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LE FAMIGLIE E I GRUPPI
Realtà di un mondo scomparso.
Dal libro "Bo'a nott, bassi" di Mario Concari (Edizioni Lama 1995)

I PAROLARI
I SCOTT
SÚCARI

ZILIANI
La compagnia `d 1'"ARLOJ"
I FACHÉN

I PAROLARI
Erano i famosi ramai di piazza del Mercato. Detti anche i "Boeri", perchè sempre sporchi in faccia per il mestiere che praticavano. Un cognome che indica quasi esattamente il mestiere di "parolai". Erano due fratellì, Francesco e Giacomo, entrambi celibi, uno del 1891 e l'altro del `97 (il padre, Battista era originario di Ortisei - da qui il mestiere di ramai).
Abilíssími e bravi: con un "palanchèn" di rame (moneta degli anni venti-trenta) ci tiravano fuori un mini paiolo, ed erano divenuti proprietari del palazzo dove lavoravano (ora negozio "Eliolab" e studio dentistico Donati). Sono scomparsi negli anni sessanta.

 

 

I SCOTT
Quando si dice Scott ci si riferisce alla famiglia dei Camorali di cui sono rimasti, a tutt'oggi, Nino (classe 1908) e la sorella Peppina del `910. Una stirpe di bussetana memoria che si prolunga con Luciano (figlio appunto di Nino), anche se da tempo trasferitosi fuori Busseto. Un soprannome, gli Scott, che viene da lontano, all'incirca dal 1830 quando il bisnonno dei citati Nino e Peppina, Giuseppe Camorali, classe 1801 sposato a Scotti Rosa, erano venuti a Busseto, provenienti da Fontevivo. Questi avevano avuto sette figli, fra cui Antonio dal quale proviene il ceppo principale. Quest'ultimo faceva il tagliatore di pelli poi il crivellatore; aveva sposato una bussetana, Filomena Baistrocchi (zia di Cichèn "Fuimèra"), abitava in Codalunga ed aveva avuto con lei 7 figli fra cui Giovanni, classe 1866, faceva il calzolaio ed aveva sposato Rizzi Leandrina (la surèla `d Rumeo Sucari).
Giovanni e la Leandrina, a loro volta, ne avevano messi al mondo ben otto, quattro maschi e quattro femmine, fra cui Lodovico (classe 1898, Nino del 1908 e Mario del `12 (deceduto qualche anno fa).
Nino e Mario facevano i falegnami, nella cooperativa presso la scuderia della Villa Pallavicino, la Maria, una delle sorelle, era la bidella presso l'Asilo Infantile (mestiere iniziato da una zia l'Adele, ed anche dal padre Antonio), mentre le altre sorelle, la Rosa e la Peppina, facevano le ricamatrici e sarte.
Lodovico, che aveva sposato la Paolina Contestabili, ha avuto due figlie, la Bianca e la Bruna, faceva il calzolaio e poi il bidello delle scuole Medie (e a tempo perso il suonatore della Banda cittadina). Una famiglia discreta, onesta e lavoratrice; abitavano in via Piroli (dove abita tutt'ora Nino con la moglie Giacoma) dove si "masticava" alla perfezione il linguaggio del nostro dialetto schietto.
Una famiglia un tempo prolifica ma che ora si è ridotta a pochi "testimoni" (anche la Gabriella e la Francesca, figlie di Mario, si sono trasferite dopo il matrimonio) lasciando la sola Bianca "ad Fantèn", panettiera in pensione.
Gli Scott, la cui caratteristica era la statura: tutti alti, quasi "pertiche", leggermente curve all'apice, quasi a significare la loro vocazione al lavoro.

SÚCARI
Era così chiamata la dinastia dei Rizzi, una stirpe di bussetani schietti, di sicura derivazione "controllata". Cominciando da Giovanni (Giuàn Sucari) figlio di Romeo e della Molla Rosa Filomena (altra famiglia nostrana), tutti in famiglia erano amanti della musica e di Verdi, ovviamente, ed ogni qualvolta si apriva il Teatro Verdi non mancavano nella "piccionaia". Chi non ricorda "al dutur Siicari ", quello che abitava in Codalunga e cantava in chiesa nei servizi funebri?
Ma torniamo a Romeo classe 1859, il capostipite, diciamo così: era un bel tipo; loquace, col senso dell'umorismo, arguto e vivace; aveva il vezzo di "battezzare" con un nomignolo, un soprannome, tutti coloro che non gli andavano a genio, o che avevano certe caratteristiche ben visibili; e, se lo diceva lui non veniva più smentito. Faceva il calzolaio, mentre sua moglie, la Rusèn, aveva un negozietto di frutta e verdura. Giuàn, suo figlio, padre di Lino Rizzi (attualmente ancora fra i migliori giornalisti politici e d'opinione, ex direttore di noti quotidiani) faceva il muratore mentre sua moglie, Luisa Lodigiani, come molti ricorderanno, aveva il negozio di fruttivendola all'inizio dei portici vicino a Secchi. Erano sette i figli di Romeo, tra cui la "Tisèn" (Teresa), l'Antonietta (la madre della Luizita), la Giulietta e Luigi ("Lovis") che vedremo più avanti. Un'antica famiglia che ormai ha smarrito il soprannome ma che si tramanda con la generazione, appunto, del "nostro" Lino Rizzi.

 

ZILIANI
Un'altra stirpe bussetana, da almeno un paio di secoli; barbieri, sarti, falegnami, droghieri (occasionali) da cui è uscito anche un autentico talento della lirica, il tenore Alessandro Ziliani.
Dal ramo di Antonio Ziliani, che aveva sposato la Rossi Marianna, sono usciti Giuseppe, classe 1874, falegname, e Romeo del 1876. Il primo, che ha sposato Irene Bottazzi, ha avuto tre figli: Sincero (che farà il barbiere, così come il secondo, Antonio morto a soli 48 anni), e, appunto, Alessandro.
Da Romeo, che faceva il sarto ed abitava in via Del Ferro poi trasferitosi in via Ghirardelli quindi in via Roma, sposatosi con Desolina Giavarini, sono nati Bruno, Violetta ed Aldo. A mantenere la continuazione della stirpe è rimasto Filippo, figlio di Bruno, trasferitosi fuori Busseto. Qui nella terra bussetana è rimasto Aldo, falegname - "lustròn" in pensione, ultraottantacinquenne, con la moglie Ariella e la figlia Laura mentre dal ramo di Giuseppe c'è la Giuseppina, figlia di Sincero.
La famiglia Ziliani si era particolarmente distinta durante l'ultima guerra per aver gestito il negozio di drogheria della famiglia Muggia, costretta alla macchia per le note repressioni antisemitiche del regime fascista. Titolare della licenza era Bruno, che si è poi sposato, nel 1951, con Norma Pitetti e morto l'anno seguente, lasciando il figlio citato, Filippo.

La compagnia `d 1'"ARLOJ"
Una simpatica compagnia, un gruppo di bussetani molto legati ed affiatati fra di loro era quello che frequentava "la trattoria `d 1'Arlòj" e, per precisare, dal siur Oreste e la Marina.
Erano i vari Dumènic Fugàsa, Pirèn Purchèr,Carlino Marinèn, Giuàn Fantèn, Rumeo Cantarèl, Radames (e questi sono tutti quelli che vedete nella foto, ma ne sentirete degli altri...). Amici veri, sinceri, quasi una famiglia. E alla sera, specialmente, quando la fatica del lavoro era smaltita, una sosta, una partita, una bevuta era quello che ti dava la carica. E qualche volta ci scappava anche la cena, specialmente quando al siur Oreste (un piemontese trapiantato da noi, ma che nei mesi caldi andava al suo paese, a Usseglio, a fare la stagione estiva, dove gestiva il suo albergo) tornava dal Piemonte con il camoscio ed altra selvaggina che offriva agli amici. Quando il vino rosso si beveva "in da scudlèn", e la misura non era la bottiglia ma "al mes litar" oppure "al quartèn"; e la Marina e `1 siur Oreste avevano imparato a conoscere le nostre carte da gioco e facevano la briscola in coppia, contro "i bussetani". E a tarda sera entrava, spesso, "al Muretu" Trabucchi, per aggregarsi alla allegra compagnia (ed era questo un momento dove non contava per niente il conto in banca o il modo di vestire - tutti uguali in amicizia e libertà).
Naturalmente non mancavano le "sortite" fuori sede, in altre locande, e con loro, naturalmente lo stesso Cibrario, contro il suo interesse personale. E quando non c'era lui, al siur Oreste, lo andavano a trovare, in Piemonte (e la foto che vedete è stata scattata proprio davanti al suo bel locale): immaginatevi che bevute...
E gli scherzi anche loro non mancavano. Ne abbiamo scelto uno che ci sembra il più emblematico per quei tempi, quello del finto coniglio, cucinato tanto bene dallo stesso Cibrario, ottimo cuoco, da leccarsi le dita. Uno scherzo montato dal bravo oste con uno della compagnia, dovrebbe essere "Mania" Bardi, ai danni di tutti gli altri, ma in special modo mirato a Gildo "Balalòn". Questo, infatti era il più scettico, il "santumès", il quale voleva accertarsi che si trattasse davvero di coniglio. E volle fare un sopralluogo nel frigorifero della cucina. Il sig. Oreste, rischiando di grosso, acconsentì alla verifica dell'"esperto" Gildo il quale si convinse che non era uno scherzo: non si trattava di coniglio... coi baffi.
E così mangiarono tranquilli e beati, anche se, di tanto in tanto, si sentiva qualcuno che... miagolava. Ma Gildo Balalòn, imperterrito assicurò: "Ragass... meno male c'ho vist cui me occ c'lera un cunil!".
La verità, naturalmente, non tardò a venire a galla (altrimenti che gusto ci sarebbe, senza risate). Il "coniglio" era proprio... coi baffi! Così qualcuno dovette digerire, oltre al gattone (del resto squisito) anche lo scherzo del.... sopralluogo, mentre qualcun altro,come il buon Plinio Ferrari, trasformò il gatto in... cagnolini.
Ragass, che ridar!


Un bel gruppetto di amici: Piren Purcher, Cibrario e Fanten (in piedi) e Romeo Cantarel, Dumenic Fugasa, Belli Radames e Carlino Marinen (seduti).

 

I FACHÉN
Un'attenzione particolare, quando si parla di compagnie, di "Ciop", di combriccole, merita senza dubbio la squadra dei facchini, un tempo un mestiere molto utile, diffuso, quando i trasporti erano per lo più affidati ai carretti e alle braccia robuste dei facchini. A Busseto funzionava la "Carovana Facchini", così era chiamata la squadra organizzata, a disposizione di aziende e privati. Quando non cera lavoro alla stazione ferroviaria o tramviaria (quest'ultima fino al 1939, poi smantellata) i facchini si ritrovavano, per facile reperibilità, preferibilmente al caffè della Stazione, da Firmino Barezzi, oppure da Ugo al "Sole", o all'osteria "dal tre pèchi" (Trattoria Aurora, detta anche la Scaletta).
Il capo dei facchini era Angilèn Camorali, persona seriosa, e sobria quanto bastava per dirigere questa squadra di scaricatori, pronta a mandar giù la polvere dalla gola con qualche fiasco di vino. C'erano Lelio e Guido Pizzoni (la "Pita"), (poi entrerà Pepino figlio di Lelio), Guido Bergamaschi ("vot-vot"), Mario, Angiulòn e Carlèn "Marinèn", Adelmo Remondini e suo fratello Carlòn, al "Moru" Renzo Malchiodi, Alcide Ballotta. E ci fermiamo ai tempi... eroici, anni trenta-quaranta.
Il compianto Tullio Allegri, della famiglia dei "Marinèn" e ottimo operaio del Comune, raccontava un episodio esilarante di questa simpatica compagnia di facchini. Un giorno, mentre scaricavano dei bariletti di vino pregiato siciliano, alla stazione merci, non resistettero alla tentazione di... assaggiare quel ben di Dio. Così escogitarono di... prelevare una bevuta, senza lacerazione alcuna dei sigilli: fatto un foro con un trivello piccolissimo e infilando una paglia a mò di cannuccia per sorbire le bibite, fecero l'assaggio, rimettendo il corrispondente di acqua e sigillando con lo stucco il forellino.
Insomma, bisognava pure eliminare la polvere di carbone e altro che si accumulava presso i vagoni ferroviari. Che ridar, ragass!
E prima di rincasare a fare la doccia, pardòn, a lavarsi nella tinozza o nel "navasol", una fermatina nell'osteria più vicina a casa... non si sa mai.
Un mestiere duro ma un gran cameratismo fra i soci facchini; amicizia sincera, come sincero era il vino.

 

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