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MADONNA PRATI: 300 anni del Santuario versione stampabile, completa |
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IL SANTUARIO DI MADONNA DEI PRATI: versione stampabile, completa
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Mi hanno accompagnato da ragazzino spesse volte
al Santuario dalla Madonna dei Prati per impetrare
grazie e protezione per un natura pieno dl speranze.
Oggi, nel ricordo dell'opera dei miei Genitori, dedico
loro questo opuscolo con imperitura riconoscenza.
Come forse
non è mai successo nel passato. assistiamo oggi alla scoperta del
desiderio di sapere che, con sempre maggiore insistenza. dimostriamo
nei riguardi dei fatti e delle cose accadute ieri, riaffiorati da lugubri anni
di miseria “nera” vissuti dai nostri avi, dei quali ci compiaciamo di riscoprire
la storia che, ancorché lontana, è pur sempre alla base della nostra esistenza.
Se poi
alla curiosità per l’antiquariato si
affianca - come in questo raso — l'occasione di un avvenimento importante
attorno ad una realtà che da centinaia di anni non ha mai smesso di occupare una
porzione determinante della nostra vita spirituale, allora sarebbe veramente
riprovevole far finta di niente e passare oltre...
A
testimonianza dell'attaccamento alla Madonna del Prati, che — diciamolo chiaro
non è mai venuto meno ma che in un'occasione così particolare vogliamo
maggiormente dimostrare, rimanga pertanto questo libretto che mi auguro possa
anche assolvere alle due diverse esigenze: glorificare il Tempio dedicato alla
nostra Protettrice e costituire una raccolta sicura di notizie e di storia da
lasciare in custodia a chi ci seguirà.
Confidiamo
anche, con serenità e fiducia, che, pur in un mondo destinato inevitabilmente a
vorticosi cambiamenti, ci si possa ritrovare tutti fra altri 300 anni, e poi
ancora 300, e così via, a ripetere assieme questo atto d'amore e di devozione.
L'Autore
20 OTTOBRE 1690-1990
IL SANTUARIO DELLA MADONNA
DEI PRATI COMPIE 300 ANNI
Dopo i
disboscamenti che i Benedettini di
Castione Marchesi e i Cistercensi di Chiaravalle e Fontevivo avevano operato
dall'anno 1000 in poi lungo la profonda fascia rivierasca tra il Po e la Via
Emilia. e prima che vi si stabilissero centri abitati, poche strade e pochissime
case coloniche davano segno di vita in quell'immenso territorio piatto e
silenzioso. I mezzi di cui disponevano le genti di quei tempi e il disagio della
lontananza accentuato dalla scarsa e cattiva viabilità, rendevano quei luoghi
poco adatti alle coltivazioni che esigono un frequente apporto di mano d'opera.
E poiché la feracità del terreno favoriva una vegetazione rigogliosa, i
contadini trovavano più conveniente coltivare i campi a prato.
Per questa
diffusa tendenza ed in mancanza di ragionevoli alternative, la maggior parte
della zona presentava vaste distese di prati punteggiati da qualche salice o da
rari chiostri di pioppi. Ancora non molti anni fa, per quelle zone che non erano
totalmente appoderate, erano rimaste in uso le denominazioni di «Prati di
Roncole», «Prati di Frescarolo». «Brè» (che forse una volta era “pré”) e poi
ancora «Misericordia». «Borghese». ecc.
Fu proprio
nella zona del prati di Roncole che intorno al 1600 fiorì uno del tanti episodi
di pietà cristiana che — come cippi marmorei stanno incrollabili nei secoli a
misurare e testimoniare la continuità e profondità della fede religiosa
nell'animo della gente.
Fra i
contadini che frequentavano per ragioni di lavoro quel luoghi solitari, la
suggestione della Natura e del Creato e la solennità dei vasti silenzi facevano
da sfondo a interiori angoscie ed ansie che sfociavano nella ricerca del
distensivo e riposante mondo dell'amore.
Per merito
di qualche parroco che, al pari dei colleghi missionari che visitarono il mondo,
percorrevano quelle lande a piedi, il nome della Madonna cominciò ad essere
ripetuto sempre più insistentemente nel rari incontri fra villici e nelle intime
riflessioni. Qualche mano pia appese ad un pioppo un'immagine sacra: qualche
altra vi depose un mazzetto di fiori agresti. Circolarono voci di grazie
ottenute, si infittirono le visite del devoti.
Nei prati
della Colombarola — così era denominata la località — fu eretta nel 1632 una
ceppellina con l'immagine dipinta della Madonna e il numero dei fedeli che vi
affluiva dal paesi circostanti Si fece folla. L'eco di queste ardenti
manifestazioni popolari di devozione a Maria attirò l'attenzione dell'autorità
ecclesiastica. Il Vescovo di Borgo S. Donnino (ora Fidenza) Mons. Nicolò Caranza
inviò sul luogo il suo Vicario Generale ed una commissione di altri tre
sacerdoti con l'incarico di appurare le cause. l'importanza e l'attendibilità di
quanto si stava straordinariamente verificando. Dopo accurate e caute indagini
gli inquirenti stabilirono l'esistenza di numerosi casi di guarigione e di
scampati periodi per i quali non poteva essere posto in dubbio l'intervento
soprannaturale della Grazia.
Qualche
tempo dopo il Vescovo si recò in visita alla cappelletta e, cedendo alle
suppliche della numerosa folla accorsa da ogni parte, autorizzò l'erezione di un
altare per la celebrazione della messa e nominò cappellano Don Flaminio Porci.

Una
vistone dei prati della Colombarola dalla torre campanaria. Il podere sullo
sfondo, a destra della strada, è la Colombarola. Un tempo le case in primo piano
a ridosso del Santuario non esistevano e tanto meno lo stabilimento sulla
sinistra. In lontananza è la zona di Samboseto.
Le offerte
dei fedeli si erano intanto notevolmente accresciute. Dopo aver disciplinato i
servizi religiosi e l'amministrazione dei fondi che si andavano accumulando,
Mons. Vescovo giunto momento di provvedere alla costruzione di un tempio
sufficientemente ampio ed importante che onorasse degnamente la Madonna che in
tanti modi aveva rivelato la sua predilezione per quella sperduta località e per
soddisfare le fervorose aspirazioni di quelle popolazioni rurali.
Queste note introduttive sono state redatte da mio padre
Giuseppe Cavitelli nel 1954
con l'intenzione di renderle pubbliche
in un fascicolo che avrebbe dovuto uscire in occasione
della ricorrenza del 50° anniversario della riapertura
dell'Oratorio e la sua elevazione a Santuario. Per motivi non accertati
la pubblicazione non avvenne. Restano comunque valide
le nobili considerazioni di un cristiano «di allora» ed è con
commosso piacere che le utilizzo a decoro di questo
opuscolo e per la realizzazione. sia pure dopo 35 anni,
dello scopo per il quale sono state scritte.
L'Autore
Il 20
ottobre 1690 S. Eccellenza Rev.ma il Vescovo Caranza, pose la prima pietra e
sottoscrisse l'atto dell'importante avvenimento: iniziava così la costruzione
del Tempio dedicato al SS. Nome di Maria che il popolo già chiamava Chiesa della
Madonna dei Prati.

Il Vescovo
Nicolò Caranza (da una incisione dell'epoca)
Addì 20 Ottobre 1690 ne prati della Colombarola delle Roncole
nell'atrio avanti la Capellina del Nome di Maria avanti la presenza degli
infrascritti Testimoni constituiti avanti di me Don Giuseppe Maria Borsi
Segretario di Monsignor Illustr.mo e Rever.mo Vescovo dl Borgo San Donnino,
deputato specialmente a ricevere il presente Atto.
Si dichiara in virtù della presenta scrittura, che deve
servire a perpetua memoria de Posteri, si come l'anno e giorno suddetti il
sottoscritto Mons. re Ill.mo Rev.m Nicolò Caranza Vescovo per la Dio Grazia, e
dello Santa Sede Apostolica, di Borgo San Donnino, si è portato al suddetto
luogo, dove è situata la suddetta Capellina. intorno alla quale si fabbricano li
portici, ed ha messo la prima pietra del fondamento della Chiesa da fabbricarsi
al suddetto Nome dl Maria, secondo il dissegno fatto dal Signor Don Francesco
Calligari Architetto Parmigiano, la qual fabbrica ha mastro Giulio Bonadio di
Fontanellato.
Si dichiara ancora che detta Chiesa si fabbrica di elemosine
raccolte dalla Pietà dei Fedeli fatta all'Immagine della Madonna dipinta nel
muro della Capellina, la storia della quale si potrà vedere dal processo_fatto
dal suddetto Mons. III. Vescovo l'anno passato esistente nella Cancelleria
Episcopale, dal quale consta che detta Imagine s'è conservata miracolosamente ed
è stata altre volte nel luogo dove si trova al presente e si spera con l'aiuto
del Signore che si trasporterà all'Altare maggiore della Chiesa cominciata a
fabbricarsi come sopra.
Si deve anche sapere che il sito, cioè detta fabbrica, è
stato donato dal signor Alfiere Giuglio Boselli, ch'è di tre pertiche, che
servirà per fare la Chiesa, gli portici, il piazzale e un orto per il Prete.
Gli testimoni che sono intervenuti a questo atto saranno
sottoscritti nella presente e sono gli infrascritti:
Don Giovanni Battista Ambrosi
Don Flaminio Porci
Don Giuseppe Delle Donne
Don Innocenzo Forni
Don Fulvio Pettorelli
Don Giuseppe Maria Borsi
Vescovo Nicola Caranza
Il
progetto fu commissionato all'Architetto Don Francesco Callegari, lo stesso che,
con lustro e sapienza, aveva disegnato quella stupenda costruzione che era il
Seminario Vescovile di Fidenza, purtroppo andato distrutto con i bombardamenti
dell'ultimo conflitto. Il Callegari era di Parma. e non di Roncole come qualcuno
ha voluto far credere in passato, ed era il Sacerdote- architetto della Curia
fidentina.
A spingere
il Vescovo a decidere la costruzione della chiesa non è stata certamente
estranea la disponibilità di una buona parte dei fondi necessari all'opera,
rappresentati da circa 6000 Lire raccolte con le offerte dei fedeli.
Allora
mancava il campanile, la cupola, il rivestimento esterno e la canonica. In
compenso esistevano due portici (pronao) ai lati dell'ingresso centrale ed un
altro portico sul lato destro del piazzale, quest'ultimo costruito ancora prima
della chiesa; come vedremo. furono tutti abbattuti. Circa l'epoca dl costruzione
della canonica, non si hanno notizie. Il campanile è del 1955 mentre, per il
resto, siamo rimasti a 300 anni fa...
Le prime
difficoltà sorsero quando il nobile Alfiere Giuglio Cesare Boselli, proprietario
del terreno, si proclamò proprietario anche della piccola Cappella che vi
sorgeva, creando problemi in relazione alle elemosine che, come detto, venivano
copiosamente lasciate dai fedeli. Egli vantò pure lo stesso diritto sulla chiesa
che si pensava di costruire e per meglio concretare la sua pretesa, si disse
disposto a partecipare al 50% delle spese per il nuovo tempio.
Venne
allora chiesto l'intervento di S.A. Serenissima Ranuccio II Farnese (Duca di
Parma. Aveva ottenuto per eredità il Ducato di Castro (si ammirano ancora oggi
le rovine nel viterbese, ai confini fra Toscana e Lazio). Dovette cederlo alla
Chiesa di Roma dalla quale ebbe in cambio Bardi e Compiano. Aiutò anche Venezia
contro i Turchi. Era molto benvoluto dai sudditi).
il quale
«ingiunse» al Boselli di recedere dalle sue posizioni di intransigenza. Questi
donò allora il terreno necessario limitandosi a porre come condizione che, ad
opera compiuta, venisse ricordato con un epitaffio quanto da lui fatto per
questa opera. La lapide di marmo che attesta questa circostanza si trova a
sinistra dell'altare maggiore e dice:
Sanctissimae deiparae virginis imagini diu ignotae Christi fidelium pielati
admirabili benefitiorum magnitudine detectae confluentibus undique populis, et
mirum in modum aelcmosynis, serenissimi Raynutii II° ducis VI assensu et
auspicio Julius Caesar Boselli patritius parmensis suis sumptibus suo hoc in
praedio aedificaturus ecclesiam hanc alitis cessit aedificandam postmodum verò
religioso in Virginem cultu fundum ad eandem extruendam in hac circustanti
agrorum suorum planitie dedit, donavit, dicavit
Anno MDCXC
Traduzione:
Nell'anno
1690 Giulio Cesare Baselli, patrizio parmense, stando per edificare a proprie
spese in questo suo campo una chiesa allo scopo di onorare un'Immagine della
Santissima Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta per
un'ammirabile serie di grazie le quali attrassero gente da tutte le parti e
venendo anche in modo meraviglioso le offerte, coll'assenso e sotto gli auspici
del Serenissimo Duca Ranunzio II°, lasciò che altri all’arezione della chiesa
stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che nutriva per la Vergine,
diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante distesa di campi suoi per
costruirla.
Sul
pilastro che divide l'altare maggiore dalla cappella di destra, vi è poi
un'altra lapide fatta apporre dai figli che, a loro volta, dopo la morte del
padre, dimostrarono con altri atti di generosità il loro attaccamento alla
Madonna dei Prati. Questo il testo:
Supernae gratiarum Reginae Partonae Matri ac Dominae cuncta arae hujus ornamenta
sculpturis ac sacra sacra suppellettili culte extructa in Julius Caesar Boselli
vita functi ac Elisabeth Pezoli superstitis amantissimorum perentum monumentum
sanguinis, pietatis, ac mentis filii peracto a genitoris morte anno posuere die
v. septembris
MDCCIII
Traduzione:
Il giorno
5 settembre 1703 i fratelli delle nobile famiglia Boselli per onorare la memoria
del padre Giulio Cesare Boselli defunto e della madre Elisabetta Pezoli vivente,
loro amatissimi genitori, nel 1° anniversario della morte del padre, lasciarono
come monumento del loro affetto, pietà e ricordo in questa chiesa alla Celeste
Regina delle Grazie, Patrona, Madre e Signora, la sacra suppellettile e gli
ornati, elegantemente eseguiti, che condecorano l'altare medesimo.
La chiesa
si intitola al Santissimo nome di Maria e ciò è consequenziale alla venerazione
che le folle devote offrivano alla Sacra Immagine che ne determinò l'erezione.
La dedica peraltro risultava anche in sintonia con gli avvenimenti
storici-politici-religiosi di quei tempi. La sconfitta delle armate
turco-musulmane ad opera del Maresciallo Sobieski (poi divenuto Re di Polonia) a
Vienna 12 settembre 1683 aveva infatti indotto il Papa di allora, Innocenzo XI,
a decretare -- con bolla papale del 15 novembre dello stesso anno - che la
Chiesa onorasse d'ora in poi il nome di Maria nel giorno 12 settembre di ogni
anno (ora è diventato la seconda domenica di settembre). Deve quindi essere
stata un'occasione straordinaria per il Vescovo di Borgo San Donnino Mons.
Caranza offrire al Papa un nuovo tempio ispirato ai suoi intendimenti.
La
ricostruzione degli avvenimenti che hanno preceduto l'edificazione del
Santuario, riportati nelle pagine precedenti, così come della storia di quanto è
avvenuto nei tre secoli di cui ci stiamo occupando, è stata possibile attraverso
la consultazione dei manoscritti lasciati da alcuni sacerdoti che si sono
succeduti nel rettorato della chiesa o hanno operato da semplici “cronisti” dei
fatti dell'epoca. A cominciare da Don Flaminio Porci, primo Cappellano (o
Rettore) nel 1690, al quale dobbiamo una dettagliata relazione costituita da un
grosso volume contenente l'intera cronistoria della edificazione del Santuario,
che ha per titolo: “Cattastro delle
partite poste in questo libro del Ven.do Oratorio del Sant.mo nome di Maria
delli Prati delle Roncole di Busseto” documento conservato nell'archivio
della Curia Vescovile di Fidenza.
Sulla base
di questo libro ha lavorato Don Sincero Badini per la pubblicazione di un
opuscolo intitolato ”La Madonna dei Prati”,
avvenuta nel 1904. che ha pure fornito notizie assai utili per questa ricerca.
Altre due
fonti dalle quali si è ricavato una inesauribile quantità di notizie di estremo
interesse sono:
- «Ricordanze Roncolesi». raccolta di episodi e circostanze riunita da
Don Giovanni Fulcini in un volume datato 1907 ma nel quale sono riportale, in
ordine sparso, notizie degne di essere ricordate per fatti accaduti a Roncole
anche molti anni prima. Don Fulcini, roncolese di nascita, esercitò il suo
sacerdozio quale canonico della Collegiata di Pieve Ottoville praticamente
durante tutta la sua vita, dal 1856 al 1922. Serbò per la sua terra d'origine un
amore ancestrale e dedicò moltissimo tempo a scrivere ciò che riteneva utile
tramandare al posteri. I numerosi volumi lasciati sono conservati negli archivi
delle parrocchie di Pieve Ottoville e Roncole.
— Il «Diario» di Don Leto Bocelli, effemeride di tutto ciò che è accaduto
nel Santuario nel periodo del suo rettorato dal 29/9/1909 al 25/2/1916,
corredato di riferimenti su importanti notizie relative agli eventi del passato
nella storia della Madonna dei Prati. Don Bocelli. prima di arrivare a questo
Oratorio, fu per diversi anni sacerdote sagrista presso la Collegiata di Busseto
e per 14 anni rettore della Chiesa di S. Anna fuori le mura di Busseto (presso
il Cimitero). Il Volume è conservato negli archivi del Santuario.
LA STORIA E LA CRONACA DI 300
ANNI
I
Cappellani che si succedettero a reggere l'Oratorio sono stati:
dal
20/10/1690 al 12/8/1736 Don Flaminio Porci, Cappellano (Egli è sepolto nel Santuario come attesa l’atto di morte
che riportiamo: «Nell'anno 1736 - 12 agosto il Molto
Rev. Don Flaminio Porci di età di 85 anni circa, Cappellano dell'Oratorio sotto
il titolo del SS. Nome di Maria, chiamato dei Prati, nella casa del medesimo
oratorio rese l'anima a Dio munito dei SS. Scaramenti, il suo corpo, come lui
aveva stabilito a mente sana, col permesso dei Superiori, fu sepolto nel detto
Oratorio alla parte del Vangelo dell'Altare Maggiore. Il funerale fu compiuto da
me: Angelo Bergamini, Prevosto della Chiesa di Roncole di Busseto, essendo
l'Oratorio entro i confini di questa parrocchia».
nel 1740
Don Sonzini, Cappellano
dal 1789
al 10/1795 Don Giuseppe Bassi, Cappellano
dal
11/1795 al 12/1803 Don Angelo Rovaldi, Cappellano
dal
12/1803 al'? Don Domenico Voghera, Cappellano
nel 1819
Don Paolo Costa, Cappellano
nel 1828
l'Oratorio non aveva il Cappellano ed era affidato al Parroco di Roncole
nel 1860
Don Giovanni Zappieri, Cappellano
nel 1890
l'Oratorio non aveva il Cappellano ed era affidato a Don Antonio Chiappari,
Prevosto di Roncole
dal
24/4/1904 al 27/3/1909 Don Cesare Robuschi, Cappellano
dal 4/4/1909
al 29/9/1909 Don Mario Caraffini, Cappellano
dal
29/9/1909 al 25/2/1916 Don Leto Bocelli, Cappellano
dal
4/5/1916 al 15/7/1926 Don Pietro Bonini, Cappellano
dal
16/7/1926 al 24/7/1947 Don Pietro Bonini, Parroco
dal
21/12/1947 al 21/3/1977 Don Ugo Uriati, Parroco
dal
22/3/1977 Don Ugo Uriati, Vicario Econ. (Parroco di Samboseto)
Non si
dispone di memorie scritte che riportino notizie sulla vita del Santuario nei
primi 150 anni. E’ certo che l'afflusso dei fedeli continuò con ritmo crescente
e la fama della Madonna Taumaturga dei Prati si estese ai territori limitrofi,
anche oltre il fiume Po.
La Chiesa
si arricchì di varie opere d'arte ed il «beneficio» si consolidò per alcune
donazioni testamentarie. Fu eretta la Canonica.
I
Cappellani si alternarono regolarmente e ciascuno aggiunse il suo apporto
spirituale e materiale.
Uno
scossone che ha senz'altro causato un svolta negativa nel regolare procedere
della vita del Santuario è venuto dal luttuoso fatto verificatosi net 1828 per
la caduta di un fulmine all'interno del Tempio con conseguenze disastrose. Di
questo avvenimento si tratta nella pagine seguenti.
Da
quell'anno l'Oratorio non ebbe più il Cappellano, se non per periodi brevi, e le
funzioni religiose si svolgevano dapprima alla sola domenica e. successivamente
una volta all'anno unicamente in occasione della festività del SS. Nome di
Maria.
Di questo
periodo di oscurantismo si conosce ben poco. Le voci raccolte tra i villici
parlano di chiesa ridotta a deposito di attrezzi agricoli e di canonica che le
autorità comunali di Busseto avevano
destinato ad alloggio dello «stradino» e della levatrice.
Si hanno
invece notizie precise sul risveglio dell'interesse per il Santuario a partire
dagli anni attorno al 1885. Nel 1890, come vedremo, venne istituita la «Festa
Votiva». Ricominciarono i pellegrinaggi e nelle «Ricordanze
Roncolesi» di Don Fulcini ne sono descritti diversi organizzati su
iniziativa del Prevosto Chiappari di Roncole negli anni 1892, 1896, 1898, ecc.
Riguardo a quello del 1892 il nostro “relatore”, informa che si svolse con la
partecipazione di circa 1500 pellegrini (tutti a piedi da Roncole, Vescovo in
testa) e la somministrazione di 1400 comunioni.
In quegli
anni anche i Seminaristi di Borgo San Donnino si agitavano per la chiesa di
Madonna Prati e nel febbraio del 1900 prospettavano ad Vescovo Mons. Giovanni
Battista Tescari il ripristino del decoro del Santuario. Ciò avvenne quattro
anni dopo, con il nuovo Vescovo Mons. Pietro Terroni il quale, con atto del 23
aprile 1904 annunciava la nomina ufficiale dell'Oratorio della Madonna dei Prati
a SANTUARIO.

Fra le chiese dedicate alla Vergine Madre di Dio, fondate ed erette in questa
nostra Diocesi di Fidenza non occupa l'ultimo posto l'artistico, decoroso e
rinomato Oratorio che viene chiamato della gloriosa Nostra Signora dei Prati e
che è ormai da più di due secoli onorato dalla pietà dei Fedeli, nel quale è
grandemente venerata un'immagine dipinta sul muro dell'abside della medesima
Vergine che porta in braccio di Fanciullo Gesù. La si radunano non solo gli
abitanti del luogo, ma spesso anche popolazioni da lontano per sollecitare aiuto
nelle calamità, liberazione dai mali, sollievo nei pericoli e nelle disgrazie,
consiglio nelle perplessità, cose tutte più volte ottenute dalla Madre delle
grazie, come ne fanno fede gli ex-voto e i quadri sospesi alle pareti nel
presbiterio della chiesa. Ma essendo stato quel sacro luogo abbandonato sia per
ingiuria del tempo come per cattiveria umana e ridotto a triste stato, per
favorevole divina grazia «che sceglie le
cose deboli del mondo per confondere quelle forti» Cor. 1.27) avvenne che
soprattutto per desiderio e cooperazione dei cari Alunni del nostro Seminario
Vescovile, con raccolta di offerte, non solo potesse essere restaurato e ornato.
ma venisse riportato al primo splendore e fosse provveduto nel migliore dei modi
che fosse aperto tutti i giorni alla pietà dei fedeli, mediante la presenza di
un Sacerdote da noi eletto per l'ufficio di celebrare e compiere tutte le
mansioni del Sacro Ministero. Ed inoltre affinché in questa nostra Diocesi
accresca assai il culto e la devozione verso la Madre di Dio, noi
accondiscendendo ai desideri dei medesimi nostri Chierici, abbiamo pensato di
accrescere la dignità di quel Tempio che specialmente nel tempo passato fu assai
frequentato dai fedeli per chiedere aiuto e sciogliere voti. Orbene dunque alla
maggior Gloria di N.S.G.C. Salvatore. ad onore della Vergine Madre, ad aumento
della fede e della pietà. a testimonianza del nostro filiale amore a Lei che è
speranza nostra, Noi con la nostra ordinaria autorità di cui siamo investiti, a
mezzo del presente decreto vogliamo e stabiliamo che l'Oratorio chiamato della
Madonna dei Prati, sito in Parrocchia di Roncole, in questa Diocesi e dedicato
al SS.mo Nome di Maria sia innalzato ad onore di SANTUARIO della medesima
Vergine, col quale titolo e nome venga distinto dagli altri Oratori di questa
Diocesi e così nominato in tutti gli attii dalla Curia Vescovile.
Dal nostro Palazzo Vescovile di Borgo San Donnino, firmato di mano nostra,
munito del nostro Episcopale Sigillo, la domenica terza di Pasqua, l’anno del
Signore 1904, lo stesso giorno 23 aprile nel quale con le più solenni cerimonie
abbiamo consacrato e dedicato il medesimo Tempio.
Pietro Terroni Vescovo
Canonico Pompeo M. Camisa
Cancelliere Vescovile
Di quel
periodo sono da ricordare le frequenti presenze di Mons. Alberto Costa, nativo
di S. Croce di Zibello, Vicario Generale della diocesi fidentina, futuro Vescovo
di Melfi, Rapolla e Venosa morto Vescovo di Lecce nel 1950. Mons. Costa dimostrò
il suo attaccamento al Santuario lasciando in eredità la sua Croce Pettorale
d'oro gemmata ed altri preziosi.
Non sono
riportati avvenimenti di particolare risalto accaduti negli anni successivi.
Continuò l'afflusso di grandi masse di fedeli, specie con i pellegrinaggi.
Si arriva
quindi al 1926 anno in cui l'Oratorio Santuario della Madonna dei Prati diventa
Parrocchia. Non può però funzionare come tale perché una parte del «beneficio»
attribuitole, che doveva pervenire dalla Parrocchia di Samboseto, non venne
lasciato libero dall'Arciprete di quest'ultima, Don Giuseppe Onesti, in rispetto
del principio che stabilisce, come egli soleva affermare, che un parroco deve
consegnare al suo successore la Parrocchia nello stato in cui l'ha ricevuta o
migliorata. Dal giorno 11 febbraio 1931, con la morte di Don Onesti, iniziò a
funzionare la Parrocchia di Madonna Prati.
Purtroppo
anche nel periodo in cui fu rettore Don Pietro Bonini (dal 1916 al 1947) non
venne tenuto un diario con la descrizione degli avvenimenti.
Nel maggio
1947 rimase per tre giorni nella chiesa, alla venerazione dei fedeli, l'urna
d'argento recante le ossa di San Donnino, proveniente da Busseto. All'arrivo
erano presenti 3000 persone.
La cronaca
registra poi la caduta del tetto dell'attuale Rettore Don Ugo Urlati, nel luglio
del 1957, con frattura (e successivo consolidamento) di entrambe le gambe.
Altro
avvenimento «storico»: l'anno dopo, nel maggio, arriva a Madonna Prati il
telefono!!
Infne, Il
primo maggio 1950 è ricordato come giornata memoranda per l'arrivo del Simulacro
della Madonna Pellegrina descritto con ricchezza di particolari nel diario del
Santuario che ricorda il Carro trionfale allestito dai fedeli di Madonna Prati
per la B.V., il numero stragrande di pellegrini e la quasi istantanea guarigione
di un malato di Milano per il quale si sono innalzate preghiere alla fine della
messa solenne, giungendo nel pomeriggio la notizia che l'ammalato grave era
giudicato fuori pericolo!
Il numero
delle anime, da quando fu istituita la Parrocchia, ha avuto il seguente
andamento:
1926:
anime 260
anni 30:
anime 250
anni 50:
anime 390
anni 60:
anime 230
anni 70:
anime 170
oggi.
anime 107.
LA VISITA AL SANTUARIO
Chi si
dirige a Madonna Prati provenendo da Busseto, Frescarolo e Roncole, segue
praticamente lo stesso percorso avendo come punto dl riferimento il ponte di
Sant'Ilario
(Non si hanno notizie precise, ma diverse fonti ipotizzano il passaggio da
queste parti di una cosi detta “strada romea” con un tracciato non bene
identificato, comunque parallelo alla Via Emilia con la quale poi doveva
ricongiungersi nei pressi di Fontevivo per proseguire in direzione di Berceto e
la Cisa. Detta strada proveniva verosimilmente da Cremona e serviva ai
pellegrini che giungevano dal Nord ed erano diretti a Roma. Fra questi si
sarebbe trovato anche llario, Vescovo di Poitiers, Dottore della Chiesa ed ora
Santo protettore di Parma -il Santo della scarpetta-. Siamo nel 350 circa dopo
Cristo. Il nome del ponte risalirebbe a questo tatto), quel
ponticello costruito chissà quando, proprio là, a Madonna Prati, dove il fosso
Nazzano prosegue il suo corso verso i prati di Frescarolo finendo col tagliare a
metà il territorio del Comune di Busseto.
Chi ci
perviene invece arrivando da Samboseto o da Soragna, ha a disposizione la
rettilinea strada comunale che, sfiorando i possedimenti, per citarne alcuni,
Gonizza, Canton Santo, Palazzo Calvi, Argentina, Banzole, Fienile Vecchio.
Bonifica, Colombarola. ecc., porta direttamente a Madonna Frati.
Per tutti
la strada da percorrere è facilmente intuibile se non altro perché, già da
lontano, si distingue all'orizzonte, tenuto sempre più libero per la metodica e
rovinosa azione di taglio degli alberi, l' inconfondiblle sagoma del Santuario.
In ogni
caso si arriva proprio davanti alla chiesa la cui visita sarà facilitata dalla
descrizione qui di seguito resa.
L'aspetto esteriore
Dalla
strada comunale si entra, attraverso un cancello, nel sagrato antistante il
Santuario avendo ai lati: la palazzina della Canonica a sinistra e un modesto
fabbricato a destra, già adibito a «ristorante», abitazioni e scuola ed ora
destinato a locali di servizio. Sulla fronte della Canonica è incastonata una
lapide a memoria della presenza di Giuseppe Verdi nella storia della chiesa,
argomento più ampiamente trattato in altre pagine.
La
facciata si presenta molto semplice, nella sua originaria struttura grezza di
soli mattoni, senza intonaco, ma con tutta l'imponenza dei suoi 17 mt. di
altezza.
L'ingresso
alla chiesa è costituito da un portone centrale di oltre 4 mt. di altezza,
sormontato dalla scritta Ave Maria che
non ha resistito al tempo ed ora appare molto sbiadita. Un grosso finestrone ad
arco si apre sulla parete superiore della facciata, a sua volta sormontato da
una piccola finestrella circolare rimaneggiata.
Ai lati
del prospetto si affiancano due «corpi» che costituiscono i due locali della
sagrestia attraverso uno del quali, quello di sinistra, si passa direttamente
dalla Canonica alla Chiesa. Su di essi sono visibili gli attacchi per i due
portici (pronao) che, come detto, furono demoliti.
Per
definire la solennità del tempio, che si percepisce già dalle sue monumentali
forme esteriori, anche se sminuite dalla mancanza di rifiniture, non era forse
necessario scomodare il Bramante o ricorrere ad aggettivi roboanti ed esagerati.
Questo
Santuario di linee classiche, architettonicamente definibile “a corpo centrale
absidato”, isolato fra i Prati della Colombarola (ora è circondato da numerosi
edifici ma sino a non molti anni fa sorgeva solitario in una immensa distesa
verde...), nel silenzio rotto solo dai rintocchi della campana, in un'atmosfera
di estasi e turbamento religioso, non ha bisogno di essere stato progettato da
più o meno illustri personaggi e di avere peculiarità di stili più o meno
importanti. La gente del posto, ed anche lontana, sa di avere un tempio che in
300 anni ha rappresentato — e continua a rappresentare - un importante punto di
riferimento per pie e doverose attestazioni di fede verso la Madonna, e di
questo ne va orgogliosa, pur nella consapevolezza di non poterlo paragonare a
santuari dl più chiara fama vicini o lontani.
Entrati in
chiesa, prima di raggiungere la Cappella di sinistra — quella della Sacra
Famiglia — si notano le 8 corde che scendono dal campanile per il concerto della
campane. Più avanti. dopo la porta di accesso alla sagrestia, appesa al muro vi
è pure la campanella che annuncia l'inizio delle funzioni (ved. capitolo
«Campane e campanile»).
Cappella della Sacra Famiglia
Appoggiato
al muro che confina con la sagrestia. un confessionale di pregevole e antica
fattura nasconde un passaggio, ora murato, attraverso il quale il sacerdote
entrava nel confessionale direttamente dalla sagrestia senza essere visto dai
fedeli. L'altare contiene pregiati marmi policromi riconosciuti come «radica del
Belgio» ed ha un bel tabernacolo di legno dorato, scolpito e intarsiato.
acquistato a Cremona nel 1910, di epoca valutabile attorno alla metà dell'800.
La parete
sopra l'altare è occupata da un bellissimo quadro rappresentante «Dio Padre e la Sacra Famiglia», adornato da una monumentale cornice
barocca in legno scolpito. Di entrambe le opere riportiamo di seguito le
«schede» rilevate dall'archivio presso la Soprintendenza al beni artistici di
Parma.

Cappella
della Sacra Famiglia.
Il quadro
“Dio Padre e la Sacra Famiglia”. la
cui attribuzione è ancora incerta fra Campi e Ottini, contornato dalla
monumentale cornice barocca del '600.
(da una
cartolina d'epoca dell'archivio G. Secchi di Busseto)
Il quadro
Tela
dipinta a olio rappresentante la sacra famiglia in basso su uno sfondo di
paesaggio; in alto l'Eterno fra una gloria di angeli.
E’ opera
ben composta e ottimamente disegnata, i tipi sono nobili ed elette le
proporzioni ma l'intonazione piuttosto grave fino dall'origine è diventata
pesante nel cielo e in parecchie ombre, come del resto è avvenuto in quasi tutti
i quadri cremonesi della fine del sec. XVI. Tuttavia l'opera ben conservata è
degna di ricordo e va classificata fra le buone di quella scuola. Finora non si
hanno attribuzioni al probabile autore né per tradizioni né per bibliografia, ma
crediamo di non andare lontani dal vero attribuendolo a uno dei Campi.
Misura mt.
3.25x2.15
Epoca:
attorno al 1580
Il quadro
porta in basso a destra la riproduzione dello stemma di Busseto e dei
Pallavicino, committenti dell'opera.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922
Un'altra
fonte, citata dalla “Guida Artistica del
Parmense” (1984), esclude possa trattarsi dl un Campi e attribuisce l’olio
al veronese Pasquale Ottini (1580 circa - 1630).
Dal 1860
in poi, Giuseppe Verdi amava ritirarsi spesso nella quiete della sua villa di
Sant'Agata dove, come sappiamo, avrebbe trovato l'ispirazione per ancora
numerose, e fra le più belle, opere del suo repertorio. Fù in quell'epoca che si
rivolse al Vescovo di Borgo San Donnino, Mons. Giovanni Battista Tescari, per
poter avere questo quadro ad ornamento della cappella privata annessa alla
villa.
Il
desiderio non potè essere esaudito.
La cornice
Cornice in
legno scolpito dello stesso anonimo artista che intagliò quella dell'Oratorio
del Serraglio presso S. Secondo e, come quella, rimasta allo stato greggio.
Bellamente composta di fogliami, avvivata da tre graziosi puttini, una guindana
si parte dal sommo e ricadendo ai due lati serpeggia fra i fogliami e si
ricollega alla testa d'angelo che compie la cornice in basso al centro.
Eseguita
con grande maestria, con squisito senso d'arte e grande forza nel chiaroscuro,
contiene la tela della Sacra Famiglia.
Misura mt.
5.30x3.20
Epoca:
primi anni del 600
La
mancanza di vernice ha reso accessibile all'opera distruttiva del tarlo: manca
qualche pezzo, ma nell'insieme può dirsi molto buono lo stato dl conservazione.
Occorrerebbe un restauro per riunire le molte giunture che vanno aprendosi.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922

Confessionale attribuibile ad epoca attorno alla fine del 600.
Sulla
parete di destra della Cappella è appeso un quadretto ovato ad olio,
rappresentante le Sante Lucia e Apollonia, del quale riportiamo pure la «scheda»
della Soprintendenza.
Dipinto
ovato ad olio su tela
Dimensioini: 0.80x0.60
“SS. Lucia e Apollonia”, mezzafigura
Opera del
XVIII secolo
Donato
recentemente (11/1/1970) al Parroco da un privato (Per la verità, il “privato” era Don Enrico Sagliani,
parroco di Castione che disponeva di questi quadri (ved. anche “San
Luigi” nella cappella di destra) non catalogati).
Opera di
un parmense del primo settecento nell’ambito di G. B. Tagliasacchi.

Cappella del miracolo di
Sant'Antonio
La
cappella, a destra di chi guarda l'altare maggiore, di fronte a quella testè
descritta, contiene:
—una
statua di S. Antonio Abate, in legno scolpito a firma Insam e Prinoth di Ortisei
di Gardena, posta su un piedistallo;
—un'urna
con “Maria Bambina”, offerta della
famiglia Rastelli per ottenere una grazia contro la sterilità (In
effetti la figlia dei coniugi Rastelli di nome Enna avendo il padre fatto il
militare ad Enna, è felicemente sposata con Francesco Bertolotti ed ora ha tre
figli)
—due
confessionali realizzati di recente.
Vi è poi
conservata, posta su un trespolo in ferro battuto, quella che è definita la
seconda campanella del Santuario, come meglio descritto nel capitolo «Campane a
Campanile-.
L'altare
della cappella, in legno laccato, ha funzionato come altare maggiore fino al
1904: se ne parla più ampiamente nella descrizione della cappella principale. In
questa sede viene di seguito riportata la “scheda” della Soprintendenza.
La parete
sopra l'altare ospita un importante quadro raffigurante S. Antonio che risuscita
un bambino, anche questo meglio descritto nella “scheda” della Soprintendenza di
Parma, che qui di seguito è riportata unitamente a quella relativa alla stupenda
cornice che l'adorna. A queste schede abbiamo aggiunto una serie di osservazioni
che sono scaturite dall’esame del quadro fatto per la compilazione del presente
opuscolo.
L'altare
Altare in
legno laccato completato da sei candelieri Opera dell'inizio del XVIII secolo.
Una lapide
ricorda che l'altare fu donato alla chiesa dalla nobile famiglia Boselli
nell'anno 1703. Ha funzionato come altare maggiore fino al 1901.
Interesse
artistico ed industriale buono.
Il quadro
Tela
dipinta ad olio rappresentante S. Antonio che risuscita un bambino.
La madre
inginocchiata presenta al Santo il fanciullo morto. Il Santo, pure inginocchiato
in atto di invocazione. Dietro di esso un frate si china sul morticino. Dietro
la madre due spettatori. Nello sfondo un edificio sepolcrale e il paesaggio.
Opera di
buon disegno e anche di discreto colorito quantunque annerito dalle ombre. La
lunghezza esagerata delle mani, i tipi ed il genere della composizione mostra
che si tratta di un'opera dipinta da un imitatore non pedissequo del
parmigianino. Può dirsi quasi con assoluta sicurezza che ci troviamo innanzi ad
una opera di Girolamo Mazzola.
Misura mt.
1.63x1.45
L'attribuzione è fatta in base allo stile ed alla tecnica, inoltre la
somiglianza di tipi, di attitudine ed anche del fondo, nella parte murale, cioè
dell'edificio di carattere sepolcrale.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922
Questo dipinto. Oggetto di studi e ricerche, presenta ancora oggi non pochi
dubbi e perplessità. La stessa scheda redatta nel 1922 presso la Soprintendenza
di Parma, più sopra riportata, va riveduta, sia per un accertamento sul titolo
dell'opera (come meglio precisato di seguito), sia perché nel frattempo e emerso
che il quadro è una copia dell'originale conservato al Museo Capodimontc a
Napoli.
Ciò appurato. si osserva:
-la tela conservata a Napoli è elencata negli inventari di quel Museo come “La
Natività” ed è inquivocabilmente attribuita al Girolamo Mazzola Bedoli.
Probabile provenienza dalle collezioni farnesiane, però non registrato negli
inventari. Misura. mt. 1.94x1.16:
-uno studio sul Mazzola Redoli a cura di Ann Rebecca Milstein, pubblicato a New
York per la Gerland Publishing Inc. nel 1978, parla del quadro di Napoli come “La Sacra Famiglia” e ne cita le misure: mt. 1.50x0.97. Aggiunge che
nella chiesa di Madonna del Prati esiste una copia esatta “della parte centrale
bassa” di quello che si trova a Napoli. Misure di questa copia: 1.63x1.45:

Riproduzione fotografica del quadro opera del pittore Girolamo Mazzola Bedoli
che si trova presso il Museo Capodimonte a Napoli. Il dipinto appeso alla parete
sopra l'altare della cappella di destra (non fotografabile in quanto
notevolmente annerito dal tempo), sarebbe una copia identica a questo.
-la Soprintendenza di Parma ha inventariato il quadro che si trova a Madonna del
Prati come “S. Antonio che resuscita un
bambino” (misure mt. 1.61x1.45) e lo attribuisce al Mazzola Bedoli. Con lo
stesso titolo è esposto alla venerazione del fedeli.
In mezzo a questa piccola confusione di misure e di titoli, si osservano almeno
altre due cose:
-le misure citate dalla Milstein per il quadro di Napoli sono errate: cosi come
è errata la precisazione che la copia di Madonna dei Prati riproduce esattamente
la «parte centrale bassa» del quadro di Napoli: in effetti i due quadri sono
identici con la sola differenza che la copia di Madonna dei Prati è più corta in
altezza di 30 cm.:
-infine l'aver intitolato il quadro “S.
Antonio da Padova che resuscita un bambino” ha giocato un brutto scherzo a
S. Francesco (d'Assisi) in quanto è proprio quest’ultimo in atteggiamento di
miracolante nei confronti del bambino (ed il Santo è chiaramente identificabile
dalle stimmate nelle mani) mentre S. Antonio è in secondo piano estasiato
dall'ipotetico miracolo (anche lui riconoscibile dal giglio nella mano destra).
La cornice
Cornice in
legno scolpito e intagliato colorita in bruno e profilata in oro, tutta a
fogliami piuttosto poveri di rilievo ma trattati con cura.
Misura mt.
3,90x2.90.
Epoca:
1690 circa.
Stato di
conservazione molto buono.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922
La
cappella ospita anche, sulla parete sinistra, un piccolo dipinto che fa pendent
con quello della cappella opposta.

Ecco la
«scheda»:
Dipinto
ovato ad olio su tela
Dimensioini: 0.80x0.60.
“San Luigi Gonzaga contempla il Crocefisso” mezza figura.
Opera del
secolo XVIII
Donato
recentemente (11/1970) da un privato
(Per la verità il “privato” era Don Enrico Sagliani, parroco
dl Castione, ben conosciuto a Busseto dove era nato).
Opera di
un parmense del primo settecento nell'ambito di G. B. Tagliasacchi.
Su
entrambe le cappelle laterali si affacciavano due porticine, ora murate e
coperte dai confessionali, che permettevano di entrare in chiesa senza passare
dall'ingresso principale. Sembra che ciò fosse particolarmente gradito a coloro
che arrivano al Santuario con cavalli e birocci che “parcheggiavano” nel prati
laterali.
Presbiterio — Cappella
Principale — Abside
La
Cappella centrale annovera fra le sue dotazioni:
-un
supporto in ferro battuto a tre piedi con ganci per sostenere il corredo vario
per le funzioni (turibolo, incenso. Aspersorio, ecc.)
-una
statua in gesso raffigurante il Sacro Cuore di Gesù. Si tratta di dono fallo dai
fedeli alla chiesa in occasione dell'entrata del nuovo parroco Don Ugo Uriati il
21/12/1947.
Il fondale
è absidato e un modesto coro ligneo con bordatura superiore intagliata ne segue
la sinuosità. L'abside ha dovuto essere rinforzata esternamente con un
«barbacane» essendo apparse alcune fenditure di cedimento.
L'altare
attualmente installato è stato posto in atto nel 1985 secondo i dettami della
nuova liturgia e porta sul retro la scritta: «Le
riforme eseguite quest'anno di grazia 1985 all'altare e alla sede per la
rinnovata liturgia a gloria dl Dio e della B.V. Maria, ricordano la munificenza
della devota def. Giuditta Grisoli e dei genitori Pietro Grisoli e Maria Bassi».(Famiglia
di Roncole). E’ questo il terzo altare maggiore che annovera la storia
del Santuario. Come già accennato. il primo, in legno laccato di pregevole
fattura, probabilmente in funzione sin dalla costruzione della chiesa ed
arricchito con preziose suppellettili dalla famiglia Boselli, si trova
attualmente nella cappella laterale di destra. Questo era stato sostituito da
altro in marmo nel 1904, offerto dal Canonico Pier-Grisologo Micheli, Arciprete
della Cattedrale di Borgo San Donnino, in occasione della consacrazione a
,”Santuario” della chiesa che, sino ad allora, era qualificata come «Oratorio».
L'elevazione di rango esigeva che il tempio disponesse di un altare fisso non
ritenendo la liturgia sufficiente un altare mobile in legno. Si trattava di
manufatto in tre stili “raccogliticci” in quanto erano stati utilizzati marmi
variamente colorati provenienti da altre costruzioni. Attualmente si trova,
accuratamente ricomposto, murato ad una parete del locale di sagrestia a destra
dell'ingresso.
Sull'altare maggiore, incastonata in una monumentale cornice barocca in legno
intagliato e scolpito. troneggia il simulacro della Madonna dei Prati.
Si tratta
di un dipinto ad olio su tela, fissato su tavola, opera del pittore Giuseppe
Moroni,
(Giuseppe Moroni, nato a Cremona il 6/10/1888, morto a Roma il 22/10/ 1959. Dal
1925 si era stabilito a Pieve Ottoville ove lavorò sino alla morte. Diverse
opere nella Chiesa Collegiata di Busseto, attestano ll suo talento: affreschi e
vetrate nella Cappella dei Caduti: affreschi laterali all'Altare maggire:
vetrate nell'abside e le 14 tavole della Via Crucis, inoltre sue opere si
trovano nella chiesa di S. Maria e nel cimitero.) datato
1950.
Con la
sostituzioine della vecchia immagine con questa nuova, peraltro realizzata sul
modello della precedente ma con non pochi ritocchi nel disegno e nei colori, si
è chiuso un capitolo nella storia del tempio, per capire il quale è necessario
fare un passo indietro e riportarci ai giorni di cui stiamo celebrando il terzo
centenario.
Per
avvicinarci il più possibile alle origini del precedente affresco, che qualcuno
ha definito «vicino al Mantegna», si può dar credito alla testimonianza che ci
viene dagli atti del Cancelliere Bernardino Quaglia in data 10/10/1689 riportati
da Don Sincero Badini nella sua pubblicazione «La Madonna dei Prati» del 1904
(pag. 19). Da questi documenti risulta che della piccola Cappella in cui si
trovava l'immagine affrescata non se ne potevano riportare le origini, pur
citando un intervento dei Padri Gesuiti di Busseto per alcuni restauri. E’ certo
invece che, su iniziativa del Vescovo, un muratore ruppe il muro che stava
dietro il dipinto e scoprì che l'affresco era su un altro pezzo di muro
racchiuso in un telaio di legno.
Per
contro, dal «Diario» di Don Leto Bocellt, conservato negli archivi della
Parrocchia, si viene a sapere che la data di erezione della piccola Cappella
risale all'anno 1632 e che l'affresco su un muro di «malta-, della misura di cm.
160x 130, era rinchiuso in un telaio di pioppo.
Queste due
testimonianze danno corpo all'ipotesi che il dipinto esistesse giù prima della
costruzione della cappelletta, probabilmente in una delle numerose «maestà»
sparse per le campagne, successivamente conglobata in una più dignitosa dimora.

Stralcio
dal “Diario” di Don Leto Bocelli da cui si ricava l'anno di erezione - 1632 -
della cappelletta che conteneva l'affresco della Madonna.
Esso venne
poi trasferito nell'abside della nuova chiesa e collocato su un basamento in
posizione di non felice visibilità per i fedeli visitatori. Tale sistemazione
non mutò per oltre 200 anni e fu solo nel 1912 che si procedette
all'innalzamento di mt. 1.15 dell'affresco.
Il tempo
e. forse. anche le conseguenze dello spostamento nonostante le precauzioni
prese, nonché l'intervento di qualche maldestro restauratore, hanno fatto il
resto ed attualmente il dipinto si presenta come appare dalla foto.

L’affresco
originario della Madonna del Prati: rivela chiaramente i danni causati dal
tempo.
Circa la
posizione della cappelletta non sembra esservi più dubbio: essa si trovava dove
ora esiste il modesto fabbricato che si affaccia sul piazzale. a destra
guardando la chiesa. Leggendo infatti il manoscritto lasciato dal primo
Cappellano Don Flaminio Porci, si apprende che: «...si
giudicò bene dl fare prima il portico, come si vede al presente, capace di molto
popolo e sotto del quale restò anche la cappellino della Madonna...» e poi
ancora
«...il Vescovo... ordinò che fosse fatto il disegno della Chiesa e ne
diede l'incombenza all'accennato Arch. Francesco Calligari, quale fece il
disegno riuscito bello, come si vede al presente, essendo la chiesa molto ben
ornata, e di struttura galante, con buoni fondamenti, capaci di sostenere una
cupola, quando l'elemosina e il reddito della Beata Vergine sarà tale che dia la
possibilità di farla. Dalla parte verso oriente si deve fare un altro portico
simile a quello che si vede al presente verso ponente, e quando tutto sarà
compiuto e perfezionato, sarà una Fabbrica molto bella».
Ad
attestazione dell'innalzamento dell'affresco è rimasta la lapide, incastonata
alla sinistra dell'altare maggiore, che così recita:
“Perché l'immagine taumaturga si offrisse
in tutto il suo splendore allo sguardo del fedeli fu dal rettore D. Leto
Bocelli portata a questa
altezza coadiuvato nella non facile impresa dagli operai Leopoldo
Parizzi e Odoardo Sagliani di Busseto.
Agosto 1912”
Più che di
una sostituzione con l'attuale effige è il caso di parlare di “occultamento”.
Sta di fatto che Mons. Gilberti — Vescovo di Fidenza —, transitando in visita
pastorale a Madonna Prati nel maggio del 1950, sostasse in preghiera sotto
l'immagine della Beata Vergine ed esprimesse una sua opinione sull'affresco
rilevandone difetti da logoramento causati dal tempo e notando che la stessa
espressione degli occhi non era più tanto gradevole. Il conseguente auspicio di
S.E. era che si potesse «prima o poi» fare qualcosa per «rinfrescare»
l'immagine. Fu così che il pittore Moroni, in un occasionale passaggio in zona,
si assunse l'incarico di esaudire il desiderio del Vescovo e nell'ottobre dello
stesso anno, quasi in forma privata, una nuova effige venne collocata sopra
quella precedente che rimane, ancora oggi, coperta ma presente al culto dei
fedeli.
Il
pellegrino che si rivolge alla S. Madonna dei Prati non abbia quindi dubbi: le
sue istanze e le sue suppliche sono state, sono e saranno sempre ascoltate
perché la Vergine Taumaturga è presente nella esteriore nuova sembianza ma anche
nella originale e miracolosa Figura che i quasi 400 anni passati hanno purtroppo
irrimediabilmente logorata.

La nuova
effige del quadro ad olio del pittore Moroni.

ll
simulacro dellaB.V.M. contornato dalla bellissima cornice seicentesca.
Del
dipinto e della cornice riportiamo, come per gli altri, le «schede»
dell'archivio della Soprintendenza di Parma.
Dipinto
Piccolo
affresco rappresentante la Madonna col Bambino in braccio, di scuola mantovana,
vicino al Mantegna (fine sec. XV).
D'originale non rimane che la composizione, un po' di fondo e la metà superiore
del viso della Madonna. Fu qui trasportata col pezzo di muratura su cui fu
dipinta, non si sa da dove. Vi si trovava già nel 1600. Si dice che prima della
chiesa attuale, eretta nel 1690, esistesse una piccola cappella vicina e che in
essa si venerasse l'immagine che poi venne trasportata ove ora si trova.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.
La cornice
Grande e
pesante cornice barocca in legno intagliato e scolpito. colorita in bianco e
oro, contiene un piccolo affresco. È’ formata da volute ornate da sei grandi
fiori e pochi fogliami, e sei angioletti. I due più alti portano una face: i due
al centro la corona; i due ai lati del piccolo riquadro contenente l'affresco,
portano un piccolo candelabro.
Misura
circa mt. 5 d'altezza.
Epoca:
attorno al 610/620.
Stato di
conservazione ottimo.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.
Altre dotazioni di rilievo
della chiesa
—Armonium
della ditt tedesca Hofberg Orgel donato al Santuario da Don Giovanni Fulcini.
Nelle sue già citate “Ricordanze Roncolesi” precisa che gli era costato Lire 750
nel 1904. Lo stato di conservazione è buono, ma lo strumento non è funzionante.
Avrebbe bisogno di un intervento di restauro.
—Presepe
di notevoli dimensioni. di produzione artigianale, con movimento totalmente
meccanizzato. Anche questo andrebbe revisionato per rimetterlo in funzione.
—Dipinto
ad olio su tela
Dimensioni: 1.00x0.80
“Sant'Ambrogio” indossa l'abito episcopale, seduto e intento alla
lettura di un libro sacro.
Opera del
XVI secolo o inizi del XVII
Opera di
un modesto pittore cremonese alla fine del 500 o agli inizi del 600. Si è
ispirato ai nordici prendendo spunti dalle stampe dell'epoca.
Interesse
artistico mediocre.

—Due
angioletti portalampade in legno scolpito, intagliato e dorato Opera del XVII
secolo. Hanno perso in parte la doratura.
Sono della
stessa fattura della grande cornice barocca che contorna l'immagine della
Madonna in fondo all'abside.
Interesse
artistico e artigianale mediocre.

LA PRESENZA DI GIUSEPPE VERDI
NELLA STORIA DEL SANTUARIO
Si è già
accennato alla lapide marmorea incastonata sulla facciata della Canonica a
memoria dei primi passi nella conoscenza della musica fatti da Giuseppe Verdi
giovinetto con l'aiuto del Rettore dell'oratorio di allora.
Eccone il
testo:
Nell'aula superiore di questa
casa canonica Giuseppe Verdi
apprese dal rettore del Santuario
i primi elementi dell'arte musicale.
La notizia
ha il suo fondamento in uno scritto ritrovalo incollato sul retro di un
quadretto che contiene una fotografia del Grande Maestro scoperto c conservato
dal Parroco Don Uriati. Esso dice:
Memorie di un coetaneo
Verdi Giuseppe, di Carlo nell'anno decimo di età, apprese le prime
nozioni musicali dal Molto Rev. Rettore dell'Oratorio della Madonna dei Prati,
nella camera della Canonica, nell'ambito superiore, essa trovasi a destra e
guarda nel piazzale. Sulla spinetta di Baistrocchi Pietro, organista della
Chiesa di Roncole, s'addestrò nei primi esercizi, a dodici anni Verdi prese il
posto del suo maestro.
Non si è
potuto accertare l'autore e la data di tale documento. Si ha motivo di ritenere
che possa trattarsi di appunto redatto dal Cappellano Don Leto Bocelli negli
anni del suo rettorato (1909/ 1916)
dopo aver raccolto la testimonuanza di qualcuno che aveva conosciuto il Maestro.
La
suddetta lapide è stata posta il 20/11/1956 dal Parroco Don Ugo Uriati ad
attestazione dei meriti del clero nell'educazione e nell'istruzione del ragazzi:
ciò in una momento in cui dalle infuocate tribune del comizi popolari venivano
lanciate sovente accuse di oscurantismo verso la Chiesa.
Un'altra
testimonianza, in data e da fonte diversa, si ha sfogliando le citate
“Ricordanze Roncolesi”. Scrive Don Fulcini che Verdi giovanetto, in una delle
consuete visite a Madonna Prati. Fu avvicinato dal Cappellano rettore che, visto
l'interesse dimostrato dal ragazzo per la musica, lo invitò a recarsi da lui più
spesso con la promessa che gliela avrebbe insegnata. Il diario continua a
parlare di Verdi e subito dopo dice: “Un
giorno Peppino, che aveva allora otto armi...”.
Queste
note aiutano a stabilire che il meritevole rettore dell'Oratorio di Madonna dei
Prati, quando Verdi aveva 7/8 anni e quindi nel 1820, era Don Paolo Costa il
quale potè aiutare il precoce allievo solo per un breve periodo in quanto morì
nel dicembre 1820 ed è sepolto a Roncole “uscendo
dalla porta principale della chiesa sulla sinistra” come dice il Libro dei
Morti di quella Parrocchia.
Sempre
dalle “Ricordanze Roncolesl” ricaviamo anche la descrizione di una visita di
Verdi a Roncole fatta nell'ottobre 1898. Scrive Don Fulcini: “L'Illustrissimo Maestro Giuseppe Verdi Commendatore, visitava con il
Signor Boito, Tito Ricordi e l'Illustre cantatrice Signora Stoltz, la chiesa
della sua Patria natale. Si fermò a colloquio con il M. R.do Signor Chiappari
Don Antonio, Prevosto, cieco... Si congedarono dal Parroco e si mossero verso
l'Oratorio della Madonna dei Prati; e là in quella canonica il valentissimo
Verdi, dimostrando loro la camera, disse di aver appreso in quella. dal
Sacerdote Rettore e Custode dell'Oratorio i primi rudimenti della musica”.
Infine, a
rendere più credibile la circostanza dei “primi passi” musicali di Verdi, Don
Fulcini, parlando della visita fatta nel 1842 da un sacerdote che per la prima
volta si recava all'Oratorio della Madonna dei Prati per le funzioni nella
giornata del SS. Nome di Maria, riferisce dell'incontro di questi con il
sagrestano sessantenne il quale, «dopo
avergli mostrato la camera dove Verdi aveva appreso le prime nozioni di
musica...». In quell'anno Verdi era già diventato famoso con il Nabucco.
La
presenza di Verdi ragazzo nei «prati di Roncole» trova anche conferma nei
documenti conservati nell'archivio della Curia vescovile di Fidenza. Da questi
emerge che il padre Carlo Verdi operava in funzione di affittuario dei terreni
costituenti la proprietà - peraltro molto spezzettata — in capo alla Curia di
Borgo San Donnino
(questi terreni venivano assegnati al miglior offerente che
risultava dalle aste appositamente indette ed alle quali Carlo Verdi partecipava
regolarmente).
Risulta
pertanto logico che la famiglia Verdi si portasse spesso dalle parti del
Santuario, se non addirittura risiedesse saltuariamente in una cascina del
luogo.
A questo
punto viene spontanea la domanda: perché il Santuario della Madonna dei Prati
non è compreso fra i «Luoghi Verdiani»?
LE CAMPANE E IL CAMPANILE
Il
progetto originario dell'Arch. Callegari prevedeva la costruzione del campanile
staccato dal corpo della chiesa, appoggiato all'esterno dell'abside, sulla
sinisitra.
L'opera
non fu mai compiuta ed il tradizionale richiamo del fedeli mediante il suono
delle campane venne assolto da una piccola companella posta in una torretta
provvisoria eretta sul tetto del Santuario. Si tratta di un bronzo di dimensioni
molto ridotte, fuso con sistemi indubbiamente artigianali, senza alcuna
indicazione di date o figure ed è visibile in chiesa appesa alla parete di
sinistra entrando, prima della cappella della Sacra Famiglia. Attualmente serve
per segnalare l'inizio delle funzioni. Impossibile stabilire le origini: è stato
ipotizzato che fosse piazzata sulla cappelletta dove venne rinvenuto l'affresco
della Madonna dei Prati ed è certamente la prima campana del Santuario.
Ad essa
venne affiancala, nel 1755, una seconda campana più grande e di perfetta
fattura. La si può ammirare nella Cappella di destra sostenuta da un trespolo in
ferro battuto, appositamente allestito. Porta impresso a fusione, assieme a
immagini sacre, la scritta: Ioannes
Tagliavini F. 1755 Ave sine labe concepta
(Giovanni Tallavini fece 1755 - Ave concepita senza peccato originale). La
scritta ha la peculiariità di enunciare il dogma della Immacolata Concezione
cento anni prima della sua ufficiale definizione da parte del Papa Pio IX nel
1854.

Il
complesso del Santuario con la vecchia torretta Campanaria (da una cartolina
d'epoca dell'archivio G. Secchi di Busseto)

Un
suggestivo scorcio della torre campanaria
E’ anche
emersa la storia di una terza campanella che vale la pena di citare per i
precisi riferimenti pervenutici e data l'epoca a cui risale. Si è trovato
infatti, in un documento conservato nell'archivio della Curia di Fidenza, la
seguente annotazione: “3 settembre 1796.
Nell'anno 1796 si è messo su il campanino della chiesa che serve per le Messe
cambiando il vecchio rotto vi hanno aggiunto Lire 13”. Questo campanino è
poi stato sostituito con l'attuale campanella più grossa sopra descritta e ciò
ad opera del Rettore Don Uriati, nel 1955 quando venne eretta la nuova torre
campanaria. Il campanino, usabile anche a mano e di suono molto squillante, si
trova ora nella chiesa di Spigarolo, portatovi a suo tempo da Don Giuseppe
Piccoli, il non dimenticato Parroco di quella chiesa, in cambio di altra campana
di 10 Kg. regalata nel 1949 quale rottame in vista della fusione del nuovo
complesso campanario del Santuario.
Nel 1911
venne dato incarico all'Arch. Uccelli di Parma di progettare il campanile per
dotare il Santuario dell'elemento di cui sentiva da sempre la sofferta mancanza.
Purtroppo anche quel tentativo non ebbe successo a causa dell'elevato costo
dell'opera, ed il progetto rimase nel cassetto.
Fu — come
detto — nel 1955 che, a coronamento dell'opera assidua e coraggiosa del Rettore
Don Uriati, fu possibile dare corso ai lavori per la costruzione di un decoroso
campanile e dell'impianto del concerto delle campane. L'impresa del capomastro
Alide Orsi, su progetto del Prof. Camillo Piccoli, (fratello

La seconda
campana del 1755
del già
nominato Don Giuseppe) eresse la torre campanaria, che raggiunge l'altezza,
compresa la croce. di mt. 27, sulla quale, lo stesso anno, vennero issate le
otto campane che la Fonderia Regolo Capanni di Fidenza aveva fuso con materiale
e contributi finanziari raccolti con tanta passione del predetto Don Uriati. Il
numero delle campane risultò, per la verità, eccedente in proporzione alle
esigenze della chiesa. Ciò fu determinato dalla imprevista massa di materiale da
fusione raccolto e dalla necessità di dover realizzare quanto i partecipanti
avevano consentito con le loro generose offerte.
Furono
consacrate il 7 ottobre 1955 dal Vescovo di Fidenza Mons. Paolo Rota. Ciascuna
porta impresso in fusione il nominativo dell'offerente e una dedica in lingua
latina. Le prime quattro sono:
La Guareschina
Offerente: Dom Christo servatori aes dicatum ecclesiae huic BMV Gratiarum in
pratis a Dno Joanne Guareschi script dilectissimae viri socii sabbatici operis
quod Candido inscribitur libentissime DD MCMLV
Iscrizione: Laudate Dominum omnes gentes laudate Eum omnes populi
Padrino: Signor Giovannino
Guareschi
Dedica: SS.ma Trinità
Nell'anno
1955 a questa chiesa della B.M.V. nel Prati, sommamente amata dallo scrittore
Signor Giovanni Guareschi. i cooperatori della redazione del «Candido- hanno
dato e donato questo bronzo dedicato a Cristo salvatore. Lodate il Signore genti
tutte lodatelo popoli tutti.
La Squilla
Offerente: Protege virgo script Jo Guareschi et suos nec non socium operis Alex
Minardl et fam. MCMLV
Iscrizione: Immaculata semper Virgo Mater Dei in coelum Assumpta Regina Mundi o
pn
Padrino: Signor Landino Dalcò
Dedica: B.V.M. Madre di Dio
Proteggi o
Vergine lo scrittore Giovanni Guareschi e la sua famiglia ed anche il suo
cooperatore Alessandro Minardi colla sua famiglia. 1955.
O
immacolata - sempre Vergine Madre di Dio - Assunta in cielo - Regina del Mondo.
Prega per noi.
La Sociale
Offerente: Doni Hugone Uriati Rettore parenti bus huius eccl bonaf aes fusum
MCMLV cons sumpt et op Orlandi Dalcò.
Iscrizione: Supernae Gratiarum Reginae
Patronae Matri ac Dominae in pratls et ubique sit honor sit gloria
Padrino: Signor Francesco Uriati
Dedica: S. Giuseppe
Questo
bronzo venne fuso essendo Rettore di questa chiesa Don Ugo Uriati cooperando i
di lui genitori, i benefattori di questa chiesa e col consiglio, denaro e
prestazioni di Landino Dalcò
Alla
Suprema Regina delle Grazie - Patrona - Madre - Signora nei Prati e dovunque sia
onore e gloria

Il
progetto predisposto dallArch. Uccelli di Parma per il nuovo campanile. Non fu
portato a compimento per l'elevato costo. (da una Cartolina d'epoca
dell'archivio G. Secchi di Busseto)
La Guareschina Minore
Offerente: Doci N Faletti e SEEE Soc Tel lt Me Orient Soc Ind Min Montecatini et
Agip tuis famulis DNE subveni MCMLV
Iscrizione: Te unumn in substantia Trinitatem in personis confitemur
Padrino: Signor Dismo Campanini
Dedica: disputa di Gesù col dottori del Tempo
Aiuta, o
Signore. i tuoi fedeli: il Dott. Noverino Faletti e la Società Emiliana di
Esercizi Elettrici, la Soc. Telefonica Italiana per il Medio Oriente, la Soc.
Ind. Min. Montecatini e la Soc. AGIP.
Te
adoriamo unico Dio nella sostanza - Trino nelle persone.
Le altre
quattro:
La Parrocchiale
Padrino:
Signor Ugo Oppici
Dedica:
Presentazione di Gesù al Tempio
La Dottrina
Padrino:
Signor Gino Rastelli
Dedica:
Nascita di N.S. Gesù Cristo
L'Antica
Padrino:
Signor Albino Donati
Dedica:
Visita di Maria SS.ma a Santa Elisabetta
La Festiva
Padrino:
Signor Vittorio Fava
Dedica:
SS.ma Vergine Annunziata
Il 24
novembre 1955 le campane suonarono per la prima volta ed è doveroso ricordare
l'ulteriore apporto generoso delle famiglie della Parrocchia per l'installazione
sulla torre campanaria del castello e dei ceppi e l'acquisto della funi per le
otto campane.
IL RISTORANTE DEL SANTUARIO E
I SUOI PERSONAGGI
I Prati
della Colombarola, col tempo diventati Madonna Prati, non avevano altra
rinomanza se non quella derivata dalle pratiche religiose che si tenevano
attorno alla chiesa e che richiamavano periodicamente turbe di fedeli. La zona
rimase pertanto con le stesse caratteristiche di estensione immensa di verdi
prati ancora per oltre 200 anni dopo la costruzione del Santuario. Vi erano
soltanto tre o quattro poderi (Colombarola, Servi, Cascina, Separata che in
dialetto è detta «Sparà») ma nessun'altra struttura civile.
Fu così
che Don Leto Bocelli, Rettore dell'Oratorio dal 1909 al 1916, dopo una
favorevole esperienza fatta nel 1910 in occasione di un pellegrinaggio dl oltre
200 persone da Borgo San Donnino, tutte ospitate sotto il porticato che allora
esisteva, e tutte rifocillate con un servizio di ristoro espletato dall'Egregio
Sig. ex Colonnello Claudio Ronchini del Gaffe Centrale di Busseto, ritenne
giunto il momento di istituire un punto di ristoro presso la chiesa. Egli
destinò a questo uso il già detto portico e, alla fine dei lavori, il ristorante
si presentava come appare nella vecchia foto ripresa da una cartolina
dell'epoca. Venne inaugurato il 7/5/ 1911. La conduzione fu affidata al Sig.
Aristodemo Oppici, padre di Ugo cui va riconosciuto il merito - come diremo
anche più avanti - di aver introdotto la “torta fritta” fra le specialità di

Il
Santuario con in evidenza li Ristorante. (da una cartolina d'epoca dell'archivio
G. Secchi di Bussato)
richiamo
della nostra zona (sino ad allora la si faceva solo in casa e saltuariamente).
Il contratto, delle durata di tre anni, fu disdetto alla scadenza. Sembra che il
gestore non avesse mantenuto fede ai doveri contrattuali, specie in relazione
agli obblighi imposti dalla serietà del luogo, sacro alle pratiche religiose
piuttosto che ai piaceri del bere. L’11/5/1915 Oppici fu invitato ad andarsene,
ma rimase sin verso novembre. E quando lasciò, non fu per smettere l'attività
bensì per continuarla, con i figli, in un modesto locale costruito a poche
decine di metri. Lì cominciò a farsi le ossa il figlio Ugo aiutato dalla «Giulieta»
Caraffini detta «la nera» e da li cominciò a sorgere il nucleo di case che
costituisce oggi il «centro» di Madonna Prati. Un tentativo promosso da Don
Uriati di fare elevare la località al rango di Frazione per avere ll cimitero,
la scuola e il telefono, rimase in discussione per diversi anni ma non potè
concretarsi in tutto per la sopravvenuta diminuzione della popolazione. Comunque
qualcosa è arrivato: le scuole, inaugurate il 30/10/1954 ma, aimè, richiuse dopo
pochi anni e il telefono. Ora resta solo quest'ultimo nella «Trattoria dei
Prati» costruita come ultimo atto a Madonna Prati da Ugo Oppici prima di
andarsene al Coduro e a Busseto lasciando la gestione delll'esercizio a Mario
Pancini. A questi successe Romano Campanini. nipote di Ugo Oppici, ed ora la sua
famiglia, Turivia in testa; ne guida le Sorti. E’ appunto con i Campanini che
Ugo Oppici diede impulso e apri le porte per la penetrazione della “torta
fritta” nei ristoranti della bassa.
GLI AGENTI ATMOSFERICI NELLA
STORIA DEL SANTUARIO
Il
richiamo alla natura contadina, che lo stesso nome del Santuario rievoca ogni
volta che lo si pronuncia, è strettamente legato alla sua storia.
Qui per
secoli le popolazioni rurali della zona hanno guardato, sperato, temuto,
pregato, invocato per un'unica protezione: la salvaguardia dei frutti del loro
modesto lavoro.
I maggiori
pericoli per la campagna erano quelli legati all'andamento degli agenti
atmosferici (oggi ce ne sono tanti altri), per cui la protezione che si invocava
nelle chiese era rivolta soprattutto contro le furie della natura.
Si può
certamente affermare, per il Santuario della Madonna dei Prati, che i fatti
principali che hanno influenzato iI corso della sua vita, sono venuti dalle
perturbazioni atmosferiche, sotto la veste di alluvioni o periodi di siccità,
comunque frequenti ed anche dolorosi.
Le
manifestazioni di fede e di invocazione si susseguivano in continuazione ma la
più sentita dai villici — pur se istituita non molto lontano nel tempo — era la
«Festa Votiva» che nel 1980 ebbe luogo per la prima volta per implorare la
pioggia in un anno dl particolare siccità. E per molti anni, la seconda domenica
di maggio vide ripetersi regolarmente la funzione alla quale, nel 1905, si
aggiunse la processione. Racconta Don Bocelli nel Diario che la cerimonia del
maggio 1910 si svolse sotto un cielo plumbeo e minaccioso ma non cadde una
goccia di pioggia. C'è anche chi ricorda che in un anno attorno al 1930, nel
mese di luglio, si organizzò una analoga processione, però nell'intento di
ottenere il risultato contrario. e cioè la cessazione della pioggia che
consentisse di ricoverare il frumento mietuto che giaceva bagnato sui campi. In
quella occasione vennero bruciati rami di olivo come era uso fare allora.
Nel più
volte citato libretto di Don Sincero Badini. si riporta a pag. 15 la descrizione
di una grazia ricevuta. Eccola nel testo integrale:
“Durante un furioso temporale Menta Ortensia e il suo consorte restarono
orribilmente bruciacchiati da un fulmine caduto nella loro casa dove se ne
stavano tranquilli. I due coniugi si rivolsero nella loro disgrazia a Maria
Vergine: pregarono_ fervorosamente, promisero, di visitare la Cappelletta e
ottennero la grazia di un perfetto ristabilimento in salute”.
Il fatto accadde prima del 1690.
Anche la
sorte dei due portici laterali all'ingresso principale della chiesa (pronao) —
di cui si è detto — fu segnata da cause naturali.
Si legge
sulle già citate “Ricordanze Roncolesi” di Don Giovanni Fulcini, il racconto
fatto nel 1842 da un sagrestano del Santuario di Madonna dei Prati secondo il
quale, quando lui era ventenne (circa Il 1802) «...venne
il Vescovo. Nel corso della visita venne un acquazzone ed il cocchiere riparò la
vettura sotto i portici ma ciononostante la vettura si bagnò internamente. Il
Vescovo allora invitò i -fabbricieri»
(Gli
addetti alla sovrintendenza degli edifici ecclesiastici.), a fare le opportune
riparazioni. Fu fatto osservare che i due portici erano pericolanti per cui
sarebbe stato meglio abbatterli: e così fu fatto. Se ne vedono ancora le
vestigia, a destra e a sinistra della porta d'ingresso all'Oratorio. I mattoni
furono condotti (a Roncole?) per fabbricare un portico attaccato al muro di
facciata della casa detta della Madonna dei Prati, posta sul principio e a
destra della strada che conduce alla Bassa dei Maj. Sovra la porta d'ingresso a
questa casa si vedeva l'Immagine dl Maria, dipinta a fresco, copia della
venerata nell'Oratorio dei Prati. Dopo la soppressione, questa casa con
l'annesso terreno venne messa in vendita. L'acquirente fece demolire il portico
e mettere in buon stato il muro, lasciando però intatta l'Immagine della Madonna».
Gli
clementi forniti da questa attestazione non hanno permesso di individuare la
casa in oggetto.
Il fatto
che da solo basterebbe per evidenziare lo stretto legame della storia della
chiesa della S. Madonna dei Prati con le fantasie atmosferiche della natura, è
certamente quello avvenuto il 14 settembre 1828 quando un fulmine, scaricatosi
sull'abside dietro l'altare maggiore, provocò la morte di sei persone (quattro
preti e due civili). Il luttuosissimo e spaventoso evento già allora fu oggetto
di ampia cronaca, ovviamente nella proporzione dei mezzi a disposizione della
stampa, e ci sembra inutile aggiungere annotazioni a quanto descritto nel
seguente reportage dell’epoca.
Avvenimenti Funesti
Parma. 19 settembre 1828.
Dalla gentilezza dell'Illustrissimo signor Pretore di Busseto abbiamo la
minuta descrizione di una disgrazia avvenuta giorni sono in conseguenza di un
fulmine. Persuasi dell'esatta verità della relazione che fu estesa dietro
ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tal quale è a noi pervenuta
per lettera cortese del sullodato Magistrato.
Busseto. 15 settembre 1828.
Ieri giorno 14 del corrente, Domenica infra l'ottava della Natività
della B.V. in un Oratorio di fondazione della nobilissima Casa Boselli di Parma,
posto nel comunello dt Roncole, Pretura di Busseto, in quasi uguale distanza da
Busseto, Soragna e Zibello, in mezzo a vasta ed aridissima prateria,
solennizzatasi la festa del Santissimo Nome dl Maria. In altri anni
concorrevanvi tutti i Preti delle vicine Parrocchie: fortunatamente per chi non
ne accettò l'invito, quest'anno in solo numero di cinque vi sono intervenuti.
Destatosi fiero temporale mentre verso le tre pomeridiane si
incominciavano i Vesperi, un fulmine caduto, e pare verso la colta della chiesa
nella parte del Santuario, ferì, od uccise quattro preti e due secolari. Restava
nel mezzo il Prevosto di Roncole Don Pietro Montanari, ed è rimasto illeso. A
mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi, arciprete di Frescarolo di anni
sessanta, rimasto morto, era seduto. ed in aspetto di uomo che mediti. Presso di
questo, e dalla parte del Vangelo, steso per terra morto, ma senza nessun segno
Don Luigi Menegalli, Arciprete di
Semoriva di anni cinquanta: vicino a questo disteso pure per terra e morto,
senza alterazione nel corpo. Francesco Luzzi d'anni trentasei circa, sarto di
professione. di Santa Croce di Zibello, senza segni esteriori. Seduto poi quasi
presso la portiera che mette nel Santuario, morto, ma con sembianza d'uomo che
placidamente dormisse, Bianchi Gaetano, nubile, sarto di professione, d'anni
venticinque, delle Roncole. Dalla parte dell'Epistola, affatto vicino al
fortunato Don Pietro Montanari, steso per terra, annerito, e volto e mani e
capelli abbruciati e ciglia, con molte lacerature negli abiti, e con la scarpa
del piede diritto, di pelle di vitello, così lacera, come quando si abbrucia,
Don Bartolomeo Orioli, Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso questo,
morto, ma seduto, ed in aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza nessuna
ferita stava il cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole, d'anni
cinquanta. Dalle assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini
restava certo Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione
sul braccio destro, col quale toccava quasi il Masini.
Visitata attentamente la chiesa, non ho potuto rilevare che due fori,
che corrispondono alle estremità della catena di ferro che lega il volto (la
volta) del Santuario. Una grande cornice ad intaglio che circonda il quadro
dell'altare maggiore, dorata, e sulla cima della quale stavvi una gran croce,
cominciando da essa è rimasta per una quarta parte spogliata della doratura, ma
irregolarmente, ed in egual proporzione da una parte, e dall'altra, dove
precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e dell'Orzi.

La
ricostruzione del funesto effetto del fulmine in una incisione del 1828
Per quanto io mi abbia indagato in quel punto non sonavansi le campane.
Non sono rimasti vittime di questa terribile meteora solamente degli
uomini: ma due piccoli cani dei Sacerdoti Orzi e Menegalli, sono rimasti morti
appiedi de' loro padroni. Morta è pure rimasta urta pulledra, che trovavasi al
pascolo alla distanza di circa cinquecento passi dalla Chiesa: dubbio è però che
lo stesso fulmine abbia ferito anche questa, giacché poco prima, erasi sentito
li vicino lo scoppio di altro fulmine.
Un
provvedimento preso nel 1910 dal più volte citato Don Leto Bocelli per
premunirsi in favore dei pellegrini che, per la ressa, non trovavano posto in
chiesa e rimanevano facile bersaglio degli acquazzoni che si scatenavamo
frequentemente sul piazzale, fu l'acquisto di un ampio tendone di fibra di
canapa, con tiranti, che copriva circa metà del sagrato. Resistette parecchi
anni, sino al giorno in cui un temporale di particolare veemenza lo strappò e lo
rese inutilizzabile.
Don Pietro
Bonini, che fu il primo Parroco nel 1926 e che resse le sorti della chiesa per
oltre 30 anni dal 1916 al 1947, raccontava di essere rimasto tramortito da un
fulmine che si scaricò sulla campana mentre lui la azionava con una corda
(metallica) per avvertire la gente del pericolo di imminente tempesta. L'attuale
Rettore. Don Ugo Uriati, conserva un tratto di quella corda.
Trascurando l'alluvione del Po del 1951, causa anch'essa di spaventi e lutto, è
infine da ricordare il «tornado» abbattutosi nell'estate del 1971 sulla zona: il
tetto del Santuario ne uscì gravemente danneggiato e si dovette procedere al suo
rifacimento.
I Pellegrinaggi
Un
capitolo a parte meritano i pellegrinaggi che hanno sempre attestato come
sentita e calorosa fosse la devozione verso la Madonna dei Prati da parte della
gente del posto ma anche di quella proveniente da lontano.
Come già
precisato l'Oratorio di Madonna del Prati fu designato come Santuario diocesano
dal Vescovo Pietro Terroni il 23 aprile 1904. Da allora, e per certi periodi con
una frequenza sorprendente, si susseguirono i pellegrinaggi organizzati da
parrocchie, confraternite, Istituti religiosi e laici, scolaresche. conventi,
ecc. con turbe di persone al seguito od anche con pochi ma ben fervorosi fedeli.
Anche in
questo caso dobbiamo alla precisione ed alla assidua cura di Don Leto Bocelli se
possiamo riportare le note curiose e patetiche di alcuni fra i numerosissimi
descritti nel «Libro dei Pellegrinaggi».
8 maggio
1910 da Castione: 82 donne
accompagnate dal Parroco:
«...ad un certo punto una povera isterica si diè a gridare come una
forsennata una supplica alla Madonna stando ginocchioni in terra a braccia
aperte... Non voglio più si abbiano a ripetere simili ridicolaggini, essendo
cose da Napolitani».
2 giugno
1910 da Borgo S. Donnino: oltre 200 persone
Prezzo del
biglietto in treno (tram) Lire 0.80
Partenza
da Borgo S. Dannino
ore 6.00
Arrivo al
Santuario (via Soragna-Roncole) ore 7.30
Ritorno
dal Santuario
ore 10.30
Ritorno da
Roncole ore 11.15
Arrivo a
Borgo S. Donnino ore 13.00
L
pellegrini da Chiusa Ferranda e da Castellina saliranno nel treno speciale alle
loro rispettive fermate.
Da Roncole
a Madonna Prati e viceversa con vetture appositamente fatte venire da Busseto
oppure a piedi.
16 luglio
1913
Un
pellegrinaggio singolare
«Se il pellegrinaggio che stò per registrare merita una nota tutta sua
propria, non fu certo pel suo grande concorso perché si componeva di una sola
persona, ma bensì per l'ardente fede e per la pietà do Costei ad dimostrata,
sino a commuovere le lacrime.
Fu l'Egregia Sig. Bocchi Margherita maritata Guareschi di Diolo. che per
una grazia ottenuta per intercessione di questa Taumaturga Madonna, fè voto di
venire a piedi scalzi al Santuario, per compiervi le proprie divozioni in segno
di ringraziamento, e alla mattina del 16 luglio, come da preavviso, arrivò in
fatti da Diolo a piedi scalzi.
Appena la vidi, mi destò la più grande compassione e non soltanto perché
in faccia si conosceva una persona stanca e affaticata per il lungo camminare,
ma eziandio perché la si vedeva anche sfinita e certo per le molte orazioni che
senz'altro aveva recitato lungo la strada colla domestica che l'accompagnava.
Arrivata però che fu al limite della porta della Chiesa, non permisi che
più avesse a proseguire a piedi scalzi stante la freddura troppo risentita del
pavimento, e questo per evitare ad incontrare alla medesima qualche malanno
perché la si vedeva sudata. Dietro quindi mie ripetute insistenze, la pia
Signora obbedì e calzate due pantofole che gli furono prestate, ginocchioni per
ben tre volte, baciando e bagnando di calde lacrime il pavimento, andò dalla
porta all'altare maggiore.
Dopo un quarto d'ora di assorta preghiera, si alzò e prima ancora che
avessi incominciato la S. Messa, domandò per riconciliarsi (?).
La pia Signora. compiute le proprie divozioni se ne ritornò, non più
però a piedi, ma con un superbo cocchio che espressamente aveva fatto venire da
casa sua, e prima ancora di lasciare questo Sacro recinto, più volte mi
ringraziò, e in Chiesa (senza verun rispetto umano) diè ai pochi fortunati
che ci si trovavano, prova veramente stragrande della sua ardente fede».
21 maggio
1914 da Borgo S. Donnino: 85 persone
«In tram sino a Roncole. A piedi da Roncole al Santuario con la banda in
testa».
Fatti e misfatti
Un fatto,
con risvolti anche boccacceschi, che si inserisce indirettamente sia nella
storia del Santuario che di Giuseppe Verdi, è quello che ha per protagonisti un
sacerdote nativo di Soarza e la figlia della levatrice comunale di Busseto che
aveva ottenuto alloggio nello stabile della canonica di Madonna dei Prati.
Va
premesso, per la verità, che non vi sono documenti che comprovino quanto è qui
raccontato: tuttavia i tempi dell'intreccio, le date ricostruite e. soprattutto,
i sia pur vaghi ed incerti ricordi riferiti a suo tempo da alcuni superstiti.
fanno credere che non tutto sia inventato.
I fatti:
Giuseppe
Verdi, dopo il 1860 amò ritirarsi spesso nella sua villa di S. Agata da dove
ancora effuse quelle che dovevano essere le sue ultime incomparabili melodie e
dove si godette anche la sua vecchiaia. Attaccato alle tradizioni e ad una salda
fede cristiana, disponendo della cappella privata nella Villa, si rivolse alla
Curia di Borgo S. Donnino per poter avere tutte le domeniche un sacerdote che lo
coadiuvasse per assolvere l'impegno del precetto festivo.
La
richiesta venne ovviamente accolta e fu incaricato per la bisogna Don Ricordano
Bottazzi, Professore al Seminario della città, sacerdote ritenuto all'altezza
per un compito così particolare ed impegnativo avendo il Verdi fatto capire che
avrebbe intrattenuto per l'intera giornata il ministro del culto in piacevoli ed
anche dotti conversari.
L'accordo
si concretò e regolarmente ogni mattina della domenica il cocchiere di Verdi
andava a prendere il sacerdote con la carrozza, lo portava a S. Agata dove lo
lasciava per la funzione religiosa e per Il pranzo e, ad una certa ora, lo
riprendeva per riportarlo al suo domicilio.
Ma ecco lo
zampino del diavolo! Per un accordo fra il vetturino e il trasportato, la
carrozza, invece di prendere la strada del ritorno per Borgo S. Donnino, deviava
ad un certo punto per Madonna Prati dove ad aspettare don Bottazzi c'era
Realina, la bella figlia della levatrice. Va precisato che all'epoca il
Santuario era in forte decadimento e non vi si tenevano funzioni religiose
nemmeno la domenica. L'interno della chiesa sarebbe stato addirittura utilizzato
quale deposito dl attrezzi agricoli. In questa situazione la canonica era stata
adibita a residenza dello stradino comunale (era Benvenuto Tessoni. padre di
Lino che a Busseto fu stimato capomastro ed ebbe quattro figli: Ennio, Isolo,
Romano e Nelda) e della levatrice.
Il rientro
in Seminario avveniva la mattina del lunedì.
La vita
del Professore venne sconvolta dagli sviluppi che questa storia assunse.
Certamente la fede del religioso e il senno dell'uomo di cultura vennero
totalmente stravolti sicché il suo comportamento negli anni successivi risultò
completamente errato.
Lasciato
l'abito talare. non rinnegò l'ambiente religioso e si fece pastore protestante
stabilendosi a Conversano, in Puglia. Si unì con la donna ed ebbe non meno di
tre figli, forse cinque. Sembra che avesse trovato una ottima sistemazione,
anche sotto l'aspetto economico, e di ciò si compiaceva di darne attestazione
nelle sue fugaci ma appariscenti venute a Soarza, dove si incontrava con il
«prevusten» Mons. Guido Vezzani. Naturalmente la Chiesa di Roma lo scomunicò.
Ma ecco
quella che qualsiasi laico chiama «la mano del destino» e un fervente cristiano
«il castigo di Dio»: in uno dei numerosi terremoti che sconquassarono l'Italia
Meridionale nei primi anni del 1900,
la donna perì sotto le macerie con tutti i figli!
A Don
Bottazzi non rimase che rifugiarsi nella disperazione.
Pian piano
— negli anni successivi — riaprì il dialogo con le autorità ecclesiastiche e
fece sapere di voler espiare in tutto le sue colpe. Col consenso del Vaticano,
che gli impose una molto impegnativa e lunga penitenza. si fece benedettino e fu
ammesso all'Abbazia dl San Giovanni a Parma.
Alla
vigilia di poter riprendere ad officiare la S. Messa, morì.
«Il fatto potrebbe sollevare in qualche lettore un certo senso di
meraviglia. Bisogna considerare che un sacerdote ricevendo, a coronamento delle
sue aspirazioni di vocazione. la consacrazione sacerdotale, non cambia la
propria natura di «povero uomo» e non si trasforma in un angelo, ma gli istinti
umani, quale discendente dal padre Adamo, rimangono sempre. pronti a provocare
continue battaglie spirituali con trionfi e sconfitte, se non lo sostiene la
forza dall'alto. Maggior meraviglia però dovrebbe fare in riconversione del
nostro protagonista, certamente preparata dalle preghiere dei propri parenti,
dei confratelli e di tanti buoni cristiani e dalle ispirazioni di quella che noi
amiamo come nostra mamma del cielo: la Madonna. Se proprio all'ombra del suo
Santuario un figlio di Lei caro ha trovato occasione di pervertimento, questo
figlio da Lei seguito col continuo rimorso nel cuore e col continuo richiamo
materno, ha potuto, novello figliuol prodigo, ritrovare anche la via del
ritorno. Ciò si addice ai fasti di Maria! Anzi il fatto ci ammaestra che anche
dopo le più gravi colpe non dobbiamo mai disperare del perdono:
LA MISERICORDIA DIVINA HA SI’ GRAN
BRACCIA CHE ACCOGLIE CHIUNQUE SI RIVOLGE A LEI!»
Un altro
fatto riportato nelle Ricordanze Roncolesi di Don Giovanni Fulcini (agosto 1900)
è il seguente: «L'inganno torna a scapito
dell'ingannatore»
Mentre due
signori di Busseto stavano cacciando nei pressi dell'Oratorio della Madonna dei
Prati si presentano ad essi due individui lagnantisi dl essere rimasti feriti
dai loro proiettili. Avevano infatti sul volto qualche ferita e pretendevano un
compenso di Lire 50 per ciascuno. I due cacciatori stettero sulla negativa e
allora i feriti si rivolsero ai genitori del medesimi. Ma oh! infelice astuzia!
Essendosi constatato che le ferite non erano che graffiature volontarie, fatte
per compiere una truffa, i malcauti furono tradotti in gattabuia dove senza
dubbio mediteranno seriamente sulla fallacia dei disegni umani.
I benefattori del Santuario
Fedeli che
hanno generosamente offerto per il «castello» e i ceppi delle nuove campane.
Rettore
Don Ugo Urlati e famiglia
Signori
Landino Dalcò e Raimondo Fava Signori Augusto Rosi e Ulisse Pettorazzi Signori
fratelli Enrico. Allineare e Silvio Donati Signori fratelli Renzo e Egidio
Dalledonne Signori fratelli Piero e Arrios Fontanella
Signori
Alberto Calai e Disfino Campanini Signori Cesare e Lisetta Paraboschi
Signori
Romano Gatti e Ferracelo Scaramuzza Signori Gino Vernizzi e Salvatore Affaticati
Signori Renzo Maggi e Ugo Oppici
Signori
Archimede. Pellegrini e fratelli Cesare e Luigi Rizzi Signori Virginio Mora e
Guglielmo Bergamaschi
Signori
fratelli Adelmo. Gino. Iride e Carlo Rastelli Signori Cesare Fraschi con Giulia
e Adelaide Caraffini Signori Pierino e Albino Devoti
Signor
Massari Arternio
S. Madonna dei Prati. 24 Novembre 1955
Fedeli che
hanno generosamente offerto per I banchi e gli inginocchiatoi del Santuario.
Doti.
Giannino e Anna Rastelli
Dott.
Antonio Verder i e Loredana Bergarnaschi
Signori
Domenico March int e Canneti Urlati
Dott.
Carlo Alberto e Alessandro Onesti
Signori M.
Giustina Volpin i e Lino Rizzi
Famiglia
Donato Longinotti
In memoria
del pittore Prof. Giovanni nibbi
Sorelle
Emma Urlati Ghidini e Teresa Urlati Gardi Vinci Prof. Cesare Urtati e Dott.
Elena Ferrari
Signori
Landino e Alfa Dalcò in memoria dei loro cari Alice Vigilati e Dante Datici)
in
meritoria dei fratelli Urlati Cesare. Nino, Alberto. Faustino Signori Giuseppe
Ferrari e Maria Bigliardi
Signori
Giovanni e Giuseppina Urlati
Signori
Ester e Attillo Girometta e l figli Giuseppe e Piergiorgio Famiglie Urlati e
Ferraguti
Signori
Palma e Francesco Dalle Lucine
Rettore
non Ugo Urlati
Signora
Rosa Rabaiotti Loffi
Signora
Mira Carrara Calvi
La Signora
I3enassi Alberta veci. Calvi di Samboseto ha donato n. 6 candelieri in legno
argentato.
Fedeli che
hanno generosamente offerto per le funi delle campane.
Signori
Nino Urlati e Ferraguti Giuseppina
Signor
Virginio Mora
Signore
Giulia e Adelaide Caraffini
Signore
Santina e Pasqua Giordani
Signori
Fratelli Renzo ed Egidio Dalledon ne
Signori
Lisetta Paraboseht con Pierino e Albino Devoti
Il Signor
Renzo Maggi ha offerto per la Croce in ferro battuto posta sul campanile.
Altri
fedeli, parrocchiani e non, che hanno generosamente offerto per il Santuario:
Famiglie:
Fraschi. Mora. Bianconi. Dott. Lino Demaide. Donati. Pettorazzi. Dalledonne.
Arutonl, Pietro Gelff, D.ssa Viazzant, Ai- mi. Speroni. Colini. Filiberti, Cav.
Reverderi. Volpini. Campanini. Arfini. Dalcò. Affaticati. Rastelti. Oppici,
Carrara. Biagio
cardi.
Alessandro Onesti,
e. fra il
Clero. I Chierici del Seminario Diocesano. Mons. Alberto Costa. Mons. Giacomo
Donati. Mons. Luigi Onesti. il Beato Card. Andrea FerrarL
ai quali
tutti va la riconoscenza e la ricompensa del Signore.

L’attuale Vescovo di Fidenza S.E. Mons. Carlo Poggi.
Il Santuario di Madonna dei
Prati
Testi,
immagini e documenti
a cura di
Don Ciarlo
Capuzzi e Guido Conti
don carlo capuzzi
Il Santuario, che cos'è?
Presso
i pagani il Santuario era (ed è) luogo in cui la divinità interviene e
Conseguentemente dà segno della sua presenza. L’esempio classico è il fulmine:
era pertanto luogo a cui convenire per ottenere dalla divinità la recondita
della terra, dei campi, delle piante, degli animali e della stessa famiglia;
luogo ove ottenere la salute degli animali e delle persone nonchè per ricevere
protezione in caso di avversità provenienti da fenomeni naturali. come le
alluvioni, o da persone: luogo ove ottenere il tempo favorevole per gli animali,
per la campagna e per l’uomo in caso di siccità e di pioggia. Presso gli antichi
ebrei il santuario era principalmente il luogo in cui si faceva memoria di un
particolare manifestazione di Dio di Israele legata al suo piano storico
salvifico. Con la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e il Suo evento pasquale
di Morte e di Rissurezione tutto il mondo è diventato un Santuario. Quando in
una chiesa la comunità cristiana pone la qualifica "santuario” con ciò viene a
porre un'indicazione e un segno per ricordare che tutto il mondo è un santuario.
Nel mondo pagano Giove, il padre degli
dei, era raffigurato seduto sul trono con in mano i fulmini. Appena cadeva un
fulmine, nel punto dove toccava terra, veniva pota subito un’iscrizione marmorea
e quel luogo era dichiarato subito santuario. Si provvedeva a costruirvi sopra
un tempio che veniva consacrato con l'immolazione di un agnello di due anni e
pertanto non aveva più denti da latte, ma la seconda dentatura: quel tempio
veniva perciò chiamato santuario bidente.
Presso gli ebrei parecchi santuari
divennero il memoriale dell'incontro tra Dio e i patriarchi e il simbolo della
promessa divina di uno sviluppo storico positivo del popolo sulla terra. I
santuari segnarono le tappe del progressivo insediamento nella terra promessa o
della progressiva accettazione della relazione con il Dio dell'Alleanza. Gli
ebrei entrando in Palestina avevano trovato le popolazioni cananee: erano genti
dedite ai culti del divino mistero della vita e della fecondlità di cui
spontaneamente scorgevano un simbolo in un grande albero frondoso o in altre
manifestazioni della fecondità della natura.
Ciò avveniva spesso sulle alture: nei luoghi di culto venivano perciò
collocati simboli delle forze vitali della sessualità come, ad esempio, una
grande rozza pietra di marmo su cui potevano essere appena accennati i segni
della femminilità.
Al posto di una pietra sacra poteva
esserci anche un palo sacro.
La religione ebraica si opponeva a questi
culti naturalistici e magici che cercavano di far rivivere nei riti antiche
narrazioni di vicende di dèi fecondi la cui fecondità era considerata fondamento
perenne di ogni vitalità. Anche il Dio di Israele prometteva al Suo Popolo
l'abbondanza dei frutti in quella terra “ove
scorre latte e miele”, ma la Sua promessa esigeva la fede nella Sua libera
decisione di essere benevolo verso il popolo che aveva scelto. Inoltre essa era
condizionata non dall'attuazione di pratiche magiche cultuali, ma
dall'accoglienza della Sua parola e dalla fedeltà al Suo statuto di alleanza.
Con la venuta di Nostro Signore Gesù
Cristo e il Suo evento pasquale di Morte e di Risurrezione tutto il mondo è
santuario. Alla donna di Samaria che gli aveva detto: “Signore, vedo che tu Sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio
sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”.
Gesù rispose: “E’
giunto il momento in cui né su questo morie. né in Gerusalemme adorerete il
Padre. E giunto il momento, ed è questo. in cui i veri adoratori adoreranno il
Padre in Spirito e Verità; perché il Padre cerca tali adoratori, Dio è Spirito,
e quelli che Lo adorano devono adorarLo in Spirito e Verità”.
Quando il Figlio di Dio si è fatto carne,
tutto il mondo — ovvero il creato — è diventato un santuario. S. Paolo ha
qualche espressione che fa intendere che tutto il cosmo, tutto l'universo, tutte
le galassie sono un santuario.
Tutto il mondo è diventato un santuario.
Le carceri medesime sono diventate un santuario: anche se forzatamente, vi
dimorano persone nelle quali Nostro Signore Gesù Cristo vive e si immedesima.
tanto che alla fine di questo tempo presente ci dirà letteralmente: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”
oppure: “Ero carcerato e non siete venuti a visitarmi”;
con quel che segue. Egli Si immedesima con ogni persona bisognosa. In questo
mondo non esistono persone che non siano bisognose. Noi Lo incontriamo in ogni
persona: e ogni persona è un santuario.
Secondo il piano di Dio ogni persona è
chiamata a far parte dell'unico Suo nuovo popolo: ed è un popolo fatto di
persone, con tutti i loro limiti e difetti. Finché viviamo su questa terra
possiamo trovare. e di fatto troviamo, un po’ fastidioso starci dentro ma è il
grande santuario che Nostro Signore Gesù Cristo, il Risorto. ci ha lasciato: è
il suo corpo mistico, è la Chiesa. Quando una persona entra a far parte di
questo nuovo popolo di Dio. in quella persona viene a vivere il Padre, il Figlio
e lo Spirito Santo; in essa viene a vivere Dio, e quella persona di. diventa
santuario. Quando la comunità cristiana pone all'ingresso di una chiesa, grande
o piccola. la qualifica di santuario, viene a ricordarci e a testimoniare tutto
questo.
don carlo
capuzzi
Litanie
della Madonna dei Prati
composte dal Canonico Bonini
Don Ludovico
S.Madonna dei Prati
e Regina del creato
donna di eterna bellezza
vestita di sole
coronata di stelle
S. Madonna del nostro lavoro
madre del sacrificio
madre dell'amore
madre della vita
S. Madonna delle nostre famiglie
Sposa di S. Giuseppe
madre dl Gesù
Vergine fedele
S. Madonna delle nostre Chiese
gioia delle nostre feste
consolazione delle nostre pene
dolcezza delle nostre asprezze
S. Madonna delle nostre case
sicurezza dei nostri cammini
consiglio nelle nostre scelte
sostegno dei nostri impegni
S. Madonna dei campi
più alta delle cime
Regina del cielo
più bella dei fiori
S. Madonna dei Prati
voce orante degli umili
serena pace della sera
custode di arcani silenzi
S. Madonna dei Prati
madre dei chierici
benevola coi sacerdoti
dolce patrona della Chiesa Fidentina
Il Santuario di Madonna dei
Prati
di manfredo
cavitelli
Dopo
i disboscamenti che i Benedettini di Castione Marchesi e i Cistercensi di
Chiaravalle e Fontevivo avevano operato dall'anno 1000 in poi lungo la profonda
fascia rivierasca tra il Po e la Via Emilia, e prima che vi si stabilissero
centri abitali, poche strade e pochissime case coloniche davano segno di vita in
quell'immenso territorio piatto e silenzioso. I mezzi di cui disponevano le
genti di quei tempi e il disagio della lontananza accentuato dalla scarsa e
cattiva viabilità, rendevano quei luoghi poco adatti alle coltivazioni che
esigono un frequente apporto di mano d'opera. E poiché la feracità del terreno
favoriva una vegetazione rigogliosa, i contadini trovavano più conveniente
coltivare i campi a prato.
Per questa diffusa tendenza ed in mancanza
di ragionevoli alternative, la maggior parte della zona presentava vaste distese
di prati punteggiati da qualche salice o da rari chiostri di pioppi. Ancora non
molti anni fa, per quelle zone che non erano totalmente appoderate, erano
rimaste in uso le denominazioni di "Prati di Roncole”, "Prati di Frescarolo", “Brè"
(che forse una volta era “prè") e poi ancora "Misericordia", “Borghese". ecc.
Fu proprio nella zona dei prati di Roncole
che intorno al I600 fiorì uno dei tanti episodi di pietà cristiana che — come
cippi marmorei — stanno incrollabili nei secoli a misurare e testimoniare la
continuità e la profondità della fede religiosa nell'animo della gente.
Fra i contadini che frequentavano per
ragioni di lavoro quei luoghi solitari, la suggestione della Natura e del Creato
e la solennità dei vasti silenzi facevano da sfondo a interiori angoscie ed
ansie che sfociavano nella ricerca del distensivo e riposante mondo dell'amore.
Per merito di qualche parroco che, al pari
dei colleghi missionari, chec visitarono il mondo, percorrevano quelle lande a
piedi, il nome della Madonna cominciò ad essere ripetuto sempre più
insistentemente nei rari incontri tra villici e nelle intime riflessioni.
Qualche mano pia appese ad un pioppo un'immagine sacra; qualche altra vi depose
un mazzetto di fiori agresti. Circolarono voci di grazie ottenute, si
infittirono le visite dei devoti.
Nei prati della Colombarola — così era
denominata la località — fu eretta nel 1632 una cappellina con l'immagine
dipinta della Madonna ed il numero dei fedeli che vi affluiva dai paesi
circostanti si fece folla. L’eco di queste ardenti manifestazioni di devozione a
Maria attirò l’attenzione dell'autorità ecclesiastica. Il Vescovo di Borgo San
Donnino (ora Fidenza) Mons. Nicolò Caranza inviò sul luogo il suo Vicario
Generale ed una commissione di altri tre sacerdoti con l'incarico di appurare le
cause, l'importanza e l’attendibilità di quanto si stava straordinariamente
verificando. Dopo accurate e caute indagini gli inquirenti stabilirono
l'esistenza di numerosi casi di guarigione e di scampati periodi per i quali non
poteva essere posto in dubbio l'intervento soprannaturale della Grazia.
Qualche tempo dopo il Vescovo si recò in
visita alla cappelletta e. cedendo alle suppliche della numerosa folla accorsa
da ogni parte, autorizzò l'erezione di un altare per la celebrazione della messa
e nominò cappellano Don Flaminio Porci.
Le offerte dei Fedeli si erano intanto
notevolmente accresciute. Dopo aver disciplinato i servizi religiosi e
l'amministrazione dei Fondi che si andavano accumulando, Mons. Vescovo giunto il
momento di provvedere alla costruzione di un tempio sufficientemente ampio e
importante che onorasse degnamente la Madonna che in tanti modi aveva rivelato
la sua predilezione per quella sperduta località e per soddisfare le fervorose
aspirazioni di quelle popolazioni rurali.
Queste note introduttive sono state redatte da mio
padre Giuseppe Cavitelli nel 195I con l'intenzione di renderle pubbliche in un
fascicolo che avrebbe dovuto uscire in occasione della ricorrenza del 50°
anniversario della riapertura dell'Oratorio e della sua elevazione a Santuario.
Per motivi non accertati la pubblicazione non avvenne. Restano comunque valide
le nobili considerazioni di un cristiano "di allora" ed è con commosso piacere
che le utilizzo a decoro di questo opuscolo e per la realizzazione, sia pure
dopo 35 anni, dello scopo per il quale sono state scritte.
L’Autore
Il 20 ottobre 1690 S. Eccellenza Rev.ma il
Vescovo di Caranza, pose la prima pietra e sottoscrisse l'atto dell'importante
avvenimento: iniziava cosi la costruzione del Tempio dedicato al SS. Nome di
Maria che il popolo già chiamava Chiesa della Madonna dei Prati.
Addì
20 Ottobre 1690 ne prati della Colombarola delle Roncole nell'atrio avanti la
Capellina del Nome di Maria avanti la presenza degli infrascritti testimoni
costituiti avanti di me Don Giuseppe Maria Borsi Segretario di Monsignor Ill.mo
Rev.mo Vescovo di Borgo San Donnino, deputato specialmente a ricevere il
presente atto.
Si
dichiara in virtù della presente scrittura, che deve servire a perpetua memoria
de posteri, si come l’anno e giorno suddetti il sottoscritto Mons.re Ill.mo
Rev.mo Nicolò Caranza Vescovo per la Dio Grazia. e della Santa Sede Apostolica,
di Borgo San Donnino, si è portato al suddetto luogo, dove è situata la suddetta
Capellina, intorno alla quale si fabricano li portici, ed ha messo la prima
pietra del fondamento della Chiesa da fabbricarsi al suddetto Nome di Maria,
secondo il disegno fatto dal Signor Don Francesco Calligari Architetto
Parmigiano, la qual fabbrica ha maestro Giulio Bonadio di Fontanellato.
Si
dichiara ancora che detta Chiesa si fabbrica di elemosine raccolte dalla Pietà
dei Fedeli fatta all'Imagine della Madonna dipinta nel muro della Capellina, la
storia della quale si potrà vedere dal processo fatto dal suddetto Mons.re
Ill.mo Vescovo l’anno passato esistente nella Cancelleria Episcopale, dal quale
consta che detta Immagine s'è conservata miracolosamente ed è stata altre volte
nel luogo dove si trova al presente e si spera con l’aiuto del Signore che si
trasporterà all’Altare maggiore della Chiesa cominciata a fabbricarsi come
sopra.
Si
deve anche sperare che il sito, cioè detta fabbrica, è stato donato dal signor
Alfiere Giulio Boselli, ch’è di tre pertiche, che servirà per fare la Chiesa,
gli portici, il piazzale e un orto per il prete.
Gli
testimoni che sono intervenuti a questo atto saranno sottoscritti nella presente
e sono gli infrascritti:
Don Giovanni
Battista Ambrosi
Don Flaminio
Porci
Don Giuseppe
Delle Donne
Don
Innocenzo Forni
Don Fulvio
Pettorelli
Don Giuseppe
Maria Borsi
Vescovo Nicola Caranza
Il progetto fu commissionato
all'Architetto Don Francesco Callegari. lo stesso che, con lustro e sapienza,
aveva disegnato quella stupenda costruzione che era il Seminario Vescovile di
Fidenza, purtroppo andato distrutto con i bombardamenti dell'ultimo conflitto.
II Callegari era di Parma, e non di Roncole come qualcuno ha voluto far credere
in passato, ed era il Sacerdote-architetto della Curia fidentina.
A spingere il Vescovo a decidere la
costruzione della chiesa non è stata certamente estranea la disponibilità di una
buona parte dei fondi necessari all'opera, rappresentati da circa 6000 Lire
raccolte con le offerte dei fedeli.
Ciononostante la costruzione non fu
impresa di poco impegno. Basti pensare che la benedizione del tempio avvenne
solo 7 anni dopo, nel I697, quando le principali opere murarie furono completate
e fu consentita l'agibilità per i fedeli.
Allora mancava il campanile, la cupola, il
rivestimento esterno e la canonica. In compenso esistevano due portici (pronao)
ai lati dell'ingresso centrale ed un altro portico sul lato destro del piazzale,
quest'ultimo costruito ancora prima della chiesa: come vedremo, furono tutti
abbattuti. Circa l'epoca di costruzione della canonica, non si hanno notizie. II
Campanile è del 1955 mentre, per il resto, l'assetto originario non è stato
modifirato.
Le prime difficoltà sorsero quando il
nobile Alfiere Giulio Cesare Boselli, proprietario del terreno, si proclamò
proprietario anche della piccola Cappella che vi sorgeva, creando problemi in
relazione alle elemosine che, come detto, venivano copiosamente lasciate dai
fedeli. Egli vantò pure lo stesso diritto sulla chiesa che si pensava di
costruire e per meglio concretare la sua pretesa, si disse disposto a
partecipare al 50% delle spese per il nuovo tempio.
Venne allora chiesto l'inventario di S.A.
Serenissima Ranuccio Il Farnese (Duca di Parma. Aveva ottenuto per eredità il
Ducato di Castro, si ammirano ancora oggi le rovine nel viterbese, ai confini
fra Toscana e Lazio. Dovette cederlo alla Chiesa di Roma dalla quale ebbe in
cambio Bardi e Compiano. Aiutò anche Venezia contro i Turchi. Era molto
benvoluto dai sudditi.) il quale “ingiunse“ al Boselli di recedere dalle sue
posizioni di intransigenza. Questi donò allora il terreno necessario limitandosi
a porre come condizione che, ad opera compiuta, venisse ricordato con un
epitaffio quanto da lui fatto per questa opera. La lapide di marmo che attesta
questa circostanza si trova a sinistra dell'altare maggiore e dice:
Traduzione:
Nell'anno 1690 Giulio Cesare Boselli, patrizio parmense, stando per edificare a
proprie spese in questo suo campo Una chiesa allo scopo di onorare un'Immagine
della Santissima Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta
per un'ammirabile serie di grazie le quali attrassero gente da tutte le parti e
venendo anche in modo meraviglioso le offerte, coll'assenso e sotto gli auspici
del Serenissimo Duca Ranunzio II, lasciò che altri all'erezione della chiesa
stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che nutriva per la Vergine,
diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante distesa di campi suoi per
costruirla.
Sul pilastro che divide l'altare maggiore
dalla cappella di destra, vi è poi un'altra lapide fatta apporre dai figli che,
a loro volta, dopo la morte del patire, dimostrarono con altri atti di
generosità il loro attaccamento alla Madonna dei Prati. Questo è il testo:
Traduzione:
Il
giorno 5 settembre 1703 i fratelli della nobile famiglia Boselli per onorare la
memoria del padre Giulio Cesare Boselli, defunto e della madre Elisabetta
Penzoli, vivente, loro amatissimi genitori, nell’anniversario della morte del
padre, lasciarono come monumento del loro affetto, pietà e ricordo in questa
chiesa alla Celeste Regina delle Grazie, Partona, Madre e Signora. la sacra
suppellettile e gli ornati, elegantemente eseguiti, che decorano l'altare
medesimo.
La chiesa si intitola al Santissimo Nome
di Maria e ciò è consequenziale alla venerazione che le folle devote offrivano
alla Sacra Immagine che ne determinò l'erezione. La dedica peraltro risultava
anche in sintonia con gli avvenimenti storici-politici-religiosi di quei tempi.
La sconfitta delle armane turco-musulmane ad opera del maresciallo Sovieski (poi
divenuto Re di Polonia) a Vienna il 12 settembre 1683 aveva infatti indotto il
Papa di allora, Innocenzo XI, a decretare - con bolla papale del 15 novembre
dello stesso anno - che la Chiesa onorasse d'ora in poi il nome di Maria nel
giorno 12 settembre di ogni anno (ora è diventato la seconda domenica di
settembre). Deve quindi essere stata un'occasione straordinaria per il Vescovo
di Borgo San Donnino) Mons. Caranza offrire al Papa un nuovo tempio ispirato ai
suoi intendimenti.
La ricostruzione degli avvenimenti che
hanno preceduto l'edificazione del Santuario, riportati nelle pagine precedenti.
così come della storia di quanto è avvenuto nei tre secoli di cui ci stiamo
occupando, è stata possibile attraverso la consultazione dei manoscritti
lasciati da alcuni sacerdoti che si sono succeduti nel Rettorato della Chiesa o
hanno operato da semplici “cronisti', dei fatti dell'epoca. A cominciare da Don
Flaminio Porci, primo Cappellano (o Rettore) nel 1690, al quale dobbiamo una
dettagliata relazione costituita da un grosso volume contenente l'intera
cronistoria della edificazione del Santuario, che ha per titolo: Cattastro delle
partite poste in questo libro del Ven.do, Oratorio del Sant.mo Nome di Maria
delli Prati delle Roncole di Busseto documento conservato nell'archivio della
Curia Vescovile di Fidenza.
Sulla base di questo libro ha lavorato Don
Sincero Badini per la pubblicazione di un opuscolo intitolato
La Madonna dei Prati, avvenuta nel
1904, che ha pure fornito notizie assai utili per questa ricerca.
Altre due fonti dalle quali si è ricavata
una inesauribile quantità di notizie di estremo interesse sono:
-
Ricordanze Rancolesi, raccolta di episodi e circostanze riunita da Don
Giovanni Fulmini in un volume datato 1907 ma nel quale sono riportate, in ordine
sparso, notizie degne di essere ricordate per fatti accaduti a Roncole anche
molti anni prima. Don Fulcini, roncolese di nascita, esercitò il suo sacerdozio
quale canonico) della Collegiata di Pieve Ottoville praticamente durante tutta
la sua vita, dal 1856 al 1922. Serbò per la sua terra d'origine un amore
ancestrale e dedicò moltissimo tempo a scrivere ciò che riteneva utile
tramandare ai posteri. I numerosi volumi lasciati sono conservati negli archivi
delle parrocchie di Pieve Ottoville e Roncole.
— Il
Diario di Don Leto Bocelli, effemeride di tutto ciò che è accaduto nel
Santuario nel periodo del suo rettorato dal 29/9/1909 al 25/2/1916, corredato di
riferimenti su importanti notizie relative agli eventi del passato nella storia
della Madonna dei Prati. Don Bocelli, prima di arrivare a questo Oratorio, fu
per diversi anni sacerdote sagrista presso la Collegiata di Busseto e per 14
anni rettore della Chiesa di Sant'Anna fuori le mura di Busseto (presso il
Cimitero). ll volume è Conservato negli archivi del Santuario.
La storia e la cronaca
I
Cappellani che si succedettero a reggere l'Oratorio sono stati:
dal 20/1/1690 al 12/8/1736
Don Flaminio Porci Cappellano
(Egli è sepolto nel santuario come attesta
l’atto di morte che riportiamo: "Nell'anno 1736 - 12 agosto il Molto Rev. Don
Flaminio Porci di età di 85 anni circa. Cappellano dell'Oratorio sotto il titolo
del SS. Nome di Maria, chiamato dei Prati, nella casa del medesimo oratorio tese
l’anima a Dio munito dei SS. Sacramenti. Il suo corpo, come lui aveva stabilito
a mente Sana, col permesso dei Superiori, fu sepolto nel detto Oratorio alla
parte del Vangelo dell'Altare superiore. Il funerale fu compiuto da me; Angelo
Brgamini, Prevosto della Chiesa di Roncole di Busseto, essendo l’Oratorio entro
i contini di questa parrocchia”.
nel 1740
Don Sonzini Cappellano
dal 1789 aI 10/1795
Don Giuseppe Bassi Cappellano
dall'11/1/1795 al 12/1303
Don Angelo Rovaldi Cappellano
dal 12/1803 al ?
Don Domenico Voghera Cappellano
nel 1819
Don Paolo Costa Cappellano
nel 1828 l'Oratorio non aveva il
Cappellano ed era affidato aI Parroco di Roncole
nel 1860
Don Giovanni Zappieri Cappellano
nel 1890 l’Oratorio non aveva iI
Cappellano ed era affidato a Don Antonio Chiappari, Prevosto di Roncole
dal 24/4/1904 al 27/3/1909
Don Cesare Robuschi Cappellano
dal 4/4/1909 aI 29/9/1909
Don Mario Caraffini Cappellano
dal 29/9/1909 al 25/2/1916
Don Leto Bocelli Cappellano
dal 4/5/1916 al 15/7/1926
Don Pietro Bonini Cappellano
dal 16/7/1926 aI 24//7/1947
Don Pietro Bonini Parroco
dal 21/12/1947 al 21/3/1977
Don Ugo Uriati Parroco
dal 22/3/1977 al 25/8/1997
Mons. Ugo Uriati Vicario Ecom. (Parroco di Samboseto)
dall’1/1/2000
Mons. Rino Guerreschi Amm. parroc.
Non si dispone di memorie scritte che
riportino notizie sulla vita del Santuario nei primi 150 anni. È certo che
l'afflusso dei fedeli continuò con ritmo crescente e la fama della Madonna
Taumaturga dei Prati si estese ai territori limitrofi. anche oltre il fiume Po.
La
Chiesa si arricchì di varie opere d'arte ed il °beneficio" si consolidò per
alcune donazioni testamentarie. Fu eretta la Canonica.
I Cappellani si alternarono regolarmente e
ciascuno aggiunse il suo apporto spirituale e materiale.
Uno scossone che ha senz'altro causato una
svolta negativa nel regolare procedere della vita del Santuario è' venuto dai
luttuoso fatto verificatosi nel 1828 per la caduta di un fulmine all'interno del
Tempio con conseguenze disastrose. Di questo avvenimento si tratta nelle pagine
seguenti.
Da quell'anno l'Oratorio non ebbe più il
Cappellano, se non per periodi brevi, e le funzioni religiose si svolgevano
dapprima alla sola domenica e successivamente una volta all'anno unicamente in
occasione della festività del SS. Nome di .Maria.
Di questo periodo di oscurantismo si
conosce ben poco. Le voci raccolte tra i villici parlano di chiesa ridotta a
deposito di attrezzi agricoli e di canonica che le autorità comunali di Busseto
avevano destinato ad alloggio dello "stradino" e della levatrice.
Si hanno invece notizie precise sul
risveglio dell'interesse per il Santuario a partire dagli anni attorno al 1885.
Nel 1890, come vedremo, venne istituita la "Festa Votiva". Ricominciarono i
pellegrinaggi e nelle Ricordanze Rancolesi
di Don Fulcini ne sono descritti diversi organizzati su iniziativa del Prevosto
Chiappari di Roncole negli anni 1892, 1896, 1898, ecc. Riguardo a quello del
1892 il nostro "relatore" informa che si svolse con la partecipazione di circa
1500 pellegrini (tutti a piedi da Roncole, Vescovo in testa) e la
somministrazione di 1400 comunioni.
In quegli anni anche i Seminaristi di
Borgo San Donnino si agitavano per la chiesa di Madonna Prati e nel febbraio del
1900 prospettavano al Vescovo Mons. Giovanni Battista Tescari il ripristino del
decoro del Santuario. Ciò avvenne quattro anni dopo, con il nuovo Vescovo Mons.
Pietro Terroni il quale, con atto del 23 aprile 1904 annunciava la nomina
ufficiale dell'Oratorio della Madonna dei Prati a SANTUARIO.
Fra le chiese dedicate alla Vergine Madre
di Dio, fondate ed erette in questa nostra Diocesi di Fidenza, non occupa
l'ultimo posto l'artistico, decoroso e rinomato Oratorio che viene chiamato
della gloriosa Nostra Signora del Prati e che ormai da più di due secoli onorato
dalla pietà dei Fedeli, nel quale è grandemente venerata un'immagine dipinta sul
muro dell'abside della medesima Vergine, che punta in braccio il Fanciullo Gesù.
Lì si radunano non solo gli abitanti del luogo, ma spesso anche popolazioni da
lontano per sollecitare aiuto nelle calamità, liberazione dai mali, sollievo nei
pericoli e nelle disgrazie, consiglio nelle perplessità, cose tutte più volte
ottenute dalla Madre delle grazie, come ne fanno fede gli ex-volo e i quadri
sospesi alle pareti nel presbiterio della chiesa. Ma essendo stato quel sacro
luogo abbandonato sia per ingiuria del tempo come per cattiveria umana e ridotto
a triste stato, per favorevole divina grazia "che
sceglie le cose deboli del mondo per confondere quelle forti” (1.Cor.1.77)
avvenne che soprattutto per desiderio e cooperazione dei cari Alunni del nostro
Seminario Vescovile. con raccolta di offerte, non solo potesse essere restaurato
e ornato, ma venisse riportato al primo splendore e fosse provveduto nel
migliore dei modi che fosse aperto tutti i giorni alla pietà dei Fedeli.
mediante la presenza di un Sacerdote da noi eletto per l'ufficio di celebrare e
compiere tutte le mansioni del Sacro Ministero. Ed inoltre affinché in questa
nostra Diocesi accresca assai il culto e la devozione verso la Madre di Dio, noi
accondiscendendo ai desideri dei medesimi nostri Chierici, abbiamo pensato di
accrescere la dignità di quel Tempio che specialmente nel tempo passato fu assai
frequentato dai fedeli per chiedere aiuto e sciogliere voti. Orbene dunque la
maggior Gloria di N.S.G.C. Salvatore. ad onore della Vergine Madre. ed aumento
della fede e della pietà, a testimonianza del nostro filiale amore a Lei che è
speranza nostra. Noi con la nostra ordinaria autorità di cui siamo investiti, a
mezzo del presente decreto vogliamo e stabiliamo che l'Oratorio chiamato della
Madonna dei Prati, sito in Parrocchia di Roncole, in questa Diocesi e dedicato
al SS.mo Nome di Maria sia alzato ad onore di SANTUARIO della medesima Vergine,
col quale titolo e nome venga distinto dagli altri Oratori di questa Diocesi e
cosi nominato in tutti gli atti dalla Curia Vescovile.
Dal nostro Palazzo Vescovile di borgo San
Donnino, firmato di mano nostra, munito del nostro Episcopale Sigillo. la
domenica terza di Pasqua, l'anno del signore 1904, lo stesso giorno 23 aprile
nel quale con le più solenni cerimonie abbiamo consacrato e dedicato il nostro
Tempio.
Pietro
Terroni Vescovo
Canonico
Pompeo M. Camisa
Cancelliere
Vescovile
Di
quel periodo sono da ricordare le frequenti presenze di mons. Albero Costa,
nativo di S. Croce di Zibello, Vicario generale della diocesi fidentina, futuro
Vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa morto Vescovo di Lecce nel 1950. Mons. Costa
dimostrò il suo attaccamento al Santuario lasciando in eredità la sua Croce
Pettorale d'oro gemmata ed altri preziosi.
Non sono riportati avvenimenti di
particolare risalto accaduti negli anni successivi. Continuò l'aflusso di grandi
masse di fedeli. specie con i pellegrinaggi.
Si arriva quindi al 1926 anno in cui
l'Oratorio Santuario della Madonna dei Prati diventa Parrocchia. Non può però
funzionare come tale perché una parrte del “beneficio” attribuitole, che doveva
pervenire dalla Parrocchia di Samboseto, non venne lasciato libero
dall'Arciprete di quest'ultima. Don Giuseppe Onesti, in rispetto del principio
che stabilisce, come egli soleva affermare, che un parroco deve consegnare al
suo successore la Parrocchia nello stato in cui l'ha ricevuta o migliorata. Dal
giorno 11 febbraio 1951, con la morte di Don Onesti, iniziò a funzionare la
Parrocchia di Madonna Prati.
Purtroppo anche nel periodo in cui fu
rettore Don Pietro Bonini (dal 1916 al 1947) non venne tenuto un diario con la
descrizione degli avvenimenti.
Nel maggio 1947 rimase per tre giorni
nella chiesa, alla venerazione dei fedeli, l'urna d'argento recante le ossa di
San Donnino. proveniente da Busseto. All'arrivo erano presenti 3000 persone.
La cronaca registra poi la caduta del
tetto dell'attuale Rettore Don Ugo Uriati, nel luglio 1957, con Frattura (e
successivo consolidamento) di entrambe le gambe.
Altro avvenimento “storico": l'anno dopo,
nel maggio. arriva a Madonna Prati il telefono!!
Infine, il primo maggio 1950 è ricordato
come giornata memoranda per l'arrivo del Simulacro della Madonna Pellegrina
descritto con ricchezza di particolari nel diario del Santuario che ricorda il
Carro trionfale allestito dai fedeli di Madonna Prati per la B. V., il numero
stragrande di pellegrini e la quasi istantanea guarigione di un malato di Milano
per il quale si sono innalzate preghiere alla fine della messa solenne,
giungendo nel pomeriggio la notizia che l'ammalato grave era giudicato fuori
pericolo!
I Parroci
Il
Santuario di Madonna dei Prati, dapprima semplice oratorio, fu retto dalla
fondazione da cappellani-custodi alle dirette dipendenze del Prevosto e Vicario
foraneo di Roncole Verdi, nella cui parrocchia era compreso. Costituito in
parrocchia con decreto vescovile 16/7/1926, fu attribuito al parroco il titolo
di rettore.
La successione dei parroci:
Bonini Pietro
Nato a Fiorenzuola d'Arda, 19/7/1878; ord.
25/7/1904; morto a Madonna dei Prati, 24/7/1947.
Dopo i primi anni di ministero a Croce S.
Spirito ed a Villanova sull'Arda, fu nominato Cappellano-custode del Santuario
di Madonna dei Prati; ed eretto il paese in parrocchia divenne il pastore buono
di una piccola comunità al cui bene si era prodigato e continuò a prodigarsi
fino alla morte. Devotissimo della Madonna, curò il decoro del suo Santuario e
fu l'animatore di pellegrinaggi mariani e di convegni delle associazioni di
Azione Cattolica. È sepolto nella cappella dei sacerdoti nel cimitero urbano di
Busseto.
Uriati Ugo
Nato a Busseto, 28/11/1915; ord. 2/7/1939.
Resasi vacante la Parrocchia di Samboseto
per la morte dell'Arciprete Lino Curti, accolse l'invito del Vescovo a dedicare
le sue cure pastorali anche a quella comunità. Da allora, nonostante il gravoso
impegno, egli svolge il ministero di parroco sia a Samboseto che a Madonna dei
Prati.
Ministro del Signore che ha al suo attivo
un passato di vita pastorale operosa ed esemplare, risaltano nella sua missione
le cure da lui poste per rendere il Santuario diocesano del SS.mo Nome di Maria
un certo attivo di devozione mariana, ed ha divulgato anche con scritti la
conoscenza dell'artistico e storico tempio, legato a tante vicende del passato e
dal nome di illustri personalità del mondo ecclesiastico e laico.
Attualmente è Amministratore Parrocchiale
Mons. Rino Guerreschi, già Amministratore Diocesano di Fidenza.
La Parrocchia
Posizione geografica:
Provincia
di Parma, frazione del comune di Busseto, Vicariato foraneo di Busseto. Confina
a Nord con le parrocchie di Frescarolo e Zibello, a Ovest ancora con la
parrocchia di Frescarolo e con quella di Roncole Verdi, a Sud con la parrocchia
di Roncole Verdi, a Est con la parrocchia di Samboseto.
La linea di demarcazione segue la
direttrice: a Nord, verso Ovest, la strada vicinale dei Lavézzoli dai Dossi al
fosso Nazzano. A Ovest: il fosso Nazzano sino alla strada vicinale del Cristo
nel punto d'incrocio con la comunale per Spigarolo e Busseto, quindi, verso Sud,
un tratto della vicinale predetta, deviando poi sui confini dei poderi Cascina e
Concordia sino al canale della Roncole. A Sud: il canale delle Roncole, sino al
cavo Fontana.
Estensione, popolazione:
Kmq. 5,30 ab. 120.
Patrona e festa patronale:
La Vergine Santissima del SS.mo Nome di
Maria, seconda domenica di settembre.
Edifici sacri:
Chiesa parrocchiale e Santuario diocesano
del SS.mo Nome di Maria, bramantesca (1697). Oratorio della Madonna SS.ma
Annunziata alle Banzole (sec. XIX), di proprietà privata.
Cura pastorale:
E’ affidata ad un parroco con il titolo di
rettore.
Organizzazione parrocchiale:
Oratorio parrocchiale, presso la canonica.
Festa di devozione:
S. Antonio Abate, 17 gennaio; S. Giuseppe,
l ° maggio (festa della campagna).
Chiese ed oratori soppressi:
Cappellina mariana, situata nei cosiddetti
Prati della Colombarola. Eretta nel sec. XV, custodiva la venerata immagine
della Madonna col Bambino, che, occultata e riportata alla luce nel 1689, dette
origine, per le grazie segnalate che ne contrassegnarono il ritrovamento, alla
costruzione dell'odierna Chiesa-Santuario. Fu probabilmente demolita agli inizi
del 1700.
LA CELESTE
PATRONA
La vergine
Santissima
(il
Santissimo Nome di Maria)
Seconda
domenica di settembre
Il Nome di Maria è santissimo perché la
Madonna è la più santa tra le sante, tanto santa da essere prescelta da Dio a
protagonista del grande mistero dell'Incarnazione. La Madonna è la madre del
Signore e degli uomini, è la Regina del cielo e della terra, è la corredentrice
del genere umano; il suo santissimo nome viene invocato continuamente dai Fedeli
di tutto il mondo, che alla potenza dell'intercessione di Maria affidano le loro
ansie e le loro suppliche.
Il Santuario mariano di Madonna dei Prati,
sorto tra gli anni 1690/97, è dedicato al Santissimo Nome di Maria per ricordare
anche nella diocesi di Fidenza un importante avvenimento storico di qualche anno
prima: la famosa vittoria di Vienna (12 settembre 1683), ottenuta con la
protezione della Madonna, dalle truppe di Giovanni Sobieski, re di Polonia,
contro l'imponente esercito turco-tartaro; vittoria che sventò il piano militare
dei musulmani diretto ad invadere il continente europeo.
La visita al Santuario
Chi
si dirige a Madonna Prati provenendo da Busseto, Frescarolo e Roncole, segue
praticamente lo stesso percorso avendo come punto di riferimento il ponte di
Sant'Ilario (Non
si hanno notizie precise, ma diverse fonti ipotizzano il passaggio da queste
parti di una cosiddetta "strada romea" con tracciato non bene identificato,
comunque parallelo alla via Emilia con la quale poi doveva ricongiungersi nei
pressi di Fontevivo per proseguire in direzione di Berceto e la Cisa. Detta
strada proveniva verosimilmente da Cremona e serviva ai pellegrini che
giungevano dal Nord ed erano diretti a Roma. Fra questi si sarebbe trovato anche
Ilario, Vescovo di Poitiers, Dottore della Chiesa ed ora Santo Protettore di
Parma (il Santo della "scarpetta"). Siamo nel 350 circa dopo Cristo. Il nome del
ponte risalirebbe a questo fatto),
quel ponticello costruito chissà quanto, proprio là, a Madonna Prati, dove il
Fosso Nazzano prosegue il suo corso verso i prati di Frescarolo finendo col
tagliare a metà il territorio del Comune di Busseto.
Chi ci perviene invece arrivando da
Samboseto o da Soragna ha a disposizione la rettilinea strada comunale che,
sfiorando i possedimenti, per citarne alcuni, Gonizza, Canton Santo, Palazzo
Calvi, Argentina, Banzole, Fienile Vecchio, Bonifica, Colombarola, ecc., porta
direttamente a Madonna Prati.
Per tutti la strada da percorrere è
facilmente intuibile se non altro perché, già da lontano, si distingue
all'orizzonte, tenuto sempre più libero per la metodica e rovinosa azione di
taglio degli alberi, l'inconfondibile sagoma del Santuario.
Io ogni caso si arriva proprio davanti
alla chiesa la cui visita sarà facilitata dalla descrizione qui di seguito resa.
L'aspetto esteriore
Dalla strada comunale si entra, attraverso
un cancello, nel sagrato antistante il Santuario, avendo ai lati: la palazzina
della Canonica a sinistra e un modesto fabbricato a destra, già adibito a
"ristorante", abitazioni e scuola ed ora destinato a locali di servizio. Sulla
fronte della Canonica è incastonata una lapide a memoria della presenza di
Giuseppe Verdi nella storia della chiesa, argomento più ampiamente trattato in
altre pagine.
La facciata si presenta molto semplice,
nella sua originaria struttura grezza di soli mattoni, senza intonaco, ma con
tutta l'imponenza dei suoi 17 mt. di altezza.
L'ingresso alla chiesa è costituito da un
portone centrale di oltre 4 mt. di altezza, sormontato dalla scritta "Ave Maria"
che non ha resistito al tempo ed ora appare molto sbiadita. Un grosso fìnestrone
ad arco si apre sulla parete superiore della facciata, a sua volta sormontato da
una piccola finestrella circolare rimaneggiata.
Ai lati del prospetto si affiancano due
"corpi" che costituiscono i due locali della sagrestia attraverso uno dei quali,
quello di sinistra, si passa direttamente dalla Canonica alla Chiesa. Su di essi
sono visibili gli attacchi per i due portici (pronao) che, come detto, furono
demoliti.
Per definire la solennità del tempio, che
si percepisce già dalle sue monumentali forme esteriori, anche se sminuite dalla
mancanza di rifiniture, non era forse necessario scomodare il Bramante o
ricorrere ad aggettivi roboanti ed esagerati. Questo Santuario di linee
classiche, architettonicamente definibile "a corpo centrale absidato", isolato
fra i prati della Colombarola (ora è circondato da numerosi edifici ma sino a
non molti anni fa sorgeva solitario in una immensa distesa verde...), nel
silenzio rotto solo dai rintocchi della campana, in un'atmosfera di estasi e
turbamento religioso, non ha bisogno di essere stato progettato da più o meno
illustri personaggi e di avere peculiarità di stili più o meno importanti. La
gente del posto, ed anche lontana, sa di avere un tempio che in 300 anni ha
rappresentato — e continua a rappresentare — un importante punto di riferimento
per pie e doverose attestazioni di fede verso la Madonna, e di questo ne va
orgogliosa, pur nella consapevolezza di non poterlo paragonare a santuari di più
chiara fama vicini o lontani.
Entrati in chiesa, prima di raggiungere la
Cappella di sinistra — quella della Sacra Famiglia — si notano le 8 corde che
scendono dal campanile per il concerto delle campane. Più avanti, dopo la porta
di accesso alla sagrestia appesa al muro vi è pure la campanella che annuncia
l'inizio delle funzioni (ed. capitolo "Campane e campanile").
Cappella della Sacra Famiglia
Appoggiato al muro che confina con la
sagrestia, un confessionale di pregevole e di antica fattura nasconde un
passaggio, ora murato, attraverso il quale il sacerdote entrava nel
confessionale direttamente dalla sagrestia senza essere visto dai fedeli.
L'altare contiene pregiati marmi policromi riconosciuti come "radica del Belgio"
ed ha un bel tabernacolo di legno dorato, scolpito e intarsiato, acquistato a
Cremona nel 1910, di epoca valutabile attorno alla metà dell'800.
La parete sopra l'altare è occupata da un
bellissimo quadro rappresentante "Dio Padre e la Sacra Famiglia" adornato da una
monumentale cornice barocca in legno scolpito. Di entrambe le opere riportiamo
di seguito le "schede" rilevate dall'archivio presso la Soprintendenza ai beni
artistici di Parma.
Il quadro
Tela dipinta a olio rappresentante la
Sacra Famiglia in basso su uno sfondo di paesaggio; in alto l'Eterno Fra una
gloria di angeli.
L opera ben composta e ottimamente
disegnata, i tipi sono nobili ed elette le proporzioni ma l'intonazione
piuttosto grave fino dall'origine è diventata pesante nel cielo e in parecchie
ombre, come del resto è avvenuto in quasi tutti i quadri cremonesi della fine
del secolo XVI. Tuttavia l'opera ben conservata è degna ricordo e va
classificata fra le buone di quella scuola. Finora non si hanno attribuzioni al
probabile autore né per tradizioni né per bibliografia, ma crediamo di non
andare lontani dal vero attribuendolo ad uno dei Campi.
Misura mt. 3,25x2,15.
Epoca: attorno al 1580.
Il quadro porta in basso a destra la
riproduzione dello stemma di Busseto e dei Pallavicino, committenti dell'opera.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof Testi il 7/4/1922
Un'altra fonte, citala dalla "Guida
artistica del Parmense" (1984), esclude possa trattarsi di un Campi e
attribuisce l'olio al veronese Pasquale Ottini (1580 circa- 1630).
Dal 1860 in poi Giuseppe Verdi amava
ritrarsi spesso nella quiete della sua villa di Sant'Agata dove, come sappiamo,
avrebbe trovato l'ispirazione per ancora luminose e fra le più belle opere del
suo repertorio. Fu in quell'epoca che si rivolse al Vescovo di Borgo San Donnino,
Mons. Giovanni Battista Tescari, per potere avere questo quadro ad ornamento
della cappella privata annessa alla villa.
Il desiderio non poté essere esaudito.
La cornice
Cornice in legno scolpito dello stesso
anonimo artista che intagliò quella dell'Oratorio del Serraglio presso S.
Secondo e, come quella rimasta allo stato greggio. Bellamente composta di
fogliami, avvivata da tre graziosi puttini, una guindana si parte dal sommo e
ricadendo ai due lati serpeggia fra i fogliami e si ricollega alla testa
d'angelo che compie la cornice in basso al centro.
Eseguita con grande maestria, con squisito
senso d'arte e grande forza nel chiaroscuro, contiene la tela della Sacra
Famiglia.
Misura mt. 5,30x3,20.
Epoca: primi anni del 600.
La mancanza di vernice ha reso accessibile
all'opera distruttiva del tarlo: manca qualche pezzo ma nell'insieme può dirsi
molto buono lo stato di conservazione. Occorerebbe un restauro per riunire le
molte giunture che vanno aprendosi.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 5/4/1922
Sulla parete di destra della Cappella è
appeso un quadretto ovato ad olio, rappresentante le Sante Lucia e Apollonia,
del quale riportiamo pure la "scheda" della Soprintendenza.
Dipinto ovato ad olio su tela.
Dimensioni: 0,80x0,60.
“SS. Lucia e Apollonia"mezza figura.
Opera del XVIII secolo
Donato recentemente (11/1970 al Parroco da
un privaato (Per la verità, il "privato" era Don Enrico Sagliani, parroco
di Castione che disponeva di questi quadri (ved. Anche "San Luigi" nella
cappella di destra) non catalogati).
Opera di un parmense del primo Settecento
nell’ambito di G. B. Tagliasacchi.
Cappella del miracolo di Sant’Antonio
La cappella, a destra di chi guarda
l'altare maggiore, di fronte a quella testè descritta, contiene:
—
una statua di S. Antonio Abate, in legno scolpito a firma Insam e Prinoth
di Ortisei di Gardena, posta su un piedistallo;
—
un'urna con "Maria Bambina" offerta della famiglia Rastelli per ottenere
una grazia contro la sterilità (In effetti la figlia dei coniugi Rastelli, di nome
Enna, avendo il padre fatto il militare ad Enna, è felicemente sposata con
Francesco Bertolotti ed ora ha tre figli);
—
due confessionali realizzati di recente.
Vi è poi conservata, posta su un trespolo
in ferro battuto, quella che è definita la seconda campanella del santuario,
come meglio descritto nel capitolo "Campane e Campanile".
L'altare della cappella, in legno laccato,
ha funzionato come altare maggiore fino al 1904: se ne parla più ampiamente
nella descrizione della cappella principale. In questa sede viene di seguito
riportata la "scheda" della Soprintendenza.
La parete sopra l'altare ospita un
importante quadro raffigurante S. Antonio che risuscita un bambino, anche questo
meglio descritto nella "scheda" della Soprintendenza di Parma, che qui di
seguito è riportata unitamente a quella relativa alla stupenda cornice che
l'adorna. A queste schede abbiamo aggiunto una serie di osservazioni che sono
scaturite dall'esame del quadro fatto per la compilazione del presente opuscolo.
L'altare
Altare in legno laccato completato da sei
candelieri.
Opera dell'inizio del XVIII secolo.
Una lapide ricorda che l'altare fu donato
alla chiesa dalla nobile famiglia Boselli nell'anno 1703. Ha funzionato come
altare maggiore fino al 1904.
Interesse artistico ed industriale buono.
Il quadro
Tela dipinta ad olio rappresentante S.
Antonio che risuscita un bambino.
La madre inginocchiata presenta al Santo
un fanciullo morto. Il Santo, pure inginocchiato in atto di invocazione. Dietro
di esso un frate si china sul morticino. Dietro la madre due spettatori. Nello
sfondo un edificio sepolcrale e il paesaggio.
Opera di buon disegno e anche di discreto
colorito quantunque annerito dalle ombre. La lunghezza esagerata delle mani, i
tipi ed il genere della composizione mostra che si tratta di un'opera dipinta da
un imitatore non pedissequo del Parmigianino. Può dirsi quasi con assoluta
sicurezza che ci troviamo innanzi ad un'opera di Girolamo Mazzola.
Misura mt. 1,63x1,45.
L'attribuzione è fatta in base allo stile
ed alla tecnica. Inoltre la somiglianza di tipi, di attitudine ed anche del
fondo, nella parte murale, cioè dell'edificio di carattere sepolcrale.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.
Questo dipinto, oggetto di studi e
ricerche, presenta ancora oggi non pochi dubbi e perplessità. La stessa scheda
redatta nel 1922 presso la Soprintendenza di Parma, più sopra riportata, va
riveduta, sia per un accertamento sul titolo dell'opera (come meglio precisato
di seguito), sia perché nel frattempo è emerso che il quadro è una copia
dell'originale conservato al Museo Capodimonte a Napoli.
Ciò appurato, si osserva:
-
la tela conservata a Napoli è elencata negli inventari di quel Museo come
"La Natività" ed è inequivocabilmente attribuita al Girolamo Mazzola Bedoli.
Probabile provenienza dalla collezioni farnesiane, però non registrato negli
inventari. Misura mt. 1,94x1,46;
-
uno studio sul Mazzola Bedoli a cura di Ann Rebecca Milstein, pubblicato
a New York per la Gerland Publisching Inc. nel 1978, parla del quadro di Napoli
come "la Sacra Famiglia" e ne cita le misure: mt. 1,50x0,97. Aggiunge che nella
chiesa di Madonna dei Prati esiste una copia esatta "della parte centrale bassa"
di quello che si trova a Napoli. Misure di questa copia: 1,63x1,45;
-
la Soprintendenza di Parma ha inventariato il quadro che si trova a
Madonna dei Prati come "S. Antonio che resuscita un bambino" (misure: mt.
1,63x1,45) e lo attribuisce al Mazzola Bedoli. Con lo stesso titolo è esposto
alla venerazione dei fedeli.
In mezzo a questa piccola confusione di
misure e titoli, si osservano almeno altre due cose:
-
le misure citate dalla Milstein per il quadro di Napoli sono errate; così
come è errata la precisazione che la copia dei Madonna dei Prati riproduce
esattamente la "parte centrale bassa" del quadro di Napoli: in effetti i due
quadri sono identici con la sola differenza che la copia dì Madonna dei Prati è
più corta in altezza di 30 cm;
-
infine l'avere intitolato il quadro "S. Antonio (da Padova) che resuscita
un bambino" ha giocato un brutto scherzo a S. Francesco (d'Assisi) in quanto è
proprio quest'ultimo in atteggiamento di miracolante nei confronti del bambino
(ed il Santo è chiaramente identificabile dalle stimmate nelle mani) mentre S.
Antonio è in secondo piano estasiato dall'ipotetico miracolo (anche lui
riconoscibile dal giglio nella mano destra).
La cornice
Cornice in legno scolpito e intagliato
colorita in bruno e profilata in oro, tutta a fogliami piuttosto poveri di
rilievo ma trattati con cura.
Misura mt. 3,90x2,90.
Epoca: 1690 circa.
Stato di conservazione molto buono.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1922.
La cappella ospita anche, sulla parete
sinistra, un piccolo dipinto che fa pendent con quella della cappella opposta.
Ecco la "scheda":
Dipinto ovato ad olio su tela Dimensioni:
0,80x0,60.
"San Luigi Gonzaga contempla il
Crocefisso" mezza figura.
Opera del secolo XVIII.
Donato recentemente (11/1970) da un
privato (Per la verità il "privato" era Don Enrico Sagliani, Parroco di Castione,
ben conosciuto a Busseto dove era nato).
Opera di un parmense del primo Settecento
nell'ambito di G. B. Tagliasacchi.
Su entrambe le cappelle laterali si
affacciano due porticine, ora murate e coperte dai confessionali, che
permettevano di entrare in chiesa senza passare dall'ingresso principale. Sembra
che ciò fosse particolarmente gradito a coloro che arrivavano al Santuario con
cavalli e birocci che "parcheggiavano" nei prati laterali.
Presbiterio-Cappella Principale-Abdide
La Cappella centrale annovera fra le sue
dotazioni:
—
un supporto di ferro battuto a tre piedi con ganci per sostenere il
corredo vario per le funzioni (turibolo, incenso, aspersorio, ecc.);
—
una statua in gesso rassicurante il Sacro Cuore di Gesù. Si tratta di
dono fatto dai fedeli alla chiesa in occasione dell'entrata del nuovo parroco
Don Ugo Uriati il 21/12/1947. Il fondale è absidato e un modesto coro ligneo con
bordatura superiore intagliata ne segue la sinuosità. L'abside ha dovuto essere
rinforzata esternamente con un "barbacane" essendo apparse alcune fenditure di
cedimento.
L'altare attualmente installato è stato
posto in atto nel 1985 secondo i dettami della nuova liturgia e porta sul retro
la scritta: "Le riforme eseguite quest'anno di grazia 1985 all'altare e alla
sede per la rinnovata liturgia a gloria di Dio e della B.V. Maria, ricordano la
munificenza della devota def. Giuditta Grisoli e dei genitori Pietro Risoli e
Maria Bassi" (Famiglia di Roncole).
È questo il terzo altare maggiore che
annovera la storia del Santuario. Come già accenato, il primo, in legno laccato
di pregevole fattura, probabilmente in funzione sin dalla costruzione della
chiesa ed arricchito con preziose suppellettili della famiglia Boselli, si trova
attualmente nella cappella laterale di destra. Questo era stato sostituito da
altro marmo nel 1904, offerto dal Canonico Pier-Grisologo Micheli, Arciprete
della cattedrale di Borgo San Donino, in occasione della consacrazione a
"Santuario" della chiesa che, sino ad allora, era qualificata come "Oratorio".
L'elevazione di rango esigeva che il tempio disponesse di un altare fisso non,
ritenendo la liturgia sufficiente un altare mobile in legno. Si trattava di
manufatto in tre stili "raccogliticci" in quanto erano stati utilizzati marmi
variamente colorati provenienti da altre costruzioni. Attualmente si trova,
accuratamente ricomposto, murato ad una parete del locale di sagrestia a destra
dell'ingresso.
Sull'altare maggiore, incastonata in una
monumentale cornice barocca in legno intagliato e scolpito, troneggia il
simulacro della Madonna dei Prati.
Si tratta di un dipinto ad olio su tela,
fissato su tavola, opera del pittore Giuseppe Moroni (Giuseppe
Moroni, nato a Cremona il 6/10/1888, morto a Roma il 22/10/1959. Dal 1928 si era
stabilito a Pieve Ottoville ove lavorò fino alla morte. Diverse opere nella
Chiesa Collegiata di Busseto attestano il suo talento: affreschi e vetrate nella
Cappella dei Caduti; affreschi laterali all'Altare maggiore; vetrate nell'abside
e le 14 tavole della via Crucis. Inoltre sue opere si trovano nella Chiesa di S.
Maria e nel cimitero). datato 1950.
Con la sostituzione della vecchia Immagine
con questa nuova, peraltro realizzata sul modello della precedente ma con non
pochi ritocchi nel disegno e nei colori, si è chiuso un capitolo nella storia
del tempio, per capire il quale è necessario fare un passo indietro e riportarci
ai giorni di cui stiamo celebrando il terzo centenario.
Per avvicinarci il più possibile alle
origini del precedente affresco, che qualcuno ha definito "vicino al Mantegna",
si può dar credito alla testimonianza che ci viene dagli atti del Cancelliere
Bernardino Quaglia in data 10/10/1689 riportata da Don Sincero Badini nella sua
pubblicazione "La Madonna dei Prati" del 1904 (pag. 19). Da questi documenti
risulta che della piccola Cappella in cui si trovava l'Immagine affrescata non
se ne potevano riportare le origini, pur citando un intervento dei Padri Gesuiti
di Busseto per alcuni restauri. È certo invece che, su iniziativa del Vescovo,
un muratore ruppe il muro che stava dietro il dipinto e scoprì che l'affresco
era su un altro pezzo di muro racchiuso in un telaio di legno.
Per contro, dal "Diario" di Don Leto
Bocelli, conservato negli archivi della Parrocchia, si viene a sapere che la
data di erezione della piccola Cappella risale all'anno 1632 e che l'affresco su
un muro di "malta", della misura di cm. 160x130, era rinchiuso in un telaio di
pioppo.
Queste due testimonianze danno corpo
all'ipotesi che il dipinto esistesse già prima della costruzione della
cappelletta, probabilmente in una delle numerose "maestà" sparse per le
campagne, successivamente conglobata in una più dignitosa dimora.
Esso venne poi trasferito nell'abside
della nuova chiesa e collocato su un basamento in posizione di non felice
visibilità per i fedeli visitatori. Tale sistemazione non mutò per oltre 200
anni e fu solo nel 1912 che si procedette all'innalzamento di mt. 1,15
dell'affresco.
Il tempo e, forse, anche le conseguenze
dello spostamento nonostante le precauzioni prese, nonché l'intervento di
qualche maldestro restauratore, hanno fatto il resto ed attualmente il dipinto
si presenta come appare dalla foto.
Circa la posizione della cappelletti non
sembra esservi più dubbio: essa si trovava dove ora esiste il modesto fabbricato
che si affaccia sul piazzale, a destra guardando la chiesa. Leggendo infatti un
manoscritto lasciato dal primo Cappellano Don Flaminio Porci, si apprende che: "...
si giudicò bene di fare prima il portico, come si vede al presente, capace di
molto popolo e sotto del quale restò anche la cappellini della Madonna..." e
poi ancora
"...
il Vescovo... ordinò che fosse fatto il disegno della Chiesa e ne diede
l'incombenza all'accennato Arch. Francesco Calligari, quale fece il disegno
riuscito bello, come si vede al presente, essendo la chiesa molto ben ornata, e
di struttura galante, con buoni fondamenti, capaci di sostenere la cupola,
quando l'elemosina e il reddito della Beata Vergine sarà tale che dia la
possibilità di farla. Dalla parte verso oriente si deve fare un altro portico
simile a quello che si vede al presente verso ponente, e quando tutto sarà
compito e perfezionato, sarà una Fabbrica molto bella".
Ad attestazione dell'innalzamento
dell'affresco è rimasta la lapide, incastonata alla sinistra dell'altare
maggiore, che così recita:
Perché
l'immagine taumaturga si offrisse
in tutto il
suo splendore allo sguardo dei fedeli
fu dal
retlore D. Leto Bocelli portala a questa
altezza
coadiuvato nella non facile impresa dagli
operai
Leopoldo Parizzi e Odoardo Sagliani di Busseto
Agosto 1912
Più che di una sostituzione con l'attuale
effige è il caso di parlare di "occultamento". Sta di fatto che Mons. Giberti —
Vescovo di Fidenza— transitando in visita pastorale a Madonna Prati nel maggio
del 1950, sostasse in preghiera sotto l'immagine della Beata Vergine ed
esprimesse una sua opinione sull'affresco rilevandone difetti da logoramento
causati dal tempo e notando che la stessa espressione degli occhi non era più
tanto gradevole. Il conseguente auspicio di S. E. era che si potesse "prima o
poi" Fare qualcosa per "rinfrescare” l'Immagine. Fu così che il pittore Moroni,
in un occasionale passaggio in zona, si assunse l'incarico di esaudire il
desiderio del Vescovo e nell'ottobre dello stesso anno, quasi in forma privata,
una nuova effige rivela venne collocata sopra quella precedente che rimane,
ancora oggi, coperta ma presente al culto dei fedeli.
Madonna dei Prati non abbia quindi dubbi:
le sue estanze e le sue suppliche sono state, sono e saranno, sempre ascoltate
perché la Vergine Taumaturga è presente nella esteriore nuova sembianza ma anche
nella originale e miracolosa Figura che i quasi 400 anni passati hanno purtroppo
irrimediabilmente logorata.
Del dipinto e della cornice riportiamo,
come per gli altri, le "schede" dell'archivio della Soprintendenza di Parma.
Dipinto
Piccolo affresco rappresentante la Madonna
col Bambino in braccio, di scuola mantovana, vicino al Mantegna (fine sec. XV).
D'originale, non rimane che la
composizione, un po' di fondo e la metà superiore del viso della Madonna. Fu qui
trasportata col pezzo di muratura su cui fu dipinta, non si sa dove. Vi si
trovava già nel 1600. Si dice che prima della chiesa attuale, eretta nel 1690,
esistesse una piccola cappella vicina e che in essa si venerasse l'immagine che
poi venne trasportata ove ora si trova.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3//4/1992.
La cornice
Grande e pesante cornice barocca in legno
intagliato e scolpito, colorita in bianco e oro, contiene un piccolo affresco. È
formata da volute ornate da sei grandi Fiori e pochi fogliami, e sei angioletti.
I due più alti portano una face; i due al centro la corona; i due ai lati del
piccolo riquadro contenente l'affresco, portano un piccolo candelabro.
Misura circa mt. 5 di altezza.
Epoca: attorno al 610/620.
Stato di conservazione ottimo.
Scheda
redatta dal Soprintendente Prof. Testi il 3/4/1992
Altre dotazioni di rilievo della chiesa
—
Armonium della ditta tedesca Hofberg Orgel donato al santuario di Don
Giovanni Fulcini. Nelle sue già citate
Ricordanze Roncolesi precisa che gli era costato Lire 750 nel 1904. Lo stato
di conservazione è buono, ma lo strumento non è funzionante. Avrebbe bisogno di
un intervento di restauro.
—
Presepe di notevoli dimensioni, di produzione artigianale, con movimento
totalmente meccanizzato. Anche questo andrebbe revisionato per rimetterlo in
funzione.
Dipinto ad olio su tela (qui sopra).
Dimensioni: 1000 x 0.80
"Sant'Ambrogio” indossa l'abito
episcopale, seduto e intento alla lettura di un libro sacro.
Opera del XVI secolo o inizi del del XVII
Opera di un modesto pittore cremonese alla fine del '500 o agli inizi del '600.
Si è ispirato ai nordici, prendendo spunti dalle stampe dell'epoca.
Interesse artistico mediocre.
Due angioletti portalampade in legno
scolpito, intagliato e dorato (qui sopra). Opera del XVII secolo. Hanno perso in
parte la doratura.
Sono della stessa fattura della grande
cornice barocca che contorna l'immagine della Madonna in fondo all'abside.
Interesse artistico e artigianale
mediocre.
La presenza di Giuseppe Verdi
nella storia del Santuario
Si
è già accennato alla lapide marmorea incastonata sulla facciata della Canonica a
memoria dei primi passi nella conoscenza della musica fatti da Giuseppe Verdi
giovinetto con l'aiuto del Rettore dell'oratorio di allora. Eccone il testo:
Nell’aula
superiore di questa casa canonica Giueppe Verdi
apprese dal
rettore del Santuario i primi elementi dell'arte musicale.
La notizia ha il suo fondamento in uno
scritto ritrovato incollato sul retro di un quadretto che contiene una
fotografia del Grande Maestro scoperto e conservato dal Parroco Don Uriati.
Esso dice:
Memorie di un coetaneo
Verdi Giuseppe, di Carlo nell'anno decimo di età, apprese le prime nozioni
musicali del Molto Rev. Rettore dell'Oratorio della Madonna dei Prati, nella
camera della Canonica, nell'ambito superiore, essa trovasi a destra e guarda nel
piazzale. [...]
Non si è potuto accertare l'autore e la
data di tale documento. Si ha motivo di ritenere che possa trattarsi di appunto
redatto dal Cappellano Don Leto Bocelli negli anni del suo rettorato (1909/1916)
dopo aver raccolto la testimonianza di qualcuno che aveva conosciuto il Maestro.
La suddetta lapide è stata posta il
20/11/1956 dal Parroco Don Ugo Uriati ad attestazione dei meriti del clero
nell'educazione e nell'istruzione dei ragazzi: ciò in un momento in cui dalle
infuocate tribune dei comizi popolari venivano lanciate sovente accuse di
oscurantismo verso la Chiesa.
Un'altra testimonianza in data e da fonte
diversa, si ha sfogliando le citate
Ricordanze Roncolesi. Scrive Don Fulcini che Verdi giovinetto, in una delle
consuete visite a Madonna Prati, fu avvicinato dal Cappellano rettore che, visto
l'interesse dimostrato dal ragazzo per la musica lo invitò a recarsi da lui più
spesso con la promessa che gliela avrebbe insegnata. Il diario continua a
parlare di Verdi e subito dopo dice: "Un
giorno Peppino, che aveva allora otto anni ...".
Queste note aiutano a stabilire che il
meritevole rettore dell'Oratorio di Madonna dei Prati, quando Verdi aveva 7/8
anni e quindi nel 1820, era Don Paolo Costa. Onesti vendette alla famiglia Verdi
la spinetta, ma poté aiutare il precoce allievo solo per un breve periodo in
quanto morì nel dicembre 1820 ed è sepolto a Roncole "uscendo
dalla porta principale della chiesa sulla sinistra" come dice il Libro dei
Morti di quella Parrocchia.
Sempre dalle
Ricordanze Roncolesi ricaviamo anche la descrizione di una visita di
Verdi a Roncole fatta nell'ottobre 1898. Scrive Don Fulcini: "L'Illustrissimo
maestro Giuseppe Verdi Commendatore, visitava con il Signor Boito, Tito Ricordi
e l'Illustre cantatrice Signora Stoltz, la chiesa della sua Patria natale.
Si
fermò a colloquio con il M. R.do Signor Chiappari Don Antonio, Prevosto,
cieco... Si congedarono dal Parroco e si mossero verso l'Oratorio della Madonna
dei Prati; e là in quella canonica il valentissimo Verdi, dimostrando loro la
camera, disse di aver appreso in quella, dal Sacerdote Rettore e Custode
dell'Oratorio i primi rudimenti della musica".
Infine, a rendere più credibile la
circostanza dei "primi passi" musicali di Verdi, Don Fulcini, parlando della
visita fatta nel 1842 da un sacerdote che per la prima volta si recava
all'Oratorio del Madonna dei Prati per le Funzioni nella giornata del SS.mo Nome
di Maria, riferisce dell'incontro di questi con il sessantenne il quale, "dopo
avergli mostrato la camera dove Verdi aveva appreso le prime nozioni di
musica...". In quell'anno Verdi era già diventato famoso con il Nabucco.
La presenza di Verdi ragazzo nei "prati di
Roncole" trova anche conferma nei documenti conservati nell'archivio della Curia
vescovile di Fidenza. Da questi emerge che il padre Carlo Verdi operava in
funzione di affittuario dei terreni costituenti la proprietà — peraltro molto
spezzettata — in capo alla Curia di Borgo San Donnino (Questi terreni venivano assegnati al miglior offerente che risultava
dalle aste appositamente indette ed alle quali Carlo Verdi partecipava
regolarmente). Risulta pertanto logico che la famiglia Verdi si portasse spesso
dalle parti del Santuario, se non addirittura risiedesse saltuariamente in una
cascina del luogo.
A questo punto viene spontanea la domanda:
perché il Santuario della Madonna dei Prati non è compreso fra i "Luoghi
Verdiani"?
Le campane e il campanile
Il
progetto originario dell'Arch. Callegari prevedeva la costruzione del campanile
staccato dal corpo della chiesa, appoggiato all'esterno dell'abside, sulla
sinistra.
L'opera non fu mai compiuta ed il
tradizionale richiamo dei Fedeli mediante il suono delle campane venne assolto
da una piccola campanella posta in una torretta provvisoria eretta sul tetto del
Santuario. Si tratta di un bronzo di dimensioni molto ridotte, fuso con sistemi
indubbiamente artigianali, senza alcuna indicazione di date o figure ed è
visibile in chiesa appesa alla parete di sinistra entrando, prima della cappella
della Sacra Famiglia. Attualmente serve per segnalare l'inizio delle funzioni.
Impossibile stabilire le origini: è stato ipotizzato che fosse piazzata sulla
cappelletta dove venne rinvenuto l'affresco della Madonna dei Prati ed è
certamente la prima campana del Santuario.
Ad essa venne affiancata, nel 1755, una
seconda campana più grande e di perfetta fattura. La si può ammirare nella
Cappella di destra sostenuta da un trespolo in ferro battuto, appositamente
allestito. Porta impresso a fusione, assieme a immagini sacre, la scritta: "Ioannes
Taliavini F. 1755 Ave sine labe concepta (Giovanni Taliavini fece 1755- Ave
concepita senza peccato originale)". La scritta ha la peculiarità di
enunciare il dogma della Immacolata Concezione cento anni prima della sua
ufficiale definizione da parte del Papa Pio IX nel 1854.
È anche emersa la storia di una terza
campanella che vale la pena citare per i precisi riferimenti pervenutici e data
l'epoca a cui risale. Si è trovato infatti, in un documento conservato
nell'archivio della Curia di Fidenza, la seguente annotazione: "3 settembre 1796. Nell'anno 1796 si è messo su il campanino della chiesa
che serve per le Messe cambiando il vecchio rotto vi hanno aggiunto Lire 13".
Questo campanino è poi stato sostituito con l'attuale campanella più grossa
sopra descritta e ciò ad opera del Rettore Don Uriati, nel 1955 quando venne
eretta la nuova torre campanaria. Il campanino, usabile anche a mano e di suono
molto squillante, si trova ora nella chiesa di Spigarolo, portato a suo tempo da
Don Giuseppe Piccoli, il non dimenticato Parroco di quella chiesa, in cambio di
altra campana di 10 kg. regalata nel 1949 quale rottame in vista della fusione
del nuovo complesso campanario del Santuario.
Nel 1911 venne dato incarico all'Arch.
Uccelli di Parma di progettare il campanile per dotare il Santuario
dell'elemento di cui sentiva da sempre la sofferta mancanza. Purtroppo anche
quel tentativo non ebbe successo a causa dell'elevato costo dell'opera, ed il
progetto rimase nel cassetto.
Fu — come detto — nel 1955 che, a
coronamento dell'opera assidua e coraggiosa del Rettore Don Uriati, fu possibile
dare corso ai lavori per la costruzione di un decoroso campanile e dell'impianto
del concerto delle campane. L'impresa del capomastro Alide Orsi, su progetto del
Prof. Camillo Piccoli, (fratello del già nominato Don Giuseppe) eresse la torre
campanaria, che raggiunge l'altezza, compresa la croce, di mt. 27, sulla quale,
lo stesso anno, vennero issate le otto campane che la Fonderia Regolo Capanni di
Fidenza aveva fuso con materiale e contributi finanziari raccolti con tanta
passione del predetto Don Uriati. Il numero delle campane risultò, per la
verità, eccedente in proporzione alle esigenze della chiesa. Ciò fu determinato
dalla imprevista massa di materiale da fusione raccolto e dalla necessità di
dover realizzare quanto i partecipanti avevano consentito con le loro generose
offerte.
Furono consacrate il 7 ottobre 1955 dal
Vescovo di Fidenza Mons. Paolo Rota. Ciascuna porta impresso in fusione il
nominativo dell'offerente e una dedica in lingua latina. Le prime quattro sono:
La Guareschina
Offerente:
Dom Christo servatori aes dicatum ecclesiae huic BMV Gratiarum in pratis a Dno
Joanne Guareschi script dilectissimae viri socii sabbatici. Operis quod Candido
inscribitur libentissime DD MCMLV
Iscrizione:
Lau date Dominum omnes gentes, laudate Eum omnes populi
Padrino:
Signor Giovannino Guareschi
Dedica:
SS.ma Trinità
Traduzione:
Nell'anno 1955 a questa chiesa della B. M. V. nei Prati, sommamente amata dallo
scrittore Signor Giovanni Guareschi, i cooperatori della redazione del "Candido"
hanno dato e donato questo bronzo dedicato a Cristo salvatore.
Lodale il Signore genti lotte lodatelo
popoli lutti.
La Squilla
Offerente:
Protege virgo script Jo Guareschi et suos nec non socium operis Alex Minardi et
fam.
MCML\/
Iscrizione:
Immaculata semper Virgo, Mater Dei in coelum Assumpta Regina Mundi o p n
Padrino:
Signor Landino Dalcò
Dedica:
B. V. M. Madre ci i Dio
Traduzione:
Proteggi o Vergine lo scrittore Giovanni Guareschi e la sua famiglia ed anche il
suo cooperatore Alessandro Minardi colla sua famiglia. 1955.
O Immacolata — sempre Vergine Madre di Dio
— Assunta in cielo —Regina del mondo. Prega per noi.
La Sociale
Offerente:
Dom Hugone Uriati Rettore parentibus huius eccl bonaf aes fusum
MCMLV cons sumpt et op Orland Dalcò.
Iscrizione:
Supernae Gratiarum Reginae Patronae Matri ac Dominae in pratis et ubique sit
honor sit gloria
Padrino:
Signor Francesco Uriati
Dedica:
S. Giuseppe
Traduzione:
Questo bronzo venne fuso essendo Rettore di questa chiesa Don Ugo Uriati
cooperando i di lui genitori, i benefattori di questa chiesa e col consiglio,
denaro e prestazioni di Landino Dalcò.
Alla Suprema Regina delle Grazie — Patrona
—Madre — Signora nei Prati e dovunque sia onore e gloria.
La Guareschina minore
Offerente:
Doct N Faletti e SEEE Soc Tel It Me Orient Soc Ind Min Montecatini et Agip tuis
famulis DNE subveni
MCMLV
Iscrizione:
Te unum in substantia Trinitatem in personis confitemur
Padrino:
Signor Dismo Campanini
Dedica:
disputa di Gesù coi dottori del Tempio.
Traduzione:
Aiuta, o Signore, i tuoi fedeli: il Dott. Noverino Faletti e la Società Emiliana
di Esercizi Elettrici, la Soc. Telefonica Italiana per il Medio Oriente, la Soc.
Ind. Min. Montecatini e la Soc. AGIP.
Te adoriamo unico Dio nella sostanza —
Trino nelle persone.
Le altre quattro:
La Parrocchiale
Padrino:
Signor Ugo Oppici
Dedica:
Presentazione di Gesù al Tempio
L'Antica
Padrino:
Signor Albino Donati
Dedica:
Visita di Maria SS.ma a Santa Elisabetta
La Dottrina
Padrino:
Signor Gino Rastelli
Dedica:
Nascita di N. S. Gesù Cristo
La Festiva
Padrino:
Signor Vittorio Fava
Dedica:
SS.ma Vergine Annunziata
Il 24 novembre 1955 le campane suonarono
per la prima volta ed è doveroso ricordare l'ulteriore apporto generoso delle
famiglie della Parrocchia per l'installazione sulla torre campanaria del
castello e dei ceppi e l'acquisto delle funi per le otto campane.
Il ristorante del Santuario e i
suoi personaggi
I
Prati della Colombarola, col tempo diventati Madonna Prati, non avevano altra
rinomanza se non quella derivata dalle pratiche religiose che si tenevano
attorno alla chiesa e che richiamavano periodicamente turbe di fedeli. La zona
rimase pertanto con le stesse caratteristiche di estensione immensa di verdi
prati ancora per oltre 200 anni dopo al costruzione del Santuario. Vi erano
soltanto tre o quattro poderi (Colombarola, Servi, Cascina, Separata che in
dialetto è detta "Spara") ma nessun'altra struttura civile.
Fu così che Don Leto Bocelli, Rettore
dell'Oratorio dal 1909 al 1916, dopo una favorevole esperienza fatta nel 1910 in
occasione di un pellegrinaggio di oltre 200 persone da Borgo San Donnino, tutte
ospitate sotto il porticato che allora esisteva, e tutte rifocillate con un
servizio di ristoro espletato dall'Egregio Sig. ex Colonnello Claudio al Caffè
Centrale di Busseto, ritenne giunto il momento di istituire un punto di ristoro
presso la chiesa. Egli destinò a questo uso il già detto portico, e alla fione
dei lavori, il ristorante si presentava come appare nella vecchia foto ripresa
da una cartolina dell'epoca. Venne inaugurato il 7 maggio 1911.
La conduzione fu affidata al sign.
Aristodemo Oppici, padre di Ugo cui va riconosciuto il merito — come diremo
anche più avanti — di aver introdotto la "torta fritta" fra le specialità di
richiamo della nostra zona (sino ad allora la faceva solo in casa e
saltuariamente). Il contratto, della durata di tre anni, fu disdetto alla
scadenza. Sembra che il gestore non avesse mantenuto fede ai doveri
contrattuali, specie in relazione agli obblighi imposti dalla serietà del luogo,
sacro alle pratiche religiose piuttosto che ai piaceri del bere. L’11 maggio
1915 Oppici fu invitato ad andarsene, ma rimase sin verso novembre. E quando
lasciò, non fu per smettere l'attività bensì per continuarla, con i figli, in un
modesto locale costruito a poche decine di metri. Lì cominciò a farsi le ossa il
figlio Ugo aiutato dalla "Giulieta" Caraffini detta "la nera" e da lì cominciò a
sorgere il nucleo di case che costituisce oggi il "centro" di Madonna Prati. Un
tentativo promosso da Don Uriati di fare elevare la località al rango di
frazione per avere il cimitero, la scuola e il telefono, rimase in discussione
per diversi anni ma non poté concretarsi in tutto per la sopravvenuta
diminuzione della popolazione. Comunque qualcosa è arrivato; le scuole,
inaugurate il 30 ottobre 1954 ma, ahimé, richiuse dopo pochi anni, e il
telefono. Ora resta solo quest'ultimo nella torre "Trattoria dei Prati"
costruita come ultimo atto a Madonna Prati da Ugo Oppici prima di andarsene al
Coduro e a Busseto lasciando la gestione dell'esercizio a Mario Pancini. A
questi successe Romano Campanini, nipote di Ugo Oppici, ed ora la sua famiglia,
Turivia in testa, ne guida le sorti. E’ appunto con i Campanini che Ugo Oppici
diede impulso e aprì le porte per la penetrazione della "torta fritta" nei
ristoranti della Bassa.
Gli agenti atmosferici nella
storia del Santuario
Il
richiamo alla natura contadina, che lo stesso nome del Santuario rievoca ogni
volta che lo si pronuncia, è strettamente legato alla sua storia.
Qui per secoli le popolazioni rurali della
zona hanno guardato, sperato, temuto, pregato, invocato per un'unica protezione:
la salvaguardia dei frutti del loro modesto lavoro.
I maggiori pericoli per la campagna erano
quelli legati all'andamento degli agenti atmosferici (oggi ce ne sono tanti
altri), per cui la protezione che si invocava nelle chiese era rivolta
soprattutto contro le furie della natura.
Si può certamente affermare, per il
Santuario di Madonna dei Prati, che i fatti principali che hanno influenzato il
corso della sua vita, sono venuti dalle perturbazioni atmosferiche, sotto la
veste di alluvioni o periodi di siccità, comunque frequenti ed anche dolorose.
Le manifestazioni di fede e di invocazione
si susseguivano in continuazione ma la più sentita dai villici — pur se
istituita non molto lontano nel tempo — era la "Festa Votiva" che nel 1980 ebbe
luogo per la prima volta per implorare la pioggia in un anno di particolare
siccità. E per molti anni, la seconda domenica di maggio vide ripetersi
regolarmente la funzione alla quale, nel 1905, si aggiunse la processione.
Racconta Don Bocelli nel Diario che la cerimonia del maggio 1910 si svolse sotto
un cielo plumbeo e minaccioso ma non cadde una goccia di pioggia. C'è anche chi
ricorda che in un anno attorno al 1930, nel mese di luglio, si organizzò una
analoga processione, però nell'intento di ottenere il risultato contrario, e
cioè la cessazione della pioggia che consentisse il ricoverare il frumento
mietuto che giaceva bagnato sui campi. In quella occasione vennero bruciati rami
di olivo come era uso fare allora.
Nel più volte citato libretto di Don
Sincero Badini, si riporta la descrizione di una grazia ricevuta. Eccola nel
testo integrale:
"Durante
un furioso temporale Menta Ortensia e il suo consorte restarono orribilmente
bruciacchiati da un fulmine caduto nella loro casa dove se ne stavano
tranquilli. I due coniugi si rivolsero nella loro disgrazia a Maria Vergine;
pregarono fervorosamente, promisero di visitare la Cappelletta e ottennero la
grazia di un perfetto ristabilimento in salute". Il fatto accadde prima del
1960.
Anche la sorte dei due portici laterali
all'ingresso principale della chiesa (pronao) — di cui si è detto — fu segnalata
da cause naturali.
Si legge sulle già citate Ricordanze
Roncolelesi di Don Giovanni Fulmini, il racconto fatto nel 1942 da un sagrestano
del Santuario di Madonna dei Prati secondo il quale, quando lui era ventenne
(circa il 1802) "... venne il Vescovo. Nel
corso della visita venne un acquazzone ed il cocchiere riparò la vettura sotto i
portici ma ciononostante la vettura si bagnò internamente. Il Vescovo allora
invitò i 'fabbricieri' a fare le opportune ripartazioni. Fu fatto osservare che
i due portici erano pericolanti per cui sarebbe stato meglio abbatterli: e così
fu fatto. Se ne vedono ancora le vestigia, a destra e a sinistra della porta
d'ingresso all'Oratorio. I mattoni furono condotti (a Roncole?) per fabbricare
un portico attaccato al muro di facciata della casa detta della Madonna dei
Prati, posta al muro di facciata della casa detta della Madonna dei Prati, posta
sul principio e a destra della strada che conduce alla Bassa dei Maj. Sopra la
porta d'ingresso a questa casa si vedeva l'Immagine di Maria, dipinta a fresco,
copia della venerata nell'Oratorio dei Prati. Dopo la soppressione, questa casa
con l'annesso terreno venne messa in vendita. L'acquirente fece demolire il
portico e mettere in buon stato il muro, lasciando però intatta l'Immagine della
Madonna".
Gli elementi forniti da questa
attestazione non hanno permesso di individuare la casa in oggetto.
Il fatto che da solo basterebbe per
evidenziare lo stretto legame della storia della chiesa della S. Madonna dei
Prati con le fantasie atmosferiche della natura, è certamente quello avvenuto il
14 settembre 1828 quando un fulmine, scaricatosi sull'abside dietro l'altare
maggiore, provocò la morte di sei persone (quattro preti e due civili). Il
luttuosissimo e spaventoso evento già allora fu oggetto di disposizione della
stampa, e ci sembra inutile aggiungere annotazioni a quanto descritto nel
seguente reportage dell'epoca:
Avvenimenti
Funesti
Parma, 19
settembre 1828.
Dalla gentilezza dell'Illustrissimo signor
Pretore di Busseto abbiamo la minuta descrizione di una disgrazia giorni sono,
in conseguenza di un fulmine. Persuasi dell'esatta verità della relazione dietro
ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tal quale e a noi pervenuta
cortesemente per lettera del su I lodato Magistrato.
Busseto, 15
settembre 1828.
Ieri giorno 14 del corrente, domenica
infra l'ottava della Natività della B.V. in un Oratorio di Fondazione della
nobilissima Casa Boselli di Parma, posto nel comunello di Roncole, Pretura di
Bussetto, in quasi uguale distanza da Busseto, Soragna e Zibello, in mezzo a
vasta ed aridissima prateria, solennizzatasi la festa del Santissimo Nome di
Maria. In altri anni concorrevanvi tutti i preti delle vicine Parrocchie;
fortunatamente per chi non ne accettò l'invito, quest'anno in solo numero di
cinque vi sono intervenuti.
Destatosi fiero temporale mentre verso le
tre pomeridiane si incominciavano i Vesperi, un fulmine caduto, e pare verso la
volta della chiesa nella parte del Santuario, ferì od uccise quattro preti e due
scolari. Restava nel mezzo il Prevosto di Roncole Don Pietro Montanari, ed è
rimasto illeso. A mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi, Arciprete di
Frescarolo di anni sessanta, rimasto morto, era seduto, ed in aspetto di uomo
che inediti. Presso di questo, e dalla parte del Vangelo, steso per terra morto,
ma senza nessun segno Don Luigi Menegalli, Arciprete di Semoriva di anni
cinquanta; vicino a questo disteso pure per terra e morto, senza alterazione del
corpo, Francesco Luzzi d'anni trentasei circa, sarto di professione, di Santa
Croce di Zibello, senza segni esteriori. Seduto poi quasi presso la portiera che
mette nel Santuario, morto, ma con sembianza d'uomo che placidamente dormisse,
Bianchi Gaetano, nubile, sarto di professione, d'anni venticinque, delle
Roncole. Dalla parte dell'Epistola, affatto vicino al fortunato Don Pietro
Montanari steso per terra, annerito, e volto e mani e capelli abbruciati e
ciglia, con molte lacerature negli abiti, e con la scarpa del piede diritto, di
pelle di vitello, così lacera, come quando si abbrucia, Don Bartolomeo Orioli,
Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso questo, morto, ma seduto, ed in
aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza nessuna ferita stava il
cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole, d'anni cinquanta. Dalle
assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini restava certo
Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione sul braccio
destro, col quale toccava quasi il Masini.
Visitata attentamente la chiesa, non ho
potuto rilevare che due fori, che corrispondono alle estremità della catena di
Ferro che lega il volto (la volta) del Santuario. Una grande cornice ad intaglio
che circonda il quadro dell'altare maggiore, dorata, e sulla cima della quale
stavvi una gran croce, cominciando da essa è rimasta per una quarta parte
spogliata dalla doratura, ma irregolarmente, ed in egual proporzione da una
parte, e dall'altra, dove precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e
dell'Orzi.
Per quanto io mi abbia indagato in quel
punto non sonavansi le campane.
Non sono rimasti vittime di questa
terribile meteora solamente degli uomini; ma due piccoli dei Sacerdoti Orzi e
Menegalli, sono rimasti morti appiedi de' loro padroni. Morta è pure rimasta una
pulledra, che trovavansi al pascolo alla distanza di circa cinquecento passi
dalla Chiesa: dubbio è però che lo stesso fulmine abbia ferito anche questa,
giacché poco prima, eransi sentito lì vicino lo scoppio di altro fulmine.
Un provvedimento preso nel 1910 dal più
volte citato Don Leto Bocelli per premunirsi in favore dei pellegrini che, per
la ressa, non trovavano posto in chiesa e rimanevano facile bersaglio degli
acquazzoni che si scatenavano frequentemente sul piazzale, fu l'acquisto di un
ampio tendone di fibra di canapa, con tiranti, che copriva circa metà del
sagrato. Resistette parecchi anni, sino al giorno in cui un temporale di
particolare veemenza lo strappò e lo rese inutilizzabile.
Don Pietro Bovini, che fu il primo Parroco
nel 1926 e che resse le sorti della chiesa per oltre 30 anni dal 1916 al 1947,
raccontava di essere rimasto tramortito da un fulmine che si scaricò sulla
campana mentre lui azionava con una corda (metallica) per avvertire la gente del
pericolo di imminente tempesta. L'attuale Rettore, Don Ugo Uriati, conserva un
tratto di quella corda.
Trascurando l'alluvione del Po del 1951,
causa anch'essi spaventi e lutto, è infine da ricordare il "tornado" abbattutosi
nell'estate del 1971 sulla zona, il tetto del Santuario né uscì gravemente
danneggiato e si dovette procedere al suo rifacimento.
I Pellegrinaggi
Un
capitolo a parte meritano i Pellegrinaggi che hanno sempre attestato come
sentita e calorosa fosse la devozione verso la Madonna dei Prati da parte della
gente del posto ma anche di quella proveniente da lontano.
Come già precisato, l'Oratorio di Madonna
dei Prati fu designato come Santuario diocesano dal Vescovo Pietro Terroni il 23
aprile 1904. Da allora, e per certi periodi con una frequenza sorprendente, si
susseguirono i pellegrinaggi organizzati da parrocchie, confraternite, istituti
religiosi e laici, scolaresche, conventi, ecc. con turbe di persone al seguito o
anche con pochi ma ben fervorosi fedeli.
Anche in questo caso dobbiamo alla
precisione ed alla assidua cura di Don Leto Bocelli se possiamo riportare le
note curiose e patetiche di alcuni fra i numerosissimi descritti nel Libro dei
Pellegrinaggi.
8 maggio 1910 da Castione: 82 donne
accompagnate dal Parroco
"...
ad un certo punto una povera isterica si dié a gridare come una forsennata alla
Madonna stando ginocchioni in terra a braccia aperte... Non voglio più si
abbiano a ripetere simili ridicolaggini, essendo cose da Napolitani".
2 giugno 1910 da Borgo S.Donnina: oltre
200 persone
Prezzo del biglietto in treno (tram) Lire
0,80
Partenza da Borgo S.Donnino ore 6.00
Arrivo al Santuario (via Soragna -
Roncole) ore 7.30
Ritorno al Santuario ore 10,30
Ritorno a Roncole ore 11.15
Arrivo a Borgo S.Donnino ore 13.00
I pellegrinaggi da Chiusa Ferranda e da
Castellina saliranno nel treno speciale alle rispettive fermate.
Da Roncole a Madonna Prati e viceversa con
vetture da Busseto oppure a piedi.
16 luglio 1915
Un Pellegrinaggio singolare
"Se
il pellegrinaggio che sto per registrare merita una nota tutta sua propria, non
fu certo pel suo grande concorso perché si componeva di una sola persona, ma
bensì per l'ardente fede e per la pietà da Costei addimostrata, sino a
commuovere le lacrime.
Fu
l'Egregia Sig.ra Bocchi Margherita maritata Guareschi di Diolo, che per una
grazia ottenuta per intercessione di questa Taumaturga Madonna, fè voto di
venire a piedi scalzi al Santuario, per compiervi le proprie devozioni in segno
di ringraziamento, e alla mattina del 16 luglio, come da preavviso, arrivò
infatti da Diolo a piedi scalzi.
Appena la vidi, mi destò la più grande compassione e non soltanto perché in
faccia si conosceva una persona stanca e affaticata per il lungo camminare, ma
oziando perché la si vedeva anche sfinita e certo per le molte orazioni che
senz'altro aveva recitato lungo la strada colla domestica che l'accompagnava.
Arrivata però che fu al limite della porta della Chiesa, non permisi che più
avesse a proseguire a piedi scalzi stante la freddura troppo risentita del
pavimento, e questo per evitare ad incontrare alla medesima qualche malanno
perché la si vedeva sudata. Dietro quindi mie ripetute insistenze, la pia
Signora obbedì e calzate due pantofole che gli furono, prestate, ginocchioni per
ben tre volte, baciando e bagnando di calde lacrime il pavimento, andò dalla
porta all'altare maggiore.
Dopo
un quarto d'ora di assorta preghiera, si alzò e prima ancora che avessi
cominciato la S. Messa, domandò per riconciliarsi.
La
pia Signora, compiute le proprie divozioni, se ne ritornò, non più però a piedi,
ma con un superbo cocchio che espressamente aveva fatto venire da casa sua, e
prima ancora di lasciare questo Sacro recinto, più volte mi ringraziò, e in
Chiesa (senza verun rispetto umano) dié ai pochi fortunati che ci si trovavano,
prova veramente stragrande della sua ardente fede."
21 maggio 1914 da Borgo S. Donnine: 85
persone.
"In
tram sino a Roncole. A piedi da Roncole al Santuario con la banda in testa".
Fatti e misfatti
Un
fatto, con risvolti anche boccacceschi, che si inserisce indirettamente sia
nella storia del Santuario che di Giuseppe Verdi, è quello che ha per
protagonisti sia un sacerdote nativo di Soarza e la figlia della levatrice
comunale di Busseto che aveva ottenuto alloggio nello stabile della canonica di
Madonna dei Prati.
Va premesso, per la verità, che non vi
sono documenti che comprovino quanto è qui raccontato; tuttavia i tempi
dell'intreccio, le date ricostruite e, soprattutto, i sia pur vaghi ed incerti
ricordi riferiti a suo tempo da alcuni superstiti, fanno credere che non tutto
sia inventato.
I fatti:
Giuseppe Verdi, dopo il 1860 amò ritirarsi
spesso nella sua villa di S. Agata da dove ancora effuse quelle che dovevano
essere le sue ultime incomparabili melodie e dove si godette anche la sua
vecchiaia. Attaccato alle tradizioni e ad una salda fede cristiana, disponendo
della cappella privata nella Villa, si rivolse alla Curia di Borgo S. Donnino
per poter avere tutte le domeniche un sacerdote che lo coadiuvasse per assolvere
l'impegno del precetto festivo.
La richiesta venne ovviamente accolta e fu
incaricato per la bisogna Don Ricordano Bottazzi, Professore al Seminario della
città, sacerdote ritenuto all'altezza per un compito così particolare ed
impegnativo avendo Verdi fatto capire che avrebbe intrattenuto il ministro del
culto in piacevoli e anche in dotti conversari.
L'accordo si concretò e regolarmente ogni
mattina della domenica il cocchiere di Verdi andava a prendere il sacerdote con
la carrozza, lo portava a S. Agata dove lo lasciava per la funzione religiosa e
per il pranzo e, ad una certa ora, lo riprendeva per riportarlo al suo
domicilio.
Ma ecco lo zampino del diavolo! Per un
accordo fra il vetturino e il trasportato, la carrozza, invece di prendere la
strada del ritorno per Borgo S. Donnino, deviava ad un certo punto per Madonna
Prati dove ad aspettare don Bottazzi c'era Realina, la bella figlia della
levatrice. Va precisato che all'epoca il Santuario era in forte decadimento e
non vi si tenevano funzioni religiose nemmeno la domenica. L'interno della
chiesa sarebbe stato addirittura utilizzato quale deposito di attrezzi agricoli.
In questa situazione la canonica era stata adibita a residenza dello stradino
comunale (era Benvenuto Tessoni, padre di Lino che a Busseto fu stimato
capomastro ed ebbe quattro figli: Ennio, Isolo, Romano e Nelda) e della
levatrice. Il rientro in seminario avveniva la mattina del lunedì.
La vita del Professore venne sconvolta
dagli sviluppi che questa storia assunse. Certamente la fede del religioso e il
senno dell'uomo di cultura vennero totalmente stravolti sicché il suo
comportamento negli anni successivi risultò completamente errato.
Lasciato l'abito talare, non rinnegò
l'ambiente religioso e si fece pastore protestante stabilendosi a Conversano, in
Puglia. Si unì con la donna ed ebbe non meno di tre figli, forse cinque. Sembra
che avesse trovato una ottima sistemazione, anche sotto l'aspetto economico, e
di ciò si compiaceva di darne attestazione nelle sue fugaci ma appariscenti
venute a Soarza, dove si incontrava con il "prevusten" Mons. Guido Vezzani.
Naturalmente la Chiesa di Roma lo scomunicò.
Ma ecco quella che qualsiasi laico chiama
"la mano del destino" e un fervente cristiano "il castigo di Dio": in uno dei
numerosi terremoti che sconquassarono l'Italia Meridionale nei primi anni del
1900, la donna perì sotto le macerie con tutti i figli!
A Don Bottazzi non rimase che rifugiarsi
nella disperazione.
Pian piano — negli anni successivi —
riaprì il dialogo con le autorità ecclesiastiche e fece sapere di voler espiare
in tutto le sue colpe. Col consenso del Vaticano, che gli impose una molto
impegnativa e lunga penitenza, si Fece benedettino e fu ammesso all'Abbazia di
San Giovanni a Parma.
Alla vigilia di poter riprendere ad
officiare la S. Messa, morì.
"Il
fatto potrebbe sollevare in qualche lettore un certo senso di meraviglia.
Bisogna considerare che un sacerdote ricevendo, a coronamento delle sue
aspirazioni di vocazione, la consacrazione sacerdotale, non cambia la propria
natura di «povero uomo» e non si trasforma in un angelo, ma gli istinti umani,
quale discendente dal padre Adamo, rimangono sempre, pronti a provocare continue
battaglie spirituali con trionfi e sconfitte, se non lo sostiene la forza
dall'alto. Maggior meraviglia però dovrebbe fare la riconversione del nostro
protagonista, certamente preparata dalle preghiere dei propri parenti, dei
confratelli e di tanti buoni cristiani e dalle ispirazioni di quella che noi
amiamo come nostra mamma nel cielo: la Madonna. Se proprio all'ombra del suo
Santuario un figlio a Lei caro ha trovato occasione di pervertimento, questo
figlio da Lei seguito col continuo rimorso nel cuore e col continuo richiamo
materno, ha potuto, novello figliuol prodigo, ritrovare anche la via del
ritorno. Ciò si addice ai fasti di Maria! Anzi il fatto ci ammaestra che anche
dopo le più gravi colpe non dobbiamo mai disperare del perdono: LA MISERICORDIA
DIVINA HA SÌ GRAN BRACCIA CHE ACCOGLIE CHIUNQUE SI RIVOLGE A LEI!"
Un altro fatto riportato nelle "Ricordanze
Roncolesi" di Don Giovanni Fulcini (agosto 1900) è il seguente: "L'inganno torna a scapito dell'ingannatore".
Mentre due signori di Busseto stavano
cacciando nei pressi dell'Oratorio della Madonna dei Prati si presentano ad essi
due individui lagnantisi di essere rimasti feriti dai loro proiettili. Avevano
infatti sul volto qualche ferita e pretendevano un compenso di Lire 50 per
ciascuno. I due cacciatori stettero sulla negativa e allora i feriti si
rivolsero ai genitori dei medesimi. Ma oh! infelice astuzia! Essendosi
constatato che le ferite non erano che graffiature volontarie, fatte per
compiere una truffa, i malcauti furono tradotti in gattabuia dove senza dubbio
mediteranno seriamente sulla fallacia dei disegni umani.
Soste in provincia
Busseto,
agosto
Ognuno
può immaginare come abbia conferito decoro e solennità alla devozione dei
pellegrini la costruzione del nuovo ampio edificio sacro, quale santuario in cui
si venerava la immagine prodigiosa che prima era nella angusta e povera
cappellina. L'architetto a cui è dovuto il progetto e la esecuzione era per
graziosa combinazione un roncolese: Francesco Calligari. La chiesa misura 20
metri di larghezza per 20 di lunghezza, avendo uno stile bramantesco, con due
cappelline nel mezzo della chiesa, le quali servono a dare uguali proporzioni di
larghezza e di lunghezza al tempio. Il santuario ricevette la solenne
benedizione del Vescovo il 15 settembre del 1691, ricorrendo in quel giorno la
festa del Nome di Maria SS. Generose donazioni si aggiunsero a quella dei
Boselli e tal Tommaso Vitali di Busseto lasciò erede universale il Santuario,
mentre il Sac. Giulio Cesare Mai (della famiglia cui si intitola la Bassa dei
Mai) — delle Roncole lasciò cinque biolche di terra in donazione, con l'obbligo
della S. Messa festiva nel Santuario.
La devozione che ogni anno andava
crescendo e portava maggior concorso al Santuario ebbe un brusco arresto con
l'episodio noto della folgore che tanta morte seminò nell'interno del Santuario.
Fu un avvertimento così luttuoso e spaventoso che i presenti ne restarono
sbalorditi, al ripensarvi, per tutta la vita.
Nel pomeriggio del 14 settembre 1828,
mentre appena erano iniziati i Vespri e i sacerdoti presenti erano seduti in
coro coi cantori ai lati, si ebbe lo scoppio di una folgore con uno schianto
formidabile nello stesso Santuario. Il pomeriggio si era iniziato con un'afa
incombente, che non aveva però trattenuto l'accorrere dei
fedeli, dei quali molti invece si
fermarono poi nelle case lungo la strada quando videro alzarsi un temporale
nero, e percorso da un vento impetuosissimo. Pare che poco prima una folgore
avesse incenerito un cavallo al pascolo in un prato vicino.
Poi altra folgore di proporzioni inaudite
cadde, come dicemmo, sul Santuario, e precisamente in coro, lasciando molti
cadaveri sul suo passaggio, rotto il muro in alcune parti, e incolume invece il
Sacerdote officiante, parroco delle Roncole, Don Montanari Pietro leggermente
offeso in una gamba. Lo spavento subìto fu tale che dovette essere portato alle
Roncole su un calesse, né volle poi celebrare le esequie del suo
cappellano,rimasto tra le vittime, non reggendogli le forze fisiche anche dopo
alcuni giorni dal luttuoso episodio, di cui abbiamo trovato memoria in una
relazione del pretore di Busseto che vogliamo trascrivere integralmente:
Parma, 19 Settembre 1828.
Dalla gentilezza dell'Illustrissimo Signor Pretore di Busseto abbiamo la minuta
descrizione di una disgrazia avvenuta giorni or sono in conseguenza di un
fulmine. Persuasi dell'esatta verità della, relazione, che fu estesa dietro
ispezione officiale del fatto, noi qui la riportiamo tale e quale a noi è
pervenuta per lettera cortese del sullodato magistrato.
Busseto, 15 Settembre 1828.
Ieri
giorno 14 del corrente, Domenica infra l'ottava della Natività della B. V. in un
oratorio di fondazione della nobilissima Casa Boselli di Parma, posta nel
Comunello di Roncole, Pretura di Busseto in quasi uguale distanza da Busseto,
Soragna, Zibello, in mezzo a vasta ed aridissima prateria, solennizavasi la
festa del SS.mo Nome di Maria. In altri anni concorrevanvi tutti i preti delle
vicine parrocchie; fortunatamente, per chi non ne accettò l'invito, quest'anno
in solo numero di cinque vi sono intervenuti. Destatosi fiero temporale, mentre
verso le tre pomeridiane si incominciavano i vespri, un fulmine caduto, e
pare verso la volta della Chiesa nella parte del Santuario, ferì, ed
uccise quattro preti e
due secolari. Restava nel mezzo il Prevosto di Roncole. Don Pietro
Montanari, ed è rimasto illeso. A mano destra, e presso di lui Don Pietro Orzi,
Arciprete di Frescarolo di anni sessanta, rimasto morto, ma seduto, ed in
aspetto di uomo che mediti. Presso di questo e dalla parte del Vangelo, steso
per terra morto, ma senza nessun segno Don Luigi Menegalli Arciprete di Semoriva
di anni cinquanta: vicino a questo disteso pure per terra e
morto, senza alterazione nel corpo, Francesco Luzzi d'anni 36 circa,
sarto di professione, di S. Croce di Zibello, senza segni esterni.
Seduto poi quasi presso la portiera che mette nel Santuario, morto, ma, in
sembianza d'uomo che placidamente dormisse Bianchi Gaetano, nubile, sarto di
professione, di anni Venticinque delle Roncole. Dalla parte dell'Epistola,
affatto vicino al fortunato Don Pietro Montanari, steso per terra, annerito e
volto e mani e capelli abbrucciati e ciglia, con molte lacerazioni negli abiti e
colla scarpa del piede diritto, di pelle di vitello, così lacera, come quando si
brucia, Don Bartolomeo Orioli, Arciprete di Spigarolo d'anni quaranta. Presso
questo morto, ma seduto, ed in aspetto d'uomo che soffra grandi dolori, e senza
nessuna ferita stava il cadavere di Don Giacomo Masini, Cappellano di Roncole,
di anni cinquanta.
Dalle assunte informazioni ho rilevato, che seduto presso il Masini restava
certo Borreri Luigi, il quale non ha riportato che una grande contusione sul
braccio destro, col quale toccava quasi il Masini.
Visitata attentamente la Chiesa, non ho potuto rilevare che due fori che
corrispondono alle estremità della catena di ferro che lega il volto del
Santuario. Una grande cornice ad intaglio che circonda il quadro del'Altare
Maggiore, dorata, e sulla cima della quale stavvi una gran croce, cominciando da
essa è rimasta per una quarta parte spogliata della doratura ma irregolarmente
ed in egual proporzione da una parte e dall'altra. Sotto questa, che resta
sostenuta da grossi ferramenti, colpito il muro da una parte, e dall'altra, dove
precisamente corrispondevano le teste dell'Orioli e dell'Orzi. Per quanto io mi
abbia indagato in quel punto non suonavansi le campane. Non sono rimasti vittima
di questa terribile meteora, solamente degli uomini; ma due piccoli cani dei
Sacerdoti Orzi e Meneghelli sono rimasti morti appiedi dei loro padroni. Morta è
pure rimasta una puledra che trovavasi al pascolo alla distanza di circa
cinquecento passi dalla chiesa: dubbio è però che lo stesso fulmine abbia ferito
anche questa, giacché poco prima erasi sentito lì vicino lo scoppio di altro
fulmine.
Nel
pomeriggio, quando ancora durava l'ora burrascosa e mentre, per dirla col
Manzoni, "le nuvole trascorrevano davanti la faccia del sole, alternando ogni
momento una luce arrabbiata e un freddo buio", (come sulla faccia
dell'Innominato i pensieri nel viaggio di ritorno al Castello, dopo l'incontro
con Federigo), nel Santuario s'udirono pianti e gemiti di terrore e di dolore.
Da quel giorno, dicemmo, parve ucciso lo stesso Santuario che tardò a riprendere
vita e concorso di devoti, fin quasi agli albori del nostro secolo. Ma intanto
dobbiamo accennare all'episodio verdiano riguardante questa sventura. Ne parlano
tutti gli autori della vita e di ricordi verdiani. Il giovinetto Verdi era stato
chierichetto alle Roncole aveva ogni anno servito all'altare nelle funzioni al
Santuario ch'era alle dirette dipendenze delle Roncole. La mattina di quel 14
settembre, come racconta il Pizzi: "Verdi aveva assistito e preso parte,
cantando con gli altri, alla Messa solenne, e poi si era recato a pranzo di
certi Michiara. Nel pomeriggio doveva ritornarvi per i vespri, ma poiché fece
tardi e giunse alla chiesa quando i vespri eran già cominciati, così non salì
alla cantoria. Sopravvenne un furioso temporale, nel quale cadde un fulmine
sulla chiesa..." Tralasciamo le altre parole ancor più impregnate di
imprecisioni che non queste. Non si cantava nella cantoria, ma in coro e i due
sarti uccisi erano due dei cantori dei Vespri. Verdi non era presente: era
ancora in casa Michiara trattenuto dallo spavento che metteva in tutti il
temporale avanzante. La lapide che alcuni dicono dettata dal Crescini, altri dal
Paciaudi, fu dettata invece dal Seletti. Verdi aveva avuto un rimprovero, molti
anni prima, dal Cappellano delle Roncole, durante la Messa solenne, mentre stava
con le ampolle in mano all'altare, e tale rimprovero fu poco gentilmente
accompagnato da uno scapaccione, sì che gli sarebbe scappato detto: «Dio t'manda
una saiètta», la quale colpì proprio il Don Marzini [Masini, N.d.R.] pochi anni
dopo. A parte questa espressione così combaciante col fatto sopravvenuto, è
storico l'episodio e il commento di Verdi quando si recò per l'ultima volta alle
Roncole nel 1900, e ricordò ai sacerdoti presenti i lontani anni della puerizia
e la disgraziata fine di Don Marzini [Masini, N.d.R.], di cui disse
scherzosamente: «Fu castigato severamente di quello che mi aveva fatto in
chiesa...».
Sta
il fatto che Verdi ricordava anche al Resasco e al De Amicis l'episodio della
folgore che pure nella sua mente aveva stampato, per gli effetti tanto letali e
lo schianto formidabile udito a larga distanza, una impressione indelebile.
Al
Santuario tornò poi spesso da Sant'Agata e tentò più volte di poter comperare
una splendida e singolarissima cornice che adorna l'altare di destra.
Il
Santuario, come l'abbiamo visto in questi giorni, con quella sua caratteristica
cancellata dinnanzi, e i muri nerastri a mattone scomposto, non ci ha dato
l'impressione che ci aspettavamo, però in esso tutto è semplice e gli ex-voto
appesi alle pareti ci parlano delle grazie avute di fedeli. La immagine che è
nel mezzo della parete del coro è stata più volte ritoccata e non presenta
nessun pregio artistico, mentre una ampissima cornice di bella fattura la
circonda.
La
elevazione a parrocchia ha dato vita continua e rifluente all'ampia chiesa e
maggiore comodità agli accorrenti che vanno aumentando ogni anno, anche per
l'interessamento sincero e devoto che ha per il Santuario Mons. Vianello attuale
Vescovo di Fidenza, continuando in tal modo la tradizione dei suoi predecessori.
Ferratino
(don
Ferruccio Botti)
da
"Corriere Emiliano", 24 agosto 1941
Il
Santuario della ,Madonna dei Prati presso Busseto.
L’episodio luttuosissimo del 1828.
— Giuseppe Verdi scampato dalla funesta
sciagura —
Il
Santuario ai giorni nostri
La Madonna dei Prati e il suo
Santuario
del Can.c d. Sincero Bandini
A voi
REVERENDI CHIERICI
DEL
SEMINARIO FIDENTINO
CHE
CON
SENSO SQUISITO DI RELIGIOSA PIETÀ
E CON
INDOMATA LENA
VI
ADOPERASTE PERCHÉ FOSSE RITORNATO
AL
PRISTINO DECORO
If,
SANTUARIO DELLA MADONNA DEI PRATI
QUESTE BREVI PAGINE
CHE
NE DICONO LA STORIA
CON
SINCERA AMMIRAZIONE
DEDICO.
L’A.
Al lettore
Ho
inteso di onorare Maria Santissima e di attestarle in qualche modo la mia
profonda gratitudine scrivendo e pubblicando questo libricino in cui narro la
storia di uno dei tanti Santuari cui la pietà dei fedeli volle a Lei dedicare.
E’
un lavoro modestissimo il mio, ma mi conforta il pensiero che alla Regina del
cielo e della terra non meno che le rose superbe dei giardini tornano graditi i
ranuncoli del campo quando è l'amore di un suo figlio che li dona.
Me
felice se riescirò ad accrescere in qualche anima la devozione verso Colei che
alta più che creatura è la dispensatrice delle grazie più elette e dei favori
più segnalati.
Questi e non altri i sentimenti che mi animano, mentre licenzio al pubblico il
presente opuscoletto — e tu, benevolo e pio lettore, non scordartene e sarai
benigno verso l'opera mia. Vale, frater, e prega per me.
L’Autore
Solarium
peregrinationis nostrae
S. Lorenzo
Giustiniani
A Roncole di Busseto, alla distanza dì due
chilometri circa dalla chiesa parrocchiale — verso il Po — sorge un bellissimo
Santuario dedicato a Maria SS.ma che vi si venera sotto il titolo di Madonna del
Prati.
La ragione di questo bell'appellativo è
chiara. A torno a torno infatti, ín quella località, si estende una vastissima e
silente pianura messa a prateria, intersecata da fossi e da canali, verdeggiante
— mentre io scrivo — per le crescenti e floride erbe e rallegrata dal canto di
qualche solitaria allodola nonché dall'eco tenue di canzoni agresti che vengono
da lontani casolari colonici.
In quella distesa di latifondi feraci,
suggestivamente pensosa, il tempio di Maria si eleva severo e snello nel
medesimo tempo, e sia che biancheggino sulle circostanti campagne le nevi, sia
che la nebbia grigia incomba, sia che il sole divampi lucido e smagliante,
appare come un'oasi che inviti le anime alle dolci soavità della preghiera e del
raccoglimento, a quell'oblio delle cure ed afflizioni terrene che è concesso
soltanto a chi nella Madre del bell'amore, nella Consolatrice degli afflitti,
nel Rifugio dei peccatori ha rivolta intensivamente e con sublime dedizione ogni
sua speranza.
Per questo da lungo tempo un numero
stragrande di fedeli vivamente deplorava che la mancanza di mezzi pecuniarii e
la scarsezza del Clero non permettessero di tenere aperto del continuo al culto
il Santuario — al quale già da molti anni soltanto nella festa del Nome
Santissimo di Maria si accedeva, sempre, si intende, con l'affluenza di fedeli e
con edificante pietà. Finalmente però i voti di tanti cuori accesi di vero amore
per Maria hanno avuto coronamento e di questi giorni il Santuario della Madonna
dei Prati si dischiude per rimanere sempre aperto, per essere meta a frequenti e
devoti pellegrinaggi, per dare adito a tanti peccatori di prostrarsi d'innanzi
alla Madre offesa e chiederle perdono, per darci adito di pregare insieme e di
ritemprare le nostre energie, necessarie fra le battaglie del mondo, dove ad
ogni piè sospinto s'incontrano nemici accaniti del nostro benessere religioso,
morale ed anche materiale. Dio volesse che con entusiasmo di fede e slancio di
pietà diedero a questo Santuario esistenza, così fede e pietà valessero anche a
renderlo fra gli uomini lungamente e sempre più celebrato!
Le brevi e frammentarie memorie che e
nell'Archivio parrocchiale di Roncole e nella Cancelleria nostra Vescovile si
conservano a proposito di detto Tempio sono ben poca cosa, è vero, ma più che
sufficienti a convincerci della vetustà dell'Immagine di Maria che in esso viene
venerata, della fede profonda degli avi nostri e della continuità con cui la
Vergine Santissima venne favorendoli col suo patrocinio.
Consta infatti che nella Pasqua dell'anno
1689 una gran folla di fedeli cominciò ad affluire nei prati della Colombarola
ad onorare Maria Santissima, attratti senza dubbio dalla fama largamente diffusa
delle grazie che vi si ottenevano. Se i roncolesi e gli abitanti delle ville
limitrofe erano frequenti, non li erano meno tanti e tanti situati in terre
dissite al di là del Po — c tutti, sani od infermi che fossero, prostrati
davanti a Maria pregavano a lungo, con grande fervore, lasciando poscia copiose
elemosine.
Ma allora il Santuario non c'era: esisteva
semplicemente una Cappellina — e siccome in quell'anno stesso si scoperse che il
tratto di muro su cui l'immagine della Madonna è dipinta stava chiuso in un
telajo di legno, si dedusse e ancor si deduce che il dipinto risale a molti anni
prima; s'ignora però l'epoca precisa.
Orbene, non avendo tardato l'eco dei
popolari plebisciti che avvenivano ad onor di Maria SS.ma nei prati della
Colombarola a giungere all'orecchio del Vescovo che reggeva allora questa
Diocesi, Rev.mo Mons. Niccolò Carranza — questi spedì in detta località il suo
Vicario Generale Can.co Giuseppe Maria Zuccheri e il fiscale della Curia, Can.co
Cornelio Cornini, allo scopo di riferire su ciò che colà avveniva. E siccome
trattavasi soprattutto di portare un giudizio sulle grazie e sui miracoli che si
proclamavano, spedì anche i Rev.mi Sigg. O. Giovanni Battista Ambrosi, Can.co
Primicerio, e Don Antonio Rodiani Can.co Teologo. Giunti sul luogo i
rappresentanti vescovili, interrogarono, esaminarono, discussero con quella
calma prudenza e assennatezza che si richiedeva da una missione così rilevante e
delicata, e pur ammettendo che varii casi la pietà fervorosa dei fedeli aveva
precipitato nel riconoscere il prodigio, non poterono a meno di constatare la
esistenza di parecchie grazie autentiche delle quali si volle, ed a ragione,
conservare memoria in stampa di rame.
Io le pongo tosto sott'occhio al lettore
pio tenendomi sicuro di fargli cosa oltremodo gradita.
I° Una certa Angela Rizzi, quarantenne,
era travagliata orribilmente dai demoni che non la lasciavano mai in pace.
Profondamente afflitta ma animata da una fede vivissima, ricorre alla Madonna
dei Prati, si inginocchia davanti alla venerata di Lei immagine: prega con tutto
lo slancio che le dà la fede e immantinente è liberata dalla sua tribolazione.
Il° Domenico Brunelli, contadino, guidava
un paio di buoi aggiogati sotto di un carro carico di grano. All'improvviso le
due bestie si imbizzarrirono. Mentre il Brunelli facea sforzi per calmarli e
fermarli, venne travolto sotto le ruote del carro, riportandone gravi contusioni
alla coscia ed alla gamba sinistra. Nello spasimo del suo doloro si raccomanda
caldamente alla Vergine Santissima venerata nei prati della Colombarola e risana
perfettamente.
III° Rosaura Sansoni teneva da parecchio
tempo il suo figliuolo ammalato di febbre. Tutta la sua premura di madre
nell'assisterlo, tutte le cure mediche a nulla avevano approdato. La povera
donna si discioglieva in lagrime al vedere che il figliuol suo andava sempre più
deperendo. Un giorno lo vide proprio in fin di vita. Essa allora che aveva gran
fiducia nella Madonna si rivolse con fervido slancio a Maria SS.ma invocando il
suo nome, promettendo di visitare spesso la Cappella che si trovava nei prati
della Colombarola. Ed ottenne quanto desiderava. La febbre maligna cominciò a
diminuire, poi scomparve del tutto e la Sansoni poté in breve tempo stringere al
seno il suo figliuolo incolume.
IV° Mentre una certa Lucia Boni se ne
stava sovra di un albero raccogliendo foglia, come usano spesso i contadini,
all'improvviso si ruppe il ramo al quale essa era appoggiata. La disgraziata
cadde a terra col capo all'ingiù, e siccome l'altezza era notevole, fu così
forte la scossa ricevuta dalla poverina che rimase per ben due ore senza favella
e, quasi dissi, priva di sensi. Ella però aveva potuto, come confessò,
rivolgersi alla Madonnina Santissima venerata nella Cappellina dei prati della
Colombarola e la Vergine non fu avara di grazia con lei. Ben presto la Boni
ricuperò la favella e la sanità completamente.
V° Michele Camuzzi andatasene
pacificamente pe' fatti suoi sull'imbrunire, quando venne assalita da due
malfattori. Questi, non contenti di averlo derubato delle poche monete che aveva
in tasca, gli furono addosso e gli menarono sulla schiena colpi così forti di
bastone che il malcapitato era ridotto in fin di vita. In tal frangente egli si
sentì animato da somma confidenza nella Vergine Santissima onorata così
largamente nei prati della Colombarola. A Lei ricorse con preghiere
fervidissime, promettendo che avrebbe sempre speciale divozione per Lei, e fu
risanato.
VI° Due cavalli, imbizzarritisi
all'improvviso, si diedero a fuga precipitosa senza che nessuno potesse
arrestarli. Una povera donna di nome Giovanna Riveri, trovatasi per la strada al
loro passaggio e non sapendo dove rifugiarsi né come schermirsi, venne dai due
animali buttata a terra e calpestata. La poveretta ebbe il viso specialmente in
modo orribile deturpato e la lingua in tal maniera offesa che le era impedito di
favellare. Ricorse all'intercessione della Madonna dei Prati, invocò il nome
santissimo di Lei e come per incanto si trovò perfettamente risanata nel corpo e
restituito il dono della parola.
VII° Durante un furioso temporale Menta
Ortensia e il suo consorte restarono orribilmente bruciacchiati da un fulmine
caduto nella loro casa dove se ne stavano tranquilli. I due coniugi si rivolsero
nella loro disgrazia a Maria Vergine: pregarono fervorosamente, promisero di
visitare la sua Cappellina e ottennero la grazia di un perfetto ristabilimento
in salute.
VIII° Chi non sa quanto deplorevole male
sia l'epilessia e quanto sfortunati coloro che lo soffrono? Elisabetta Magri era
del numero di questi. Quando meno se lo aspettava in chiesa, nei campi, per la
strada cadeva all'improvviso a terra si contorceva a tutta prima come una serpe,
mandava urli strazianti, emetteva bava dalla bocca e poi rimaneva assopita come
morta. Trovando impotente ogni risorsa dell'arte medica, ricorse con somma
fiducia a Colei che è la consolatrice degli afflitti, implorò dalla Madonna dei
Prati la grazia e l'ottenne. Fu così efficace infatti il patrocinio della
Madonna che la buona Elisabetta Magri non soffrì più nessun inconveniente.
Queste sono le grazie che vennero
riconosciute autentiche dai messi del Vescovo, e dalle quali è ben facile
congetturarne un cumulo incalcolabile di altre, quando si pensi che è sempre la
minima parte quella che si conosce quando trattasi di favori divini impartiti
alle anime.
Non era infatti semplicemente un attestato
di venerazione l'accorrere di tanta gente ai prati della Colombarola ma era
altresì l'espressione della gratitudine nutrita da cuori che si riconoscevano
con sovrana munificenza dalla Vergine SS.ma beneficati. Intanto sentire che cosa
avvenne.
Il campo in cui sorgeva la cappelletta,
meta di tante religiose aspirazioni, era di proprietà di un certo Cesare Boselli
— il quale ben presto pretese non solo di essere padrone della cappelletta ma
anche di amministrare le abbondanti elemosine che i fedeli ivi rilasciavano.
Appunto per questo vi si appose un rastello munito di chiave nonché un'apposita
cassetta per le offerte. Di qui nacquero naturalmente dissapori e quistioni. Non
appena il Vescovo ne fu avvertito deliberò di recarsi in persona sul luogo.
Andò, e la gente accorsa in quel giorno
era tanta che ne rimase meravigliato e commosso. Manco a dirlo, tutti quei
fedeli, dopo aver insieme con lui pregato dinnanzi all'immagine della Vergine
Santissima, con somma ansietà si diedero a supplicarlo affinché desse il
permesso dei erigere un altare e di celebrare su quell'altare la santa messa.
Mons. Vescovo dapprima esitò, non sembrandogli conveniente la cosa a motivo
della ristrettezza della Cappelletta — ma poi cedette alle insistenti preghiere
di quella turba devota, spinto anche, direi quasi, dal timore di spiacere alla
Vergine qualora le avesse con una negativa impedita la maggiore solennità degli
omaggi. Fu adunque nominato cappellano il M. Rev. Sac. Don Flaminio Porci e si
diede incarico al sunnominato Rev.mo Can.co Primicerio della Cattedrale di Borgo
Don G. B. Ambrosi, di amministrare il danaro delle offerte delle quali venne
costituito depositario. La cassetta delle elemosine era provvista di due chiavi,
una tenevala il Prevosto di Roncole, l'altra il Cappellano e non potevasi aprire
senza l'intervento del Primicerio o d'altra persona mandata dal Vescovo.
Schiarite così e assodate le cose in
affare tanto delicato, Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Niccolò Carranza subito pensò
alla costruzione di un tempio abbastanza vasto e decoroso. Non conveniva infatti
che ci fosse soltanto una modestissima cappelletta là dove la Vergine dava tanti
e così manifesti segni di predilezione, là dove migliaia e migliaia di fedeli
convenivano. All'uopo fu stabilito un fondo cassa. Poscia il Vescovo domandò al
proprietario la cessione di tre pertiche di terreno. Credete voi che il sig.
Boselli acconsentisse subito? Se così pensaste sareste in errore. Il Boselli
voleva ad ogni costo avere un primato — per cui Mons. Vescovo ricorse a S. A.
Serenissima Ranuzio II allora regnante, affinché lo obbligasse alla cessione. La
causa andò per le lunghe, essendoché il Governatore Giovanni Carlo Santi,
consigliere, dietro le quinte si armeggiava perché il Boselli venisse
accontentato. Il Vescovo allora, visto che lo si voleva turlupinare, fece tenere
un regolare processo, dal quale risultò — per deposizione di vecchi testimoni —
che la Cappellina ossia Maestà non era proprietà del sig. Boselli ma che era
stata trasportata ne' suoi prati da alcuni devoti dalla venerata Immagine; che
non era sicuro il suo diritto di proprietà sul terreno nel quale la Cappelletta
sorgeva; e finalmente che i P. P. Gesuiti di Bussetto avevano fatto eseguire
nella Cappella medesima i restauri che vi si vedevano, oltreché il tetto per
difenderla dalle pioggie. E avendo per comando del vescovo un mastro muratore,
certo Giulio Bonadei, rotto il muro dietro l'immagine. Si scoperse che questa
—come accennai prima — era dipinta su un pezzo di muro racchiuso dentro un
telaio di legno. Ciò risulta dagli atti del Cancelliere Bernardino Quaglia (16
ottobre 1689).
Dopo ciò il Boselli si decise a fabbricare
la chiesa, ma la voleva di proporzioni molto limitate e intendeva di concorrere
con danaro per metà della spesa. I fedeli di fronte a questo altalenare
mormoravano, ed a ragione, e — quel che è peggio — si rattiepidivano a poco a
poco nel loro entusiasmo.
Il Vescovo però non depose la sua idea né
si stancò di fronte alle strane pretensioni e ai progetti non meno strani del
sig. Bonelli. Anzi con uno scritto legale asserì e provò energicamente che quel
signore non poteva pretendere di fare la chiesa con l'intenzione di ridurla di
patronato suo e di sua casa, che quindi doveva essere astretto alla vendita o
cessione del terreno. Prima di deferire la cosa alla Congregazione del Concilio
dei Vescovi a Roma, ne informò S. A. Serenissima Ranunzio partecipandogli che a
causa delle inframettenze, pretese ed opposizioni del Boselli interrogava Roma
per sentire come doveva disporre delle 6000 Lire che erano state offerte dai
fedeli per la chiesa. Il Duca allora senz'altro ingiunse al Boselli di cedere.
Questi, pur dichiarando di voler stare all'autorità sovrana, si adoperò per
conseguire qualcuno almeno de' suoi intenti — e siccome vide che la sua astuzia
e i suoi cavilli e non approdavano a nulla, si arrese, dicendosi pronto a cedere
gratis il terreno ma a
ad un patto, vale a dire, purché egli fosse menzionato con l'opera
compiuta in un epitaffio da conservarsi ad perpetuam rei memoriam. La cosa
pareva già appianata, quando sorsero dissidii a proposito appunto di quella
iscrizione.
In questo frattempo avvennero le nozze
solenni del Ser.mo Principe Odoardo con la Principessa di Neoburgo, motivo per
cui la cosa stette un pochino sotto silenzio — ma dietro una nuova lettera
Monsignor Vescovo al Duca Ranuzio II, questi costrinse il Boselli alla cessione
del terreno. Il Boselli infatti a mezzo del P. Placido Ferrara, abate di
Castione, fece dire a Mons. Vescovo Niccolò Carranza che pigliasse pure il sito.
Dopo un anno adunque di dispute e di
querimonie, il desiderio di tutti effettuavasi il giorno di Sant Anna 1690 Mons.
Vescovo si portò sul luogo con l'architetto Francesco Calligari — il quale
nell'atto di fondazione è detto parmigiano, invece nei brevi cenni riguardanti
il Santuario si dice che era un roncolese. Il sig. Gaspare Ornati di Borgo
misurò le pertiche di terreno necessarie per l'erezione della chiesa e il
Calligari fece il disegno della Chiesa medesima.
Non appena si seppe la cosa la gente
cominciò ad affluire ancora più numerosa per cui si pensò di erigere, prima
ancor che la chiesa, un portico, che si conservò per molto tempo e sorgeva a
ponente, dove trovasi l'attuale, capace di contenere moltissime persone e sotto
al quale restò anche la Cappelletta.
Il 20 ottobre 1690 S. Ecc.za Rev.ma
recossi a porre la prima pietra e fece rogare l'atto dell'importante e sacro
avvenimento dal suo segretario Sac. Don Giuseppe Maria Borsi, apponendovi poscia
la sua firma. La chiesa si intitola dal santissimo Nome di Maria, come
facilmente si rileva dall'atto di fondazione. E’ di stile bramantesco e misura
20 metri circa di lunghezza ed altrettanti di larghezza computando, si intende,
lo sfondo delle due magnifiche cappelle che si trovano nel mezzo.
Una lapide di marmo bianco con lettere
nere, posta alla sinistra di chi guarda l'altare maggiore, e precisamente
accanto alla balaustra, ricorda brevemente la storia dell'erezione del tempio ed
è concepita in questi termini:
Sanctissimae Deiparae Virginis uorum o Imagini
Diu Ignotae
Christi Fidelium Pietati
Admirabili Bnefitiorum Magnitudine
Detectar
Confluentibus Undique Populis
Serenissimi Raynutii II Ducis VI
Juli9us Caesar Boselli Patritius Parmensis
Suis Sumptibus Suo Hoc In Predio
Ardificaturus
Ecclesiam Honc Aliis Cessit Ardificandem
Postmodum Vero
Religioso In uorum o Cultu
Fundum
Ad uorum Extruendum
In Hoc Circunstanti Agrorum uorum
Planitie
Dedit, Donavit, Dicavit
Anno MDCXC
Tradotta in lingua italiana essa
suonerebbe così: "Nell'anno 1690 Giulio
Cesare Boselli, patrizio parmense, stando per edificare a proprie spese in
questo suo campo una chiesa alla scopo di onorare un'immagine della Santissima
Vergine Madre di Dio rimasta lungo tempo ignota e poi scoperta per un'ammirabile
serie di grazie le quali attrassero genti da tutte le parti — con l'assenso e
sotto gli auspicii del Serenissimo Duca Ranuzio II, lasciò che altri
all'erezione della chiesa stessa pensasse, ma dopo, guidato dalla devozione che
nutriva per la Vergine, diede, donò e sacrò il terreno in questa circostante
distesa di campi suoi per costruirla".
Il buon esempio dato dal sig. Boselli fu
ben presto e lodevolmente seguito. Infatti nel febbraio 1692 il sig. Tommaso
Vitali di Busseto, con testamento ricevuto dal Notaio Pier Alessandro Tafani,
chiamò a suo erede universale l'Oratorio della Madonna dei Prati, in caso di
morte del proprio figlio, chierico Camillo — ed essendo questi mancato ai vivi
il 28 luglio del 1694, la disposizione testamentaria si effettuò. Ben è vero che
vi furono contestazioni da parte di un certo Majavacca Dott. Bartolomeo — il
quale appoggiatasi ad un testamento del Primicerio Don Tomaso Vitali, — ma tutto
venne facilmente appianato e con vittoria completa dell'Oratorio.
Il sac. Giulio Cesare Mai, delle Roncole,
alla sua volta lasciò, con testamento in data 22 aprile 1699, cinque biolche di
terreno affinché fosse celebrata a suffragio dell'anima sua, nella chiesa della
Madonna, una messa tutte le domeniche dell'anno.
I figli di Giulio Cesare Boselli invece
provvidero la sacra suppellettile dell'altare: fecero di più eseguire gli ornati
che condecorano l'altare medesimo e lasciarono memoria di tutto ciò in una
epigrafe, in data 5 settembre 1713. Quell'epigrafe, incisa su lapide di marmo
bianco, trovasi alla destra di chi guarda l'altare maggiore e precisamente di
fronte a quella che ho più sopra riportato. Essa è del seguente tenore:
Supernae gratiarum Reginae
Patronae Matri ac Dominae
Cuncta Arae Hujus Ornamenta
Sculpturis
Ac Sacra Suppellectili
Culte Extructa
In
JuliiCaesaris Boselli Vita Functi
Ac Elisabeth Pezoli Superstitis
Amantissimorum Parentum
Monumentum
Sanguinis Pietatis Ac Mentis
Filii
Peracto a Genitoris Morts Anno
Posuere
Die V Septembris
MDCCIII
L'Ecc.mo Vescovo Niccolò Carranza, con suo
Decreto 2 Maggio 1695, dava le regole concernenti l'amministrazione interna ed
esterna della chiesa. Questa poi venne da lui solennemente benedetta la mattina
del 15 settembre 1697, ricorrendo quell'anno, in detto giorno, la festa del Nome
Santissimo della Madonna, festa che cade nella Domenica fra l'ottava della
Natività di Maria e che i quel santuario venne sempre solennemente celebrata.
Il Santuario benedetto della Madonna dei
Prati vide sempre più crescere il numero dei visitatori devoti e la penna non
potrebbe adeguatamente descrivere lo spettacolo magnifico ed emozionante che
scorgevasi specialmente in certi periodi dell'anno, e soprattutto nella
ricorrenza del Nome Santissimo di Maria, quando a schiere a schiere arrivavano
colà i pellegrini, non trattenuti né dalle distanze, né dai disagi — tutti
inneggianti con popolari alla Regina del cielo e della terra. Gareggiavano
nell'onorare Maria la nobildonna e l'umile popolana, il ricco signore e il
povero operaio e pareva proprio che sotto lo sguardo vigile della Madre celeste,
protetti dal suo manto, vivessero tutti per alcune ore una vita di paradiso.
In occasione di uno di quei convegni
accadde una volta un fatto luttuosissimo e quanto mai spaventoso cui io non
posso passar sotto silenzio.
Era il dì 14 settembre dell'anno 1628 e si
celebrava appunto con grande entusiasmo nei prati della Colombarola la festa del
Nome Santissimo di Maria. Tutti erano lieti, quand'ecco nel pomeriggio, verso le
ore 3, il cielo improvvisamente si copre di nubi solcato da lampi terribili e
frequenti — e soffia un vento quanto mai gagliardo e minaccioso. in chiesa si
cantavano i Vespri. Ad un tratto guizza un lampo sanguigno, immenso: scroscia la
folgore e cade nel coro lasciando all'istante informi cadaveri quattro
sacerdoti, due laici, di professione sarti, e due cani. Un urlo acuto di
spavento proruppe dal petto di quanti erano in chiesa, poi sottentrò un silenzio
di tomba come se in realtà tutti fossero rimasti fulminati. Non appena si
riebbero dallo sgomento e poterono ponderare il caso in tutta la sua
terribilità, si prostrarono dinnanzi all'immagine della Madonna la gran Madre
celeste perché la disgrazia non era stata anche più luttuosa; tra le lagrime e i
sospiri poi pregarono pace per i quattro sacerdoti e i due laici rimasti vittime
del fulmine. Era una scena sorprendente, indescrivibile. La notizia
dell'accaduto si diffuse rapida come il baleno, dappertutto e formò naturalmente
il soggetto delle conversazioni per i Vari giorni, contristando ogni cuore ben
nato. E che sia stata ben profonda l'impressione si rileva anche dal fatto che
alcuni vecchi nel farne, dopo molti anni, la narrazione corrugavano ancora
mestamente la fronte, si commovevano fino alle lagrime e la loro voce appariva
per la emozione lievemente velata. In quell'anno era parroco di Roncole il Sac.
Don Pietro Montanari. Costui nel terribile frangente restò salvo per miracolo.
Benché infatti egli si trovasse in coro, in mezzo agli altri Sacerdoti, sotto la
grande cornice che gira attorno all'immagine della B. V., rimase soltanto
sbalordito e leggermente offeso ad una gamba.
Di tutto il doloroso caso, che io ho
succintamente descritto, fa fede una lunga epigrafe latina, scolpita su lastra
marmorea la quale trovasi presso l'altare maggiore del Santuario. Siccome tale
epigrafe (L’epigrafe è dovuta alla penna dell'illustre letterato Can.co Pietro
Seletti di Busseto), ha senz'altro importanza grande per la storia di quel
tempio io la riporto qui integralmente. Essa suona così:
Memoriae Piae et Luctusissimae
Petri Orsii D. Fidentia Archipr. Frescaroli
Annor. LXX.M.VI.D.XVI
Aloysii Menegalli
D. Fidentia Archipr. Simorivae
Annor. LII,M.IIII
Barptolomaei Oriolii
D. Prachiola Dioc. Apuanae
Curionis Spigaroli
Annor. XXXXV.M.VIII.D.XVIII
Icobi Masinii
D. Arce. Sigillina Dioc. Apuanae
Adiat. Curionis Ronculorum
Annor. XLIII.M.VIII.D.XXIII
Francisci Alusii
D. Croce D.N.J. Zibelli Annor. XXXVI
Cajetani Bianchi D. Ronculis Ann. XXII
Sartorum
Qui dum hac in aede Nomen Mariae
A meridie Recolubt
Icta fulminis omnes uno esanimati sunt
Petro Mpntanario Praep. Ronculorum
Medio sedents incolumi relicto
XVIII Kal. Octobris Anno MDCCXXVIII
Elati quique ad sedem suam
Alosins Alexandri Comes. F.
Sanvitalins
Antiotes Fidentinorum patronus aedio
Casus acerbitatem reputons
Requietsque eis adposcendae
studiosus
Poni jussit.
Perché tutti possano apprenderne il
contenuto ne do la versione italiana. 'Alla
pia e dolorosissima memoria dei sacerdoti Don Pietro Orzi da Borgosandonnino,
arciprete di Frescarolo, dell'età di anni 70, mesi 6, giorni 21 — Luigi
Menegalli da Borgosandonnino, arciprete dì Semorìva, d'anni 52 e mesi 4 —
Bartolomeo Orioli da Prachíola, diocesi di Pontremoli, parroco di Spigarolo,
d'anni 45, mesi 8, giorni 18 — Giacomo Mazzini, da Rocca Sigillina, Diocesi di
Pontremoli, coadiutore di Roncole, d'anni 43, mesi 8, giorni 23 — alla memoria
pure di Francesco Alussi di Santa Croce di Zibello d'anni 26, e di Gaetano
Bianchi roncolese d'anni 22, sarti di professione — i quali tutti, mentre nel
pomeriggio del giorno 14 settembre 1828, sacro al Nome di Maria, presenziavano
le funzioni in questa Chiesa, rimasero improvvisamente vittima di un fulmine,
restando invece incolume il Prevosto delle Roncole, D. Pietro Montanari, che
sedeva in mezzo a loro — Mons. Luigi Conte Sanvitale, Vescovo di Borgosandonnino,
patrono del santuario, dopo che furono trasportati ciascuno alla propria
residenza avuto riguardo all'acerbità del caso e implorando ai defunti suddetti
l'eterna requie volle eretto questo marmo".
Parecchi furono i Sacerdoti che per il
corso di quasi due secoli si succedettero nella cura del Santuario. Essi
vivevano con la rendita di vani piccoli benefizii che non poterono sfuggire alla
rapace avidità governativa, e furono nella seconda metà del secolo scorso, come
tanti altri, incamerati. Dalla morte pertanto del Cappellano Don Giovanni
Zappieri il Santuario della Madonna dei Prati non ebbe più la Messa festiva — ma
semplicemente, come già ebbi a notare, vi si faceva solennità nella ricorrenza
del Santissimo Nome di Maria.
Se adesso il tempio torna al pristino
onore è perché i RR. Chierici del Seminario di Borgo S. Donnino, con slancio
giovanile e con efficace operosità, fin sul principio del 1900, intenzionati di
attuare un desiderio più volte espresso da S. Ecc.za Rev.ma Mons. G. B. Tescari,
si sono sottomessi per i primi a dei sacrifizii pecuniarii, hanno percorso come
collettori di elemosine fra le persone devote, in tempo di vacanza, le
parrocchie — hanno caldeggiata l'opera in ogni maniera. E perché la Commissione
presieduta da S. ecc.za Mons. Tescarì prima, e da Mons. Terroni dopo, composta
dei RR.mi Can.ci Mons. Pier Grisologo Arciprete della Cattedrale di Borgo, D.
Giacomo Donati rettore del Seminario Diocesano, D. Alberto Dr. Costa, D.
Ferdinando Allegri prevosto di Busseto, dispiegò una sorprendente alacrità nel
preparare tutto ciò che all'attuazione della santa iniziativa si richiedeva.
Come sempre anche in questa occasione i fedeli della diocesi nostra hanno
superato l'aspettazione e sarei quasi per dire che i miei giovani amici non sì
attendevano nel loro entusiasmo e nell'assiduità del loro lavoro tanta
corrispondenza.
Oh mai chi non sa che le opere buone e le
buone intenzioni sono da Dio stesso benedette e prosperate? Fra i devoti
oblatori, che sono numerosissimi, piacenti qui per debito di ammirazione
elencare il Rev.mo Mons. Can.co Pier Grisologo Arciprete della cattedrale che
addimostrò per il Santuario della Madonna dei Prati una particolare deferenza e
fu verso del medesimo veramente munifico. Con lui va ricordato il suddetto Prev.
Allegri che fu di un'operosità instancabile, superiore ad ogni elogio.
Mentre io m'affretto al termine di questo
lavoro si stanno colà facendo dei grandi preparativi. Sabato venturo, 23 c. m.,
Sua Ece.za Rev.ma Mons. Pietro Terroni, nostro amatissimo vescovo, consacrerà il
Santuario e colla prima domenica del prossimo venturo Maggio incominceranno i
pellegrinaggi diocesani.
Tutto ci assicura che l'esito sarà felice
ed i buoni a ragione se ne ripromettono già un risveglio di fede e di virtù
cristiane veramente consolante. I bisogni, in realtà, sono immensi: è un'ora
grigia che passa, la tempesta rugge, tutti, pur troppo, abbiamo errato e la mano
di Dio minaccia, armata de' più pesanti flagelli. Maria soltanto può salvarci,
avvolgendoci tutti pietosamente nel suo manto materno. Ebbene, noi, oh Maria, oh
madre dí misericordia, stella del mare, aiuto dei cristiani, noi verremo da Te,
sicuri col vicentino poeta che
… non ha la vita,
sia pur d’agi più ricca e di scienza,
verace fior se alle sciagure umane
Tu, benedetto, non prepari altrove
Tranquillo porto ed immortale oblio…
Deh guarda con sovrana benignità a' tuoi
figli prostrati nel tempio che ad onor tuo si eleva nel silenzio dei campi
roncolesi; donaci le tue grazie, mentre applaudiamo a Te, mentre ci prorompe dal
petto, in protesta contro coloro che ti offendono, il grido che riassume il
nostro amore per Te:
VIVA MARIA!
Sia benedetto il Nome santissimo
di Maria Vergine e Madre
Borgo
S.Donnino, 20 aprile 1904
Quando Verdi chierico e musico
itinerante...
di Gustavo Marchesi
Dicono
che fin da bimbo Beppino Verdi avesse una cognizione intuitiva della musica
"seria", di buona qualità, anche quella non propriamente "alta". Già allora non
era il tipo (ma lo sarà mai?) da prendere alla leggera qualunque genere
musicale, anzi dimostrava di capire cosa significa soprattutto suonare e cantare
secondo le regole. Sugli otto anni, a furia di applicarsi con ostinazione, aveva
ridotto a mal partito una spinetta che suo padre Carlo gli aveva acquistato da
monsignor Paolo Costa, rettore dell'oratorio di Madonna dei Prati, dove il
sacerdote aveva iniziato il piccolo all'abc della musica.
In quella zona Carlo Verdi conduceva un
cinquanta biolche di terreno, proprietà della chiesa, affittate dal padre nel
1790, e a Madonna continuò ad abitare la madre di Carlo, Francesca Bianchi,
dunque la nonna di Beppino, rimasta vedova nel 1798. Carlo versava il canone
delle biolche alla Mensa vescovile, anche se con frequenti ritardi, dovuti
probabilmente all'obbligo di pagare le rate di una contravvenzione che gli era
stata addebitata per qualche mano di tresette all'osteria di Roncole, da lui
gestita, come è noto. Ogni gioco delle carte era vietato agli osti, bettolinieri
e trattori di campagna, e Carlo non era sfuggito alla sanzione, anche se con
l'aiuto del parroco aveva invano supplicato indulgenza dalle autorità. Non ce
l'avrebbe fatta a rispettare le scadenze e infatti nel 1850 abbandonò i terreni
di Madonna dei Prati per assolvere il debito, che estinse poi soltanto nel '44.
Intanto Beppino faceva continui progressi.
Un riparatore di strumenti, organaro di tutto rispetto, chiamato nel '21 a
medicare la spinetta e colpito dalle qualità del principiante, non volle
compenso per il suo lavoro e lasciò alla curiosità dei posteri un attestato
scritto da competente, anche se incerto nella grammatica: "Da
me Stefano Cavaletti fu tatto di nuovo questi saltarelli e impenati a corame e
vi adatai la pedaliera che ci ho regalato; come anche gratuitamente ci ho fatto
di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto
Giuseppe Verdi d'imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per
essere del tutto pagato. Anno Domini 1821".
Oltre a esercitarsi sullo strumento così
accomodato e risanato, Beppino studiava con don Pietro Baistrocchi, parroco di
Roncole, che nel villaggio aveva funzioni di organista e maestro elementare ("magister
parvulorum"). Anch'egli originario di Sant 'Agata, come í vecchi Verdi, si era
molto affezionato al ragazzo, di cui ammirava le singolari doti e il carattere.
Gli insegnò a leggere e scrivere, a prendere confidenza col latino e a suonare
l'organo in chiesa. In sostanza si accorsero in diversi che il figlio dell'oste
aveva il bernoccolo, e divenne di certo una piccola celebrità locale.
Il suo primo biografo, amico ed estimatore
fanatico, Giuseppe Demaldè, detto Finola, scrisse che Giuseppe "era
di natura docile, rispettoso, ma timido, e non amante al divertimento, ma
conversando colla moltitudine, da lì a poco si fe' svegliato e capace di qualche
infantile insolenza". Per "moltitudine"
Finola intendeva di certo i frequentatori dell'osteria, vetturali, cantastorie,
ambulanti, accattoni, cantori da messa, contadini, sfaccendati e anche preti,
specie nei giorni festivi. Tra le infantili insolenze, penso volesse ricordare
l’episodio della saetta. Gìà avanti negli anni, anche il maestro si divertiva a
raccontarlo.
Da bambino serviva messa e inveì contro un
prete che lo aveva strapazzato durante la funzione perché, invece dì assolvere
alle sue mansioni di chierichetto, stava assorto ad ascoltare don Baistrocchi
che suonava l'organo. Il celebrante chiese per ben due volte al ragazzo che glì
allungasse le ampolline, ma senza risposta. Allora si spazientì e, allo scopo di
rompere l'incantesimo, ritenne suo compito passare dalle parole ai fatti. Con
una robusta pedata mandò ruzzoloni giù per i gradini dell'altare il nostro
Beppino, che batté il capo e svenne. Dovettero soccorrerlo e applicargli una
benda in fronte, sulla quale al bernoccolo della musica si aggiunse quello di un
rigido concetto disciplinare. Beppino non piagnucolò, come sarebbe stato nei
suoi diritti. Ma una volta ripresi i sensi, non si trattenne e lanciò l'anatema
contro il sacerdote: "Dio t' manda na saiètta!'' ("Dio ti mandi una saetta!").
E pare che lo zelante calciatore ricevesse
proprio il dono che il chierichetto gli aveva augurato: si racconta che "na
saietta" lo uccise durante il vespro del 14 settembre 1828, nella chiesa di
Madonna dei Prati, quando caddero folgorati quattro fedeli rappresentanti del
clero: don Pietro Orzi arciprete di Frescarolo, don Luigi Menegalli arciprete di
Semoriva, don Bartolomeo Orioli arciprete di Spigarolo, e don Giacomo Masini
cappellano di Roncole.
Allo scoccar dei fulmini Beppino non aveva
assistito: raccontano fosse a Busseto, presso certi Michiara, dai quali stava a
pensione, e dove quel pomeriggio finì per trattenersi oltre il previsto a causa
del temporale. Avrebbe dovuto recarsi nella chiesa di Madonna dei Prati a
cantare in coro, per i vespri, come la mattina aveva fatto durante la messa.
Arrivò invece che il peggio era successo, e soltanto così forse evitò un pessimo
incontro, perché il fulmine aveva visitato anche la cantoria, sede abituale del
coro.
Da ragazzetto il futuro maestro svolgeva
questi servizi di cantore e organista, nelle parrocchie dei dintorni, muovendosi
a piedi, scalzo nella bella stagione per non sciupare le suole. Una volta era
d'inverno, all'alba, e a causa della nebbia e del buio, scivolò in un fossato
pieno d'acqua. Non sapeva nuotare, il freddo gli toglieva le forze, stava
proprio per finire malamente. Buon per lui che qualcuno, udite le sue grida, lo
tirò ìn secco.
I benefattori del Santuario
Fedeli
che hanno generosamente offerto per il "castello" e i ceppi delle nuove campane:
Rettore Don Ugo Uriati e famiglia
Signori Landino Dalcò e Raimondo Fava
Signori Augusto Rosi e Ulisse Pettorazzi
Signori fratelli Enrico, Amilcare e Silvio
Donati
Signori fratelli Renzo e Egidio Dalledonne
Signori fratelli Piero e Amos Fontanella
Signori Alberto Castelli e Dismo Campanini
Signori Cesare e Lisetta Paraboschi
Signori Romano Gatti e Ferruccio
Scaramuzza
Signori Gino Vernizzi e Salvatore
Affaticati
Signori Renzo Maggi e Ugo Oppici
Signori Archimede Pellegrini e fratelli
Cesare e Luigi Rizzi
Signori Virginio Mora e Guglielmo
Bergamaschi
Signori fratelli Adelmo, Gino, Iride e
Carlo Rastelli
Signori Cesare Fraschi con Giulia e
Adelaide Caraffini
Signori Pietrino e Albino Devoti
Signor Massari Artemio
S. Madonna dei Prati, 24 Novembre 1955
Fedeli che hanno generosamente offerto per
i banchi e gli inginocchiatoi del Santuario:
Dott. Giannino e Anna Rastelli
Dott. Antonio Verderi e Loredana
Bergamaschi
Signori Domenico Marchini e Carmen Uriati
Dott. Carlo Alberto e Alessandro Onesti
Signori M. Giustina Volpini e Lino Rizzi
Famiglia Donato Longinotti
In memoria del pittore PRA'. Giovanni
Fabbi
Sorelle Emma Uriati Gbidini e Teresa
Uriati Gardi Vinci
Prof. Cesare Uriati e Dott. Elena Ferrari
Signori Landino e Alfa Dalcò in memoria
dei loro cari Alce Vigilati e Dante Dalcò
In memoria dei fratelli Uriati Cesare,
Nino, Alberto, Faustino
Signori Giuseppe Ferrari e Maria Bigliardi
Signori Giovanni e Giuseppina Uriati
Signori Ester e Attilio Girometta e i
figli Giuseppe e Piergiorgio
Famiglie Uriati e Ferraguti
Signori Palma e Francesco Dalle Luche
Rettore Don Ugo Uriati
Signora Rosa Rabaiotti Loffi
Signora Nina Carrara Calvi
La Signora Benassi Alberta ved. Calvi di
Samboseto ha donato n. 6 candelieri in legno argentato.
Fedeli cha hanno generosamente offerto per
le funi delle campane:
Signori Nino Uriati e Ferraguti Giuseppina
Signor Virginio Mora
Signore Giulia e Adelaide Caraffinii
Signore Santina e Pasqua Giordani
Signori Fratelli Renzo ed Egidio
Dalledonne
Signori Lisetta Paraboschi con Pierino e
Albino Devoti
Il Signor Renzo Maggi ha offerto per la
Croce in ferro battuto posta sul campanile.
Altri fedeli, parrocchiani e non, che
hanno generosamente offerto per il Santuario:
Famiglie: Fraschi, Mora, Bianconi, Dott.
Lino Demalde, Donati, Pettorazzi, Dalledonne, Annoni, Pietro Gelb, D.ssa
Viazzani, Aimi, Speroni, Covini, Filiberti, Cav. Reverderi, Volpini, Campanili,
Arfini, Dalcò, Affaticati, Rastelli, Oppici, Carrara, Biagio Riccardi,
Alessandro Onesti, Dr. Alessandro Capuzzi e Maria Soldi e, fra il Clero, i
Chierici del Seminario Diocesano, Mons. Alberto Costa, Mons. Giacomo Donati,
Mons. Luigi Onesti, il Beato Card. Andrea Ferrari, ai quali tutti va la
riconoscenza e la ricompensa del Signore.
