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LE FAMIGLIE E I GRUPPI
Realtà di un mondo scomparso.
Dal libro "Bo'a nott, bassi" di Mario Concari (Edizioni Lama 1995)

L'AMBROGI
I BALESTRA (CADNAS)
BUTASS (i suplèr e furnèr)
I CANTARELLI
I MARINÈN (ALLEGRI)
I PARÌSS

L'AMBROGI
Una famiglia bussetana, di vecchia data, quella degli Ambrogi. Quasi tutti facevano il postino o l'impiegato del Comune o dell'Esattoria. Leopoldo (Poldo per gli amici) è stato l'ultimo degli Ambrogi, una razza che a Busseto si va estinguendo, visto che i due figli, Angelo e Alda, si sono entrambi trasferiti fuori sede, pur rimanendo col cuore a Busseto dove hanno ancora la madre, la Rosina Negri, la "fiola `d Ciupela".
Dunque Poldo, un impiegato del Comune, di stampo antico: preciso, sempre disponibile, incorruttibile e bravo. Lavorava a fianco del "siur Enso" (signor Enzo Arduzzoni) con il quale, spesso, si trovava a S. Agata, assieme al maestro Nastrucci, a fare la briscola e il tresette.
Era inserviente in Teatro Verdi quando si davano spettacoli di ogni genere, assieme ai fedeli Tullio e Giacomino Allegri. Ma più di una volta ha calcato pure lui, come attore, il palcoscenico del nostro teatro. Faceva parte infatti, come comico, della Compagnia Filodrammatica capitanata da Chícotto e dalla maestra Stecconi. Una volta faceva il personaggio di un vescovo e lo ha fatto tanto bene che per un po' di tempo lo chiamavano "eccellenza". Faceva parte anche della Banda Cittadina diretta dal maestro Massera: suonava il tamburino con maestria.
Ma veniamo a Odoardo, padre di Poldo, detto anche Duardèn; postino di campagna (poi divenuto "guardia rurale" in Comune). La sua fama gli deriva principalmente dal famoso episodio della cartolina illustrata affidata... all'Ongina. Era successo che un giorno, dopo ore di duro lavoro, con tante ferriate (e tante bevute) si accorse che gli era rimasta nella "sacca" una cartolina illustrata, guarda caso indirizzata ad una giovane di S. Rocco. Perbacco... che fare? Letta la cartolina e, visto che si trattava solo dei soliti "saluti e baci", si chiede: "Ed io per un bacio devo andare fino alla "Ginevra"?" (che è una contrada di S. Rocco). Così dicendo si porta sul ponte dell'Ongina e getta la missiva nel torrente: "Va, corri cartolina, va dalla tua bella".
Aveva una bicicletta con i parafanghi in legno, pesante, dura da spingere, specialmente quando aveva il... sovraccarico. E quando tornava a casa dalla sua Angiolina (Fantini), così, si giustificava: "L'e sta' l'ultim bicer!" (E' stato l'ultimo bicchiere).
Che bel tipo il nonno "Duardèn": amava scherzare, soprattutto sull'argomento... tavola. Quand'era in compagnia di amici e si parlava di "piatti", lui le "sparava" grosse: diceva ad uno dei suoi figli... "E vera o no... díg quant piat d'anulèn ho mangià inco!". (E' vero o no, digli quanti piatti di anolini ho mangiato oggi). E quello candidamente rispondeva: "Si papà, quatar foti" (Si papà, quattro fette)
La vecchia bicicletta era il suo mezzo di... locomozione; anche dopo, quando divenne guardia rurale con il Comune. Bussetano puro, come detto, classe 1879, abitava nel centro, prima in via Gelati (ora Maccolini) poi si era trasferito in via Roma. Aveva un fratello, Lazzaro, messo esattoriale, morto nel 1925 in circostanze drammatiche. Oltre a Poldo aveva altri due figli, Aldo, pure lui postino, morto in Germania durante l'ultimo conflitto mondiale, e Arnaldo, impiegato di banca, anch'egli morto prematuramente.
 

Talen Cadnas (il primo da sinistra), poi Tuscan (papà di Giancarlo), Ido Butàss, Gino Allegri ("Marinen"), suo fratello Angiulon, al maestar Allegri (fiol dal campaner) e, Giuseppe ("Pinen") Cipelli, Angelo Barezzi, il ragazzo col violino.
I BALESTRA (CADNAS)
Una famiglia, una stirpe conosciutissima a Busseto, da oltre un secolo, trapiantata in Emilia dal 1300, ma che affonda le sue radici nel Veneto, fatta nobile alla serrata del Maggior Consiglio in Venezia (dove risiedono dei Balestra orafi, sarti e pittori, tutt'ora).
Luigi (Vigèn) era padre di quattro figli uno dei quali, Carlo, nato a Busseto nel 1866, ebbe a sua volta sei figli: Natale (Talèn), Giacomo, Irma, Clara, Dina e Prassede (morta a soli 14 anni).
Furono agricoltori fra Roncole e Semoriva, ma anche abili in altri mestieri come fabbri e norcini (fra i clienti annoveravano anche la famiglia Verdi Carlo); operarono, fra i primi, con le macchine per la trebbiatura e l'aratura quando ancora si usava il vapore. Il soprannome "Cadnàs" derivò loro da uno di questi lavori, quello di fabbri. Abili e perfezionisti nell'arte delle serrature costruirono un enorme catenaccio ad un portone, con relativi chiavistelli e congegni, tipici di quei tempi. Come norcini (masalèn) furono raffinati nella preparazione del culatello, creando il famoso "sacchetto" (quella parte superiore del prelibato salume nostrano che assorbe tutte le impurità rendendolo ottimo.
Fra i Balestra troviamo il dott. Ercolano, notaio di Verdi e Don Pietro Balestra, pittore. Avvicinandoci ai nostri tempi parliamo di uno dei figli di Carlo, Giacomo, colui che più degli altri ha "portato" il soprannome di Cadnàs: gran bel tipo, carattere sanguigno e irascibile, ma amante della compagnia; si divertiva a raccontare fatterelli strani che sarebbero capitati proprio a lui e pensava di far credere tutto ciò che diceva. Come, ad esempio, la storia dell'oca sotto il tabarro, dimenticandosi che questo fatto era accaduto... d'estate. "Catenacci, spara"!, gli gridavano i suoi amici, riferendosi alle "balle" che ormai per lui erano divenute una norma. Era della classe 1895, aveva quindi partecipato alla grande guerra e nel 1956 si trasferi con la famiglia a Fidenza.
Suo fratello Natale (Vigiglio Natale, per l'esattezza), Talèn per gli amici, faceva il muratore, come Giacomo; era il più distinto dei fratelli. Aveva sposato una "forestiera", Udilia Amadei, una bella donna, signorile nell'aspetto, faceva la bottonaia ed aveva dato al suo Talèn quattro figli, Carla, Adriano, Sandro e Franca. Anche loro hanno abitato come tante altre famiglie, in Codalunga, nel casermone quando questo era superaffollato. Due di questi, la Carla e Sandro, sono ancora a Busseto mentre Adriano e la Franca si sono trasferiti; quest'ultima, dopo essersi diplomata in pianoforte al "Boito" di Parma col massimo dei voti, ora insegna a Treviso.
Un accenno particolare all'Irma Balestra, nota per la sua abilità di sarta: si dice avesse lavorato per la Filomena Maria Verdi, erede del maestro, con la quale aveva anche rapporti di amicizia essendo vicine di casa. Era la sarta delle signore "bene" di Busseto, specialmente nelle occasioni dei veglioni al Teatro Verdi.
La sorella Dina, infine, scomparsa da pochissimo, era la moglie di Guido Bergamaschi; donna energica e schietta, da buona bussetana, anche nell'età avanzata. Vanno senz'altro citate anche le cugine Alba e Ada, conosciutissime: ostetrica "ruspante" la prima e titolare di lavanderia la seconda. 1 Cadnàs: un'altro soprannome che rimarrà nella memoria dei bussetani.

BUTASS (i suplèr e furnèr)
1 Bottazzi, una generazione originaria di Villanova sull'Arda ma da oltre un buon secolo trasferita a Busseto (dal 1884), quindi la si può senz'altro annoverare fra i "bussetani". Il capostipite, Valeriano, nonno di Ido, Valerio e Giovanni (come vedremo), oltre a Cesare che faceva il barbiere, si era trasferito in Codalunga ("Codalunga", cioè via Zilioli) e svolgeva il mestiere di zoccolaio, "al suplèr", una professione dei tempi anche se non rendeva molto: "par mangià un toca ad pan", decisero così di fare il fornaio. Ma vediamoli, questi Bottazzi, originariamente "suplèr" ma che si sono poi emancipati...
Ido era indicato semplicemente così, Ido Butàs (Bottazzi). Personaggio estroso, disinvolto, burlone, intraprendente e capace. Tifoso viscerale del regime mussoliniano aveva pensato bene, dopo l'ultimo conflitto di... svernare lontano da qui, e scelse Chiavari. La sua professione era indicata come "suonatore" e "meccanico", mentre sia il padre, Remigio, che i fratelli, Valerio e Giovanni, erano divenuti fornai, sempre in "Cualonga"; il buon mestiere prosegue ancora oggi dopo che "Gabri", figlio di Giovanni, ha lasciato il " testimone" al figlio Giovanni. Ma torniamo a Ido. Era del 1896; aveva fatto la prima guerra mondiale e si era sposato a Tornolo con Dall'Aglio Oclide Ada dalla quale ha avuto sette figli: Mariolina, Jonne (una bellissima donna), Giuseppina, Remigio, Ivona, Guglielma e Alessandra.
Molto bravo nel suo lavoro era, come detto, un buontempone: fu lui a scrivere sul muro di via Ghirardelli, a grandi lettere, la frase che divenne famosa "Romeo non ghe sé" (Romeo non c'è) riferita a Romeo Cantarelli.
Valerio Bottazzi, era del 1899, nato a Busseto, coniugato con Bottoni Rosina. Fornaio, come abbiamo detto, assieme ai suoi famigliari. Era divenuto, poi, portiere del locale Monte di Pietà.
Dopo la guerra si è trasferito, anche lui, in riviera, a Rapallo. Simpatica figura, allegra, pronta alla battuta e ricca di humor.
Di lui si raccontano episodi divertenti. Ve ne riportiamo qualcuno. In compagnia di suo nipote Gabri (quando questi era un ragazzino) erano andati a pescare nell'Ongina, alle Pioppe, naturalmente senza licenza. Gettata la "balansa", dopo qualche minuto tiravano su... e così per un po'. Nel frattempo due individui, sulla strada, con fare indifferente, si guardavano intorno. Ad un certo punto, Valerio dice a Gabri: "Va `veda chi Ven" (vai a veder chi sono). E Gabri, dopo aver dato una sbirciatina, visto che i due guardavano in alto, ritorna e rassicura: "Guèrda fii - guàrda fii!" (che vuol dire: guarda fili, quelli della luce). E continuano a pescare. Fin che i due forestieri entrano in azione: "Come va, giovanotti... se ne prendono?". E Valerio: "Un quei d'on - un quèi d'on". (Qualcuno). E quelli: "Avete la licenza?". Gabri, non immaginando certo che erano guardiapesca, di rimando: "S'usa mja - s'usa mija" (insomma non usava avere la licenza, era più divertente così). A questo punto i due gettano la maschera e si presentano per quelli che rappresentavano in quel momento, sequestrando tutto il materiale e comminando la relativa multa.
Un'altra avventura di Valerio: aveva costruito, nel suo cortiletto interno (in Codalunga) una giostra in legno; era tanto preso dal suo lavoro che non si era accorto che la giostra... non passava dal corridoio dal quale doveva uscire con la sua giostra, e così dovette smantellarla.
Altra caratteristica di Valerio era quella delle strane espressioni, tutte "sue", buffe come: "Sum andà al camp aspurtiv, a ghera dusènt gènt" (Sono andato al campo sportivo, c'erano duecento persone); oppure: "Ghera tanta gènt c'a s'é pigà la stràda" (C'era tanta gente che si è piegata la strada)!
Giovanni Bottazzi, al papà `d Gabri (quest'ultimo deceduto lo scorso anno), prima di dedicarsi al forno coi famigliari, aveva calcato il mestiere dei suoi vecchi, "al suplèr", ed aveva lavorato anche presso la ditta Muggia. Anche lui era un tipo ameno, imprevedibile però, e quando gli saltava la mosca al naso, era capace di tutto: una volta gettò fuori dalla finestra del forno, in contrada, un secchio di strutto ("ad duleg") perchè rancido. Lo strutto glielo aveva "piazzato" un "paisàn" (contadino) che, evidentemente, lo deteneva da... qualche anno. Ma la comica (o tragica, se volete) è che, proprio in quel momento, passavano sotto la finestra alcune suore che andavano a messa (che alloggiavano, come noto, proprio di fronte al fornaio, in Codalunga).
"Al duleg" investì così le incolpevoli monache, imbrattandole senza pietà. Tanto si dolse il buon fornaio, e toccò al padre presentare le scuse del caso alle suore, scuse accompagnate da una buona torta... riparatrice ..."Ma brau al mé furnèr al suplèr" (Ma bravo, il mio fornaio, zoccolaio)! Ancor oggi alcuni bussetani usano questa espressione: "Vag a tò 'l pan dal suplèr" (Vado a prendere il pane dallo zoccolaio).

 
 

I CANTARELLI
Se non proprio bussetana di "razza" questa famiglia la si può considerare di adozione, visto che si è insediata nella nostra cittadina agli albori della prima guerra mondiale. Era originaria di Alseno; il capostipite Angelo, classe 1857, muratore, si era collocato in via Provesi mentre i suoi quattro figli maschi, Giuseppe, Romeo, Luigi e Attilio avevano aperto una bottega di falegnameria in via Ghirardelli dove c'è quel cortiletto caratteristico dei vecchi centri storici. (In quel luogo il vecchio Cantoni, suocero di Giuseppe Cantarelli, uno dei fratelli falegnami, aveva una "stazione" per il cambio dei cavalli e delle diligenze per i forestieri, faceva il vetturale e dava a noleggio i cavalli).
La bottega di falegnameria dei Cantarelli era legata all'episodio della famosa frase "Romeo non ghe sé", scritta a rossi caratteri sul muro dirimpetto alla bottega, da quel mattacchione di Ido Bottazzi. E vediamo come fu: Succedeva che Romeo (papà dell'Anna e di Adriano) era fuori sede spesso, per lavori a domicilio e, perchè no, per qualche fermata di... rifornimento, e, a quanti lo cercavano, un loro apprendista, un "giùan" (giovane), di origine veneta, immancabilmente rispondeva: "Romeo non ghe sé, fate buon viaggio"!
1 Cantarelli, divenuti ottimi "maringòn" (falegnami) presso cui hanno lavorato e imparato il mestiere diversi bussetani, si sono così insediati a buon diritto nel tessuto bussetano, con le loro rispettive famiglie: Giuseppe ha "lasciato" ad Arturo il mestiere (trasformato poi in mobiliere); ha avuto altri due figli, Sandro e Vittorio, entrambi deceduti. Romeo aveva quattro figli: Adriano (anche lui mobiliere) e Anna oltre ad Angelo e Aldo, questi ultimi da poco scomparsi. Luigi era il padre della Carla (moglie di G. Pietro Riccardi), l'Alda (vedova dell'avv. Coccapanni) e Giuliano, mentre Attilio ha lasciato due figlie, Luisa e Lucia.
Oltre ai fratelli falegnami c'era anche la Severina la quale aveva sposato, Domenico Baistrocchi (Minglhèn).

I MARINÈN (ALLEGRI)
Un casato, una famiglia bussetana fin dai tempi di Maria Luigia: gli Allegri, chiamati tutti, o quasi, con questo soprannome, non si sa per qual motivo.
Carlino classe 1887, Mario (1885), Gino (del 1889) ed Angelo (Angiulòn) del 1894 erano fratelli e quasi tutti facchini di professione, all'infuori di Gino meccanico che emigrò in Africa da giovane. Erano figli di Paride (1863) anch'esso facchino, figlio di Carlo (classe 1825) figlio di Giuseppe.
Carlino faceva il "corriere", prima di divenire facchino professionista; ritirava i pacchi alla stazione, ferroviaria e tramviari, e li recapitava a domicilio; usava un carrettino a due ruote e due stanghe. Una stirpe di gente del popolo, schietta, pronta sempre ad ogni lavoro o favore, per tutti. Amanti della buona compagnia, conosciuti e benvoluti da tutti. Un casato che si va estinguendo dopo i famosi Tullio e Giacomino (figli di Carlèn) e Paride (di Mario) i quali non hanno avuto figli maschi, e Giuseppe (Amos), figlio di Gino, che non si è sposato. I fratelli Marinèn avevano anche una sorella, Fermina, sposa a Camorali Giuseppe. Nella foto che segue vediamo Carlino Marinèn con alcuni operai del Comune fra cui i figli Giacomino e Tullio.


Carlino Marinen (il primo a destra) assieme ai figli Giacum e Tullio, "Ceto" Casoni e Piren Purcher, operai del Comune.

Arnaldo Pariss a destra con l'amico "Picanelo" (Giuseppe Gorreri)

I PARÌSS
Una stirpe, i Parizzi, con diversi personaggi particolari, divertenti, pieni di avventure esilaranti. Pirèn Pariss (Pietro Parizzi), il più conosciuto: a lui è legata la famosissima frase di saluto "Bo'a nott, Bàsi" (Buonanotte, Bassi) in uso ancora oggi, si può dire, e non solo dai vecchi bussetani.
Pirèn, tipo sanguigno, genuino; abitava anche lui in quella strada, l'Impianellato, che era stata... benedetta dal dio Bacco; era chiamata la "Porta d'Oro", la "Cuntrèda dal manag" (La contrada del bicchiere). "Quanti scimmj!". Era chiamato anche "al Canonic", Pirén, perchè era stato per un anno in seminario. Ma vediamo com'è nata la storia di "Bo'a nott, Bàsi":
Succedeva che il nostro Pirèn Paris, classe 1887, un bravo muratore che amava la compagnia, finita la giornata di lavoro e soprattutto le serate all'osteria, aveva il grosso problema... della Laura, sua moglie. Faceva parte di un "cast" molto affiatato, (Carlèn Fulcini, Guirèn Bufòt, Turtlòt, Canòn, Dumenic, la "Pita", Gumasu, Arnaldo e Lino (i so fradej) (i suoi fratelli), e via dicendo. E, a forza di rincasare tardi la sera, e per di più alticcio, la Laura, donna energica e "spicia" (sbrigativa), era giunta nella determinazione drastica di non lasciarlo più uscire dopo cena. Per un certo tempo vi riuscì. Ma nel frattempo Pirèn aveva conosciuto un certo Pompeo Bassi, un sarto, rappresentante di macchine da cucire, venuto ad abitare a Busseto, nel palazzo dei Marchesi con la famiglia. Una brava persona additata ad esempio dalla Laura che diceva di lui: "Col lì, vè, l'è na bràva parson'na, al sartor" (Quello è una brava persona, il sarto) (era nativa di Langhirano e non nascondeva certo l'accento dialettale). A Pirèn balenò un'idea: farsi amico con il "bravo" Bassi, "cu'l sartor..." (con il sarto...). E così fece. Cominciarono a trovarsi e ad uscire insieme, prima di giorno, poi qualche volta anche la sera. Ma era un'amicizia piuttosto fredda; "al sartor" non gradiva stare troppo all'osteria, non era un nottambulo, insomma, e ben presto le "uscite" dopo cena con Bassi finirono.
Che fare? E qui uscì l'ingegnosa trovata di Pirèn. Facendo credere alla moglie che continuava ad uscire con Bassi, al rincasare dava la buona notte all'amico (anche se questi non c'era): "Bo'a nott, Bassi" (Buonanotte, Bassi). Quindi, imitando la voce dell'amico... fantasma, rispondeva, sempre lui: "Bo'a nott, Pirèn" (Buonanotte Pietro).
Per alcune sere il trucchetto funzionò a dovere, anche perchè il saluto era detto alzando un po' la voce in modo che la Laura sentisse bene che era in... buona compagnia. Ma la moglie, subodorando 1'inganno, una bella sera lo attese sbirciando dalla finestra, pronta a coglierlo sul fatto. E così, dopo che Pirèn ebbe... salutato il suo amico "sartor", col solito saluto: "Boa nott, Bassi", la Laura, con la tempestività di un'attrice del teatro goldoniano, aprendo di scatto la finestra, gli gridò: "Bo'a nott na .forca!... at la darò mì Bassi! (Buonanotte una forca, te lo do io Bassi!) E per il nostro eroe fu davvero notte fonda.
Uno dei due fratelli di Pirèn era Lino, classe 1886. Faceva il muratore, come i fratelli, ma ha spaziato in altri lavori ed incarichi vari, alcuni per conto del Comune, come quello della disinfestazione dei locali esterni (per questo era chiamato anche "Ciappa muschi" -Acciappa mosche-) e dell'accensione della caldaia per il riscaldamento degli uffici comunali. Aveva sposato la Teresa Laurini ed aveva avuto due figlie, l'Anna e la Ninì (la mama `d Marièn). Tipo molto particolare, aveva un debole per i gatti... povere bestiole sole, abbandonate (meglio se ben pasciute) che lui accoglieva (si fa per dire) e... faceva andare al tegamino. Inutile dire che aveva il debole del bicchiere (meglio se pieno di vino) e della compagnia a lui cara, "cula `d l'Impianlà" (quella dell'Impiallato, cioè via Provesi). Era però una macchietta: era capace di andare all'ostería anche solo, con pane e formaggio; metteva sul tavolo (senza tovaglia, magari bísunto) una ponga, proprio così, una ponga morta, con assoluta naturalezza e faceva il suo tranquillo spuntino senza il timore che qualcuno lo andasse a disturbare o gli chiedesse di spartire il companatico. Lino Pariss è morto a Fidenza nel 1952.
Arnaldo Pariss era il più giovane dei fratelli. Anche lui muratore, questi, però con più costanza tanto che faceva parte di una cooperativa di muratori. Aveva partecipato alla grande guerra e dopo alcuni anni si era sposato con la Antonia Grandini, la "nuda `d Vigiòta" (la "nipote di Vigetta). Anche lui abitava come i fratelli, nell'Impianellato e, per non tradire la stirpe e il mestiere faceva parte della compagnia "dal litar" (del litro) che in questa caratteristica contrada brulicava. La "rogna", sua moglie, era buona e paziente, ma fino ad un certo punto, specialmente quando il marito tornava a casa non proprio sobrio e poi si lamentava perchè non aveva appetito, dimenticandosi che poco prima aveva consumato uno spuntino alla trattoria "ad la Scalòta" o da Firmino Baròs, e. la Togna lo apostrofava con quell'espressione tutta bussetana: "T'é semp'r al solít" (sei sempre il solito)!
Arnaldo faceva parte anche del gruppo dei pompieri di Busseto e questa foto lo ritrae proprio a Milano, con il notissimo "Picanèlo" dove era andato, in tempo di guerra, a prestare servizio.
L'ultimo dei fratelli Parizzi è Angilèn, muratore come il padre (che si dice fosse un ottimo caposquadra nella costruzione delle scuole di Busseto). Del ceppo dei Pariss sono rimasti Oscar (figlio di Arnaldo), deceduto in questi giorni e il citato Marièn, il baffone.

 

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