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MADONNA PRATI: 300 anni del Santuario
di manfredo cavitelli

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IL SANTUARIO DI MADONNA DEI PRATI:
a cura di Don Carlo Capuzzi e Guido Conti

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Mi hanno accompagnato da ragazzino spesse volte

al Santuario dalla Madonna dei Prati per impetrare

grazie e protezione per un natura pieno dl speranze.

Oggi, nel ricordo dell'opera dei miei Genitori, dedico

loro questo opuscolo con imperitura riconoscenza.

Come forse non è mai successo nel passato. assistiamo oggi alla scoperta del desiderio di sapere che, con sempre maggiore insistenza. dimostriamo nei riguardi dei fatti e delle cose accadute ieri, riaffiorati da lugubri anni di miseria “nera” vissuti dai nostri avi, dei quali ci compiaciamo di riscoprire la storia che, ancorché lontana, è pur sempre alla base della nostra esistenza.

Se poi alla curiosità per l’antiquariato si affianca - come in questo raso — l'occasione di un avvenimento importante attorno ad una realtà che da centinaia di anni non ha mai smesso di occupare una porzione determinante della nostra vita spirituale, allora sarebbe veramente riprovevole far finta di niente e passare oltre...

A testimonianza dell'attaccamento alla Madonna del Prati, che — diciamolo chiaro non è mai venuto meno ma che in un'occasione così particolare vogliamo maggiormente dimostrare, rimanga pertanto questo libretto che mi auguro possa anche assolvere alle due diverse esigenze: glorificare il Tempio dedicato alla nostra Protettrice e costituire una raccolta sicura di notizie e di storia da lasciare in custodia a chi ci seguirà.

Confidiamo anche, con serenità e fiducia, che, pur in un mondo destinato inevitabilmente a vorticosi cambiamenti, ci si possa ritrovare tutti fra altri 300 anni, e poi ancora 300, e così via, a ripetere assieme questo atto d'amore e di devozione.

L'Autore

 

20 OTTOBRE 1690-1990

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEI PRATI COMPIE 300 ANNI

Dopo i disboscamenti  che i Benedettini di Castione Marchesi e i Cistercensi di Chiaravalle e Fontevivo avevano operato dall'anno 1000 in poi lungo la profonda fascia rivierasca tra il Po e la Via Emilia. e prima che vi si stabilissero centri abitati, poche strade e pochissime case coloniche davano segno di vita in quell'immenso territorio piatto e silenzioso. I mezzi di cui disponevano le genti di quei tempi e il disagio della lontananza accentuato dalla scarsa e cattiva viabilità, rendevano quei luoghi poco adatti alle coltivazioni che esigono un frequente apporto di mano d'opera. E poiché la feracità del terreno favoriva una vegetazione rigogliosa, i contadini trovavano più conveniente coltivare i campi a prato.

Per questa diffusa tendenza ed in mancanza di ragionevoli alternative, la maggior parte della zona presentava vaste distese di prati punteggiati da qualche salice o da rari chiostri di pioppi. Ancora non molti anni fa, per quelle zone che non erano totalmente appoderate, erano rimaste in uso le denominazioni di «Prati di Roncole», «Prati di Frescarolo». «Brè» (che forse una volta era “pré”) e poi ancora «Misericordia». «Borghese». ecc.

Fu proprio nella zona del prati di Roncole che intorno al 1600 fiorì uno del tanti episodi di pietà cristiana che — come cippi marmorei stanno incrollabili nei secoli a misurare e testimoniare la continuità e profondità della fede religiosa nell'animo della gente.

Fra i contadini che frequentavano per ragioni di lavoro quel luoghi solitari, la suggestione della Natura e del Creato e la solennità dei vasti silenzi facevano da sfondo a interiori angoscie ed ansie che sfociavano nella ricerca del distensivo e riposante mondo dell'amore.

Per merito di qualche parroco che, al pari dei colleghi missionari che visitarono il mondo, percorrevano quelle lande a piedi, il nome della Madonna cominciò ad essere ripetuto sempre più insistentemente nel rari incontri fra villici e nelle intime riflessioni. Qualche mano pia appese ad un pioppo un'immagine sacra: qualche altra vi depose un mazzetto di fiori agresti. Circolarono voci di grazie ottenute, si infittirono le visite del devoti.

Nei prati della Colombarola — così era denominata la località — fu eretta nel 1632 una ceppellina con l'immagine dipinta della Madonna e il numero dei fedeli che vi affluiva dal paesi circostanti Si fece folla. L'eco di queste ardenti manifestazioni popolari di devozione a Maria attirò l'attenzione dell'autorità ecclesiastica. Il Vescovo di Borgo S. Donnino (ora Fidenza) Mons. Nicolò Caranza inviò sul luogo il suo Vicario Generale ed una commissione di altri tre sacerdoti con l'incarico di appurare le cause. l'importanza e l'attendibilità di quanto si stava straordinariamente verificando. Dopo accurate e caute indagini gli inquirenti stabilirono l'esistenza di numerosi casi di guarigione e di scampati periodi per i quali non poteva essere posto in dubbio l'intervento soprannaturale della Grazia. 

Qualche tempo dopo il Vescovo si recò in visita alla cappelletta e, cedendo alle suppliche della numerosa folla accorsa da ogni parte, autorizzò l'erezione di un altare per la celebrazione della messa e nominò cappellano Don Flaminio Porci.

 

Una vistone dei prati della Colombarola dalla torre campanaria. Il podere sullo sfondo, a destra della strada, è la Colombarola. Un tempo le case in primo piano a ridosso del Santuario non esistevano e tanto meno lo stabilimento sulla sinistra. In lontananza è la zona di Samboseto.

 

Le offerte dei fedeli si erano intanto notevolmente accresciute. Dopo aver disciplinato i servizi religiosi e l'amministrazione dei fondi che si andavano accumulando, Mons. Vescovo giunto momento di provvedere alla costruzione di un tempio sufficientemente ampio ed importante che onorasse degnamente la Madonna che in tanti modi aveva rivelato la sua predilezione per quella sperduta località e per soddisfare le fervorose aspirazioni di quelle popolazioni rurali.

 

Queste note introduttive sono state redatte da mio padre

Giuseppe Cavitelli nel 1954  con l'intenzione di renderle pubbliche

in un fascicolo che avrebbe dovuto uscire in occasione

della ricorrenza del 50° anniversario della riapertura

dell'Oratorio e la sua elevazione a Santuario. Per motivi non accertati

la pubblicazione non avvenne. Restano comunque valide

le nobili considerazioni di un cristiano «di allora» ed è con

commosso piacere che le utilizzo a decoro di questo

opuscolo e per la realizzazione. sia pure dopo 35 anni,

dello scopo per il quale sono state scritte.

L'Autore

 

Il 20 ottobre 1690 S. Eccellenza Rev.ma il Vescovo Caranza, pose la prima pietra e sottoscrisse l'atto dell'importante avvenimento: iniziava così la costruzione del Tempio dedicato al SS. Nome di Maria che il popolo già chiamava Chiesa della Madonna dei Prati.

 

 

Il Vescovo Nicolò Caranza (da una incisione dell'epoca)

 

Addì 20 Ottobre 1690 ne prati della Colombarola delle Roncole nell'atrio avanti la Capellina del Nome di Maria avanti la presenza degli infrascritti Testimoni constituiti avanti di me Don Giuseppe Maria Borsi Segretario di Monsignor Illustr.mo e Rever.mo Vescovo dl Borgo San Donnino, deputato specialmente a ricevere il presente Atto.

Si dichiara in virtù della presenta scrittura, che deve servire a perpetua memoria de Posteri, si come l'anno e giorno suddetti il sottoscritto Mons. re Ill.mo Rev.m Nicolò Caranza Vescovo per la Dio Grazia, e dello Santa Sede Apostolica, di Borgo San Donnino, si è portato al suddetto luogo, dove è situata la suddetta Capellina. intorno alla quale si fabbricano li portici, ed ha messo la prima pietra del fondamento della Chiesa da fabbricarsi al suddetto Nome dl Maria, secondo il dissegno fatto dal Signor Don Francesco Calligari Architetto Parmigiano, la qual fabbrica ha mastro Giulio Bonadio di Fontanellato.

Si dichiara ancora che detta Chiesa si fabbrica di elemosine raccolte dalla Pietà dei Fedeli fatta all'Immagine della Madonna dipinta nel muro della Capellina, la storia della quale si potrà vedere dal processo_fatto dal suddetto Mons. III. Vescovo l'anno passato esistente nella Cancelleria Episcopale, dal quale consta che detta Imagine s'è conservata miracolosamente ed è stata altre volte nel luogo dove si trova al presente e si spera con l'aiuto del Signore che si trasporterà all'Altare maggiore della Chiesa cominciata a fabbricarsi come sopra.

Si deve anche sapere che il sito, cioè detta fabbrica, è stato donato dal signor Alfiere Giuglio Boselli, ch'è di tre pertiche, che servirà per fare la Chiesa, gli portici, il piazzale e un orto per il Prete.

Gli testimoni che sono intervenuti a questo atto saranno sottoscritti nella presente e sono gli infrascritti:

Don Giovanni Battista Ambrosi

Don Flaminio Porci

Don Giuseppe Delle Donne

Don Innocenzo Forni

Don Fulvio Pettorelli

Don Giuseppe Maria Borsi

Vescovo Nicola Caranza

 

Il progetto fu commissionato all'Architetto Don Francesco Callegari, lo stesso che, con lustro e sapienza, aveva disegnato quella stupenda costruzione che era il Seminario Vescovile di Fidenza, purtroppo andato distrutto con i bombardamenti dell'ultimo conflitto. Il Callegari era di Parma. e non di Roncole come qualcuno ha voluto far credere in passato, ed era il Sacerdote- architetto della Curia fidentina.

A spingere il Vescovo a decidere la costruzione della chiesa non è stata certamente estranea la disponibilità di una buona parte dei fondi necessari all'opera, rappresentati da circa 6000 Lire raccolte con le offerte dei fedeli.

Allora mancava il campanile, la cupola, il rivestimento esterno e la canonica. In compenso esistevano due portici (pronao) ai lati dell'ingresso centrale ed un altro portico sul lato destro del piazzale, quest'ultimo costruito ancora prima della chiesa; come vedremo. furono tutti abbattuti. Circa l'epoca dl costruzione della canonica, non si hanno notizie. Il campanile è del 1955 mentre, per il resto, siamo rimasti a 300 anni fa...

Le prime difficoltà sorsero quando il nobile Alfiere Giuglio Cesare Boselli, proprietario del terreno, si proclamò proprietario anche della piccola Cappella che vi sorgeva, creando problemi in relazione alle elemosine che, come detto, venivano copiosamente lasciate dai fedeli. Egli vantò pure lo stesso diritto sulla chiesa che si pensava di costruire e per meglio concretare la sua pretesa, si disse disposto a partecipare al 50% delle spese per il nuovo tempio.

Venne allora chiesto l'intervento di S.A. Serenissima Ranuccio II Farnese (Duca di Parma. Aveva ottenuto per eredità il Ducato di Castro (si ammirano ancora oggi le rovine nel viterbese, ai confini fra Toscana e Lazio). Dovette cederlo alla Chiesa di Roma dalla quale ebbe in cambio Bardi e Compiano. Aiutò anche Venezia contro i Turchi. Era molto benvoluto dai sudditi).

il quale «ingiunse» al Boselli di recedere dalle sue posizioni di intransigenza. Questi donò allora il terreno necessario limitandosi a porre come condizione che, ad opera compiuta, venisse ricordato con un epitaffio quanto da lui fatto per questa opera. La lapide di marmo che attesta questa circostanza si trova a sinistra dell'altare maggiore e dice:

 

Sanctissimae deiparae virginis imagini diu ignotae Christi fidelium pielati admirabili benefitiorum magnitudine detectae confluentibus undique populis, et mirum in modum aelcmosynis, serenissimi Raynutii II° ducis VI assensu et auspicio Julius Caesar Boselli patritius parmensis suis sumptibus suo hoc in praedio aedificaturus ecclesiam hanc alitis cessit aedificandam postmodum verò religioso in Virginem cultu fundum ad eandem extruendam in hac circustanti agrorum suorum planitie dedit, donavit, dicavit

Anno MDCXC

 

Traduzione:

Nell'anno 1690 Giulio Cesare Baselli, patrizio parmense, stando per edificare a proprie spese in questo suo campo una chiesa allo scopo di onorare un'Immagine della Santissima Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta per un'ammirabile serie di grazie le quali attrassero gente da tutte le parti e venendo anche in modo meraviglioso le offerte, coll'assenso e sotto gli auspici del Serenissimo Duca Ranunzio II°, lasciò che altri all’arezione della chiesa stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che nutriva per la Vergine, diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante distesa di campi suoi per costruirla.

 

Sul pilastro che divide l'altare maggiore dalla cappella di destra, vi è poi un'altra lapide fatta apporre dai figli che, a loro volta, dopo la morte del padre, dimostrarono con altri atti di generosità il loro attaccamento alla Madonna dei Prati. Questo il testo:

 

Supernae gratiarum Reginae Partonae Matri ac Dominae cuncta arae hujus ornamenta sculpturis ac sacra sacra suppellettili culte extructa in Julius Caesar Boselli vita functi ac Elisabeth Pezoli superstitis amantissimorum perentum monumentum sanguinis, pietatis, ac mentis filii peracto a genitoris morte anno posuere die v. septembris

MDCCIII

 

Traduzione:

Il giorno 5 settembre 1703 i fratelli delle nobile famiglia Boselli per onorare la memoria del padre Giulio Cesare Boselli defunto e della madre Elisabetta Pezoli vivente, loro amatissimi genitori, nel 1° anniversario della morte del padre, lasciarono come monumento del loro affetto, pietà e ricordo in questa chiesa alla Celeste Regina delle Grazie, Patrona, Madre e Signora, la sacra suppellettile e gli ornati, elegantemente eseguiti, che condecorano l'altare medesimo.

 

La chiesa si intitola al Santissimo nome di Maria e ciò è consequenziale alla venerazione che le folle devote offrivano alla Sacra Immagine che ne determinò l'erezione. La dedica peraltro risultava anche in sintonia con gli avvenimenti storici-politici-religiosi di quei tempi. La sconfitta delle armate turco-musulmane ad opera del Maresciallo Sobieski (poi divenuto Re di Polonia) a Vienna 12 settembre 1683 aveva infatti indotto il Papa di allora, Innocenzo XI, a decretare -- con bolla papale del 15 novembre dello stesso anno - che la Chiesa onorasse d'ora in poi il nome di Maria nel giorno 12 settembre di ogni anno (ora è diventato la seconda domenica di settembre). Deve quindi essere stata un'occasione straordinaria per il Vescovo di Borgo San Donnino Mons. Caranza offrire al Papa un nuovo tempio ispirato ai suoi intendimenti.

 

La ricostruzione degli avvenimenti che hanno preceduto l'edificazione del Santuario, riportati nelle pagine precedenti, così come della storia di quanto è avvenuto nei tre secoli di cui ci stiamo occupando, è stata possibile attraverso la consultazione dei manoscritti lasciati da alcuni sacerdoti che si sono succeduti nel rettorato della chiesa o hanno operato da semplici “cronisti” dei fatti dell'epoca. A cominciare da Don Flaminio Porci, primo Cappellano (o Rettore) nel 1690, al quale dobbiamo una dettagliata relazione costituita da un grosso volume contenente l'intera cronistoria della edificazione del Santuario, che ha per titolo: “Cattastro delle partite poste in questo libro del Ven.do Oratorio del Sant.mo nome di Maria delli Prati delle Roncole di Busseto” documento conservato nell'archivio della Curia Vescovile di Fidenza.

Sulla base di questo libro ha lavorato Don Sincero Badini per la pubblicazione di un opuscolo intitolato ”La Madonna dei Prati”, avvenuta nel 1904. che ha pure fornito notizie assai utili per questa ricerca.

Altre due fonti dalle quali si è ricavato una inesauribile quantità di notizie di estremo interesse sono:

- «Ricordanze Roncolesi». raccolta di episodi e circostanze riunita da Don Giovanni Fulcini in un volume datato 1907 ma nel quale sono riportale, in ordine sparso, notizie degne di essere ricordate per fatti accaduti a Roncole anche molti anni prima. Don Fulcini, roncolese di nascita, esercitò il suo sacerdozio quale canonico della Collegiata di Pieve Ottoville praticamente durante tutta la sua vita, dal 1856 al 1922. Serbò per la sua terra d'origine un amore ancestrale e dedicò moltissimo tempo a scrivere ciò che riteneva utile tramandare al posteri. I numerosi volumi lasciati sono conservati negli archivi delle parrocchie di Pieve Ottoville e Roncole.

— Il «Diario» di Don Leto Bocelli, effemeride di tutto ciò che è accaduto nel Santuario nel periodo del suo rettorato dal 29/9/1909 al 25/2/1916, corredato di riferimenti su importanti notizie relative agli eventi del passato nella storia della Madonna dei Prati. Don Bocelli. prima di arrivare a questo Oratorio, fu per diversi anni sacerdote sagrista presso la Collegiata di Busseto e per 14 anni rettore della Chiesa di S. Anna fuori le mura di Busseto (presso il Cimitero). Il Volume è conservato negli archivi del Santuario.

 

LA STORIA E LA CRONACA DI 300 ANNI

I Cappellani che si succedettero a reggere l'Oratorio sono stati:

dal 20/10/1690 al 12/8/1736 Don Flaminio Porci, Cappellano (Egli è sepolto nel Santuario come attesa l’atto di morte che riportiamo: «Nell'anno 1736 - 12 agosto il Molto Rev. Don Flaminio Porci di età di 85 anni circa, Cappellano dell'Oratorio sotto il titolo del SS. Nome di Maria, chiamato dei Prati, nella casa del medesimo oratorio rese l'anima a Dio munito dei SS. Scaramenti, il suo corpo, come lui aveva stabilito a mente sana, col permesso dei Superiori, fu sepolto nel detto Oratorio alla parte del Vangelo dell'Altare Maggiore. Il funerale fu compiuto da me: Angelo Bergamini, Prevosto della Chiesa di Roncole di Busseto, essendo l'Oratorio entro i confini di questa parrocchia».

nel 1740 Don Sonzini, Cappellano

dal 1789 al 10/1795 Don Giuseppe Bassi, Cappellano

dal 11/1795 al 12/1803 Don Angelo Rovaldi, Cappellano

dal 12/1803 al'? Don Domenico Voghera, Cappellano

nel 1819 Don Paolo Costa, Cappellano

nel 1828 l'Oratorio non aveva il Cappellano ed era affidato al Parroco di Roncole

nel 1860 Don Giovanni Zappieri, Cappellano

nel 1890 l'Oratorio non aveva il Cappellano ed era affidato a Don Antonio Chiappari, Prevosto di Roncole

dal 24/4/1904 al 27/3/1909 Don Cesare Robuschi, Cappellano

dal 4/4/1909 al 29/9/1909 Don Mario Caraffini, Cappellano

dal 29/9/1909 al 25/2/1916 Don Leto Bocelli, Cappellano

dal 4/5/1916 al 15/7/1926 Don Pietro Bonini, Cappellano

dal 16/7/1926 al 24/7/1947 Don Pietro Bonini, Parroco

dal 21/12/1947 al 21/3/1977 Don Ugo Uriati, Parroco

dal 22/3/1977 Don Ugo Uriati, Vicario Econ. (Parroco di Samboseto)

Non si dispone di memorie scritte che riportino notizie sulla vita del Santuario nei primi 150 anni. E’ certo che l'afflusso dei fedeli continuò con ritmo crescente e la fama della Madonna Taumaturga dei Prati si estese ai territori limitrofi, anche oltre il fiume Po.

La Chiesa si arricchì di varie opere d'arte ed il «beneficio» si consolidò per alcune donazioni testamentarie. Fu eretta la Canonica.

I Cappellani si alternarono regolarmente e ciascuno aggiunse il suo apporto spirituale e materiale.

Uno scossone che ha senz'altro causato un svolta negativa nel regolare procedere della vita del Santuario è venuto dal luttuoso fatto verificatosi net 1828 per la caduta di un fulmine all'interno del Tempio con conseguenze disastrose. Di questo avvenimento si tratta nella pagine seguenti.

Da quell'anno l'Oratorio non ebbe più il Cappellano, se non per periodi brevi, e le funzioni religiose si svolgevano dapprima alla sola domenica e. successivamente una volta all'anno unicamente in occasione della festività del SS. Nome di Maria.

Di questo periodo di oscurantismo si conosce ben poco. Le voci raccolte tra i villici parlano di chiesa ridotta a deposito di attrezzi agricoli e di canonica che le autorità  comunali di Busseto avevano destinato ad alloggio dello «stradino» e della levatrice.

Si hanno invece notizie precise sul risveglio dell'interesse per il Santuario a partire dagli anni attorno al 1885. Nel 1890, come vedremo, venne istituita la «Festa Votiva». Ricominciarono i pellegrinaggi e nelle «Ricordanze Roncolesi» di Don Fulcini ne sono descritti diversi organizzati su iniziativa del Prevosto Chiappari di Roncole negli anni 1892, 1896, 1898, ecc. Riguardo a quello del 1892 il nostro “relatore”, informa che si svolse con la partecipazione di circa 1500 pellegrini (tutti a piedi da Roncole, Vescovo in testa) e la somministrazione di 1400 comunioni.

In quegli anni anche i Seminaristi di Borgo San Donnino si agitavano per la chiesa di Madonna Prati e nel febbraio del 1900 prospettavano ad Vescovo Mons. Giovanni Battista Tescari il ripristino del decoro del Santuario. Ciò avvenne quattro anni dopo, con il nuovo Vescovo Mons. Pietro Terroni il quale, con atto del 23 aprile 1904 annunciava la nomina ufficiale dell'Oratorio della Madonna dei Prati a SANTUARIO.

 

 

Fra le chiese dedicate alla Vergine Madre di Dio, fondate ed erette in questa nostra Diocesi di Fidenza non occupa l'ultimo posto l'artistico, decoroso e rinomato Oratorio che viene chiamato della gloriosa Nostra Signora dei Prati e che è ormai da più di due secoli onorato dalla pietà dei Fedeli, nel quale è grandemente venerata un'immagine dipinta sul muro dell'abside della medesima Vergine che porta in braccio di Fanciullo Gesù. La si radunano non solo gli abitanti del luogo, ma spesso anche popolazioni da lontano per sollecitare aiuto nelle calamità, liberazione dai mali, sollievo nei pericoli e nelle disgrazie, consiglio nelle perplessità, cose tutte più volte ottenute dalla Madre delle grazie, come ne fanno fede gli ex-voto e i quadri sospesi alle pareti nel presbiterio della chiesa. Ma essendo stato quel sacro luogo abbandonato sia per ingiuria del tempo come per cattiveria umana e ridotto a triste stato, per favorevole divina grazia «che sceglie le cose deboli del mondo per confondere quelle forti» Cor. 1.27) avvenne che soprattutto per desiderio e cooperazione dei cari Alunni del nostro Seminario Vescovile, con raccolta di offerte, non solo potesse essere restaurato e ornato. ma venisse riportato al primo splendore e fosse provveduto nel migliore dei modi che fosse aperto tutti i giorni alla pietà dei fedeli, mediante la presenza di un Sacerdote da noi eletto per l'ufficio di celebrare e compiere tutte le mansioni del Sacro Ministero. Ed inoltre affinché in questa nostra Diocesi accresca assai il culto e la devozione verso la Madre di Dio, noi accondiscendendo ai desideri dei medesimi nostri Chierici, abbiamo pensato di accrescere la dignità di quel Tempio che specialmente nel tempo passato fu assai frequentato dai fedeli per chiedere aiuto e sciogliere voti. Orbene dunque alla maggior Gloria di N.S.G.C. Salvatore. ad onore della Vergine Madre, ad aumento della fede e della pietà. a testimonianza del nostro filiale amore a Lei che è speranza nostra, Noi con la nostra ordinaria autorità di cui siamo investiti, a mezzo del presente decreto vogliamo e stabiliamo che l'Oratorio chiamato della Madonna dei Prati, sito in Parrocchia di Roncole, in questa Diocesi e dedicato al SS.mo Nome di Maria sia innalzato ad onore di SANTUARIO della medesima Vergine, col quale titolo e nome venga distinto dagli altri Oratori di questa Diocesi e così nominato in tutti gli attii dalla Curia Vescovile.

Dal nostro Palazzo Vescovile di Borgo San Donnino, firmato di mano nostra, munito del nostro Episcopale Sigillo, la domenica terza di Pasqua, l’anno del Signore 1904, lo stesso giorno 23 aprile nel quale con le più solenni cerimonie abbiamo consacrato e dedicato il medesimo Tempio.

Pietro Terroni Vescovo

Canonico Pompeo M. Camisa

Cancelliere Vescovile

 

Di quel periodo sono da ricordare le frequenti presenze di Mons. Alberto Costa, nativo di S. Croce di Zibello, Vicario Generale della diocesi fidentina, futuro Vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa morto Vescovo di Lecce nel 1950. Mons. Costa dimostrò il suo attaccamento al Santuario lasciando in eredità la sua Croce Pettorale d'oro gemmata ed altri preziosi.

Non sono riportati avvenimenti di particolare risalto accaduti negli anni successivi. Continuò l'afflusso di grandi masse di fedeli, specie con i pellegrinaggi.

Si arriva quindi al 1926 anno in cui l'Oratorio Santuario della Madonna dei Prati diventa Parrocchia. Non può però funzionare come tale perché una parte del «beneficio» attribuitole, che doveva pervenire dalla Parrocchia di Samboseto, non venne lasciato libero dall'Arciprete di quest'ultima, Don Giuseppe Onesti, in rispetto del principio che stabilisce, come egli soleva affermare, che un parroco deve consegnare al suo successore la Parrocchia nello stato in cui l'ha ricevuta o migliorata. Dal giorno 11 febbraio 1931, con la morte di Don Onesti, iniziò a funzionare la Parrocchia di Madonna Prati.

Purtroppo anche nel periodo in cui fu rettore Don Pietro Bonini (dal 1916 al 1947) non venne tenuto un diario con la descrizione degli avvenimenti.

Nel maggio 1947 rimase per tre giorni nella chiesa, alla venerazione dei fedeli, l'urna d'argento recante le ossa di San Donnino, proveniente da Busseto. All'arrivo erano presenti 3000 persone.

La cronaca registra poi la caduta del tetto dell'attuale Rettore Don Ugo Urlati, nel luglio del 1957, con frattura (e successivo consolidamento) di entrambe le gambe.

Altro avvenimento «storico»: l'anno dopo, nel maggio, arriva a Madonna Prati il telefono!!

Infne, Il primo maggio 1950 è ricordato come giornata memoranda per l'arrivo del Simulacro della Madonna Pellegrina descritto con ricchezza di particolari nel diario del Santuario che ricorda il Carro trionfale allestito dai fedeli di Madonna Prati per la B.V., il numero stragrande di pellegrini e la quasi istantanea guarigione di un malato di Milano per il quale si sono innalzate preghiere alla fine della messa solenne, giungendo nel pomeriggio la notizia che l'ammalato grave era giudicato fuori pericolo!

Il numero delle anime, da quando fu istituita la Parrocchia, ha avuto il seguente andamento:

1926: anime 260

anni 30: anime 250

anni 50: anime 390

anni 60: anime 230

anni 70: anime 170

oggi. anime 107.

 

LA VISITA AL SANTUARIO

Chi si dirige a Madonna Prati provenendo da Busseto, Frescarolo e Roncole, segue praticamente lo stesso percorso avendo come punto dl riferimento il ponte di Sant'Ilario (Non si hanno notizie precise, ma diverse fonti ipotizzano il passaggio da queste parti di una cosi detta “strada romea” con un tracciato non bene identificato, comunque parallelo alla Via Emilia con la quale poi doveva ricongiungersi nei pressi di Fontevivo per proseguire in direzione di Berceto e la Cisa. Detta strada proveniva verosimilmente da Cremona e serviva ai pellegrini che giungevano dal Nord ed erano diretti a Roma. Fra questi si sarebbe trovato anche llario, Vescovo di Poitiers, Dottore della Chiesa ed ora Santo protettore di Parma -il Santo della scarpetta-. Siamo nel 350 circa dopo Cristo. Il nome del ponte risalirebbe a questo tatto), quel ponticello costruito chissà quando, proprio là, a Madonna Prati, dove il fosso Nazzano prosegue il suo corso verso i prati di Frescarolo finendo col tagliare a metà il territorio del Comune di Busseto.

Chi ci perviene invece arrivando da Samboseto o da Soragna, ha a disposizione la rettilinea strada comunale che, sfiorando i possedimenti, per citarne alcuni, Gonizza, Canton Santo, Palazzo Calvi, Argentina, Banzole, Fienile Vecchio. Bonifica, Colombarola. ecc., porta direttamente a Madonna Frati.

Per tutti la strada da percorrere è facilmente intuibile se non altro perché, già da lontano, si distingue all'orizzonte, tenuto sempre più libero per la metodica e rovinosa azione di taglio degli alberi, l' inconfondiblle sagoma del Santuario.

In ogni caso si arriva proprio davanti alla chiesa la cui visita sarà facilitata dalla descrizione qui di seguito resa.

L'aspetto esteriore

Dalla strada comunale si entra, attraverso un cancello, nel sagrato antistante il Santuario avendo ai lati: la palazzina della Canonica a sinistra e un modesto fabbricato a destra, già adibito a «ristorante», abitazioni e scuola ed ora destinato a locali di servizio. Sulla fronte della Canonica è incastonata una lapide a memoria della presenza di Giuseppe Verdi nella storia della chiesa, argomento più ampiamente trattato in altre pagine.

La facciata si presenta molto semplice, nella sua originaria struttura grezza di soli mattoni, senza intonaco, ma con tutta l'imponenza dei suoi 17 mt. di altezza.

L'ingresso alla chiesa è costituito da un portone centrale di oltre 4 mt. di altezza, sormontato dalla scritta Ave Maria che non ha resistito al tempo ed ora appare molto sbiadita. Un grosso finestrone ad arco si apre sulla parete superiore della facciata, a sua volta sormontato da una piccola finestrella circolare rimaneggiata.

Ai lati del prospetto si affiancano due «corpi» che costituiscono i due locali della sagrestia attraverso uno del quali, quello di sinistra, si passa direttamente dalla Canonica alla Chiesa. Su di essi sono visibili gli attacchi per i due portici (pronao) che, come detto, furono demoliti.

Per definire la solennità del tempio, che si percepisce già dalle sue monumentali forme esteriori, anche se sminuite dalla mancanza di rifiniture, non era forse necessario scomodare il Bramante o ricorrere ad aggettivi roboanti ed esagerati.

Questo Santuario di linee classiche, architettonicamente definibile “a corpo centrale absidato”, isolato fra i Prati della Colombarola (ora è circondato da numerosi edifici ma sino a non molti anni fa sorgeva solitario in una immensa distesa verde...), nel silenzio rotto solo dai rintocchi della campana, in un'atmosfera di estasi e turbamento religioso, non ha bisogno di essere stato progettato da più o meno illustri personaggi e di avere peculiarità di stili più o meno importanti. La gente del posto, ed anche lontana, sa di avere un tempio che in 300 anni ha rappresentato — e continua a rappresentare - un importante punto di riferimento per pie e doverose attestazioni di fede verso la Madonna, e di questo ne va orgogliosa, pur nella consapevolezza di non poterlo paragonare a santuari dl più chiara fama vicini o lontani.

Entrati in chiesa, prima di raggiungere la Cappella di sinistra — quella della Sacra Famiglia — si notano le 8 corde che scendono dal campanile per il concerto della campane. Più avanti. dopo la porta di accesso alla sagrestia, appesa al muro vi è pure la campanella che annuncia l'inizio delle funzioni (ved. capitolo «Campane e campanile»).

Cappella della Sacra Famiglia

Appoggiato al muro che confina con la sagrestia. un confessionale di pregevole e antica fattura nasconde un passaggio, ora murato, attraverso il quale il sacerdote entrava nel confessionale direttamente dalla sagrestia senza essere visto dai fedeli. L'altare contiene pregiati marmi policromi riconosciuti come «radica del Belgio» ed ha un bel tabernacolo di legno dorato, scolpito e intarsiato. acquistato a Cremona nel 1910, di epoca valutabile attorno alla metà dell'800.

La parete sopra l'altare è occupata da un bellissimo quadro rappresentante «Dio Padre e la Sacra Famiglia», adornato da una monumentale cornice barocca in legno scolpito. Di entrambe le opere riportiamo di seguito le «schede» rilevate dall'archivio presso la Soprintendenza al beni artistici di Parma.

 

Cappella della Sacra Famiglia.

Il quadro “Dio Padre e la Sacra Famiglia”. la cui attribuzione è ancora incerta fra Campi e Ottini, contornato dalla monumentale cornice barocca del '600.

(da una cartolina d'epoca dell'archivio G. Secchi di Busseto)

 

Il quadro

Tela dipinta a olio rappresentante la sacra famiglia in basso su uno sfondo di paesaggio; in alto l'Eterno fra una gloria di angeli.

E’ opera ben composta e ottimamente disegnata, i tipi sono nobili ed elette le proporzioni ma l'intonazione piuttosto grave fino dall'origine è diventata pesante nel cielo e in parecchie ombre, come del resto è avvenuto in quasi tutti i quadri cremonesi della fine del sec. XVI. Tuttavia l'opera ben conservata è degna di ricordo e va classificata fra le buone di quella scuola. Finora non si hanno attribuzioni al probabile autore né per tradizioni né per bibliografia, ma crediamo di non andare lontani dal vero attribuendolo a uno dei Campi.

Misura mt. 3.25x2.15

Epoca: attorno al 1580

Il quadro porta in basso a destra la riproduzione dello stemma di Busseto e dei Pallavicino, committenti dell'opera.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922

 

Un'altra fonte, citata dalla “Guida Artistica del Parmense” (1984), esclude possa trattarsi dl un Campi e attribuisce l’olio al veronese Pasquale Ottini (1580 circa - 1630).

Dal 1860 in poi, Giuseppe Verdi amava ritirarsi spesso nella quiete della sua villa di Sant'Agata dove, come sappiamo, avrebbe trovato l'ispirazione per ancora numerose, e fra le più belle, opere del suo repertorio. Fù in quell'epoca che si rivolse al Vescovo di Borgo San Donnino, Mons. Giovanni Battista Tescari, per poter avere questo quadro ad ornamento della cappella privata annessa alla villa.

Il desiderio non potè essere esaudito.

 

La cornice

Cornice in legno scolpito dello stesso anonimo artista che intagliò quella dell'Oratorio del Serraglio presso S. Secondo e, come quella, rimasta allo stato greggio. Bellamente composta di fogliami, avvivata da tre graziosi puttini, una guindana si parte dal sommo e ricadendo ai due lati serpeggia fra i fogliami e si ricollega alla testa d'angelo che compie la cornice in basso al centro.

Eseguita con grande maestria, con squisito senso d'arte e grande forza nel chiaroscuro, contiene la tela della Sacra Famiglia.

Misura mt. 5.30x3.20

Epoca: primi anni del 600

La mancanza di vernice ha reso accessibile all'opera distruttiva del tarlo: manca qualche pezzo, ma nell'insieme può dirsi molto buono lo stato dl conservazione. Occorrerebbe un restauro per riunire le molte giunture che vanno aprendosi.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922

 

Confessionale attribuibile ad epoca attorno alla fine del 600.

 

Sulla parete di destra della Cappella è appeso un quadretto ovato ad olio, rappresentante le Sante Lucia e Apollonia, del quale riportiamo pure la «scheda» della Soprintendenza.

Dipinto ovato ad olio su tela

Dimensioini: 0.80x0.60

SS. Lucia e Apollonia”, mezzafigura

Opera del XVIII secolo

Donato recentemente (11/1/1970) al Parroco da un privato (Per la verità, il “privato” era Don Enrico Sagliani, parroco di Castione che disponeva di questi quadri (ved. anche “San Luigi” nella cappella di destra) non catalogati).

Opera di un parmense del primo settecento nell’ambito di G. B. Tagliasacchi.

 

 

Cappella del miracolo di Sant'Antonio

La cappella, a destra di chi guarda l'altare maggiore, di fronte a quella testè descritta, contiene:

—una statua di S. Antonio Abate, in legno scolpito a firma Insam e Prinoth di Ortisei di Gardena, posta su un piedistallo;

—un'urna con “Maria Bambina”, offerta della famiglia Rastelli per ottenere una grazia contro la sterilità (In effetti la figlia dei coniugi Rastelli di nome Enna avendo il padre fatto il militare ad Enna, è felicemente sposata con Francesco Bertolotti ed ora ha tre figli)

—due confessionali realizzati di recente.

Vi è poi conservata, posta su un trespolo in ferro battuto, quella che è definita la seconda campanella del Santuario, come meglio descritto nel capitolo «Campane a Campanile-.

L'altare della cappella, in legno laccato, ha funzionato come altare maggiore fino al 1904: se ne parla più ampiamente nella descrizione della cappella principale. In questa sede viene di seguito riportata la “scheda” della Soprintendenza.

La parete sopra l'altare ospita un importante quadro raffigurante S. Antonio che risuscita un bambino, anche questo meglio descritto nella “scheda” della Soprintendenza di Parma, che qui di seguito è riportata unitamente a quella relativa alla stupenda cornice che l'adorna. A queste schede abbiamo aggiunto una serie di osservazioni che sono scaturite dall’esame del quadro fatto per la compilazione del presente opuscolo.

L'altare

Altare in legno laccato completato da sei candelieri Opera dell'inizio del XVIII secolo.

Una lapide ricorda che l'altare fu donato alla chiesa dalla nobile famiglia Boselli nell'anno 1703. Ha funzionato come altare maggiore fino al 1901.

Interesse artistico ed industriale buono.

Il quadro

Tela dipinta ad olio rappresentante S. Antonio che risuscita un bambino.

La madre inginocchiata presenta al Santo il fanciullo morto. Il Santo, pure inginocchiato in atto di invocazione. Dietro di esso un frate si china sul morticino. Dietro la madre due spettatori. Nello sfondo un edificio sepolcrale e il paesaggio.

Opera di buon disegno e anche di discreto colorito quantunque annerito dalle ombre. La lunghezza esagerata delle mani, i tipi ed il genere della composizione mostra che si tratta di un'opera dipinta da un imitatore non pedissequo del parmigianino. Può dirsi quasi con assoluta sicurezza che ci troviamo innanzi ad una opera di Girolamo Mazzola.

Misura mt. 1.63x1.45

L'attribuzione è fatta in base allo stile ed alla tecnica, inoltre la somiglianza di tipi, di attitudine ed anche del fondo, nella parte murale, cioè dell'edificio di carattere sepolcrale.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922

 

Questo dipinto. Oggetto di studi e ricerche, presenta ancora oggi non pochi dubbi e perplessità. La stessa scheda redatta nel 1922 presso la Soprintendenza di Parma, più sopra riportata, va riveduta, sia per un accertamento sul titolo dell'opera (come meglio precisato di seguito), sia perché nel frattempo e emerso che il quadro è una copia dell'originale conservato al Museo Capodimontc a Napoli.

Ciò appurato. si osserva:

-la tela conservata a Napoli è elencata negli inventari di quel Museo come “La Natività” ed è inquivocabilmente attribuita al Girolamo Mazzola Bedoli. Probabile provenienza dalle collezioni farnesiane, però non registrato negli inventari. Misura. mt. 1.94x1.16:

-uno studio sul Mazzola Redoli a cura di Ann Rebecca Milstein, pubblicato a New York per la Gerland Publishing Inc. nel 1978, parla del quadro di Napoli come “La Sacra Famiglia” e ne cita le misure: mt. 1.50x0.97. Aggiunge che nella chiesa di Madonna del Prati esiste una copia esatta “della parte centrale bassa” di quello che si trova a Napoli. Misure di questa copia: 1.63x1.45:

 

Riproduzione fotografica del quadro opera del pittore Girolamo Mazzola Bedoli che si trova presso il Museo Capodimonte a Napoli. Il dipinto appeso alla parete sopra l'altare della cappella di destra (non fotografabile in quanto notevolmente annerito dal tempo), sarebbe una copia identica a questo.

 

-la Soprintendenza di Parma ha inventariato il quadro che si trova a Madonna del Prati come “S. Antonio che resuscita un bambino” (misure mt. 1.61x1.45) e lo attribuisce al Mazzola Bedoli. Con lo stesso titolo è esposto alla venerazione del fedeli.

In mezzo a questa piccola confusione di misure e di titoli, si osservano almeno altre due cose:

-le misure citate dalla Milstein per il quadro di Napoli sono errate: cosi come è errata la precisazione che la copia di Madonna dei Prati riproduce esattamente la «parte centrale bassa» del quadro di Napoli: in effetti i due quadri sono identici con la sola differenza che la copia di Madonna dei Prati è più corta in altezza di 30 cm.:

-infine l'aver intitolato il quadro “S. Antonio da Padova che resuscita un bambino” ha giocato un brutto scherzo a S. Francesco (d'Assisi) in quanto è proprio quest’ultimo in atteggiamento di miracolante nei confronti del bambino (ed il Santo è chiaramente identificabile dalle stimmate nelle mani) mentre S. Antonio è in secondo piano estasiato dall'ipotetico miracolo (anche lui riconoscibile dal giglio nella mano destra).

La cornice

Cornice in legno scolpito e intagliato colorita in bruno e profilata in oro, tutta a fogliami piuttosto poveri di rilievo ma trattati con cura.

Misura mt. 3,90x2.90.

Epoca: 1690 circa.

Stato di conservazione molto buono.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922

La cappella ospita anche, sulla parete sinistra, un piccolo dipinto che fa pendent con quello della cappella opposta.

 

 

Ecco la «scheda»:

Dipinto ovato ad olio su tela

Dimensioini: 0.80x0.60.

San Luigi Gonzaga contempla il Crocefisso” mezza figura.

Opera del secolo XVIII

Donato recentemente (11/1970) da un privato (Per la verità il “privato” era Don Enrico Sagliani, parroco dl Castione, ben conosciuto a Busseto dove era nato).

Opera di un parmense del primo settecento nell'ambito di G. B. Tagliasacchi.

Su entrambe le cappelle laterali si affacciavano due porticine, ora murate e coperte dai confessionali, che permettevano di entrare in chiesa senza passare dall'ingresso principale. Sembra che ciò fosse particolarmente gradito a coloro che arrivano al Santuario con cavalli e birocci che “parcheggiavano” nel prati laterali.

Presbiterio — Cappella Principale — Abside

La Cappella centrale annovera fra le sue dotazioni:

-un supporto in ferro battuto a tre piedi con ganci per sostenere il corredo vario per le funzioni (turibolo, incenso. Aspersorio, ecc.)

-una statua in gesso raffigurante il Sacro Cuore di Gesù. Si tratta di dono fallo dai fedeli alla chiesa in occasione dell'entrata del nuovo parroco Don Ugo Uriati il 21/12/1947.

Il fondale è absidato e un modesto coro ligneo con bordatura superiore intagliata ne segue la sinuosità. L'abside ha dovuto essere rinforzata esternamente con un «barbacane» essendo apparse alcune fenditure di cedimento.

L'altare attualmente installato è stato posto in atto nel 1985 secondo i dettami della nuova liturgia e porta sul retro la scritta: «Le riforme eseguite quest'anno di grazia 1985 all'altare e alla sede per la rinnovata liturgia a gloria dl Dio e della B.V. Maria, ricordano la munificenza della devota def. Giuditta Grisoli e dei genitori Pietro Grisoli e Maria Bassi».(Famiglia di Roncole). E’ questo il terzo altare maggiore che annovera la storia del Santuario. Come già accennato. il primo, in legno laccato di pregevole fattura, probabilmente in funzione sin dalla costruzione della chiesa ed arricchito con preziose suppellettili dalla famiglia Boselli, si trova attualmente nella cappella laterale di destra. Questo era stato sostituito da altro in marmo nel 1904, offerto dal Canonico Pier-Grisologo Micheli, Arciprete della Cattedrale di Borgo San Donnino, in occasione della consacrazione a ,”Santuario” della chiesa che, sino ad allora, era qualificata come «Oratorio». L'elevazione di rango esigeva che il tempio disponesse di un altare fisso non ritenendo la liturgia sufficiente un altare mobile in legno. Si trattava di manufatto in tre stili “raccogliticci” in quanto erano stati utilizzati marmi variamente colorati provenienti da altre costruzioni. Attualmente si trova, accuratamente ricomposto, murato ad una parete del locale di sagrestia a destra dell'ingresso.

Sull'altare maggiore, incastonata in una monumentale cornice barocca in legno intagliato e scolpito. troneggia il simulacro della Madonna dei Prati.

Si tratta di un dipinto ad olio su tela, fissato su tavola, opera del pittore Giuseppe Moroni, (Giuseppe Moroni, nato a Cremona il 6/10/1888, morto a Roma il 22/10/ 1959. Dal 1925 si era stabilito a Pieve Ottoville ove lavorò sino alla morte. Diverse opere nella Chiesa Collegiata di Busseto, attestano ll suo talento: affreschi e vetrate nella Cappella dei Caduti: affreschi laterali all'Altare maggire: vetrate nell'abside e le 14 tavole della Via Crucis, inoltre sue opere si trovano nella chiesa di S. Maria e nel cimitero.) datato 1950.

Con la sostituzioine della vecchia immagine con questa nuova, peraltro realizzata sul modello della precedente ma con non pochi ritocchi nel disegno e nei colori, si è chiuso un capitolo nella storia del tempio, per capire il quale è necessario fare un passo indietro e riportarci ai giorni di cui stiamo celebrando il terzo centenario.

Per avvicinarci il più possibile alle origini del precedente affresco, che qualcuno ha definito «vicino al Mantegna», si può dar credito alla testimonianza che ci viene dagli atti del Cancelliere Bernardino Quaglia in data 10/10/1689 riportati da Don Sincero Badini nella sua pubblicazione «La Madonna dei Prati» del 1904 (pag. 19). Da questi documenti risulta che della piccola Cappella in cui si trovava l'immagine affrescata non se ne potevano riportare le origini, pur citando un intervento dei Padri Gesuiti di Busseto per alcuni restauri. E’ certo invece che, su iniziativa del Vescovo, un muratore ruppe il muro che stava dietro il dipinto e scoprì che l'affresco era su un altro pezzo di muro racchiuso in un telaio di legno.

Per contro, dal «Diario» di Don Leto Bocellt, conservato negli archivi della Parrocchia, si viene a sapere che la data di erezione della piccola Cappella risale all'anno 1632 e che l'affresco su un muro di «malta-, della misura di cm. 160x 130, era rinchiuso in un telaio di pioppo.

Queste due testimonianze danno corpo all'ipotesi che il dipinto esistesse giù prima della costruzione della cappelletta, probabilmente in una delle numerose «maestà» sparse per le campagne, successivamente conglobata in una più dignitosa dimora.

 

Stralcio dal “Diario” di Don Leto Bocelli da cui si ricava l'anno di erezione - 1632 - della cappelletta che conteneva l'affresco della Madonna.

 

Esso venne poi trasferito nell'abside della nuova chiesa e collocato su un basamento in posizione di non felice visibilità per i fedeli visitatori. Tale sistemazione non mutò per oltre 200 anni e fu solo nel 1912 che si procedette all'innalzamento di mt. 1.15 dell'affresco.

Il tempo e. forse. anche le conseguenze dello spostamento nonostante le precauzioni prese, nonché l'intervento di qualche maldestro restauratore, hanno fatto il resto ed attualmente il dipinto si presenta come appare dalla foto.

 

L’affresco originario della Madonna del Prati: rivela chiaramente i danni causati dal tempo.

 

Circa la posizione della cappelletta non sembra esservi più dubbio: essa si trovava dove ora esiste il modesto fabbricato che si affaccia sul piazzale. a destra guardando la chiesa. Leggendo infatti il manoscritto lasciato dal primo Cappellano Don Flaminio Porci, si apprende che: «...si giudicò bene dl fare prima il portico, come si vede al presente, capace di molto popolo e sotto del quale restò anche la cappellino della Madonna...» e poi ancora

«...il Vescovo... ordinò che fosse fatto il disegno della Chiesa e ne diede l'incombenza all'accennato Arch. Francesco Calligari, quale fece il disegno riuscito bello, come si vede al presente, essendo la chiesa molto ben ornata, e di struttura galante, con buoni fondamenti, capaci di sostenere una cupola, quando l'elemosina e il reddito della Beata Vergine sarà tale che dia la possibilità di farla. Dalla parte verso oriente si deve fare un altro portico simile a quello che si vede al presente verso ponente, e quando tutto sarà compiuto e perfezionato, sarà una Fabbrica molto bella».

Ad attestazione dell'innalzamento dell'affresco è rimasta la lapide, incastonata alla sinistra dell'altare maggiore, che così recita:

 

“Perché l'immagine taumaturga si offrisse

in tutto il suo splendore allo sguardo del fedeli fu dal rettore D. Leto Bocelli portata a questa

altezza coadiuvato nella non facile impresa dagli operai Leopoldo Parizzi e Odoardo Sagliani di Busseto.

Agosto 1912

 

Più che di una sostituzione con l'attuale effige è il caso di parlare di “occultamento”. Sta di fatto che Mons. Gilberti — Vescovo di Fidenza —, transitando in visita pastorale a Madonna Prati nel maggio del 1950, sostasse in preghiera sotto l'immagine della Beata Vergine ed esprimesse una sua opinione sull'affresco rilevandone difetti da logoramento causati dal tempo e notando che la stessa espressione degli occhi non era più tanto gradevole. Il conseguente auspicio di S.E. era che si potesse «prima o poi» fare qualcosa per «rinfrescare» l'immagine. Fu così che il pittore Moroni, in un occasionale passaggio in zona, si assunse l'incarico di esaudire il desiderio del Vescovo e nell'ottobre dello stesso anno, quasi in forma privata, una nuova effige venne collocata sopra quella precedente che rimane, ancora oggi, coperta ma presente al culto dei fedeli.

Il pellegrino che si rivolge alla S. Madonna dei Prati non abbia quindi dubbi: le sue istanze e le sue suppliche sono state, sono e saranno sempre ascoltate perché la Vergine Taumaturga è presente nella esteriore nuova sembianza ma anche nella originale e miracolosa Figura che i quasi 400 anni passati hanno purtroppo irrimediabilmente logorata.

 

La nuova effige del quadro ad olio del pittore Moroni.

 

ll simulacro dellaB.V.M. contornato dalla bellissima cornice seicentesca.

 

Del dipinto e della cornice riportiamo, come per gli altri, le «schede» dell'archivio della Soprintendenza di Parma.

Dipinto

Piccolo affresco rappresentante la Madonna col Bambino in braccio, di scuola mantovana, vicino al Mantegna (fine sec. XV).

D'originale non rimane che la composizione, un po' di fondo e la metà superiore del viso della Madonna. Fu qui trasportata col pezzo di muratura su cui fu dipinta, non si sa da dove. Vi si trovava già nel 1600. Si dice che prima della chiesa attuale, eretta nel 1690, esistesse una piccola cappella vicina e che in essa si venerasse l'immagine che poi venne trasportata ove ora si trova.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.

La cornice

Grande e pesante cornice barocca in legno intagliato e scolpito. colorita in bianco e oro, contiene un piccolo affresco. È’ formata da volute ornate da sei grandi fiori e pochi fogliami, e sei angioletti. I due più alti portano una face: i due al centro la corona; i due ai lati del piccolo riquadro contenente l'affresco, portano un piccolo candelabro.

Misura circa mt. 5 d'altezza.

Epoca: attorno al 610/620.

Stato di conservazione ottimo.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.

Altre dotazioni di rilievo della chiesa

—Armonium della ditt tedesca Hofberg Orgel donato al Santuario da Don Giovanni Fulcini. Nelle sue già citate “Ricordanze Roncolesi” precisa che gli era costato Lire 750 nel 1904. Lo stato di conservazione è buono, ma lo strumento non è funzionante. Avrebbe bisogno di un intervento di restauro.

—Presepe di notevoli dimensioni. di produzione artigianale, con movimento totalmente meccanizzato. Anche questo andrebbe revisionato per rimetterlo in funzione.

—Dipinto ad olio su tela

Dimensioni: 1.00x0.80

Sant'Ambrogio” indossa l'abito episcopale, seduto e intento alla lettura di un libro sacro.

Opera del XVI secolo o inizi del XVII

Opera di un modesto pittore cremonese alla fine del 500 o agli inizi del 600. Si è ispirato ai nordici prendendo spunti dalle stampe dell'epoca.

Interesse artistico mediocre.

 

 

—Due angioletti portalampade in legno scolpito, intagliato e dorato Opera del XVII secolo. Hanno perso in parte la doratura.

Sono della stessa fattura della grande cornice barocca che contorna l'immagine della Madonna in fondo all'abside.

Interesse artistico e artigianale mediocre.

 

 

LA PRESENZA DI GIUSEPPE VERDI NELLA STORIA DEL SANTUARIO

Si è già accennato alla lapide marmorea incastonata sulla facciata della Canonica a memoria dei primi passi nella conoscenza della musica fatti da Giuseppe Verdi giovinetto con l'aiuto del Rettore dell'oratorio di allora.

Eccone il testo:

 

Nell'aula superiore di questa

casa canonica Giuseppe Verdi

apprese dal rettore del Santuario

i primi elementi dell'arte musicale.

 

La notizia ha il suo fondamento in uno scritto ritrovalo incollato sul retro di un quadretto che contiene una fotografia del Grande Maestro scoperto c conservato dal Parroco Don Uriati. Esso dice:

 

Memorie di un coetaneo

Verdi Giuseppe, di Carlo nell'anno decimo di età, apprese le prime nozioni musicali dal Molto Rev. Rettore dell'Oratorio della Madonna dei Prati, nella camera della Canonica, nell'ambito superiore, essa trovasi a destra e guarda nel piazzale. Sulla spinetta di Baistrocchi Pietro, organista della Chiesa di Roncole, s'addestrò nei primi esercizi, a dodici anni Verdi prese il posto del suo maestro.

 

Non si è potuto accertare l'autore e la data di tale documento. Si ha motivo di ritenere che possa trattarsi di appunto redatto dal Cappellano Don Leto Bocelli negli anni del suo rettorato (1909/ 1916)  dopo aver raccolto la testimonuanza di qualcuno che aveva conosciuto il Maestro.

La suddetta lapide è stata posta il 20/11/1956 dal Parroco Don Ugo Uriati ad attestazione dei meriti del clero nell'educazione e nell'istruzione del ragazzi: ciò in una momento in cui dalle infuocate tribune del comizi popolari venivano lanciate sovente accuse di oscurantismo verso la Chiesa.

Un'altra testimonianza, in data e da fonte diversa, si ha sfogliando le citate “Ricordanze Roncolesi”. Scrive Don Fulcini che Verdi giovanetto, in una delle consuete visite a Madonna Prati. Fu avvicinato dal Cappellano rettore che, visto l'interesse dimostrato dal ragazzo per la musica, lo invitò a recarsi da lui più spesso con la promessa che gliela avrebbe insegnata. Il diario continua a parlare di Verdi e subito dopo dice: “Un giorno Peppino, che aveva allora otto armi...”.

Queste note aiutano a stabilire che il meritevole rettore dell'Oratorio di Madonna dei Prati, quando Verdi aveva 7/8 anni e quindi nel 1820, era Don Paolo Costa il quale potè aiutare il precoce allievo solo per un breve periodo in quanto morì nel dicembre 1820 ed è sepolto a Roncole “uscendo dalla porta principale della chiesa sulla sinistra” come dice il Libro dei Morti di quella Parrocchia.

Sempre dalle “Ricordanze Roncolesl” ricaviamo anche la descrizione di una visita di Verdi a Roncole fatta nell'ottobre 1898. Scrive Don Fulcini: “L'Illustrissimo Maestro Giuseppe Verdi Commendatore, visitava con il Signor Boito, Tito Ricordi e l'Illustre cantatrice Signora Stoltz, la chiesa della sua Patria natale. Si fermò a colloquio con il M. R.do Signor Chiappari Don Antonio, Prevosto, cieco... Si congedarono dal Parroco e si mossero verso l'Oratorio della Madonna dei Prati; e là in quella canonica il valentissimo Verdi, dimostrando loro la camera, disse di aver appreso in quella. dal Sacerdote Rettore e Custode dell'Oratorio i primi rudimenti della musica”.

Infine, a rendere più credibile la circostanza dei “primi passi” musicali di Verdi, Don Fulcini, parlando della visita fatta nel 1842 da un sacerdote che per la prima volta si recava all'Oratorio della Madonna dei Prati per le funzioni nella giornata del SS. Nome di Maria, riferisce dell'incontro di questi con il sagrestano sessantenne il quale, «dopo avergli mostrato la camera dove Verdi aveva appreso le prime nozioni di musica...». In quell'anno Verdi era già diventato famoso con il Nabucco.

La presenza di Verdi ragazzo nei «prati di Roncole» trova anche conferma nei documenti conservati nell'archivio della Curia vescovile di Fidenza. Da questi emerge che il padre Carlo Verdi operava in funzione di affittuario dei terreni costituenti la proprietà - peraltro molto spezzettata — in capo alla Curia di Borgo San Donnino (questi terreni venivano assegnati al miglior offerente che risultava dalle aste appositamente indette ed alle quali Carlo Verdi partecipava regolarmente).

Risulta pertanto logico che la famiglia Verdi si portasse spesso dalle parti del Santuario, se non addirittura risiedesse saltuariamente in una cascina del luogo.

A questo punto viene spontanea la domanda: perché il Santuario della Madonna dei Prati non è compreso fra i «Luoghi Verdiani»?

 

LE CAMPANE E IL CAMPANILE

Il progetto originario dell'Arch. Callegari prevedeva la costruzione del campanile staccato dal corpo della chiesa, appoggiato all'esterno dell'abside, sulla sinisitra.

L'opera non fu mai compiuta ed il tradizionale richiamo del fedeli mediante il suono delle campane venne assolto da una piccola companella posta in una torretta provvisoria eretta sul tetto del Santuario. Si tratta di un bronzo di dimensioni molto ridotte, fuso con sistemi indubbiamente artigianali, senza alcuna indicazione di date o figure ed è visibile in chiesa appesa alla parete di sinistra entrando, prima della cappella della Sacra Famiglia. Attualmente serve per segnalare l'inizio delle funzioni. Impossibile stabilire le origini: è stato ipotizzato che fosse piazzata sulla cappelletta dove venne rinvenuto l'affresco della Madonna dei Prati ed è certamente la prima campana del Santuario.

Ad essa venne affiancala, nel 1755, una seconda campana più grande e di perfetta fattura. La si può ammirare nella Cappella di destra sostenuta da un trespolo in ferro battuto, appositamente allestito. Porta impresso a fusione, assieme a immagini sacre, la scritta: Ioannes Tagliavini  F. 1755 Ave sine labe concepta (Giovanni Tallavini fece 1755 - Ave concepita senza peccato originale). La scritta ha la peculiariità di enunciare il dogma della Immacolata Concezione cento anni prima della sua ufficiale definizione da parte del Papa Pio IX nel 1854.

 

Il complesso del Santuario con la vecchia torretta Campanaria (da una cartolina d'epoca dell'archivio G. Secchi di Busseto)

 

Un suggestivo scorcio della torre campanaria

 

E’ anche emersa la storia di una terza campanella che vale la pena di citare per i precisi riferimenti pervenutici e data l'epoca a cui risale. Si è trovato infatti, in un documento conservato nell'archivio della Curia di Fidenza, la seguente annotazione: “3 settembre 1796. Nell'anno 1796 si è messo su il campanino della chiesa che serve per le Messe cambiando il vecchio rotto vi hanno aggiunto Lire 13”. Questo campanino è poi stato sostituito con l'attuale campanella più grossa sopra descritta e ciò ad opera del Rettore Don Uriati, nel 1955 quando venne eretta la nuova torre campanaria. Il campanino, usabile anche a mano e di suono molto squillante, si trova ora nella chiesa di Spigarolo, portatovi a suo tempo da Don Giuseppe Piccoli, il non dimenticato Parroco di quella chiesa, in cambio di altra campana di 10 Kg. regalata nel 1949 quale rottame in vista della fusione del nuovo complesso campanario del Santuario.

Nel 1911 venne dato incarico all'Arch. Uccelli di Parma di progettare il campanile per dotare il Santuario dell'elemento di cui sentiva da sempre la sofferta mancanza. Purtroppo anche quel tentativo non ebbe successo a causa dell'elevato costo dell'opera, ed il progetto rimase nel cassetto.

Fu — come detto — nel 1955 che, a coronamento dell'opera assidua e coraggiosa del Rettore Don Uriati, fu possibile dare corso ai lavori per la costruzione di un decoroso campanile e dell'impianto del concerto delle campane. L'impresa del capomastro Alide Orsi, su progetto del Prof. Camillo Piccoli, (fratello

 

La seconda campana del 1755

 

del già nominato Don Giuseppe) eresse la torre campanaria, che raggiunge l'altezza, compresa la croce. di mt. 27, sulla quale, lo stesso anno, vennero issate le otto campane che la Fonderia Regolo Capanni di Fidenza aveva fuso con materiale e contributi finanziari raccolti con tanta passione del predetto Don Uriati. Il numero delle campane risultò, per la verità, eccedente in proporzione alle esigenze della chiesa. Ciò fu determinato dalla imprevista massa di materiale da fusione raccolto e dalla necessità di dover realizzare quanto i partecipanti avevano consentito con le loro generose offerte.

Furono consacrate il 7 ottobre 1955 dal Vescovo di Fidenza Mons. Paolo Rota. Ciascuna porta impresso in fusione il nominativo dell'offerente e una dedica in lingua latina. Le prime quattro sono:

La Guareschina

Offerente: Dom Christo servatori aes dicatum ecclesiae huic BMV Gratiarum in pratis a Dno Joanne Guareschi script dilectissimae viri socii sabbatici operis quod Candido inscribitur libentissime DD MCMLV

Iscrizione: Laudate Dominum omnes gentes laudate Eum omnes populi      

Padrino: Signor Giovannino            Guareschi     

Dedica: SS.ma Trinità

Nell'anno 1955 a questa chiesa della B.M.V. nel Prati, sommamente amata dallo scrittore Signor Giovanni Guareschi. i cooperatori della redazione del «Candido- hanno dato e donato questo bronzo dedicato a Cristo salvatore. Lodate il Signore genti tutte lodatelo popoli tutti.

La Squilla

Offerente: Protege virgo script Jo Guareschi et suos nec non socium operis Alex Minardl et fam. MCMLV

Iscrizione: Immaculata semper Virgo Mater Dei in coelum Assumpta Regina Mundi o pn

Padrino: Signor Landino Dalcò

Dedica: B.V.M. Madre di Dio

Proteggi o Vergine lo scrittore Giovanni Guareschi e la sua famiglia ed anche il suo cooperatore Alessandro Minardi colla sua famiglia. 1955.

O immacolata - sempre Vergine Madre di Dio - Assunta in cielo - Regina del Mondo. Prega per noi.

La Sociale

Offerente: Doni Hugone Uriati Rettore parenti bus huius eccl bonaf aes fusum MCMLV cons sumpt et op Orlandi Dalcò.

Iscrizione: Supernae Gratiarum Reginae

Patronae Matri ac Dominae in pratls et ubique sit honor sit gloria

Padrino: Signor Francesco Uriati

Dedica: S. Giuseppe

Questo bronzo venne fuso essendo Rettore di questa chiesa Don Ugo Uriati cooperando i di lui genitori, i benefattori di questa chiesa e col consiglio, denaro e prestazioni di Landino Dalcò

Alla Suprema Regina delle Grazie - Patrona - Madre - Signora nei Prati e dovunque sia onore e gloria

 

Il progetto predisposto dallArch. Uccelli di Parma per il nuovo campanile. Non fu portato a compimento per l'elevato costo. (da una Cartolina d'epoca dell'archivio G. Secchi di Busseto)

 

La Guareschina Minore

Offerente: Doci N Faletti e SEEE Soc Tel lt Me Orient Soc Ind Min Montecatini et Agip tuis famulis DNE subveni MCMLV

Iscrizione: Te unumn in substantia Trinitatem in personis confitemur

Padrino: Signor Dismo Campanini

Dedica: disputa di Gesù col dottori del Tempo

Aiuta, o Signore. i tuoi fedeli: il Dott. Noverino Faletti e la Società Emiliana di Esercizi Elettrici, la Soc. Telefonica Italiana per il Medio Oriente, la Soc. Ind. Min. Montecatini e la Soc. AGIP.

Te adoriamo unico Dio nella sostanza - Trino nelle persone.

 

Le altre quattro:

La Parrocchiale

Padrino: Signor Ugo Oppici

Dedica: Presentazione di Gesù al Tempio

La Dottrina

Padrino: Signor Gino Rastelli

Dedica: Nascita di N.S. Gesù Cristo

L'Antica

Padrino: Signor Albino Donati

Dedica: Visita di Maria SS.ma a Santa Elisabetta

La Festiva

Padrino: Signor Vittorio Fava

Dedica: SS.ma Vergine Annunziata

 

Il 24 novembre 1955 le campane suonarono per la prima volta ed è doveroso ricordare l'ulteriore apporto generoso delle famiglie della Parrocchia per l'installazione sulla torre campanaria del castello e dei ceppi e l'acquisto della funi per le otto campane.

 

IL RISTORANTE DEL SANTUARIO E I SUOI PERSONAGGI

I Prati della Colombarola, col tempo diventati Madonna Prati, non avevano altra rinomanza se non quella derivata dalle pratiche religiose che si tenevano attorno alla chiesa e che richiamavano periodicamente turbe di fedeli. La zona rimase pertanto con le stesse caratteristiche di estensione immensa di verdi prati ancora per oltre 200 anni dopo la costruzione del Santuario. Vi erano soltanto tre o quattro poderi (Colombarola, Servi, Cascina, Separata che in dialetto è detta «Sparà») ma nessun'altra struttura civile.

Fu così che Don Leto Bocelli, Rettore dell'Oratorio dal 1909 al 1916, dopo una favorevole esperienza fatta nel 1910 in occasione di un pellegrinaggio dl oltre 200 persone da Borgo San Donnino, tutte ospitate sotto il porticato che allora esisteva, e tutte rifocillate con un servizio di ristoro espletato dall'Egregio Sig. ex Colonnello Claudio Ronchini del Gaffe Centrale di Busseto, ritenne giunto il momento di istituire un punto di ristoro presso la chiesa. Egli destinò a questo uso il già detto portico e, alla fine dei lavori, il ristorante si presentava come appare nella vecchia foto ripresa da una cartolina dell'epoca. Venne inaugurato il 7/5/ 1911. La conduzione fu affidata al Sig. Aristodemo Oppici, padre di Ugo cui va riconosciuto il merito - come diremo anche più avanti - di aver introdotto la “torta fritta” fra le specialità di

 

Il Santuario con in evidenza li Ristorante. (da una cartolina d'epoca dell'archivio G. Secchi di Bussato)

 

richiamo della nostra zona (sino ad allora la si faceva solo in casa e saltuariamente). Il contratto, delle durata di tre anni, fu disdetto alla scadenza. Sembra che il gestore non avesse mantenuto fede ai doveri contrattuali, specie in relazione agli obblighi imposti dalla serietà del luogo, sacro alle pratiche religiose piuttosto che ai piaceri del bere. L’11/5/1915 Oppici fu invitato ad andarsene, ma rimase sin verso novembre. E quando lasciò, non fu per smettere l'attività bensì per continuarla, con i figli, in un modesto locale costruito a poche decine di metri. Lì cominciò a farsi le ossa il figlio Ugo aiutato dalla «Giulieta» Caraffini detta «la nera» e da li cominciò a sorgere il nucleo di case che costituisce oggi il «centro» di Madonna Prati. Un tentativo promosso da Don Uriati di fare elevare la località al rango di Frazione per avere ll cimitero, la scuola e il telefono, rimase in discussione per diversi anni ma non potè concretarsi in tutto per la sopravvenuta diminuzione della popolazione. Comunque qualcosa è arrivato: le scuole, inaugurate il 30/10/1954 ma, aimè, richiuse dopo pochi anni e il telefono. Ora resta solo quest'ultimo nella «Trattoria dei Prati» costruita come ultimo atto a Madonna Prati da Ugo Oppici prima di andarsene al Coduro e a Busseto lasciando la gestione delll'esercizio a Mario Pancini. A questi successe Romano Campanini. nipote di Ugo Oppici, ed ora la sua famiglia, Turivia in testa; ne guida le Sorti. E’ appunto con i Campanini che Ugo Oppici diede impulso e apri le porte per la penetrazione della “torta fritta” nei ristoranti della bassa.

 

GLI AGENTI ATMOSFERICI NELLA STORIA DEL SANTUARIO

Il richiamo alla natura contadina, che lo stesso nome del Santuario rievoca ogni volta che lo si pronuncia, è strettamente legato alla sua storia.

Qui per secoli le popolazioni rurali della zona hanno guardato, sperato, temuto, pregato, invocato per un'unica protezione: la salvaguardia dei frutti del loro modesto lavoro.

I maggiori pericoli per la campagna erano quelli legati all'andamento degli agenti atmosferici (oggi ce ne sono tanti altri), per cui la protezione che si invocava nelle chiese era rivolta soprattutto contro le furie della natura.

Si può certamente affermare, per il Santuario della Madonna dei Prati, che i fatti principali che hanno influenzato iI corso della sua vita, sono venuti dalle perturbazioni atmosferiche, sotto la veste di alluvioni o periodi di siccità, comunque frequenti ed anche dolorosi.

Le manifestazioni di fede e di invocazione si susseguivano in continuazione ma la più sentita dai villici — pur se istituita non molto lontano nel tempo — era la «Festa Votiva» che nel 1980 ebbe luogo per la prima volta per implorare la pioggia in un anno dl particolare siccità. E per molti anni, la seconda domenica di maggio vide ripetersi regolarmente la funzione alla quale, nel 1905, si aggiunse la processione. Racconta Don Bocelli nel Diario che la cerimonia del maggio 1910 si svolse sotto un cielo plumbeo e minaccioso ma non cadde una goccia di pioggia. C'è anche chi ricorda che in un anno attorno al 1930, nel mese di luglio, si organizzò una analoga processione, però nell'intento di ottenere il risultato contrario. e cioè la cessazione della pioggia che consentisse di ricoverare il frumento mietuto che giaceva bagnato sui campi. In quella occasione vennero bruciati rami di olivo come era uso fare allora.

Nel più volte citato libretto di Don Sincero Badini. si riporta a pag. 15 la descrizione di una grazia ricevuta. Eccola nel testo integrale:

“Durante un furioso temporale Menta Ortensia e il suo consorte restarono orribilmente bruciacchiati da un fulmine caduto nella loro casa dove se ne stavano tranquilli. I due coniugi si rivolsero nella loro disgrazia a Maria Vergine: pregarono_ fervorosamente, promisero, di visitare la Cappelletta e ottennero la grazia di un perfetto ristabilimento in salute”. Il fatto accadde prima del 1690.

Anche la sorte dei due portici laterali all'ingresso principale della chiesa (pronao) — di cui si è detto — fu segnata da cause naturali.

Si legge sulle già citate “Ricordanze Roncolesi” di Don Giovanni Fulcini, il racconto fatto nel 1842 da un sagrestano del Santuario di Madonna dei Prati secondo il quale, quando lui era ventenne (circa Il 1802) «...venne il Vescovo. Nel corso della visita venne un acquazzone ed il cocchiere riparò la vettura sotto i portici ma ciononostante la vettura si bagnò internamente. Il Vescovo allora invitò i -fabbricieri» (Gli addetti alla sovrintendenza degli edifici ecclesiastici.), a fare le opportune riparazioni. Fu fatto osservare che i due portici erano pericolanti per cui sarebbe stato meglio abbatterli: e così fu fatto. Se ne vedono ancora le vestigia, a destra e a sinistra della porta d'ingresso all'Oratorio. I mattoni furono condotti (a Roncole?) per fabbricare un portico attaccato al muro di facciata della casa detta della Madonna dei Prati, posta sul principio e a destra della strada che conduce alla Bassa dei Maj. Sovra la porta d'ingresso a questa casa si vedeva l'Immagine dl Maria, dipinta a fresco, copia della venerata nell'Oratorio dei Prati. Dopo la soppressione, questa casa con l'annesso terreno venne messa in vendita. L'acquirente fece demolire il portico e mettere in buon stato il muro, lasciando però intatta l'Immagine della Madonna».

Gli clementi forniti da questa attestazione non hanno permesso di individuare la casa in oggetto.

Il fatto che da solo basterebbe per evidenziare lo stretto legame della storia della chiesa della S. Madonna dei Prati con le fantasie atmosferiche della natura, è certamente quello avvenuto il 14 settembre 1828 quando un fulmine, scaricatosi sull'abside dietro l'altare maggiore, provocò la morte di sei persone (quattro preti e due civili). Il luttuosissimo e spaventoso evento già allora fu oggetto di ampia cronaca, ovviamente nella proporzione dei mezzi a disposizione della stampa, e ci sembra inutile aggiungere annotazioni a quanto descritto nel seguente reportage dell’epoca.

Avvenimenti Funesti

Parma. 19 settembre 1828.

Dalla gentilezza dell'Illustrissimo signor Pretore di Busseto abbiamo la minuta descrizione di una disgrazia avvenuta giorni sono in conseguenza di un fulmine. Persuasi dell'esatta verità della relazione che fu estesa dietro ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tal quale è a noi pervenuta per lettera cortese del sullodato Magistrato.

Busseto. 15 settembre 1828.

Ieri giorno 14 del corrente, Domenica infra l'ottava della Natività della B.V. in un Oratorio di fondazione della nobilissima Casa Boselli di Parma, posto nel comunello dt Roncole, Pretura di Busseto, in quasi uguale distanza da Busseto, Soragna e Zibello, in mezzo a vasta ed aridissima prateria, solennizzatasi la festa del Santissimo Nome dl Maria. In altri anni concorrevanvi tutti i Preti delle vicine Parrocchie: fortunatamente per chi non ne accettò l'invito, quest'anno in solo numero di cinque vi sono intervenuti.

Destatosi fiero temporale mentre verso le tre pomeridiane si incominciavano i Vesperi, un fulmine caduto, e pare verso la colta della chiesa nella parte del Santuario, ferì, od uccise quattro preti e due secolari. Restava nel mezzo il Prevosto di Roncole Don Pietro Montanari, ed è rimasto illeso. A mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi, arciprete di Frescarolo di anni sessanta, rimasto morto, era seduto. ed in aspetto di uomo che mediti. Presso di questo, e dalla parte del Vangelo, steso per terra morto, ma senza nessun segno Don Luigi Menegalli,  Arciprete di Semoriva di anni cinquanta: vicino a questo disteso pure per terra e morto, senza alterazione nel corpo. Francesco Luzzi d'anni trentasei circa, sarto di professione. di Santa Croce di Zibello, senza segni esteriori. Seduto poi quasi presso la portiera che mette nel Santuario, morto, ma con sembianza d'uomo che placidamente dormisse, Bianchi Gaetano, nubile, sarto di professione, d'anni venticinque, delle Roncole. Dalla parte dell'Epistola, affatto vicino al fortunato Don Pietro Montanari, steso per terra, annerito, e volto e mani e capelli abbruciati e ciglia, con molte lacerature negli abiti, e con la scarpa del piede diritto, di pelle di vitello, così lacera, come quando si abbrucia, Don Bartolomeo Orioli, Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso questo, morto, ma seduto, ed in aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza nessuna ferita stava il cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole, d'anni cinquanta. Dalle assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini restava certo Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione sul braccio destro, col quale toccava quasi il Masini.

Visitata attentamente la chiesa, non ho potuto rilevare che due fori, che corrispondono alle estremità della catena di ferro che lega il volto (la volta) del Santuario. Una grande cornice ad intaglio che circonda il quadro dell'altare maggiore, dorata, e sulla cima della quale stavvi una gran croce, cominciando da essa è rimasta per una quarta parte spogliata della doratura, ma irregolarmente, ed in egual proporzione da una parte, e dall'altra, dove precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e dell'Orzi.

 

La ricostruzione del funesto effetto del fulmine in una incisione del 1828

 

Per quanto io mi abbia indagato in quel punto non sonavansi le campane.

Non sono rimasti vittime di questa terribile meteora solamente degli uomini: ma due piccoli cani dei Sacerdoti Orzi e Menegalli, sono rimasti morti appiedi de' loro padroni. Morta è pure rimasta urta pulledra, che trovavasi al pascolo alla distanza di circa cinquecento passi dalla Chiesa: dubbio è però che lo stesso fulmine abbia ferito anche questa, giacché poco prima, erasi sentito li vicino lo scoppio di altro fulmine.

 

Un provvedimento preso nel 1910 dal più volte citato Don Leto Bocelli per premunirsi in favore dei pellegrini che, per la ressa, non trovavano posto in chiesa e rimanevano facile bersaglio degli acquazzoni che si scatenavamo frequentemente sul piazzale, fu l'acquisto di un ampio tendone di fibra di canapa, con tiranti, che copriva circa metà del sagrato. Resistette parecchi anni, sino al giorno in cui un temporale di particolare veemenza lo strappò e lo rese inutilizzabile.

Don Pietro Bonini, che fu il primo Parroco nel 1926 e che resse le sorti della chiesa per oltre 30 anni dal 1916 al 1947, raccontava di essere rimasto tramortito da un fulmine che si scaricò sulla campana mentre lui la azionava con una corda (metallica) per avvertire la gente del pericolo di imminente tempesta. L'attuale Rettore. Don Ugo Uriati, conserva un tratto di quella corda.

Trascurando l'alluvione del Po del 1951, causa anch'essa di spaventi e lutto, è infine da ricordare il «tornado» abbattutosi nell'estate del 1971 sulla zona: il tetto del Santuario ne uscì gravemente danneggiato e si dovette procedere al suo rifacimento.

I Pellegrinaggi

Un capitolo a parte meritano i pellegrinaggi che hanno sempre attestato come sentita e calorosa fosse la devozione verso la Madonna dei Prati da parte della gente del posto ma anche di quella proveniente da lontano.

Come già precisato l'Oratorio di Madonna del Prati fu designato come Santuario diocesano dal Vescovo Pietro Terroni il 23 aprile 1904. Da allora, e per certi periodi con una frequenza sorprendente, si susseguirono i pellegrinaggi organizzati da parrocchie, confraternite, Istituti religiosi e laici, scolaresche. conventi, ecc. con turbe di persone al seguito od anche con pochi ma ben fervorosi fedeli.

Anche in questo caso dobbiamo alla precisione ed alla assidua cura di Don Leto Bocelli se possiamo riportare le note curiose e patetiche di alcuni fra i numerosissimi descritti nel «Libro dei Pellegrinaggi».

 

8 maggio 1910  da Castione: 82 donne accompagnate dal Parroco:

«...ad un certo punto una povera isterica si diè a gridare come una forsennata una supplica alla Madonna stando ginocchioni in terra a braccia aperte... Non voglio più si abbiano a ripetere simili ridicolaggini, essendo cose da Napolitani».

 

2 giugno 1910 da Borgo S. Donnino: oltre 200 persone

Prezzo del biglietto in treno (tram) Lire 0.80

Partenza da Borgo S. Dannino        ore 6.00

Arrivo al Santuario (via Soragna-Roncole) ore 7.30

Ritorno dal Santuario           ore 10.30

Ritorno da Roncole   ore 11.15

Arrivo a Borgo S. Donnino   ore 13.00

L pellegrini da Chiusa Ferranda e da Castellina saliranno nel treno speciale alle loro rispettive fermate.

Da Roncole a Madonna Prati e viceversa con vetture appositamente fatte venire da Busseto oppure a piedi.

 

16 luglio 1913

Un pellegrinaggio singolare

«Se il pellegrinaggio che stò per registrare merita una nota tutta sua propria, non fu certo pel suo grande concorso perché si componeva di una sola persona, ma bensì per l'ardente fede e per la pietà do Costei ad dimostrata, sino a commuovere le lacrime.

Fu l'Egregia Sig. Bocchi Margherita maritata Guareschi di Diolo. che per una grazia ottenuta per intercessione di questa Taumaturga Madonna, fè voto di venire a piedi scalzi al Santuario, per compiervi le proprie divozioni in segno di ringraziamento, e alla mattina del 16 luglio, come da preavviso, arrivò in fatti da Diolo a piedi scalzi.

Appena la vidi, mi destò la più grande compassione e non soltanto perché in faccia si conosceva una persona stanca e affaticata per il lungo camminare, ma eziandio perché la si vedeva anche sfinita e certo per le molte orazioni che senz'altro aveva recitato lungo la strada colla domestica che l'accompagnava.

Arrivata però che fu al limite della porta della Chiesa, non permisi che più avesse a proseguire a piedi scalzi stante la freddura troppo risentita del pavimento, e questo per evitare ad incontrare alla medesima qualche malanno perché la si vedeva sudata. Dietro quindi mie ripetute insistenze, la pia Signora obbedì e calzate due pantofole che gli furono prestate, ginocchioni per ben tre volte, baciando e bagnando di calde lacrime il pavimento, andò dalla porta all'altare maggiore.

Dopo un quarto d'ora di assorta preghiera, si alzò e prima ancora che avessi incominciato la S. Messa, domandò per riconciliarsi (?).

La pia Signora. compiute le proprie divozioni se ne ritornò, non più però a piedi, ma con un superbo cocchio che espressamente aveva fatto venire da casa sua, e prima ancora di lasciare questo Sacro recinto, più volte mi ringraziò, e in Chiesa (senza verun rispetto umano) diè ai pochi fortunati  che ci si trovavano, prova veramente stragrande della sua ardente fede».

 

21 maggio 1914 da Borgo S. Donnino: 85 persone

«In tram sino a Roncole. A piedi da Roncole al Santuario con la banda in testa».

Fatti e misfatti

Un fatto, con risvolti anche boccacceschi, che si inserisce indirettamente sia nella storia del Santuario che di Giuseppe Verdi, è quello che ha per protagonisti un sacerdote nativo di Soarza e la figlia della levatrice comunale di Busseto che aveva ottenuto alloggio nello stabile della canonica di Madonna dei Prati.

Va premesso, per la verità, che non vi sono documenti che comprovino quanto è qui raccontato: tuttavia i tempi dell'intreccio, le date ricostruite e. soprattutto, i sia pur vaghi ed incerti ricordi riferiti a suo tempo da alcuni superstiti. fanno credere che non tutto sia inventato.

I fatti:

Giuseppe Verdi, dopo il 1860 amò ritirarsi spesso nella sua villa di S. Agata da dove ancora effuse quelle che dovevano essere le sue ultime incomparabili melodie e dove si godette anche la sua vecchiaia. Attaccato alle tradizioni e ad una salda fede cristiana, disponendo della cappella privata nella Villa, si rivolse alla Curia di Borgo S. Donnino per poter avere tutte le domeniche un sacerdote che lo coadiuvasse per assolvere l'impegno del precetto festivo.

La richiesta venne ovviamente accolta e fu incaricato per la bisogna Don Ricordano Bottazzi, Professore al Seminario della città, sacerdote ritenuto all'altezza per un compito così particolare ed impegnativo avendo il Verdi fatto capire che avrebbe intrattenuto per l'intera giornata il ministro del culto in piacevoli ed anche dotti conversari.

L'accordo si concretò e regolarmente ogni mattina della domenica il cocchiere di Verdi andava a prendere il sacerdote con la carrozza, lo portava a S. Agata dove lo lasciava per la funzione religiosa e per Il pranzo e, ad una certa ora, lo riprendeva per riportarlo al suo domicilio.

Ma ecco lo zampino del diavolo! Per un accordo fra il vetturino e il trasportato, la carrozza, invece di prendere la strada del ritorno per Borgo S. Donnino, deviava ad un certo punto per Madonna Prati dove ad aspettare don Bottazzi c'era Realina, la bella figlia della levatrice. Va precisato che all'epoca il Santuario era in forte decadimento e non vi si tenevano funzioni religiose nemmeno la domenica. L'interno della chiesa sarebbe stato addirittura utilizzato quale deposito dl attrezzi agricoli. In questa situazione la canonica era stata adibita a residenza dello stradino comunale (era Benvenuto Tessoni. padre di Lino che a Busseto fu stimato capomastro ed ebbe quattro figli: Ennio, Isolo, Romano e Nelda) e della levatrice.

Il rientro in Seminario avveniva la mattina del lunedì.

La vita del Professore venne sconvolta dagli sviluppi che questa storia assunse. Certamente la fede del religioso e il senno dell'uomo di cultura vennero totalmente stravolti sicché il suo comportamento negli anni successivi risultò completamente errato.

Lasciato l'abito talare. non rinnegò l'ambiente religioso e si fece pastore protestante stabilendosi a Conversano, in Puglia. Si unì con la donna ed ebbe non meno di tre figli, forse cinque. Sembra che avesse trovato una ottima sistemazione, anche sotto l'aspetto economico, e di ciò si compiaceva di darne attestazione nelle sue fugaci ma appariscenti venute a Soarza, dove si incontrava con il «prevusten» Mons. Guido Vezzani. Naturalmente la Chiesa di Roma lo scomunicò.

Ma ecco quella che qualsiasi laico chiama «la mano del destino» e un fervente cristiano «il castigo di Dio»: in uno dei numerosi terremoti che sconquassarono l'Italia Meridionale nei primi anni del 1900,  la donna perì sotto le macerie con tutti i figli!

A Don Bottazzi non rimase che rifugiarsi nella disperazione.

Pian piano — negli anni successivi — riaprì il dialogo con le autorità ecclesiastiche e fece sapere di voler espiare in tutto le sue colpe. Col consenso del Vaticano, che gli impose una molto impegnativa e lunga penitenza. si fece benedettino e fu ammesso all'Abbazia dl San Giovanni a Parma.

Alla vigilia di poter riprendere ad officiare la S. Messa, morì.

 

«Il fatto potrebbe sollevare in qualche lettore un certo senso di meraviglia. Bisogna considerare che un sacerdote ricevendo, a coronamento delle sue aspirazioni di vocazione. la consacrazione sacerdotale, non cambia la propria natura di «povero uomo» e non si trasforma in un angelo, ma gli istinti umani, quale discendente dal padre Adamo, rimangono sempre. pronti a provocare continue battaglie spirituali con trionfi e sconfitte, se non lo sostiene la forza dall'alto. Maggior meraviglia però dovrebbe fare in riconversione del nostro protagonista, certamente preparata dalle preghiere dei propri parenti, dei confratelli e di tanti buoni cristiani e dalle ispirazioni di quella che noi amiamo come nostra mamma del cielo: la Madonna. Se proprio all'ombra del suo Santuario un figlio di Lei caro ha trovato occasione di pervertimento, questo figlio da Lei seguito col continuo rimorso nel cuore e col continuo richiamo materno, ha potuto, novello figliuol prodigo, ritrovare anche la via del ritorno. Ciò si addice ai fasti di Maria! Anzi il fatto ci ammaestra che anche dopo le più gravi colpe non dobbiamo mai disperare del perdono: LA MISERICORDIA DIVINA HA SI’ GRAN BRACCIA CHE ACCOGLIE CHIUNQUE SI RIVOLGE A LEI!»

Un altro fatto riportato nelle Ricordanze Roncolesi di Don Giovanni Fulcini (agosto 1900) è il seguente: «L'inganno torna a scapito dell'ingannatore»

Mentre due signori di Busseto stavano cacciando nei pressi dell'Oratorio della Madonna dei Prati si presentano ad essi due individui lagnantisi dl essere rimasti feriti dai loro proiettili. Avevano infatti sul volto qualche ferita e pretendevano un compenso di Lire 50 per ciascuno. I due cacciatori stettero sulla negativa e allora i feriti si rivolsero ai genitori del medesimi. Ma oh! infelice astuzia! Essendosi constatato che le ferite non erano che graffiature volontarie, fatte per compiere una truffa, i malcauti furono tradotti in gattabuia dove senza dubbio mediteranno seriamente sulla fallacia dei disegni umani.

 

I benefattori del Santuario

Fedeli che hanno generosamente offerto per il «castello» e i ceppi delle nuove campane.

Rettore Don Ugo Urlati e famiglia

Signori Landino Dalcò e Raimondo Fava Signori Augusto Rosi e Ulisse Pettorazzi Signori fratelli Enrico. Allineare e Silvio Donati Signori fratelli Renzo e Egidio Dalledonne Signori fratelli Piero e Arrios Fontanella

Signori Alberto Calai e Disfino Campanini Signori Cesare e Lisetta Paraboschi

Signori Romano Gatti e Ferracelo Scaramuzza Signori Gino Vernizzi e Salvatore Affaticati Signori Renzo Maggi e Ugo Oppici

Signori Archimede. Pellegrini e fratelli Cesare e Luigi Rizzi Signori Virginio Mora e Guglielmo Bergamaschi

Signori fratelli Adelmo. Gino. Iride e Carlo Rastelli Signori Cesare Fraschi con Giulia e Adelaide Caraffini Signori Pierino e Albino Devoti

Signor Massari Arternio

S. Madonna dei Prati. 24 Novembre 1955

 

Fedeli che hanno generosamente offerto per I banchi e gli inginocchiatoi del Santuario.

Doti. Giannino e Anna Rastelli

Dott. Antonio Verder i e Loredana Bergarnaschi

Signori Domenico March int e Canneti Urlati

Dott. Carlo Alberto e Alessandro Onesti

Signori M. Giustina Volpin i e Lino Rizzi

Famiglia Donato Longinotti

In memoria del pittore Prof. Giovanni nibbi

Sorelle Emma Urlati Ghidini e Teresa Urlati Gardi Vinci Prof. Cesare Urtati e Dott. Elena Ferrari

Signori Landino e Alfa Dalcò in memoria dei loro cari Alice Vigilati e Dante Datici)

in meritoria dei fratelli Urlati Cesare. Nino, Alberto. Faustino Signori Giuseppe Ferrari e Maria Bigliardi

Signori Giovanni e Giuseppina Urlati

Signori Ester e Attillo Girometta e l figli Giuseppe e Piergiorgio Famiglie Urlati e Ferraguti

Signori Palma e Francesco Dalle Lucine

Rettore non Ugo Urlati

Signora Rosa Rabaiotti Loffi

Signora Mira Carrara Calvi

La Signora I3enassi Alberta veci. Calvi di Samboseto ha donato n. 6 candelieri in legno argentato.

 

Fedeli che hanno generosamente offerto per le funi delle campane.

Signori Nino Urlati e Ferraguti Giuseppina

Signor Virginio Mora

Signore Giulia e Adelaide Caraffini

Signore Santina e Pasqua Giordani

Signori Fratelli Renzo ed Egidio Dalledon ne

Signori Lisetta Paraboseht con Pierino e Albino Devoti

Il Signor Renzo Maggi ha offerto per la Croce in ferro battuto posta sul campanile.

 

Altri fedeli, parrocchiani e non, che hanno generosamente offerto per il Santuario:

Famiglie: Fraschi. Mora. Bianconi. Dott. Lino Demaide. Donati. Pettorazzi. Dalledonne. Arutonl, Pietro Gelff, D.ssa Viazzant, Ai- mi. Speroni. Colini. Filiberti, Cav. Reverderi. Volpini. Campanini. Arfini. Dalcò. Affaticati. Rastelti. Oppici, Carrara. Biagio

cardi. Alessandro Onesti,

e. fra il Clero. I Chierici del Seminario Diocesano. Mons. Alberto Costa. Mons. Giacomo Donati. Mons. Luigi Onesti. il Beato Card. Andrea FerrarL

ai quali tutti va la riconoscenza e la ricompensa del Signore.

 

L’attuale Vescovo di Fidenza S.E. Mons. Carlo Poggi.

 

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Il Santuario di Madonna dei Prati

 

Testi, immagini e documenti

a cura di

Don Ciarlo Capuzzi e Guido Conti

 

 

don carlo capuzzi

 

Il Santuario, che cos'è?

 

Presso i pagani il Santuario era (ed è) luogo in cui la divinità interviene e Conseguentemente dà segno della sua presenza. L’esempio classico è il fulmine: era pertanto luogo a cui convenire per ottenere dalla divinità la recondita della terra, dei campi, delle piante, degli animali e della stessa famiglia; luogo ove ottenere la salute degli animali e delle persone nonchè per ricevere protezione in caso di avversità provenienti da fenomeni naturali. come le alluvioni, o da persone: luogo ove ottenere il tempo favorevole per gli animali, per la campagna e per l’uomo in caso di siccità e di pioggia. Presso gli antichi ebrei il santuario era principalmente il luogo in cui si faceva memoria di un particolare manifestazione di Dio di Israele legata al suo piano storico salvifico. Con la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e il Suo evento pasquale di Morte e di Rissurezione tutto il mondo è diventato un Santuario. Quando in una chiesa la comunità cristiana pone la qualifica "santuario” con ciò viene a porre un'indicazione e un segno per ricordare che tutto il mondo è un santuario.

Nel mondo pagano Giove, il padre degli dei, era raffigurato seduto sul trono con in mano i fulmini. Appena cadeva un fulmine, nel punto dove toccava terra, veniva pota subito un’iscrizione marmorea e quel luogo era dichiarato subito santuario. Si provvedeva a costruirvi sopra un tempio che veniva consacrato con l'immolazione di un agnello di due anni e pertanto non aveva più denti da latte, ma la seconda dentatura: quel tempio veniva perciò chiamato santuario bidente.

Presso gli ebrei parecchi santuari divennero il memoriale dell'incontro tra Dio e i patriarchi e il simbolo della promessa divina di uno sviluppo storico positivo del popolo sulla terra. I santuari segnarono le tappe del progressivo insediamento nella terra promessa o della progressiva accettazione della relazione con il Dio dell'Alleanza. Gli ebrei entrando in Palestina avevano trovato le popolazioni cananee: erano genti dedite ai culti del divino mistero della vita e della fecondlità di cui spontaneamente scorgevano un simbolo in un grande albero frondoso o in altre manifestazioni della fecondità della natura.  Ciò avveniva spesso sulle alture: nei luoghi di culto venivano perciò collocati simboli delle forze vitali della sessualità come, ad esempio, una grande rozza pietra di marmo su cui potevano essere appena accennati i segni della femminilità.

Al posto di una pietra sacra poteva esserci anche un palo sacro.

La religione ebraica si opponeva a questi culti naturalistici e magici che cercavano di far rivivere nei riti antiche narrazioni di vicende di dèi fecondi la cui fecondità era considerata fondamento perenne di ogni vitalità. Anche il Dio di Israele prometteva al Suo Popolo l'abbondanza dei frutti in quella terra “ove scorre latte e miele”, ma la Sua promessa esigeva la fede nella Sua libera decisione di essere benevolo verso il popolo che aveva scelto. Inoltre essa era condizionata non dall'attuazione di pratiche magiche cultuali, ma dall'accoglienza della Sua parola e dalla fedeltà al Suo statuto di alleanza.

Con la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e il Suo evento pasquale di Morte e di Risurrezione tutto il mondo è santuario. Alla donna di Samaria che gli aveva detto: “Signore, vedo che tu Sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Gesù rispose: “E’ giunto il momento in cui né su questo morie. né in Gerusalemme adorerete il Padre. E giunto il momento, ed è questo. in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità; perché il Padre cerca tali adoratori, Dio è Spirito, e quelli che Lo adorano devono adorarLo in Spirito e Verità”.

Quando il Figlio di Dio si è fatto carne, tutto il mondo — ovvero il creato — è diventato un santuario. S. Paolo ha qualche espressione che fa intendere che tutto il cosmo, tutto l'universo, tutte le galassie sono un santuario.

Tutto il mondo è diventato un santuario. Le carceri medesime sono diventate un santuario: anche se forzatamente, vi dimorano persone nelle quali Nostro Signore Gesù Cristo vive e si immedesima. tanto che alla fine di questo tempo presente ci dirà letteralmente: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi” oppure: “Ero carcerato e non siete venuti a visitarmi”; con quel che segue. Egli Si immedesima con ogni persona bisognosa. In questo mondo non esistono persone che non siano bisognose. Noi Lo incontriamo in ogni persona: e ogni persona è un santuario.

Secondo il piano di Dio ogni persona è chiamata a far parte dell'unico Suo nuovo popolo: ed è un popolo fatto di persone, con tutti i loro limiti e difetti. Finché viviamo su questa terra possiamo trovare. e di fatto troviamo, un po’ fastidioso starci dentro ma è il grande santuario che Nostro Signore Gesù Cristo, il Risorto. ci ha lasciato: è il suo corpo mistico, è la Chiesa. Quando una persona entra a far parte di questo nuovo popolo di Dio. in quella persona viene a vivere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; in essa viene a vivere Dio, e quella persona di. diventa santuario. Quando la comunità cristiana pone all'ingresso di una chiesa, grande o piccola. la qualifica di santuario, viene a ricordarci e a testimoniare tutto questo.

don carlo capuzzi

 

Litanie

della Madonna dei Prati

composte dal Canonico Bonini Don Ludovico

 

S.Madonna dei Prati

e Regina del creato

donna di eterna bellezza

vestita di sole

coronata di stelle

 

S. Madonna del nostro lavoro

madre del sacrificio

madre dell'amore

madre della vita

 

S. Madonna delle nostre famiglie

Sposa di S. Giuseppe

madre dl Gesù

Vergine fedele

 

S. Madonna delle nostre Chiese

gioia delle nostre feste

consolazione delle nostre pene

dolcezza delle nostre asprezze

 

S. Madonna delle nostre case

sicurezza dei nostri cammini

consiglio nelle nostre scelte

sostegno dei nostri impegni

 

S. Madonna dei campi

più alta delle cime

Regina del cielo

più bella dei fiori

 

S. Madonna dei Prati

voce orante degli umili

serena pace della sera

custode di arcani silenzi

 

S. Madonna dei Prati

madre dei chierici

benevola coi sacerdoti

dolce patrona della Chiesa Fidentina

 

Il Santuario di Madonna dei Prati

di manfredo cavitelli

 

Dopo i disboscamenti che i Benedettini di Castione Marchesi e i Cistercensi di Chiaravalle e Fontevivo avevano operato dall'anno 1000 in poi lungo la profonda fascia rivierasca tra il Po e la Via Emilia, e prima che vi si stabilissero centri abitali, poche strade e pochissime case coloniche davano segno di vita in quell'immenso territorio piatto e silenzioso. I mezzi di cui disponevano le genti di quei tempi e il disagio della lontananza accentuato dalla scarsa e cattiva viabilità, rendevano quei luoghi poco adatti alle coltivazioni che esigono un frequente apporto di mano d'opera. E poiché la feracità del terreno favoriva una vegetazione rigogliosa, i contadini trovavano più conveniente coltivare i campi a prato.

Per questa diffusa tendenza ed in mancanza di ragionevoli alternative, la maggior parte della zona presentava vaste distese di prati punteggiati da qualche salice o da rari chiostri di pioppi. Ancora non molti anni fa, per quelle zone che non erano totalmente appoderate, erano rimaste in uso le denominazioni di "Prati di Roncole”, "Prati di Frescarolo", “Brè" (che forse una volta era “prè") e poi ancora "Misericordia", “Borghese". ecc.

Fu proprio nella zona dei prati di Roncole che intorno al I600 fiorì uno dei tanti episodi di pietà cristiana che — come cippi marmorei — stanno incrollabili nei secoli a misurare e testimoniare la continuità e la profondità della fede religiosa nell'animo della gente.

Fra i contadini che frequentavano per ragioni di lavoro quei luoghi solitari, la suggestione della Natura e del Creato e la solennità dei vasti silenzi facevano da sfondo a interiori angoscie ed ansie che sfociavano nella ricerca del distensivo e riposante mondo dell'amore.

Per merito di qualche parroco che, al pari dei colleghi missionari, chec visitarono il mondo, percorrevano quelle lande a piedi, il nome della Madonna cominciò ad essere ripetuto sempre più insistentemente nei rari incontri tra villici e nelle intime riflessioni. Qualche mano pia appese ad un pioppo un'immagine sacra; qualche altra vi depose un mazzetto di fiori agresti. Circolarono voci di grazie ottenute, si infittirono le visite dei devoti.

Nei prati della Colombarola — così era denominata la località — fu eretta nel 1632 una cappellina con l'immagine dipinta della Madonna ed il numero dei fedeli che vi affluiva dai paesi circostanti si fece folla. L’eco di queste ardenti manifestazioni di devozione a Maria attirò l’attenzione dell'autorità ecclesiastica. Il Vescovo di Borgo San Donnino (ora Fidenza) Mons. Nicolò Caranza inviò sul luogo il suo Vicario Generale ed una commissione di altri tre sacerdoti con l'incarico di appurare le cause, l'importanza e l’attendibilità di quanto si stava straordinariamente verificando. Dopo accurate e caute indagini gli inquirenti stabilirono l'esistenza di numerosi casi di guarigione e di scampati periodi per i quali non poteva essere posto in dubbio l'intervento soprannaturale della Grazia.

Qualche tempo dopo il Vescovo si recò in visita alla cappelletta e. cedendo alle suppliche della numerosa folla accorsa da ogni parte, autorizzò l'erezione di un altare per la celebrazione della messa e nominò cappellano Don Flaminio Porci.

 

Le offerte dei Fedeli si erano intanto notevolmente accresciute. Dopo aver disciplinato i servizi religiosi e l'amministrazione dei Fondi che si andavano accumulando, Mons. Vescovo giunto il momento di provvedere alla costruzione di un tempio sufficientemente ampio e importante che onorasse degnamente la Madonna che in tanti modi aveva rivelato la sua predilezione per quella sperduta località e per soddisfare le fervorose aspirazioni di quelle popolazioni rurali.

 

Queste note introduttive sono state redatte da mio padre Giuseppe Cavitelli nel 195I con l'intenzione di renderle pubbliche in un fascicolo che avrebbe dovuto uscire in occasione della ricorrenza del 50° anniversario della riapertura dell'Oratorio e della sua elevazione a Santuario. Per motivi non accertati la pubblicazione non avvenne. Restano comunque valide le nobili considerazioni di un cristiano "di allora" ed è con commosso piacere che le utilizzo a decoro di questo opuscolo e per la realizzazione, sia pure dopo 35 anni, dello scopo per il quale sono state scritte.

L’Autore

 

Il 20 ottobre 1690 S. Eccellenza Rev.ma il Vescovo di Caranza, pose la prima pietra e sottoscrisse l'atto dell'importante avvenimento: iniziava cosi la costruzione del Tempio dedicato al SS. Nome di Maria che il popolo già chiamava Chiesa della Madonna dei Prati.

 

Addì 20 Ottobre 1690 ne prati della Colombarola delle Roncole nell'atrio avanti la Capellina del Nome di Maria avanti la presenza degli infrascritti testimoni costituiti avanti di me Don Giuseppe Maria Borsi Segretario di Monsignor Ill.mo Rev.mo Vescovo di Borgo San Donnino, deputato specialmente a ricevere il presente atto.

Si dichiara in virtù della presente scrittura, che deve servire a perpetua memoria de posteri, si come l’anno e giorno suddetti il sottoscritto Mons.re Ill.mo Rev.mo Nicolò Caranza Vescovo per la Dio Grazia. e della Santa Sede Apostolica, di Borgo San Donnino, si è portato al suddetto luogo, dove è situata la suddetta Capellina, intorno alla quale si fabricano li portici, ed ha messo la prima pietra del fondamento della Chiesa da fabbricarsi al suddetto Nome di Maria, secondo il disegno fatto dal Signor Don Francesco Calligari Architetto Parmigiano, la qual fabbrica ha maestro Giulio Bonadio di Fontanellato.

Si dichiara ancora che detta Chiesa si fabbrica di elemosine raccolte dalla Pietà dei Fedeli fatta all'Imagine della Madonna dipinta nel muro della Capellina, la storia della quale si potrà vedere dal processo fatto dal suddetto Mons.re Ill.mo Vescovo l’anno passato esistente nella Cancelleria Episcopale, dal quale consta che detta Immagine s'è conservata miracolosamente ed è stata altre volte nel luogo dove si trova al presente e si spera con l’aiuto del Signore che si trasporterà all’Altare maggiore della Chiesa cominciata a fabbricarsi come sopra.

Si deve anche sperare che il sito, cioè detta fabbrica, è stato donato dal signor Alfiere Giulio Boselli, ch’è di tre pertiche, che servirà per fare la Chiesa, gli portici, il piazzale e un orto per il prete.

Gli testimoni che sono intervenuti a questo atto saranno sottoscritti nella presente e sono gli infrascritti:

Don Giovanni Battista Ambrosi

Don Flaminio Porci

Don Giuseppe Delle Donne

Don Innocenzo Forni

Don Fulvio Pettorelli

Don Giuseppe Maria Borsi

Vescovo Nicola Caranza

 

Il progetto fu commissionato all'Architetto Don Francesco Callegari. lo stesso che, con lustro e sapienza, aveva disegnato quella stupenda costruzione che era il Seminario Vescovile di Fidenza, purtroppo andato distrutto con i bombardamenti dell'ultimo conflitto. II Callegari era di Parma, e non di Roncole come qualcuno ha voluto far credere in passato, ed era il Sacerdote-architetto della Curia fidentina.

A spingere il Vescovo a decidere la costruzione della chiesa non è stata certamente estranea la disponibilità di una buona parte dei fondi necessari all'opera, rappresentati da circa 6000 Lire raccolte con le offerte dei fedeli.

Ciononostante la costruzione non fu impresa di poco impegno. Basti pensare che la benedizione del tempio avvenne solo 7 anni dopo, nel I697, quando le principali opere murarie furono completate e fu consentita l'agibilità per i fedeli.

Allora mancava il campanile, la cupola, il rivestimento esterno e la canonica. In compenso esistevano due portici (pronao) ai lati dell'ingresso centrale ed un altro portico sul lato destro del piazzale, quest'ultimo costruito ancora prima della chiesa: come vedremo, furono tutti abbattuti. Circa l'epoca di costruzione della canonica, non si hanno notizie. II Campanile è del 1955 mentre, per il resto, l'assetto originario non è stato modifirato.

Le prime difficoltà sorsero quando il nobile Alfiere Giulio Cesare Boselli, proprietario del terreno, si proclamò proprietario anche della piccola Cappella che vi sorgeva, creando problemi in relazione alle elemosine che, come detto, venivano copiosamente lasciate dai fedeli. Egli vantò pure lo stesso diritto sulla chiesa che si pensava di costruire e per meglio concretare la sua pretesa, si disse disposto a partecipare al 50% delle spese per il nuovo tempio.

Venne allora chiesto l'inventario di S.A. Serenissima Ranuccio Il Farnese (Duca di Parma. Aveva ottenuto per eredità il Ducato di Castro, si ammirano ancora oggi le rovine nel viterbese, ai confini fra Toscana e Lazio. Dovette cederlo alla Chiesa di Roma dalla quale ebbe in cambio Bardi e Compiano. Aiutò anche Venezia contro i Turchi. Era molto benvoluto dai sudditi.) il quale “ingiunse“ al Boselli di recedere dalle sue posizioni di intransigenza. Questi donò allora il terreno necessario limitandosi a porre come condizione che, ad opera compiuta, venisse ricordato con un epitaffio quanto da lui fatto per questa opera. La lapide di marmo che attesta questa circostanza si trova a sinistra dell'altare maggiore e dice:

Traduzione:

Nell'anno 1690 Giulio Cesare Boselli, patrizio parmense, stando per edificare a proprie spese in questo suo campo Una chiesa allo scopo di onorare un'Immagine della Santissima Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta per un'ammirabile serie di grazie le quali attrassero gente da tutte le parti e venendo anche in modo meraviglioso le offerte, coll'assenso e sotto gli auspici del Serenissimo Duca Ranunzio II, lasciò che altri all'erezione della chiesa stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che nutriva per la Vergine, diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante distesa di campi suoi per costruirla.

 

Sul pilastro che divide l'altare maggiore dalla cappella di destra, vi è poi un'altra lapide fatta apporre dai figli che, a loro volta, dopo la morte del patire, dimostrarono con altri atti di generosità il loro attaccamento alla Madonna dei Prati. Questo è il testo:

Traduzione:

Il giorno 5 settembre 1703 i fratelli della nobile famiglia Boselli per onorare la memoria del padre Giulio Cesare Boselli, defunto e della madre Elisabetta Penzoli, vivente, loro amatissimi genitori, nell’anniversario della morte del padre, lasciarono come monumento del loro affetto, pietà e ricordo in questa chiesa alla Celeste Regina delle Grazie, Partona, Madre e Signora. la sacra suppellettile e gli ornati, elegantemente eseguiti, che decorano l'altare medesimo.

 

La chiesa si intitola al Santissimo Nome di Maria e ciò è consequenziale alla venerazione che le folle devote offrivano alla Sacra Immagine che ne determinò l'erezione. La dedica peraltro risultava anche in sintonia con gli avvenimenti storici-politici-religiosi di quei tempi. La sconfitta delle armane turco-musulmane ad opera del maresciallo Sovieski (poi divenuto Re di Polonia) a Vienna il 12 settembre 1683 aveva infatti indotto il Papa di allora, Innocenzo XI, a decretare - con bolla papale del 15 novembre dello stesso anno - che la Chiesa onorasse d'ora in poi il nome di Maria nel giorno 12 settembre di ogni anno (ora è diventato la seconda domenica di settembre). Deve quindi essere stata un'occasione straordinaria per il Vescovo di Borgo San Donnino) Mons. Caranza offrire al Papa un nuovo tempio ispirato ai suoi intendimenti.

 

 

 

La ricostruzione degli avvenimenti che hanno preceduto l'edificazione del Santuario, riportati nelle pagine precedenti. così come della storia di quanto è avvenuto nei tre secoli di cui ci stiamo occupando, è stata possibile attraverso la consultazione dei manoscritti lasciati da alcuni sacerdoti che si sono succeduti nel Rettorato della Chiesa o hanno operato da semplici “cronisti', dei fatti dell'epoca. A cominciare da Don Flaminio Porci, primo Cappellano (o Rettore) nel 1690, al quale dobbiamo una dettagliata relazione costituita da un grosso volume contenente l'intera cronistoria della edificazione del Santuario, che ha per titolo: Cattastro delle partite poste in questo libro del Ven.do, Oratorio del Sant.mo Nome di Maria delli Prati delle Roncole di Busseto documento conservato nell'archivio della Curia Vescovile di Fidenza.

Sulla base di questo libro ha lavorato Don Sincero Badini per la pubblicazione di un opuscolo intitolato La Madonna dei Prati, avvenuta nel 1904, che ha pure fornito notizie assai utili per questa ricerca.

Altre due fonti dalle quali si è ricavata una inesauribile quantità di notizie di estremo interesse sono:

- Ricordanze Rancolesi, raccolta di episodi e circostanze riunita da Don Giovanni Fulmini in un volume datato 1907 ma nel quale sono riportate, in ordine sparso, notizie degne di essere ricordate per fatti accaduti a Roncole anche molti anni prima. Don Fulcini, roncolese di nascita, esercitò il suo sacerdozio quale canonico) della Collegiata di Pieve Ottoville praticamente durante tutta la sua vita, dal 1856 al 1922. Serbò per la sua terra d'origine un amore ancestrale e dedicò moltissimo tempo a scrivere ciò che riteneva utile tramandare ai posteri. I numerosi volumi lasciati sono conservati negli archivi delle parrocchie di Pieve Ottoville e Roncole.

Il Diario di Don Leto Bocelli, effemeride di tutto ciò che è accaduto nel Santuario nel periodo del suo rettorato dal 29/9/1909 al 25/2/1916, corredato di riferimenti su importanti notizie relative agli eventi del passato nella storia della Madonna dei Prati. Don Bocelli, prima di arrivare a questo Oratorio, fu per diversi anni sacerdote sagrista presso la Collegiata di Busseto e per 14 anni rettore della Chiesa di Sant'Anna fuori le mura di Busseto (presso il Cimitero). ll volume è Conservato negli archivi del Santuario.

 

La storia e la cronaca

I Cappellani che si succedettero a reggere l'Oratorio sono stati:

dal 20/1/1690 al 12/8/1736         Don Flaminio Porci Cappellano

(Egli è sepolto nel santuario come attesta l’atto di morte che riportiamo: "Nell'anno 1736 - 12 agosto il Molto Rev. Don Flaminio Porci di età di 85 anni circa. Cappellano dell'Oratorio sotto il titolo del SS. Nome di Maria, chiamato dei Prati, nella casa del medesimo oratorio tese l’anima a Dio munito dei SS. Sacramenti. Il suo corpo, come lui aveva stabilito a mente Sana, col permesso dei Superiori, fu sepolto nel detto Oratorio alla parte del Vangelo dell'Altare superiore. Il funerale fu compiuto da me; Angelo Brgamini, Prevosto della Chiesa di Roncole di Busseto, essendo l’Oratorio entro i contini di questa parrocchia”.

nel 1740                                   Don Sonzini Cappellano

dal 1789 aI 10/1795                   Don Giuseppe Bassi Cappellano

dall'11/1/1795 al 12/1303           Don Angelo Rovaldi Cappellano

dal 12/1803 al ?                        Don Domenico Voghera Cappellano

nel 1819                                   Don Paolo Costa Cappellano

 

nel 1828 l'Oratorio non aveva il Cappellano ed era affidato aI Parroco di Roncole

 

nel 1860           Don Giovanni Zappieri Cappellano

 

nel 1890 l’Oratorio non aveva iI Cappellano ed era affidato a Don Antonio Chiappari, Prevosto di Roncole

 

dal 24/4/1904 al 27/3/1909         Don Cesare Robuschi Cappellano

dal 4/4/1909 aI 29/9/1909          Don Mario Caraffini Cappellano

dal 29/9/1909 al 25/2/1916         Don Leto Bocelli Cappellano

dal 4/5/1916 al 15/7/1926          Don Pietro Bonini Cappellano

dal 16/7/1926 aI 24//7/1947        Don Pietro Bonini Parroco

dal 21/12/1947 al 21/3/1977       Don Ugo Uriati Parroco

dal 22/3/1977 al 25/8/1997         Mons. Ugo Uriati Vicario Ecom. (Parroco di Samboseto)

dall’1/1/2000                             Mons. Rino Guerreschi Amm. parroc.

 

Non si dispone di memorie scritte che riportino notizie sulla vita del Santuario nei primi 150 anni. È certo che l'afflusso dei fedeli continuò con ritmo crescente e la fama della Madonna Taumaturga dei Prati si estese ai territori limitrofi. anche oltre il fiume Po.

 

La Chiesa si arricchì di varie opere d'arte ed il °beneficio" si consolidò per alcune donazioni testamentarie. Fu eretta la Canonica.

I Cappellani si alternarono regolarmente e ciascuno aggiunse il suo apporto spirituale e materiale.

Uno scossone che ha senz'altro causato una svolta negativa nel regolare procedere della vita del Santuario è' venuto dai luttuoso fatto verificatosi nel 1828 per la caduta di un fulmine all'interno del Tempio con conseguenze disastrose. Di questo avvenimento si tratta nelle pagine seguenti.

Da quell'anno l'Oratorio non ebbe più il Cappellano, se non per periodi brevi, e le funzioni religiose si svolgevano dapprima alla sola domenica e successivamente una volta all'anno unicamente in occasione della festività del SS. Nome di .Maria.

Di questo periodo di oscurantismo si conosce ben poco. Le voci raccolte tra i villici parlano di chiesa ridotta a deposito di attrezzi agricoli e di canonica che le autorità comunali di Busseto avevano destinato ad alloggio dello "stradino" e della levatrice.

Si hanno invece notizie precise sul risveglio dell'interesse per il Santuario a partire dagli anni attorno al 1885. Nel 1890, come vedremo, venne istituita la "Festa Votiva". Ricominciarono i pellegrinaggi e nelle Ricordanze Rancolesi di Don Fulcini ne sono descritti diversi organizzati su iniziativa del Prevosto Chiappari di Roncole negli anni 1892, 1896, 1898, ecc. Riguardo a quello del 1892 il nostro "relatore" informa che si svolse con la partecipazione di circa 1500 pellegrini (tutti a piedi da Roncole, Vescovo in testa) e la somministrazione di 1400 comunioni.

In quegli anni anche i Seminaristi di Borgo San Donnino si agitavano per la chiesa di Madonna Prati e nel febbraio del 1900 prospettavano al Vescovo Mons. Giovanni Battista Tescari il ripristino del decoro del Santuario. Ciò avvenne quattro anni dopo, con il nuovo Vescovo Mons. Pietro Terroni il quale, con atto del 23 aprile 1904 annunciava la nomina ufficiale dell'Oratorio della Madonna dei Prati a SANTUARIO.

 

Fra le chiese dedicate alla Vergine Madre di Dio, fondate ed erette in questa nostra Diocesi di Fidenza, non occupa l'ultimo posto l'artistico, decoroso e rinomato Oratorio che viene chiamato della gloriosa Nostra Signora del Prati e che ormai da più di due secoli onorato dalla pietà dei Fedeli, nel quale è grandemente venerata un'immagine dipinta sul muro dell'abside della medesima Vergine, che punta in braccio il Fanciullo Gesù. Lì si radunano non solo gli abitanti del luogo, ma spesso anche popolazioni da lontano per sollecitare aiuto nelle calamità, liberazione dai mali, sollievo nei pericoli e nelle disgrazie, consiglio nelle perplessità, cose tutte più volte ottenute dalla Madre delle grazie, come ne fanno fede gli ex-volo e i quadri sospesi alle pareti nel presbiterio della chiesa. Ma essendo stato quel sacro luogo abbandonato sia per ingiuria del tempo come per cattiveria umana e ridotto a triste stato, per favorevole divina grazia "che sceglie le cose deboli del mondo per confondere quelle forti” (1.Cor.1.77) avvenne che soprattutto per desiderio e cooperazione dei cari Alunni del nostro Seminario Vescovile. con raccolta di offerte, non solo potesse essere restaurato e ornato, ma venisse riportato al primo splendore e fosse provveduto nel migliore dei modi che fosse aperto tutti i giorni alla pietà dei Fedeli. mediante la presenza di un Sacerdote da noi eletto per l'ufficio di celebrare e compiere tutte le mansioni del Sacro Ministero. Ed inoltre affinché in questa nostra Diocesi accresca assai il culto e la devozione verso la Madre di Dio, noi accondiscendendo ai desideri dei medesimi nostri Chierici, abbiamo pensato di accrescere la dignità di quel Tempio che specialmente nel tempo passato fu assai frequentato dai fedeli per chiedere aiuto e sciogliere voti. Orbene dunque la maggior Gloria di N.S.G.C. Salvatore. ad onore della Vergine Madre. ed aumento della fede e della pietà, a testimonianza del nostro filiale amore a Lei che è speranza nostra. Noi con la nostra ordinaria autorità di cui siamo investiti, a mezzo del presente decreto vogliamo e stabiliamo che l'Oratorio chiamato della Madonna dei Prati, sito in Parrocchia di Roncole, in questa Diocesi e dedicato al SS.mo Nome di Maria sia alzato ad onore di SANTUARIO della medesima Vergine, col quale titolo e nome venga distinto dagli altri Oratori di questa Diocesi e cosi nominato in tutti gli atti dalla Curia Vescovile.

Dal nostro Palazzo Vescovile di borgo San Donnino, firmato di mano nostra, munito del nostro Episcopale Sigillo. la domenica terza di Pasqua, l'anno del signore 1904, lo stesso giorno 23 aprile nel quale con le più solenni cerimonie abbiamo consacrato e dedicato il nostro Tempio.

Pietro Terroni Vescovo

Canonico Pompeo M. Camisa

Cancelliere Vescovile

 

Di quel periodo sono da ricordare le frequenti presenze di mons. Albero Costa, nativo di S. Croce di Zibello, Vicario generale della diocesi fidentina, futuro Vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa morto Vescovo di Lecce nel 1950. Mons. Costa dimostrò il suo attaccamento al Santuario lasciando in eredità la sua Croce Pettorale d'oro gemmata ed altri preziosi.

Non sono riportati avvenimenti di particolare risalto accaduti negli anni successivi. Continuò l'aflusso di grandi masse di fedeli. specie con i pellegrinaggi.

Si arriva quindi al 1926 anno in cui l'Oratorio Santuario della Madonna dei Prati diventa Parrocchia. Non può però funzionare come tale perché una parrte del “beneficio” attribuitole, che doveva pervenire dalla Parrocchia di Samboseto, non venne lasciato libero dall'Arciprete di quest'ultima. Don Giuseppe Onesti, in rispetto del principio che stabilisce, come egli soleva affermare, che un parroco deve consegnare al suo successore la Parrocchia nello stato in cui l'ha ricevuta o migliorata. Dal giorno 11 febbraio 1951, con la morte di Don Onesti, iniziò a funzionare la Parrocchia di Madonna Prati.

Purtroppo anche nel periodo in cui fu rettore Don Pietro Bonini (dal 1916 al 1947) non venne tenuto un diario con la descrizione degli avvenimenti.

Nel maggio 1947 rimase per tre giorni nella chiesa, alla venerazione dei fedeli, l'urna d'argento recante le ossa di San Donnino. proveniente da Busseto. All'arrivo erano presenti 3000 persone.

La cronaca registra poi la caduta del tetto dell'attuale Rettore Don Ugo Uriati, nel luglio 1957, con Frattura (e successivo consolidamento) di entrambe le gambe.

Altro avvenimento “storico": l'anno dopo, nel maggio. arriva a Madonna Prati il telefono!!

Infine, il primo maggio 1950 è ricordato come giornata memoranda per l'arrivo del Simulacro della Madonna Pellegrina descritto con ricchezza di particolari nel diario del Santuario che ricorda il Carro trionfale allestito dai fedeli di Madonna Prati per la B. V., il numero stragrande di pellegrini e la quasi istantanea guarigione di un malato di Milano per il quale si sono innalzate preghiere alla fine della messa solenne, giungendo nel pomeriggio la notizia che l'ammalato grave era giudicato fuori pericolo!

 

I Parroci

Il Santuario di Madonna dei Prati, dapprima semplice oratorio, fu retto dalla fondazione da cappellani-custodi alle dirette dipendenze del Prevosto e Vicario foraneo di Roncole Verdi, nella cui parrocchia era compreso. Costituito in parrocchia con decreto vescovile 16/7/1926, fu attribuito al parroco il titolo di rettore.

La successione dei parroci:

 

Bonini Pietro

Nato a Fiorenzuola d'Arda, 19/7/1878; ord. 25/7/1904; morto a Madonna dei Prati, 24/7/1947.

Dopo i primi anni di ministero a Croce S. Spirito ed a Villanova sull'Arda, fu nominato Cappellano-custode del Santuario di Madonna dei Prati; ed eretto il paese in parrocchia divenne il pastore buono di una piccola comunità al cui bene si era prodigato e continuò a prodigarsi fino alla morte. Devotissimo della Madonna, curò il decoro del suo Santuario e fu l'animatore di pellegrinaggi mariani e di convegni delle associazioni di Azione Cattolica. È sepolto nella cappella dei sacerdoti nel cimitero urbano di Busseto.

 

Uriati Ugo

Nato a Busseto, 28/11/1915; ord. 2/7/1939.

Resasi vacante la Parrocchia di Samboseto per la morte dell'Arciprete Lino Curti, accolse l'invito del Vescovo a dedicare le sue cure pastorali anche a quella comunità. Da allora, nonostante il gravoso impegno, egli svolge il ministero di parroco sia a Samboseto che a Madonna dei Prati.

Ministro del Signore che ha al suo attivo un passato di vita pastorale operosa ed esemplare, risaltano nella sua missione le cure da lui poste per rendere il Santuario diocesano del SS.mo Nome di Maria un certo attivo di devozione mariana, ed ha divulgato anche con scritti la conoscenza dell'artistico e storico tempio, legato a tante vicende del passato e dal nome di illustri personalità del mondo ecclesiastico e laico.

 

Attualmente è Amministratore Parrocchiale Mons. Rino Guerreschi, già Amministratore Diocesano di Fidenza.

 

La Parrocchia

Posizione geografica:

Provincia di Parma, frazione del comune di Busseto, Vicariato foraneo di Busseto. Confina a Nord con le parrocchie di Frescarolo e Zibello, a Ovest ancora con la parrocchia di Frescarolo e con quella di Roncole Verdi, a Sud con la parrocchia di Roncole Verdi, a Est con la parrocchia di Samboseto.

La linea di demarcazione segue la direttrice: a Nord, verso Ovest, la strada vicinale dei Lavézzoli dai Dossi al fosso Nazzano. A Ovest: il fosso Nazzano sino alla strada vicinale del Cristo nel punto d'incrocio con la comunale per Spigarolo e Busseto, quindi, verso Sud, un tratto della vicinale predetta, deviando poi sui confini dei poderi Cascina e Concordia sino al canale della Roncole. A Sud: il canale delle Roncole, sino al cavo Fontana.

Estensione, popolazione:

Kmq. 5,30 ab. 120.

Patrona e festa patronale:

La Vergine Santissima del SS.mo Nome di Maria, seconda domenica di settembre.

Edifici sacri:

Chiesa parrocchiale e Santuario diocesano del SS.mo Nome di Maria, bramantesca (1697). Oratorio della Madonna SS.ma Annunziata alle Banzole (sec. XIX), di proprietà privata.

Cura pastorale:

E’ affidata ad un parroco con il titolo di rettore.

Organizzazione parrocchiale:

Oratorio parrocchiale, presso la canonica.

Festa di devozione:

S. Antonio Abate, 17 gennaio; S. Giuseppe, l ° maggio (festa della campagna).

Chiese ed oratori soppressi:

Cappellina mariana, situata nei cosiddetti Prati della Colombarola. Eretta nel sec. XV, custodiva la venerata immagine della Madonna col Bambino, che, occultata e riportata alla luce nel 1689, dette origine, per le grazie segnalate che ne contrassegnarono il ritrovamento, alla costruzione dell'odierna Chiesa-Santuario. Fu probabilmente demolita agli inizi del 1700.

 

LA CELESTE PATRONA

La vergine Santissima

(il Santissimo Nome di Maria)

Seconda domenica di settembre

 

Il Nome di Maria è santissimo perché la Madonna è la più santa tra le sante, tanto santa da essere prescelta da Dio a protagonista del grande mistero dell'Incarnazione. La Madonna è la madre del Signore e degli uomini, è la Regina del cielo e della terra, è la corredentrice del genere umano; il suo santissimo nome viene invocato continuamente dai Fedeli di tutto il mondo, che alla potenza dell'intercessione di Maria affidano le loro ansie e le loro suppliche.

Il Santuario mariano di Madonna dei Prati, sorto tra gli anni 1690/97, è dedicato al Santissimo Nome di Maria per ricordare anche nella diocesi di Fidenza un importante avvenimento storico di qualche anno prima: la famosa vittoria di Vienna (12 settembre 1683), ottenuta con la protezione della Madonna, dalle truppe di Giovanni Sobieski, re di Polonia, contro l'imponente esercito turco-tartaro; vittoria che sventò il piano militare dei musulmani diretto ad invadere il continente europeo.

 

La visita al Santuario  

Chi si dirige a Madonna Prati provenendo da Busseto, Frescarolo e Roncole, segue praticamente lo stesso percorso avendo come punto di riferimento il ponte di Sant'Ilario (Non si hanno notizie precise, ma diverse fonti ipotizzano il passaggio da queste parti di una cosiddetta "strada romea" con tracciato non bene identificato, comunque parallelo alla via Emilia con la quale poi doveva ricongiungersi nei pressi di Fontevivo per proseguire in direzione di Berceto e la Cisa. Detta strada proveniva verosimilmente da Cremona e serviva ai pellegrini che giungevano dal Nord ed erano diretti a Roma. Fra questi si sarebbe trovato anche Ilario, Vescovo di Poitiers, Dottore della Chiesa ed ora Santo Protettore di Parma (il Santo della "scarpetta"). Siamo nel 350 circa dopo Cristo. Il nome del ponte risalirebbe a questo fatto), quel ponticello costruito chissà quanto, proprio là, a Madonna Prati, dove il Fosso Nazzano prosegue il suo corso verso i prati di Frescarolo finendo col tagliare a metà il territorio del Comune di Busseto.

Chi ci perviene invece arrivando da Samboseto o da Soragna ha a disposizione la rettilinea strada comunale che, sfiorando i possedimenti, per citarne alcuni, Gonizza, Canton Santo, Palazzo Calvi, Argentina, Banzole, Fienile Vecchio, Bonifica, Colombarola, ecc., porta direttamente a Madonna Prati.

Per tutti la strada da percorrere è facilmente intuibile se non altro perché, già da lontano, si distingue all'orizzonte, tenuto sempre più libero per la metodica e rovinosa azione di taglio degli alberi, l'inconfondibile sagoma del Santuario.

Io ogni caso si arriva proprio davanti alla chiesa la cui visita sarà facilitata dalla descrizione qui di seguito resa.

L'aspetto esteriore

Dalla strada comunale si entra, attraverso un cancello, nel sagrato antistante il Santuario, avendo ai lati: la palazzina della Canonica a sinistra e un modesto fabbricato a destra, già adibito a "ristorante", abitazioni e scuola ed ora destinato a locali di servizio. Sulla fronte della Canonica è incastonata una lapide a memoria della presenza di Giuseppe Verdi nella storia della chiesa, argomento più ampiamente trattato in altre pagine.

La facciata si presenta molto semplice, nella sua originaria struttura grezza di soli mattoni, senza intonaco, ma con tutta l'imponenza dei suoi 17 mt. di altezza.

L'ingresso alla chiesa è costituito da un portone centrale di oltre 4 mt. di altezza, sormontato dalla scritta "Ave Maria" che non ha resistito al tempo ed ora appare molto sbiadita. Un grosso fìnestrone ad arco si apre sulla parete superiore della facciata, a sua volta sormontato da una piccola finestrella circolare rimaneggiata.

Ai lati del prospetto si affiancano due "corpi" che costituiscono i due locali della sagrestia attraverso uno dei quali, quello di sinistra, si passa direttamente dalla Canonica alla Chiesa. Su di essi sono visibili gli attacchi per i due portici (pronao) che, come detto, furono demoliti.

Per definire la solennità del tempio, che si percepisce già dalle sue monumentali forme esteriori, anche se sminuite dalla mancanza di rifiniture, non era forse necessario scomodare il Bramante o ricorrere ad aggettivi roboanti ed esagerati. Questo Santuario di linee classiche, architettonicamente definibile "a corpo centrale absidato", isolato fra i prati della Colombarola (ora è circondato da numerosi edifici ma sino a non molti anni fa sorgeva solitario in una immensa distesa verde...), nel silenzio rotto solo dai rintocchi della campana, in un'atmosfera di estasi e turbamento religioso, non ha bisogno di essere stato progettato da più o meno illustri personaggi e di avere peculiarità di stili più o meno importanti. La gente del posto, ed anche lontana, sa di avere un tempio che in 300 anni ha rappresentato — e continua a rappresentare — un importante punto di riferimento per pie e doverose attestazioni di fede verso la Madonna, e di questo ne va orgogliosa, pur nella consapevolezza di non poterlo paragonare a santuari di più chiara fama vicini o lontani.

Entrati in chiesa, prima di raggiungere la Cappella di sinistra — quella della Sacra Famiglia — si notano le 8 corde che scendono dal campanile per il concerto delle campane. Più avanti, dopo la porta di accesso alla sagrestia appesa al muro vi è pure la campanella che annuncia l'inizio delle funzioni (ed. capitolo "Campane e campanile").

Cappella della Sacra Famiglia

Appoggiato al muro che confina con la sagrestia, un confessionale di pregevole e di antica fattura nasconde un passaggio, ora murato, attraverso il quale il sacerdote entrava nel confessionale direttamente dalla sagrestia senza essere visto dai fedeli. L'altare contiene pregiati marmi policromi riconosciuti come "radica del Belgio" ed ha un bel tabernacolo di legno dorato, scolpito e intarsiato, acquistato a Cremona nel 1910, di epoca valutabile attorno alla metà dell'800.

La parete sopra l'altare è occupata da un bellissimo quadro rappresentante "Dio Padre e la Sacra Famiglia" adornato da una monumentale cornice barocca in legno scolpito. Di entrambe le opere riportiamo di seguito le "schede" rilevate dall'archivio presso la Soprintendenza ai beni artistici di Parma.

 

Il quadro

Tela dipinta a olio rappresentante la Sacra Famiglia in basso su uno sfondo di paesaggio; in alto l'Eterno Fra una gloria di angeli.

L opera ben composta e ottimamente disegnata, i tipi sono nobili ed elette le proporzioni ma l'intonazione piuttosto grave fino dall'origine è diventata pesante nel cielo e in parecchie ombre, come del resto è avvenuto in quasi tutti i quadri cremonesi della fine del secolo XVI. Tuttavia l'opera ben conservata è degna ricordo e va classificata fra le buone di quella scuola. Finora non si hanno attribuzioni al probabile autore né per tradizioni né per bibliografia, ma crediamo di non andare lontani dal vero attribuendolo ad uno dei Campi.

Misura mt. 3,25x2,15.

Epoca: attorno al 1580.

Il quadro porta in basso a destra la riproduzione dello stemma di Busseto e dei Pallavicino, committenti dell'opera.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof Testi il 7/4/1922

 

Un'altra fonte, citala dalla "Guida artistica del Parmense" (1984), esclude possa trattarsi di un Campi e attribuisce l'olio al veronese Pasquale Ottini (1580 circa- 1630).

Dal 1860 in poi Giuseppe Verdi amava ritrarsi spesso nella quiete della sua villa di Sant'Agata dove, come sappiamo, avrebbe trovato l'ispirazione per ancora luminose e fra le più belle opere del suo repertorio. Fu in quell'epoca che si rivolse al Vescovo di Borgo San Donnino, Mons. Giovanni Battista Tescari, per potere avere questo quadro ad ornamento della cappella privata annessa alla villa.

Il desiderio non poté essere esaudito.

La cornice

Cornice in legno scolpito dello stesso anonimo artista che intagliò quella dell'Oratorio del Serraglio presso S. Secondo e, come quella rimasta allo stato greggio. Bellamente composta di fogliami, avvivata da tre graziosi puttini, una guindana si parte dal sommo e ricadendo ai due lati serpeggia fra i fogliami e si ricollega alla testa d'angelo che compie la cornice in basso al centro.

Eseguita con grande maestria, con squisito senso d'arte e grande forza nel chiaroscuro, contiene la tela della Sacra Famiglia.

Misura mt. 5,30x3,20.

Epoca: primi anni del 600.

La mancanza di vernice ha reso accessibile all'opera distruttiva del tarlo: manca qualche pezzo ma nell'insieme può dirsi molto buono lo stato di conservazione. Occorerebbe un restauro per riunire le molte giunture che vanno aprendosi.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 5/4/1922

 

Sulla parete di destra della Cappella è appeso un quadretto ovato ad olio, rappresentante le Sante Lucia e Apollonia, del quale riportiamo pure la "scheda" della Soprintendenza.

Dipinto ovato ad olio su tela.

Dimensioni: 0,80x0,60.

“SS. Lucia e Apollonia"mezza figura.

Opera del XVIII secolo

Donato recentemente (11/1970 al Parroco da un privaato (Per la verità, il "privato" era Don Enrico Sagliani, parroco di Castione che disponeva di questi quadri (ved. Anche "San Luigi" nella cappella di destra) non catalogati).

Opera di un parmense del primo Settecento nell’ambito di G. B. Tagliasacchi.

Cappella del miracolo di Sant’Antonio

La cappella, a destra di chi guarda l'altare maggiore, di fronte a quella testè descritta, contiene:

         una statua di S. Antonio Abate, in legno scolpito a firma Insam e Prinoth di Ortisei di Gardena, posta su un piedistallo;

         un'urna con "Maria Bambina" offerta della famiglia Rastelli per ottenere una grazia contro la sterilità (In effetti la figlia dei coniugi Rastelli, di nome Enna, avendo il padre fatto il militare ad Enna, è felicemente sposata con Francesco Bertolotti ed ora ha tre figli);

        due confessionali realizzati di recente.

Vi è poi conservata, posta su un trespolo in ferro battuto, quella che è definita la seconda campanella del santuario, come meglio descritto nel capitolo "Campane e Campanile".

L'altare della cappella, in legno laccato, ha funzionato come altare maggiore fino al 1904: se ne parla più ampiamente nella descrizione della cappella principale. In questa sede viene di seguito riportata la "scheda" della Soprintendenza.

La parete sopra l'altare ospita un importante quadro raffigurante S. Antonio che risuscita un bambino, anche questo meglio descritto nella "scheda" della Soprintendenza di Parma, che qui di seguito è riportata unitamente a quella relativa alla stupenda cornice che l'adorna. A queste schede abbiamo aggiunto una serie di osservazioni che sono scaturite dall'esame del quadro fatto per la compilazione del presente opuscolo.

L'altare

Altare in legno laccato completato da sei candelieri.

Opera dell'inizio del XVIII secolo.

Una lapide ricorda che l'altare fu donato alla chiesa dalla nobile famiglia Boselli nell'anno 1703. Ha funzionato come altare maggiore fino al 1904.

Interesse artistico ed industriale buono.

Il quadro

Tela dipinta ad olio rappresentante S. Antonio che risuscita un bambino.

La madre inginocchiata presenta al Santo un fanciullo morto. Il Santo, pure inginocchiato in atto di invocazione. Dietro di esso un frate si china sul morticino. Dietro la madre due spettatori. Nello sfondo un edificio sepolcrale e il paesaggio.

Opera di buon disegno e anche di discreto colorito quantunque annerito dalle ombre. La lunghezza esagerata delle mani, i tipi ed il genere della composizione mostra che si tratta di un'opera dipinta da un imitatore non pedissequo del Parmigianino. Può dirsi quasi con assoluta sicurezza che ci troviamo innanzi ad un'opera di Girolamo Mazzola.

Misura mt. 1,63x1,45.

L'attribuzione è fatta in base allo stile ed alla tecnica. Inoltre la somiglianza di tipi, di attitudine ed anche del fondo, nella parte murale, cioè dell'edificio di carattere sepolcrale.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.

 

Questo dipinto, oggetto di studi e ricerche, presenta ancora oggi non pochi dubbi e perplessità. La stessa scheda redatta nel 1922 presso la Soprintendenza di Parma, più sopra riportata, va riveduta, sia per un accertamento sul titolo dell'opera (come meglio precisato di seguito), sia perché nel frattempo è emerso che il quadro è una copia dell'originale conservato al Museo Capodimonte a Napoli.

Ciò appurato, si osserva:

-           la tela conservata a Napoli è elencata negli inventari di quel Museo come "La Natività" ed è inequivocabilmente attribuita al Girolamo Mazzola Bedoli. Probabile provenienza dalla collezioni farnesiane, però non registrato negli inventari. Misura mt. 1,94x1,46;

-           uno studio sul Mazzola Bedoli a cura di Ann Rebecca Milstein, pubblicato a New York per la Gerland Publisching Inc. nel 1978, parla del quadro di Napoli come "la Sacra Famiglia" e ne cita le misure: mt. 1,50x0,97. Aggiunge che nella chiesa di Madonna dei Prati esiste una copia esatta "della parte centrale bassa" di quello che si trova a Napoli. Misure di questa copia: 1,63x1,45;

-           la Soprintendenza di Parma ha inventariato il quadro che si trova a Madonna dei Prati come "S. Antonio che resuscita un bambino" (misure: mt. 1,63x1,45) e lo attribuisce al Mazzola Bedoli. Con lo stesso titolo è esposto alla venerazione dei fedeli.

In mezzo a questa piccola confusione di misure e titoli, si osservano almeno altre due cose:

-           le misure citate dalla Milstein per il quadro di Napoli sono errate; così come è errata la precisazione che la copia dei Madonna dei Prati riproduce esattamente la "parte centrale bassa" del quadro di Napoli: in effetti i due quadri sono identici con la sola differenza che la copia dì Madonna dei Prati è più corta in altezza di 30 cm;

-           infine l'avere intitolato il quadro "S. Antonio (da Padova) che resuscita un bambino" ha giocato un brutto scherzo a S. Francesco (d'Assisi) in quanto è proprio quest'ultimo in atteggiamento di miracolante nei confronti del bambino (ed il Santo è chiaramente identificabile dalle stimmate nelle mani) mentre S. Antonio è in secondo piano estasiato dall'ipotetico miracolo (anche lui riconoscibile dal giglio nella mano destra).

La cornice

Cornice in legno scolpito e intagliato colorita in bruno e profilata in oro, tutta a fogliami piuttosto poveri di rilievo ma trattati con cura.

Misura mt. 3,90x2,90.

Epoca: 1690 circa.

Stato di conservazione molto buono.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.

 

La cappella ospita anche, sulla parete sinistra, un piccolo dipinto che fa pendent con quella della cappella opposta.

 

Ecco la "scheda":        

Dipinto ovato ad olio su tela Dimensioni: 0,80x0,60.    

"San Luigi Gonzaga contempla il Crocefisso" mezza figura.      

Opera del secolo XVIII.

Donato recentemente (11/1970) da un privato (Per la verità il "privato" era Don Enrico Sagliani, Parroco di Castione, ben conosciuto a Busseto dove era nato).  

Opera di un parmense del primo Settecento nell'ambito di G. B. Tagliasacchi.  

 

Su entrambe le cappelle laterali si affacciano due porticine, ora murate e coperte dai confessionali, che permettevano di entrare in chiesa senza passare dall'ingresso principale. Sembra che ciò fosse particolarmente gradito a coloro che arrivavano al Santuario con cavalli e birocci che "parcheggiavano" nei prati laterali.

Presbiterio-Cappella Principale-Abdide

La Cappella centrale annovera fra le sue dotazioni:

         un supporto di ferro battuto a tre piedi con ganci per sostenere il corredo vario per le funzioni (turibolo, incenso, aspersorio, ecc.);

         una statua in gesso rassicurante il Sacro Cuore di Gesù. Si tratta di dono fatto dai fedeli alla chiesa in occasione dell'entrata del nuovo parroco Don Ugo Uriati il 21/12/1947. Il fondale è absidato e un modesto coro ligneo con bordatura superiore intagliata ne segue la sinuosità. L'abside ha dovuto essere rinforzata esternamente con un "barbacane" essendo apparse alcune fenditure di cedimento.

L'altare attualmente installato è stato posto in atto nel 1985 secondo i dettami della nuova liturgia e porta sul retro la scritta: "Le riforme eseguite quest'anno di grazia 1985 all'altare e alla sede per la rinnovata liturgia a gloria di Dio e della B.V. Maria, ricordano la munificenza della devota def. Giuditta Grisoli e dei genitori Pietro Risoli e Maria Bassi" (Famiglia di Roncole).

È questo il terzo altare maggiore che annovera la storia del Santuario. Come già accenato, il primo, in legno laccato di pregevole fattura, probabilmente in funzione sin dalla costruzione della chiesa ed arricchito con preziose suppellettili della famiglia Boselli, si trova attualmente nella cappella laterale di destra. Questo era stato sostituito da altro marmo nel 1904, offerto dal Canonico Pier-Grisologo Micheli, Arciprete della cattedrale di Borgo San Donino, in occasione della consacrazione a "Santuario" della chiesa che, sino ad allora, era qualificata come "Oratorio". L'elevazione di rango esigeva che il tempio disponesse di un altare fisso non, ritenendo la liturgia sufficiente un altare mobile in legno. Si trattava di manufatto in tre stili "raccogliticci" in quanto erano stati utilizzati marmi variamente colorati provenienti da altre costruzioni. Attualmente si trova, accuratamente ricomposto, murato ad una parete del locale di sagrestia a destra dell'ingresso.

Sull'altare maggiore, incastonata in una monumentale cornice barocca in legno intagliato e scolpito, troneggia il simulacro della Madonna dei Prati.

Si tratta di un dipinto ad olio su tela, fissato su tavola, opera del pittore Giuseppe Moroni (Giuseppe Moroni, nato a Cremona il 6/10/1888, morto a Roma il 22/10/1959. Dal 1928 si era stabilito a Pieve Ottoville ove lavorò fino alla morte. Diverse opere nella Chiesa Collegiata di Busseto attestano il suo talento: affreschi e vetrate nella Cappella dei Caduti; affreschi laterali all'Altare maggiore; vetrate nell'abside e le 14 tavole della via Crucis. Inoltre sue opere si trovano nella Chiesa di S. Maria e nel cimitero). datato 1950.

Con la sostituzione della vecchia Immagine con questa nuova, peraltro realizzata sul modello della precedente ma con non pochi ritocchi nel disegno e nei colori, si è chiuso un capitolo nella storia del tempio, per capire il quale è necessario fare un passo indietro e riportarci ai giorni di cui stiamo celebrando il terzo centenario.

Per avvicinarci il più possibile alle origini del precedente affresco, che qualcuno ha definito "vicino al Mantegna", si può dar credito alla testimonianza che ci viene dagli atti del Cancelliere Bernardino Quaglia in data 10/10/1689 riportata da Don Sincero Badini nella sua pubblicazione "La Madonna dei Prati" del 1904 (pag. 19). Da questi documenti risulta che della piccola Cappella in cui si trovava l'Immagine affrescata non se ne potevano riportare le origini, pur citando un intervento dei Padri Gesuiti di Busseto per alcuni restauri. È certo invece che, su iniziativa del Vescovo, un muratore ruppe il muro che stava dietro il dipinto e scoprì che l'affresco era su un altro pezzo di muro racchiuso in un telaio di legno.

Per contro, dal "Diario" di Don Leto Bocelli, conservato negli archivi della Parrocchia, si viene a sapere che la data di erezione della piccola Cappella risale all'anno 1632 e che l'affresco su un muro di "malta", della misura di cm. 160x130, era rinchiuso in un telaio di pioppo.

Queste due testimonianze danno corpo all'ipotesi che il dipinto esistesse già prima della costruzione della cappelletta, probabilmente in una delle numerose "maestà" sparse per le campagne, successivamente conglobata in una più dignitosa dimora.

Esso venne poi trasferito nell'abside della nuova chiesa e collocato su un basamento in posizione di non felice visibilità per i fedeli visitatori. Tale sistemazione non mutò per oltre 200 anni e fu solo nel 1912 che si procedette all'innalzamento di mt. 1,15 dell'affresco.

Il tempo e, forse, anche le conseguenze dello spostamento nonostante le precauzioni prese, nonché l'intervento di qualche maldestro restauratore, hanno fatto il resto ed attualmente il dipinto si presenta come appare dalla foto.

 

Circa la posizione della cappelletti non sembra esservi più dubbio: essa si trovava dove ora esiste il modesto fabbricato che si affaccia sul piazzale, a destra guardando la chiesa. Leggendo infatti un manoscritto lasciato dal primo Cappellano Don Flaminio Porci, si apprende che: "... si giudicò bene di fare prima il portico, come si vede al presente, capace di molto popolo e sotto del quale restò anche la cappellini della Madonna..." e poi ancora

"... il Vescovo... ordinò che fosse fatto il disegno della Chiesa e ne diede l'incombenza all'accennato Arch. Francesco Calligari, quale fece il disegno riuscito bello, come si vede al presente, essendo la chiesa molto ben ornata, e di struttura galante, con buoni fondamenti, capaci di sostenere la cupola, quando l'elemosina e il reddito della Beata Vergine sarà tale che dia la possibilità di farla. Dalla parte verso oriente si deve fare un altro portico simile a quello che si vede al presente verso ponente, e quando tutto sarà compito e perfezionato, sarà una Fabbrica molto bella".

Ad attestazione dell'innalzamento dell'affresco è rimasta la lapide, incastonata alla sinistra dell'altare maggiore, che così recita:

 

Perché l'immagine taumaturga si offrisse

in tutto il suo splendore allo sguardo dei fedeli

fu dal retlore D. Leto Bocelli portala a questa

altezza coadiuvato nella non facile impresa dagli

operai Leopoldo Parizzi e Odoardo Sagliani di Busseto

Agosto 1912

 

Più che di una sostituzione con l'attuale effige è il caso di parlare di "occultamento". Sta di fatto che Mons. Giberti — Vescovo di Fidenza— transitando in visita pastorale a Madonna Prati nel maggio del 1950, sostasse in preghiera sotto l'immagine della Beata Vergine ed esprimesse una sua opinione sull'affresco rilevandone difetti da logoramento causati dal tempo e notando che la stessa espressione degli occhi non era più tanto gradevole. Il conseguente auspicio di S. E. era che si potesse "prima o poi" Fare qualcosa per "rinfrescare” l'Immagine. Fu così che il pittore Moroni, in un occasionale passaggio in zona, si assunse l'incarico di esaudire il desiderio del Vescovo e nell'ottobre dello stesso anno, quasi in forma privata, una nuova effige rivela venne collocata sopra quella precedente che rimane, ancora oggi, coperta ma presente al culto dei fedeli.

Madonna dei Prati non abbia quindi dubbi: le sue estanze e le sue suppliche sono state, sono e saranno, sempre ascoltate perché la Vergine Taumaturga è presente nella esteriore nuova sembianza ma anche nella originale e miracolosa Figura che i quasi 400 anni passati hanno purtroppo irrimediabilmente logorata.

Del dipinto e della cornice riportiamo, come per gli altri, le "schede" dell'archivio della Soprintendenza di Parma.

 

Dipinto

Piccolo affresco rappresentante la Madonna col Bambino in braccio, di scuola mantovana, vicino al Mantegna (fine sec. XV).

D'originale, non rimane che la composizione, un po' di fondo e la metà superiore del viso della Madonna. Fu qui trasportata col pezzo di muratura su cui fu dipinta, non si sa dove. Vi si trovava già nel 1600. Si dice che prima della chiesa attuale, eretta nel 1690, esistesse una piccola cappella vicina e che in essa si venerasse l'immagine che poi venne trasportata ove ora si trova.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3//4/1992.

La cornice

Grande e pesante cornice barocca in legno intagliato e scolpito, colorita in bianco e oro, contiene un piccolo affresco. È formata da volute ornate da sei grandi Fiori e pochi fogliami, e sei angioletti. I due più alti portano una face; i due al centro la corona; i due ai lati del piccolo riquadro contenente l'affresco, portano un piccolo candelabro.

Misura circa mt. 5 di altezza.

Epoca: attorno al 610/620.

Stato di conservazione ottimo.

Scheda redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1992

 

Altre dotazioni di rilievo della chiesa

         Armonium della ditta tedesca Hofberg Orgel donato al santuario di Don Giovanni Fulcini. Nelle sue già citate Ricordanze Roncolesi precisa che gli era costato Lire 750 nel 1904. Lo stato di conservazione è buono, ma lo strumento non è funzionante. Avrebbe bisogno di un intervento di restauro.

         Presepe di notevoli dimensioni, di produzione artigianale, con movimento totalmente meccanizzato. Anche questo andrebbe revisionato per rimetterlo in funzione.

Dipinto ad olio su tela (qui sopra). Dimensioni: 1000 x 0.80

"Sant'Ambrogio” indossa l'abito episcopale, seduto e intento alla lettura di un libro sacro.

Opera del XVI secolo o inizi del del XVII Opera di un modesto pittore cremonese alla fine del '500 o agli inizi del '600. Si è ispirato ai nordici, prendendo spunti dalle stampe dell'epoca.

Interesse artistico mediocre.

Due angioletti portalampade in legno scolpito, intagliato e dorato (qui sopra). Opera del XVII secolo. Hanno perso in parte la doratura.

Sono della stessa fattura della grande cornice barocca che contorna l'immagine della Madonna in fondo all'abside.

Interesse artistico e artigianale mediocre.

 

La presenza di Giuseppe Verdi nella storia del Santuario

Si è già accennato alla lapide marmorea incastonata sulla facciata della Canonica a memoria dei primi passi nella conoscenza della musica fatti da Giuseppe Verdi giovinetto con l'aiuto del Rettore dell'oratorio di allora. Eccone il testo:

 

Nell’aula superiore di questa casa canonica Giueppe Verdi

apprese dal rettore del Santuario i primi elementi dell'arte musicale.

 

La notizia ha il suo fondamento in uno scritto ritrovato incollato sul retro di un quadretto che contiene una fotografia del Grande Maestro scoperto e conservato dal Parroco Don Uriati.

Esso dice:

Memorie di un coetaneo

Verdi Giuseppe, di Carlo nell'anno decimo di età, apprese le prime nozioni musicali del Molto Rev. Rettore dell'Oratorio della Madonna dei Prati, nella camera della Canonica, nell'ambito superiore, essa trovasi a destra e guarda nel piazzale. [...]

Non si è potuto accertare l'autore e la data di tale documento. Si ha motivo di ritenere che possa trattarsi di appunto redatto dal Cappellano Don Leto Bocelli negli anni del suo rettorato (1909/1916) dopo aver raccolto la testimonianza di qualcuno che aveva conosciuto il Maestro.

La suddetta lapide è stata posta il 20/11/1956 dal Parroco Don Ugo Uriati ad attestazione dei meriti del clero nell'educazione e nell'istruzione dei ragazzi: ciò in un momento in cui dalle infuocate tribune dei comizi popolari venivano lanciate sovente accuse di oscurantismo verso la Chiesa.

Un'altra testimonianza in data e da fonte diversa, si ha sfogliando le citate Ricordanze Roncolesi. Scrive Don Fulcini che Verdi giovinetto, in una delle consuete visite a Madonna Prati, fu avvicinato dal Cappellano rettore che, visto l'interesse dimostrato dal ragazzo per la musica lo invitò a recarsi da lui più spesso con la promessa che gliela avrebbe insegnata. Il diario continua a parlare di Verdi e subito dopo dice: "Un giorno Peppino, che aveva allora otto anni ...".

 

Queste note aiutano a stabilire che il meritevole rettore dell'Oratorio di Madonna dei Prati, quando Verdi aveva 7/8 anni e quindi nel 1820, era Don Paolo Costa. Onesti vendette alla famiglia Verdi la spinetta, ma poté aiutare il precoce allievo solo per un breve periodo in quanto morì nel dicembre 1820 ed è sepolto a Roncole "uscendo dalla porta principale della chiesa sulla sinistra" come dice il Libro dei Morti di quella Parrocchia.

Sempre dalle Ricordanze Roncolesi ricaviamo anche la descrizione di una visita di Verdi a Roncole fatta nell'ottobre 1898. Scrive Don Fulcini: "L'Illustrissimo maestro Giuseppe Verdi Commendatore, visitava con il Signor Boito, Tito Ricordi e l'Illustre cantatrice Signora Stoltz, la chiesa della sua Patria natale.

Si fermò a colloquio con il M. R.do Signor Chiappari Don Antonio, Prevosto, cieco... Si congedarono dal Parroco e si mossero verso l'Oratorio della Madonna dei Prati; e là in quella canonica il valentissimo Verdi, dimostrando loro la camera, disse di aver appreso in quella, dal Sacerdote Rettore e Custode dell'Oratorio i primi rudimenti della musica".

Infine, a rendere più credibile la circostanza dei "primi passi" musicali di Verdi, Don Fulcini, parlando della visita fatta nel 1842 da un sacerdote che per la prima volta si recava all'Oratorio del Madonna dei Prati per le Funzioni nella giornata del SS.mo Nome di Maria, riferisce dell'incontro di questi con il sessantenne il quale, "dopo avergli mostrato la camera dove Verdi aveva appreso le prime nozioni di musica...". In quell'anno Verdi era già diventato famoso con il Nabucco.

La presenza di Verdi ragazzo nei "prati di Roncole" trova anche conferma nei documenti conservati nell'archivio della Curia vescovile di Fidenza. Da questi emerge che il padre Carlo Verdi operava in funzione di affittuario dei terreni costituenti la proprietà — peraltro molto spezzettata — in capo alla Curia di Borgo San Donnino (Questi terreni venivano assegnati al miglior offerente che risultava dalle aste appositamente indette ed alle quali Carlo Verdi partecipava regolarmente). Risulta pertanto logico che la famiglia Verdi si portasse spesso dalle parti del Santuario, se non addirittura risiedesse saltuariamente in una cascina del luogo.

A questo punto viene spontanea la domanda: perché il Santuario della Madonna dei Prati non è compreso fra i "Luoghi Verdiani"?

 

Le campane e il campanile

Il progetto originario dell'Arch. Callegari prevedeva la costruzione del campanile staccato dal corpo della chiesa, appoggiato all'esterno dell'abside, sulla sinistra.

L'opera non fu mai compiuta ed il tradizionale richiamo dei Fedeli mediante il suono delle campane venne assolto da una piccola campanella posta in una torretta provvisoria eretta sul tetto del Santuario. Si tratta di un bronzo di dimensioni molto ridotte, fuso con sistemi indubbiamente artigianali, senza alcuna indicazione di date o figure ed è visibile in chiesa appesa alla parete di sinistra entrando, prima della cappella della Sacra Famiglia. Attualmente serve per segnalare l'inizio delle funzioni. Impossibile stabilire le origini: è stato ipotizzato che fosse piazzata sulla cappelletta dove venne rinvenuto l'affresco della Madonna dei Prati ed è certamente la prima campana del Santuario.

Ad essa venne affiancata, nel 1755, una seconda campana più grande e di perfetta fattura. La si può ammirare nella Cappella di destra sostenuta da un trespolo in ferro battuto, appositamente allestito. Porta impresso a fusione, assieme a immagini sacre, la scritta: "Ioannes Taliavini F. 1755 Ave sine labe concepta (Giovanni Taliavini fece 1755- Ave concepita senza peccato originale)". La scritta ha la peculiarità di enunciare il dogma della Immacolata Concezione cento anni prima della sua ufficiale definizione da parte del Papa Pio IX nel 1854.

 

È anche emersa la storia di una terza campanella che vale la pena citare per i precisi riferimenti pervenutici e data l'epoca a cui risale. Si è trovato infatti, in un documento conservato nell'archivio della Curia di Fidenza, la seguente annotazione: "3 settembre 1796. Nell'anno 1796 si è messo su il campanino della chiesa che serve per le Messe cambiando il vecchio rotto vi hanno aggiunto Lire 13". Questo campanino è poi stato sostituito con l'attuale campanella più grossa sopra descritta e ciò ad opera del Rettore Don Uriati, nel 1955 quando venne eretta la nuova torre campanaria. Il campanino, usabile anche a mano e di suono molto squillante, si trova ora nella chiesa di Spigarolo, portato a suo tempo da Don Giuseppe Piccoli, il non dimenticato Parroco di quella chiesa, in cambio di altra campana di 10 kg. regalata nel 1949 quale rottame in vista della fusione del nuovo complesso campanario del Santuario.

 

Nel 1911 venne dato incarico all'Arch. Uccelli di Parma di progettare il campanile per dotare il Santuario dell'elemento di cui sentiva da sempre la sofferta mancanza. Purtroppo anche quel tentativo non ebbe successo a causa dell'elevato costo dell'opera, ed il progetto rimase nel cassetto.

Fu — come detto — nel 1955 che, a coronamento dell'opera assidua e coraggiosa del Rettore Don Uriati, fu possibile dare corso ai lavori per la costruzione di un decoroso campanile e dell'impianto del concerto delle campane. L'impresa del capomastro Alide Orsi, su progetto del Prof. Camillo Piccoli, (fratello del già nominato Don Giuseppe) eresse la torre campanaria, che raggiunge l'altezza, compresa la croce, di mt. 27, sulla quale, lo stesso anno, vennero issate le otto campane che la Fonderia Regolo Capanni di Fidenza aveva fuso con materiale e contributi finanziari raccolti con tanta passione del predetto Don Uriati. Il numero delle campane risultò, per la verità, eccedente in proporzione alle esigenze della chiesa. Ciò fu determinato dalla imprevista massa di materiale da fusione raccolto e dalla necessità di dover realizzare quanto i partecipanti avevano consentito con le loro generose offerte.

Furono consacrate il 7 ottobre 1955 dal Vescovo di Fidenza Mons. Paolo Rota. Ciascuna porta impresso in fusione il nominativo dell'offerente e una dedica in lingua latina. Le prime quattro sono:

La Guareschina

Offerente: Dom Christo servatori aes dicatum ecclesiae huic BMV Gratiarum in pratis a Dno Joanne Guareschi script dilectissimae viri socii sabbatici. Operis quod Candido inscribitur libentissime DD MCMLV

Iscrizione: Lau date Dominum omnes gentes, laudate Eum omnes populi

Padrino: Signor Giovannino Guareschi

Dedica: SS.ma Trinità

Traduzione: Nell'anno 1955 a questa chiesa della B. M. V. nei Prati, sommamente amata dallo scrittore Signor Giovanni Guareschi, i cooperatori della redazione del "Candido" hanno dato e donato questo bronzo dedicato a Cristo salvatore.

Lodale il Signore genti lotte lodatelo popoli lutti.

 

La Squilla

Offerente: Protege virgo script Jo Guareschi et suos nec non socium operis Alex Minardi et fam.

MCML\/

Iscrizione: Immaculata semper Virgo, Mater Dei in coelum Assumpta Regina Mundi o p n

Padrino: Signor Landino Dalcò

Dedica: B. V. M. Madre ci i Dio

Traduzione: Proteggi o Vergine lo scrittore Giovanni Guareschi e la sua famiglia ed anche il suo cooperatore Alessandro Minardi colla sua famiglia. 1955.

O Immacolata — sempre Vergine Madre di Dio — Assunta in cielo —Regina del mondo. Prega per noi.

 

La Sociale

Offerente: Dom Hugone Uriati Rettore parentibus huius eccl bonaf aes fusum

MCMLV cons sumpt et op Orland Dalcò.

Iscrizione: Supernae Gratiarum Reginae Patronae Matri ac Dominae in pratis et ubique sit honor sit gloria

Padrino: Signor Francesco Uriati

Dedica: S. Giuseppe

Traduzione: Questo bronzo venne fuso essendo Rettore di questa chiesa Don Ugo Uriati cooperando i di lui genitori, i benefattori di questa chiesa e col consiglio, denaro e prestazioni di Landino Dalcò.

Alla Suprema Regina delle Grazie — Patrona —Madre — Signora nei Prati e dovunque sia onore e gloria.

 

La Guareschina minore

Offerente: Doct N Faletti e SEEE Soc Tel It Me Orient Soc Ind Min Montecatini et Agip tuis famulis DNE subveni

MCMLV

Iscrizione: Te unum in substantia Trinitatem in personis confitemur

Padrino: Signor Dismo Campanini

Dedica: disputa di Gesù coi dottori del Tempio.

Traduzione: Aiuta, o Signore, i tuoi fedeli: il Dott. Noverino Faletti e la Società Emiliana di Esercizi Elettrici, la Soc. Telefonica Italiana per il Medio Oriente, la Soc. Ind. Min. Montecatini e la Soc. AGIP.

Te adoriamo unico Dio nella sostanza — Trino nelle persone.

 

Le altre quattro:

 

La Parrocchiale

Padrino: Signor Ugo Oppici

Dedica: Presentazione di Gesù al Tempio

 

L'Antica

Padrino: Signor Albino Donati

Dedica: Visita di Maria SS.ma a Santa Elisabetta

 

La Dottrina

Padrino: Signor Gino Rastelli

Dedica: Nascita di N. S. Gesù Cristo

 

La Festiva

Padrino: Signor Vittorio Fava

Dedica: SS.ma Vergine Annunziata

 

Il 24 novembre 1955 le campane suonarono per la prima volta ed è doveroso ricordare l'ulteriore apporto generoso delle famiglie della Parrocchia per l'installazione sulla torre campanaria del castello e dei ceppi e l'acquisto delle funi per le otto campane.

 

Il ristorante del Santuario e i suoi personaggi

I Prati della Colombarola, col tempo diventati Madonna Prati, non avevano altra rinomanza se non quella derivata dalle pratiche religiose che si tenevano attorno alla chiesa e che richiamavano periodicamente turbe di fedeli. La zona rimase pertanto con le stesse caratteristiche di estensione immensa di verdi prati ancora per oltre 200 anni dopo al costruzione del Santuario. Vi erano soltanto tre o quattro poderi (Colombarola, Servi, Cascina, Separata che in dialetto è detta "Spara") ma nessun'altra struttura civile.

Fu così che Don Leto Bocelli, Rettore dell'Oratorio dal 1909 al 1916, dopo una favorevole esperienza fatta nel 1910 in occasione di un pellegrinaggio di oltre 200 persone da Borgo San Donnino, tutte ospitate sotto il porticato che allora esisteva, e tutte rifocillate con un servizio di ristoro espletato dall'Egregio Sig. ex Colonnello Claudio al Caffè Centrale di Busseto, ritenne giunto il momento di istituire un punto di ristoro presso la chiesa. Egli destinò a questo uso il già detto portico, e alla fione dei lavori, il ristorante si presentava come appare nella vecchia foto ripresa da una cartolina dell'epoca. Venne inaugurato il 7 maggio 1911.

 

La conduzione fu affidata al sign. Aristodemo Oppici, padre di Ugo cui va riconosciuto il merito — come diremo anche più avanti — di aver introdotto la "torta fritta" fra le specialità di richiamo della nostra zona (sino ad allora la faceva solo in casa e saltuariamente). Il contratto, della durata di tre anni, fu disdetto alla scadenza. Sembra che il gestore non avesse mantenuto fede ai doveri contrattuali, specie in relazione agli obblighi imposti dalla serietà del luogo, sacro alle pratiche religiose piuttosto che ai piaceri del bere. L’11 maggio 1915 Oppici fu invitato ad andarsene, ma rimase sin verso novembre. E quando lasciò, non fu per smettere l'attività bensì per continuarla, con i figli, in un modesto locale costruito a poche decine di metri. Lì cominciò a farsi le ossa il figlio Ugo aiutato dalla "Giulieta" Caraffini detta "la nera" e da lì cominciò a sorgere il nucleo di case che costituisce oggi il "centro" di Madonna Prati. Un tentativo promosso da Don Uriati di fare elevare la località al rango di frazione per avere il cimitero, la scuola e il telefono, rimase in discussione per diversi anni ma non poté concretarsi in tutto per la sopravvenuta diminuzione della popolazione. Comunque qualcosa è arrivato; le scuole, inaugurate il 30 ottobre 1954 ma, ahimé, richiuse dopo pochi anni, e il telefono. Ora resta solo quest'ultimo nella torre "Trattoria dei Prati" costruita come ultimo atto a Madonna Prati da Ugo Oppici prima di andarsene al Coduro e a Busseto lasciando la gestione dell'esercizio a Mario Pancini. A questi successe Romano Campanini, nipote di Ugo Oppici, ed ora la sua famiglia, Turivia in testa, ne guida le sorti. E’ appunto con i Campanini che Ugo Oppici diede impulso e aprì le porte per la penetrazione della "torta fritta" nei ristoranti della Bassa.

 

Gli agenti atmosferici nella storia del Santuario

Il richiamo alla natura contadina, che lo stesso nome del Santuario rievoca ogni volta che lo si pronuncia, è strettamente legato alla sua storia.

Qui per secoli le popolazioni rurali della zona hanno guardato, sperato, temuto, pregato, invocato per un'unica protezione: la salvaguardia dei frutti del loro modesto lavoro.

I maggiori pericoli per la campagna erano quelli legati all'andamento degli agenti atmosferici (oggi ce ne sono tanti altri), per cui la protezione che si invocava nelle chiese era rivolta soprattutto contro le furie della natura.

Si può certamente affermare, per il Santuario di Madonna dei Prati, che i fatti principali che hanno influenzato il corso della sua vita, sono venuti dalle perturbazioni atmosferiche, sotto la veste di alluvioni o periodi di siccità, comunque frequenti ed anche dolorose.

Le manifestazioni di fede e di invocazione si susseguivano in continuazione ma la più sentita dai villici — pur se istituita non molto lontano nel tempo — era la "Festa Votiva" che nel 1980 ebbe luogo per la prima volta per implorare la pioggia in un anno di particolare siccità. E per molti anni, la seconda domenica di maggio vide ripetersi regolarmente la funzione alla quale, nel 1905, si aggiunse la processione. Racconta Don Bocelli nel Diario che la cerimonia del maggio 1910 si svolse sotto un cielo plumbeo e minaccioso ma non cadde una goccia di pioggia. C'è anche chi ricorda che in un anno attorno al 1930, nel mese di luglio, si organizzò una analoga processione, però nell'intento di ottenere il risultato contrario, e cioè la cessazione della pioggia che consentisse il ricoverare il frumento mietuto che giaceva bagnato sui campi. In quella occasione vennero bruciati rami di olivo come era uso fare allora.

 

Nel più volte citato libretto di Don Sincero Badini, si riporta la descrizione di una grazia ricevuta. Eccola nel testo integrale:

"Durante un furioso temporale Menta Ortensia e il suo consorte restarono orribilmente bruciacchiati da un fulmine caduto nella loro casa dove se ne stavano tranquilli. I due coniugi si rivolsero nella loro disgrazia a Maria Vergine; pregarono fervorosamente, promisero di visitare la Cappelletta e ottennero la grazia di un perfetto ristabilimento in salute". Il fatto accadde prima del 1960.

Anche la sorte dei due portici laterali all'ingresso principale della chiesa (pronao) — di cui si è detto — fu segnalata da cause naturali.

Si legge sulle già citate Ricordanze Roncolelesi di Don Giovanni Fulmini, il racconto fatto nel 1942 da un sagrestano del Santuario di Madonna dei Prati secondo il quale, quando lui era ventenne (circa il 1802) "... venne il Vescovo. Nel corso della visita venne un acquazzone ed il cocchiere riparò la vettura sotto i portici ma ciononostante la vettura si bagnò internamente. Il Vescovo allora invitò i 'fabbricieri' a fare le opportune ripartazioni. Fu fatto osservare che i due portici erano pericolanti per cui sarebbe stato meglio abbatterli: e così fu fatto. Se ne vedono ancora le vestigia, a destra e a sinistra della porta d'ingresso all'Oratorio. I mattoni furono condotti (a Roncole?) per fabbricare un portico attaccato al muro di facciata della casa detta della Madonna dei Prati, posta al muro di facciata della casa detta della Madonna dei Prati, posta sul principio e a destra della strada che conduce alla Bassa dei Maj. Sopra la porta d'ingresso a questa casa si vedeva l'Immagine di Maria, dipinta a fresco, copia della venerata nell'Oratorio dei Prati. Dopo la soppressione, questa casa con l'annesso terreno venne messa in vendita. L'acquirente fece demolire il portico e mettere in buon stato il muro, lasciando però intatta l'Immagine della Madonna".

Gli elementi forniti da questa attestazione non hanno permesso di individuare la casa in oggetto.

 

Il fatto che da solo basterebbe per evidenziare lo stretto legame della storia della chiesa della S. Madonna dei Prati con le fantasie atmosferiche della natura, è certamente quello avvenuto il 14 settembre 1828 quando un fulmine, scaricatosi sull'abside dietro l'altare maggiore, provocò la morte di sei persone (quattro preti e due civili). Il luttuosissimo e spaventoso evento già allora fu oggetto di disposizione della stampa, e ci sembra inutile aggiungere annotazioni a quanto descritto nel seguente reportage dell'epoca:

 

Avvenimenti Funesti

 

Parma, 19 settembre 1828.

Dalla gentilezza dell'Illustrissimo signor Pretore di Busseto abbiamo la minuta descrizione di una disgrazia giorni sono, in conseguenza di un fulmine. Persuasi dell'esatta verità della relazione dietro ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tal quale e a noi pervenuta cortesemente per lettera del su I lodato Magistrato.

Busseto, 15 settembre 1828.

Ieri giorno 14 del corrente, domenica infra l'ottava della Natività della B.V. in un Oratorio di Fondazione della nobilissima Casa Boselli di Parma, posto nel comunello di Roncole, Pretura di Bussetto, in quasi uguale distanza da Busseto, Soragna e Zibello, in mezzo a vasta ed aridissima prateria, solennizzatasi la festa del Santissimo Nome di Maria. In altri anni concorrevanvi tutti i preti delle vicine Parrocchie; fortunatamente per chi non ne accettò l'invito, quest'anno in solo numero di cinque vi sono intervenuti.

Destatosi fiero temporale mentre verso le tre pomeridiane si incominciavano i Vesperi, un fulmine caduto, e pare verso la volta della chiesa nella parte del Santuario, ferì od uccise quattro preti e due scolari. Restava nel mezzo il Prevosto di Roncole Don Pietro Montanari, ed è rimasto illeso. A mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi, Arciprete di Frescarolo di anni sessanta, rimasto morto, era seduto, ed in aspetto di uomo che inediti. Presso di questo, e dalla parte del Vangelo, steso per terra morto, ma senza nessun segno Don Luigi Menegalli, Arciprete di Semoriva di anni cinquanta; vicino a questo disteso pure per terra e morto, senza alterazione del corpo, Francesco Luzzi d'anni trentasei circa, sarto di professione, di Santa Croce di Zibello, senza segni esteriori. Seduto poi quasi presso la portiera che mette nel Santuario, morto, ma con sembianza d'uomo che placidamente dormisse, Bianchi Gaetano, nubile, sarto di professione, d'anni venticinque, delle Roncole. Dalla parte dell'Epistola, affatto vicino al fortunato Don Pietro Montanari steso per terra, annerito, e volto e mani e capelli abbruciati e ciglia, con molte lacerature negli abiti, e con la scarpa del piede diritto, di pelle di vitello, così lacera, come quando si abbrucia, Don Bartolomeo Orioli, Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso questo, morto, ma seduto, ed in aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza nessuna ferita stava il cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole, d'anni cinquanta. Dalle assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini restava certo Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione sul braccio destro, col quale toccava quasi il Masini.

Visitata attentamente la chiesa, non ho potuto rilevare che due fori, che corrispondono alle estremità della catena di Ferro che lega il volto (la volta) del Santuario. Una grande cornice ad intaglio che circonda il quadro dell'altare maggiore, dorata, e sulla cima della quale stavvi una gran croce, cominciando da essa è rimasta per una quarta parte spogliata dalla doratura, ma irregolarmente, ed in egual proporzione da una parte, e dall'altra, dove precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e dell'Orzi.

Per quanto io mi abbia indagato in quel punto non sonavansi le campane.

Non sono rimasti vittime di questa terribile meteora solamente degli uomini; ma due piccoli dei Sacerdoti Orzi e Menegalli, sono rimasti morti appiedi de' loro padroni. Morta è pure rimasta una pulledra, che trovavansi al pascolo alla distanza di circa cinquecento passi dalla Chiesa: dubbio è però che lo stesso fulmine abbia ferito anche questa, giacché poco prima, eransi sentito lì vicino lo scoppio di altro fulmine.

 

Un provvedimento preso nel 1910 dal più volte citato Don Leto Bocelli per premunirsi in favore dei pellegrini che, per la ressa, non trovavano posto in chiesa e rimanevano facile bersaglio degli acquazzoni che si scatenavano frequentemente sul piazzale, fu l'acquisto di un ampio tendone di fibra di canapa, con tiranti, che copriva circa metà del sagrato. Resistette parecchi anni, sino al giorno in cui un temporale di particolare veemenza lo strappò e lo rese inutilizzabile.

Don Pietro Bovini, che fu il primo Parroco nel 1926 e che resse le sorti della chiesa per oltre 30 anni dal 1916 al 1947, raccontava di essere rimasto tramortito da un fulmine che si scaricò sulla campana mentre lui azionava con una corda (metallica) per avvertire la gente del pericolo di imminente tempesta. L'attuale Rettore, Don Ugo Uriati, conserva un tratto di quella corda.

Trascurando l'alluvione del Po del 1951, causa anch'essi spaventi e lutto, è infine da ricordare il "tornado" abbattutosi nell'estate del 1971 sulla zona, il tetto del Santuario né uscì gravemente danneggiato e si dovette procedere al suo rifacimento.

 

I Pellegrinaggi

Un capitolo a parte meritano i Pellegrinaggi che hanno sempre attestato come sentita e calorosa fosse la devozione verso la Madonna dei Prati da parte della gente del posto ma anche di quella proveniente da lontano.

Come già precisato, l'Oratorio di Madonna dei Prati fu designato come Santuario diocesano dal Vescovo Pietro Terroni il 23 aprile 1904. Da allora, e per certi periodi con una frequenza sorprendente, si susseguirono i pellegrinaggi organizzati da parrocchie, confraternite, istituti religiosi e laici, scolaresche, conventi, ecc. con turbe di persone al seguito o anche con pochi ma ben fervorosi fedeli.

Anche in questo caso dobbiamo alla precisione ed alla assidua cura di Don Leto Bocelli se possiamo riportare le note curiose e patetiche di alcuni fra i numerosissimi descritti nel Libro dei Pellegrinaggi.

 

8 maggio 1910 da Castione: 82 donne accompagnate dal Parroco

"... ad un certo punto una povera isterica si dié a gridare come una forsennata alla Madonna stando ginocchioni in terra a braccia aperte... Non voglio più si abbiano a ripetere simili ridicolaggini, essendo cose da Napolitani".

 

2 giugno 1910 da Borgo S.Donnina: oltre 200 persone

Prezzo del biglietto in treno (tram) Lire 0,80

Partenza da Borgo S.Donnino ore 6.00

Arrivo al Santuario (via Soragna - Roncole) ore 7.30

Ritorno al Santuario ore 10,30

Ritorno a Roncole ore 11.15

Arrivo a Borgo S.Donnino ore 13.00

I pellegrinaggi da Chiusa Ferranda e da Castellina saliranno nel treno speciale alle rispettive fermate.

Da Roncole a Madonna Prati e viceversa con vetture da Busseto oppure a piedi.

 

16 luglio 1915

Un Pellegrinaggio singolare

"Se il pellegrinaggio che sto per registrare merita una nota tutta sua propria, non fu certo pel suo grande concorso perché si componeva di una sola persona, ma bensì per l'ardente fede e per la pietà da Costei addimostrata, sino a commuovere le lacrime.

Fu l'Egregia Sig.ra Bocchi Margherita maritata Guareschi di Diolo, che per una grazia ottenuta per intercessione di questa Taumaturga Madonna, fè voto di venire a piedi scalzi al Santuario, per compiervi le proprie devozioni in segno di ringraziamento, e alla mattina del 16 luglio, come da preavviso, arrivò infatti da Diolo a piedi scalzi.

Appena la vidi, mi destò la più grande compassione e non soltanto perché in faccia si conosceva una persona stanca e affaticata per il lungo camminare, ma oziando perché la si vedeva anche sfinita e certo per le molte orazioni che senz'altro aveva recitato lungo la strada colla domestica che l'accompagnava.

Arrivata però che fu al limite della porta della Chiesa, non permisi che più avesse a proseguire a piedi scalzi stante la freddura troppo risentita del pavimento, e questo per evitare ad incontrare alla medesima qualche malanno perché la si vedeva sudata. Dietro quindi mie ripetute insistenze, la pia Signora obbedì e calzate due pantofole che gli furono, prestate, ginocchioni per ben tre volte, baciando e bagnando di calde lacrime il pavimento, andò dalla porta all'altare maggiore.

Dopo un quarto d'ora di assorta preghiera, si alzò e prima ancora che avessi cominciato la S. Messa, domandò per riconciliarsi.

La pia Signora, compiute le proprie divozioni, se ne ritornò, non più però a piedi, ma con un superbo cocchio che espressamente aveva fatto venire da casa sua, e prima ancora di lasciare questo Sacro recinto, più volte mi ringraziò, e in Chiesa (senza verun rispetto umano) dié ai pochi fortunati che ci si trovavano, prova veramente stragrande della sua ardente fede."

 

21 maggio 1914 da Borgo S. Donnine: 85 persone.

"In tram sino a Roncole. A piedi da Roncole al Santuario con la banda in testa".

 

Fatti e misfatti

Un fatto, con risvolti anche boccacceschi, che si inserisce indirettamente sia nella storia del Santuario che di Giuseppe Verdi, è quello che ha per protagonisti sia un sacerdote nativo di Soarza e la figlia della levatrice comunale di Busseto che aveva ottenuto alloggio nello stabile della canonica di Madonna dei Prati.

Va premesso, per la verità, che non vi sono documenti che comprovino quanto è qui raccontato; tuttavia i tempi dell'intreccio, le date ricostruite e, soprattutto, i sia pur vaghi ed incerti ricordi riferiti a suo tempo da alcuni superstiti, fanno credere che non tutto sia inventato.

I fatti:

Giuseppe Verdi, dopo il 1860 amò ritirarsi spesso nella sua villa di S. Agata da dove ancora effuse quelle che dovevano essere le sue ultime incomparabili melodie e dove si godette anche la sua vecchiaia. Attaccato alle tradizioni e ad una salda fede cristiana, disponendo della cappella privata nella Villa, si rivolse alla Curia di Borgo S. Donnino per poter avere tutte le domeniche un sacerdote che lo coadiuvasse per assolvere l'impegno del precetto festivo.

La richiesta venne ovviamente accolta e fu incaricato per la bisogna Don Ricordano Bottazzi, Professore al Seminario della città, sacerdote ritenuto all'altezza per un compito così particolare ed impegnativo avendo Verdi fatto capire che avrebbe intrattenuto il ministro del culto in piacevoli e anche in dotti conversari.

L'accordo si concretò e regolarmente ogni mattina della domenica il cocchiere di Verdi andava a prendere il sacerdote con la carrozza, lo portava a S. Agata dove lo lasciava per la funzione religiosa e per il pranzo e, ad una certa ora, lo riprendeva per riportarlo al suo domicilio.

Ma ecco lo zampino del diavolo! Per un accordo fra il vetturino e il trasportato, la carrozza, invece di prendere la strada del ritorno per Borgo S. Donnino, deviava ad un certo punto per Madonna Prati dove ad aspettare don Bottazzi c'era Realina, la bella figlia della levatrice. Va precisato che all'epoca il Santuario era in forte decadimento e non vi si tenevano funzioni religiose nemmeno la domenica. L'interno della chiesa sarebbe stato addirittura utilizzato quale deposito di attrezzi agricoli. In questa situazione la canonica era stata adibita a residenza dello stradino comunale (era Benvenuto Tessoni, padre di Lino che a Busseto fu stimato capomastro ed ebbe quattro figli: Ennio, Isolo, Romano e Nelda) e della levatrice. Il rientro in seminario avveniva la mattina del lunedì.

La vita del Professore venne sconvolta dagli sviluppi che questa storia assunse. Certamente la fede del religioso e il senno dell'uomo di cultura vennero totalmente stravolti sicché il suo comportamento negli anni successivi risultò completamente errato.

Lasciato l'abito talare, non rinnegò l'ambiente religioso e si fece pastore protestante stabilendosi a Conversano, in Puglia. Si unì con la donna ed ebbe non meno di tre figli, forse cinque. Sembra che avesse trovato una ottima sistemazione, anche sotto l'aspetto economico, e di ciò si compiaceva di darne attestazione nelle sue fugaci ma appariscenti venute a Soarza, dove si incontrava con il "prevusten" Mons. Guido Vezzani. Naturalmente la Chiesa di Roma lo scomunicò.

Ma ecco quella che qualsiasi laico chiama "la mano del destino" e un fervente cristiano "il castigo di Dio": in uno dei numerosi terremoti che sconquassarono l'Italia Meridionale nei primi anni del 1900, la donna perì sotto le macerie con tutti i figli!

A Don Bottazzi non rimase che rifugiarsi nella disperazione.

Pian piano — negli anni successivi — riaprì il dialogo con le autorità ecclesiastiche e fece sapere di voler espiare in tutto le sue colpe. Col consenso del Vaticano, che gli impose una molto impegnativa e lunga penitenza, si Fece benedettino e fu ammesso all'Abbazia di San Giovanni a Parma.

Alla vigilia di poter riprendere ad officiare la S. Messa, morì.

"Il fatto potrebbe sollevare in qualche lettore un certo senso di meraviglia. Bisogna considerare che un sacerdote ricevendo, a coronamento delle sue aspirazioni di vocazione, la consacrazione sacerdotale, non cambia la propria natura di «povero uomo» e non si trasforma in un angelo, ma gli istinti umani, quale discendente dal padre Adamo, rimangono sempre, pronti a provocare continue battaglie spirituali con trionfi e sconfitte, se non lo sostiene la forza dall'alto. Maggior meraviglia però dovrebbe fare la riconversione del nostro protagonista, certamente preparata dalle preghiere dei propri parenti, dei confratelli e di tanti buoni cristiani e dalle ispirazioni di quella che noi amiamo come nostra mamma nel cielo: la Madonna. Se proprio all'ombra del suo Santuario un figlio a Lei caro ha trovato occasione di pervertimento, questo figlio da Lei seguito col continuo rimorso nel cuore e col continuo richiamo materno, ha potuto, novello figliuol prodigo, ritrovare anche la via del ritorno. Ciò si addice ai fasti di Maria! Anzi il fatto ci ammaestra che anche dopo le più gravi colpe non dobbiamo mai disperare del perdono: LA MISERICORDIA DIVINA HA SÌ GRAN BRACCIA CHE ACCOGLIE CHIUNQUE SI RIVOLGE A LEI!"

 

Un altro fatto riportato nelle "Ricordanze Roncolesi" di Don Giovanni Fulcini (agosto 1900) è il seguente: "L'inganno torna a scapito dell'ingannatore".

Mentre due signori di Busseto stavano cacciando nei pressi dell'Oratorio della Madonna dei Prati si presentano ad essi due individui lagnantisi di essere rimasti feriti dai loro proiettili. Avevano infatti sul volto qualche ferita e pretendevano un compenso di Lire 50 per ciascuno. I due cacciatori stettero sulla negativa e allora i feriti si rivolsero ai genitori dei medesimi. Ma oh! infelice astuzia! Essendosi constatato che le ferite non erano che graffiature volontarie, fatte per compiere una truffa, i malcauti furono tradotti in gattabuia dove senza dubbio mediteranno seriamente sulla fallacia dei disegni umani.

 

Soste in provincia

 

Busseto, agosto

Ognuno può immaginare come abbia conferito decoro e solennità alla devozione dei pellegrini la costruzione del nuovo ampio edificio sacro, quale santuario in cui si venerava la immagine prodigiosa che prima era nella angusta e povera cappellina. L'architetto a cui è dovuto il progetto e la esecuzione era per graziosa combinazione un roncolese: Francesco Calligari. La chiesa misura 20 metri di larghezza per 20 di lunghezza, avendo uno stile bramantesco, con due cappelline nel mezzo della chiesa, le quali servono a dare uguali proporzioni di larghezza e di lunghezza al tempio. Il santuario ricevette la solenne benedizione del Vescovo il 15 settembre del 1691, ricorrendo in quel giorno la festa del Nome di Maria SS. Generose donazioni si aggiunsero a quella dei Boselli e tal Tommaso Vitali di Busseto lasciò erede universale il Santuario, mentre il Sac. Giulio Cesare Mai (della famiglia cui si intitola la Bassa dei Mai) — delle Roncole lasciò cinque biolche di terra in donazione, con l'obbligo della S. Messa festiva nel Santuario.

La devozione che ogni anno andava crescendo e portava maggior concorso al Santuario ebbe un brusco arresto con l'episodio noto della folgore che tanta morte seminò nell'interno del Santuario. Fu un avvertimento così luttuoso e spaventoso che i presenti ne restarono sbalorditi, al ripensarvi, per tutta la vita.

Nel pomeriggio del 14 settembre 1828, mentre appena erano iniziati i Vespri e i sacerdoti presenti erano seduti in coro coi cantori ai lati, si ebbe lo scoppio di una folgore con uno schianto formidabile nello stesso Santuario. Il pomeriggio si era iniziato con un'afa incombente, che non aveva però trattenuto l'accorrere dei

fedeli, dei quali molti invece si fermarono poi nelle case lungo la strada quando videro alzarsi un temporale nero, e percorso da un vento impetuosissimo. Pare che poco prima una folgore avesse incenerito un cavallo al pascolo in un prato vicino.

Poi altra folgore di proporzioni inaudite cadde, come dicemmo, sul Santuario, e precisamente in coro, lasciando molti cadaveri sul suo passaggio, rotto il muro in alcune parti, e incolume invece il Sacerdote officiante, parroco delle Roncole, Don Montanari Pietro leggermente offeso in una gamba. Lo spavento subìto fu tale che dovette essere portato alle Roncole su un calesse, né volle poi celebrare le esequie del suo cappellano,rimasto tra le vittime, non reggendogli le forze fisiche anche dopo alcuni giorni dal luttuoso episodio, di cui abbiamo trovato memoria in una relazione del pretore di Busseto che vogliamo trascrivere integralmente:

 

Parma, 19 Settembre 1828.

Dalla gentilezza dell'Illustrissimo Signor Pretore di Busseto abbiamo la minuta descrizione di una disgrazia avvenuta giorni or sono in conseguenza di un fulmine. Persuasi dell'esatta verità della, relazione, che fu estesa dietro ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tale e quale a noi è pervenuta per lettera cortese del sullodato magistrato.

 

Busseto, 15 Settembre 1828.

Ieri giorno 14 del corrente, Domenica infra l'ottava della Natività della B. V. in un oratorio di fondazione della nobilissima Casa Boselli di Parma, posta nel Comunello di Roncole, Pretura di Busseto in quasi uguale distanza da Busseto, Soragna, Zibello, in mezzo a vasta ed aridissima prateria, solennizavasi la festa del SS.mo Nome di Maria. In altri anni concorrevanvi tutti i preti delle vicine parrocchie; fortunatamente, per chi non ne accettò l'invito, quest'anno in solo numero di cinque vi sono intervenuti. Destatosi fiero temporale, mentre verso le tre pomeridiane si incominciavano i vespri, un fulmine caduto, e           pare verso la volta della Chiesa nella parte del Santuario, ferì, ed uccise quattro preti e            due secolari. Restava nel mezzo il Prevosto di Roncole. Don Pietro Montanari, ed è rimasto illeso. A mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi, Arciprete di Frescarolo di anni sessanta, rimasto morto, ma seduto, ed in aspetto di uomo che mediti. Presso di questo e dalla parte del Vangelo, steso per terra morto, ma senza nessun segno Don Luigi Menegalli Arciprete di Semoriva di anni cinquanta: vicino a questo disteso pure per terra e         morto, senza alterazione nel corpo, Francesco Luzzi d'anni 36 circa, sarto di professione, di S. Croce di Zibello, senza segni esterni.

Seduto poi quasi presso la portiera che mette nel Santuario, morto, ma, in sembianza d'uomo che placidamente dormisse Bianchi Gaetano, nubile, sarto di professione, di anni Venticinque delle Roncole. Dalla parte dell'Epistola, affatto vicino al fortunato Don Pietro Montanari, steso per terra, annerito e volto e mani e capelli abbrucciati e ciglia, con molte lacerazioni negli abiti e colla scarpa del piede diritto, di pelle di vitello, così lacera, come quando si brucia, Don Bartolomeo Orioli, Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso questo morto, ma seduto, ed in aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza nessuna ferita stava il cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole, di anni cinquanta.

Dalle assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini restava certo Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione sul braccio destro, col quale toccava quasi il Masini.

Visitata attentamente la Chiesa, non ho potuto rilevare che due fori che corrispondono alle estremità della catena di ferro che lega il volto del Santuario. Una grande cornice ad intaglio che circonda il quadro del'Altare Maggiore, dorata, e sulla cima della quale stavvi una gran croce, cominciando da essa è rimasta per una quarta parte spogliata della doratura ma irregolarmente ed in egual proporzione da una parte e dall'altra. Sotto questa, che resta sostenuta da grossi ferramenti, colpito il muro da una parte, e dall'altra, dove precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e dell'Orzi. Per quanto io mi abbia indagato in quel punto non suonavansi le campane. Non sono rimasti vittima di questa terribile meteora, solamente degli uomini; ma due piccoli cani dei Sacerdoti Orzi e Meneghelli sono rimasti morti appiedi dei loro padroni. Morta è pure rimasta una puledra che trovavasi al pascolo alla distanza di circa cinquecento passi dalla chiesa: dubbio è però che lo stesso fulmine abbia ferito anche questa, giacché poco prima erasi sentito lì vicino lo scoppio di altro fulmine.

 

Nel pomeriggio, quando ancora durava l'ora burrascosa e mentre, per dirla col Manzoni, "le nuvole trascorrevano davanti la faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un freddo buio", (come sulla faccia dell'Innominato i pensieri nel viaggio di ritorno al Castello, dopo l'incontro con Federigo), nel Santuario s'udirono pianti e gemiti di terrore e di dolore. Da quel giorno, dicemmo, parve ucciso lo stesso Santuario che tardò a riprendere vita e concorso di devoti, fin quasi agli albori del nostro secolo. Ma intanto dobbiamo accennare all'episodio verdiano riguardante questa sventura. Ne parlano tutti gli autori della vita e di ricordi verdiani. Il giovinetto Verdi era stato chierichetto alle Roncole aveva ogni anno servito all'altare nelle funzioni al Santuario ch'era alle dirette dipendenze delle Roncole. La mattina di quel 14 settembre, come racconta il Pizzi: "Verdi aveva assistito e preso parte, cantando con gli altri, alla Messa solenne, e poi si era recato a pranzo di certi Michiara. Nel pomeriggio doveva ritornarvi per i vespri, ma poiché fece tardi e giunse alla chiesa quando i vespri eran già cominciati, così non salì alla cantoria. Sopravvenne un furioso temporale, nel quale cadde un fulmine sulla chiesa..." Tralasciamo le altre parole ancor più impregnate di imprecisioni che non queste. Non si cantava nella cantoria, ma in coro e i due sarti uccisi erano due dei cantori dei Vespri. Verdi non era presente: era ancora in casa Michiara trattenuto dallo spavento che metteva in tutti il temporale avanzante. La lapide che alcuni dicono dettata dal Crescini, altri dal Paciaudi, fu dettata invece dal Seletti. Verdi aveva avuto un rimprovero, molti anni prima, dal Cappellano delle Roncole, durante la Messa solenne, mentre stava con le ampolle in mano all'altare, e tale rimprovero fu poco gentilmente accompagnato da uno scapaccione, sì che gli sarebbe scappato detto: «Dio t'manda una saiètta», la quale colpì proprio il Don Marzini [Masini, N.d.R.] pochi anni dopo. A parte questa espressione così combaciante col fatto sopravvenuto, è storico l'episodio e il commento di Verdi quando si recò per l'ultima volta alle Roncole nel 1900, e ricordò ai sacerdoti presenti i lontani anni della puerizia e la disgraziata fine di Don Marzini [Masini, N.d.R.], di cui disse scherzosamente: «Fu castigato severamente di quello che mi aveva fatto in chiesa...».

Sta il fatto che Verdi ricordava anche al Resasco e al De Amicis l'episodio della folgore che pure nella sua mente aveva stampato, per gli effetti tanto letali e lo schianto formidabile udito a larga distanza, una impressione indelebile.

Al Santuario tornò poi spesso da Sant'Agata e tentò più volte di poter comperare una splendida e singolarissima cornice che adorna l'altare di destra.

Il Santuario, come l'abbiamo visto in questi giorni, con quella sua caratteristica cancellata dinnanzi, e i muri nerastri a mattone scomposto, non ci ha dato l'impressione che ci aspettavamo, però in esso tutto è semplice e gli ex-voto appesi alle pareti ci parlano delle grazie avute di fedeli. La immagine che è nel mezzo della parete del coro è stata più volte ritoccata e non presenta nessun pregio artistico, mentre una ampissima cornice di bella fattura la circonda.

La elevazione a parrocchia ha dato vita continua e rifluente all'ampia chiesa e maggiore comodità agli accorrenti che vanno aumentando ogni anno, anche per l'interessamento sincero e devoto che ha per il Santuario Mons. Vianello attuale Vescovo di Fidenza, continuando in tal modo la tradizione dei suoi predecessori.

Ferratino

(don Ferruccio Botti)

da "Corriere Emiliano", 24 agosto 1941

Il Santuario della ,Madonna dei Prati presso Busseto.

L’episodio luttuosissimo del 1828.

 — Giuseppe Verdi scampato dalla funesta sciagura —

Il Santuario ai giorni nostri

 

La Madonna dei Prati e il suo Santuario

del Can.c d. Sincero Bandini

 

A voi

REVERENDI CHIERICI

DEL

SEMINARIO FIDENTINO

CHE

CON SENSO SQUISITO DI RELIGIOSA PIETÀ

E CON INDOMATA LENA

VI ADOPERASTE PERCHÉ FOSSE RITORNATO

AL PRISTINO DECORO

If, SANTUARIO DELLA MADONNA DEI PRATI

QUESTE BREVI PAGINE

CHE NE DICONO LA STORIA

CON SINCERA AMMIRAZIONE

DEDICO.

L’A.

 

Al lettore

Ho inteso di onorare Maria Santissima e di attestarle in qualche modo la mia profonda gratitudine scrivendo e pubblicando questo libricino in cui narro la storia di uno dei tanti Santuari cui la pietà dei fedeli volle a Lei dedicare.

E’ un lavoro modestissimo il mio, ma mi conforta il pensiero che alla Regina del cielo e della terra non meno che le rose superbe dei giardini tornano graditi i ranuncoli del campo quando è l'amore di un suo figlio che li dona.

Me felice se riescirò ad accrescere in qualche anima la devozione verso Colei che alta più che creatura è la dispensatrice delle grazie più elette e dei favori più segnalati.

Questi e non altri i sentimenti che mi animano, mentre licenzio al pubblico il presente opuscoletto — e tu, benevolo e pio lettore, non scordartene e sarai benigno verso l'opera mia. Vale, frater, e prega per me.

L’Autore

 

Solarium peregrinationis nostrae

S. Lorenzo Giustiniani

 

A Roncole di Busseto, alla distanza dì due chilometri circa dalla chiesa parrocchiale — verso il Po — sorge un bellissimo Santuario dedicato a Maria SS.ma che vi si venera sotto il titolo di Madonna del Prati.

La ragione di questo bell'appellativo è chiara. A torno a torno infatti, ín quella località, si estende una vastissima e silente pianura messa a prateria, intersecata da fossi e da canali, verdeggiante — mentre io scrivo — per le crescenti e floride erbe e rallegrata dal canto di qualche solitaria allodola nonché dall'eco tenue di canzoni agresti che vengono da lontani casolari colonici.

In quella distesa di latifondi feraci, suggestivamente pensosa, il tempio di Maria si eleva severo e snello nel medesimo tempo, e sia che biancheggino sulle circostanti campagne le nevi, sia che la nebbia grigia incomba, sia che il sole divampi lucido e smagliante, appare come un'oasi che inviti le anime alle dolci soavità della preghiera e del raccoglimento, a quell'oblio delle cure ed afflizioni terrene che è concesso soltanto a chi nella Madre del bell'amore, nella Consolatrice degli afflitti, nel Rifugio dei peccatori ha rivolta intensivamente e con sublime dedizione ogni sua speranza.

Per questo da lungo tempo un numero stragrande di fedeli vivamente deplorava che la mancanza di mezzi pecuniarii e la scarsezza del Clero non permettessero di tenere aperto del continuo al culto il Santuario — al quale già da molti anni soltanto nella festa del Nome Santissimo di Maria si accedeva, sempre, si intende, con l'affluenza di fedeli e con edificante pietà. Finalmente però i voti di tanti cuori accesi di vero amore per Maria hanno avuto coronamento e di questi giorni il Santuario della Madonna dei Prati si dischiude per rimanere sempre aperto, per essere meta a frequenti e devoti pellegrinaggi, per dare adito a tanti peccatori di prostrarsi d'innanzi alla Madre offesa e chiederle perdono, per darci adito di pregare insieme e di ritemprare le nostre energie, necessarie fra le battaglie del mondo, dove ad ogni piè sospinto s'incontrano nemici accaniti del nostro benessere religioso, morale ed anche materiale. Dio volesse che con entusiasmo di fede e slancio di pietà diedero a questo Santuario esistenza, così fede e pietà valessero anche a renderlo fra gli uomini lungamente e sempre più celebrato!

Le brevi e frammentarie memorie che e nell'Archivio parrocchiale di Roncole e nella Cancelleria nostra Vescovile si conservano a proposito di detto Tempio sono ben poca cosa, è vero, ma più che sufficienti a convincerci della vetustà dell'Immagine di Maria che in esso viene venerata, della fede profonda degli avi nostri e della continuità con cui la Vergine Santissima venne favorendoli col suo patrocinio.

Consta infatti che nella Pasqua dell'anno 1689 una gran folla di fedeli cominciò ad affluire nei prati della Colombarola ad onorare Maria Santissima, attratti senza dubbio dalla fama largamente diffusa delle grazie che vi si ottenevano. Se i roncolesi e gli abitanti delle ville limitrofe erano frequenti, non li erano meno tanti e tanti situati in terre dissite al di là del Po — c tutti, sani od infermi che fossero, prostrati davanti a Maria pregavano a lungo, con grande fervore, lasciando poscia copiose elemosine.

Ma allora il Santuario non c'era: esisteva semplicemente una Cappellina — e siccome in quell'anno stesso si scoperse che il tratto di muro su cui l'immagine della Madonna è dipinta stava chiuso in un telajo di legno, si dedusse e ancor si deduce che il dipinto risale a molti anni prima; s'ignora però l'epoca precisa.

Orbene, non avendo tardato l'eco dei popolari plebisciti che avvenivano ad onor di Maria SS.ma nei prati della Colombarola a giungere all'orecchio del Vescovo che reggeva allora questa Diocesi, Rev.mo Mons. Niccolò Carranza — questi spedì in detta località il suo Vicario Generale Can.co Giuseppe Maria Zuccheri e il fiscale della Curia, Can.co Cornelio Cornini, allo scopo di riferire su ciò che colà avveniva. E siccome trattavasi soprattutto di portare un giudizio sulle grazie e sui miracoli che si proclamavano, spedì anche i Rev.mi Sigg. O. Giovanni Battista Ambrosi, Can.co Primicerio, e Don Antonio Rodiani Can.co Teologo. Giunti sul luogo i rappresentanti vescovili, interrogarono, esaminarono, discussero con quella calma prudenza e assennatezza che si richiedeva da una missione così rilevante e delicata, e pur ammettendo che varii casi la pietà fervorosa dei fedeli aveva precipitato nel riconoscere il prodigio, non poterono a meno di constatare la esistenza di parecchie grazie autentiche delle quali si volle, ed a ragione, conservare memoria in stampa di rame.

Io le pongo tosto sott'occhio al lettore pio tenendomi sicuro di fargli cosa oltremodo gradita.

 

I° Una certa Angela Rizzi, quarantenne, era travagliata orribilmente dai demoni che non la lasciavano mai in pace. Profondamente afflitta ma animata da una fede vivissima, ricorre alla Madonna dei Prati, si inginocchia davanti alla venerata di Lei immagine: prega con tutto lo slancio che le dà la fede e immantinente è liberata dalla sua tribolazione.

 

Il° Domenico Brunelli, contadino, guidava un paio di buoi aggiogati sotto di un carro carico di grano. All'improvviso le due bestie si imbizzarrirono. Mentre il Brunelli facea sforzi per calmarli e fermarli, venne travolto sotto le ruote del carro, riportandone gravi contusioni alla coscia ed alla gamba sinistra. Nello spasimo del suo doloro si raccomanda caldamente alla Vergine Santissima venerata nei prati della Colombarola e risana perfettamente.

 

III° Rosaura Sansoni teneva da parecchio tempo il suo figliuolo ammalato di febbre. Tutta la sua premura di madre nell'assisterlo, tutte le cure mediche a nulla avevano approdato. La povera donna si discioglieva in lagrime al vedere che il figliuol suo andava sempre più deperendo. Un giorno lo vide proprio in fin di vita. Essa allora che aveva gran fiducia nella Madonna si rivolse con fervido slancio a Maria SS.ma invocando il suo nome, promettendo di visitare spesso la Cappella che si trovava nei prati della Colombarola. Ed ottenne quanto desiderava. La febbre maligna cominciò a diminuire, poi scomparve del tutto e la Sansoni poté in breve tempo stringere al seno il suo figliuolo incolume.

 

IV° Mentre una certa Lucia Boni se ne stava sovra di un albero raccogliendo foglia, come usano spesso i contadini, all'improvviso si ruppe il ramo al quale essa era appoggiata. La disgraziata cadde a terra col capo all'ingiù, e siccome l'altezza era notevole, fu così forte la scossa ricevuta dalla poverina che rimase per ben due ore senza favella e, quasi dissi, priva di sensi. Ella però aveva potuto, come confessò, rivolgersi alla Madonnina Santissima venerata nella Cappellina dei prati della Colombarola e la Vergine non fu avara di grazia con lei. Ben presto la Boni ricuperò la favella e la sanità completamente.

 

V° Michele Camuzzi andatasene pacificamente pe' fatti suoi sull'imbrunire, quando venne assalita da due malfattori. Questi, non contenti di averlo derubato delle poche monete che aveva in tasca, gli furono addosso e gli menarono sulla schiena colpi così forti di bastone che il malcapitato era ridotto in fin di vita. In tal frangente egli si sentì animato da somma confidenza nella Vergine Santissima onorata così largamente nei prati della Colombarola. A Lei ricorse con preghiere fervidissime, promettendo che avrebbe sempre speciale divozione per Lei, e fu risanato.

 

VI° Due cavalli, imbizzarritisi all'improvviso, si diedero a fuga precipitosa senza che nessuno potesse arrestarli. Una povera donna di nome Giovanna Riveri, trovatasi per la strada al loro passaggio e non sapendo dove rifugiarsi né come schermirsi, venne dai due animali buttata a terra e calpestata. La poveretta ebbe il viso specialmente in modo orribile deturpato e la lingua in tal maniera offesa che le era impedito di favellare. Ricorse all'intercessione della Madonna dei Prati, invocò il nome santissimo di Lei e come per incanto si trovò perfettamente risanata nel corpo e restituito il dono della parola.

 

VII° Durante un furioso temporale Menta Ortensia e il suo consorte restarono orribilmente bruciacchiati da un fulmine caduto nella loro casa dove se ne stavano tranquilli. I due coniugi si rivolsero nella loro disgrazia a Maria Vergine: pregarono fervorosamente, promisero di visitare la sua Cappellina e ottennero la grazia di un perfetto ristabilimento in salute.

 

VIII° Chi non sa quanto deplorevole male sia l'epilessia e quanto sfortunati coloro che lo soffrono? Elisabetta Magri era del numero di questi. Quando meno se lo aspettava in chiesa, nei campi, per la strada cadeva all'improvviso a terra si contorceva a tutta prima come una serpe, mandava urli strazianti, emetteva bava dalla bocca e poi rimaneva assopita come morta. Trovando impotente ogni risorsa dell'arte medica, ricorse con somma fiducia a Colei che è la consolatrice degli afflitti, implorò dalla Madonna dei Prati la grazia e l'ottenne. Fu così efficace infatti il patrocinio della Madonna che la buona Elisabetta Magri non soffrì più nessun inconveniente.

 

Queste sono le grazie che vennero riconosciute autentiche dai messi del Vescovo, e dalle quali è ben facile congetturarne un cumulo incalcolabile di altre, quando si pensi che è sempre la minima parte quella che si conosce quando trattasi di favori divini impartiti alle anime.

Non era infatti semplicemente un attestato di venerazione l'accorrere di tanta gente ai prati della Colombarola ma era altresì l'espressione della gratitudine nutrita da cuori che si riconoscevano con sovrana munificenza dalla Vergine SS.ma beneficati. Intanto sentire che cosa avvenne.

Il campo in cui sorgeva la cappelletta, meta di tante religiose aspirazioni, era di proprietà di un certo Cesare Boselli — il quale ben presto pretese non solo di essere padrone della cappelletta ma anche di amministrare le abbondanti elemosine che i fedeli ivi rilasciavano. Appunto per questo vi si appose un rastello munito di chiave nonché un'apposita cassetta per le offerte. Di qui nacquero naturalmente dissapori e quistioni. Non appena il Vescovo ne fu avvertito deliberò di recarsi in persona sul luogo.

Andò, e la gente accorsa in quel giorno era tanta che ne rimase meravigliato e commosso. Manco a dirlo, tutti quei fedeli, dopo aver insieme con lui pregato dinnanzi all'immagine della Vergine Santissima, con somma ansietà si diedero a supplicarlo affinché desse il permesso dei erigere un altare e di celebrare su quell'altare la santa messa. Mons. Vescovo dapprima esitò, non sembrandogli conveniente la cosa a motivo della ristrettezza della Cappelletta — ma poi cedette alle insistenti preghiere di quella turba devota, spinto anche, direi quasi, dal timore di spiacere alla Vergine qualora le avesse con una negativa impedita la maggiore solennità degli omaggi. Fu adunque nominato cappellano il M. Rev. Sac. Don Flaminio Porci e si diede incarico al sunnominato Rev.mo Can.co Primicerio della Cattedrale di Borgo Don G. B. Ambrosi, di amministrare il danaro delle offerte delle quali venne costituito depositario. La cassetta delle elemosine era provvista di due chiavi, una tenevala il Prevosto di Roncole, l'altra il Cappellano e non potevasi aprire senza l'intervento del Primicerio o d'altra persona mandata dal Vescovo.

Schiarite così e assodate le cose in affare tanto delicato, Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Niccolò Carranza subito pensò alla costruzione di un tempio abbastanza vasto e decoroso. Non conveniva infatti che ci fosse soltanto una modestissima cappelletta là dove la Vergine dava tanti e così manifesti segni di predilezione, là dove migliaia e migliaia di fedeli convenivano. All'uopo fu stabilito un fondo cassa. Poscia il Vescovo domandò al proprietario la cessione di tre pertiche di terreno. Credete voi che il sig. Boselli acconsentisse subito? Se così pensaste sareste in errore. Il Boselli voleva ad ogni costo avere un primato — per cui Mons. Vescovo ricorse a S. A. Serenissima Ranuzio II allora regnante, affinché lo obbligasse alla cessione. La causa andò per le lunghe, essendoché il Governatore Giovanni Carlo Santi, consigliere, dietro le quinte si armeggiava perché il Boselli venisse accontentato. Il Vescovo allora, visto che lo si voleva turlupinare, fece tenere un regolare processo, dal quale risultò — per deposizione di vecchi testimoni — che la Cappellina ossia Maestà non era proprietà del sig. Boselli ma che era stata trasportata ne' suoi prati da alcuni devoti dalla venerata Immagine; che non era sicuro il suo diritto di proprietà sul terreno nel quale la Cappelletta sorgeva; e finalmente che i P. P. Gesuiti di Bussetto avevano fatto eseguire nella Cappella medesima i restauri che vi si vedevano, oltreché il tetto per difenderla dalle pioggie. E avendo per comando del vescovo un mastro muratore, certo Giulio Bonadei, rotto il muro dietro l'immagine. Si scoperse che questa —come accennai prima — era dipinta su un pezzo di muro racchiuso dentro un telaio di legno. Ciò risulta dagli atti del Cancelliere Bernardino Quaglia (16 ottobre 1689).

Dopo ciò il Boselli si decise a fabbricare la chiesa, ma la voleva di proporzioni molto limitate e intendeva di concorrere con danaro per metà della spesa. I fedeli di fronte a questo altalenare mormoravano, ed a ragione, e — quel che è peggio — si rattiepidivano a poco a poco nel loro entusiasmo.

Il Vescovo però non depose la sua idea né si stancò di fronte alle strane pretensioni e ai progetti non meno strani del sig. Bonelli. Anzi con uno scritto legale asserì e provò energicamente che quel signore non poteva pretendere di fare la chiesa con l'intenzione di ridurla di patronato suo e di sua casa, che quindi doveva essere astretto alla vendita o cessione del terreno. Prima di deferire la cosa alla Congregazione del Concilio dei Vescovi a Roma, ne informò S. A. Serenissima Ranunzio partecipandogli che a causa delle inframettenze, pretese ed opposizioni del Boselli interrogava Roma per sentire come doveva disporre delle 6000 Lire che erano state offerte dai fedeli per la chiesa. Il Duca allora senz'altro ingiunse al Boselli di cedere. Questi, pur dichiarando di voler stare all'autorità sovrana, si adoperò per conseguire qualcuno almeno de' suoi intenti — e siccome vide che la sua astuzia e i suoi cavilli e non approdavano a nulla, si arrese, dicendosi pronto a cedere gratis il terreno ma a     ad un patto, vale a dire, purché egli fosse menzionato con l'opera compiuta in un epitaffio da conservarsi ad perpetuam rei memoriam. La cosa pareva già appianata, quando sorsero dissidii a proposito appunto di quella iscrizione.

In questo frattempo avvennero le nozze solenni del Ser.mo Principe Odoardo con la Principessa di Neoburgo, motivo per cui la cosa stette un pochino sotto silenzio — ma dietro una nuova lettera Monsignor Vescovo al Duca Ranuzio II, questi costrinse il Boselli alla cessione del terreno. Il Boselli infatti a mezzo del P. Placido Ferrara, abate di Castione, fece dire a Mons. Vescovo Niccolò Carranza che pigliasse pure il sito.

Dopo un anno adunque di dispute e di querimonie, il desiderio di tutti effettuavasi il giorno di Sant Anna 1690 Mons. Vescovo si portò sul luogo con l'architetto Francesco Calligari — il quale nell'atto di fondazione è detto parmigiano, invece nei brevi cenni riguardanti il Santuario si dice che era un roncolese. Il sig. Gaspare Ornati di Borgo misurò le pertiche di terreno necessarie per l'erezione della chiesa e il Calligari fece il disegno della Chiesa medesima.

Non appena si seppe la cosa la gente cominciò ad affluire ancora più numerosa per cui si pensò di erigere, prima ancor che la chiesa, un portico, che si conservò per molto tempo e sorgeva a ponente, dove trovasi l'attuale, capace di contenere moltissime persone e sotto al quale restò anche la Cappelletta.

Il 20 ottobre 1690 S. Ecc.za Rev.ma recossi a porre la prima pietra e fece rogare l'atto dell'importante e sacro avvenimento dal suo segretario Sac. Don Giuseppe Maria Borsi, apponendovi poscia la sua firma. La chiesa si intitola dal santissimo Nome di Maria, come facilmente si rileva dall'atto di fondazione. E’ di stile bramantesco e misura 20 metri circa di lunghezza ed altrettanti di larghezza computando, si intende, lo sfondo delle due magnifiche cappelle che si trovano nel mezzo.

Una lapide di marmo bianco con lettere nere, posta alla sinistra di chi guarda l'altare maggiore, e precisamente accanto alla balaustra, ricorda brevemente la storia dell'erezione del tempio ed è concepita in questi termini:

 

Sanctissimae Deiparae Virginis uorum o Imagini

Diu Ignotae

Christi Fidelium Pietati

Admirabili Bnefitiorum Magnitudine

Detectar

Confluentibus Undique Populis

Serenissimi Raynutii II Ducis VI

Juli9us Caesar Boselli Patritius Parmensis

Suis Sumptibus Suo Hoc In Predio

Ardificaturus

Ecclesiam Honc Aliis Cessit Ardificandem

Postmodum Vero

Religioso In uorum o Cultu

Fundum

Ad uorum Extruendum

In Hoc Circunstanti Agrorum uorum

Planitie

Dedit, Donavit, Dicavit

Anno MDCXC

 

Tradotta in lingua italiana essa suonerebbe così: "Nell'anno 1690 Giulio Cesare Boselli, patrizio parmense, stando per edificare a proprie spese in questo suo campo una chiesa alla scopo di onorare un'immagine della Santissima Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta per un'ammirabile serie di grazie le quali attrassero genti da tutte le parti — con l'assenso e sotto gli auspicii del Serenissimo Duca Ranuzio II, lasciò che altri all'erezione della chiesa stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che nutriva per la Vergine, diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante distesa di campi suoi per costruirla".

Il buon esempio dato dal sig. Boselli fu ben presto e lodevolmente seguito. Infatti nel febbraio 1692 il sig. Tommaso Vitali di Busseto, con testamento ricevuto dal Notaio Pier Alessandro Tafani, chiamò a suo erede universale l'Oratorio della Madonna dei Prati, in caso di morte del proprio figlio, chierico Camillo — ed essendo questi mancato ai vivi il 28 luglio del 1694, la disposizione testamentaria si effettuò. Ben è vero che vi furono contestazioni da parte di un certo Majavacca Dott. Bartolomeo — il quale appoggiatasi ad un testamento del Primicerio Don Tomaso Vitali, — ma tutto venne facilmente appianato e con vittoria completa dell'Oratorio.

Il sac. Giulio Cesare Mai, delle Roncole, alla sua volta lasciò, con testamento in data 22 aprile 1699, cinque biolche di terreno affinché fosse celebrata a suffragio dell'anima sua, nella chiesa della Madonna, una messa tutte le domeniche dell'anno.

I figli di Giulio Cesare Boselli invece provvidero la sacra suppellettile dell'altare: fecero di più eseguire gli ornati che condecorano l'altare medesimo e lasciarono memoria di tutto ciò in una epigrafe, in data 5 settembre 1713. Quell'epigrafe, incisa su lapide di marmo bianco, trovasi alla destra di chi guarda l'altare maggiore e precisamente di fronte a quella che ho più sopra riportato. Essa è del seguente tenore:

 

Supernae gratiarum Reginae

Patronae Matri ac Dominae

Cuncta Arae Hujus Ornamenta

Sculpturis

Ac Sacra Suppellectili

Culte Extructa

In

JuliiCaesaris Boselli Vita Functi

Ac Elisabeth Pezoli Superstitis

Amantissimorum Parentum

Monumentum

Sanguinis Pietatis Ac Mentis

Filii

Peracto a Genitoris Morts Anno

Posuere

Die V Septembris

MDCCIII

 

L'Ecc.mo Vescovo Niccolò Carranza, con suo Decreto 2 Maggio 1695, dava le regole concernenti l'amministrazione interna ed esterna della chiesa. Questa poi venne da lui solennemente benedetta la mattina del 15 settembre 1697, ricorrendo quell'anno, in detto giorno, la festa del Nome Santissimo della Madonna, festa che cade nella Domenica fra l'ottava della Natività di Maria e che i quel santuario venne sempre solennemente celebrata.

Il Santuario benedetto della Madonna dei Prati vide sempre più crescere il numero dei visitatori devoti e la penna non potrebbe adeguatamente descrivere lo spettacolo magnifico ed emozionante che scorgevasi specialmente in certi periodi dell'anno, e soprattutto nella ricorrenza del Nome Santissimo di Maria, quando a schiere a schiere arrivavano colà i pellegrini, non trattenuti né dalle distanze, né dai disagi — tutti inneggianti con popolari alla Regina del cielo e della terra. Gareggiavano nell'onorare Maria la nobildonna e l'umile popolana, il ricco signore e il povero operaio e pareva proprio che sotto lo sguardo vigile della Madre celeste, protetti dal suo manto, vivessero tutti per alcune ore una vita di paradiso.

In occasione di uno di quei convegni accadde una volta un fatto luttuosissimo e quanto mai spaventoso cui io non posso passar sotto silenzio.

Era il dì 14 settembre dell'anno 1628 e si celebrava appunto con grande entusiasmo nei prati della Colombarola la festa del Nome Santissimo di Maria. Tutti erano lieti, quand'ecco nel pomeriggio, verso le ore 3, il cielo improvvisamente si copre di nubi solcato da lampi terribili e frequenti — e soffia un vento quanto mai gagliardo e minaccioso. in chiesa si cantavano i Vespri. Ad un tratto guizza un lampo sanguigno, immenso: scroscia la folgore e cade nel coro lasciando all'istante informi cadaveri quattro sacerdoti, due laici, di professione sarti, e due cani. Un urlo acuto di spavento proruppe dal petto di quanti erano in chiesa, poi sottentrò un silenzio di tomba come se in realtà tutti fossero rimasti fulminati. Non appena si riebbero dallo sgomento e poterono ponderare il caso in tutta la sua terribilità, si prostrarono dinnanzi all'immagine della Madonna la gran Madre celeste perché la disgrazia non era stata anche più luttuosa; tra le lagrime e i sospiri poi pregarono pace per i quattro sacerdoti e i due laici rimasti vittime del fulmine. Era una scena sorprendente, indescrivibile. La notizia dell'accaduto si diffuse rapida come il baleno, dappertutto e formò naturalmente il soggetto delle conversazioni per i Vari giorni, contristando ogni cuore ben nato. E che sia stata ben profonda l'impressione si rileva anche dal fatto che alcuni vecchi nel farne, dopo molti anni, la narrazione corrugavano ancora mestamente la fronte, si commovevano fino alle lagrime e la loro voce appariva per la emozione lievemente velata. In quell'anno era parroco di Roncole il Sac. Don Pietro Montanari. Costui nel terribile frangente restò salvo per miracolo. Benché infatti egli si trovasse in coro, in mezzo agli altri Sacerdoti, sotto la grande cornice che gira attorno all'immagine della B. V., rimase soltanto sbalordito e leggermente offeso ad una gamba.

Di tutto il doloroso caso, che io ho succintamente descritto, fa fede una lunga epigrafe latina, scolpita su lastra marmorea la quale trovasi presso l'altare maggiore del Santuario. Siccome tale epigrafe (L’epigrafe è dovuta alla penna dell'illustre letterato Can.co Pietro Seletti di Busseto), ha senz'altro importanza grande per la storia di quel tempio io la riporto qui integralmente. Essa suona così:

 

Memoriae Piae et Luctusissimae

Petri Orsii D. Fidentia Archipr. Frescaroli

Annor. LXX.M.VI.D.XVI

Aloysii Menegalli

D. Fidentia Archipr. Simorivae

Annor. LII,M.IIII

Barptolomaei Oriolii

D. Prachiola Dioc. Apuanae

Curionis Spigaroli

Annor. XXXXV.M.VIII.D.XVIII

Icobi Masinii

D. Arce. Sigillina Dioc. Apuanae

Adiat. Curionis Ronculorum

Annor. XLIII.M.VIII.D.XXIII

Francisci Alusii

D. Croce D.N.J. Zibelli Annor. XXXVI

Cajetani Bianchi D. Ronculis Ann. XXII

Sartorum

Qui dum hac in aede Nomen Mariae

A meridie Recolubt

Icta fulminis omnes uno esanimati sunt

Petro Mpntanario Praep. Ronculorum

Medio sedents incolumi relicto

XVIII Kal. Octobris Anno MDCCXXVIII

Elati quique ad sedem suam

Alosins Alexandri Comes. F. Sanvitalins

Antiotes Fidentinorum patronus aedio

Casus acerbitatem reputons

Requietsque eis adposcendae studiosus

Poni jussit.

 

Perché tutti possano apprenderne il contenuto ne do la versione italiana. 'Alla pia e dolorosissima memoria dei sacerdoti Don Pietro Orzi da Borgosandonnino, arciprete di Frescarolo, dell'età di anni 70, mesi 6, giorni 21 — Luigi Menegalli da Borgosandonnino, arciprete dì Semorìva, d'anni 52 e mesi 4 — Bartolomeo Orioli da Prachíola, diocesi di Pontremoli, parroco di Spigarolo, d'anni 45, mesi 8, giorni 18 — Giacomo Mazzini, da Rocca Sigillina, Diocesi di Pontremoli, coadiutore di Roncole, d'anni 43, mesi 8, giorni 23 — alla memoria pure di Francesco Alussi di Santa Croce di Zibello d'anni 26, e di Gaetano Bianchi roncolese d'anni 22, sarti di professione — i quali tutti, mentre nel pomeriggio del giorno 14 settembre 1828, sacro al Nome di Maria, presenziavano le funzioni in questa Chiesa, rimasero improvvisamente vittima di un fulmine, restando invece incolume il Prevosto delle Roncole, D. Pietro Montanari, che sedeva in mezzo a loro — Mons. Luigi Conte Sanvitale, Vescovo di Borgosandonnino, patrono del santuario, dopo che furono trasportati ciascuno alla propria residenza avuto riguardo all'acerbità del caso e implorando ai defunti suddetti l'eterna requie volle eretto questo marmo".

Parecchi furono i Sacerdoti che per il corso di quasi due secoli si succedettero nella cura del Santuario. Essi vivevano con la rendita di vani piccoli benefizii che non poterono sfuggire alla rapace avidità governativa, e furono nella seconda metà del secolo scorso, come tanti altri, incamerati. Dalla morte pertanto del Cappellano Don Giovanni Zappieri il Santuario della Madonna dei Prati non ebbe più la Messa festiva — ma semplicemente, come già ebbi a notare, vi si faceva solennità nella ricorrenza del Santissimo Nome di Maria.

Se adesso il tempio torna al pristino onore è perché i RR. Chierici del Seminario di Borgo S. Donnino, con slancio giovanile e con efficace operosità, fin sul principio del 1900, intenzionati di attuare un desiderio più volte espresso da S. Ecc.za Rev.ma Mons. G. B. Tescari, si sono sottomessi per i primi a dei sacrifizii pecuniarii, hanno percorso come collettori di elemosine fra le persone devote, in tempo di vacanza, le parrocchie — hanno caldeggiata l'opera in ogni maniera. E perché la Commissione presieduta da S. ecc.za Mons. Tescarì prima, e da Mons. Terroni dopo, composta dei RR.mi Can.ci Mons. Pier Grisologo Arciprete della Cattedrale di Borgo, D. Giacomo Donati rettore del Seminario Diocesano, D. Alberto Dr. Costa, D. Ferdinando Allegri prevosto di Busseto, dispiegò una sorprendente alacrità nel preparare tutto ciò che all'attuazione della santa iniziativa si richiedeva. Come sempre anche in questa occasione i fedeli della diocesi nostra hanno superato l'aspettazione e sarei quasi per dire che i miei giovani amici non sì attendevano nel loro entusiasmo e nell'assiduità del loro lavoro tanta corrispondenza.

Oh mai chi non sa che le opere buone e le buone intenzioni sono da Dio stesso benedette e prosperate? Fra i devoti oblatori, che sono numerosissimi, piacenti qui per debito di ammirazione elencare il Rev.mo Mons. Can.co Pier Grisologo Arciprete della cattedrale che addimostrò per il Santuario della Madonna dei Prati una particolare deferenza e fu verso del medesimo veramente munifico. Con lui va ricordato il suddetto Prev. Allegri che fu di un'operosità instancabile, superiore ad ogni elogio.

Mentre io m'affretto al termine di questo lavoro si stanno colà facendo dei grandi preparativi. Sabato venturo, 23 c. m., Sua Ece.za Rev.ma Mons. Pietro Terroni, nostro amatissimo vescovo, consacrerà il Santuario e colla prima domenica del prossimo venturo Maggio incominceranno i pellegrinaggi diocesani.

Tutto ci assicura che l'esito sarà felice ed i buoni a ragione se ne ripromettono già un risveglio di fede e di virtù cristiane veramente consolante. I bisogni, in realtà, sono immensi: è un'ora grigia che passa, la tempesta rugge, tutti, pur troppo, abbiamo errato e la mano di Dio minaccia, armata de' più pesanti flagelli. Maria soltanto può salvarci, avvolgendoci tutti pietosamente nel suo manto materno. Ebbene, noi, oh Maria, oh madre dí misericordia, stella del mare, aiuto dei cristiani, noi verremo da Te, sicuri col vicentino poeta che

 

… non ha la vita,

sia pur d’agi più ricca e di scienza,

verace fior se alle sciagure umane

Tu, benedetto, non prepari altrove

Tranquillo porto ed immortale oblio…

 

Deh guarda con sovrana benignità a' tuoi figli prostrati nel tempio che ad onor tuo si eleva nel silenzio dei campi roncolesi; donaci le tue grazie, mentre applaudiamo a Te, mentre ci prorompe dal petto, in protesta contro coloro che ti offendono, il grido che riassume il nostro amore per Te:

 

VIVA MARIA!

Sia benedetto il Nome santissimo

di Maria Vergine e Madre

 

Borgo S.Donnino, 20 aprile 1904

 

Quando Verdi chierico e musico itinerante...

di Gustavo Marchesi

 

Dicono che fin da bimbo Beppino Verdi avesse una cognizione intuitiva della musica "seria", di buona qualità, anche quella non propriamente "alta". Già allora non era il tipo (ma lo sarà mai?) da prendere alla leggera qualunque genere musicale, anzi dimostrava di capire cosa significa soprattutto suonare e cantare secondo le regole. Sugli otto anni, a furia di applicarsi con ostinazione, aveva ridotto a mal partito una spinetta che suo padre Carlo gli aveva acquistato da monsignor Paolo Costa, rettore dell'oratorio di Madonna dei Prati, dove il sacerdote aveva iniziato il piccolo all'abc della musica.

In quella zona Carlo Verdi conduceva un cinquanta biolche di terreno, proprietà della chiesa, affittate dal padre nel 1790, e a Madonna continuò ad abitare la madre di Carlo, Francesca Bianchi, dunque la nonna di Beppino, rimasta vedova nel 1798. Carlo versava il canone delle biolche alla Mensa vescovile, anche se con frequenti ritardi, dovuti probabilmente all'obbligo di pagare le rate di una contravvenzione che gli era stata addebitata per qualche mano di tresette all'osteria di Roncole, da lui gestita, come è noto. Ogni gioco delle carte era vietato agli osti, bettolinieri e trattori di campagna, e Carlo non era sfuggito alla sanzione, anche se con l'aiuto del parroco aveva invano supplicato indulgenza dalle autorità. Non ce l'avrebbe fatta a rispettare le scadenze e infatti nel 1850 abbandonò i terreni di Madonna dei Prati per assolvere il debito, che estinse poi soltanto nel '44.

Intanto Beppino faceva continui progressi. Un riparatore di strumenti, organaro di tutto rispetto, chiamato nel '21 a medicare la spinetta e colpito dalle qualità del principiante, non volle compenso per il suo lavoro e lasciò alla curiosità dei posteri un attestato scritto da competente, anche se incerto nella grammatica: "Da me Stefano Cavaletti fu tatto di nuovo questi saltarelli e impenati a corame e vi adatai la pedaliera che ci ho regalato; come anche gratuitamente ci ho fatto di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d'imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per essere del tutto pagato. Anno Domini 1821".

Oltre a esercitarsi sullo strumento così accomodato e risanato, Beppino studiava con don Pietro Baistrocchi, parroco di Roncole, che nel villaggio aveva funzioni di organista e maestro elementare ("magister parvulorum"). Anch'egli originario di Sant 'Agata, come í vecchi Verdi, si era molto affezionato al ragazzo, di cui ammirava le singolari doti e il carattere. Gli insegnò a leggere e scrivere, a prendere confidenza col latino e a suonare l'organo in chiesa. In sostanza si accorsero in diversi che il figlio dell'oste aveva il bernoccolo, e divenne di certo una piccola celebrità locale.

Il suo primo biografo, amico ed estimatore fanatico, Giuseppe Demaldè, detto Finola, scrisse che Giuseppe "era di natura docile, rispettoso, ma timido, e non amante al divertimento, ma conversando colla moltitudine, da lì a poco si fe' svegliato e capace di qualche infantile insolenza". Per "moltitudine" Finola intendeva di certo i frequentatori dell'osteria, vetturali, cantastorie, ambulanti, accattoni, cantori da messa, contadini, sfaccendati e anche preti, specie nei giorni festivi. Tra le infantili insolenze, penso volesse ricordare l’episodio della saetta. Gìà avanti negli anni, anche il maestro si divertiva a raccontarlo.

Da bambino serviva messa e inveì contro un prete che lo aveva strapazzato durante la funzione perché, invece dì assolvere alle sue mansioni di chierichetto, stava assorto ad ascoltare don Baistrocchi che suonava l'organo. Il celebrante chiese per ben due volte al ragazzo che glì allungasse le ampolline, ma senza risposta. Allora si spazientì e, allo scopo di rompere l'incantesimo, ritenne suo compito passare dalle parole ai fatti. Con una robusta pedata mandò ruzzoloni giù per i gradini dell'altare il nostro Beppino, che batté il capo e svenne. Dovettero soccorrerlo e applicargli una benda in fronte, sulla quale al bernoccolo della musica si aggiunse quello di un rigido concetto disciplinare. Beppino non piagnucolò, come sarebbe stato nei suoi diritti. Ma una volta ripresi i sensi, non si trattenne e lanciò l'anatema contro il sacerdote: "Dio t' manda na saiètta!'' ("Dio ti mandi una saetta!").

E pare che lo zelante calciatore ricevesse proprio il dono che il chierichetto gli aveva augurato: si racconta che "na saietta" lo uccise durante il vespro del 14 settembre 1828, nella chiesa di Madonna dei Prati, quando caddero folgorati quattro fedeli rappresentanti del clero: don Pietro Orzi arciprete di Frescarolo, don Luigi Menegalli arciprete di Semoriva, don Bartolomeo Orioli arciprete di Spigarolo, e don Giacomo Masini cappellano di Roncole.

Allo scoccar dei fulmini Beppino non aveva assistito: raccontano fosse a Busseto, presso certi Michiara, dai quali stava a pensione, e dove quel pomeriggio finì per trattenersi oltre il previsto a causa del temporale. Avrebbe dovuto recarsi nella chiesa di Madonna dei Prati a cantare in coro, per i vespri, come la mattina aveva fatto durante la messa. Arrivò invece che il peggio era successo, e soltanto così forse evitò un pessimo incontro, perché il fulmine aveva visitato anche la cantoria, sede abituale del coro.

Da ragazzetto il futuro maestro svolgeva questi servizi di cantore e organista, nelle parrocchie dei dintorni, muovendosi a piedi, scalzo nella bella stagione per non sciupare le suole. Una volta era d'inverno, all'alba, e a causa della nebbia e del buio, scivolò in un fossato pieno d'acqua. Non sapeva nuotare, il freddo gli toglieva le forze, stava proprio per finire malamente. Buon per lui che qualcuno, udite le sue grida, lo tirò ìn secco.

 

I benefattori del Santuario

 

Fedeli che hanno generosamente offerto per il "castello" e i ceppi delle nuove campane:

Rettore Don Ugo Uriati e famiglia

Signori Landino Dalcò e Raimondo Fava

Signori Augusto Rosi e Ulisse Pettorazzi

Signori fratelli Enrico, Amilcare e Silvio Donati

Signori fratelli Renzo e Egidio Dalledonne

Signori fratelli Piero e Amos Fontanella

Signori Alberto Castelli e Dismo Campanini

Signori Cesare e Lisetta Paraboschi

Signori Romano Gatti e Ferruccio Scaramuzza

Signori Gino Vernizzi e Salvatore Affaticati

Signori Renzo Maggi e Ugo Oppici

Signori Archimede Pellegrini e fratelli Cesare e Luigi Rizzi

Signori Virginio Mora e Guglielmo Bergamaschi

Signori fratelli Adelmo, Gino, Iride e Carlo Rastelli

Signori Cesare Fraschi con Giulia e Adelaide Caraffini

Signori Pietrino e Albino Devoti

Signor Massari Artemio

S. Madonna dei Prati, 24 Novembre 1955

 

Fedeli che hanno generosamente offerto per i banchi e gli inginocchiatoi del Santuario:

Dott. Giannino e Anna Rastelli

Dott. Antonio Verderi e Loredana Bergamaschi

Signori Domenico Marchini e Carmen Uriati Dott. Carlo Alberto e Alessandro Onesti

Signori M. Giustina Volpini e Lino Rizzi Famiglia Donato Longinotti

In memoria del pittore PRA'. Giovanni Fabbi

Sorelle Emma Uriati Gbidini e Teresa Uriati Gardi Vinci

Prof. Cesare Uriati e Dott. Elena Ferrari

Signori Landino e Alfa Dalcò in memoria dei loro cari Alce Vigilati e Dante Dalcò

In memoria dei fratelli Uriati Cesare, Nino, Alberto, Faustino

Signori Giuseppe Ferrari e Maria Bigliardi

Signori Giovanni e Giuseppina Uriati

Signori Ester e Attilio Girometta e i figli Giuseppe e Piergiorgio

Famiglie Uriati e Ferraguti

Signori Palma e Francesco Dalle Luche

Rettore Don Ugo Uriati

Signora Rosa Rabaiotti Loffi

Signora Nina Carrara Calvi

La Signora Benassi Alberta ved. Calvi di Samboseto ha donato n. 6 candelieri in legno argentato.

 

Fedeli cha hanno generosamente offerto per le funi delle campane:

Signori Nino Uriati e Ferraguti Giuseppina

Signor Virginio Mora

Signore Giulia e Adelaide Caraffinii

Signore Santina e Pasqua Giordani

Signori Fratelli Renzo ed Egidio Dalledonne

Signori Lisetta Paraboschi con Pierino e Albino Devoti

Il Signor Renzo Maggi ha offerto per la Croce in ferro battuto posta sul campanile.

 

Altri fedeli, parrocchiani e non, che hanno generosamente offerto per il Santuario:

Famiglie: Fraschi, Mora, Bianconi, Dott. Lino Demalde, Donati, Pettorazzi, Dalledonne, Annoni, Pietro Gelb, D.ssa Viazzani, Aimi, Speroni, Covini, Filiberti, Cav. Reverderi, Volpini, Campanili, Arfini, Dalcò, Affaticati, Rastelli, Oppici, Carrara, Biagio Riccardi, Alessandro Onesti, Dr. Alessandro Capuzzi e Maria Soldi e, fra il Clero, i Chierici del Seminario Diocesano, Mons. Alberto Costa, Mons. Giacomo Donati, Mons. Luigi Onesti, il Beato Card. Andrea Ferrari, ai quali tutti va la riconoscenza e la ricompensa del Signore.

 

 

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