zone della Bassa un carattere antiretorico e concretizzarsi, per educare i lavoratori ad amministrare le loro aziende e poi la cosa pubblica. Ma procediamo con ordine, riferendoci a quanto scrive Taddei, nel suo libro citato in nota: “La prima generosa seminagione delle idee socialiste fra il proletariato agricolo dei comuni parmensi rivieraschi del Po venne compiuta dal Dottor Luigi Musini, anima eroica di garibaldino, uno dei ‘settanta di Villa Glori’... L’apostolato di Luigi Musini si iniziò dopo il 1880 circa un mezzo secolo fa, e le leghe di resistenza dei contadini della Bassa Parmense sorsero soltanto dopo il 1900... Il 7 aprile 1901 si costituì, in Fontanelle, frazione del comune di Roccabianca, la ‘Lega dei contadini’, che nominò suo segretario il bracciante Giovanni Faraboli”[2]. Dopo aver parlato della nascita della cooperativa di consumo, diventata presto la Casa dei Socialisti, il centro di un complesso meraviglioso di istituzioni operaie nei comuni di Zibello, Polesine, Roccabianca, S. Secondo, il Taddei innalza un entusiastico peana alla Festa Rossa. Seguiamo le sue parole: “Era il giorno della Festa Rossa, un bagno di fede e di entusiasmo per migliaia di lavoratori accorrenti da ogni parte della provincia di Parma ... i braccianti intervenivano in massa, ed ovunque passavano (in tram, in bicicletta, in camions o pel Taro traghettando) erano canti di ardenti giovinezze, e Fontanelle tutti accoglieva con le note alte e squillanti, incitatrici dell’Inno dei Lavoratori. Poi nella mattinata piena di sole, per le strade della piccola borgata, strette dal verde delle siepi e delle messi, il corteo delle organizzazioni procedeva fiammeggiante di rossi vessilli; e dalla letizia della gran folla, inebriata di canti, di luce, di fede si innalzava ripetuto e possente, il grido di evviva al socialismo. Al corteo seguiva, nel pomeriggio, il Comizio, e la tribuna, fasciata di rosso, si ergeva sulla pubblica piazza. Nel susseguirsi delle celebrazioni, centinaia di oratori, fra modesti e grandi, salirono a quella tribuna, ove mai fu detta parola d’odio contro l’avversario e contro il fratello dissenziente”[3]. L’anima del cooperativismo della Bassa Parmense fu Giovanni Faraboli, che appunto da Fontanelle estese il raggio dell’azione cooperativistica ai comuni limitrofi: S. Secondo, Sissa, Soragna, Zibello, Trecasali, ecc. Tutta l’attività amministrativa e organizzativa delle cooperative, la cui importanza[4] crebbe di anno in anno fino al 1922, anno dell’avvento al potere del fascismo e della distruzione del tentativo socialista, si svolgeva nella ‘villa rossa’. Il padre di Giovannino, che era proprietario di questa casa situata nel centro di Fontanelle, aveva affittato i locali a pianterreno ai socialisti cooperatori, mentre egli abitava al primo piano.
In questa casa, nel giorno della ‘Festa Rossa’, che segnò il trionfo del famoso sciopero agrario iniziatosi un anno prima, nel 1907[5], nacque Giovannino Guareschi, che sempre si onorò d’aver visto la luce nella ‘villa rossa’. Ma Guareschi non fu un socialista, anzi abbracciò posizioni politiche nettamente contrastanti -si potrebbe affermare, per trovare una contraddizione. Ebbene, occorre precisare alcuni punti, per non cadere in equivoci. Guareschi non fu mai socialista, almeno a livello ideologico, ma amò il socialismo della sua terra, il socialismo umano, dove il valore delle persone era tenuto in gran conto. Guareschi accettava questo socialismo come la componente di un tempo ormai passato, bello appunto perchè passato (avremo modo successivamente di sviluppare questa poesia del ricordo, questa poetica accorata, disperatamente nostalgica): amava dunque non un socialismo ideologico, ma idealizzato. Guareschi trasporterà figure di questo passato nei suoi libri. L’attenzione si posa su un nome: Giovanni Faraboli, il cui busto è ora nella piazza principale di Fontanelle, vicino alla ‘ex-villa rossa’. Giuseppe Saragat, inaugurando questo monumento a Faraboli, tessè un elogio della “sua bonaria e popo1aresca ma energica figura di contadino emi1iano, il cui cappello a larga tesa era diventato leggendario”[6]. Tratti esteriori e interiori del ‘patriarca della Bassa’, come venne dipinto Faraboli, si ritroveranno in molti personaggi del 'Mondo piccolo' guareschiano. Ed anzi il defunto Giovanni Poli, amministratore dei beni di Guareschi e suo caro amico, riferiva al parroco di Fontanelle che Guareschi ebbe presente Faraboli nel creare il personaggio Peppone.
[1] Abbiamo desunto le linee di questa storia dalla viva voce di un protagonista, Paolo Bertoluzzi, collaboratore di G. Faraboli, sindaco di Roccabianca dal 1912 al 1922, fuoriuscito in Francia, dopo essere stato aggredito dai fascisti, fino al termine della seconda guerra mondiale. Il Bertoluzzi molto gentilmente ci ha fornito anche di questa essenziale bibliografia, cui ci riferiremo: P. TADDEI, Fontanelle in patria e in esilio (Cenni storici sul movimento operaio socialista della bassa parmense), edito per cura della Federazione Regionale del sud~ovest “G. Matteotti” del Partito Socialista Italiano, Tolosa, 1932. G. SARAGAT, Giovanni Faraboli apostolo di socialismo e di italianità (discorso pronunciato dall’On. G. Saragat per l’inaugurazione del monumento a G. Faraboli a Fontanelle il 4 settembre 1955), Reggio Emilia, 1955. Un suo dattiloscritto dal titolo: La fortuna e la rovina di un audace esperimento cooperativo nella Bassa Parmense. [2] P. TADDEI, op.cit., pp. 18, 22, 24 [3] P. TADDEI, op. cit., pp. 27 - 28. [4] L’importanza si ricava dall’eloquenza delle cifre: v. P. Taddei, op. cit. p. 44-46, che elenca lo “status” dell’organizzazione operaia-socialista di Fontanelle nel 1922, cui facevano capo le seguenti iniziative: Circolo Socialista, Organizzazione Sindacale, Cooperativa di Consumo ‘Casa dei Socialisti’, Cooperativa Agricola, Cooperativa Terrazzieri, Cooperativa l’Emancipazione, Biblioteca Popolare ‘Edmondo De Amicis’ (ricca di oltre settemila volumi, fu bruciata dai fascisti nel ‘22; Bertoluzzi, che raccolse buona parte di questi volumi, dice che i Guareschi dotarono la biblioteca), Sezione Risparmio ‘Credito e lavoro’. [5] La bibliografia su questo sciopero è assai ricca. L’importanza dell’avvenimento è testimoniata inoltre dalla lucidità dei ricordi. Ad esempio, la moglie del sindaco di Roccabianca, Angelo Tonna, rammenta ancora con dovizia di particolari lo stazionamento della cavalleria per più di due mesi sull’argine del torrente Stirone, con lo scopo di proteggere gli agrari. [6] G. SARAGAT, op. cit., pp. 16. Clicca qui per scaricare questo testo in formato PDF
I GENITORI DI
GIOVANNINO Primo Augusto Guareschi fu il padre di Giovannino. Primogenito di dodici tra fratelli e sorelle, di cui due soli ancora viventi, proprietario terriero un tempo, fu rovinato poi dalla ‘quota 90’ e da speculazioni sbagliate. Comprava, per poi rivendere, case, che rimetteva a nuovo con affreschi, marmi e vetrine. A Fontanelle si vedono ancora le pitture da lui fatte eseguire sui muri dell’edificio, dove adesso c’é la farmacia; sempre in questa casa l’ampiezza delle vetrine è ancora quella stabilita dal padre di Guareschi, circa 60 anni fa. Aveva macchine agricole, automobili; era concessionario di giradischi e dischi, in un paesino come Fontanelle e ai primi del Novecento. Vendeva macchine da cucire, montava biciclette. Era un patito della meccanica e del progresso. Fu un tipo ‘originale’ come ce n’erano nella Bassa e ce ne sono: quando traversava con la motocicletta, che per primo aveva portato a Fontanelle, il paese, la gente gridava: ‘Guérdal là el matt ad Basìga’ (‘Basìga’ è un soprannome tipico della famiglia Guareschi, di senso imprecisato).
P.
A. Guareschi obbligò Giovannino a portare i capelli
lunghi con frangia e i pantaloni all’inglese, cose che
facevano vergognare moltissimo il figlio, tanto che per
due anni di seguito, dopo le elementari, questi non
frequentò la scuola (l’Istituto Navale), partendo però
regolarmente al mattino di casa e deviando verso il
torrente Parma, dove si intratteneva con i carrettieri,
dai quali prese lezioni di vita che ricordò sempre. L’altra ammirazione sviscerata del vecchio Guareschi era per Napoleone, cosa questa che gli guadagnò un altro soprannome. Numerosi altri sono gli episodi che testimoniano l’originalità di Primo Augusto Guareschi: ne riferisco alcuni. Veniva egli a casa un giorno da Parma col tram a cavalli, quando, giunto in vista di Fontanelle, osservando una casa di cui curava il rifacimento, gli parve che i comignoli fossero storti. Credendo che l’inclinazione fosse dovuta ad uno sbaglio dei muratori e non al fatto che il tram passando sul ponte di un torrente s’inclinava, restando fisso nella sua idea, nonostante i tentativi di convincerlo del contrario, diede senz’altro l’ordine di abbattere i comignoli. A Parma, dovendo svegliare Giovannino per farlo andare a scuola, si procurò una tromba da camion, colla quale svegliava non solo il figlio, ma tutto il quartiere. Era poi un avvenimento quanto P. A. Guareschi faceva la sua firma: un crocchio di persone si assiepava d’intorno ed egli, posando e prendendo le misure col braccio, tracciava sul foglio un nitidissimo autografo, cui aggiungeva un contorno notevole di ghiribizzi e uno svolazzo finale. Come educatore non valeva molto, tanto più che era ossessionato da manie; aveva cani e gatti nella sua camera, tingeva ogni cosa col nerofumo (biciclette, carretti, cappelli, scarpe), credeva nelle virtù disinfettanti del petrolio (con esso si disinfettò una volta una specie di piaga sul labbro, e questa naturalmente andò in cancrena). Portato a Milano ammalato, rifiutò di farsi curare. Morì per un tumore nella metropoli lombarda, in casa del figlio, nel 1951, venti giorni dopo la morte di sua moglie, deceduta per infarto. Madre di Giovannino Guareschi fu Lina Maghenzani, la signora maestra, insegnante dal 1906 e per più di quarant’anni a Marore, una frazione di Parma. Me la descrive una sua ex-alunna: maestra di stampo antico, portava un collarino nero, teneva pettinatissimi i bianchi capelli, aveva mani curatissime alla Gramatica. A scuola prediligeva i bambini poveri; in parrocchia dava l’intera sua collaborazione per le varie attività. Lina Maghenzani riversò tutto il suo affetto sul figlio Giovannino, cui comunque rimproverò sempre il fatto di non aver preso la laurea. All’altro figlio, Giuseppe, minore di dieci anni, non fu attaccata come al primogenito, e fu questi a fargli da padre e da madre. La signora maestra fu ricambiata dall’affetto di Giovannino, che solo con gli anni s’intenerì verso il padre, amante del progresso, romantico e sognatore, e gli perdonò i dispiaceri causati alla madre. Da quest’ultima il Nostro imparò la rettitudine, l’amore per il lavoro, la venerazione per la patria, la dedizione agli ideali (Guareschi amava il re, anche perchè dietro la cattedra della madre c’era il quadro con la famiglia reale). Per avere un’idea dell’attaccamento di Giovannino alla madre è consigliabile la lettura di due brani molto belli: ‘Signora maestra’[9] e ‘L’appuntamento con Gramigna’[10]. Nel primo, vibrante di sdegno verso le ‘mezze maniche ministeriali’ che impiegano dieci mesi per far arrivare un diploma di benemerenza a una vecchia maestra in pensione, che intanto muore, domina il motivo della madre-maestra. E’ stata lei che gli ha insegnato ‘a vivere e a morire’; lei gli ha sempre detto che, nonostante tutto, ‘quel che è statale è sacro e intoccabile’; è stata la signora maestra a fargli intendere la legge della dirittura morale: ‘io amo me stesso -dice Guareschi- soltanto quando so di aver fatto ciò che, alla luce dei tuoi insegnamenti e del tuo esempio, ritengo sia il mio dovere’. Il secondo brano prende spunto dal sobrio e significativo monumento, commissionato da Guareschi all’amico suo scu1tore Luigi Froni[11], quando la madre morì, e che si trova nel piccolo cimitero di Marore. In esso è raffigurato Gramigna, l’ultimo della classe. A completamento di questa storia famigliare, per intendere meglio la semplice psicologia che sta alla base dei suoi personaggi, scriverò del fratello di Giovannino. Pino Guareschi visse fianco a fianco con Giovannino, che fu il suo più assiduo educatore, fino al momento in cui la guerra li separò. Il fratello di Giovannino fu dato disperso in Russia, dove restò per sette anni, poi tornò a casa, ma le sue vicissitudini familiari lo allontanarono da Giovannino, il quale continuò ad aiutarlo pur non frequentandolo che raramente. Attualmente Pino Guareschi lavora ad Anzola Emilia e fa il rappresentante di apparecchi ottici russi (anche sul lato politico i due fratelli non si trovavano molto). Senz’altro il fratello del Nostro, intelligentissimo, ha preso molto dell’eclettismo del padre: tutti i mestieri che ha fatto, e sono innumerevoli (scrivere, disegnare, suonare il violino, fare l’odontotecnico, il ceramista, ecc.), li sapeva fare benissimo. Gli è mancata la costanza della madre. In Giovannino invece le due componenti si sono assommate in maniera più armonica. Fine della storia, una storia che Guareschi avrebbe chiosato nel modo a lui abituale: il che è bello e istruttivo!
[7]
Abbiamo avuto dai figli di Guareschi soprattutto
le notizie riguardanti l’argomento.
L’INFANZIA E LA GIOVINEZZA DI GUARESCHI Giovannino non ebbe da ragazzo un’esistenza troppo tranquilla. Nel 1914, a sei anni, si trasferì da Fontanelle a Parma per frequentare le scuole elementari. In questo periodo abitò in casa della bisnonna, Gaibazzi Filomena, l’indimenticabile ‘nonna Giuseppina’ de ‘La scoperta di Milano’ e del ‘Diario clandestino’, la quale sapeva leggere e non scrivere, eccettuata la firma. Questa bisnonna aveva allevato anche la signora maestra, rimasta orfana alla nascita. Dunque il Giovannino delle Elementari visse lontano dai genitori: la madre insegnava e non poteva occuparsi di lui; il padre era tutto rivolto alle sue speculazioni, che pian piano lo precipitavano nel dissesto economico (P. A. Guareschi perdette buona parte dei suoi possessi terrieri alla Bassa).
Nel 1918, finite rapidamente le Elementari, Guareschi andò ad abitare colla madre a Marore. Anche il padre fissò la sua residenza a Parma, dove impiantò la sua attività nel campo delle macchine. Dal 1918 al 1920 Giovannino -come s’è già detto- non frequentò l’Istituto Navale, al quale era stato iscritto. Questo lasso di tempo resta alquanto nell’oscurità. Dalla testimonianza di un suo ex-compagno di Liceo sappiamo solo che Giovannino era abilissimo nel costruire velieri, che poi immetteva, suscitando l’ammirazione dei convittori del ‘Maria Luigia’, in un fossato che scorreva nei pressi del collegio. E’ questo però solo un pallido riflesso di un periodo, di cui conosciamo niente. Abbastanza documentato, e in modo ufficiale e per la testimonianze di ex-compagni, è invece il periodo che il giovane Guareschi trascorse nel Convitto Nazionale ‘Maria Luigia’ in Parma. L’incartamento di Guareschi, che reca il numero di matricola 193 e che ho potuto consultare nell’archivio del ‘Maria Luigia' grazie alla collaborazione del segretario, comprende i seguenti documenti: Una fotografia, in cui Giovannino è vestito nella tipica divisa di collegio. La domanda di iscrizione, in data: ottobre 1920. Quattro certificati di giustificazione, che recano tali date: 5/1/1924 - 23/12/1924 - 21/5/1925 - 29/3/1925. Questi certificati sono interessanti, perchè portano in alto a sinistra la stampigliatura della professione del padre e del suo domicilio in Parma. La richiesta del padre per avere ‘il corredo appartenente a ... Giovanni Guareschi ex-convittore di questo Nobile Istituto avendone estrema necessità a casa’, in data 26 maggio 1926. La lettura attenta di questo documento, unitamente alla lettura degli altri, la cui datazione non oltrepassa l’anno scolastico 1924-’25, consente di trarre alcune conclusioni. Si può anzitutto presumere, e me lo conferma il segretario del ‘Maria Luigia’, che ha avuto modo di consultare anche la documentazione riservata, che Guareschi cessò di essere convittore del collegio a partire dal settembre 1925; la causa di ciò è da attribuirsi alle difficoltà economiche della famiglia; Guareschi tuttavia continuò a frequentare l’Istituto, forse da ‘esterno’, fino al 1928. Estratto dal registro degli atti di nascita per l’anno 1908 (copia conforme all’originale, Roccabianca 9 ottobre 1920, firmata dall’Ufficiale dello Stato Civile Delegato, G. Parolari). Certificato medico datato 30 gennaio 1924, in cui il Dott. Matteo Campanini lo dice ‘di sana e robusta costituzione’. Due certificati di vaccinazione, con le date 30/1/’24 e 24/12/’24. Inquadrato ufficia1mente il periodo che va dal 1920 al 1928, anno in cui Giovannino terminò il Liceo, occorre dire qualcosa in più, vagliando le testimonianze di quanti gli vissero accanto durante quegli anni. Proveniente da una famig1ia di notevoli tradizioni culturali (suo prozio era Icilio Guareschi, socio della Reale Accademia di Torino, autore di numerose trattazioni scientifiche, soprattutto nel campo della chimica), Giovannino Guareschi, nonostante l’estrosità del suo temperamento, fu sempre al ‘Maria Luigia’ tra i primi della classe. Alessandro Minardi e Pietro Bianchi[12] ricordano benissimo la stella d’oro che portava al braccio e che era il distintivo del primo della classe. Intelligenza acuta, estro dirompente, perseveranza erano già fin d’allora le doti peculiari della sua personalità. Appassionatosi alle lezioni del professore di matematica Tonelli (chiamato ‘Tobia’), si era particolarmente applicato ed era diventato bravissimo in tale materia. Merita la citazione un altro episodio della vita scolastica del Nostro. Al Ginnasio -riferisce un suo ex-amico, che desidera mantenere l’anonimo- Giovannino svolse un tema, dedicato e donato poi a questo amico, che costituisce il nocciolo di tutte le sue storielle future. Era la storia di due persone, l’una onesta, l’altra subdola; alla fine della prima guerra mondiale il vigliacco si butta in politica e pronuncia un discorso applauditissimo contro la persona onesta, segnandone la fine. L’episodio termina col prof. Sabbatini, che chiama Guareschi alla cattedra e gli dice: “Tu diventerai qualcuno”.
Giovannino e Zavattini al Maria Luisa
Guareschi studiava, leggeva, scriveva, disegnava e parlava (era un oratore brillantissimo). Al periodo del Liceo risalgono i primi giornali scritti e disegnati da lui, in collaborazione con Cesare Zavattini, allora studente di legge all’Università di Parma e istitutore al ‘Maria Luigia’.
[12]
v. articoli già citati QUOTA
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Nel 1928, prima ancora d’iscriversi all’Università, Guareschi, grazie ai protettori del suo amico Nino Bocchi, il ‘Nibbio’ -di nome Peppino Dovara, amministratore delegato del ‘Corriere Emiliano’[13], e dott. Bassi, capochimico dello stabilimento Eridania- entrò nel quotidiano e nella portineria dello zuccherificio. Ha inizio il periodo ‘scapigliato’ di Nino, che passò da un mestiere all’altro, patì la fame, fu assiduo frequentatore del ‘Gardenia’, la ‘folie Bergère’ degli anni Trenta, condusse la vita disordinata dei ‘baràchi’, pranzi e feste, dove si decantavano i caratteri dei partecipanti e dove quello del Nostro si rivelò allegro e tumultuoso, originale e violento.
Abitava in quel tempo in un solaio di Borgo del Gesso, preso in affitto per pochi centesimi e trasformato da Nino in pochi giorni in un appartamentino graziosissimo. Fra gli innumerevoli mestieri esercitati allora da Guareschi, sono: il guardiano dello zuccherificio, l’istitutore al ‘Maria Luigia’ (dal 5 dicembre 1929 al 26 giugno 1930), il messo elettorale, il cartellonista. E’ questo altresì il periodo dell’apprendistato di Guareschi, che lui stesso ricordò sempre come bello e fruttifero: "… i nostri primi cinque anni di giornalismo li abbiamo passati appunto nella redazione della ‘Gazzetta di Parma’, e a quei giorni sono legati i ricordi più dolci della nostra giovinezza.”[14]. Ma lasciamo ora spazio al racconto di Pietro Bianchi, cugino di Nino, cresciuto fin dall’infanzia insieme a lui, e con lui entrato nella ‘Gazzetta’: "Allora Guareschi non pensava di essere scrittore, ma coltivava come dilettante una forte inclinazione al dipingere. Dalla pittura al disegno satirico il passo non era lunghissimo; Guareschi lo coprì rapidamente anche perchè, dietro l’esempio di Mino Maccari e del ‘Selvaggio’ aveva scoperto le possibilità del ‘linoleum’ che evitava ai giornali di risorse modeste la spesa dei ‘clichés’. Scriveva di cronaca e disegnava su vari argomenti. Ricordo una serie di ‘linoleum’ su un personaggio pittoresco, un esattore della SIAE, troppo fiscale. Il poveretto ne uscì con le ossa rotte; in compenso i disegni rivelavano un temperamento acre, il segno era vendicativo e impietoso. Gli sciagurati che venivano tassati dall’implacabile esattore erano figure che non si era soliti incontrare sui giornali dell’epoca: donne macilente, bambini spettrali, uomini con gli occhi da moribondo, all’ombra di un miserando organetto che era la loro unica e quasi disperata risorsa”[15]. Entrato nella ‘Gazzetta di Parma’ come correttore di bozze, Guareschi pubblicava nel contempo in terza pagina novellette, notate ed elogiate da scrittori come Betti, Saviotti e Zavattini. In poco tempo, Giovannino passò capo cronista, ma la sua irrequietezza e la sua voglia di fare lo portarono a drammatici scontri con l’amministratore. “L’amministratore del ‘Corriere Emiliano’ era un ex-caffettiere andato in malora ma con la tessera ‘antemarcia’ -prosegue P. Bianchi, nell’articolo citato - Stimava Guareschi, ma lo pagava molto male. Una volta, finito il giornale, in quelle lunghe notti di gioventù, si bevve un po’ più del solito. Mentre gli altri della brigata andavano a letto alla svelta, Guareschi si recò al giornale, in quell’ora vicina all’alba quasi deserto, e sfasciò tutto quello che gli capitò sottomano, suppellettili, vetri, scartoffie. Presentandogli il conto, l’amministratore gli disse: ‘Guareschi, lei è troppo grosso per noi. Perchè non va a Milano?’”. L’episodio, rigorosamente autentico (era presente all’incontro Alessandro Minardi), risale all’anno 1934. Termina allora la collaborazione di Guareschi alla ‘Gazzetta’. Licenziato, Guareschi compie il servizio militare, prima a Potenza, poi a Modena.
[13] Nel 1928 la ‘Gazzetta di Parma’ si fuse col ‘Corriere Emiliano’ e si presentò colle due testate: ‘G. d. P.’ - ‘C..E.’. Nel 1942 riprese un’unica testata. [14] B. .MOLOSSI , Lettere di Guareschi alla ‘Gazzetta di Parma’ in ‘Gazzetta di Parma’, 31 luglio 1968.
[15]
P. BIANCHI:
art. cit.
GLI ANNI VERDI DEL BERTOLDO[16] Gli ometti con i baffi sul muso di topo erano piaciuti al direttore di un importante quotidiano di Torino e a un editore milanese che stava per lanciare un settimanale umoristico. Così Giovannino, nel mentre dava i suoi servigi alla Patria, manteneva i rapporti col suo mondo e, tramite il vecchio sodale Cesare Zavattini, traslocava i suoi interessi dalla provincia alla metropoli (Milano). Ma anticipiamo i tempi di una storia che è stata scritta mirabilmente nella rievocazione di un periodo e di un ambiente, da Carletto Manzoni. “Ho in mente di raccontarvi la storia di una vecchia cara famiglia, i cui membri si sono trovati a vivere insieme in un palazzo di Piazza Carlo Erba, legati da un unico senso comune. Quello dell’umorismo delle cose, delle persone e dei fatti. Il piacere di ridere di tutto e di tutti, compresi noi stessi, senza scrupoli e senza vergogna. Bazzi era orgoglioso della sua balbuzie. Metz delle sue emorroidi. Palermo dei suoi calcoli renali. Chiamavamo Frattini il ‘Maestro’, Loverso il ‘Guercio’, Cavaliere il ‘Poeta maledetto’. Simili era il ‘Catanese spelacchiato’ con le orecchie a sventola. Io ero ‘Carletto Fildiferro’. Come ci siamo trovati tutti in piazza Carlo Erba? Prendo il primo numero del Bertoldo. Porta la data del 14 luglio 1936. San Bonaventura”[17].
1936: Bertoldo
A questo punto Manzoni introduce la sua autobiografia: racconta della sua scapigliata gioventù, dei suoi interessi, del suo desiderio d’entrare nel mondo giornalistico. Parla poi del suo incontro con Cesare Zavattini, direttore editoriale della Casa Editrice Rizzoli in piazza Carlo Erba, gran pasta d’uomo, che accarezza l’idea di fare un grande giornale, diverso dai rotocalchi per le serve, alimentati allora dalle novelle d’amore di Salvator Gotta, di Mura, di Milly Dandolo, di Luciana Peverelli. Nell’attesa che si faccia il grande giornale, Manzoni ha l’incarico di redigere la pagina umoristica del ‘Secolo Illustrato’: Zavattini gli insegna come deve fare e gli dà l’indirizzo di un giovane che abita a Parma e che si chiama Nino Guareschi. “Scrivo a Guareschi, e lui mi manda le vignette che pubblico insieme alle vignette di Pagotto, Albertarelli, Palermo, Convalli”[18]. E arriviamo, sempre seguendo il racconto di Manzoni, al concepimento del nuovo grande giornale: “Andrea Rizzoli si dà da fare: va e viene nell’ufficio del Commenda (nota mia: Angelo Rizzoli, l’ex-martinitt, creatore della fortuna della famiglia), si ferma a parlare con Zavattini, con Buzzichini, poi Zavattini va dal Commenda col ‘Marc’Aurelio’, arriva Angelo Frattini, poi Dino Falconi. C’è del movimento in giro: il ‘Marc’Aurelio’, un giornale che ha successo e non è di Rizzoli. Qualcosa bolle nell’ufficio del Commenda e Andrea Rizzoli è quello che rimescola e tiene acceso il fuoco. Bisogna fare un giornale più bello del ‘Marc’Aurelio’. Zavattini dice: ‘Faremo un giornale e la gente farà a pugni per comprarlo. Tienti pronto’. Mi tengo pronto, intanto lui va a Roma, torna e ci va Andrea. Torna Andrea e arriva Metz, poi arriva Mosca e tornano a Roma tutti e due. Andrea ed io facciamo una gita in macchina nell’Appennino modenese a trovare il sottotenente Guareschi. Andiamo a mangiare in una trattoria sotto una pergola e Guareschi dice che per il giornale ci sta. Appena finito il servizio militare verrà a Milano, ma il giornale dev’essere stampato in inchiostro nero”[19]. Siamo all’inizio della battaglia: “Ci mettiamo tutti a sedere intorno al tavolo: i direttori Giovanni Mosca e Vittorio Metz, poi Andrea Rizzoli, Angelo Frattini, Dino Falconi, Giuseppe Marotta, Mario Brancacci, Marcello Marchesi, Mario Bazzi, Giaci Mondaini, Walter Molino, Rino Albertarelli, Ferdinando Palermo ed io”[20]. Inizia l’attività nel più allegro dei disordini e questa spensieratezza cementa l’unione della famiglia del ‘Bertoldo’. Ma in un giornale, fatto di gente troppo estrosa, c’è bisogno di uno che tenga le redini e si renda garante presso l’editore dell’uscita nel giorno stabilito. Ed ecco arrivare, nell’aprile 1937, Guareschi: “Il Commenda gli affida l’incarico di redattore-capo col compito di far rigare diritto la redazione, direttori compresi. Soprattutto far osservare l’orario e firmare l’orologio. Guareschi va a firmare l’orologio e invece della firma scrive: ‘Culo’. Ma sul cartellino risulta in perfetto orario”[21] Narra poi Manzoni di Molino, Albertarelli e Palermo, specializzatisi nel disegnare donnine con le gambe nude e audaci scollature, e di Guareschi che per reazione disegna le “vedovone”. Aumenta la famiglia del ‘Bertoldo’: arriva Steinberg, arriva dalla Sicilia Massimo Simili, al quale Guareschi appioppa il titolo di ‘Catanese spelacchiato’, arrivano Loverso, il quale di lì a poco si diverte a riempire gli spazi nei disegni di Guareschi, e Cavaliere. Con Giovannino al ‘Bertoldo’ si rispetta l’orario, ma soprattutto cresce la voglia di fare, di lavorare, anche se perdura, ed è inevitabile trattandosi di una famiglia di umoristi, l’atmosfera di una gaia anarchia. Si va avanti con Manzoni che fruga nel mare dei ricordi quelli più significativi: “Guareschi che redige una importante rubrica ‘Il Cestino’ si diverte a stuzzicare un po’ l’uno un po’ l’altro, dal Doppio Direttore Mosca, al proto Mario Tamburini, e non manca mai di iniziare la sua rubrica prendendo spunto da argomenti che gli offre l’attualità, e in particolare le trasmissioni della Radio del Regime (nota mia: notevole la parodia alla mobilitazione nella Grande Guerra contro le Mosche, indetta dall’EIAR) ... Al ‘Cestino’ arrivano decine e decine di lettere al giorno, con pezzi e vignette. Guareschi ha un bel da fare a leggere, scegliere, classificare e mettere insieme. I lettori si appassionano a scrivere e a mandare vignette. Qualcuno manda parodie delle nostre rubriche, qualche altro manda timide satire che Guareschi pubblica e premia incoraggiando l’autore: Filosì, Normanno, Amurri, Landrù, Viola, Balvetti, Covezzi, Pasanisi, De Luca, Castellano, Sinesio, sono nomi che si leggono con frequenza nel ‘Cestino’ di Guareschi spesso con rubriche divertenti. E poi Terzoli, Romolo Siena, Sipo, Luigi Cavicchioli e Italo Calvino. Uno dei più accaniti collaboratori del ‘Cestino’ è Oreste Del Buono, che manda pezzi e soprattutto vignette, a valanga”[22]. Dopo il ‘Cestino’ di Guareschi, un’altra rubrica ottiene notevole successo: è quella dove i ‘Sei Buoni’ (Mosca, Guareschi, Cavaliere, Frattini, Simili e Manzoni) ogni settimana perdonano i peccati di personaggi noti e pubblicano il relativo certificato di perdono. E la storia del bisettimanale continua, arricchendosi vieppiù: “Esce il ‘Bertoldo’ a colori, poi il ‘Bertoldo’ del martedì diventa letterario, con qualche novella in più, con qualche racconto di. autore straniero, con collaboratori più qualificati nel campo del cinema, del teatro, della lirica. Collaborano Eugenio Gara, Pietro Bianchi, Alessandro Brissoni”[23]. Dopo qualche critica a loro eccellenze gli accademici d’Italia, Massimo Bontempelli e Riccardo Bacchelli, e dopo una vignetta di Guareschi ritenuta offensiva dal podestà di Gallarate, si giunge all’atto conclusivo della storia del ‘Bertoldo’: il periodo della guerra, dell’oscuramnento, del razionamento, della borsa nera, dei bollettini delle vittorie, delle armi segrete. "Speriamo tutti che la guerra finisca presto, intanto tutte le settimane Alberto Cavaliere scrive la sua rubrica in versi ‘L’informiere’. Le ‘Cronache del regime’ di Mario Appelius offrono a Loverso lo spunto per la rubrica ‘Lettere fra noi’. Il giorno dopo l’uscita del ‘Bertoldo’, arriva l’ordine del sequestro. Non si trova più una copia nelle edicole”[24]. E la famiglia si sfascia: “Da un pezzo Metz ha ceduto alla nostalgia di Roma ed è tornato alla Capitale con tutta la famiglia. Manda per posta il materiale per il giornale. Prima ancora se ne va Marotta. Poi anche Brancacci si trasferisce a Roma con Ortensi. Steinberg raccoglie un po’ di soldi vendendo i disegni e sguscia in America. Un giorno arriva Marchesi in divisa da sottotenente, ci saluta e parte volontario per il fronte africano. Mosca è richiamato e parte per il fronte occidentale: manda gli articoli e le vignette da Mentone. Anche Guareschi è richiamato, e da Acqui ci manda quello che può, attraverso la ‘Dolce Segretaria’ che cerca di mantenere i collegamenti. Poi piovono bombe sulla città, e arriva l’8 settembre. Sono rimasto solo e riesco a mettere insieme l’ultimo numero del ‘Bertoldo’ scrivendo i pezzi sulle macerie della redazione. Non è arrivato niente da fuori e mi arrangio come posso”[25].
1936: Giovannino con i redattori del Bertoldo
Sui suoi fogli hanno preso vita figure e macchiette famose: i signori Veneranda ed Ulderico, il sergente di ferro, la vedovona di Guareschi, il fustigatore di costumi in stiffelius, la dolce compagna della vita che ‘parl tutt nervosament’, il fesso d’oro. Compaiono poi le vacche e i. leoni col fiore in bocca di Steinberg. Quando i militari stanno per salire sulle tradotte dirette al fronte, a salutarli ci sono le ragazze di Molino e di De Vargas. Nella seconda guerra mondiale il fronte legge ‘Avventura a Budapest’ e ‘Le stelle stanno a guardare’, ma soprattutto il ‘Bertoldo’. E questo perchè il ‘Bertoldo’ è l’unico giornale serio del tempo, l’unico che non faccia venire la bava alla bocca, chiamando i soldati ‘i figli minori’ e assicurando che ‘la grande Madre è fiera di loro’. ‘Col sorriso sulle labbra e la Peppina Moscatelli nel cuore’ è il solo giornale che non perda l’orientamento del buon senso e del buon gusto e sappia dire pane al pane. E questo è importante per gli uomini del fronte. C’é il fesso di guerra che ha saputo da fonte sicura che gli inglesi hanno occupato la Macedonia Extra. Ma ci sono anche le lettere di Mosca e Loverso che consigliano, senza mezzi termini, ai tromboni della stampa e della radio di mettersi a sedere, lasciando a persone più serie il compito di parlare di cose serie. Perchè la guerra è una cosa seria, soprattutto quando non è fatta seriamente. Non è il caso a questo punto di dilungarci troppo a spiegare la pertinenza di questa storia alla nostra trattazione: è sufficiente ribadire che il Nostro visse da protagonista le sue vicende.
[16] Tale è il titolo del libro di Carlo Manzoni, la cui lettura è indispensabile per la comprensione dell’atmosfera che regnava al ‘Bertoldo’, il noto bisettimanale umoristico, che durò, incontrando i favori del pubblico, dal 1936 al 1943. Il libro di Manzoni è un’antologia ragionata del ‘Bertoldo' preceduta ed intercalata da un diario (assai importante ai nostri fini) e da una sorridente autobiografia. v. C. MANZONI, Gli anni verdi del Bertoldo, Rizzoli Milano, novembre 19641. Diamo ampio spazio al riassunto e al commento del libro citato, per il motivo che è l’unico scritto in modo organico sull’argomento, e inoltre perchè è quasi impossibile reperire la collezione del ‘Bertoldo’. [17] C . MANZONI , op. cit., pp. 8-9 [18] C. MANZONI, op. cit., p. 21 [19] C. MANZONI, op. cit., pp. 22 – 23 [20] C. MANZONI, op.cit., p. 24 [21] C. MANZONI, op. cit., p. 27 [22] C. MANZONI, op. cit., pp. 278 e 279 e 280 e 281 e 283 [23] C. MANZONI, op. cit., p. 292 [24] C. MANZONI, op. cit., pp. 306-307 [25] C.MANZONI, op. cit., pp. 307-308
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Quando Nino Guareschi venne a Milano, si sentì spaesato. Per ricrearsi in casa un’oasi emiliana con le sue brave tagliatelle, chiamò con sè ‘Margherita’. “La gentile creatura che non mi volle più signorino”, come Giovannino la chiama con uno dei tanti modi sfumati ne ‘La scoperta di Milano’, era stata conosciuta da Guareschi a Montecchio, durante una festa da ballo, intorno agli anni Trenta. Proveniente da una modestissima famiglia della Parma vecchia, più anziana di. due anni rispetto a Nino, Ennia Pallini non aveva studiato, ma possedeva un acume apprezzatissimo dal Nostro. Condivise col fidanzato il periodo difficile della vita in provincia; lo attese durante il servizio militare; venne con lui a Milano nel 1937. Finalmente, dopo una decina d’anni di fidanzamento, a volta anche burrascoso, i due contrassero matrimonio nella chiesa di S. Francesca Romana a Milano nel febbraio del 1940. Nello stesso anno nacque Albertino, il primogenito. ‘La scoperta di Milano’, la prima opera di Guareschi, edita nel luglio 1941, parla di quel periodo.
1942
E veniamo ora all’episodio di Guareschi ‘richiamato’, seguendo le parole di Minardi, che in una lettera al direttore della ‘Gazzetta di Parma’ cerca di ristabilire la verità sulla vicenda: “Una sera Guareschi venne invitato a casa di certi amici, Gigi Carones e Ambrogio Ceroni. Quel giorno erano giunte notizie disastrose dalla Russia. Il fratello di Guareschi era in Russia con l’‘Armir’. Guareschi bevve più del solito. Quando beveva un po’ (due o tre volte all’anno) si scatenava. Uscito di casa cominciò ad urlare contro tutti. Ad un certo punto disse: ‘Mentre quel signorino fa baldoria, mio fratello rischia la pelle in Russia e con lui un sacco di italiani. E il signorino, per chi non lo sapesse, è Ciano, il genero’. E LUI non fa niente’. La mattina dopo un esercente di via Pinturicchio (un fruttivendolo) denunciò il fatto al Gruppo rionale. Guareschi venne inviato nella caserma della milizia di via Mario Pagano, interrogato e trattenuto. Nel frattempo Rizzoli, avvertito, si diede da fare. Telefonò al sen. Treccani e al prefetto. Aldo Barelli, direttore del ‘Corriere’ (Guareschi collaborava ‘anche’ alla terza pagina del ‘Corriere’), intervenne presso il gen. Galbiati. Da Torino Alfredo Signoretti, direttore della ‘Stampa’ (Guareschi collaborava ‘anche’ alla ‘Stampa’) telefonò a Roma. Scattò anche Giulio Benedetti, direttore dell’‘Ambrosiano’ (Guareschi collaborava ‘anche’ all’‘Ambrosiano’). Insomma si mosse tutta l’Italia giornalistica. Finì che Guareschi si ebbe una lavata di capo con l’aggiunta del richiamo sotto le armi. E di qui cominciarono i guai”. Richiamato sotto le armi, si trovava di stanza ad Alessandria come ufficiale d’artiglieria, quando sopravvenne l’armistizio. Similmente a tanti altri ufficiali, non volle allora rinnegare il giuramento fatto al re, ricusò di aderire alla Repubblica di Salò e fu deportato in campo di concentramento.
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L’internamento nei lager durò dal settembre 1943 al settembre 1945. Guareschi fu dapprima in Polonia, nei campi di Beniaminovo e di Czestochowa, poi passò in Germania, dove nel campo di Sandbostel trascorse la maggior parte della prigionia. Con l’arrivo delle truppe inglesi, i detenuti, tra cui Giovannino, cambiarono ancora due campi prima del rimpatrio: Wietzendorf e Bergen.
1943
Arrivato nei lager colla bandiera italiana nello zaino, dopo aver rifiutato un’altra proposta dei Tedeschi, che lo volevano in Italia a continuare il ‘Bertoldo’, Giovannino condivise coi prigionieri suoi compagni tutti gli stenti della prigionia e si diede da fare enormemente per alleviarne le sofferenze. Creò e mantenne in vita un giornale parlato, il ‘Bertoldo chiacchierato e sonorizzato: Edizione per gli italiani all’estero’, di cui era l’unico redattore. Ogni numero di questo giornale era completo, in quanto Guareschi, non potendo contare su una impaginazione grafica perchè il giornale era parlato, aveva creato ‘un’impaginazione musicale’. L’impaginatore musicale era il maestro Arturo Coppola che musicava le canzoni scritte da Giovannino, o creava composizioni che dovevano servire da ‘fondo’ alle parole del Guareschi, o motivi atti a commentare, concludere, distaccare l’un l’altro i vari articoli. La faccenda era perfezionata da una scassatissima fisarmonica e da un Pierino affamato che eseguiva i canti. E Guareschi, con la sua ‘troupe’, si spostava da baracca a baracca a leggere e rileggere il suo ‘Bertoldo’. O inseriva un suo pezzo in qualche giornale parlato ‘serio’ che viveva nel campo.
La ‘Favola di Natale’, composta nello Stalag X B del campo di Sandbostel per il Natale 1944, fu il più organico dei giornali parlati di Guareschi: dopo la guerra fu pubblicata e rappresentata con successo. Tutte le persone da me interpellate circa questo periodo della vita del Nostro sono concordi nell’affermare che Giovannino coi suoi giornali, col suo umorismo (avremo modo di precisare meglio nella seconda parte della trattazione la natura di questo umorismo) ha salvato molta gente, ridotta alla disperazione, invincibilmente ammalata di nostalgia, fiaccata nello spirito in conseguenza delle inenarrabili tribolazioni materiali. E ci piace ora riportare qualche passo della testimonianza che ha dato a noi per lettera un ex-compagno di Guareschi, Tiziano Agosti di Padova: “Conobbi G. Guareschi nell’aprile del 1944 nel campo di concentramento di Sandbostel. In quel campo G. Guareschi organizzò un giornale bimestrale parlato e musicato mediante il quale Egli trattava episodi del campo, notizie, ricordi della famiglia e della Patria, ecc. A tale rappresentazione assistevano a turno, in una baracca all’uopo adibita, i 3000 Ufficiali del campo. Tale mezzo andava direttamente all’animo degli ascoltatori i quali traevano motivi per stringere maggiori vincoli di solidarietà ricreando in loro l’orgoglio di essere italiani. G. Guareschi, grande italiano dal grande cuore, era considerato da tutti il capo spirituale della nostra comunità. I rapporti con i tedeschi, da parte di G. Guareschi, erano freddi e distaccati. Personalmente gli ho parlato qualche volta perchè era sempre circondato da schiere di colleghi i quali andavano da Lui per consultarsi e per ricevere una carica di coraggio. Il ‘Diario clandestino’ rispecchia fedelmente la realtà da noi vissuta. Sulla figura di G. Guareschi, delle Sue doti e di quanto ha fatto per tutti noi ci sarebbe da scrivere un libro”.
Mentre Giovannino viveva la sua esperienza nella ‘Città Democratica’[27] dei lager, la sua famiglia era sfollata da Milano a Marore. Si trovava il Nostro già nel lager, quando il 13 novembre 1943 nacque Carlotta, la secondogenita. Soltanto qualche mese dopo Guareschi seppe, tramite una cartolina, di essere diventato padre per la seconda volta. Un particolare: Carlotta, la futura ‘Pasionania’, protagonista di tanti raccontini domestici del padre, era stata chiamata così per volontà della madre, cui era piaciuto moltissimo l’omonimo personaggio de ‘Il marito in collegio’, l’ultimo romanzo scritto da Giovannino, prima che partisse per la prigionia.
[26] G. GUARESCHI, Diario Clandestino, Rizzoli Milano, dic. 19491, giugno 196313. Tutto il materiale che è nell’opera, tranne l’appendice, fu pensato, scritto e anche pubblicato durante la prigionia in quanto raccontini, pensieri e pezzi vari venivano da Guareschi letti ai compagni di prigionia. L’opera, assai valida dal punto di vista umano e anche letterario, rispecchia molto bene la realtà vissuta da Guareschi e dai suoi compagni.
[27]
Così la chiama nelle ‘Istruzioni per l’uso’ del
‘Diario clandestino’, per rendere una
vera e anche consolante realtà.
Giovannino esperimentò il dopoguerra già nel lager di Wietzendorf, nei mesi aprile-settembre del 1945, quando, passata l’amministrazione del campo nelle mani degli inglesi, rinacque negli italiani lì ancora trattenuti lo spirito di fai da, la passione politica. Guareschi, che intanto dirigeva una ‘Radio B 90’, resa funzionante con mezzi di fortuna, corse perfino il rischio di essere linciato dalla massa dei ‘sudisti’, aizzata da un paio di intellettuali avidi di popolarità. Fu in quell’occasione che il Nostro coll’umorismo, raccontando cioè una storiella emblematica e divertente (quella dei due cavalli, simbolo di una Italia che deve avviarsi nell’unica direzione possibile, la direzione della ricostruzione)[29], spezzò l’incipiente spirale della retorica.
Passato dal reticolato straniero al reticolato nazionale, Giovannino si attenne sempre a questa concezione basilare. Erano, quelli del dopoguerra, anni di miseria morale e materiale, di sfasamenti, disgrazie, tragedie, di retorica più che mai sulla cresta dell’onda. Di tutto ciò il materiale raccolto da Guareschi nell’‘Italia provvisoria’ è un vasto campionario. Ad esso appartengono fatti che la pubblicistica di parte presenta in prospettiva parziale: l’esaltazione del rag. Audisio, l’uccisore di Mussolini; le vicende del bandito Giuliano; i delitti politici, specie in Emilia, per i quali c’è uno scambio di accuse sulla responsabilità fra agrari e comunisti; i fatti d’Istria e di Trieste. Inoltre questo materiale raccoglie le espressioni più smaccate del clima retorico del dopoguerra: i manifesti elettorali; le fotografie delle donne del dopoguerra, diventate da angeli del focolare satanassi delle piazze; gli avvisi della nascita di bambini il cui nome sarà Palmiro; gli annunci funebri, da cui si legge manifesta la volontà del morto di dare carattere politico al suo funerale; i giornaletti per bambini, coi Comunelli, le Proletine, le Fate Udine; le poesie propagandistiche; ecc. Non mancano documenti, che testimoniano tragiche, caratteristiche realtà: il dramma delle abitazioni; la borsa nera; le fiere, tipo quella milanese di Senigallia. Guareschi si adoperò nel porre sotto una luce più chiara questi fatti, nel calmierare l’ambiente: fu ed è accusato di ‘qualunquismo’. Non esprimo stime politiche; dico solo che Giovannino fu sempre coerente con se stesso e che, se si servì dell’umorismo allo scopo di smascherare le contraddizioni degli italiani coperte sotto valanghe di retorica, esercitò questo umorismo innanzitutto verso sé stesso, sottoponendosi ad una autocritica lucida, rivelatrice, spietata, donde nacquero un esatto senso del limite ed una rara modestia. Direttore del ‘Candido’, il nuovo settimanale di Rizzoli che prese il posto del ‘Bertoldo’, dalla fine del 1945, Giovannino nei primi anni del dopoguerra condusse due grosse battaglie.
Nel 1946 si battè generosamente per la monarchia: egli, di tradizioni socialiste e repubblicane, appoggiò il figlio di quel re, la cui immagine, effigiata su un biglietto da dieci lire, era stata il simbolo della resistenza nel lager, e che, ridotta a brandelli, continuava a conservare. Il ‘referendum’ diede ragione alla repubblica, ma vasta eco ebbe una vignetta di prima pagina del ‘Candido’ raffigurante Umberto II che parte in esilio accompagnato come da un volo di rondini, dal biancheggiare di dieci milioni di schede. Due anni dopo, nel 1948, Guareschi lanciò i suoi efficacissimi strali nella lotta anticomunista. “Guareschi, con un coraggio davvero leonino -scrive Minardi nell’articolo già citato- affrontò i comunisti senza riguardi. Li sbeffeggiava, scopriva gli altarini, denunciava le mire nascoste con la massima tranquillità e con un’ironia chiara, esplicita, penetrante che metteva in imbarazzo lo stato maggiore del PCI. Era il periodo che democristiani, liberali, monarchici sollecitavano l’aiuto morale di ‘Candido’, il periodo in cui grossi personaggi americani si recavano clandestinamente a casa di Guareschi per chiedere cosa si dovesse fare. Fra questi l’ambasciatore Cabot Lodge, inviato da Truman. A Roma la direzione della DC, alla vigilia delle elezioni del 1948, attendeva l’arrivo di ‘Candido’ ogni giovedì con ansia per vedere quali motivi Guareschi offriva alla campagna anticomunista. De Gasperi, Andreotti, Pella, Scelba dichiararono poi che si doveva principalmente a Guareschi se i marxisti erano stati fermati”. Ricordiamo la didascalia di due graffianti vignette: ‘Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no’; ‘Mamma, votagli contro anche per me’. Ricordiamo le vignette estremamente efficaci della serie ‘Obbedienza pronta, cieca e assoluta’.
[28] G. GUARESCHI, Italia provvisoria (album del dopoguerra), Rizzoli e C. ed., Milano, nov. 19471, febbraio 19483. L’opera, che raccoglie un significativo materiale cronachistico (foto, pezzi di giornale, volantini, ecc.) e una serie di belle storielline, è importante perchè all’inizio Guareschi espone il suo punto di vista sugli avvenimenti degli anni tormentati del dopoguerra. Il suo pensiero, tacciato da molti di qualunquismo, si sottrae ad ogni etichetta, ma è coerente con la persona.
[29]
G. GUARESCHI, op. cit.,
pp. 16, 19
Possiamo stabilire dei limiti cronologici a questo periodo, cioè dire che dal 1948 al 1954 Guareschi fu un protagonista della vita nazionale.
1951: Giovannino e famiglia in via Filzi a Milano 1953: Guareschi con familia a Roncole Verdi
Dal ‘Candido’, che dirigeva insieme a Mosca, commentava i fatti della vita pubblica italiana col solito ardore polemico, che lo portò spesso a subire querele. Citiamo quella del prof. Edoardo Amaldi, del dicembre 1953, offeso da un articolo a firma ‘Libero pennino’ dal titolo: ‘Attenzione agli atomici’, con sottotitolo: ‘Tra gli scienziati italiani che si occupano delle ricerche nucleari ci sono troppi simpatizzanti del PCI’. La sentenza fu favorevole a Guareschi, essendo i reati estinti per amnistia, ma la vicenda è il prologo del successivo ben più grave incidente, di cui parleremo. Il periodo sopra fissato segnò il successo di Giovannino Guareschi come scrittore. Appartengono a questo lasso di tempo le seguenti opere: ‘Don Camillo’ (1948), ‘Zibaldino’ (1948), ‘Diario clandestino’ (1949), ‘Don Camillo e il suo gregge’ (1953), ‘Corrierino delle famiglie’ (1954). Per dare le dimensioni del successo che il Nostro ottenne e lo spirito con cui l’accolse, riportiamo ancora una volta le parole di Alessandro Minardi:
Don Camillo e Peppone
“Inventò Don Camillo e Peppone, attraverso i quali descriveva settimanalmente le vicende politiche italiane. E anche questo fu un successo, un successo mondiale, perchè i suoi libri vennero tradotti in una quarantina di lingue -persino in russo, clandestinamente-. In Olanda diedero il nome di ‘Don Camillo’ ai sigari, in Italia al lambrusco e ai formaggi, in Svizzera alle sigarette, a Parigi a un ristorante. I films tratti dai libri di ‘Don Camillo’ ebbero il successo che sappiamo, ma pochi sanno che i personaggi creati da Guareschi diedero lo spunto a opere teatrali in Germania e che la televisione argentina fece una cinquantina di trasmissioni sceneggiando altrettanti racconti del ‘Mondo Piccolo’. In Germania si fecero dei ‘seminari’ con filosofi e docenti universitari per studiare il ‘messaggio’ e l’ispirazione morale dello scrittore Guareschi. La famosa rivista americana ‘Life’, dopo aver dedicato nove pagine a questo ‘fenomeno italiano in virtù del quale un solo uomo aveva messo i comunisti con le spalle al muro’, chiedeva insistentemente, quanto inutilmente, articoli al direttore del ‘Candido’. A Parigi, a una festa del libro all’Etoile, fu preferito a tutti gli autori: firmò migliaia di copie dei suoi libri. Le ‘Nouvelles Litteraires’ fecero un’inchiesta dalla quale risultò che i libri di Guareschi avevano avuto nel dopoguerra le più alte tirature, più di Hemingway, più di Simenon, più di Caldwell.
Guareschi con Cervi e Fernandel Roncole House
A Lugano fece conferenze in cui il pubblico chiese il ‘bis’. In questo ‘boom’ Guareschi restava imperturbabile. A un amico il quale gli diceva che poteva ritenersi soddisfatto disse una volta: ‘Quello che chiami successo non mi interessa per niente. Io mi diverto quando scrivo un racconto o un articolo politico: che poi questi abbiano successo o no non m’interessa. Sono contento che ci sia qualcuno che apprezzi i miei scrittarelli, ma non parliamo di successi perchè io non sono e non voglio essere un personaggio da ribalta, non sono la Lollobrigida’. Poi, ironicamente, ma con un filo di amarezza faceva notare che i suoi libri, malgrado il successo mondiale e pur avendo vinto due premi come il ‘Bancarella’ e come la ‘Palma d’oro’, non erano stati degnati d’una recensione dai giornali italiani. E concludeva: ‘Si vede che si sbagliano all’estero’”. Il senso d’equilibrio, con cui Giovannino navigava nel mare del successo, lo si può scorgere indagando sul suo comportamento in famiglia, il tempio sacro ch’egli volle sempre preservato dall’indiscrezione e dalla pubblicità, sebbene da esso traesse i motivi più fecondi del suo intimismo letterario. Stabilitosi in via Righi 6 a Milano dopo la fine della guerra, Giovannino era costretto in certi periodi ‘politicamente caldi’ a dormire fuori casa. Nel 1948 ricevette numerose lettere minatorie.
Edizioni straniere
A Milano tenne la residenza fino al 1951, quando, morti i suoi genitori e presa ad odiare la casa ove erano deceduti, si stabilì a Roncole di Busseto, ove, spinto da ragioni sentimentali e soprattutto dal desiderio di isolarsi e dare alla famiglia un ambiente tranquillo, costruì, impiegando vari anni per la sua mania di rifare, aggiungere, correggere, una villa di stile indeciso fra il padano e il tirolese.
La sua firma
Dicono i figli del Nostro che egli in famiglia smitizzava per modestia la sua fama. Per modestia e per il desiderio di avere una vita privata tranquilla, per potersi godere il suo tempo libero (poco), facendo, fabbricando, costruendo (aveva un’officina attrezzatissima).
Non si sentì mai genio
-proseguono i figli- e glielo fece
capire. Non usò mai le frasi: ‘Io sono
Guareschi’; ‘Le farò vedere chi sono io’.
Non mischiò mai i familiari all’ambiente
del suo lavoro. Solo i colleghi, che
erano anche amici, frequentavano casa
Guareschi, ma erano considerati amici e
basta.
Nel 1953, venuto a Guareschi il sospetto che la Democrazia Cristiana si stesse trasformando in regìme, passò all’opposizione. Al Nostro non piaceva la legge elettorale maggioritaria, detta ‘legge truffa’: egli disapprovava il nepotismo e i favoritismi. Nelle elezioni dello stesso anno perciò sostenne con estremo vigore polemico la destra monarchica, che, grazie al suo aiuto, ottenne una buona rappresentanza parlamentare. Successivamente Guareschi fu favorevole al governo Pella, ma, quando questo cadde, attribuì la colpa agli intrallazzatori del partito di maggioranza e iniziò una violenta campagna diffamatoria contro Alcide De Gasperi. Il 24 gennaio 1954 Guareschi diede il via su ‘Candido’ alla rubrica: "Il ‘ta-pum’ del cecchino”: pubblicò, prendendoli per buoni, alcuni documenti apocrifi fornitigli dal repubblichino Enrico De Toma e dai quali sarebbe risultato che De Gasperi aveva invocato il bombardamento di Roma da parte degli anglo-americani.
Il processo, occasionato dalla querela per diffamazione presentata dallo statista trentino, s’aprì il 13 aprile 1954 alla III Sezione del Tribunale Penale di Milano. Il tribunale, dopo aver chiesto di mattina la perizia dei documenti, affermò nel pomeriggio che essa era inutile, essendo stata la colpevolezza di Guareschi dimostrata dai testimoni dell’accusa. Guareschi tolse immediatamente all’avvocato difensore, Michele Lener, il mandato. Era adirato per l’andamento del processo, che si concluse, senza difesa in poche battute, il 15 aprile, con una sentenza di condanna a un anno di reclusione. Non interpose appello, perchè (lo scrisse sul ‘Candido’ del 25 aprile) non intendeva confondersi con l’Italia degli intrallazzatori, di chi cerca di sottrarsi alle responsabilità, di chi vuole solo avere senza pagare. Una vecchia condanna (per una vignetta ironica contro il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi) si sommò a questa ultima e Guareschi ebbe in aggiunta altri due mesi. Il periodo trascorso da Giovannino nelle carceri di S. Francesco a Parma, dal 25 maggio 1954 al 4 luglio 1955, giorno in cui ottenne la libertà condizionale, fu molto amaro per lui e lo prostrò in maniera tale, che non seppe più risollevarsi del tutto.
Non intendo qui
descrivere le vicende di quel periodo,
perchè l’ha già fatto il maresciallo in
congedo Mario Pellegrinotti, comandante
della guarnigione militare del carcere
al tempo della detenzione di Guareschi.
Il Pellegrinotti mi ha gentilmente messo
a disposizione un suo dattiloscritto di
una cinquantina di pagine, dal titolo:
‘Il carcere di Giovannino Guareschi’.
L’opera, che attende di essere
pubblicata, raccoglie minuziosamente le
memorie del periodo soprannominato ed è
vergata nello stile brioso e scorrevole
del prosatore toscano, quale é il
Pellegrinotti. Gli scopi della
trattazione sono tre: aprire un breve
squarcio sul torbido mondo delle
prigioni e dei suoi sconcertanti ospiti;
rendere, sia pure un modesto, ma sincero
tributo d’affetto a Guareschi, che tanto
lo onorò con la sua stima e benevolenza;
dare una chiara ed inoppugnabile
dimostrazione del trattamento umano e
cortese usato nei suoi confronti dagli
agenti di custodia delle carceri di
Parma.
Esperienza triste fu quella del carcere, conclusiva della vera vita di Giovannino. Mentre infatti dopo il campo di concentramento riuscì splendidamente a reagire, a riprendere quello spirito della vita come lotta che mai aveva perduto, i mesi trascorsi a S. Francesco lo prostrarono definitivamente. Si nota, d’ora in poi, un lento ma progressivo incupimento nell’uomo. Dicono i figli del Nostro: “Noi eravamo bambini e non capivamo molto la situazione, anche perchè non drammatizzò la sua posizione, quando fu in galera. Ci fece capire poi, più tardi, quello che la galera gli era costata, cioè l’umiliazione per essere stato mischiato a delinquenti veri e trattato come loro: e questo è vero, perchè rifiutò anche le comodità più innocue e piccole per non mettere nei guai il personale delle carceri. Ne uscì svuotato, spento e disilluso. La delusione di chi paga di persona e viene solo deriso dai furbi".
Giovannino al ristorante Guareschi
Prova ulteriore della negatività di un’esperienza, come fu quella vissuta da Guareschi, è che mai volle scrivere intorno ad essa, perchè era una materia che gli bruciava troppo dentro -diceva-, e, soffrendo immensamente, non sarebbe riuscito ad essere sereno raccontandola. Ritiratosi in campagna a Roncole, dove aveva comprato alcuni pingui poderi, continuò per qualche tempo a dirigere ‘Candido’, finchè il 10 novembre 1957 lasciò la direzione all’amico Alessandro Minardi, pur mantenendo col settimanale di Rizzoli rapporti di attiva collaborazione. Nel 1961 Guareschi divorziò da Angelo Rizzoli: il motivo fu una ribellione dello scrittore ad alcuni tagli apportati al copione del film: ‘Don Camillo monsignore, ma non troppo’. Guareschi diede le dimissioni dal ‘Candido’, che poco tempo dopo cessò le pubblicazioni. Nel 1963 Guareschi fu colpito da un infarto non grave, ma che lo obbligò a riguardarsi e a non affaticarsi. Una condanna pesante per uno strenuo e indefesso lavoratore come lui.
Guareschi a Cervia Il suo ristorante
Dopo due mesi di riposo assoluto, Giovannino e la famiglia si stabilirono a Cervia, dove il Nostro, convalescente, si trovò tanto bene, che comprò una casa per tornarci tutte le estati. L’inverno invece lo trascorreva dal 1954 a Cademario, presso Lugano, dove aveva comprato una casa vecchia, poi rimessa in ordine, in occasione di un giro di conferenze nella Svizzera. L’infarto lo avvicinò moltissimo alla famiglia. Forse questa pausa obbligata gli permise finalmente di dedicarsi completamente alle gioie e ai dolori della famiglia[30]. Già per lui era stato un avvenimento molto sconvolgente il fatto che Albertino, il figlio, fosse partito militare: lo aveva messo di fronte alla realtà del tempo, passato così in fretta. Da allora cominciò a pensare al Ristorante come occupazione di Alberto, e alla sua casa, perchè questi si sposò subito dopo aver finito il servizio militare. L’infarto gli venne dopo una primavera piuttosto faticosa: era andato da solo a Lecce, dal figlio soldato; poi si era recato ad Assisi, dove tornava molto volentieri da quando, dopo il carcere, vi aveva trascorso l’inverno 1956.
Dopo questo primo infarto, Giovannino si considerò sempre pronto a morire: diceva che vi aveva già provato diverse volte e non ne aveva paura. Con un enorme sforzo di volontà Guareschi tentò di riprendersi, accettando di collaborare a ‘La Notte’, a ‘Oggi’, a ‘Il Borghese’. E fece questo, per tenersi sempre in contatto col suo mondo, coi suoi lettori affezionati, e per il bisogno (non aveva nessuna rendita tale da permettergli di non lavorare, ammesso che lo avesse voluto. Non conduceva in verità una vita dispendiosa, ma aveva la passione del costruire, fare, rifare, perfezionare). Qualche mese prima di morire, Giovannino accettò di rifare ‘Candido’[31]. Si mise all’opera con grande entusiasmo e infinito rimpianto -riferiscono i figli-. Infatti era sicuro di non riuscire a farlo, tanto è vero che in casa non aveva detto niente, perchè sapeva che lo avrebbero dissuaso a causa della sua salute, che era proprio precaria (non c’era altresì verso di curarlo convenientemente, anche perchè le cure non potevano giovargli, dato il suo carattere impulsivo).
La tomba di Giovannino Guareschi a Roncole Verdi
Assalito una decina di giorni prima della morte da disturbi cardiaci, si era fatto ricoverare nella casa di cura ‘Città di Parma’ per una serie di esami; poi era partito per il mare. A Cervia, nella sua casa di Viale Bellucci 3, un infarto pose fine alla vita di Giovannino Guareschi, il giorno 22 luglio 1968.
[30] Riporto qui la testimonianza dei figli. [31] Per la cronaca degli ultimi sessanta giorni di vita di Guareschi, tempo in cui si colloca il progetto di ripristinare ‘Candido’, si veda: G. PISANO’, Voleva battersi ancora, in ‘Candido’ (Nuova Serie), 27 luglio 1968, a. I n. 1.
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formato PDF Quest’aggiunta, che potrà sembrare posticcia, ha, nelle intenzioni di chi scrive, una giustificazione. Onestamente resosi conto che nella trattazione fin qui svolta non sono state dette diverse cose su Guareschi e non sempre per dimenticanza o scarsa informazione, ma molto spesso perchè gli risultava obbiettivamente difficoltoso inserire nel ritmo del discorso tali cose, lo scrivente ha voluto a questo punto ‘spigolare’ altri fatti più o meno importanti, allo scopo di gettare ulteriore luce sulla vita e sul personaggio di Guareschi. E’ mia speranza inoltre che questa aggiunta, in quanto riassunto di fatti e di giudizi non estranei come tematica alle opere nel Nostro, alla fine possa essere considerata come necessario ‘trait-d’union’ tra il primo e il secondo capitolo.
“Adesso vi racconto tutto di me... -scrive Guareschi nella sopracopertina del secondo volume della serie ‘Mondo Piccolo’: ‘Don Camillo e il suo gregge’- Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio. Sono un lavoratore tenace ... Da parte mia sono profondamente grato ai miei genitori d’avermi messo al mondo. E gratissimo sono al Padreterno perchè non m’ha fatto né peggiore né migliore di quello che sono. Io volevo essere esattamente così come sono. Diverso di così mi andrei largo o stretto”. Giovannino ha in questo modo lasciato il suo ritratto fedele, un ritratto da cui traspaiono i lati eccezionali del suo carattere: la semplicità, la franchezza, la caparbietà, la dirittura morale, la fedeltà al suo mestiere e alle sue idee. Guareschi è stato definito ‘un uomo di carattere’, ‘l’unico, autentico, irriducibile spirito contestatario degli anni Cinquanta e Sessanta’[32]: lo fu, e tuttavia, pur seguendo una sostanziale coerenza di fondo, seguì spesso gli umori a sbalzo del suo temperamento, vivace, passionale, come s’addice a un uomo della Bassa. Giovannino fu sempre innamorato dei ricordi, e, più accentuatamente col procedere degli anni, un nostalgico. I signori Frondoni di Busseto, che il Nostro praticava spesso, mi hanno narrato diversi episodi che mostrano l’attaccamento di Guareschi alle cose antiche: il suo rimpianto per le siepi di pruniolo scomparse; le lunghe trattative per oomperare una villa vicino a Salsomaggiore, tuffata in un mare di verde, ricca di querce secolari, di cespugli d‘alloro, tappezzata da un glicine che entrava nelle finestre.
Depliant di Nani Tedeschi
Consideriamo ora un altro aspetto di Guareschi: l’uomo tuttofare. Le molteplici attività del Nostro non erano un semplice ‘hobby’, ma rispondevano a un’esigenza ‘vitale’. Quando poteva ‘faceva’, tanto che in ogni sua casa c’è un’officina con innumerevoli ferri di mestiere (meccanico, idraulico, falegname). Quando era costretto a ‘far fare’ si preoccupava di eseguire i progetti e seguiva con passione e competenza i lavori. Solo che, essendo per lui uno svago preso veramente sul serio, si arrabbiava moltissimo, quando gli facevano qualcosa che non andava. Scriviamo ora di Guareschi agricoltore. Egli la pensava esattamente come il suo antico e illustre concittadino, il quale diceva spesso che non v’era niente di più elevato che fare il contadino, acquistare terreni, svilupparli, amministrarli e preoccuparsi del loro progresso tecnico e della maggiore produttività. Così proprio come Giuseppe Verdi, Guareschi volle migliorare i suoi fondi, poichè in essi è “qualcosa che sopravvive e pertanto vale la pena di farlo”. La prima preoccupazione di Guareschi agricoltore fu anzitutto per gli uomini che lavorano la terra: le case dei suoi coloni, tutte bianche con le finestre verdi (color ‘verde Guareschi’), sono state rinnovate o costruite sulla scorta dei più moderni principi e secondo i dettami dell’igiene, delle comodità, della funzionalità. Poi vengono gli animali, sistemati in stalle saggiamente disposte, asciutte e pulite, comode e luminose. Ultimo viene il reddito[33]. Si può affermare a questo punto, e questo è importante per le opere, che Guareschi sapeva di essere un uomo tipico della Bassa e intendeva questa sua particolarità con molto orgoglio, per la schiettezza, la fierezza, la testardaggine dei contadini della sua terra (quelli d’una volta). E’ inutile continuare a ‘spigolare’: si cadrebbe in una slegata aneddotica oppure si correrebbe il pericolo di riassumere in troppo piccolo spazio posizioni del Nostro, ad esempio politiche, meritevoli di più ampio studio.
[32] L. RIZZI, Era un patriota e un uomo ‘vero’, in ‘Gazzetta di Parma’, 22 agosto 1968. [33] Guareschi aveva amato l’agricoltura, ma ne fu mal ripagato; v. B. MOLOSSI, Guareschi agricoltore, in “Gazzetta di Parma”, 9 agosto 1968.
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LE OPERE DI GIOVANNINO GUARESCHI L’analisi cui vanno sottoposte le opere di Guareschi non può prescindere da un orientamento generale. Lungi dal ripartire tali opere secondo schemi astratti, è tuttavia mia intenzione presentarle in gruppi distinti secondo un ordine cronologico, tenendo presente per questo il periodizzamento della biografia. Per quanto riguarda l’analisi vera e propria, interna delle opere, mi propongo di seguire, anche se non rigidamente, una linea tematica e una linea stilistica. Siamo ancora nella schematizzazione, se non si affrontano altri problemi. Anzitutto, nella trattazione, m’interessa analizzare la produzione letteraria di Guareschi, o meglio le sue opere raccolte in volume: eludo la sua attività giornalistica e vignettistica, perchè già menzionata nella biografia e perchè meritevole di un’altra analisi a parte. E tuttavia ricordo la genesi giornalistica di quasi tutte le opere del Nostro; ricordo che egli amava definirsi un giornalista, il quale adoperava in tutto trecento parole. “I personaggi più popolari di Guareschi sono nati da una lenta pazienza di giornalista (diceva di se stesso che era bravissimo nel fare un ‘pezzo’ sulla vecchia che cadeva dalle scale) trasformatosi in letterato per intimo bisogno di comunicativa umana”[34]. Eppure è necessario operare la distinzione fra Guareschi giornalista, ovviamente impegnato in una dimensione del tempo più ristretta, e Guareschi narratore, perchè quanto di lui resta acquisito al nostro tempo e forse anche dopo sono i suoi libri. A questo punto, e dopo una prima lettura delle opere del Nostro, la problematica s’arricchisce, facendosi nel contempo più articolata. Espongo ora, concludendo questa premessa intorno ad un problema assai importante, quello culturale-linguistico, riservandomi per questo e per gli altri non accennati di affrontarli più sistematicamente nel corso del capitolo. Guareschi narratore si pone fuori dalla tradizione ‘culta’, ma d’altra parte non indulge ai richiami demagogici (rifiuta il dialetto). Nasce di qui il problema del linguaggio guareschiano, come problema di un equilibrio, spesso riuscito, fra un’originale soggettiva espressività e una capacità di comunicare, che trova il suo riscontro più evidente (anche se ciò è detto prescindendo in ultima analisi da un metro axiologico di giudizio) nel successo ottenuto da Guareschi.
[34]
A. PAOLUZI, La morte
di Giovanni Guareschi,
in “Il Popolo”, 23
luglio 1968.
LE
PRIME OPERE Seguendo un ordine più logico occorre tuttavia separare la prima dalle altre due: queste ultime sono opere esclusivamente di invenzione, mentre ne ‘La scoperta di Milano’ la fantasia, coi risvolti tipici del primo umorismo guareschiano, opera trasformando e abbellendo la realtà autobiografica. Noi tuttavia consideriamo in blocco queste opere, perchè, posando su un comune “fondo surrealistico temperato da una bonomia padana” sono “da inquadrare in quel ‘club’ di umoristi che nacque e si sviluppò sul settimanale milanese ‘Bertoldo’”[38].
Il punto iniziale della nostra indagine è l’esame tematico de ‘La Scoperta di Milano’. Aboliti i preamboli e le considerazioni troppo analitiche, possiamo affermare che il motivo generale dominante dell’opera è quello autobiografico. Sul piano del ricordo, che espresso assume un tono di favola, Giovannino passa in rassegna le vicende che il Destino gli ha assegnato. Il ‘flash-back’ riporta alla luce il periodo giovanile dei Nostro, proiettando sullo schermo della memoria la figura dell’ingegnoso padre e della nonna Giuseppina, il collegio e i primi incontri con Margherita. Non manca l’accenno alla vita trascorsa in provincia, con una bella caratterizzazione di Parma e il racconto dell’apprendistato giornalistico alla ‘Gazzetta’. “I marmorei aquilotti, i leoni, i festoni, i martelli, i nastri, le marmoree teste di signora, le marmoree ruote dentate che fanno della nuova stazione di Milano un istruttivo giardino zoo-simbologico”[39] costituiscono la prima ‘scoperta’ della metropoli lombarda. E a Milano, dopo aver fatto alcune considerazioni sull’edilizia milanese e sulla corruzione di una portinaia per il contratto d’affitto (notevole è l’acume con cui Guareschi interpreta il costume), Giovannino si organizza: diventato ‘qualcuno’, sposa Margherita, la quale di lì a poco gli dà un figlio. Il ricordo ora cede il posto alla cronaca, soffusa anch’essa di favola, la favola straordinaria delle cose vere, semplici: “‘Giovannino, -grida Margherita- il bambino ha gli occhi aperti! Giovannino, il bambino fa così col dito indice della mano destra!.. Giovannino, il bambino ha il naso...!”[40].
Anche la descrizione della ‘casa, dolce casa’ ha un sapore di irridente, tipica farsa. Giovannino continua a ‘scoprire’ Milano, la città e gli abitanti: egli passa in rivista i luoghi di ritrovo caratteristici, dalla Galleria alla fiera di Sinigallia; il suo sguardo si posa sulle persone affaccendate, sempre in moto, nevrotiche, cui fanno da contrappunto le ‘signore a pera’ gironzolanti in Galleria e la sciccheria delle nonnine sedute a caffè. Viene la guerra, la gente sfolla da Milano; sotto i bombardamenti, Giovannino ritorna e fa altre ‘scoperte’: i sacchetti di sabbia nei porticati di piazza del Duomo, i librettini per le lirette di carta in Galleria, Milano piena di biciclette, l’oscuramento. Giovannino è assalito dalla malinconia: vacilla il mondo delle sue certezze. E tuttavia, se anche tutte le cose che ha lo abbandoneranno, i ricordi non lo lasceranno solo. Il libro si conclude con la favola bellissima del dopo-morte di Giovannino, nella quale è inserito l’episodio del padre che in scuola, senza essere visto, suggerisce al suo mascalzoncello: Guareschi ritorna ai tempi della sua infanzia, ricordando la cara figura della madre maestra; Guareschi ritorna fanciullo insieme ad Albertino, ritorna ad un ricordo che ora si è rifatto realtà di un tempo ed ha l’espressione di un’accorata poesia degli affetti domestici.
‘Il destino si chiama Clotilde’ ha questo sottotitolo: ‘Romanzo d’amore e di avventura con una importante digressione la quale, per quanto d’indole personale, s’innesta mirabilmente nella vicenda e la corrobora rendendola vieppiù varia e interessante’. In quest’opera, come nella successiva, la trama non può offrire motivi considerevoli all’analisi tematica, ma può solo servire ad individuare una superficiale linea stilistica. Tale romanzo ‘d’amore e d’avventura’ cioè, del quale restano in mente a malapena i nomi dei protagonisti, Clotilde Troll e Filimario Dublé, è tessuto mediante un intricatissimo intreccio, che segue le regole del rimando e dell’accavallamento delle situazioni, le quali costituiscono lo strumento, la veste esteriore dello stile comico[41].
Forse la parte migliore del romanzo è rappresentata dalla ‘digressione’, nella quale, innestate sul tema principale dell’emigrazione in Argentina, fenomeno che interessò ai primi del Novecento i nostri nonni e che molti di noi appresero dalla loro viva voce, sono parecchie belle favolette (il cavallo nella pampa; la vacca sul campanile; ecc.), brani che sono parto della fantasia guareschiana nell’interpretazione di una realtà i cui termini sono noti a tutti.
Guareschi ha definito l’ultima opera della triade, ‘Il marito in collegio “umoristico, ma assai più blando di Clotilde, scritto con l’intenzione di far sorridere”. Le avventure di Carlotta Wonder e di Camillo Debrai, il lento sbocciare di un amore che incontra numerose difficoltà, sono trattati da Guareschi nello stile di un umorismo più temperato rispetto a quello della precedente opera. Anche qui è concessa grande importanza allo strumento del comico, anche qui l’intreccio condiziona il risultato dell’operazione artistica. Ma, oltre ad una maggiore consapevolezza nella composizione dello stesso intreccio, notiamo ne ‘Il marito in collegio’ un progressivo abbandono del comico di parola o del comico puramente situazionale ed un arricchimento dell’umorismo, che vive della caratterizzazione interiore dei personaggi, considerati secondo l’indagine psicologica.
Il tema poi influisce sullo stile: l’amore, che è il motivo centrale del libro, è visto nel suo prodursi progressivo come sentimento, cioè come oggetto di studio psicologico, e i mezzi espressivi si adeguano, proponendo toni umoristici sfumati e moventi al sorriso più che al riso.
[35] G. GUARESCHI, La scoperta di Milano, Milano Rizzoli, luglio 19411, dicem. 196317 [36] G. GUARESCHI, Il destino si chiama Clotilde, Milano Rizzoli, luglio 19421, aprile 196419 [37] G. GUARESCHI, Il marito in collegio, Milano Rizzoli, agosto 19441, luglio 196619 [38] v. A. PAOLUZI, art. cit. [39] G. GUARESCHI, op. cit., pp. 67-68 [40] G. GUARESCHI, op. cit., p. 114 [41] Guareschi si accorge di restare spesso in questa veste esteriore e teorizza ciò che dovrebbe fare, per superare il “triste ballo di fantasmi”: v. G. GUARESCHI, op. cit., p. 20. I risultati però non danno ragione ai propositi.
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Sotto questa denominazione consideriamo tre opere unite tra loro tematicamente e stilisticamente: ‘Diario clandestino’[42], ‘La favola di Natale’[43], ‘Italia provvisoria’[44]. Abbiamo già parlato di esse, trattando la vita di Guareschi, per cui ora ci limiteremo ad un’analisi panoramica. Dal punto di vista tematico, l’unità deriva anzitutto dalle vicende narrate, che sono comprese nel periodo tormentato della guerra e dell’immediato dopoguerra. Quanto ai motivi, è possibile un’elencazione in base alla loro frequenza. Si può allora notare che il tema della nostalgia, del pensiero ricorrente alla casa, alla famiglia sta al primo posto. Vengono poi i temi dell’ambiente, i cieli grigi della Germania, la fame e la morte nel lager, le speranze e le delusioni dei detenuti. Gli altri motivi riguardano la politica e le note di costume su italiani, tedeschi, russi, francesi e inglesi. Guareschi narra, annota, riflette su questi motivi e spesso, elaborandoli artisticamente, li pone su un notevole piano poetico: egli è “l’uomo che seppe sintetizzare tutto il desolato grigiore del lager scrivendo su una pagina del suo diario queste sole parole: ‘Le poche patate che ci danno alla mano ogni tre giorni hanno ora dei lunghi germogli pallidi e molli come vermi. Deve essere primavera’”[45].
Scrivendo intorno al valore poetico delle opere in questione, affermiamo che la più compiuta in questo senso è ‘La favola di Natale’. Nella premessa[46] Guareschi parla della sua genesi, ne spiega le motivazioni, ricrea il clima del Lager. Ma, oltre che per il compendio tematico, a noi l’opera interessa come frammento, come favola in sé, perché leggendola si vede che Giovannino sa impiegare i toni fiabeschi, nell’uso di un linguaggio semplicissimo, quotidiano, il quale sviluppa una carica espressiva che va oltre il dato reale. Abbiamo già ampiamente trattato dell’‘Italia provvisoria’; intendiamo ora riprendere in esame la prima parte dell’opera, ‘La retorica nel dopoguerra’, in quanto ci serve per l’analisi stilistica, essendo in essa teorizzata la formula dell’‘umorismo’ guareschiano. Scrive Guareschi: “L’umorismo è il nemico dichiarato della retorica perchè, mentre la retorica gonfia e impennacchia ogni vicenda, l’umorismo la sgonfia e la disadorna riducendola con una critica spietata all’osso... L’umorismo è semplificazione, e, costretto a ridurre ogni cosa all’osso, riesce (più o meno bene) a fare lunghi discorsi con pochissime parole. E dice senza dire. E per dire si serve della forma più facile: la storiella... L’umorismo è uno e trino e si divide in umorismo diciamo, ‘storico’, umorismo satirico e umorismo parodistico. Giornalisticamente parlando, va molto il genere misto: vale a dire l’umorismo parodistico-satirico. Che è efficace particolarmente perchè facilmente accessibile a tutte le categorie in quanto la naturale estrosità dell’umorismo (dovendo contenersi nei precisi limiti imposti da uno schema noto e avvalersi di motivi critici suggeriti da fatti specifici della vita reale) evita le impennate improvvise e si mantiene con volo tranquillo a una quota che non dà il capogiro a nessuno...”[47].
Per capire quanto il Nostro scrive, per comprendere il significato ‘vitale’ dell’umorismo guareschiano, occorre tener presente l’esperienza del lager. “Una parte di me stesso -continua Guareschi[48]- è rimasta laggiù. Un altro me stesso aspetta laggiù che io lo chiami e gli dica che la gente della sua terra ha ritrovato il senso giusto della vita, e che è finita la retorica dell’odio”.
[42] G. GUARESCHI, Diario clandestino, Milano Rizzoli, dicembre 19491, giugno 196313. [43] G. GUARESCHI, La favola di Natale, Milano Edizioni Riunite, dicembre 19451. [44] G. GUARESCHI, Italia provvisoria (album del dopoguerra), Milano Rizzoli, novembre 19471, febbraio 19483. [45] G. CAVALLOTTI, Il riso amaro di Guareschi, in “Oggi”, 30 ottobre 1958. [46] G. GUARESCHI, op. cit., pp. 7-9 [47] G. GUARESCHI, op. cit., pp. 26, 31, 33, 34
[48]
G. GUARESCHI, op. cit.,
p. 44
Come é già stato detto nel precedente capitolo, queste opere sono: ‘Don Camillo’[49] e ‘Don Camillo e il suo gregge’[50], ‘Lo Zibaldino’[51] e il ‘Corrierino delle famiglie’[52]. Unite per la loro genesi giornalistica (tutte e quattro sono la raccolta di racconti comparsi settimanalmente su ‘Candido’), le prime due tuttavia differiscono sostanzialmente e anche formalmente dalle ultime due. Abbozzando uno schema interpretativo, convalidato dall’esame puntuale delle opere in questione, è possibile affermare che ‘Lo Zibaldino’ e il ‘Corrierino delle famiglie’, raccolta di ‘storie familiari’, vivono nell’area stilistica del comico (anche se si giunge all’uso più ‘artificialmente naturale’ di tale stile), là dove i primi due volumi della serie ‘Mondo piccolo’, serie di ‘racconti inventati sul reale’, hanno una base stilistica decisamente umoristica. Così si spiega il maggior successo avuto da quest’ultimi racconti rispetto ai precedenti, un successo che trova la sua ragione nella maggiore validità artistica. Iniziamo ora l’analisi puntuale, per dare respiro allo schema. Tematicamente le ‘storie familiari’ presentano come motivo dominante quello della famiglia, la famiglia di Guareschi. Nella ‘Premessa’ al ‘Corrierino delle famiglie’, Guareschi dà la spiegazione del fatto tematico: “Perchè io vi parlo sempre di me e della gente di casa mia? Per parlarvi di voi e della gente di casa vostra. Per consolare me e voi della nostra vita banale di onesta gente comune. Per sorridere assieme dei nostri piccoli guai quotidiani. Per cercar di togliere a questi piccoli guai (piccoli anche se sono grossi) quel cupo color di tragedia che spesso essi assumono quando vengono tenuti celati nel chiuso del nostro animo”[53]. Effettivamente Guareschi parla “a ruota libera” di sè, di Margherita, di Albertino e della Pasionaria, riprendendo il filone iniziato con ‘La scoperta di Milano’ e che terminerà col postumo ‘Vita in famiglia’.
Attorno al tema dominante ruotano altri temi, occasionali ma non meno importanti, perchè ancora una volta ripropongono all’attenzione lo studio tematico delle opere guareschiane come studio di sintesi, come analisi di ricorrenze coerenti, puntualizzabili. Troviamo annotati allora sulle nostre schede temi come quello del ricordo, della nostalgia del tempo passato, del primo periodo milanese, del lager: temi cioè autobiografici. Altri motivi disparati, ma significativi, sono presenti nelle due opere: in esse si parla spesso di ‘destino’, l’accenno alla ‘pampa’ è più volte fatto. Stilisticamente, abbiamo annoverato queste opere fra quelle ‘comiche’. Pur essendo la forma adatta e adattata alla tematica dei racconti, nonostante che Guareschi assuma modi di dire tipici dal reale e li collochi sapientemente nel ritmo narrativo, tuttavia il riso è provocato, più che da una interiore motivazione, dal gioco, in verità molto ben condotto, della parola o della situazione. Trattiamo ora i due volumi della serie ‘Mondo piccolo’. Per quanto riguarda questi racconti, che hanno dato tanta celebrità a Guareschi, e che ho già definito racconti ‘inventati sul reale’, è difficile stabilire una priorità tematica. Dalle schede di lettura, che ho riempito, si può ricavare essenzialmente un’analisi basata sui nuclei tematici più importanti.
Il primo nucleo tematico che esamino è quello ambientale ed è un nucleo che si può definire con un solo nome, la Bassa, ma che è diffuso, in varia guisa tangibilissima, in tutti i racconti. Questo nucleo si raccomanda all’attenzione soprattutto, perchè, analizzato, spiega la definizione di ‘racconti inventati sul reale’, data alla serie di ‘Mondo piccolo’. Il clima della Bassa, col suo caldo che é “roba che si vede e si tocca”, colla sua nebbia “da tagliar col coltello”; l’ambiente fisico della Bassa, con località, ville e poderi tipici (Castellina, Torricella sono paesotti realmente esistenti nella Bassa Parmense; molti cascinali portano il nome di quelli descritti da Guareschi: la Bruciata, la Torretta, i Pilastri, il Crocilone); la gente della Bassa, vista nella sua semplice (non semplicistica) psicologia, considerata nei suoi umori, nella sacralità del suo odio e del suo amore, nel superamento di questi sentimenti profondi mediante l’innato buon senso; tutti questi sono i dati realistici del racconto guareschiano. Ma Guareschi ‘inventa’ il reale, e lo inventa nel senso genuino del termine, mediante l’operazione artistica: quand’egli descrive gli afosi pomeriggi dell’estate padana, quando narra delle processioni dirette al Po per la benedizione delle acque, lo fa trovando, ricreando, caratterizzando un dato della realtà noto a tutti, ma che tutti vogliono riscoprire proiettato in una dimensione artistica, nell’alone della poesia o nel tepore, caro alla gente padana, della favola. Passando al secondo nucleo tematico, riferito alle figure di Don Camillo e di Peppone, possiamo tranquillamente affermare che anch’esso è frutto d’‘invenzione’. Non è lungi dal reale, la realtà della Bassa, il rinvenimento del prete di campagna che fuma il ‘toscano’, che con parabole tiene sermoni toccanti diretti al cuore della ‘sua’ gente, che rimprovera o blandisce il suo gregge conoscendolo, che va a caccia, manesco e matto, ma con un cuore immenso. D’altro canto la figura di Peppone è tuttora emblematica di un certo tipo di sindaco ‘rosso’, zuccone, istintivo, che tiene discorsi sgrammaticati, ma purtuttavia discorsi di una ‘persona’ che parla col ‘cuore’ alla ‘sua’ gente. Guareschi ‘inventa’ questi due personaggi e ‘inventa’ il loro dialogo. I due si conoscono a fondo (Don Camillo capisce la psicologia di Peppone e usa con lui ragionamenti semplici, concreti; Peppone comprende la necessità di non impuntarsi col focoso deuteragonista), trovano spesso l’accordo, diventano complici per l’interesse del paese, si uniscono per infondere coraggio alla popolazione, come nel caso dell’alluvione del 1951, dialogano “da uomo a uomo”, lasciando “perdere la politica”. Ed é un dialogo il loro fra galantuomini, fra persone oneste: “la politica non c’entra -dice Peppone[54]- qui si tratta di un cristiano che viene a chiedere consiglio a un prete”. Trattando del dialogo fra Peppone e Don Camillo, veniamo a considerare un altro nucleo tematico, quello che ha come oggetto la politica. La politica, intesa in senso ideologico e storico, cede davanti ai casi umani ‘personali’; il democristiano e il comunista passano in sottordine di fronte alla ‘persona’: è il valore umano di questa che conta. Abbiamo già considerato nella parte biografica della trattazione questo aspetto della “Weltanschaung’ guareschiana, parlando del ‘socialismo idealizzato’. Ora possiamo dire che, partendo da questo giudizio sulla politica, partendo da considerazioni negative sul presente e da posizioni sentimentali nostalgiche sul passato, un passato indubbiamente esemplificativo, Guareschi fa sì che i due, Don Camillo e Peppone, si ritrovino sulla base di una speranza che tutti vorrebbero fosse tradotta in realtà. Un altro nucleo tematico riguarda quelle che io definisco le ‘storie inserite’: si tratta di storie di guerra, della Bassa (bello è il racconto che ha per oggetto la chiesetta sommersa in una gora del Po), di storie animali (commovente è quella del cavallo Bianco che muore quando crede di sentire il fischio della tramvia, a cui era stato aggiogato per tanto tempo), raccontate a modo di favola, e che servono a creare il clima narrativo caratteristico guareschiano, clima in cui volutamente sono sfumati i confini del reale col fantastico.
A conclusione, lo sguardo si posa su un ultimo nucleo tematico, che noi esporremo scarnamente. E’ il nucleo che ha maggiore attinenza colla biografia di Guareschi e che si può intitolare: il nucleo dei ricordi. Spigolando nei racconti, troviamo vari accenni alla madre maestra, al re, a Faraboli (non nominato direttamente, ma facilmente individuabile lo stesso) agli scioperi del 1908, alla tramvia sulla “provinciale” passante per Fontanelle, ai carrettieri (bello è il racconto che ha per protagonista Giaròn). Esaurito lo spoglio dei motivi di 'Mondo Piccolo’, facciamo ora qualche considerazione di natura stilistica. Riproponendo ancora una volta la dicotomia comicità-umorismo[55], affermiamo che nei racconti di ‘Mondo Piccolo’ l’elemento umoristico prevale su quello comico. Resiste -è vero- una certa strutturazione caratteristica del comico: quasi tutti i racconti, ad esempio, iniziano ‘in medias res’, presentano un corpo centrale chiarificatore, terminano con la battuta scintillante e spesso fine a se stessa. Ma il tono generale di questi racconti, in cui dal rapporto sapiente fra realtà e fantasia si origina la favola, in cui la favola niente altro è che la trasposizione artistica di una realtà vera, è decisamente umoristico. E l’umorismo nasce dal rapporto fra stile e psicologia, e lo stile alla fine risulta definito dalla sintesi del fatto umoristico. A titolo esemplificativo, vediamo la descrizione che Guareschi fa di Don Camillo: “Don Camillo era una spropositata macchina di ossa e di muscoli e dalla pianta dei piedi alla cima della testa era alto come un uomo normale su uno sgabello, mentre dalla testa ai piedi era alto almeno una spanna di più: il che significa che, mentre gli altri lo vedono in un certo modo, lui si vedeva in un altro perchè il coraggio di don Camillo era appunto alto una buona spanna di più della sua statura. E anche se gli spalancavano davanti uno schioppo non perdeva un filo di pressione. Ma quando inciampava in un sasso o gli facevano un tiro da birichino si smontava e gli venivano le lacrime agli occhi per l’umiliazione. In quei momenti sentiva una specie di compassione per se stesso e l’anima gli si riempiva di malinconia”[56]. Considerando il brano in questione e generalizzando tale considerazione, non è fuori luogo parlare di approfondita caratterizzazione psicologica dei personaggi, resa narrativamente nel modo più adeguato, secondo un sapiente intreccio dell’elemento fisico e morale, nell’uso di un linguaggio semplice ed efficace al tempo stesso.
Ma non è la parola, l’idioma che fa lo stile umoristico; “sarebbe erroneo dimenticare Cervantes dietro Don Chisciotte”[57], così come sarebbe sbagliato non tener conto che tutto il mondo dei libri del Nostro è un mondo vivo, nel presente e nel passato, nel dipanarsi storico e soprattutto nell’animo di Guareschi. L’umorismo di Guareschi è qualcosa di profondamente ‘vitale’, “come il velo sotto cui il pudore impone a quest’uomo timido e scontroso di nascondere il suo pathos”[58]. Un pathos che spesse volte prorompe ed induce il lettore alla commozione, a far vibrare il suo cuore all’unisono col cuore dello scrittore. Gli esempi per illustrare questo finale raggiungimento dell’arte di Guareschi non mancano. Concludo con uno di questi esempi, colla citazione del racconto ‘Triste domenica’[59], dove compare una acuta caratterizzazione situazionale di un ragazzo non cretino, che però non vuole studiare: Don Camillo, mandato dai genitori del ragazzo in collegio per rimproverarlo, finisce con lui nei prati a giocare: Guareschi, il vero protagonista del brano, ritorna a giocare nei prati della sua fanciullezza.
[49] G. GUARESCHI, Mondo Piccolo (Don Camillo), Milano Rizzoli, Marzo 19481, luglio 196742. [50] G. GUARESCHI, Mondo Piccolo (Don Camillo e il suo gregge), Milano Rizzoli, maggio 19531, aprile 196514. [51] G. GUARESCHI, Lo Zibaldino, Milano Rizzoli, dicembre 19481, marzo 196514. [52] G. GUARESCHI, Corrierino delle famiglie, Milano Rizzoli, dicembre 19541, giugno 19678. [53] G. GUARESCHI, op. cit., pp. 10-11 [54] G. GUARESCHI, Mondo Piccolo (Don Camillo), p. 54 [55] Abbiamo assunto tale schema d’interpretazione, dopo aver letto ‘Il riso’ di Bergson e dopo aver considerato la natura dell’umorismo in Pirandello. [56] G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Don Camillo e il suo gregge), p. 75. [57] A. PAOLUZI, art. cit. [58] I. MONTANELLI, I rapaci in cortile, Milano Longanesi, 1952, p.
[59]
G.
GUARESCHI,
Mondo piccolo
(Don Camillo e
il suo gregge),
pp. 217-226
Prima di morire, Giovannino Guareschi vide l’edizione di due altre sue opere: ‘Il compagno Don Camillo’[60] e ‘La calda estate di. Gigino Pestifero’[61].
Riguardo alla prima, che è un lungo racconto pubblicato a puntate su ‘Candido’ nel 1959 e riunito in volume nel 1963, la scheda di lettura conferma la validità dello schema interpretativo adottato per i primi due volumi della serie ‘Mondo piccolo’.
L’analisi tematica e quella stilistica, pur considerando qualche lieve variazione (ad esempio, l’ambientazione è in Russia, ma frequente è il rapporto fra l’ambiente russo e la Bassa, a tutto vantaggio di quest’ultima), sono quindi già risolte. A noi non resta che riportare la recensione di Fiorenzo Falcini[62], la quale costituisce un’ulteriore convalida della nostra interpretazione: “.... l’umorismo -che appartiene al genere satira, didascalico sempre- è in crisi dal momento che l’arte soggiace, a torto o a ragione, a una concezione anticontenutistica o antididascalica ... La satira, esclusa dal perimetro arte-poesia, ha chiesto rifugio a rubriche giornalistiche o a spettacoli-varietà. I libri del Guareschi hanno appunto quell’anagrafe, sono venuti alla luce come invenzioni sul piano precario del giornalismo. Ma non si tratta di precarie verità. Una volta raccolte quelle pagine, si è visto agitare un mondo, ‘mondo piccolo’, regionale, nel primo ‘don Camillo’, ma ora che don Camillo diventa ‘compagno’, per diabolico tranello (e poi ‘capocellula’) e Peppone insieme ad altri ‘eletti’, per un viaggio ideologico, il mondo resta piccolo soltanto nel titolo della collana. Eppure, con tutte le tentazioni che gli odierni viaggi in quella direzione potrebbero offrire a qualunque spirito che abbia ancora un po’ di senso dell’humour, soltanto Guareschi ha saputo prendere la palla al balzo. E l’ha presa da par suo. Guida la comitiva attraverso mille peripezie, restando sempre nella logica del luogo e del fatto. Tutto è vero, sebbene sia tutto inventato con vena inesauribile. La burla e la farsa non sono astratte, sono tolte dal terreno del Paese visitato e dalla natura dei protagonisti. Quello che è il più corrente umorismo italiano, da Petrolini in poi, fa leva sui giochi di spirito e sulla sciocchezza gratuita; Guareschi cava il gioco dalle drammatiche serietà e scopre la sciocchezza nelle sonanti teoriche. La polemica c’é, nel fondo, ma ben filtrata attraverso la fantasia e talvolta attraverso una commossa umanità (si veda, per esempio, l’episodio della vecchietta polacca moribonda e quello dei ‘Tre fili di frumento’). Nel sottobosco da cui si dirige la nostra politica letteraria (la frase é di Eugenio Montale), a quel che pare, non si fa gran caso a Guareschi. E’ senza dubbio in gioco il timore d’avallare certe posizioni. Ma Guareschi non ne ha bisogno. Trentanove edizioni per il primo don Camillo e oltre la decina per tutti gli altri libri, sono ’record’. Senza dire che Guareschi è il più tradotto fra i nostri scrittori d’oggi. Estro bizzarro e caricaturale, fedele al contesto più scottante della società d’oggi, quando non si lascia prendere la mano dalla fretta giornalistica, riesce a cavarne tutto il ridicolo. Il nunzio apostolico mons. Roncalli trovava nel primo don Camillo anche un ‘diletto spirituale’, se proprio a questo scopo, che egli espresse nella dedica, regalava quel libro al socialista Auriol, allora presidente della Repubblica francese, ricordandogli, non senza qualche allusione ironica, le sue dispute col curato del paese. E un diletto spirituale dovevano trovarcelo anche i francescani d’Avignone, se nel 1952, essendo loro ospite, constatai che lo stavano leggendo alla mensa come lettura comunitaria. Il Guareschi avverte che ‘Il compagno don Camillo è lo stesso identico don Camillo’ della prima creazione. Vorrei dire che qualche accento distintivo c’é. L’ultimo don Camillo è più astuto, più versipelle, anche quando riesce a farsi ‘agente segreto di Cristo’, sia pure correndo il rischio di cedere, di fronte al primo, in comicità”.
La seconda opera che consideriamo è ‘La calda estate di Gigino Pestifero’. E’ una storia per ragazzi, con ottime illustrazioni, ma che trova inseriti i motivi più scottanti della problematica sociale: il mostruoso sviluppo urbanistico delle città; il benessere che diventa malessere per il condizionamento che comporta; lo sgretolamento familiare; il divismo; ecc. Di fronte a questo mondo, i ragazzi dice Guareschi “diventano come tanti pulcini che hanno persa la chioccia e si stringono l’uno all’altro per scaldarsi fra loro”. Evasi dalla città rovente, i ragazzi della ‘ghenga’ di Gigino vivono una straordinaria avventura in una villa abbandonata de ‘la valle del Silenzio’.
C’é in queste pagine il gusto della riscoperta della natura, del contatto colla natura (psicologicamente questo significa un ritorno alla terra come madre ed è riconducibile all’affetto del Nostro per la ‘signora maestra’). Inoltre la “villa ottocentesca, parallelepipedo di mattoni, brunito dal tempo” è senza dubbio la villa delle ‘Spigolature’, di cui mi hanno parlato i signori Frondoni. Ma vediamo come Guareschi conclude la sua storia:
“Ecco perchè ho strappato Gigino e la sua ghenga dalla città mostruosa dove il cemento, l’asfalto, il fumo delle fabbriche, il frastuono e i gas mefitici delle automobili, l’elettricità, la invisibile rete delle radiazioni magnetiche, eccetera, hanno staccato l’uomo dalla natura, costringendolo a vivere una vita innaturale, spesso addirittura contro natura .... Questa insomma sarebbe la storia della calda estate di Gigino Pestifero e della sua ghenga. Storia che, si direbbe, non è molto interessante perchè, stringi stringi, vi resta soltanto qualche ombra e un pizzico di malinconia. Ma è meglio non dirlo: infatti, attraverso lo sportellino apertosi, per un istante, nell’impenetrabile muro di cemento rovente che li circonda, Gigino e la sua ghenga hanno scoperto il meraviglioso mondo del Soprannaturale. Il quale Soprannaturale non è una favola, altrimenti sarebbero una favola anche la Terra, la Vita, l’Universo”.
[60] G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Il compagno Don Camillo), Milano Rizzoli, novembre 19631, novembre 196514. [61] G. GUARESCHI, La calda estate di Gigino Pestifero, Bologna Editoriale il Borgo, 19671.
[62]
F
.FALCINI,
Narrativa
italiana,
in
“Ragguaglio
librario"
XXXI
(1964),
n. 3, p.
46
Esse sono: ‘L’Italia in graticola’[63], ‘Vita in famiglia’[64], ‘Don Camillo e i giovani d’oggi’[65]. ‘L’Italia in graticola’ è la raccolta scelta dei racconti che Giovannino Guareschi pubblicò sul ‘Borghese’, negli anni della sua collaborazione alla rivista, cioè a partire dal 1963. Si tratta di racconti a sfondo nettamente politico, la cui interpretazione non rientra nei nostri obbiettivi. Il congedo letterario di Giovannino Guareschi è rappresentato da un volume di storie familiari e da uno di racconti inventati sul reale.
‘Vita in famiglia’ è il libro dei tanti piccoli appunti di tutta una vita, riposti nella memoria. In questo ultimo periodo della produzione del Nostro, i ricordi vengono a galla sempre più frequentemente e tenacemente. La madre (una dolce maestra di campagna), il padre (un inventore curioso ed eccentrico), la nonna Giuseppina, la vita in provincia, il periodo milanese, la guerra, il lager, il travagliato dopoguerra, il carcere, ecc.: tutti questi sono i fotogrammi, coi quali Guareschi monta il film della sua vita.
Un libro di ricordi si direbbe, dopo la lettura dei primi due racconti: ‘Signora maestra’ e ‘Vino bianco’. “Però improvvisamente -scrive il Pagliaroli[66], ed io confermo- negli altri racconti il tono cambia. E’ la viva relazione delle cose di famiglia, la vita privata di Guareschi. La moglie Margherita, i figlioli: Albertino e la Pasionaria, e infine i nipoti: Michelone e la Fenomena. Anche Giò fa parte dell’atmosfera privata; l’ultima parte del libro è tutta dedicata a lei: la ragazza pratica, moderna, tuttofare, che dà spunto a Guareschi per la polemica grottesca e acuta contro la società moderna, i consumi, le canzonette e la TV”. Possiamo concludere l’analisi sommaria dell’opera col bilancio dello stesso Pagliaroli su di essa: “Anche se molti di questi brani sono gli ultimissimi pezzi, hanno tutta la ‘verve’ abituale. E sono soprattutto, al di là delle battute, un insegnamento morale per tutti, sul come dev’essere presa la vita, senza fumismi e senza illusioni. La moda, i beat, la TV, tutto passa; l’uomo, coi suoi problemi, resta e rimane la necessità di guardare la vita con un certo sorriso e una bonarietà, perfino una fede nelle cose, che hanno permeato tutta la vita e l’opera di Guareschi”[67]. ‘Don Camillo e i giovani d’oggi’ è l’ultima opera di Guareschi, un’opera coronata dal consueto successo[68] e che propone, oltre al riassunto di tutta la precedente problematica della serie ‘Mondo piccolo’, nuovi spunti d’analisi.
L’ambientazione è quella abituale: Guareschi incornicia i suoi racconti “in quella fettaccia di terra grassa sparapanzata lungo la riva del grande fiume” dove “c’é gente che si scalda facilmente”[69] e là dove la gente s'appassiona ancora a “storie che il grande fiume racconterà a chi va per favole nei pioppeti e sugli arenili”[70]. Per quanto riguarda i personaggi, la situazione registra qualche mutamento. Don Camillo, non sufficientemente aggiornato in fatto di riforme conciliari, si vede mettere al fianco il giovane don Chichì, prete moderno, in conflitto generazionale con don Camillo, ma che dà prova solo di astratto zelo progressista e di profonde crisi spirituali, occasionate da Cat, la sveglia e furba nipotina di don Camillo. Anche Peppone, da parte sua, ha delle ‘gatte da pelare’, a cominciare da Veleno, il figlio capellone, per terminare coi Bognoni, una coppia di professionisti, che costituiscono una sezione autonoma d’ispirazione cinese nel PCI. Ma, nonostante tutte le novità, i due restano quelli che ben conosciamo: uniti da buoni nemici per sbrogliare le situazioni sul punto di precipitare; uniti con formule esteriori di compromesso, che nascondono un vero accordo, per difendere il paese e trascinarlo ad autentiche unità d’azione (si deve inserire, a questo punto, un tema finora trascurato: quello della contrapposizione polemica che spesso Guareschi fa o ha fatto dell’Italia paesana all’Italia cittadina[71]); uniti sodalmente (come quando don Camillo salva il posto di sindaco a Peppone, minacciando il socialista ex-fascista Belicchi, il quale in Consiglio comunale darà il voto a Peppone). Ora spendiamo qualche parola per un tema, che non ha ancora trovato da parte nostra una puntualizzazione, il tema religioso. Anzitutto è da dire che i frequenti colloqui fra don Camillo e il Cristo rappresentano il dialogo interiore del pretone, un dialogo a senso unico, in quanto don Camillo non può fare il ‘furbo’ con Cristo, cioè colla sua coscienza. Poi, per quanto riguarda il manifestarsi della religione, don Camillo (e dietro di lui Guareschi) ha le idee chiare: “io non posso andare più in là di Cristo: Cristo parlava in modo semplice, chiaro. Cristo non era un intellettuale, non usava parole difficili, ma solo le umili e facili parole che tutti conoscono. Se Cristo avesse partecipato al Concilio, i suoi discorsi avrebbero fatto ridere i dottissimi padri conciliari”[72]. A conclusione dell’analisi, è giusto trattare del tema che dà il titolo al libro: i giovani d’oggi. Essi -afferma Guareschi- non sono più “complicati” di quel li d’una volta: “duri, coriacei” solo in apparenza, albergano nei loro cuori i sentimenti di sempre, ad esempio l’amore, la sete di giustizia, la fede in Dio. E al termine del libro, a sigillo di una vita e di una attività, Guareschi scrive queste parole: “Così finisce anche questa filastrocca il cui unico scopo era quello di dimostrare che il mondo cambia ma gli uomini rimangono come Dio li ha creati perchè Dio non ha fatto alcuna riforma e le sue leggi sono perfette, eterne ed immutabili”[73].
[63] G. GUARESCHI, L’Italia in graticola, Milano Edizioni del “Borghese”, settembre 19681. [64] G. GUARESCHI, Vita in famiglia, Milano Rizzoli, novem. 19681. [65] G. GUARESCHI, Mondo piccolo (Don Camillo e i giovani d’oggi), Milano Rizzoli, settembre 19691. [66] S. PAGLIAROLI, ‘Vita in famiglia' di Giovannino Guareschi, in “Giornale di Bergamo”, 12 dicembre 1968. [67] PAGLIAROLI, art. cit. [68] Per parecchi mesi ha primeggiato in Italia nella classifica delle vendite. [69] G. GUARESCHI, op. cit., p. 115. [70] G. GUARESCHI, op. cit., p. 185. [71] Guareschi attinge questa problematica da movimenti culturali, fioriti quand’egli era ancora giovane: es. ‘Strapaese’, ‘Selvaggio’. [72] G. GUARESCHI, op. cit., p. 61. [73] G. GUARESCHI, op. cit., p. 197. Per scaricare l'intera tesi in formato PDF clicca qui
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