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giovannino guareschi, roncolese di adozione, parla di giuseppe verdi
VERDI MI HA DETTO
Ho
intervistato Giuseppe Verdi, E 0gnuno lo può intervistare, sentire le sue
parole, conoscere il suo pensiero.
Tutto
quello che, in questo articoletto, dice Verdi è autentica roba di Verdi.
Non mi
sono permesso — è naturale — di aggiungere una sola parola mia. Accanto a ogni
affermazione di Verdi c'e un numerino: indica la pagina del libro dal quale io
ho tolto la frase.
L'Opera in
questione è, senza dubbio, il più bello, il più completo., il più intelligenze
dei libri scritti su Verdi.
E' un
volumetto della BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) intitolato: “Giuseppe Verdi - Autobiografia dalle lettere”
Verdi,
spiegato da Verdi.
Fermai la
macchina vicino al [osso e mi appressai al cancello. Stetti lì con la faccia tra
le sbarre a rimirarmi il grande giardino ed ecco che, nel viale, comparve un
vecchio con la barba bianca e un gran cappellaccio nero in testa.
Era lui e
io lo salutai con rispetto:
“Buongiorno, Maestro”
Si
avvicinò e venne a guardarmi in faccia. Rimanemmo lì in silenzio e, tra noi,
erano le sbarre del cancello.
Non sapevo
come cominciare:
“Ha un parco bellissimo Maestro.”
Si strinse
nelle spalle e borbottò:
“Il mio cosidetto giardino, Dodici salici, diciotto pioppi e ventiquattro
rosai.” (95)
“Chi sa quanti bei fiori, tra poco!”
Scosse il
capo:
“Io amo molto i fiori, ma per averne di belli, bisogna un gran
giardiniere. Io detesto tutte le tirannie e specialmente le domeniche. Ora: i
gran giardinieri, i gran cuochi, i gran cocchieri sono i veri tiranni d'una
casa. Con questi voi non siete più padrone di toccare un fiore del vostro
giardino, di mangiare un semplice uovo con l’insalata, di adoperare i vostri
cavalli se piove, o se fa troppo sole:,eccetera. No, no: di tiranni in casa
basto io solo e ben so la fatica che mi costo” (95)
Mi guardai
attorno cercando un altro pretesto. Indicai una grande cascina li vicino.
“Bella. Ho sentito dire a Milano che Lei ha fatto costruire parecchio…”
“Ho speso qualche soldo che ha dat0 da mangiare a molti
poveri operai, perchè dovete sapere, voi
abitanti delle capitali che la miseria, nelle classi povere è grande, grande,
grandissima: e se non ci sarà una Provvidenza sia dall’alto o dal basso, una
volta o l’altra succederanno guai gravissimi. Vedete, se io fossi il Governo non
penserei al partito, al bianco, al rosso, al nero: penserei al pane da mangiare!”
(176).
Osservai
che la politica è sempre la politica. Comunque bisognava riconoscere che
qualcosa era stato fatto.
“E molto ancora dovrebbero fare” aggiunsi “almeno per riconoscenza verso quei poveretti che sono stati più provati
dalla guerra.”
Mi guardò
corrucciato:
“Crede ancora ella alla riconoscenza? La riconoscenza è un peso per gli
individui: s'immagini dunque se possono sentirla gli uomini di Governo e, meno
ancora, la folla degli affaristi di Montecitorio !” (105)
Allargai
le braccia:
“Maestro la situazione del nostro Paese...”
Scosse il
capo e mi interruppe:
“Sulle cose d'Italia chiudo occhi e orecchie per non vedere e sentire. Ne
capisco gli attuali vantaggi, ma io non vedo che l'onta nostra!” (141).
Tentai
qualche osservazione sulla situazione dei partiti ma il Maestro non mi lasciò
parlare:
“Io non parlo di rossi, di bianchi o di neri. Poco m'importa la forma o
il colore. Guardo la storia e leggo grandi fatti, grandi delitti, grandi vertù
nei Governi dei Re, dei Preti, delle Repubbliche! Non m’importa ripeto: ma
quello che domando si è che quelli che reggono la cosa pubblica siano cittadini
di grande ingegno e di specchiata onestà… Ho un tristo presentimento sul nostro
avvenire. I Sinistri distruggeranno l’Italia!” (216).
Evidentemente l'argomento della politica era chiuso e io cercai un altro
appiglio:
“Maestro si parla molto di Lei, in questi giorni e tutti La ricordano!”
Mi guardò con aria beffarda:
“Tre giorni bastano per coprire d’oblio uomini e cose. Il gran poeta
dice: Cielo! Morto da due mesi e non ancora dimenticato!” (305).
“Non e vero. Maestro. in tutti i teatri il pubblico accoglie con
entusiasmo le sue opere. Lei è ancora l'idolo del pubblico. Il pubblico Le vuoi
bene.”
Avevo
toccato un tasto falso, Lo vidi drizzarsi di scatto e la sua voce era concitata:
“Il pubblico!... All’età di venticinque anni io avevo delle illusioni e
credevo nella sua cortesia: un anno dopo mi cadde la benda e vidi con che cosa
avevo da fare. Mi fanno ridere taluni quando, con una specie di rimprovero,
hanno l'aria di dirmi che io devo molto a questo od a quel pubblico. E' vero,
alla Scala si applaudì altra volta il Nabucco ed i Lombardi: ma sia per la
musica, pei cantantii„ per l'orchestra, pei cori„. per la mise en scene fatto
sta che tutt’insieme era un tale spettacolo da non disonorare chi lo applaudiva,
Poco più d'un anno prima, però, questo stesso pubblico maltrattava l’Opera di un
povero giovane ammalato, stretto dal tempo e col cuore straziato da una orribile
sventura! Tutto questo si sapeva ma non fu ritegno alla scortesia. Io non vidì
più da quella epoca Un giorno di regno e sarà certo un'opera cattiva: pure chi
sa quante altre non migliori sono state tollerate e forse anche applaudite. Oh,
se allora il pubblico avesse non applaudita ma sopportata in silenzio
quell'opera, io non avrei parole sufficienti per ringraziarlo! Ma finchè ha
fatto buon yiso ad opere che fecero il giro del mondo, le partite sono pari. Io
non intendo condannarlo: ne ammetto la severità, ne accetto i fischi, alla
condizione che niente mi si richiegga per gli applausi” (298).
“Maestro, però i suoi rapporti col pubblico sono stati, in seguito, assai
cordiali”
Mi rispose
seccamente:
“In seguito, quando ha avuto a che fare con lui, mi armavo di coraz2a e,
preparato alle fucilate, dicevo: « A noi!» Difatti eran sempre battaglie!
Battaglie che non facevano mai buon sangue anche quando si vinceva… Triste!...
Triste!...” (298).
Sospirò e
avevo una paura matta che s ne andasse, Era così difficile parlare con quel
rustico roncolese!
“Maestro”,— tentai “io non
metto in dubbio la sua esperienza. Comunque Le posso assicurare che c’è sì la
crisi del teatro, ma quando alla Scala, che è un grande teatro…”
Mi
interruppe sghignazzando:
“nun sem nun… Milanes… el prim teater del mond!... Io ne conosco cinque o
sei di questi primi teatri ed proprio in quelli dove più frequente si fa cattiva
musica!” (263)
Ero
riuscito ancora a farlo stizzire. Continuò:
“La Scala! Il primo teatro del mondo!... Tante volte ho sentito a Milano
dirmi: La Scala è il primo teatro del mondo. A Napoli: il San Carlo, primo teatro del mondo. In
passato a Venezia si diceva: La Fenice, il primo teatro del mondo, A Vienna:
Primo teatro del mondo. A Parigi, poi, l’opèra è il primo teatro di due o tre
mondi… (302). Nun sem nun… Milanes… el
prim teater del mond!...” (263).
Cercai di
accomodare la faccenda.
“Maestro,
Vengo da Milano ma non sono milanese. Mi sono spiegato male. Ho detto grande
teatro per dire teatro grande. Stavo per dire che essendoci la crisi del teatro,
la Scala, che pure e un teatro grande, è immancabilmente piena zeppa quando si
dà un’opera di Giuseppe Verdi! Ciò significa che il pubblico le vuole bene.
Ultimamente, per esempio, un valente maestro d'orchesta ci ha dato una
interessantissima interpretazione della Traviata.
Confesso
che, stavolta, la gaffe la volli fare io e, quando vidi il Maestro levare di
scatto il capo e guardarmi con occhi scintillanti, ne fui profondamente
soddisfatto. Parlava con rabbia:
“La divinazione dei direttori… La creazione di ogni rappresentazione…
Questo è un principio che Conduce al barocco e al falso! ... E' la strada che
condusse al barocco e al falso l'arte musicale alla fine del secolo passato e
nei primi anni di questo, quando i cantanti si permettevano di creare le loro
parti, e farvi in conseguenza ogni sorta di pasticci e controsensi. No! Io
voglio un solo creatore, e m'accontento che si eseguisca semplicemente ed
esattamente quello che è scritto. Leggo sovente nei giornali di effetti non
immaginati dall'autore ma io, per parte mia, non li ho trovati… Io non ammetto
né ai cantanti né ai direttori la facoltà di creare! ..” (261).
Ormai
accennava ad andarsene ed io lo incalzai:
“Maestro, che cosa ne dice dei compositori d'oggi?”
“Son ciechi che giocano al bastone. Dove capita capita. Non sanno cosa
vogliono nè dove vanno. Che bella novità! So anch'io che vi è una musica
dell'avvenire, ma io penso… che per fare una scarpa
ci vuole del corame e delle pelli!...
Per fare un’opera bisogna avere in corpo primariamente della musica…
Dichiaro che sono e sarò ammiratore entusiasta degli avveniristi a una
condizione; che mi facciano della musica!... (349) E che il pubblico non si
occupi del mezzo di che l’artista si serve! Non abbia pregiudizi di scuola! Se è
bello applauda, se è brutto fischi. Ecco tutto.
La musica è universale. Gli imbecilli e i pedanti hanno voluto trovare
ed inventare delle scuole, dei sistemi! Io vorrei che il pubblico giudicasse
altamente, non con le miserabili viste dei giornalisti, maestri e suonatori di
pianoforte, ma delle sue impressioni! Capite? Impressioni e niente altro, Addio.”
(351)
“Maestro, ancora due parole: che cosa pensa di questa tendenza che ha
l'arte verso le forme del neoverismo?”
“Copiare il vero può essere ancora buona cosa: ma inventare il vero è
meglio, molto meglio. A me, nelle arti, piace tutto quello che è bello, Io non
ho esclusivismi: io non credo alla scuola e mi piace il gaio, il serio, il
terribile, il grande, il piccolo… Tutto, tutto, purchè, il piccolo sia come deve
essere: Vero e bello!” (351).
Si toccò
col dito la tesa del cappellaccio, si volse, e si allontanò lentamente lungo il
viale. In Fondo, sì volse, e levò alto l'indice ammonitore:
“Inventare il vero!”
gridò
corrucciato.
giovannino guareschi
Adesso vi racconto tutto di me.
Il 1° maggio 1908, a Fontanelle di Roccabianca, ridente villa
della Bassa Parmense, in una delle casette che si affacciano sullo piazza,
nacque una bambina cui poi venne dato il nome di Ermelinda.
Non ero io: io nacqui sì in quel paese e il primo maggio
1908, ma in una casa dall'altra parte della piazza. Tanto e vero che poi mi
venne dato il nome di Giovannino.
In complesso mi chiamo Giovannino Guareschi e ho l’età esatta
che si addice, a un giovane uomo nato nel 1908. Ho due figli che a me sono molto
simpatici. II primo si chiama Alberto, il secondo si chiama Carlotta.
Ciò dipende dal fatto che mentre il primo è di sesso
maschile, il secondo è di sesso femminile; come del resto è di sesso femminile
la madre, una signora che era molto più simpatica quando era ancora signorina. I
miei figli e mia moglie hanno complessivamente 70 anni. L'età di mia figlia più
l'età di sua madre fa 57. L'età di mio figlio più l’età di sua madre fa invece
60. Questo è tutto quello che posso dirvi dell'età di mia moglie. Per
facilitarvi posso aggiungere che mia figlia ha dieci anni.
Ho frequentato con profitto il Liceo Classico dove ho
imparato come non deve scrivere un giornalista. Poi ho frequentato l'Università
ma non ho ancora trovato il tempo per laurearmi: l’unico inconveniente è che,
adesso, non mi ricordo più se ho frequentato il corso di Giurisprudenza o quello
di Medicina. Il parere dei compagni di studio è discorde.
Scrivo e disegno, ma non sono in grado
di dirvi se sono da disistimare più come scrittore
che come disegnatore. Cionostante tiro avanti discretamente, aiutato molto dal
fatto di possedere due notevoli baffi che mi danno una certa notorietà,
Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non
pratico nessun sport, non credo nere vitamine. In compenso credo in Dio. Sono un
lavoratore tenace e, sotto questo aspetto, sono la consolazione della mia
famiglia, e i miei figli mi citano sempre come esempio alla loro madre.
Da parte mia sono profondamente grato ai miei genitori
d'avermi messo al mondo. E gratissimo sono al Padreterno perché non m'ha fatto
ne peggiore nè migliore di quello che sono.
Io volevo essere esattamente così come sono.
Diverso di così mi. andrei largo o stretto.
Giovannino
Guareschi morì a Cervia (Ravenna) il 22
luglio 1968.
E' sepolto
nel Cimitero di Roncole Verdi.
