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SANT'ANDREA: la pieve

 

 

 

 

 

 

 

 

La pieve di S. Andrea (frazione di Busseto) sorge in quella parte del territorio parmense che fu giurisdizione, prima della Diocesi di Cremona e, dal 1601, della Diocesi di Borgo San Donnino appena costituita. La sua esistenza è testimoniata già nel 915-924 periodo della cosiddetta "inquisitio" voluta dal Vescovo di Cremona Giovanni per la definizione dei confini diocesani al di qua del Po in zona parmigiana, e per contrastare le rivendicazioni delle chiese milanese, pavese e piacentina.

Dunque, una pieve importante dalla quale, sappiamo, dipendevano nel 1385, sei chiese che versavano le decime e che perse le sue prerogative, anche su Busseto, con la nascita della chiesa collegiata, appunto di Busseto, nel XV secolo.

Nello stesso periodo fu completamente ricostruita sul preesistente edificio a navata unica. Successivamente furono aggiunte le navate laterali, di cui l'ultima, di sinistra, è moderna. L'arco trionfale e la zona presbiteriale sono della metà del 1700 come diverse delle opere pittoriche tra le quali la pala dell'altare maggiore raffigurante S. Andrea di Pietro Balestra.

Oggi, come si è detto, della pieve antica non resta nulla ma la sua collocazione in aperta campagna sollecita l'immaginario storico a pensarla presidio forte, punto di riferimento nella fascia di pianura tra Via Emilia e Po, in un paesaggio selvaggio dove la facevano da padrone paludi e boschi, come ricorda l'illustre medievista Vito Fumagalli nelle sue opere dedicate al paesaggio padano a cavallo del 1000.

La parola pieve ha sempre avuto una risonanza speciale. Prima dell'immagine concreta di questo o quel sito, pieve suscita un richiamo atavico, attesa o nostalgia di un luogo a metà strada tra cielo e terra. Un anticipo di paradiso. Sarà forse lo stile romanico — sintesi mirabile del sentire cristiano — che ti riceve nella rotondità dei suoi archi e nelle sue penombre (grotta, rifugio, grembo), nella solidità dei suoi volumi, nella frequente solitudine dell'edificio, immerso in un contesto creaturale di seducente semplicità, grandi alberi, prati e radure spruzzate di fiori, canti di uccelli o cicale, odori di muschi, funghi, essenze...

Sarà la patina del tempo che disegna fantasie antiche nelle fessure della pietra, nei ricami dei licheni e dell'erica, nelle decorazioni scolpite sulla pietra e un po' deturpate da geli o calure... Sedimento di giorni che rende anche più evocativo il parlare di pievi. Chi le ha concepite e costruite voleva esprimere la fede — condivisa e diffusa — in Gesù Cristo.

Seguendo le antiche regole, il costruttore doveva rivolgere l'edificio verso il sorgere del sole, luce che vince la notte, e dunque palese immagine quotidiana della vittoria di Cristo sulla morte. C'è stato persino chi ha studiato l'entrare dei raggi dalla tal finestra nella tal festa, rendendo strepitosa la complicità del sole in questo gioco del fissare la fede e rendere secolare il suo sentimento. La pieve invita al banchetto del silenzio, suscita richiami interiori, ti immerge nella preghiera, dove — traendo respiri di pace — ti riassumi tutto davanti al Signore e da questa sorgente ricevi energie per nuovi cammini. La pieve, solitamente immersa nel silenzio, di tanto in tanto si anima di voci, di passi, uomini donne bambini, suoni di campane, canzoni: la plebs dei fedeli si dà appuntamento per far festa a Colui "il cui trono è il cielo e la terra è lo sgabello dei suoi piedi". L'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, ma peccatore e malato, viene a incontrare il suo medico in croce, lo sposo che offre corpo e sangue per la sposa, il Signore della danza che ad ogni movenza crea nuove tutte le cose. La semplice austera pieve si riveste, in quei momenti, di colori e abiti "della festa", di incontri, sorrisi, saluti, battute confidenziali. I riti consueti diventano più ampi e curati; dai posti dove di solito si resta fermi, ci si muove per le processioni, si esce portando le immagini dei Santi, si percorre la terra intorno alla pieve. E tornando all'interno si leva alta l'eco dei canti che esprimono la devozione, il cuore credente.

Pieve deriva da plebs, popolo, come duomo viene da domus, casa, come chiesa da ecclesìa, gente convocata. Una catena coerente di linguaggi e significati. Prima un popolo radunato dalla fede, poi una casa per questo radunarsi. Dunque, non un edificio "sacro" in sé (per quante suggestioni susciti un tale luogo), ma sacro perché "santo è il tempio che siete voi" (lo dice Paolo apostolo). Così, chi arriva al raduno si sente chiamato a diventare lui stesso porta aperta al cielo e al prossimo, pietra solida di una casa spirituale costruita di amore, voce che fa vivere nel quotidiano respiro ciò che la pietra — muta — evoca e insieme nasconde. La pieve rimane, stabile, carica della sua spiritualità, pronta per ogni ginocchio che desideri toccare la terra, perenne come fonte per ogni sete, testimone pacifica del Creatore e delle sue grate creature.

 

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