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LE FAMIGLIE E I GRUPPI
Realtà di un mondo scomparso.
Dal libro "Bo'a nott, bassi" di Mario Concari (Edizioni Lama 1995)

I BARSER
I RACCHI
I REMONDINI
I FERRAGUTI
STOCCHETTI
I VANOLI

I BARSER
Erano tre i fratelli Barser (il casato è BERZIERI): tutti e tre,per un verso o per l'altro, entrati nella storia popolare bussetana.
Il più noto è senza dubbio "al vagu", proprio così; anche all'anagrafe era etichettato come "vagabondo".
Luigi Antonio, al secolo; era del 1906, il più vecchio dei fratelli. Famiglia bussetana di lunga stirpe; carrettieri (il padre, Carlo Angelo, classe 1875 e morto nel `17, faceva questo lavoro), mestiere che svolgeva anche lui al Vagu detto anche Tulòn ma che ben presto abbandonò perchè amava vivere in libertà, non preoccupandosi di come vestire e mangiare: il suo tetto era quasi sempre la volta celeste o il fienile (quello della "Gallinara" era a "tre stelle" visto che era il preferito). Una salute di ferro la sua che gli permetteva di dormire d'inverno su una panchina del viale, e al mattino si lavava la faccia e anche la camicia sotto il rubinetto della fontanina in piazza Matteotti. Era cliente dei Frati francescani presso i quali andava a "mangià la supa" a mezzogiorno. Era abbastanza tranquillo e non disturbava più di tanto (anche se il Pretore di Fidenza, nel `28, lo aveva condannato per "disturbo della quiete pubblica e privata").
Si dice abbia tentato di andare volontario in Africa ma che lo abbiano rimandato a casa perchè sobillava i commilitoni gridando in piedi sul tavolo: "Morirem come le mosche!".
Negli anni cinquanta venne, più volte, mandato a Sospiro nella tristemente nota casa di cura per malati mentali, dove trascorse qualche mese. La sua forte fibra lo accompagnò fino a 62 anni (che sembravano ottanta). Ultima annotazione: si dice avesse una specie di morosa, la "Triaca", non meglio identificata.
Il secondo "Barser" in ordine di età, era Mario, classe 1908, detto "al student". Celibe, come gli altri suoi fratelli; autista poi carretterie; questo ufficialmente perchè il nostro personaggio non era molto appiccicato al lavoro; rifiutava quelli troppo prolungati e preferiva affidarsi al caso. Era il più "nobile" dei fratelli; da qui il suo soprannome.
Nel 1938, è andato in Africa, ad Addis Abeba, rimanendovi per oltre un anno. Era di una certa aristocrazia; aveva delle compagnie anche del ceto medio-alto; inclinato come conversatore spiritoso e divertente alle dissertazioni filosofiche, che lo portavano spesso a uscire dalla realtà concreta. Leggeva il giornale ogni giorno al farmacista Petit-Bon perche questi era cieco.
Ma l'episodio che lo ha reso "immortale" è quello del secchio di... liquido di fogna scaraventato in testa alla Maria "dal butighèn" con negozietto in piazza del Mercato. Il fatto avvenne negli anni cinquanta, pare per futili motivi (la Maria era accusata da Barser di intromissione nei suoi affari amorosi). Così un bel mattino (si fa per dire) procuratosi un secchio e riempitolo di liquame dal tombino della fogna delle case popolari, la ricoprì di foglie e si recò nella zona di operazione.
Attese il momento giusto quando la Maria uscì dalla bottega e... dopo aver tolte le foglie, spatargnack!, scaraventò il secchio in testa alla povera Maria. Questa si mise a gridare ma non faceva che peggiorare la situazione in quanto il contenuto veniva direttamente assaporato. Una tragedia! Lui scomparve per diverso tempo da Busseto, temendo le conseguenze della denuncia; lei condannata a... masticare caramelle di menta per mesi dopo aver masticato rabbia per l'insano affronto subito.
Mario al student è morto all'Ospedale di Busseto nel 1989, dopo alcuni anni di degenza, quasi del tutto dimenticato.
Ultimo dei fratelli, Antonio, "Tugnèn" o "Tugnòn", al strasèr; il più tranquillo, compassato, taciturno; il più laborioso e intraprendente dei fratelli. Classe 1910; aveva il magazzino, si fa per dire, del ferro vecchio, nel torrione nord-est delle mura di Busseto, quello vicino all'Oratorio: un buco che divideva senza tanti problemi con ponghe, bisce e dove, qualche volta, trovava giaciglio suo fratello, al vagu. Aveva alcuni asini, per il traino del carretto delle sue cianfrusaglie, che chiamava col nome delle opere di Verdi, Aida, la Traviata, Rigoletto ecc.
Una famiglia bussetana (ha sempre abitato nel centro storico, via dell'Anonimo, piazza Carlo Rossi e le Case Popolari) che anch'essa è in via di estinzione. Sono rimaste le due sorelle, Rosina e Lia Pace, vecchie e stanche ma ancora indipendenti.


Carlo Brzieri, padre dei famosi Mario, Gino e Antonio e della Rosina e Lia, in una cassica foto Studio "Giuffredi".


A"Tugnen Barser" con uno dei "Tir" di una volta, l'asino chiamato "Rigoletto".

 

I RACCHI
Ligio Racchi e i suoi fratelli Guido e Lisandar (potrebbe essere il titolo di un film), facevano parte di un clan famigliare di pura estrazione bussetana (da circa due secoli esistente nella nostra cittadina. Ligio (anche se il nome esatto era Eligio) ha fatto il calzolaio e l'infermiere; aveva messo su una famiglia numerosa con la sua Gemma (sorella di"Bardàn"). Figura tipica di uomo del popolo; modesto e giudizioso, onesto e servizievole ma, anche lui, come tanti, col "benedetto" vizio del... calice.
Suo fratello Guido, detto "al Marescial", aveva un debole per la divisa militare che indossava ancora ogni qualvolta il calendario delle feste patriottiche glielo permetteva, (tutto bardato di mostrine, medaglie, cordoncini e aggeggi vari - come un cavallino siciliano) e anche lui non... disprezzava certo la compagnia del bicchiere (possibilmente pieno). Faceva il muratore (la sua specializzazione era quella del "calsinèn") e si racconta che un mattino a Samboseto, dove si stava costruendo il Salone "Ape", si presentò sul lavoro con una faccia che... "la pariva `na saracinesca". "Cusèt fat, marescial?" gli disse Tessoni, al russ, che era il mastro, e aveva subito capito che i segni sul volto dal marescial erano dovuti ad una bevuta fuori ordinanza... della sera prima. E, il buon Guido, candidamente, gli buttò una risposta che dimostra tutto il suo spirito: "Ma tèès... j'ar sira intant ca `ndèva a ca', a's'mé `lvà impé la strèda davanti!" ...
L'altro fratello, Lisandar, da giovane faceva il maniscalco. Durante la grande guerra aveva perso un occhio per cui si adattava, poi, a qualunque lavoro: negli ultimi anni aiutava in macello e in negozio, Giuàn (Nicandro) Cipelli; trasportava la carne in negozio e serviva i clienti a domicilio. Di lui si racconta il famoso episodio della gita in barca con Luigi Caffarra, cieco di guerra. Quest'ultimo era addetto ai remi e Lisandar al timone; Caffarra, inesperto, ad un certo punto della traghettata, centrò con la punta del remo... l'unico occhio buono, valido, quello di Lisandar il quale esclamò dolorante e irritato: "Lé, adèsa sum a tèra"!, intendendo con ciò che a quel punto si navigava alla cieca. Ma il rematore, pensando volesse dire che erano giunti all'altra sponda, scavalcò il bordo della barca e finì nell'acqua, cioè nel Po.

I REMONDINI
Un'altra famiglia tutta bussetana, fino all'osso, numerosa e imparentata con mezza Busseto e ricca di personaggi caratteristici e popolari. Quello che ci viene da più lontano è Salvatore nato nel lontanissimo 1855, naturalmente a Busseto, come il padre Benedetto. Salvatore era campanaro della chiesa di S. Anna. Campanaro tuttofare e brillante: durante le processioni, che lui stesso ordinava bene in fila, invitava le donne alla preghiera, dicendo: "Pregate per le povere anime del purgatorio, inco lur, admàn vuètar!". Poi prendeva lo stendardo raffigurante il simbolo della morte, con la falce.
Figlio di Salvatore erano Alberto, detto Pistulèn, la Francesca (la China) e Giovanni (Giachi). Alberto, che aveva sposato la Zaira Borlenghi aveva a sua volta sei figli: Adelmo (papà di Poldo, l'Albertina e Vittorio), Pierina, Giuseppe, Carlo, Maria e Teresa. Tutti o quasi con una storia.
Quella di "Giachi" è piuttosto singolare: faceva il carrettiere, ed un bel giorno, tornando a casa con la barra carica di ghiaia (e lui a piedi che la seguiva) trovò sui suoi passi una giacca; la raccolse, la scaraventò sulla barra e riprese a camminare. Dopo pochi minuti ne trovò un'altra. Stessa operazione, anche questa sulla barra.
Evidentemente era un giorno fortunato per lui perchè ne trovò una terza. A questo punto, il carrettiere, pensando che gli sarebbero bastate due giacche di scorta, diede un calcio alla giacca mandandola nel fosso. Tornato a casa, però, cercò la "sua" giacca e le altre due, ma non ne trovò nemmeno una.
Adelmo era facchino (faceva parte della famosa Carovana); fu portato in Germania nei primi anni dell'ultima guerra dove rimase per circa due anni. Al ritorno lavorò al bottonificio Cannara ma fu
sequestrato dai tedeschi per lavori di trinceramento nei "Prati di S. Geminiano", dove fu colpito, durante un bombardamento aereo, da un grosso masso di terra che gli schiacciò il torace e la testa, causa della sua morte, avvenuta dopo tre giorni. Anche Carlo era facchino divenuto in seguito inserviente alla "Lancia" di Genova. La Pierina aveva sposato certo Branchetti, si era trasferita a Parma come le sorelle Maria e Teresa (sposate rispettivamente a Cattadori e a Cecchelli.
I Remondini, a Busseto da oltre due secoli, provenivano da Bassano Veneto dove svolgevano il lavoro di tipografi e pare si fregiassero, fino ai primi anni del secolo scorso, del titolo di nobile.

 

Ferraguti (il terzo da sinistra in piedi) assieme a "Talen" Cadnass, al Galot, "Manacul", Nino Stocchetti e Denso Borsi (il giovane a destra.

I FERRAGUTI
Una famiglia bussetana di antica stirpe, purtroppo da poco estinta: l'ultima Ferraguti, la Dorj, è scomparsa alcuni anni fa.
Leopoldo, il capostipite, che prendiamo in esame, aveva sposato la Maria Barbara Remondini ed aveva avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Di questi, Ennio, era morto al fronte nella grande guerra 1915-18, mentre Lino, falegname, era appunto il papà della Dorj. Delle figlie la Giuseppina aveva sposato Nino Uriati, (da cui discendono i numerosi figli: Don Ugo, Cesarino Ennio, Francesco, Palma, Mariuccia e Lina; poi c'era l'Elena, la fruttivendola, l'Ines, commessa di farmacia ed infine la Luigina, sposata Remondini, (la mama di Poldo, dell'Albertina e di Vittorio).
Chiarita la situazione... anagrafica vediamo di addentrarci più da vicino sulle loro attività. Lino, il falegname, tipo di poche parole era un gran lavoratore che non si fermava mai: un giorno si procurò, sul lavoro, una ferita con la pialla: senza tante storie, dopo essersi asciugato con la vestaglia, non certo pulita, e la segatura, si fasciò la ferita col fazzoletto da naso e continuò il suo lavoro.
Nella stessa bottega di Ferraguti (che era in via Leoncavallo, davanti alla villa Carrara) lavorava, da ragazzo, anche Libero Dondi, il futuro fotografo, ed è proprio lì che perse la gamba a causa di un infortunio sul lavoro.
La più nota fra le sorelle è stata senza dubbio l'Elena, la "frútaróla": col suo carretto e con il ..."fugòn dal castagni" si piazzava nei punti strategici, in via Roma di fronte alla piazza Verdi oppure davanti al Cimitero nei giorni dedicati alla visita ai defunti.
Era dotata di gran cuore, specialmente con i bambini che non avevano... spiccioli. Caratteristico il suo mezzo di trasporto per il rifornimento delle merci: una vecchia bicicletta attrezzata con una cassetta di legno sistemata dietro la sella e, davanti, il singolare portapacchi in ferro, chiudibile. Così girava nelle campagne in cerca di prodotti, freschi ma anche di "seconda scelta". Come l'Ines, sua sorella, non si era sposata, ma si è sempre dedicata alla sua famiglia con tanto amore.

STOCCHETTI
Famiglia nota e stimata in Busseto di cui Guglielmo, Guglialmèn, per gli amici era il più conosciuto: un artigiano dai "guanti bianchi", si può dire, perchè raffinato nei modi e nel linguaggio, amante della conversazione e della compagnia con cui amava trascorrere le ore libere al Caffè Centrale o facendo due "vasche" nel viale. Ricordiamo qualcuno degli amici: Nadèl Parolari, Carlo May, Pinèn Zani, Adalberto Curblèn.
Gli Stocchetti avevano un negozio di biciclette, all'inizio; poi spostarono la loro attività nel ramo dell'idraulica; impiantistica e sanitari. Nel laboratorio di Stocchetti si sono alternati molti giovani per imparare il mestiere; fra questi, come molti ricorderanno, c'era anche il buon "Tunèn Baròs", divenuto il suo "uomo di fiducia". Gli Stocchetti non erano di origine bussetana; il padre, Enrico, classe 1880, da Cremona era venuto a Busseto nel 1906. Guglielmèn che era nato nel 1914, aveva altri tre fratelli, più anziani di lui, Antonio, detto Nino, morto ad Addis Abeba (nel 1970) dove si era trasferito col fratello Remo dopo la "conquista dell'Impero" e Romolo (Emilio all'anagrafe), radiotecnico trasferitosi al Cairo dove è deceduto nel 1982
Guglialmèn, che aveva sposato l'Ottavia Patroni, se n'è andato prematuramente, a 64 anni, lasciando un gran vuoto in famiglia (aveva tre figli, due maschi e una femmina) e nella cerchia degli amici.

 
 

I VANOLI
Una stirpe, una razza di bussetani da circa due secoli.
Famiglia di barbieri, arte che si è tramandata di padre in figlio, da molto tempo. Il più noto dei Vanoli è stato, naturalmente il buon "Ninetto" (all'anagrafe Umberto), morto qualche anno fa (nel 1991) che ha lasciato un vuoto reale nella cittadina che lui ha sempre amato di un amore sincero e profondo. Appassionato conoscitore verdiano, caparbio e paziente raccoglitore di fotografie con dedica dei più illustri personaggi della lirica, che aveva allineato tappezzando il suo "salone" da barbiere, divenuto quasi un museo, un luogo d'incontro dei bussetani di classe.
Nel suo negozio (che ha diviso col fratello Valter, poi deceduto quando Ninetto era ancora in servizio) si poteva svolgere qualsiasi operazione turistica, ascoltare musica (la raccolta di dischi era ricca e pregiata), ci si poteva prenotare per gli spettacoli al "Verdi", oppure per le gite in pullman o per vedere l'opera. Ninetto aveva gestito anche la ricevitoria della Sisal (così si chiamava una volta il Totocalcio). Insomma, in una parola, da Ninetto ci si poteva anche far tagliare i capelli per dire che c'era un po' di tutto. Un vero ufficio turistico, meta continua di forestieri, turisti verdiani, i quali avevano libero accesso nella bottega del figaro verdiano, conosciuto da tutti; era in corrispondenza epistolare con centinaia di appassionati della lirica e di Verdi.
Andato in pensione, Ninetto, cedeva il suo materiale fotograficodiscografico e documentaristico all'"Obiettivodue", titolare Artoni Possidio, il quale ha allestito una mostra permanente intitolata al compianto figaro-verdiano, chiamato anche "il baronetto", per i suoi modi signorili ed eleganti e per gli ambienti che frequentava, del ceto medio-alto. Sua compagna fedele e discreta, teneramente legata a lui la buona Noemi, acconciatrice di rango e fedele e gelosa custode dei ricordi di Ninetto.
Oltre al citato fratello Valter, Ninetto aveva anche una sorella, Carla; un tipo dinamico e genuino, dal carattere deciso, che si era creato nell'ambiente dove lavorava, il Bottonificio Cannara, un suo habitat naturale, al quale aveva dedicato tutta la sua vita.
Ultimo dei fratelli Vittorio, o Vittorino come viene chiamato amichevolmente: orchestrale di un certo rango; aveva viaggiato anche su navi, suonato all'estero ed era divenuto "primo violoncello". dell'Orchestra di Verona. Ora, in pensione, svolge un prezioso servizio, quello di suonare l'organo nella vicina chiesa di S. Maria degli Angeli.
1 genitori dei fratelli Vanoli erano Angelo (anch'egli barbiere, classe 1872) e Visioli Gisella; lui morto nel 1921, ricordato ancora da pochi bussetani mentre il ricordo della Gisella è ancora nella memoria di tante persone: una autentica donna del popolo, una bussetana fino al midollo; abitava prima in via dell'Ospedale quindi nella via Pasini, nella casa di nonna Zoraide.
Ed ora un altro Vanoli, "Tanèn" (Gaetano), anche se andiamo indietro nel tempo: era infatti un fratello del nonno dei citati fratelli Vanoli, appena "visti". Faceva il calzolaio; era un uomo di modesta levatura, singolare e schietto. Di lui si racconta l'episodio dell'"operazione" di rammendo del simulacro del Cristo morto, quello che si porta in processione il Venerdì Santo e che si trova nella chiesa di S. Maria.
Era successo che il prevosto della Collegiata (siamo ai primi anni del secolo, c'era allora il prevosto Mons. Allegri), avendo constatato che il simulacro che, come si sa è in cuoio, presentava una lacerazione, una falla, nella parte posteriore, si rivolse al buon "Tanèn" perchè ci mettesse una pezza. "Fa' un buon lavoro", gli raccomandò il prevosto, "poi presentami il biglietto".
E lui, dopo aver eseguito per bene il suo lavoro, a domicilio, si recò dal Prevosto con il biglietto in cui aveva scritto: "Per aver pezzato il culo a nostro signor Gesù Cristo, centesimi 50"...
Era nato a Busseto nel lontano 1863; il suo botteghino da calzolaio era in via dell'Ospedale. Aveva sposato la Zoe Bianchi (detta "Zoia") o anche "la maga" perchè faceva le carte, con discreto successo, guadagnandosi così qualche... "caurèn" (centesimo) . Tanèn, che era nato nel lontano 1863, moriva dopo l'ultima guerra, nel 1947. Ha lasciato un figlio, Giovanni, (Nino), classe 1899, che aveva imboccato fin da giovane la professione di suonatore professionista, divenendo maestro d'archi, qui a Busseto.

 

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