GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video / torna al sommario / torna homPage
SOMMARIO
in bicicletta 1941, un po' per gioco e un po' per dimagrire
quindicimila biciclette in riva al lago Iseo,
1941
in bicicletta 1942, un giro sulle Alpi con
meta Igea Marina
in bicicletta 1941, un po' per gioco
e un po' per dimagrire
la fuga

Milano, luglio 1940.
Giovannino, in partenza per il suo giro ciclistico, in posa
davanti alla fontana
del Castello Sforzesco a cavallo della sua Dei superleggera
.
"E, inforcata la bicicletta, sono fuggito. In mutande, sì, in mutande. E così hpcominciato quello straordinario giro ciclistico che dovrebbe farmi transitare, pedalando trionfalmente sulla mia superleggera, per Parma, Bologna, Cesena, Riccione, Rimini, Ravenna, Ferrara, Verona, Brescia, Bergamo".
Così scrive Giovannino ai Cestinieri che chiedono sue
notizie nella rubrica "Il Cestino" del Bertoldo. Lo stile è telegrafico: i suoi
lettori possono saperne di più leggendo le sue ciclocorrisponaenze sul Corriere
della Sera - Edizione del pomeriggio:
«"Per combattere i malefici effetti della vita sedentaria"
ho spiegato alla signora che fino a un certo tempo perfettamente a me
sconosciuta, diventò poi mia parente "occorre fare molto moto. Perciò
quest'estate mi darò principalmente al turismo." Le ho accennato l'itinerario di
un mio progettato viaggetto: Milano, Parma, Bologna, Cesena; San Marino,
Riccione, Ravenna, Ferrara, Verona, lago di Garda, lago d'Iseo, lago di Lecco,
lago Maggiore, lago d'Orta, Sesto Calende, Milano Un complesso di milleduecento
chilometri saggiamente rallegrato da convenienti soste di uno o più giorni.
«"Vie Consolari, ponti, monumenti illustri, acque azzurre
dolci o salate, luna, tramonti, albe rosate, repubbliche, pescheti, Promessi
sposi, Francesca da Rimini, paludi, autostrade, Re Teodorico, orridi di Bellano,
funicolari: quante mirabili cose in questi milleduecento chilometri!" ho
esclamato alla fine. "E quanta salute."
«"Combattere la vita sedentaria stando seduti in treno per
milleduecento chilometri non mi sembra una cosa straordinariamente felice" ha
notato la esimia signora.
«"Certamente" ho ammesso "qualora io viaggiassi in treno la
tua obiezione sarebbe saggia. Ma io non viaggerò in treno: viaggerò servendomi
esclusivamente di una bicicletta." (...)
«Si può addirittura affermare che la bicicletta è la mia
seconda patria. Per l'amore che porto a questo popolare, economico e fascinoso
mezzo di locomozione, io ho abbandonato la dolce signora che inventò Albertino
(altro piccolo, popolare, divertente ma dispendioso mezzo di locomozione) e mi
sono sparso per le sconosciute strade dell'Italia superiore, sfidando pianure,
mari, monti, paludi, fiumi, laghi e paracarri».
sulla Via Emilia
«Di case coloniche che si affacciano sulla Via Emilia ce ne
sono a migliaia, ma non dicono niente. Questa invece ha qualcosa di molto
interessante da comunicare, e lo comunica per mezzo di una scritta di metri tre
per uno, ornamento e decoro della facciata: "In questa casa non si bestemmia".
«L'informazione è senz'altro gradita e riveste alto
significato morale. Non si fanno, perciò, commenti arguti o meno. Anzi si pensa
che sarebbe confortevolissimo percorrere strade sconosciute lungo le quali si
allineassero case con le note informative sulla facciata.
«"In questa casa non si ruba"; "In questa
villetta si rispettano le mogli degli amici"; "In questo negozio di
sali e tabacchi non si rifilano monete false da cinque lire"; "In
questo albergo non si dicono bugie". Sarebbe confortevole e comodo. Ma si
dubita che la cosa possa venire realizzata: è facile infatti - come nel caso
della bestemmia - prendere un impegno davanti al buon Dio, ma assumere un
impegno davanti agli uomini è tutt'un'altra faccenda. Con gli uomini, infatti,
gli impegni occorre mantenerli.

Via Emilia, luglio 1941.
Nel podere «Liguria» in casa non si bestemmia.
"Ecco: il cicloturista, anche se grasso, sudato e cigolante, mentre macina il suo asfalto può sempre eseguire delle eleganti considerazioni d'indole morale e filosofica. L'automobilista e il motociclista non ne avrebbero invece il tempo. E questo è un altro lato della superiorità che ha la bicicletta sul motore. (...)

Emilia, luglio 1941.
Giovannino, attraversato «il mare dei prati», approda, tra
covoni di frumento già mietuto,
al campo sperimentale di frumento «Comandante Baudi» e
«Tiriamo diritto».
«Non so cosa mi consigliò, durante una sosta dopo una
lunga tappa, a spingermi col biciclo in aperta
Modena
«I principali meriti turistici di Modena sono
mirabilmente riassunti in una cartolina che si può facilmente acquistare da
qualsiasi tabaccaio. Nella cartolina, convenientemente disposti, si ammirano: la
torre della Ghirlandina, uno zampone e una bottiglia di lambrusco.
«Riconosco che sia la Ghirlandina, sia lo zampone, si
sono comportati correttamente nei miei riguardi. Il lambrusco meno. Altrimenti
non avrei avuta la peregrina idea di inforcare, alle tredici e quaranta, la
bicicletta per raggiungere con una bella volata Bologna.»

Modena, luglio 1941.
Giovannino, reso ardito dal lambrusco, è pronto per il
grande balzo verso Bologna.
verso Bologna
«Guai al cicloturista che si avventura lungo la Via
Emilia in un assolato pomeriggio di luglio. Egli si accorge improvvisamente di
odiare la civiltà che ha inventato la proprietà privata, i fossi, le reti
metalliche e le siepi. Si accorge che non occorre essere in un deserto per
sentirsi sperduti.
«L'infelice pedala disperatamente aggrappato al
manubrio: egli è certo che se si fermasse, il sole gli spaccherebbe in pochi
secondi il cervello, i pneumatici e farebbe squagliare la saldatura del telaio.
«Pedala in cerca disperata di un'ombra, di un po' d'erba
fresca, ma tutto è chiuso, ogni ombra è difesa da un fosso, da una rete
metallica, da una siepe.»

Via Emilia, luglio 1941.
Il prototipo di Menelik arranca sull'Emilia che, per
l'occasione, Giovannino ha ripreso in salita,
forse per far risaltare ancora di più lo sforzo del cavallo.
Giovannino fotografa il cavallo di un carrettiere. Forse è
il primo "personaggio" del suo Mondo piccolo che lui incontra: il prototipo di
Menelik, il fedele cavallo di Giarón, e lo incasella nel magazzino della sua
memoria.
Gli altri, lo scriverà a un suo lettore, li incontrerà più
avanti, sulla riva sinistra del Po, tra Ficarolo e Castelmassa.
visita a un Rifugio

Pontelungo (BO), luglio 1941.
Un sorriso e un tegame di zuppa per i trentacinque ospiti
del «Rifugio del cane» in riva al Reno.
«Dopo queste pregevoli constatazioni non mi rimaneva che
visitare il «Rifugio del cane». È un ampio recinto alberato e sorge sulla riva
del Reno, a Pontelungo, a destra di chi crede, in buona fede, di entrare in
Bologna.
«Possiede una cucina dove vengono confezionate ottime zuppe,
un ambulatorio nel quale, ogni domenica, un sanitario visita i ricoverati, delle
casette di legno per la notte, dei praticelli per il giorno e un recinto coperto
per l'inverno.

Pontelungo (BO), luglio 1941.
Pensiamo che l'ospite nero tosato sia Bill, il «piccolo
scozzese nero come il carbone», e il cane in primo piano sia Lampo, «grosso cane
di razza» che,
«I trentacinque ricoverati sono divisi in tre categorie, a
seconda del loro peso. Pare infatti che il peso influisca molto sull'indole dei
cani e che il più pesante tenda con ogni sforzo ad appropriarsi della zuppa del
meno pesante. Anche agli uomini, in fondo, succede così. Però, qui, le varie
categorie non sono divise da recinti e le cose si complicano maledettamente.
«I ricoverati sono trentacinque: cani abbandonati, cani
affidati al rifugio da proprietari che se ne volevano
«Tutto questo è molto triste, perché ogni cane ha il suo
passato, una storia, una dignità. Bill è un piccolo scozzese nero come il
carbone. Tosato, ha perso molto della sua distinzione, come un conte
dell'Ottocento cui venissero rapati a zero i capelli ondulati. È orgoglioso e
non vuole essere fotografato: solo la gente di bassa origine, gli americani e
gli artisti di cinematografo amano la pubblicità.
«Lampo è un grosso cane di razza e, se uno si avvicina al
suo recinto, ringhia. Non per cattiveria, però: fa la guardia. E sembra uno di
quegli uomini che hanno avuto nella vita funzioni importanti e che, pure vecchi
e rovinati, vogliono fare qualcosa a ogni costo, per illudersi di contare ancora
qualcosa. Così come le vecchie decrepite parlano, anche a vanvera, per
convincersi di essere ancora vive.
«La brava signora Vittoria che amministra amorosamente i
trentacinque rifugiati mi narra di un grosso cane, un magnifico animale il
quale, per tutto il tempo che è stato ospite del rifugio, non ha fatto che
camminare e camminare in cerchio, come un leone in gabbia. Una tempesta in un
cranio.
«"E per mangiare, signora, come faceva?"
«"Si fermava un momentino."
«Anche le grandi tragedie canine hanno dei punti di contatto
con le grandi tragedie umane.
«Nel "Rifugio del cane" sono ricoverati pure cinquanta
gatti: la miseria che livella ogni cosa umana, canina o gattesca.
«Però sono in gabbia, altrimenti si scannerebbero coi cani:
la miseria che non riesce a distruggere gli odi e i rancori personali.
«Volendolo classificare, questo si chiamerebbe cicloturismo
a sfondo filosofico.»
la salita a San Marino

Salita per San Marino, luglio 1941.
Giovannino sulla strada (ferrata) che conduce alla piccola
Repubblica.
«Per portarsi da Rimini a San Marino conviene pedalare fin
che si può usando la massima moltiplica. Si adotta quindi la media e, alla fine,
fattasi più forte la salita, invece di innestare la minima moltiplica, si affida
la macchina a un uomo dall'aspetto onesto e si prende la ferrovia elettrica.

Ferrara, agosto 1941.
Sotto la moscheruola dell'albergo di Ferrara Giovannino
sogna la libertà.
Giovannino giunge a Ferrara dove alloggia la notte.
Dialogando nella rubrica «Il Cestino» con i giovani talenti sconosciuti scrive
una nota per il Cestiniere Normanno, forse di Ferrara:
«Ferrara è una bellissima città, però la faccenda di
dormire con la zanzariera addosso non mi va: mi sembra di essere un cotechino
sotto la moscarola». Nella cronaca del Corriere della Sera aggiunge:
«La mia stanza è in fondo a un sistema complicato di
corridoi semibui: mi vengono alla mente gli alberghi di Saverio di Montepin.
(...)
«Vorrei avere vicino la mia bicicletta: con la sua
sfacciata modernità di cromature, di alluminio, di fanalerie elettriche, mi
ricorderebbe che io sono un uomo di questo mondo e che, al di là della notte e
delle muraglie, c'è la
di là da Po

In riva al Po, agosto 1941.
La Dei superleggera di Giovannino sulla soglia
dell'«ingresso d'onore dall'argine» di un paese in riva al Po.
«I paesi in riva al Po hanno il loro ingresso d'onore dall'argine: due colonne di ghisa con le lampade, una scaletta di pietra con ringhiere di ferro. Le case basse si rannicchiano attorno ai campanili altissimi, così, come sul tavolo di cucina, accade che i dadi per il brodo si raggruppino attorno alla bottiglia dell'olio.»

Castelmassa (RO), agosto 1941.
Il paese, visto oggi dall'argine, non è molto differente da
quello visto nel '41 da Giovannino.
Giovannino, sull'argine, fotografa anche l'«ingresso
d'onore» di Castelmassa.
Utilizzerà questa foto anni dopo per il frontespizio di
Mondo piccolo Don Camillo dopo aver coperto, con un pennellino intinto di
biacca, la scritta sulla prima casa di sinistra: «Solo Iddio può piegare la
nostra volontà: gli uomini e le cose mai!».
Al maestro castelmassese Parmeggiani che gli chiederà come
mai ha scelto proprio quel paese e quella piazza, Giovannino risponderà:
«Nel 1941 io feci una crocera ciclistica e fotografai
parecchio. Fotografai anche Castelmassa che io conosco soltanto per aver visto
il paese stando sull'argine. Guardando quella foto mi sono venute alla mente le
storie di Mondo piccolo. La foto è del '41, l'idea del Don Camillo è del 1946.
Ho covato Castelmassa per cinque anni, ecco tutto...».
il mulino fantasma
«A qualche chilometro da Ficarolo ecco un incontro di sapore
letterario bacchelliano: il mulino sul Po. La casetta a cavalcioni delle due
grandi chiatte affiancate è dipinta a losanghe bianche e nere. Il Po passa senza
strepito fra le due chiatte e la grande ruota si muove. Sul fianco della casetta
una grande scritta: "Dio mi salvi".
«Nel mulino galleggiante non c'è nessuno ma le mole girano e
macinano frumento.
«Sull'argine l'erba è alta e piena di fiori rossi, gialli,
bianchi, rosa, blu: i fiori dei libri di lettura e della fanciullezza. Lasciamo
che la bicicletta vi si tuffi dentro e cominciamo a sparare fotografie.
«Una voce mi sorprende:
«"Bello, è vero?".
«È un vecchio contadino che mi parla dall'alto dell'argine.
«"Bello" convengo io.
«"È uno degli ultimi" spiega il vecchio. "Presto
anche questo scomparirà e rimarrà soltanto il mulino fantasma."
«La faccenda mi incuriosisce e mi avvicino. «Il vecchio
parla con naturalezza.
«"Quando il Po si gonfia, nelle notti dei temporali
invernali, appare il mulino fantasma: è tutto bianco e non c'è scritto niente.
Naviga un po' lungo la corrente poi si ferma davanti a qualche paese. Chi lo
vede corre a casa, prende un sacchettino di frumento e lo porta sull'argine.
Allora dal mulino fantasma esce il mugnaio fantasma che prende il grano e lo
macina. Poi il mulino fantasma riprende la corrente e scompare."
«Chiedo al vecchio perché occorra portare il sacchettino di
frumento.
«"Il mulino fantasma deve macinare per forza grano nel
paese davanti al quale si ferma: se non trova il sacchettino, il mugnaio si
inquieta, va a cavare il frumento seminato e lo macina. Così il raccolto è
cattivo. Non bisogna fare inquietare il mugnaio del mulino fantasma."
«Il vecchio se ne va: risaliamo sulla bicicletta e vediamo
di pedalare molto alla sveltina. Perché io penso, ogni pedalata di più, di aver
incontrato il vecchio contadino fantasma che va in giro a raccontare la leggenda
del

Marore (PR), 1943.
Olio su cartone di Giovannino tratto dalla fotografia
scattata
nell'agosto del '41 a Ficarolo.

Ficarolo (RO), agosto 1941.
Giovannino, risalendo la riva sinistra, incontra un mulino
sul Po. Il cielo coperto da cupi nuvoloni e l'acqua grigia e melmosa piena di
schiuma

Marore (PR), 1943.
Olio su cartone di Giovannino tratto dalla fotografia
scattata nell'agosto del '41 a Ficarolo.
Ficarolo (RO), agosto 1941.
«Dio mi salvi»: la scritta sul fianco della casetta non
riesce a togliere la sensazione inquietante provata da Giovannino.
Forse, osservando tra le due chiatte la grande ruota che
l'acqua del Po fa girare, ha pensato ai corpi degli annegati che si sono
incagliati fra le pale.

Ficarolo (RO), agosto 1941.
Giovannino, prima di riprendere la sua risalita del Po,
fotografa per l'ultima volta il mulino «fantasma».
Siamo convinti che, fotografando la riva del fiume, abbia
pensato al suo pretone della Bassa e pare di vederlo arrivare nero, sudato
mentre mangia

Marore (PR), 1943.
Olio su cartone di Giovannino tratto dalla fotografia
scattata nell'agosto del '41 a Ficarolo.
Ostiglia
«Ostiglia è in pieno mercato e vedo con piacere che gli
immensi campi di canapa, fra i quali ho navigato sul mio sottile naviglio, non
vengono coltivati invano. Il mercato di Ostiglia è pieno di corda: dallo spago
alla fune grossa come un palo. Fa venir voglia di impiccarsi.
«Sulla piazza mi attende una piacevole sorpresa. Incontro
una vecchia, simpatica conoscenza di giovinezza: Cornelio Nepote. L'ottimo
Cornelio Nepote non ci ha davvero afflitto obbligandoci a studiare i particolari
della sua esistenza. Egli ha scritto un sacco di vite ma non la sua. Forse non
amava, come amano invece gli scrittori d'oggi, l'autobiografia. Forse non ha
fatto in tempo a raccogliere le sue memorie dato il pessimo scherzo venefico
giocatogli dal liberto Callistene. (...)
«L'ottimo Cornelio è passato attraverso il nostro ginnasio
con una discrezione ammirevole: soltanto oggi, proprio perché sono stato io a
cercarlo, si è permesso di farmi presente, dall'alto del suo piedestallo, che,
forse, è nato a Ostiglia.»

Ostiglia (MN), agosto 1941.
L'incontro con Cornelio Nenote.
"una vecchia simpatica conoscenza"
da cupi nuvoloni dell'apparizione del mulino "fantasma" a Ficarolo
Ostiglia (MN), agosto 1941.
Forse Giovannino si è fermato qui a pranzo: «Alla prima
trattoria entro. Certamente è l'unica trattoria di Ostiglia dove si mangia
male».
a Verona
«Sul castello di Verona il sole non batte soltanto a
mezzogiorno: batte anche alle 15 e picchia sodo straordinariamente. Gelati,
birra e fotografie. Fotografie della porta di Bra, di Piazza delle Erbe,
dell'Arena, della tomba di Giulietta senza Romeo.

Verona, agosto 1941.
Giovannino è stato colpito dalla "costola di balena"
dell'Arco della costa che dà sulla Piazza delle Erbe.
«Dozzine di pessime fotografie: somme dilapidate in orribili
fotografie quando esistono delle magnifiche cartoline "Vera fotografia" in
vendita in tutti i cantoni.
«La massima parte della sosta la trascorro sdraiato comodamente in un letto dell'albergo: Quindi, ripartendo all'alba del giorno dopo, io sono in grado di affermare che Veroana ha un magnifico materasso di lana e la peretta per la luce a siistra.

Verona, agosto 1941.
Un'improbabile Giulietta si affaccia sul vicolo dalla bifora di un voltone. Forse questo angolo di Verona non esiste più.
la locomotiva merlata
«A Peschiera di buon'ora. Constatato che il lago di Garda
c'è, si riparte per Desenzano e cammin facendo ci si accorge che tutte le strade
conducono a San Martino della Battaglia. Ogni settanta metri si incontra una
stradetta, un viottolo, un sentiero corredati da cartello indicatore il quale
assicura, in bianco su nero, che San Martino della Battaglia è lì a due passi.

Desenzano (BS), agosto 1941.
Uno sguardo sul viadotto ferroviario, verso l'alto. La
strada è spopolata a causa dell'agosto, dell'orario e dei venti di guerra.
«A Desenzano tutti dormono ancora. Dopo Desenzano un
viadotto ferroviario altissimo e lunghissimo con archi gotici a sesto
acutissimo. Un treno passa sul viadotto e vedo con stupore che non ha la
locomotiva merlata
l'orologio di Brescia

Brescia, agosto 1941.
Giovannino continua a guardare verso l'alto, forse per non
rivedere Piazza della Vittoria,
novecentistico centro della città realizzato da Marcello
Piacentini nel 1932 dopo la demolizione di un quartiere antico.
La «grande piazza ricca di marmi» che «può anche darsi che
sia bellissima».
«A Brescia si arriva come un nembo nel comodo risucchio di
un autotreno. Vedo una grande piazza ricca di marmi: non me ne intendo di
architettura moderna e può anche darsi che sia bellissima.
«Mi impressiona favorevolmente un antico orologio con tutte
e ventiquattro le ore; uno di quei meravigliosi orologi che segnano tutto: il
giorno, il mese, l'anno, la luna, la stagione, lo smistamento delle
costellazioni. Uno di quegli orologi straordinari attorno ai quali un ingegnoso
artigiano lavora tutta la vita: dai venti ai quarant'anni per costruirlo e dai
quaranta ai cento per imparare a leggerlo.

Iseo (BS), agosto 1941.
La «placida mucca» che Giovannino, chissà perché, ha
fotografato. Forse stava già pensando alla Bionda e alle sue fantasie.
«Io amo questi vecchi artigiani ingegnosi: quasi sempre
muoiono infelici perché non riescono a capire a che
cosa servano le macchine straordinarie che essi hanno costruito.
Si pedala verso iseo e la bicicletta, superleggera alla partenza, sta diventando superpesante.
da Iseo in rotta verso Bergamo
«Quando arrivo a Iseo e fermo il biciclo sull'orlo del lago,
una placida mucca scende dal vaporetto assieme a un folto gruppo di rivieraschi
e di villeggianti. L'avvenimento mi sembra degno di un paio di fotografie, ma
poi, ragionandoci sopra, non riesco a spiegarmi il perché.
«Fra i congegni più malefici, sta certo la macchina
fotografica. Privo di macchina fotografica, voi camminate allegramente e notate
le cose essenziali. Corredato di una macchina fotografica voi entrate in un
singolare ordine di idee.
«Vedete un gatto:
«"Oh, un gatto!" esclamate, e siete commossi come se vedeste
un dinosauro. Fotografate il gatto. «Vedete un mattone posato su una cassa da
imballaggio:
«"Oh, un mattone su una cassa da imballaggio!" esclamate
presi da profonda emozione come se aveste scorso un cacciatorpediniere su un
campanile. E sparate fotografie al mattone.
«Poi scoprite l'inquadratura, il controluce, il particolare.
Alla fine, sviluppate le negative, considerate con disgusto le riproduzioni e le
seppellite sotto qualche catasta di cartacce.
«La macchina fotografica è un arnese pericoloso: quando
l'avete a tracolla ogni più povera cosa vi sembra originale e interessante.
Meglio quindi lasciare a casa questo dannato meccanismo: almeno potrete
esclamare ogni tanto: "Oh se avessi la macchina fotografica!".»

Iseo (BS), agosto 1941
Sotto: Giovannino cattura, sul fondo, un gruppo di seminaristi su un piazzetto sul lago. Sopra: un vaporetto all'attracco.
una tappa a Lovere

«Lovere è un paesone simpaticissimo e le sue case si
affastellano una sull'altra con indubbia grazia. Val la pena di camminare per le
sue stradette che si arrampicano su per il monte. Si scoprono degli angoletti
interessanti e un androne rustico e buio che inquadra un cortiletto pieno di
luci e di porticine fa spalancare l'occhio della mia macchina fotografica.
«Disgraziatamente lo spettacolo di un signore apparentemente
in mutande che fotografa un portone deve avere un fascino irresistibile:
parecchie donne, anziane o vecchie, mi si affollano attorno. Sono tutte garbate
ma curiose.
«"Fotografate quell'affare lì?" mi chiede una incredula.
«"Sì" rispondo e la brava massaia scuote il capo.
«"E perché lo fotografate? È una vecchia bicocca scalcinata"
si stupisce un'altra. «"È bello" spiego io.
«La giustificazione non è sufficiente. Si pretende qualche
precisazione: «"Credete che sia roba storica? È un'antichità?".
«La gente umile ha un enorme rispetto per le antichità: se
voi vedete una massaia dei rioni popolari con in mano un secchiaccio di zinco e,
passando, osservate: "Quel secchio è antico", la brava donna comincerà a
rispettare il suo povero recipiente: non lo userà più, lo terrà in mostra nella
sua cucina. Lo vedrà brutto e ammaccato ma l'accenno a quel passato che essa non
conosce lo rivestirà ai suoi occhi di misterioso fascino.»

Lovere (BG), agosto 1941.
Dopo questa foto Giovannino deve giustificarsi:
«Fotografate quell'affare lì?» gli chiederà una donna
incredula. «E perché?» Difficile rispondere.

Lovere (BG), agosto 1941.
Sopra: il portone «inquisito» dal comitato di donne di
Lovere.
Sotto: alle 10 e 10 il sole picchia già forte e la folla di
donne ha tolto l'assedio a Giovannino.

Lovere (BG), agosto 1941.
La trebbiatrice sul molo è stata adattata a tribuna per le
autorità che festeggeranno la fine della «battaglia del grano» del 1941.

Lovere (BG) e dintorni, agosto 1941.
Giovannino riprende la bicicletta per raggiungere Bergamo e
scatta queste foto per finire il rullino.
Non lo sa ancora ma il ciclofurgone in primo piano è il
«Nembo» dello Smilzo: questa foto,
dodici anni dopo, illustrerà su Candido il racconto del
Mondo piccolo «Il Nembo».

Bergamo, agosto 1941.
Dall'«ampio divano all'ombra del giardino» di Donizetti...
«Ecco finalmente Bergamo e gli altri laghi
e il signor Gaetano Donizetti che, seduto su un ampio divano
all'ombra del giardino, riceve la visita di una bella signora in camicia con la
cetra in mano.
Così sono nate le più importanti opere liriche: mentre il maestro sta pensando a chissà che cosa, entra la signara in camicia con la lira in mano, e nasce la Lucia di Lammermoor (teatro San Carlo di Napoli, 26 settembre 1835)

Como, agosto 1941.
... alla scomoda poltrona di Manzoni in mezzo alla
confusione.
Lasciamo il maestro Donizetti sul suo «ampio divano
all'ombra del giardino» e partiamo, assieme a Giovannino, verso gli ultimi laghi
del suo giro in bicicletta.
«Ecco il lago di Lecco e Manzoni in poltrona sullo sfondo
del secondo periodo del primo capitolo. Ad Acquate c'è la casa di Lucia, anzi
due case di Lucia, e il paese completo dei primi otto capitoli. (...) A Lecco io
ho investito un piccione e mi sembrava di essere la folgore.
«Dopo Lecco, alcuni piccoli laghi privati dove è proibito
tutto, poi l'infernale salita di Erba: poi Como che afferra l'altro corno del
lago.»

Lago Maggiore, agosto 1941.
Giovannino gioca con il controluce.
Una serie di romantiche fotografie lungo la costa del lago
prima di raggiungere il traghetto. Giovannino, scontento per le inutili
fotografie di routine scattate a Verona (ne ha fatte stampare pochissime), dà
questo consiglio al fotografo dilettante:

Lago Maggiore, agosto 1941.
Giovannino, appoggiata la bicicletta al muretto, mentre
attende pazientemente
che affiori il «mostro antidiluviano» modello Loch Ness,
fotografa distrattamente il lago.
«Il cicloturista saggio chiuda nella ghiacciaia di casa la
macchina fotografica e parta a mani vuote. Allora gli accadrà, arrivato a un
lago, di veder affiorare un mostro antidiluviano e si morderà a sangue le mani
per non aver portato seco la macchina fotografica».

Lago Maggiore, agosto 1941.

Traghetto sul lago Maggiore, agosto 1941
La partenza...

Traghetto sul lago Maggiore, agosto 1941
... un ultimo sguardo (sinistra) alla costa che si allontana.
A destra: il traghetto è a metà strada...

Traghetto sul lago Maggiore, agosto 1941
... la traversata sta per terminare.
là in fondo è Milano
«Laveno, il vaporetto, Stresa, Pallanza, indi il lago
d'Orta. Un'orgia di laghi e, alla fine, a Sesto Calende, l'autostrada.
«L'autostrada percorsa in bicicletta e da soli è qualcosa di
terribile. Sembra di camminare lungo un corridoio di un castello abbandonato,
lungo le strade di una città morta, e le poche automobili che passano sembrano
fantasmi.
«Non mi stupirei, ritrovando, a un tratto, i resti di una
spedizione: qualche tandem arrugginito, quattro cenci di tenda, delle scatolette
di viveri in conserva, un barometro, una carabina, qualche foglio ingiallito dal
tempo.
«Il cicloturista è avido di birra, di cartoline illustrate,
di gatti che attraversano improvvisamente la strada. (...) Sull'autostrada non
c'è niente.
«Oramai ci siamo: quella nebbiolina grigia, laggiù in fondo,
è Milano. Il giretto è finito: i nostri novanta chilogrammi ritornano a occupare
la casella che il destino ha loro assegnato in questo straordinario casellario
milanese.

Sesto Calende (VA), agosto 1941
Dato il traffico ridotto dovuto alla guerra in corso, anche le biciclette hanno diritto di percorrere l'autostrada.
In primo piano si vede in cruscotto della macchina di Giovannino ferma davanti al "casello".

Sesto Calende (VA), agosto 1941
Si vedono altre macchine sulle corsie.

Verso Milano, agosto 1941
Giovannino percorre l'ultimo tratto dell'autostrada deserta tra due ali di cartelloni pubblicitari.
«Si possono trarre delle conclusioni positive?
«Si può trarre una specie di decalogo del cicloturista.
«1) Non viaggiate mai solo: viaggiando solo non sai mai se
cammini tropo forte o troppo piano. L'ideale è, per il giovane, viaggiare con un
anziano, e viceversa: il giovane sprona l'anziano, l'anziano modera il giovane.
Dopo quaranta chilometri il giovane e il vecchio hanno una appassionata
discussione al termine della quale ritornano a casa, ognuno per conto suo, in
treno.
«2) Fate, prima di partire, un progetto d'itinerario preciso
e dettagliato: lo rifarete poi completamente dopo la prima tappa.
«3) Fate un preventivo di spese con una certa larghezza. Poi
raddoppiatelo: otterrete circa la metà di quello che spenderete effettivamente.
«4) Spedite molte cartoline: indurrete gli amici a
sospettare che voi avete viaggiato in treno e che cercate di fabbricarvi un
alibi.
«5) Una tappa di cento chilometri dividetela sempre in due
frazioni: la prima di novantotto chilometri, la seconda (dopo il pasto di
mezzogiorno) di due chilometri. Per i tempi non preoccupatevi: impiegherete lo
stesso tempo a percorrere sia i novantotto chilometri antimeridiani che i due
pomeridiani.
«6) Servitevi di carte topografiche a grandissima scala: vi
daranno una più esatta idea della distanza. Diffidate della scala in se stessa:
non è vero che un centimetro sia uguale a cinque chilometri. Cinque chilometri
sono sempre uguali a cinquemila metri.
«7) Le medie orarie stabilitele compiuto l'intero percorso.
Poi non credeteci.
«8) Mettetevi bene in testa che, anche forniti di un cambio
perfezionatissimo, per avanzare bisogna sempre pedalare.
«9) In caso di guasti o bucature, aprite la borsetta degli
arnesi e buttate gli arnesi in essa contenuti oltre la siepe: potrete
raggiungere il primo meccanico con la bicicletta in spalla, senza accollarvi
pesi superflui. Gli utensili per le riparazioni devono costituire semplicemente
la zavorra della bicicletta.
«10) Non fumate e non bevete durante la marcia: potrebbe non
farvi male e questo dispiacerebbe molto agli igienisti.
«Non ho più niente da aggiungere: l'assennata
amministratrice dei nostri beni e dei miei mali mi ha comunicato che l'anno
venturo inforcherà anche lei una bicicletta e mi seguirà nel mio prossimo giro
turistico. Le assennate massaie soffrono quando il compagno della loro vita
naviga solo, su strade sconosciute e pericolose.
«Hanno una terribile paura che si diverta.»

Iseo, 1941
quindicimila biciclette in riva al lago Iseo, 1941
Giovannino, durante il suo lungo giro, fa una deviazione, in
treno, fino a Iseo in occasione di un cicloraduno particolare. Ci passerà ancora
tra un mese con la bicicletta, che, «superleggera alla partenza, sta diventando
superpesante».
La cronaca di questo raduno compare il 21 luglio sul
Corriere della Sera - Edizione del pomeriggio col titolo «Salubrità del
cicloturismo - Quindicimila biciclette in riva al lago».
«Iseo si affaccia sul lago educatamente. Le sue case non si
arrampicano una sull'altra - malvezzo comune a tanti paesi di lago - per cacciar
fuori la testa a curiosare come fanno le signore dalla finestra quando nelle
strade succede qualcosa.

Iseo (BS), luglio 1941.
La piazza di Iseo dalla stanza d'albergo dove si è rifugiato
Giovannino.

Iseo (BS), luglio 1941.
Autorità e banda sulla tribuna galleggiante.

Iseo (BS), luglio 1941.
Invaso anche il Lungolago.
«Le case d'Iseo se ne stanno sempre una dietro all'altra,
tranquille, senza alzarsi in punta di piedi. Le case di prima fila guardano per
forza il lago. Con discrezione. Iseo è un caro borgo, ed era perciò logico
pensare che,
saputo del cicloraduno, si sarebbe fatto in quattro per
accogliere i visitatori cicloturistici. I visitatori, da parte loro, si sono
fatti in quindicimila per ricambiare la cortesia, e tutto ha funzionato benone.
«Scrosci di cicloescursionisti si sono abbattuti sull'Iseo.
Ne sono piovuti a catinelle dai Dopolavoro di
Brescia, Mantova, Bergamo, Milano, Pavia, Cremona. Un
uragano di biciclette. Quindicimila biciclette sono tante, sono un mare di
biciclette.

Iseo (BS), luglio 1941.
Impressionante deposito di bici.
«E biciclette di quelle autentiche, non quelle gonfie di
rubinetti, manovelle, leve, sportelli, fili, tubi e
ringhiere; non le mirabili biciclette alla moda predilette
dalle signore per il passeggio. Biciclette che scricchiolano, fischiano,
raschiano, ma vanno a lavorare tutte le mattine.
«Giovinetti, vecchi con grandi baffi, belle raga
zze, famigliole, bambini sistemati sul telaio o nella
sporta, squadre con maglie azzurre, arancione, verdi, marrone, rosse, bianche;
con tute grigie, blu.

Iseo (BS), luglio 1941.
Commovente e spontanea offerta del cicloturista anonimo
per la salute dei tre compari, «i signori Roosevelt,
Churchill e Stalin».
«Quasi tutte le squadre recavano grandi cartelli di un
facile simbolismo, piacevoli per noi, ma non per i signori Roosevelt, Churchill
e Stalin.
«Un cicloturista, materializzando l'allegoria, ha collocato
sul davanti del suo ciclo una enorme bottiglia di cartapesta contenente -
avvertiva l'etichetta - una famosa e battagliera qualità di olio vegetale
destinato ai tre personaggi già accennati.

Iseo (BS), luglio 1941.
Il presidente dell'Opera Nazionale Dopolavoro, in
bicicletta, dopo aver tirato il gruppo delle autorità al completo,
lo ha distanziato in volata raggiungendo per primo la
tribuna galleggiante.
«Rino Parenti, presidente dell'Opera Nazionale Dopolavoro,
arrivato alle ore 11, è salito in bicicletta insieme a tutte le autorità venute
a riceverlo all'ingresso del paese, e ha passato in rivista i tre o quattro
chilometri di schieramento, fra alte acclamazioni.

Iseo (BS,) luglio 1941.
Giovani Italiane "torreggiano" sul presidente dell'OND,
attorniato, sul palco, dalle autorità e dalla banda.
«Arrivato poi al palco costruito sul lungolago, ha assistito
alla sfilata delle squadre cicloturistiche, alla quale hanno presenziato anche i
feriti di guerra che, al loro apparire, sono stati salutati da commossi
applausi.
«Parenti è rimasto a Iseo fino al termine delle
manifestazioni, comprendenti cori, gare di palla a volo, di nuoto, di
canottaggio e infine di pattinaggio artistico.

Iseo (BS), luglio 1941.
Il presidente dell'Opera Nazionale Dopolavoro, dopo il
discorso,
comanda di dar fiato alle trombe e aria alle fisarmoniche.

Iseo (BS), luglio 1941.
La banda inizia a suonare in chiave di «Vincere» e di
«Tacere»
(vedi il guidone sugli strumenti).

Milano, 1952.
Giovannino ha riprodotto a matita, carboncino e biacca,
questa foto per illustrare
su Candido (n. 10 del 1952) i suonatori della «Banda» del
Marchese, racconto di Mondo piccolo.

Iseo (BS), luglio 1941.
La ragazza in costume ascolta la musica: ma quando si balla?

Iseo (BS), luglio 1941.
Inizia la sfilata e passano davanti alla tribuna d'onore i
primi partecipanti al cicloraduno.
«Non mancavano nella sfilata un antico velocipede e un
modernissimo biciclo "ultra autarchico" come informava con un cartello il
costruttore.
«Si trattava infatti di una costruzione in legno alta circa
due metri e mezzo e del peso probabile di qualche quintale. Però, pedalando di
lassù, la faccenda si muoveva allegramente e rimaneva sempre verticale. Iseo ha
vissuto così la sua gran giornata.

Iseo (BS), luglio 1941.

Iseo (BS), luglio 1941.

Iseo (BS), luglio 1941.
Il gagliardetto del Partito Nazionale Fascista accompagna
l'incedere solenne della «multipla».
Giovannino, privandoci della parte finale della «multipla»,
ci lascia nel dubbio sul numero dei componenti dell'equipaggio.
«Sul fare della sera, quindicimila cicloescursionisti sono
risaliti sulle loro biciclette. Un po' tristi perché dispiace lasciare un così
dolce paese e tanta brava gente; e poi perché la tessera del Dopolavoro, se dà
diritto allo sconto sui prezzi dei cinematografi, non dà diritto a nessuno
sconto sui chilometri di strada da percorrere per ritornare a casa.»

Alpi, luglio 1942.

Igea Marina (FO), luglio 1942.
in bicicletta
«Buon Dio: lo sapete che oggi debbo fare quattro puntate del
"Cestino" in una sola volta? Altrimenti non posso inforcare la mia stupenda
superleggera e slanciarmi per le belle strade che mi porteranno al Passo Sella,
a Cortina, poi a Venezia fino a Igea Marina dove mi attende Albertino?
Compiangetemi, amici!»
Nel luglio del 1942 Ennia e Albertino sono in partenza per
Igea Marina. Grandi preparativi in casa: Giovannino lo racconta nelle
«Osservazioni di uno qualunque» sul Bertoldo del 17 luglio:
«Oggi ritornando dal lavoro ho trovato la casa piena di
gente. Con maggior precisione dirò che in anticamera - all'infuori dei dieci o
dodici ragazzini che stavano intrattenendo piacevolmente Albertino - non c'era
anima viva, ma si udivano tutti i suoni e i rumori caratteristici di una animata
discussione provenire dai recessi della sala-salotto-stanza di soggiorno.
«Qui appunto ho trovato la gente che dicevo prima. Si
trattava di una dozzina di signore dello stabile: la tavola grande era stata
spinta in un angolo in modo da permettere alle insigni personagge di sistemarsi
correntemente in cerchio attorno a una donna seminuda. (...)
«Un giorno Albertino - presentemente di anni due e
illetterato - scorrerà queste mie povere note e arrossirà di vergogna
apprendendo che, mentre egli ignaro si dava a innocenti trastulli in anticamera,
nella stanza vicina sua madre mostrava la spina dorsale a un consesso di
signore.
«La seminuda era appunto la donna che mi rese peccatore e
padre.
«A onor del vero debbo riconoscere che, appena mi ha scorto,
la esimia signora ha sollevato di scatto l'asciugamani fino alla radice del
collo ma questa operazione le ha naturalmente scoperto una parte notevole degli
arti inferiori al disopra del ginocchio. Della qual cosa accortasi (incerta su
quello che fosse più conveniente togliere allo sguardo di un uomo) la sciagurata
ha continuato per un pezzo ad alzare e riabbassare l'asciugamani.
«"Suvvia! Chi sa quante volte vi ha vista così" ha
commentato ironica la signora Piera. «Questa infame insinuazione mi ha fatto
arrossire.
«Nel frattempo la fabbricatrice di Albertino aveva trovato
una ingegnosa soluzione dell'assillante problema accoccolandosi per terra:
accorciandosi cioè di quanto non si poteva allungare l'asciugamani.
continua....