GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video / torna al sommario / torna homPage

«Privo di una macchina fotografica, voi camminate allegramente e notate le cose
essenziali. Corredato di una macchina fotografica voi entrate in un singolare
ordine di idee.
«Vedete un gatto: "Oh! un gatto!" esclamate, e siete commossi come se vedeste un
dinosauro. Fotografate il gatto.
«Vedete un mattone posato su una cassa da imballaggio: "Oh,
un mattone su una cassa da imballaggio!" esclamate presi da profonda
emozione come se aveste scorso un cacciatorpediniere su un campanile. E sparate
fotografie al mattone.
«Poi scoprite l'inquadratura, il controluce, il particolare. Alla fine
sviluppate le negative, considerate con disgusto le riproduzioni e le seppellite
sotto qualche catasta di cartacce.
«La macchina fotografica è un arnese pericoloso: quando l'avete a tracolla ogni
povera cosa vi sembra originale e interessante. Meglio quindi lasciare a casa
questo dannato meccanismo: almeno potrete esclamare ogni tanto: "Oh
se avessi la macchina fotografica!"»
«Il cicloturista saggio chiuda nella
ghiacciaia di casa la macchina fotografica e parta a mani vuote. Allora gli
accadrà, arrivato a un lago, di veder affiorare un mostro antidiluviano e si
morderà a sangue le mani per non aver portato seco la macchina fotografica...»
Questo consigliava nostro padre agli appassionati di fotografia: in realtà non
chiuse mai la sua macchina fotografica nella ghiacciaia e fotografò parecchio,
con risultati che, a nostro parere, dimostrano quanto bene abbia fatto a non
seguire questa sua strampalata teoria. A distanza di più di trent'anni dalla sua
scomparsa, vogliamo farli conoscere questi "risultati", e questo libro ci
permette di mostrarlo ai suoi "ventitré lettori" in una nuova veste. Scopriamo
così assieme un lato nuovo della sua produzione di artista "multimediale".
Al Giovannino scrittore, giornalista e polemista, disegnatore e sceneggiatore,
si affianca un altro Giovannino, nuovo di zecca: il fotografo dei sentimenti,
attento testimone oculare del suo tempo e della sua gente.
Carlotta e Alberto Guareschi

Giovannino si diverte 1934
Parma, 1934, vigilia della partenza di Giovannino per il servizio militare.
Destinato alla Scuola Allievi ufficiali di complemento di Potenza, prima di
salire in treno,
Giovannino cattura le sue ultime immagini in borghese.

Melfi (PZ), 1935. Vita al campo.
Un gruppo di militari sta stendendo lungo una strada sterrata
SOMMARIO
il servizio militare
borgo del Gesso a Parma:
1934-1935, un poco di bohème...
il richiamo alle armi:
1939-1940, Sambuco & dintorni
un poco di famiglia 1939-1942, via Ciro
Menotti a Milano
la scoperta di Milano 1942, le strade, le
case
le "nature morte"
Marore, via Solari, la famiglia si unisce
Marore, sede di fortuna, lo sfollamento
il servizio militare
Porta con sé la sua Voigtlander riportandone un "servizio" di
immagini sulla vita militare, sulla gente e sui luoghi che lo hanno ospitato:
Potenza, Melfi e dintorni.
Commenta molte delle foto militari con frasi e sonetti scherzosi (anche se pieni
di nostalgia per Parma e per l'Ennia) scritti in calce o sul retro, oppure
nell'album che li raccoglie.
Li riportiamo nei titolini e sotto le foto, tra
virgolette. Poche foto per documentare la

E per vedermi tu faticherai.
Ma io spero che assai più facilmente
Tu mi riveda dentro la tua mente…»

Potenza, 1934-1935.
La Patria è al sicuro con Giovannino di guardia.
La "Domenica del Cortile"

Potenza, 1934-1935.
Giovannino e colleghi alle "grandi manovre".

Potenza,
1934-1935.
Giovannino ha la situazione sotto controllo.

Realtà quotidiana oltre il muro della caserma.
Appena fuori dalla recinzione della caserma, situata alla periferia della città,
riprende il piccolo commercio della gente dei dintorni accompagnata dai loro
mezzi di trasporto e di sostentamento:
pecore, maiali, asini.

L’economia della città è legata alla agricoltura e alla pastorizia

Potenza, 1934-1935.
La chiesa di fronte alla caserma
Potenza: l'ingresso trionfale alla città

Allievi ufficiali a passeggio entrano in città e vengono fermati da un venditore
ambulante.
Sale lungo la scalinata
e poi lungo una strada innevata che passa a fianco di due punti nevralgici
Novembre. Entrata alla città con cessi pubblici

Potenza, 1934-1935.
Ingresso della città. Sulla destra si nota una scritta illuminante.
3 febbraio. Piazzetta con monumento più importante

Asino al sole

Potenza, 1934-1935.
Il ritmo della vita nei vicoli è scandito dal passo di asini e muli.
La prigione

Giovannino riprende le bocche di lupo delle celle.

Il sole tiepido richiama sulle soglie delle case la gente. I vicoli e le
anguste piazzette sono maleodoranti e con la biancheria stesa fuori come
nei vicoli e negli angiporti di Parma.

Sopra e a sinistra: i vicoli pieni di panni stesi e di bambini.

Vecchi e bambini si scaldano al sole invernale.


Incuriositi ma diffidenti, i bambini accennano un sorriso.

Dopo aver conquistato la vetta della soglia di casa uno sguardo
indagatore verso il fotografo.
La foto è un documento toccante.

I bambini del brefotrofio: tutti uguali, senza un sorriso.

3 febbraio. Riunione elegante in un pomeriggio domenicale all'entrata
della città


La fotografa ambulante con la sua attrezzatura.

Una venditrice di latte con la sua attrezzatura e l'aiutante.
Sedici armi dopo, a un politico che gli rimproverava il suo disinteresse per il
problema della povera gente, ricorderà questa tappa nella città lucana additando
al «severo giudizio della storia» un certo sergente dell'approvvigionamento il
quale, secondo lui, sarebbe stato la causa del suo «disinteresse»:
«E non sfugga al severo giudizio della
storia quel sergente che, alla Scuola Allievi ufficiali di Potenza, mi ha
assegnato un paio di scarpe così larghe da impedirmi ogni scioltezza di
movimento. Trovandomi nella infelice (economicamente) zona della Lucania avrei
potuto agevolmente scoprire fin dal 1935 il problema del Mezzogiorno. Cosa che
non mi fu possibile appunto per la scarsissima autonomia di marcia che le
calzature mi permettevano»

Una donna della campagna viene al mercato con tutta la sua merce in testa e
nelle mani.

Potenza, 1934-1935.
Un allievo osserva una anziana donna che procede cauta con un secchio in mano
sul lastricato bagnato di pioggia.
Come si intuisce guardando le foto di Potenza, le scarpe di Giovannino erano
invece strette al punto giusto da permettergli di accorgersi dei «problemi della
povera gente».

Donna in costume locale: deve essere molto antico e, già in quegli anni,
raro da vedersi.
Gente di montagna

Potenza, 1934-1935.
Sopra: il fascino del tabarro è troppo forte per Giovannino.
La Grotta Azzurra


Una donna della campagna al mercato in attesa dei compratori con la sua
merce per terra.

Potenza, 1934-1935.
Residenza ai "piani bassi" del palazzo.

Potenza, 1934-1935.
Questo pastore, con le gambe coperte dalle fasce, forse ha ricordato a
Giovannino le statuette del Presepe.

Potenza, 1934-1935.
Una donna della campagna attende, con il grosso ombrello in mano, di
ritornare a casa dopo il mercato.
L’acqua e il pane

Potenza, 1934-1935.
Giovannino riesce a trovare una pianta gabbata come alla Bassa e, con la
scusa della fontana, la fotografa.

Potenza, 1935.

Riprende il contatto con la parte moderna della città il cui traffico di
veicoli viene disciplinato con autorità da un pizzardone col pennacchio
sul cappello e la sciabola al fianco. Ai muri sono appiccicati manifesti
e locandine che invitano al cinema.

Il pizzardone, appena uscito dalla tabaccheria e con il sigaro acceso,
chiacchiera con un cittadino.

Potenza, 1934-1935.
Questa sera nella Sala Roma: Il re dell'arena con Eddie Cantor.

Potenza, 1934-1935.
Danno La principessa della Czarda.
Palazzo del Governo

Potenza, 1934-1935.
Donne in costume tradizionale.

Potenza, 1934-1935.
Anche Potenza ha subito il fascino della modernità
"Vedi? E' supremamente molto bello
il Gran Modern Hotel di Pecoriello
La limousine che c'è ferma dinnante
non ti par d'una grazia affascinante?
Ebbene, questa gran magnificenza
è la cosa più bella di Potenza!
Ti spieghi quindi ben perchè io adesso
pensi con nostalgia a borgo del Gesso!"
La libera uscita si conclude con la ricerca di un po' di "calore"
"Con la neve in cerca di un po' di fuoco. Potenza, la strada delle -case da tè-"

Potenza, 1934-1935.
Giovannino e due colleghi, visti dall'alto, guardano in su.
Potenza: piazzetta del centro

Potenza, 1934-1935.
Giovannino e collega, fermi per strada, guardano in alto.


Potenza, 1934-1935.
Ultima tappa prima del rientro in caserma
"Non sapendo più dove andare a sbattere il capo entri in uno di quei salotti in cui si sa come si va dentro e non si sa mai come si viene fuori..."

Marzo: si avvicina il caporalato

Dal palco che sta preparando per la festa del "caporalato", Giovannino
in fremente attesa dei gradi di caporale, saluta romanamente (col pugno
chiuso...).

Potenza,
marzo 1935.
Giovannino, maestoso e fiero caporale, è pronto per il campo e invia la
foto, con dedica, a Ennia...
"Fior di mortadella:
Eccomi caporale diventato.
Speriam, però, che la
mia Rossa bella,
Non trovi il modo di farmi -soldato-.
Nino, 14 febbraio 1935
"Il cappotto (...) attillato sul torace e stretto nelle spalle
abbandonava arrivato al colletto la sua avarizia in modo da permettermi
di rimanere tuffato fino alla bocca nel soffice panno del bavero.
Indiscutibilmente corto sul davanti, tanto che le ginocchia lavoravano
allo scoperto, dietro però, pentito della sua tirchieria, si abbandonava
allo scialo e arriciatosi in piegoni e contropieghe arrivava ad
accarezzarmi i talloni."
"Oltre a tutto questo portavo uno sciabolone da cavalleria che mi
arrivava con l'elsa allo sterno."
"quando dovevo sguainarlo ero costretto a farmi aiutare da qualche
amico."
"Un giovanino, malpompato, malbardato e maldisposto assieme a due
commilitoni alla stazione di Potenza in partenza per il campo. Non si
tratta più del Giovannino marziale della foto precedente.

"Con lo schioppo ed il -bottino-
Con borraccia e tascapan
Se ne parte il vecchio Nino
Verso il campo Melfitàn".

Melfi (PZ), 1935.
Si intuisce già quale sarà la meta della prossima libera uscita di
Giovannino.

Melfi (PZ), 1935.
Sopra: traffico notevole per quel tempo nel centro della città: due
macchine, tre camioncini e un carretto
Sotto: il lavatoio pubblico pieno di lavandaie.

Melfi (PZ), 1935.
Sulla strada il salita per il campanile si vedono due donne che portano
al forno le micche di pane da cuocere.

Melfi (PZ), 1935.
Militari con maschera antigas a tracolla o ancora indosso.

Melfi (PZ), 1935.
Una pausa durante l'esercitazione per scrivere all'Ennia.
Finalmente
"L'esplosione di gioia per la fine del servizio militare è immortalata
con un probabile autoscatto.
L'euforia ha reso approssimativa l'inquadratura e risultano eliminati
arti inferiori e superiori.
Il messaggio tuttavia rimane intatto: Giovannino non vede l'ora di
spiccare il volo per Parma

Melfi (PZ), 1935.
Ultimo giorno di campoUna pausa durante l'esercitazione per scrivere
all'Ennia.
borgo del Gesso a Parma:
1934-1935, un poco di bohème...
"Grazie a un ingegnoso gioco di telai ricoperti di carta da tapezzeria
l'unica stanza era divisa in tre graziosi vani: camra da letto, salotto
e gabinetto, se non proprio da bagno, almeno da catinella dove,
misurando i movimenti cercando di mantenermi ben diritto, riuscivo
agevolmente a farmi la barba e a lavarmi la faccia senza sconfinare nel
locale adiacente."

Parma, 1934.
Ennia nella stanza soffitta di Giovannino in borgo del Gesso.

Parma, 1934.
Ennia, comodamente seduta su un banchetto di legno coperto
con un sacco e ingentilito con un cuscino,
guarda verso Giovannino, l'artefice della maschia e granitica
sedia in primo piano.
«Dove non riuscivo a evitare lo sconfinamento era nella
camera da letto: per rimanere nella giurisdizione dell'ambiente avrei dovuto
disporre verticalmente il letto: non potendolo fare, ero costretto a dormire con
le gambe in salotto.
«Confesso con rossore che qualche ragazza veniva a farmi
visita. A onor del vero posso assicurare però che avevo cura di scegliere sempre
ragazze molto snelle e di statura non eccessiva. E poi chi poteva preoccuparsene
allora? Io a quel tempo ero giovane, magro, romantico e l'amore era una cosa
tanto importante per il mio piccolo cuore che anche il più grave sconfinamento
non sarebbe riuscito a turbare il mio ordine spirituale.
«Ricordo che, una sera, una graziosa ragazza venuta a farmi
visita, colta da non so quale angoscioso pensiero, singhiozzò: "Signor
Giovannino! Cosa dite mai?".
«E si appoggiò timorosa come una pecorella contro la tramezza
della stanza da letto. La vidi scomparire e la ritrovai che, sfondata anche la
tramezza del salotto, stava seduta nella catinella piena d'acqua nel gabinetto
appunto da catinella. Oh, dolci e lontane follie d'amore...»

Parma, 1934.
Ennia, per poter vedere il cielo dalla finestra a pavimento,
si è seduta per terra.
notizie da Zavattini
Il corso a Potenza è terminato e Giovannino torna a Parma nel
maggio del 1935 in licenza in attesa di andare alla Scuola di Applicazione di
Modena per la nomina al 6° Reggimento di Artiglieria di Corpo d'Armata (partirà
nel febbraio del '36). Durante l'attesa due grossi avvenimenti: il licenziamento
dal Corriere Emiliano e - pochi giorni dopo il suo rientro a Parma - la
pubblicazione della prima di una lunga serie di strips sul settimanale di
Rizzoli Il Secolo Illustrato, che aveva la caratteristica di essere inchiostrato
color marrone. La segnalazione a Filippo Piazzi, il direttore, l'aveva fatta
l'amico Cesare Zavattini al quale Giovannino, appena rientrato da Potenza,
scrive:
«Caro Za,
«appena di ritorno dalla Scuola di Artiglieria - verso il 20
del mese scorso - sono venuto a Milano

Parma, 1934.
Ennia appare seduta su una soffice poltrona costruita da
Giovannino ma il suo sguardo intenso e preoccupato ne tradisce la durezza e la
scomodità.
È evidente il tentativo di rendere accogliente la stanza ma l'insieme non risulta particolarmente sfarzoso.
con l'intenzione di ringraziarti di persona per quanto hai
fatto per me. Ma tu non c'eri. Ora che sono in possesso del tuo indirizzo posso
finalmente scriverti ed esprimerti la mia più sincera riconoscenza. Capirai se
non sono contento! Ho seguito alla lettera il tuo consiglio e mando solo lavori
"sudati". Peccato che il rotocalco non mi permetta di esprimere tutto quello che
mi sento.
«Io fatico moltissimo a disegnare con tratto pesante: se
potessi lavorare in punta di penna potrei fare due volte di più ed essere
personale. Giusta l'osservazione della somiglianza con Camerini (Augusto, noto
illustratore del Becco Giallo e del Travaso, N.d.A.). Ma non me ne addoloro: il
modello è tanto grande che è già un pregio poterlo imitare. Ma credi che io
"sento" questo genere e che, caso mai, non sono influenzato dal segno e dalla
maniera ma dallo spirito dell'umorista suddetto.
«Ho a casa qualcosa che non potrà essere riprodotto in
rotocalco e che rivela un altro spirito. Te la farò vedere. (...) Gradirei
qualche tua parola e qualche consiglio. Se hai tempo, si capisce. Io te ne sarò
sempre molto riconoscente...».
La poltrona di Montanelli

Parma, 1935.
Giovannino è tornato da Potenza ed Ennia ritorna nella
stanza-soffitta di borgo del Gesso.
In primo piano la poltrona calunniata da Montanelli.
«"Tutto fatto in casa, ragazzi, con le mie mani: muri,
mobili, impianto elettrico, fornelli, sedie".» Con queste parole Giovannino,
secondo Indro Montanelli (I rapaci in cortile, Longanesi, Milano, 1952), riesce
a far sedere l'amico Andrea Rizzoli sulla poltrona di legno che lui ha
fabbricato. Il risultato, secondo Montanelli, è questo:
«Come di colpo lo vediamo ruzzolare per terra in un groviglio
di assi, di chiodi e di viti»...
La poltrona esiste ancora, è indistruttibile. Diamole
un'occhiata nella foto qui sopra: siamo nel 1935 in borgo del Gesso
nell'appartamento-stanza-soffitta di Giovannino. L'artigiano è talmente fiero di
fotografare la "sua" poltrona da sacrificare un intero piede di Ennia.
Nel febbraio del '36 l'aspirante ufficiale Giovannino parte
per il 6° Reggimento d'Artiglieria di Modena e, durante il campo estivo a Villa
Minozzo, viene raggiunto dalla rombante «Augusta» di Andrea Rizzoli. Il resto
della vicenda è già leggenda...

Sambuco (CN), 1939.
Giovannino e i mitraglieri al campo.
il richiamo alla armi -
1939-1940, Sambuco & dintorni
«Nel 1939 il cielo d'Europa diventò cupo. Pareva che dovesse
scoppiare la guerra da un momento all'altro e il Regio esercito decise: "È
necessario richiamare d'urgenza il tenente d'artiglieria Giovannino Guareschi e
mandarlo a presidiare i confini con la Francia".
«Mi spedirono in Piemonte, in un paesino chiamato Sambuco...»

«La mia vita è una continua milizia. Febbraio-luglio 1936:
campagna di Modena e dintorni. Maggio 1939: campagna di Acqui con visione della
Bollente e del castello di Castelletto d'Erro. Luglio-agosto 1939: campagna di
Carcare, Spotorno, Albisola, Finale Ligure e Alassio...»
Sambuco
«Forse è anche inutile che io vi parli di Sambuco: ma a me
piacciono le cose inutili, perché le cose inutili sono il sale della vita: e se
un uomo volesse esclusivamente fare le cose utili, dovrebbe soltanto cercare di
morire il più presto possibile. (...)
«Parliamo tanto di Sambuco perché è dolce parlare del ridente
paesino che sembra mandare le sue casette sulle pendici del Bersajo turrito.»

Sambuco (CN), 1939.
Il monte Bersajo è forse la prima alta vetta che Giovannino
incontra.
Tre anni dopo arrancherà tra le vette del bellunese con la
sua Dei superleggera.
«Oh, Sambuco, paesino sperduto
Là, tra i monti del sempre e del mai,
Oh, Sambuco, a te levo il saluto,
E al tuo fido turrito Bersaj...
Sì benigna ti fu la natura
Che i piè lieve ti lambe la Stura
E ti affianca massiccio il Nebiùs...
A l'è bin dulurus...
A l'è bin dulurus...

Sambuco (CN), 1939.
Si vedono le tende dell'accampamento sulla china erbosa
che scende da sinistra verso la strada.
Di giorno si sentono le raffiche delle mitragliatrici,
di notte quelle della Olivetti di Giovannino.
«Io non posso fare una conferenza su Sambuco: sarebbe
letteratura perché dovrei dire dei tramonti di fuoco e dei monti che si
stagliano contro il cielo come torri possenti, dovrei dirvi delle vaccherelle al
pascolo e dei dolci canti dei rudi montanari. Sarebbe letteratura e poi non
starebbe bene: ci sono gli enti turistici che sono creati apposta per raccontare
queste dolci, tenui, flebili bugie...»

Sambuco (CN), 1939.
Giovannino, con la scusa di riprendere il Nebiùs,
fotografa il suo primo mulino.
Il secondo sarà il «mulino fantasma» sul Po.
come si può fare dello sport
con una semplice formaggiera
«Mia carissima e adorata Peppina, ho ricevuto l'ultima tua,
l'ultima per modo di dire perché chissà quante volte riceverò le tue lettere, ho
ricevuto l'ultima tua e sono profondamente commosso. Mi chiedi se è possibile
venirmi a trovare quassù! Sì, mia dolce Peppina: venire quassù è possibile. Il
difficile è riuscire ad andarsene. Quindi ti consiglio nel modo più reciso di
non fare la scappatella progettata, approfittando del biglietto festivo.
«Soffrirò da solo. (...)
«Ritornando alla tua lettera vedo che mi chiedi, sempre in
previsione di una tua scappata quassù, come si mangia. Ti confesso che non so
come mangino gli altri; io so solo come mangiamo noi: ho detto "come" e non
"quello" che mangiamo. D'altra parte non bisogna mai essere troppo curiosi nella
vita.
«Devi dunque sapere che noi, due volte al giorno, ci troviamo
attorno a una porta. Una comune porta di legno tolta dai cardini e appoggiata su
due cavalletti mod. 1906 (tutta roba di complemento richiamata).
«Fra panche e sedie assortite si arriva a sederci tutti:
anche io, che è già una bella vittoria dell'uomo sulle forze brute della natura.
E, un po' grazie alla tovaglia, un po' grazie alle assicurazioni categoriche del
direttore di mensa e un po' grazie alla fame che abbiamo, ci sembra proprio di
essere seduti a una tavola. Si parla del più e del meno, educatamente, si fanno
dei complimenti scambievoli, si ricordano gli episodi gentili della nostra vita,
si tratta con molta semplicità e serietà dei problemi politici del momento,
quindi si apre una porta e appare un giovanotto in maniche di camicia che reca
una bracciata di piatti.
«Pastasciutta. Il che, cara Peppina, è un'altra bella
vittoria.
«Rapidamente, in poche decine di quarti d'ora, ognuno ha il
suo piatto fumante davanti e il signor Capitano dà il segnale d'inizio della
partita di formaggiera.
«Respinta con deciso colpo di mano, la formaggiera passa dal
Capitano al tenente Bellanti: il tenente Bellanti si serve rapidamente e lancia
al tenente Pretti. Pretti passa a Rossi, Rossi lancia a Levrero, ma Brero
intercetta, batte di misura Graglia che tenta di portare a lato, si serve e
rilancia con precisione a Rossi, per un secondo prelievo. Ma ecco, fulmineo,
interviene Farnetti, la violenta ala sinistra che carica Brero duramente,
scavalca Levrero lanciato al contrattacco e si serve con precisione. Comincia la
fase emozionante della partita. Sorpreso da Levrero che compie una rapidissima
azione di recupero, Farnetti abbandona la formaggiera che passa successivamente
da Levrero a Graglia e da Graglia a Piazza per poi finire a lato. Rimessa in
gioco a favore dei tigrotti del tenente Pianelli. Su un allungo di Bellanti la
formaggiera passa a Darò, il serafico terzino destro, ma, in una entrata
prodigiosa, Cacciabue intercetta e tenta di sfruttare vantaggiosamente l'azione
di sorpresa. Ma Pianelli, con un balzo da giaguaro, si porta dall'ala sinistra a
metà campo e gli ritoglie la formaggiera.

«Comincia un'azione invano ostacolata da passaro e da Frixione.
«L'azione di Pianelli è giudicata scorretta: rimessa in gioco
a favore di Darò che però si lascia soffiare la formaggiera da Passaro. Passaro
passa a Frixione, Frixione passa a Guggino, Guggino a Costa. Intervento di
Cacciabue che passa involontariamente a Pianelli. Pianelli rimanda con un colpo
meraviglioso a Rossi, Rossi a Brero, Brero a Pianelli: palleggio, o meglio
formaggiereggio, fra Pianelli e Brero. Poi intervento di Farnetti che rimanda a
Piazza, Piazza a Pretti, Pretti a Levrero, Levrero a Piazza, Piazza a Bellanti,
Bellanti a Cacciabue, Cacciabue a Guggino, Guggino a Frixione, Frixione a
Passaro. Siamo ormai alla fine del primo tempo: con un'entrata fulminea
finalmente Guareschi ha la sua formaggiera.
«Vuota!
«Fine del primo tempo.
«Secondo tempo: Fegato in padella.
«Il secondo tempo è caratterizzato da azioni frazionarie e
completamente personali il che conferisce all'incontro un carattere di grande
disorganicità. Al 10' il Capitano, dopo avere inutilmente tentato di avere
ragione dell'avversario, abbandona il piatto e la partita e chiede preoccupato
se il cemento in carico al gruppo continui a essere esclusivamente prelevato con
buono firmato dallo stesso comandante del gruppo, o se invece detto cemento
venga distribuito liberamente. Frixione protesta energicamente.
«Piazza disgustato abbandona il campo e si ritira negli
uffici del comando. Pianelli accusa il colpo irregolare allo stomaco, Cacciabue
rivolge al direttore della partita frasi poco sportive e viene penalizzato. Il
secondo tempo non finisce neppure. Entra in campo la frutta.
«Il pubblico sfolla le tribune e il parterre commentando
severamente l'accaduto. Fine della trasmissione.
«Ecco, cara Peppina, come stanno le cose; ti consiglio quindi
di rimanertene a Milano: questi spettacoli violenti non sono fatti per le donne.
Anch'io che sono uomo e guerriero ne sono profondamente scosso.
«Per quanto concerne le cinquecento lire che ha mandato il
signor Luigi e che tu gentilmente mi hai inviato, guarda che l'ufficio postale
non ha voluto darmi un soldo in più di quattrocento lire. Capisco che adesso hai
tante cose per la testa: a ogni modo stai attenta per l'avvenire. E questo lo
dico per il tuo bene.»

Sambuco (CN), ottobre 1939.
Foto d'abilità nella stanza di Giovannino.
L'unica cosa valida che appare nella foto è la Voigtliinder
che il collega di Giovannino fa scattare.
«Carissima Peppina,
«Sono quassù lontano da te e il mio cuore è pieno di
nostalgia. Oh, se tu fossi qua e io a Milano, come sarebbe dolce la vita! (...)
Fortunatamente funziona già una mensa ufficiali cosicché ho dovuto arrangiarmi a

Sambuco (CN), ottobre 1939.
Giovannino fotografa il contrasto tra la placida vegetazione
dell'altopiano e l'asprezza delle rocce del Bersajo.
«Mentre mangiavo mi sono venute le lagrime agli occhi dalla
malinconia perché ho pensato tanto a te: patate lesse, minestra troppo cotta,
uova dure come il ferro, proprio le dolci cose che mi prepari tu, mezzogiorno e
sera. (...) Le calze che mi hai messo nella valigia andavano benissimo: le ho
perse subito e spero che durino molto. Anche il Santino che mi hai messo nel
portafoglio va benissimo: però, secondo me, ci stava dentro perfettamente anche
senza che tu togliessi quel biglietto da 500.
«Oggi faceva tanto freddo nella mia cantina che la mia
padrona di casa si ostina a chiamare camera da letto. È vecchia, la mia padrona
di casa, e siccome le hanno detto che io scrivo sui giornali, mi chiede sempre
notizie e pareri sulla politica internazionale. Ma io non le posso mai dire
niente perché tratto solo cose umoristiche e non posso quindi interessarmi di
cose tanto poco serie. Ma non pensiamo più alla mia padrona di casa. (...) Essa
dorme serena, senza sogni, forse, certamente senza incubi: io pago sempre la
pigione anticipata.»

Sambuco (CN), ottobre 1939.
Giovannino, per riprendere il viottolo d'accesso alla
Centrale,
ha sacrificato la punta del campanile.
Giovannino, nel tempo che gli lascia libero il lavoro in
batteria, continua a collaborare col Bertoldo. Giovanni Mosca gli scrive: «Manda
la roba che puoi, e io o Manzoni faremo o completeremo quello che manca,
naturalmente - per quello che riguarda l'amministrazione - a nome tuo. Con la
vita che fai, credo che sia impossibile trovare il tempo di scrivere o di
pensare. (...) Si farà l'Arcibertoldo della guerra. (...) Già son state fatte
metà delle battute. Ti spediremo subito le tue. Collabora con quanti pezzi vuoi
in modo da poter guadagnare qualche cosa. Se puoi fare la copertina, mandacela
immediatamente.»
Giovannino mantiene fede a ogni impegno: la copertina dell'A
rcibertoldo della guerra, Il Cannone, però arriva troppo tardi, dopo che, in
fretta, è stata preparata da Carletto Manzoni. Così, viene utilizzata come retro
di copertina.
Pietraporzio

Pietraporzio (CN), 1939
Giovannino, durante le esercitazioni della 2a batteria,
cattura questa e altre belle immagini dei dintorni.
Giovannino nel tempo che gli lascia libero il lavoro in batteria, continua a collaborare col Bertoldo. Giovanni Mosca gli scrive "Manda la roba che puoi e io o Manzoni faremo o completeremo quello che manca, naturalmente - per quello che riguarda l'amministrazione - a nome tuo. Con la vita che fai, credo che sia impossibile trovare il tempo di scrivere o di pensare (...) Si farà l'Arcibertoldo della guerra (...) Già sono state fatte metà delle battute. Ti spediremo subito le tue. Collabora con quanti pezzi vuoi in modo da poter guadagnare qualche cosa. Se puoi fare la copertina, mandacela immediatamente".
Giovannino mantiene fede a ogni impegno: la copertina dell'Arcibertoldo della guerra, Il Cannone, però arriva troppo tardi, dopo che, in fretta, è stata preparata da Carletto Manzoni. Così, viene utilizzata come retro di copertina.

Pietraporzio (CN), 1939.
La stanza di Giovannino. Al centro la sua fedele Olivetti.
Dalla finestra si vede la balaustra in legno del terrazzino
che guarda sul paese.
«Il mio mezzo attendente Raffatellu (l'altro mezzo Raffatellu
è del sottotenente Passaro) (...) deve aver trovato e letta qualche frase dei
pezzi che io scrivo per il mio Bertoldo. Infatti l'ho incontrato e non mi ha
salutato.»
L'Olivetti di Giovannino lo ha seguito fedele anche a
Pietraporzio. Quando Giovannino sarà al campo in tenda, ce lo ha raccontato il
compagno d'armi Nilo Lenzi, di notte si sentiranno per tutto l'accampamento le
sue

Pietraporzio (CN), 1939.
Giovannino, dopo aver piazzato l'autoscatto, è corso ad
appoggiarsi
alla balaustra in legno del terrazzino di fianco all'Ennia.
«Nella catapecchia che avevo scelto a mia dimora, trovai due
meravigliose sorprese: la stufa rovente nella quale ardeva, segato in giusti
pezzi, uno degli abeti del glorioso osservatorio sceso al piano, e, seduta
davanti alla stufa, Margherita.»

Pietraporzio (CN), 1939.
Forse una delle due anziane signore è la padrona di casa di
Giovannino.
«Arrivò l'ordine di sostituire immediatamente le granate in
dotazione ai pezzi. Racimolati gli uomini, andai con essi, sotto la tormenta, a
cambiare le munizioni. E questa fu una seria impresa dalla quale tornai
vittorioso, ma bagnato da capo a piedi. (...)
«Margherita, come mi vide così fradicio, disse:
«"L'immaginavo". Poi trasse dalla valigia un grosso pacco di matasse di lana verde-cupo e stabilì:
Pietraporzio (CN), 1939.
Una nuova inquilina nella stanza di Giovannino: Ennia.
«"La Patria ha bisogno di me. Di qui non vado via se non
ti ho finito il maglione!".
«Ero un rude soldataccio ma mi commossi: Chi mai avrebbe
potuto attentare alla sovranità d'un paese che possiede donne così eroiche?
«"Margherita!" urlai con voce da colonnello: "No
pasaran!"»

Milano, 1939.
Ennia in cucina e al balconcino del quarto piano
del numero 18 di via Ciro Menotti, angolo Gustavo Modena.
Si nota traffico convulso in via Gustavo Modena.
un poco di famiglia 1939-1942, via
Ciro Menotti a Milano
«Ora
che posseggo, a trimestri anticipati, seicentodieci metri cubi di Milano, ora
che un mascalzoncello milanese ha invaso i miei seicentodieci metri cubi di
Milano, io non so più con precisione come stia la faccenda. Mi sento come l'uomo
che, trovatosi a camminare accidentalmente in piena notte vicino alla linea di
confine, con una ghirba piena di tabacco e di saccarina in spalla, a un tratto
si chiede: "Sono di qua o sono di là?".»
Giovannino sa benissimo di essere dalla parte giusta nei suoi «seicentodieci
metri cubi di Milano» e gli ispiratori dei suoi racconti, la sua «merce» di cui
è piena la bricolla, abitano con lui e danno un senso nuovo alla sua vita.
In
questo brano tratto dalle «Osservazioni di uno qualunque» (Bertoldo n. 41, 1941)
Giovannino fa dire all'amico Filippo cose perfide sull'Ennia (non ancora
Margherita).
Non è
la prima volta che «calca la mano». La cosa buffa è che, la volta in cui la
descrive zoppa e con un occhio leggermente strabico, alcuni lettori vanno
apposta a Igea Marina per vedere il fenomeno ritornando molto delusi.
«Oggi
ho ricevuto una lettera dall'amico Filippo, dal vecchio, caro, ottimo Filippo,
il mio antico compagno di scuola:
«"Carissimo
Giovannino,
«"
(...) non so quando potrò rivedere te e la tua simpatica signora. Parlavamo di
lei una decina di giorni fa io e mia moglie e io dicevo: 'La bellezza non conta,
cara mia, e poi è sempre meglio che la donna sia leggermente più attempata
dell'uomo; una donna che si sposa non occorre che porti nell'amministrazione
familiare una dote in danaro o delle lenzuola, o quattro camicie da notte, o un
paio di fazzoletti! Basta che porti quei dieci o dodici anni di esperienza che
mancano all'uomo ancora giovane e quindi incapace di un ragionamento serio e
pacato e soprattutto quello che conta in una donna è il senso dell'economia e
l'ingegnosità.

Milano,
1940.
Fastosa
cornice di presentazione per il nuovo inquilino.
«"'Quando
una madre di famiglia come tua moglie è capace di cavar fuori da quattro
pezzacci di bue avanzati la sera prima uno stufatino di vitello delizioso come
quello che ho gustato in casa tua l'ultima volta che sono venuto, questa donna,
preziosa in tempi normali, diventa indispensabile in tempi d'emergenza come oggi
in cui, anche a darsi da fare, com'è capace un uomo della tua tempra, anche a
correre dal mercato di Porta Ticinese a quello di Porta Nuova, da quello di
Porta Venezia a quello di Porta Sempione pur di risparmiare qui un soldo sulle
Milano,
1940.
Ennia
nel salotto-sala-da-pranzo-sala di soggiorno.
«"'Impara
dalla moglie di Giovannino!' dico sempre alla mia Antonietta. Ma cosa vuoi che
impari! Il principale difetto di queste ragazze di buona famiglia, che non
possono vivere se non fanno il bagno ogni quindici giorni, che storcono il naso
se la carne puzza un po' o se la pasta ha qualche camoletta, sta proprio nella
mancanza del senso del risparmio.
«"Per vivere avrebbero dovuto adattarsi a lavare pile così di piatti, o a
spalare la neve come fanno le altre! Quelle sì che sono donne! Io ti invidio
caro Giovannino!".»

Milano,
1940.
Giuliana, la figlia dei vicini.
«La
bambina del mio vicino entra di corsa in cucina a portarmi un soffio di
primavera. Fa rapidissimamente la cacca vicino alla ghiacciaia, poi se ne va di
corsa, stridendo come una rondinella.»

Milano,
1940.
Ennia,
Albertino e Giuliana nella «sala-salotto-stanza di soggiorno».

«Oggi,
approfittando della giornata festiva, mi sono trasferito presso la mia famiglia
dislocata in qualche parte d'Italia, per rendermi personalmente conto del grado
di addestramento raggiunto dal bambinello che è venuto, quattro mesi fa, a
complicare notevolmente le mie faccende domestiche.
«Ho
trovato l'illustre personaggio che, sdraiato in mezzo a un grande letto, stava
succhiandosi alcune dita della mano sinistra: i suoi parenti più importanti,
disposti in cerchio attorno al letto in questione, seguivano la interessante
scena con viva attenzione.
«Da più
parti mi è stato fatto cenno di star zitto e io, appressatomi in punta di piedi,
mi sono unito al gruppo degli osservatori. Dopo qualche minuto di silenzio
profondo, il piccolo personaggio, tolte con un gesto deciso le mani dalla bocca,
ha emesso un breve vagito. Un mormorio di meraviglia si è alzato dalla folla:
«"Questo
non è niente" ha interrotto la signora che mi rese padre. "Stai
attento!"
«Io
sono stato attento e ho visto l'egregia donna scomparire e ritornare, di lì a
poco, armata di un macinino da caffè: l'esimia signora, appressatasi al letto,
ha fatto funzionare per un certo tempo l'arnese, cosa questa che ha destato un
indubbio interesse nel pargolo.
«"Questo
bambino è un fenomeno" ha spiegato allora la zia Filippa. "Ha una
disposizione enorme per la meccanica."
«A
questo punto è intervenuta la nonna del fenomeno che, dopo avermi lanciato uno
sguardo eloquente, ha afferrata una copia del Bertoldo e l'ha sventolata davanti
al naso del nipotino.
«Il
bambinello ha abbozzato con l'estrema sinistra delle labbra un sorriso.
«"Questo
bambino è un fenomeno!" ha comunicato allora la vecchia signora. "Ha
una disposizione semplicemente eccezionale per il disegno!"
«Si è
fatto avanti il nonno del fenomeno che, inforcati gli occhiali e lanciato un
severo sguardo agli astanti, come per avvertire che la cosa stava per diventare
solenne, ha tratto lentamente di tasca la scatola dei fiammiferi e con rapida
decisione ha accesa la candela che stava sul comodino. E, mentre tutti
trattenevano il respiro, è avvenuto il miracolo: il pargolo ha guardato la
fiammella, ha agitato il braccio destro e ha lanciato un acuto guaito.
«"Questo
bambino è un fenomeno!" ha spiegato il vecchio signore. "Ha una
disposizione eccezionale per il fuoco!"
«Il
congresso ha deciso che non bisogna mai affaticare con esperienze prolungate il
cervello di un bambino e ci siamo ritirati nella stanza vicina per deliberare.
«Dopo
una vivace discussione, durante la quale lo zio Luigi, la madre, il nonno e la
nonna hanno cercato di imporre rispettivamente la tesi del canto, della
meccanica, del disegno e del fuoco, io ho trovato una soddisfacente soluzione:
si sarebbe potuto fare del pargolo un ingegnere capo dei pompieri collaboratore
di giornali illustrati e dilettante di canto.
«Ritornati nella stanza da letto, abbiamo osservato che il pargolo stava
succhiandosi il pollice del piede destro. Ma considerato che un ingegnere capo
dei pompieri, se può essere contemporaneamente collaboratore di giornali
illustrati e dilettante di canto, non può essere in modo assoluto anche
pedicure, abbiamo deciso di lasciar perdere.»

Milano,
1940.
Albertino «lavora» sulla Olivetti del babbo.
«Esistono delle cose semplici, al mondo, e fra queste la più semplice è
senz'altro quella d'uscir di casa. Però qualora non si verifichino contingenze
anormali. Non è facile uscir di casa quando venga a crollare improvvisamente il
sistema di scale che collega il vostro settimo piano alla strada. Difficilissimo
addirittura qualora, mentre state per eclissarvi in punta di piedi, veniate
avvistato da qualche Albertino il quale sembrava affaccendatissimo attorno alla
sistemazione della vostra macchina da scrivere. (...)

Milano,
1940.
La
«piccola vedetta lombarda» sta marcando stretto il babbo
che
vorrebbe uscire senza di lui.
«Oggi
la dolce signora che, come il famoso cavallo, si insinuò sotto la specie del
curioso gingillo, nella cerchia delle mie mura domestiche, per poi svelare
l'insidia di un piccolo invasore tristanzuolo, poppante e urlante, mi ha
comunicato che un uomo (...) alla domenica deve fare ogni cosa meno che quella
di attaccarsi alle sottane della consorte per il bel gusto di accompagnare a
spasso in carrozzino un marmocchietto e, arrivato al Parco, scattargli 8
istantanee 8, destinate a tradurre ai posteri le ancora incerte sembianze.

Milano,
1940.
Pomeriggio domenicale: è in programma una uscita
del
«piccolo invasore tristanzuolo» con tutta la troupe.
«Le ho
risposto che aveva perfettamente ragione. La scenetta festiva del coniuge che,
macchina ad armacollo, si alterna con la consorte alla trazione di un trabiccolo
contenente bambini, è così usata, abusata e convenzionale, nelle strade di
questa straordinaria città, che è almeno opportuno, se non addirittura
necessario, evitare ogni cosa che possa avere attinenza con essa.
«"Detesto
queste manifestazioni piccolo-borghesi" ho concluso.
«Così
la dolce compagna della mia ex-vita, approfittando del pomeriggio festivo e
assolato, è uscita di casa spingendo verso sud la carrozzella contenente il
figliolo.
«E io,
salutati i due, sono andato a spasso verso nord.
«Ho
fatto delle osservazioni interessanti sull'orientamento della architettura, sul
Novecento e sul novecentismo, trovando modo di intercalare alle mie indagini
delle considerazioni argute sulla incertezza che regna oggi nel campo musicale.

Milano,
1940.
Ennia,
accoccolata vicino a mezzo Albertino, in una delle 32 istantanee 32 che
Giovannino
ha
scattato per immortalare il figlio e la «pelliccia nera» di Margherita.
«Ho
camminato parecchio, alla ventura, ed essendo, alfine, arrivato in un largo
arioso e soleggiato, mi sono seduto su una panchina, a fianco di una signora che
stava parlottando con una carrozzina
«Io ho
guardato, nel cielo azzurro, a che punto del suo cammino fosse arrivato il sole,
e la signora, dopo aver frugato nella carrozzina, mi ha posto tra le mani la
macchina fotografica.
«Allora
io, una dopo l'altra, ho scattato 32 istantanee della carrozzina con o senza
signora, della signora e della carrozzina, con me stesso o senza autoscatto.
«Poi
siamo tornati a casa nostra e mi sono divertito molto a spingere io stesso la
carrozzina «Il che è bello e istruttivo.»
la pelliccia nera

Milano,
1940.
La
prima della famosa serie delle 32 istantanee 32:
si
prega di fare attenzione alla pelliccia nera di Ennia.
«Stamattina, appena riaperti gli occhi, mi sono ricordato di una cosa: allora ho
detto alla donna che divide in parti quasi uguali con me il mio stipendio e il
mio letto:
«"Guarda
che ieri sera Luigi mi ha restituito quel denaro famoso: quindi ho deciso di
comprarti la...".
«L'egregia signora non mi ha lasciato finire: è balzata fuori dal letto, senza
pronunciar parola, ha infilata, correndo, una vestaglia azzurrastra, poi è
scomparsa. (...) Sul pianerottolo ho incontrato l'esimia signora che usciva
visibilmente agitata dall'appartamento dei miei vicini e diceva convinta:

Milano,
1941,
Piazza
del Duomo. Ennia sfoggia il suo renard.
La
signora Maestra è in alta uniforme.
«"No,
no, cara signora: nera! Nera va bene per tutto: per il mattino, per la sera e
anche per il lutto!".(...) «In fondo alle scale ho incontrato la portinaia
la quale in tono molto cordiale mi ha consigliato:
«"Io,
se fossi nella vostra signora, la prenderei marrone: è più giovanile e poi,
all'occorrenza, la si può
tingere benissimo". Le ho date due lire di mancia e, appena fuori dal
portone, la fruttivendola che stava
riordinando certe sue patate novelle ha interrotto un istante il suo lavoro e mi
ha assicurato:
«"Per
conto mio, nera è una bestialità: grigia è cento volte meglio e, non sembra, ma
si sporca ancora meno di quella nera. A ogni modo la sua signora può fare come
meglio crede". (...) Appena arrivato in ufficio, l'usciere
mi ha
comunicato che avevano telefonato cercando di me. Poi, sottovoce, con quella
delicatezza che è la sua principale dote, l'egregio personaggio ha aggiunto:

Milano,
1941,
Piazza
del Duomo.
«"Cosa
vi ho detto io, tre anni fa, quando siete entrato qui per la prima volta, con
quella foglia di verza di impermeabile che vi si vedevano le costole tremare dal
freddo? Fate benissimo, adesso, e che crepino dalla rabbia: a ogni modo sono
d'accordo con la vostra signora. Nera va bene per tutto". (...)
«Arrivato in casa la compagna della mia vita, appena le sei o sette donne che
stavano discutendo con lei se ne sono andate, mi ha detto con grande
circospezione:
«"Giovannino,
mi raccomando: non dire niente a nessuno. Voglio che sia una sorpresa per tutti!".»

Guardando la volpe argentata di Ennia pensiamo a quella che indossa Maria, la
moglie di Peppone, nel giro clandestino che fanno a Milano travestiti da
"signori". Anche Maria si è avvicinata al portone del Duomo e ha toccato il
Bambinello obbligando a farlo anche Peppone...

«Peppone si mise in guardia alla porta, fingendo di leggere un giornale. Allora
la donna aperse il valigione che aveva con sé, ne tolse un paio di calze e un
paio di scarpe di camoscio, alla moda. Si cambiò le calze e le scarpe. Poi cavò
dal valigione una scatola e dentro c'era un cappellino. Lavorò un sacco di tempo
per metterselo. Alla fine guardò interrogativamente Peppone.
«"Bene"
rispose Peppone. (...)
«La
donna si pitturò leggermente di rosso le labbra. Dopo ripose nel valigione la
sciarpa di lana e tirò fuori una volpe argentata. (...)

Milano,
1941.
II
«costumino di lana» che piace tanto alla signora Marietta, «l'ochetta di gomma e
la comoda bigoncia»
che
piacciono tanto alla signora Giuseppina.
Le
«belle mattonelle pulite e lucide del magnifico cortile» e l'«intonaco stupendo»
che piacciono alla signora Celestina.
«Girarono in su e in giù per la Galleria. Poi arrivarono a San Babila e fecero
per dieci minuti la corte al caffè
del
Motta. Alla fine si decisero ed entrarono. Presero un liquore e delle paste.
Peppone sparava mance da
miliardario e la moglie di Peppone, quando una signora elegante le guardò la
volpe, a momenti scoppiava di gioia. «Salirono fin sulla guglia del Duomo e,
sotto di loro, c'era l'inverno milanese.
«Ritornarono al piano storditi. La moglie di Peppone andò a toccare sulla porta
di bronzo il Bambinello. «"Toccalo anche tu!"
«Peppone si guardò attorno e lo toccò con la mano enorme.»
«Oggi
Albertino è stato pubblicato in prima pagina e la cosa non deve originare
perplessità perché si tratta di una storia breve e semplice.
«La
direzione di un pregiato settimanale di moda e attualità femminile, volendo
presentare alle sue lettrici un certo modello d'abituccio a maglia per bambino,
ed essendo mia compagna d'ufficio, mi ha chiesto a prestito Albertino allo scopo
di usarlo in qualità di indossatore.
«Perciò
detto Albertino, trasportato in un certo cortile, vicino a una determinata
bigoncia e paludato del nominato costumino, ha acconsentito a lasciarsi
fotografare nell'atto di lavare una innocente ochetta di pezza.
«Ha
fatto pure un'altra cosuccia non richiesta dalla direzione della rivista e, in
verità, poco riguardosa verso il modellino: ma questo non ha impedito la
perfetta riuscita della fotografia e così, oggi, Albertino è stato pubblicato
nella prima pagina di Annabella.
«Appena
in possesso della rivista, la dolce confezionatrice di Albertino ha cominciato a
camminare agitatissima in su e in giù per il salotto-sala da pranzo e io, allo
scopo di offrirle maggiori possibilità turistiche, le ho spalancate tutte le
porte di comunicazione con le altre stanze esclusa quella del bagno per non
creare nel circuito un vicolo cieco che avrebbe costretto la esimia e
peripatetica signora a segnare il passo o a eseguire un dietro-front, cose,
queste, che avrebbero certamente influito dannosamente sulla media generale.
«Alla
fine del sesto giro la importante personaggia si è fermata decisamente davanti a
me e mi ha comunicato che, a ogni costo, bisognava far qualcosa.
«Per
quanto un po' generica, l'idea ha trovato la mia approvazione incondizionata e
mi sono affrettato ad avanzare una proposta che mi sembrava ragionevole:
«"Si
potrebbe mandare la ragazza a comprare una bottiglia di Carpano, fa fresco
quassù".
«Evidentemente io sono un superficiale: cosa può entrarci il Carpano con un
avvenimento quale la pubblicazione di Albertino in prima pagina? Se in un caso
come questo occorre far qualcosa, non si deve certamente pensare a bevande: si
deve invece, per esempio, pensare alla vicina signora Marietta. In un caso grave
come il presente l'intelligenza di un uomo deve sforzarsi per trovare uno
stratagemma, grazie al quale far salire immediatamente detta signora Marietta
onde essa, per caso, veda la prima pagina di Annabella e resti fulminata.
«"Non
c'è che il Carpano" ho suggerito io dopo aver lungamente pensato. "Si
telefona alla signora Marietta se vuol gradire un bicchiere di Carpano."
«L'idea, in funzione di richiamo della signora Marietta, è stata accettata.
«Il
giornale è stato, dopo attento studio, sciorinato in un punto strategico e
quando la signora Marietta è
e sulla
incoscienza delle giovani domestiche, quindi ha lasciato cadere gli occhi sul
giornale.
«"Che
magnifico costumino a maglia" ha sospirato la signora Marietta. "Non
può costare meno di trecentocinquanta lire. Fortunato chi lo può comprare!"
«Era
perfettamente inutile far notare alla signora Marietta che si trattava di
Albertino.
«La
signora Marietta avrebbe certamente chiesto di vedere il costumino. Non si
poteva confessarle la storia: la signora Marietta sarebbe andata a raccontare
che noi diamo a nolo Albertino ai fotografi.
«Uscita
la signora Marietta, la dolce amministratrice delle mie disgrazie domestiche ha
ricominciato a camminare nervosamente in su e in giù per la casa. Alla fine del
settimo giro si è fermata davanti a me e, con molta decisione, mi ha comunicato
per la seconda volta:
«"Bisogna
fare qualcosa".
«Sarebbe stato sciocco tirare in ballo ancora la proposta del Carpano. Ci voleva
un'idea più positiva.
«E poco
dopo (a seguito di telefonate, mance, una lunga corsa in tassi e la consegna di
lire trecentoventi a una commessa di negozio) Albertino poteva sfoggiare il
meraviglioso costumino che la signora Marietta aveva ammirato nella fotografia.
«La
dolce amministratrice dei miei affetti e dei miei effetti, costretto Albertino a
camminare in bella vista nella sala-salotto-stanza di soggiorno, mi induceva
quindi a convocare la signora Giuseppina.
«La
signora Giuseppina è salita, ha gustato il Carpano, poi, cadutole l'occhio sul
giornale con la foto di Albertino, ha sospirato:
«"Che
magnifica ochetta e che comoda bigoncia!".
«Inutile ripetere la storia: il fatto è che, allontanatasi la signora
Giuseppina, io dovevo precipitarmi a comprare un'ochetta di pezza e una comoda
bigoncia uguali a quelle della fotografia.
«Albertino, legato convenientemente con spaghi e fil di ferro, veniva poi
costretto a giocare con l'ochetta vicino alla bigoncia, collocata nella
sala-salotto-stanza di soggiorno.
«"I
bambini hanno i loro capricci" ha spiegato la dolce signora del mio quarto
piano, appena è entrata la signora Celestina.
«La
signora Celestina ha mostrato di gradire molto il Carpano è si è degnata di
sorridere ad Albertino poi, cadutole per forza l'occhio sulla fotografia del
giornale ha sospirato:

Milano,
1941.
Giovannino, ricuperato Albertino che non molla l'ochetta di gomma, lo riporta a
casa.
Lungo
la strada del rientro scatta 2 delle 32 istantanee 32 nei prati di Milano.
«"Che
magnifico cortile! Che belle mattonelle pulite e lucide, che intonaco stupendo.
Altro che il nostro cortilaccio pieno di topi!".
«Uscita
la signora Celestina, la dolce fabbricatrice di Albertino ha ripreso per la
quarta volta a camminare furiosamente lungo il circuito dell'appartamento. Alla
fine del decimo giro si è fermata di scatto davanti a me.
«"No"
le ho detto allora calmo ma deciso. "Non cambio casa neanche se mi uccidono!
Non mi sento di trovare una nuova casa dove ci sia un cortile a mattonelle. E
poi occorre troppo tempo. L'attualità della foto passerebbe."
«La
insigne compatriota ha abbassato il capo.
«"Hai
ragione: queste piccole vanità borghesi non bisogna averle" ha ammesso. "Tutt'al
più possiamo comprare poche migliaia di copie del giornale per spedirle a
qualche conoscente e per far tappezzare la sala, l'anticamera, la cucina, la
camera da letto e magari il bagno e la stanzetta della cameriera. Nella cantina
e nel solaio quando ce ne sono venti o trenta copie attaccate qua e là è
sufficiente."

Questa seconda istantanea, in particolare,
rivela a un occhio attento che uno spiacevole incidente idraulico è venuto a turbare l'eleganza del completino.

Milano,
1942.
Albertino al Parco: al suo fianco biondeggia
il
frumento "autarchico" di guerra.
«In
quel preciso istante Albertino, salito decisamente sull'ochetta, è entrato col
costumino nuovo nel
bigoncio pieno d'acqua rovesciandolo, e io, vedendo le estremità inferiori dei
mobili accarezzate dalle onde, ho pensato con nostalgia a Venezia.
«Il che
è bello e istruttivo.»

Milano,
1942.
Caseggiato di città con parete cieca affrescata con il sistema del
trompe-l'oeil.
la scoperta di Milano 1942, le
strade, le case

Milano, 1942.
Le strade, le case invadono la periferia. L'ultima immagine
di un prato.
Sul fondo una grande fabbrica con una ciminiera - simile a un
minareto - che inizia ad avvelenare la città.
Sulla nuova strada che fiancheggia il prato, patetico, un
carrettino tirato a mano.

Milano, 1942.
Tra le nuove costruzioni, in primo piano, le carovane
e la baracca del Tirassegno.

Milano, 1942.
Immagini surreali di una nuova città senza volto che non ha
più
le caratteristiche della vecchia e non ha ancora quelle della
nuova.


Milano, 1942.
Giovannino ha posato l'angioletto violinista della Val
Gardena sul violino del fratello,
militare in Russia che, dato per disperso, tornerà incolume a
casa.

Milano, 1942.
Albertino dorme e la macchina da scrivere di Giovannino
riposa: l'angioletto della Val Gardena tiene sotto controllo la situazione.
Sono gli anni di Casorati, Sironi, De Chirico e Carrà.
Giovannino subisce l'influsso creativo di questi nuovi maestri e non avendo il
tempo per la pittura si affida all'occhio delle sue macchine fotografiche, dopo
avere affiancato alla piccola vecchia Zeiss e alla Voigtlnder una fiammante
Rolleiflex.
Tra le foto di un Alberto "di professione neonato" tra le
braccia di Ennia, nell'appartamentino del quarto piano del numero 18 di via Ciro
Menotti compaiono oggetti apparentemente disparati ma perfettamente intonati fra
di loro. L'oggetto più importante per Giovannino è il leggerissimo angioletto
della Val Gardena intagliato nel cirmolo. Lo seguirà nei Lager tedeschi e nel
duro carcere italiano:
«Intanto avevo ricuperato il mio angioletto e, vedendolo, il
Giovannino fatto d'aria sorrise: «"È sempre lo stesso che avevamo nel Lager?".
«"Sì" spiegai. "Ma in carcere non riusciva a
volare."
«"Nel Lager era bello perché, se mancava il pane,
riuscivamo a far volare anche gli angioletti di legno...".»

Milano, 1942.
"Natura morta" con La Stampa, una bottiglia di latte e la
Beretta d'ordinanza di Giovannino.
Quando Giovannino ha posato quell'angioletto sul carrello
della macchina forse pensava a Giacomino:
«Un bambinello alto una spanna, con un camicino bianco che
gli arrivava fin sui piedini, con la testolina ricciuta e con due aluzze sulle
spalle. (...) Per due mesi mi fece compagnia. Ogni notte lo toglievo dalla tasca
della mia vestaglia e lo mettevo a sedere sul carrello della macchina da
scrivere. E Giacomino se ne stava fermo, immobile, e, quando il campanello
suonava, alzava il braccio, mi guardava e sorrideva».
Quando la madre, «una giovane donna con un candido camicione
e due alette sulle spalle», è venuta a riprendersi il bambino che si era perduto
dopo la loro morte improvvisa, «che fatica a metter giù due parole che Giacomino
non mi guarda più, seduto sul carrello della macchina». (...)

Milano, 1942.
Ancora La Stampa. Un macinino nasconde una notizia di guerra:
«Attività di artiglieria e di pattuglie nelle zone di Tobruck e di Giarabub».

Milano, 1942.
Una lucerna a petrolio e una mela posate ancora sulla Stampa:
il "Pronto Soccorso"
per le discese precipitose nel rifugio quando suona la sirena
d'allarme aereo.

Giovannino, suggestionato dai pupazzi di Bruno Barilli, si
autocaricatura assieme a Ennia confezionando due pupazzi in panno e gesso con le
sembianze di vecchietti. Fotografa i due pupazzi usando come sfondo uno scorcio
di binari di Parma dipinto da Bandieri: si tratta di quei famosi binari della
curva del casello 107 vicino al cavalcavia di San Giuseppe che Giovannino ed
Ennia attraversavano di corsa per andare a sedersi sul prato dall'altra parte.

Giovannino utilizza quella foto nel 1958 per illustrare nel
«Corrierino delle famiglie» «Il segno sul muro»: in questa puntata Giovannino,
osservando i figli, si sente improvvisamente vecchio.
«Qualcuno si ferma ancora davanti al cancello di casa mia e
io me ne accorgo subito perché Amleto smette di abbaiare.
«Amleto abbaia soltanto quando non c'è nessuno. La solitudine
e il silenzio lo deprimono e abbaia per farsi compagnia.
«Vado a spiare dalla finestra del tinello e se, davanti al
cancello verde, vedo qualcuno che non conosco, esco in cortile a fare due
chiacchiere. Si tratta spesso di lettori del "Corrierino delle famiglie": papà e
mamme che ritrovano in quelle cronachette se stessi e i loro ragazzi. Mi dicono
che Amleto va bene, che io sono come mi pensavano ma un po' più piccolo, che
Margherita, molte volte, dimostra di avere più spirito di me. Domandano come sta
Albertino e chiedono di conoscere la Pasionaria.

Milano, 1942.
Giovannino subisce il fascino del '900.

Milano, 1942.
Giuseppe Verdi, dalla copertina dell'Illustrazione Italiana,
ricorda a Giovannino la loro Bassa.
«Rispondo immancabilmente che è a scuola o a casa di qualche
compagna. Se la sciagurata sopraggiunge caracollando sulla sua bicicletta, o se
viene sulla soglia di casa per informarsi se l'ho chiamata e mi vedo costretto a
mostrarla ai visitatori, accade sempre che i visitatori si mostrano
profondamente delusi.
«"Non è più una bambina" borbottano. "Sta
facendosi una signorina." "Si capisce che sta facendosi una signorina,
però contro la mia espressa volontà..."»

Marore (PR), settembre 1940.
Lina Maghenzani e Primo Augusto Guareschi in posa per il
figlio Giovannino assieme a Ennia e Albertino.
Marore, via Solari la famiglia si unisce

Marore (PR), settembre 1940.
Un filare ricco di uva «pisón'na» (chissà se ce
n'è ancora qualche vite in giro)
fa da sfondo e incornicia la Gioventù italiana,
Capo centuria e "abusiva" comprese.
Settembre 1940 Ennia è in lutto per la morte
della mamma. Con Albertino di pochi mesi (foto a sinistra), è a Marore ospite
della signora Maestra.
Settembre 1941. La scuola non è ancora iniziata
e la signora Maestra, Capo centuria, può seguire l'istruzione delle Giovani
italiane. Giovannino fotografa la centuria, la Capo centuria e l'abusiva: Ennia.

Marore (PR), giugno 1941.
L'ultimo giorno in campagna. Domani si rientra a Milano.

L'aria di campagna è più leggera che a Milano
perché qui non si avvertono ancora le prime conseguenze del vento di guerra: la
tessera e il razionamento. Qui ci sono tanti amici ed è più facile trovare della
"materia prima". Giovannino, dopo le solite 32 istantanee 32, riporta la
famiglia a Milano.
«Oggi, approfittando della giornata festiva, mi
sono recato in una amena località dei dintorni a prelevare una distinta madre di
famiglia e un Albertino i quali, adducendo la scusa di andarsi a scaldare al
rozzo focolare dei nonni, si erano allontanati dal freddo domestico. (...) Sono
rimasto nel corridoio vicino alla porta dello scompartimento in modo da poter
sorvegliare agevolmente il valigione, tenendolo a stretto contatto delle mie
gambe, e in modo da poter offrire al ricordato Albertino lo spettacolo
interessante del mio viso ogni qual volta mi pervenisse dall'interno dello
scomparto la richiesta della mia persona: "Babài".
«Il buon Dio perdoni il mio orgoglio, ma
Albertino è un essere eccezionale. Alla sola età di anni uno e mesi sei, sa già
pronunciare tre parole: "mamma", "Babài" e "Maba". La
quale ultima voce, significante "mamma-babbo", dà una idea della
singolare facoltà di sintesi del nominato personaggio. (...)
«A un bel momento mi sono detto: "Giovannino:
noi sappiamo che la valigia è un recipiente di cartone il quale serve per
trasportare da una località all'altra oggetti vari. Sotto questo punto di vista
si potrebbe addirittura definire la valigia come un veicolo: in fondo una
carrozza ferroviaria non è forse una valigia con ruote?.

Marore (PR), giugno 1941.
Albertino nel prato dei vicini, la famiglia
amica Rastelli.
Sul fondo si vede il palazzo delle scuole dove
abitano i nonni.
«"Ma questo non c'entra. Piuttosto
consideriamo un altro fatto: perché, invece di stare in piedi, non ti siedi
sulla valigia? Il Tommaseo esclude che la valigia possa essere definita un
sedile: ma il Tommaseo evidentemente non si è mai trovato a dover viaggiare in
piedi".
«Ho deciso di sedermi sulla valigia e, per far
questo, afferrata per le maniglie la valigia, l'ho spostata adeguatamente. E mi
sono accorto che la valigia sembrava piena di piombo. (...)
«Ricordavo che, alla partenza da Milano, la
valigia era piuttosto leggera. Una vesticciola, due ciabatte, qualche
magliettina non hanno un peso eccessivo. Anche ammettendo che l'aria salubre
della campagna avesse irrrobustito i già detti indumenti, non si poteva credere
che fossero tanto aumentati di peso.
«Ho scarabocchiato su un foglietto: "Che
cos'hai dentro la valigia?" poi ho passato la missiva alla distinta utente
delle ferrovie.
«La dolce compagna dei miei sogni di scapolo e
del mio risveglio di coniugato, per tutta risposta ha mosso in un certo modo una
mano come per dire: "Giovannino, lo vedrai quando saremo giunti a casa".
«Ho formulato mentalmente un elenco: burro,
formaggi, olio, carni insaccate, uova, caffè, patate, farine alimentari, lardo,
strutto, pasta, cuoio, pellami, lana, stoffe. Ecco quello che doveva essere
contenuto nella valigia.
«Un uomo ha ben presente che la legge gli vieta
di rubare fino a quando non gli 'capiti sotto le mani qualcosa che è possibile
rubare. Figuriamoci una donna.
«Mi sono sentito profondamente a disagio: se
avessi avuto fra i piedi una valigia di dinamite non mi sarei trovato peggio.
«Istintivamente mi sono staccato dalla valigia
appoggiandomi all'altra parete del corridoio. Intanto il treno volava verso
Milano e io ho pensato a Le mie prigioni e all'abate Faria.
«Non potevo farne niente. Una sola persona stava
con me nel corridoio e fumava un grosso sigaro affacciato al finestrino. Questo
mi ha suggerito un'idea: mi sono affacciato anch'io e ho preso a fumare.
«Poco dopo mi sono sentito chiamare: "Signore,
è vostra quella valigia?".
«Un uomo in divisa mi indicava il mio valigione
che, nel frattempo, era caduto.
«Eravamo soli, nel corridoio: il signore che
prima fumava era tornato nel suo scompartimento. Un'altra valigia pressappoco
uguale della mia era li presso; ho preso un'ardita risoluzione.
«"No: la mia valigia è quella là."
"Nessuno na rivendicato la proprietà
dell'insigne fagotto e, alla fine, l'uomo in divisa, raddrizzato la valigia, si
è messo a chiacchierare con me:
«"Vediamo di chi è quell'arnese".
«Oramai stavamo entrando nella stazione. Dovevo
per forza afferrare la valigia che avevo riconosciuto come mia e scendere. Ho
affidato il valigione a un facchino e ho recuperato la famiglia.
«A casa ho urlato: il buon Dio mi perdoni, ma ho
urlato. Ho affermato che certe cose non si fanno, non si debbono fare, che la
ghiottoneria non deve mai far dimenticare la legge, e una donna, quando occorra,
deve saper essere un uomo e adeguarsi serenamente alle contingenze.
«La insigne coautrice di Albertino ha approvato
con il capo. «"Cosicché tu hai salvato tutto scambiando la valigia?" «"Sì."
«"Peccato: oltre agli indumenti miei e di
Albertino conteneva un ferro da stiro elettrico, una pendola e una scatola di
torroni che mi avevano regalato i nonni. Vedi almeno di restituire la valigia
che tu hai presa in cambio: potrebbero accusarti di furto."
«Ho abbassato il capo e ho aperto il valigione
sconosciuto per vedere se ci fosse qualche cosa che servisse alla
identificazione del proprietario.
«Il buon Dio mi perdoni se ho urlato una
parolaccia. Ma era piena di burro, salumi, formaggi, lardo, olio, patate, lana,
caffè, pollami, uova, zucchero.(1
«Poi ci hanno telefonato dalla stazione che era
colà giacente una valigia la quale, da carte ritrovate nell'interno, risultava
nostra.
«Il che è bello e istruttivo.»
(1

Marore (PR), giugno 1941.
Ennia e Albertino con Gina Rastelli, il figlio
Gianni e la nipote.
Marore, sede di fortuna,
lo sfollamento
Giovannino ha vissuto in famiglia nel palazzo
delle scuole di Marore dal 1921 al 1930 e poi si è trasferito a Parma in borgo
del Gesso. Ma anche in quel periodo Giovannino ha tenuto i contatti stretti con
la famiglia e i numerosi amici di gioventù.

Marore (PR), giugno 1941.
La famiglia Rastelli al completo.
Fra questi amici un particolare affetto lo lega
alla famiglia Rastelli che conduce a mezzadria un podere confinante con le
scuole.
Questo legame che unisce la famiglia di
Giovannino con la famiglia Rastelli, e che si cementa nel periodo dello
sfollamento, raggiunge il suo apice nel periodo della sua prigionia in Germania.
In quel periodo nasce Carlotta e anche in campagna si sentono i disagi del
razionamento.
Ma non per Carlotta e Albertino che vengono
amorevolmente seguiti dalle donne di casa Rastelli che ogni giorno portavano un
pentolino di latte della loro mucca migliore e pane bianco.
Giovannino non dimenticherà questa loro
affettuosa e tangibile presenza. Anni dopo, nel racconto "I cittadini" si
ispirerà alla famiglia Rastelli parlando della famiglia di Anselmo Bognattl che
ha aiutato in tempo ai guerra la famiglia di un cittadino, l'avvocato Antonio,
sfollata in campagna.
L'avvocato Antonio, però, d'accordo con la
moglie, passato il periodo di difficoltà, ha volutamente dimenticato chi lo ha
aiutato. Ma non la figlia che la pensa come Giovannino: in poche righe piene di
amicizia e riconoscenza, ricorda il bene e l'affetto ricevuto dalla "rezdóra" e
dai familiari:
«"Io la chiamavo nonna perché le volevo bene
sul serio. E quando è morta me ne è dispiaciuto come se fosse mia nonna davvero.
Mi faceva le focacce, mi regalava le ova fresche, la marmellata di prugne che mi
piace tanto, mi raccontava le storie di quando era ragazza. Non mi ha mai fatto
pagare niente, poverina. E anche Anselmo e sua moglie erano pieni di gentilezze
con me. Quante volte mi hanno tenuto a desinare con loro? Puoi dire quasi tutti
i giorni, mamma. (...)
«"Io mangiavo con un appetito che vorrei
avere adesso: scodellone così di minestra col lardo, piattoni così di patate
fritte con lo strutto... Che meraviglia. E quando andavo ad aiutare Anselmo a
voltare l'erba falciata, o a caricarla sul carro. E il giorno della trebbiatura,
e i giorni della vendemmia. E quando lavoravano la carne del maiale... Chi se ne
accorgeva allora che si era in guerra?"».
Nel febbraio del 1943 l'appartamento di
Giovannino in via Ciro Menotti viene distrutto dal bombardamento alleato. La
famiglia è già da mesi a Marore e Giovannino, richiamato alle armi e in licenza
di convalescenza, 'abbandona le macerie di Milano e la raggiunge nella sede di
fortuna di Marore dove si dedica al figlio e alla pittura.
Nella foto che segue si riconoscono,
sull'armadio, l'olio su legno «L'allarme» (a sinistra) «Il cappello
matrimoniale» (al centro) e «Prete che mangia l'anguria in riva al Po» (a
destra). Non si hanno notizie del quadro sul cavalletto che raffigura Giovannino
con la famiglia sulla mano e neppure del quadretto al muro.
«Sarà bene tener presente che io, mentre da un
lato ho il difetto di possedere una cassetta completa di colori a olio,
dall'altro (pur chiamandomi Giovannino ed essendo mite come un farfallo) ho il
difetto di prediligere le cose in "accio".
«Più che un pezzo di pane, mi piace di pensare
che sto mangiando un "pezzaccio di pane"; più che andare in bicicletta amo
figurarmi di "dare due pedalatacce". Le cose in "accio" danno un po' l'idea
dello stramaledetto, del diotifulmini, e tutto questo mi seduce.
«Cosicché, nel pomeriggio di ieri, scoperto il
"pioppaccio", sono sceso di bicicletta e ho esclamato: "Giovannino, agguanta
un pezzaccio di cartone e con quattro bottacce di verde e di cilestrino ferma
questa immagine stramaledetta".

Marore (PR), 1943.
Giovannino ha trasformato lo stanzone-ricovero dei mobili in atelier d'artista.
«Una carrareccia si inoltrava in mezzo a un
prato nudo e immenso e, al principio di essa, come un gigante a guardia di un
Sahara coltivato a spinaci, si levava un altissimo pioppo.
«Ho alleggerito la mia bicicletta dalla zavorra,
prima di schizzar via verso casa: e ciò vuol dire che quel famoso Albertino era
con me; per la qualcosa, toltolo di peso dal suo sediolo e legatolo per un
piede, con un lungo fil di ferro, al tronco del pioppaccio, l'ho pregato di non
allontanarsi che sarei tornato subito. (...)

Marore (PR), 1943.
Un carro trainato da due buoi fermo in mezzo
alla strada con un contadino probabilmente ha ispirato il nostro racconto.
Il contadino pare tranquillo: si capisce che non
è ancora stato assalito e morsicato da Albertino...
«Al mio ritorno ho trovato Albertino in mezzo
alla carrareccia ancora legato per il piede al tronco del pioppaccio. Ma la
faccenda non era poi tanto regolare come potrebbe sembrare: un vecchio
contadino, infatti, fermo davanti ai buoi del suo carro, stava imprecando:
«"I bambini non si abbandonano!".
«"Ma è legato" ho
obiettato io.
«"Quando si hanno dei bambini così, non
basta legarli, bisogna mettergli anche la museruola come dicono i regolamenti!
Intanto, perché io volevo passare, mi sono preso una morsicata nella gamba! E se
è idrofobo?"

Marore (PR), 1943.
L'assedio è stato tolto e il carro riprende la
sua strada.

Marore (PR), 1943.
La voce si è sparsa e tutta la comunità è allertata: «Albertino in vista!».
«Ho rassicurato l'agricoltore, e il buonuomo è
passato finalmente col suo carro. Poi ho rimproverato severamente Albertino:
«"I bambini per bene non devono morsicare le
gambe ai contadini".
«"No bambino, io tàne!" ha risposto
Albertino indicando il fil di ferro che lo assicurava al fittone. «Ho abbassato
il capo confuso. Quale terribile lezione per un padre!»

Marore (PR), 1943.
Un pastore con l'ombrellone aperto e una
contadina con una fascina di legna sulle spalle sospingono un gruppo di capre.
Giovannino, dopo aver scoperto l'ultimo disastro
perpetrato da Albertino con un certo timbro malefico, è infuriato. Intanto
Albertino, di soppiatto, restituisce l'arma del delitto.

Marore (PR), 1943.
Il volto innocente di Albertino non deve
trarre in inganno: ha appena finito di timbrare tutto,
nonni compresi, e cerca di "far su" un
Giovannino infuriato.
«Ritrovo il timbro sul tavolo. C'era un po'
d'acqua per terra e ora, sui mattoni chiari, si vedono le impronte di
piccolissimi piedi dirette verso l'uscio della stanza da letto. (...)
«Ma le impronte di quei piedini sono così
piccole, sembrano fiorellini sbocciati sullo squallido mattone, e io le guardo e
mi commuovo come un Giovannino qualunque.
«Il che è bello e istruttivo.»

Marore (PR), 1943.
Ultimi giorni di serenità estiva. A destra: la
foto di Albertino che farà compagnia a Giovannino nel Lager assieme a quella,
clandestina,
di Carlotta scattata da Pino, il fratello, e
inviatagli mascherata dentro un gomitolo di lana da Ennia.

Estate serena di Giovannino assieme alla
famiglia sfollata a Marore. Tra pochi giorni rientrerà in caserma e tra due mesi
partirà per l'internamento in Germania. Giovannino scatta le ultime 32
istantanee 32 facendo il pieno di sole, di fiori e di colori. Il loro ricordo
gli scalderà il cuore nei due lunghi anni freddi e grigi nei Lager di Polonia e
Germania.

Marore (PR), 1943.
Albertino nel parco della villa dell'architetto
ducale
Ennemond de Petitot
(Lione 1727 - Parma 1801).
Giovannino, quando scatta queste foto, ha già
fatto i suoi foto-ciclo-reportage sulle Alpi e lungo la Via Emilia. Osservando
le fotografie scattate in quelle occasioni scopriamo che i suoi foto-appunti
servono per illustrare situazioni particolari: sono rare le foto di scorci
pittoreschi o monumenti storici che, in quelle foto, funzionano solo da sfondo o
contenitore.
A Marore Giovannino scopre la sua terra e la sua
gente. Fotografa gruppi familiari, scorci, case di campagna e il campanile con
in cima la palla di ghisa che lui ha portato fin lassù da ragazzo.
Fotografa filari di viti, piante gabbate, pali
della luce: li ritroveremo tutti nei disegni che lui farà per illustrare i
racconti del Mondo piccolo.

ABBONDANZA E CARESTIA
Giovannino riprende la pianta gabbata in
questo disegno
in Don Camillo e il suo gregge nel 1953,
illustrando
il racconto «Abbondanza e carestia».

LA PAURA CONTINUA
Un pedone preoccupante cammina sulle strade di
Marore nel disegno fatto
da Giovannino per illustrare un racconto del Don
Camillo.


Marore (PR), 1943.
Giovannino ha usato questa foto per illustrare
su Candido il racconto «Il fischio».
Quando Giovannino era ragazzo, il parroco di
Marore era don Lamberto Torricelli. Siamo andati a salutarlo nel cimitero di
Marore.
La foto della lapide ci ha mostrato un specie di
gigante con la faccia da buono e con «mani grosse come badili». Proprio come
quelle di don Camillo.
Don Lamberto è stato il primo parroco di
campagna al quale ha pensato nostro padre descrivendo il suo pretone della
Bassa: lo conferma la «Lettera a Sua Santità Pio XII» apparsa su Candido nel
1947, sei mesi dopo la nascita di don Camillo.
«Io sono un piccolo borghese della Cristianità:
"Una specie di cavallo il quale, invece di venire almeno due volte al giorno
in chiesa per ringraziare Sant'Antonio Abate di avergli impedito fino a ora di
violare dichiaratamente i Comandamenti, approfitta del fatto per santificare
soltanto la festa del Natale".
«Così diceva il mio vecchio parroco il quale
assomigliava molto a don Camillo.
«E aggiungeva: "Ma ci sarò io sulla porta
del Purgatorio, caso mai tu ci arrivassi per sbaglio, a cacciarti all'Inferno a
pedate!". "Risparmiatevi il disturbo, reverendo" rispondevo
allora. "Io vado diritto in Paradiso." Dopo di questo il parroco mi
allentava uno scapaccione e poi mi insegnava a fare il compito di latino.»

Castelmassa (RO), 1941.
«Guardando questa foto mi sono venute alla mente
le storie di Mondo piccolo.»
Così Giovannino, nel 1948, la incornicia e la
mette sulla copertina di Mondo piccolo.