GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature FILMATI i miei video / torna al sommario / torna homPage
ET IN ARCADIA EGO
Una Accademia Bussetana del '700: l'Emonia
Per chi voglia rievocare la vita di Busseto nell'Età Barocca, elemento
di prim'ordine è anzitutto l'aspetto architettonico, che prese forma in quella
età e che dà ancor oggi un aspetto inconfondibile alla piccola e illustre
cittadina padana.
Ben si può dire che, fra i centri maggiori della Bassa
Parmense, l'architettura di Busseto primeggi per una spiccata nobiltà di linee,
per una peculiare armonia di volumi.
Ogni epoca, dal tardo Medio-Evo in poi, ha lasciato in
Busseto le sue tracce, ma se l'impronta urbanistica bussetana è ancora in gran
parte marcatamente medioevale, i monumenti più solenni e grandiosi sono
indubbiamente quelli dell'Età Barocca:
la villa Pallavicino
l'ex Collegio dei Gesuiti con l'annessa chiesa di S. Ignazio
il Monte di Pietà
alcuni palazzi patrizi
la chiesa della SS. Trinità.
Il tempo, che tutto cambia e consuma, i gusti mutati degli uomini, che spesso
vogliono tutto rinnovare, anche senza motivo, e sostituire in ogni epoca
l'antico al moderno, non ultimi i maldestri e pacchiani rifacimenti di questi
anni, contribuirono in larga misura a svisare l'aspetto di Busseto barocca.
Rimane tuttavia questa architettura solida, euritmica, elegante, che ci attesta
come, nel '600 e nel '700, i Bussetani volevano dar lustro agli edifici sacri e
profani della loro fiorente e attiva cittadina.
Nobili e borghesi arricchiti gareggiavano nella costruzione di palazzi,
in cui i cortili e gli scaloni d'onore avevano un posto preminente.
Ricchi e poveri esprimevano nel fasto opulento delle chiese, colmandole di
quadri, di stucchi, di argenti preziosi, il trionfalismo della Controriforma.
Non esistono più in Busseto, che io sappia, interni di palazzi o di case rimasti
com'erano nell'Età Barocca.
Anche le chiese hanno subito varie trasformazioni, ma glì
interni di S. Ignazio, di S. Bartolomeo, della SS. Trinità ci danno tuttavia una
immagine assai viva dell'Età Barocca. Da non dimenticare, infine, la sagrestia
di S. Bartolomeo, con il suo fasto austero e spagnolesco.
Numerosi pure i quadri dell'Età Barocca ancora oggi esistenti
negli ambienti sacri e profani di Busseto : basti pensare alle tre grandi e
belle tele del pittore bussetano Antonio Balestra nella chiesa della SS.
Annunziata, dove furono trasportate dopo aver ornato a lungo il salone di Casa
Bocelli. (l)
Detti quadri — nel disegno lievemente ondeggiante e nelle
increspature dei panneggi, nei colori a pastello chiari, luminosi e
sapientemente sfumati (bellissimi e delicati azzurri, verdi, grigi, rosa) sono
molto interessanti ai fini di questo studio perché ci presentano immagini
idilliache e « pastorali », tutte soffuse di evidente ispirazione arcadica.
È da tenere presente che questi quadri furono dipinti negli
anni in cui fioriva a Busseto l'Arcadia, con il nome di Accademia Emonia e che,
essendo l'Emonia formata soprattutto da sacerdoti e da canonici della
Collegiata, il Balestra viveva in un ambiente colto e raffinato, dove l'Arcadia
era di casa.
Forse il prevosto stesso di Busseto — quel Fabio Vitali che
era Gran Pastore d'Emonia con il nome di Idalmo Talaride —o qualche confratello
del Balestra diede al pittore l'idea della natura come sfondo ideale dei quadri
religiosi, oppure il Balestra stesso, che doveva indubbiamente conoscere la
poetica di Arcadia, che sapeva ammirare con la sua profonda sensibilità
d'artista i paesaggi solcati dal Po o dall'Ongina, ricchi di acqua, di pace, di
alberi verdi e frondosi, trasse — sia pure nell'inconscio — dall'atmosfera
spirituale in cui viveva allora Busseto, quella linfa vitale che fu nutrimento
della sua arte.
Certo, per una ricostruzione ideale di Busseto nell'Età
Barocca, accanto all'architettura e alla pittura, gioverebbe conoscere la
produzione letteraria dì quell'epoca, che trovò sicuramente la massima
espressione nell'Arcadia, ma che è però, in gran parte, purtroppo perduta.
Anche fra i libri della Biblioteca di Busseto e fra i
manoscritti conservati presso il Monte di Pietà ben poche sono le opere rimaste,
di tutta quella produzione degli Arcadi che dovette essere copiosissima.
È bello per noi, uomini del '900, che
abbiamo perduto il senso della natura non toccata e non guasta dalla civiltà, ma
che, al pari e più degli Arcadi, vorremmo un ritorno alla natura e gradiremmo
poter sognare come sognava Rousseau, leggere vecchie e polverose carte della
Emonia, riscoprire quei libri che per tanti e tanti anni, forse, furono da tutti
dimenticati.
Ritroviamo così l'eco un po' spenta, ma estremamente
suggestiva, di quella età lontana da noi, non tanto per gli anni trascorsi,
quanto per il modo di pensare e di sentire: Busseto ritorna ad essere la « Valle
di Tempe » sacra alle Muse, dove pastori venerandi celebrano, con religiosa
solennità, i loro misteri letterari.
E, al di là delle pastorellerie, forse un po' leziose e
apparentemente vacue, pur sentiamo vibrare l'anima di quegli uomini che
ricercavano, anche nelle esercitazioni poetiche, una più alta e intensa eticità.
Se pensiamo a tutte le Arcadie che pullularono in Italia e
nel Parmense (come a Parma e a Fontanellato) e consideriamo il loro carattere
spensierato, lievemente sensuale e godereccio, l'Emonia di Busseto sembra
distaccarsi da tutte le altre Arcadie per una sua peculiare serietà e austerità
di intenti.
I pastori d'Emonia ritenevano infatti — quasi come in una
sorta di umanesimo in ritardo — che il culto appassionato e approfondito della
lingua contribuisse in sommo grado non solo ad ingentilire, ma anche a
migliorare i costumi.
Aborrivano dall'ozio e volevano creare qualcosa di nuovo e di vivo.
Il bello era insomma per essi via per giungere al buono,
proprio secondo l'ideale dell'antica Grecia che prendevano a modello: xcaov xccì
ayabv. La palestra delle Muse diventava così per gli Emóni palestra di quelle
virtù che noi chiamiamo civiche.
«Quello, che tratto Egisto Mantide, e Me, e con noi
Aldonio Capso a formare cotesta Adunanza di Poeti con Nome di PASTORI EMÓNI (2)
non è venuto da ambizione, né da alterezza, ma, e da desio di veder coltivata
una bell'Arte, la quale, e per se stessa, e per le cognizioni, che debbono
andarle Manzi, accompagnarla e seguirla, è stata, è, sarà sempre l'ornamento
d'ogni ben nato Cittadino, e da giusta brama di allontanare da Noi l'ozio di sì
gran mali, come ogniun sà, ahi troppo sempre feconda cagione», diceva il
gran pastore Idalmo Talaride, cioè Fabio Vitali, nell'atto solenne di nascita
della Emonia (24 settembre 1755) e nella partecipazione del Sovrano Ferdinando
di approvare le leggi dell'Accademia si scriveva, fra l'altro, del duca: «prendendo
in veduta la felicità, l'onore, la gloria di questa vostra Città, che non è una
delle gemme meno preziose della sua Real Corona» e si continuava
esprimendo l'auspicio di Ferdinando che gli Emóni fossero utili allo Stato, alla
società e a se stessi. La fiducia del duca (o forse, meglio, dei suoi
intelligenti collaboratori quali il ministro Du Tillot) non era mal riposta.
Quei pastori Emóni che «raunati nella VALLE DI TEMPE
presso il FIUME PENEO, (3) vicino alla grande Capanna, luogo a ciò destinato, il
giorno quattresimo del Mese settesimo dell'Anno pur settesimo dalla Fondazione»
(4) avevano voluto dare il, decalogo all'Accademia, bene meritarono di Busseto.
— Anche se le loro poesie non raggiunsero mai vette sublimi,
anche se l'Accademia di Busseto e tutte le Accademie d'Italia sarebbero state
ben presto destinate e scomparire travolte dai tempi nuovi. —
Questi pastori rifulsero tutti per virtù civiche altissime:
si dedicarono alla chiesa, alla scuola, al miglioramento continuo delle
condizioni di vita del loro paese.
Accolsero nell'Emonia molti corrispondenti di altre città e
instaurarono cosi rapporti di stima e di amicizia con persone illustri e lontane
(forse mai viste, data la grande difficoltà dei viaggi in quei tempi), ma
conosciute e apprezzate attraverso gli scritti: in questo culto dell'antico e
del bello, in questa ricerca della parola esatta e armoniosa, che accomunava
tutti nell'ideale repubblica delle lettere.
Purtroppo molti scritti degli Emóni sono andati perduti:
rimangono i documenti di una seduta, quella del 24 dicembre 1755 (quando l'Emonia
ebbe, come ho già detto, il suo decalogo) e alcuni fogli, sparsi qua e là,
manoscritti o a stampa, sul tramonto dell'Emonia stessa negli anni intorno
all'800. Non mancano, è vero, le poesie dei corrispondenti, come quelle della
poetessa Gaetana Secchi Ronchi di Guastalla.
La Secchi Ronchi fu molto apprezzata da un Bussetano di
eccezionale statura morale e intellettuale, Ireneo Affò, arcade egli stesso e
discepolo di Fabio Vitali, che scrisse per lei:
— il « discorso » o prefazione alle « Rime » (Guastalla,
Comunità 1776)
— la « Festevole dedicatoria » premessa alle « Rime facete »
del cav. Alessandro Pegolotti Guastallese (Guastalla, 1766).
La poetessa, acclamata nell'Arcadia di Roma con il nome di Erbistilla Argense,
fu fatta segno agli strali del Frugoni, che disse di lei: «nasuta e rugosa
figlia di Apollo, non donna ma fantasma».
La Secchi Ronchi fu davvero, a giudicare dai ritratti, donna
di bruttezza non comune. Ma non ebbe, a quanto pare, «complessi di inferiorità»,
come si direbbe oggi. Fu arguta, cordiale, simpatica, attiva e anzi
infaticabile; seppe scrivere poesie sui più disparati argomenti (seri e faceti,
sacri e profani) con accenti non mediocri.
Ridotta, negli ultimi anni di sua vita, in povertà, seppe
affrontare la dura sorte con dignità e fermezza, né le venne mai meno quella
amabile e sorridente arguzia, che rimase un tratto precipuo della sua forte e
bella personalità.
Di alcuni arcadi bussetani ci rimane un libretto di poesie
scritte in onore di padre Cherubino da San Girolamo, dopo il suo quaresimale del
1800.
L'opuscolo è interessante, sia come unica raccolta antologica
a stampa della produzione poetica di Emonia, sia perché ci dà un quadro
vivissimo, anche se filtrato attraverso le immagini poetiche, di un quaresimale
d'eccezione in S. Bartolomeo a Busseto. Il predicatore doveva saper attanagliare
gli uditori e commuoverli con visioni apocalittiche dell'aldilà.
Certo la sua arte oratoria doveva essere molto efficace, se
alcuni colti e intelligenti Emóni andarono a gara nel tessere gli elogi di
questo CHERUBINO e furono tutti concordi nel presentare un uditorio sempre
attento, emozionato, commosso e soprattutto trasportato dall'oratore sacro sulle
ali dell'immaginazione più fervida e del sentimento più appassionato.
«Il tuo parlar — dice, di Cherubino, Polinio Clitoneo —
armonioso,
splendido, soave,
or
minaccioso, veemente e grave
il cuor
dell'uditore e punge, e molce».
E l'emone N.N.P.E., in un sonetto squisitamente arcadico pur nella riffigurazione, studiata e raffinata, di un paesaggio orrido, canta:
«O mi conduca in cavo orrido speco
Per sentiero
da belve appena usato,
O sieda
opposto a un masso dirupato,
Ove mia voce
sol ripeta l'eco»;
Delicate reminiscenze petrarchesche si notano invece in un sonetto di Pietro Vitali:
«Voi, che
cercando pur diletto e gioia,
Siete in
donar sì larghi il vostro affetto,
E discorrendo
d'uno in altro obbietto,
Certo affanno
cogliete, e lunga noja».
Notevole di Elimanto Doricrenio (Benedetto Fulcini) il sonetto:
«Come un fiume
di molte onde sonante
Nato da
alpestri fonti cristalline
Irriga l'arse
sterili vicine
Campagne, e
innaffia le infeconde piante;
Per lui esulta il prato verdeggiante
Gemon le
piante da be' frutti chine,
Veston il
suol le rose porporine,
Ed è la messe
bella ed abbondante;
Tal la tua voce, il gesto, il zelo ardente,
O CHERUBIN,
lo stil chiaro e sublime
Scorre
limpido, e inonda dolcemente.
Ogni affetto terren frena e reprime,
L'error
sbandisce dalla cieca mente,
Ed orme di
virtù rare v'imprime».
Il componimento poetico è forse il più bello di tutta la raccolta perché vivo ed immediato nella sua agile eleganza. E, infine, degna di nota una canzone dell'abate Marco Pagani:
«D'aurate corde
eoliche
Armo la
cetra, e tento
Su nuovo
plettro armonico
Di laudi un
bel concento.
Lungi profane Vergini
Del vocal
Pindo, e il Dio,
Che lava i
crini lucidi
Dell'Aganippe
al rio.
Oggi tonar dal Pergamo
Tal Orator
s'intende,
Che al lido
Greco e Ausonio
L'intatto
onor contende.
Esso le vie dell'anima
Chiusa in suo
cor penetra,
E forte al
par del fulmine
Ogni difesa
spetra.
Tal fiume piomba indomito
Dalla montana
cava; ;
Tal forse un
dì la Grecia
Pericle
rovesciava».
Sembra di sentire riecheggiare nella canzone la lezione del Monti. Termino questa rapida rassegna citando ancora Polinio Clitoneo:
«Di dolci accenti fabro
Queste alte
verità dell'Oratore
Scorrean sul
dotto labro.
E tu diletta
al Ciel, Busseto mia,
Allumasti per
lui opra e valore
La mente al
ver restia».
Dove è bello l'appassionato indirizzo a Busseto:
«E tu diletta al Ciel, Busseto mia».
Molto
ci sarebbe da dire su Ireneo Affò e sulla sua formazione culturale in Busseto.
L'Affò fu il discepolo prediletto di Fabio Vitali, che per
primo ne scoprì e valorizzò la singolare e geniale attitudine agli studi
letterari; può considerarsi il segno sicuro della serietà di impostazione
culturale che l'Emonia ebbe. Anche se poi, per lunghi e operosi anni, l'Affò
visse al di fuori della Emonia, sia per gli interessi più disparati sia per la
sua stessa gigantesca personalità di studioso: vir omnigenae eruditionis, come
giustamente si diceva allora. L'Affò infatti, come tutti sanno, fu letterato,
storiografo, critico d'arte e poeta.
Ma sull'Affò tanto è stato
già scritto, anche da parte di valentissimi saggisti. E d'altra parte
l'argomento sarebbe così vasto, da richiedere uno studio a parte.
Per tornare alla lEmonia, sentito in essa fu il rimpianto per
la morte di quei pastori che dell'Accademia erano stati i fondatori e l'anima:
Idalmo Talaride (Fabio Vitali)
Egisto Mantide (Buonafede
Vitali)
Aldonio Capso (Francesco
Eletti).
Quei
pastori che di Busseto, anche presso lontane città, erano stati ì degnissimi
rappresentanti. Con la loro scomparsa l'Accademia si svigorisce, avviandosi
all'inesorabile declino.
Le solenni celebrazioni in S. Ignazio — nell'ottobre del 1814
— sono come un grandioso e corale epicedio, in cui già vibra qualcosa della
poesia cimiteriale, tanto in voga in quegli anni, ma in cui si cantano per
l'ultima volta i motivi più cari d'Arcadia: la pace della natura, la musica che
commuove gli animi, la profonda religiosità di certi miti pagani. L'orazione
detta dal gran pastore Vietro Vitali fu alta e commossa.
Ricordando i cari scomparsi, Pietro Vitali non volle
dimenticare i Bussetani «in ogni tempo delle dolci Muse grandi amatori» e
«dotati dalla benefica natura di un ingegno non ignobile ed assai svegliato»
e citò le glorie passate di Busseto nel campo delle lettere: Stefano Dolcino,
Bernardino Cipelli, Tiburzio Sacco, Antonio Droghi. «Felice disposizion
naturale de' Bussetani per le poetiche cose» — sottolineava il Vitali.
E, dopo aver delineato
la storia dell'Emonia e dei suoi benemeriti fondatori, proseguiva:
Qui i culti
campi e le valli fiorirono
Quando questi che piango in
terra apparvero;
E i colli di verd'erba si
coprirono,
E i foschi nembi e le procelle sparvero;
……………………………………………………………..
Talor vidi d'Idalmo al
lamentevole
Canto piegare i pin le cime
mobili,
Ed il sonante fiumicel
scorrevole
Le pure onde tener fisse e
immobili;
Appassionata e poetica rievocazione, tutta squisitamente arcadica, dove le immagini vanno intese e gustate nel loro valore morale: Busseto visse allora la sua Età dell'Oro, la sua età felice! Analoga ispirazione ha anche l'idillio di Antonio Andreoli modenese :
Ogn'anno allor, che riconduce Autunno
Di pampinosi
tralci inghirlandato
I doni di
Pomona e di Vertunno
Mesti veniam di questa tomba a lato
E ricorda
piangendo ogni pastore
D'Egisto nel
cantar l'alto valore.
L'eterne Ninfe che han le selve in cura
Piene
d'affanno dall'opposto speco
Memori
anch'esse di sì gran sventura
Con fioca
voce al lamentar fan eco,
E
all'innocente gemito risponde
Il rio col
lento sussurrar dell'onde.
E con l'immagine del «rio», che scorre con il «lento sussurrar dell'onde», (ogni parola è musica nel canto dell'Andreoli, ogni immagine è nitida e pacata anche di fronte al mistero della morte) chiudo questo mio studio, che vuol essere un piccolo omaggio a Busseto e alla sua storia, ricca di fascino e di poesia.
(1) I
tre quadri rappresentano: Le Marie al Sepolcro - La Resurrezione - Il « Noli me
tangere».
(2) Emoni: nome grecizzante, indica coloro che vivono in Tessaglia presso
l'Olimpo.
(3) La valle di Tempe e il fiume Penéo ricorrono frequentemente nei miti e nella
poesia della Grecia antica.
(4) L'Emonia era già sorta, pur senza un regolamento e senza l'approvazione
sovrana, fino dal 1749.
BIBLIOGRAFIA
AA. VV.: Rime (Compiendo con universale applauso l'apostolico suo ministero
nell'insigne Collegiata di Busseto il molto reverendo Padre Cherubino di San
Girolamo iEsprovi•ciale de' Carmelitani Scalzi la Quaresima dell'anno MDCCC).
Parma, Carmignani 1800.
GHIDIGLIA QUINTAVALLE AUGUSTA, PIETRO BALESTRA e GRISANTE CASSANA: Pittori
inediti - in « Aurea Parma » - III - lugliosett. 1956.
LEGGI E CATALOGO DE' PASTORI EMONI DI BUSSETO, Urbino, Stamp. Camerale 1757.
SECCHI RONCHI GAETANA: Rime (con prefaz. di I. Affò). Guastalla, Allegri 1776.
SELETTI EMILIO: La città di Busseto, Milano, Bertolotti 1883. VITALI PIETRO: Le
pitture di Busseto, Parma, Stamp. Ducale 1819.
VITALI PIERO: Orazione e stanze sdrucciole in morte di Buonafede e di Fabio
Fratelli Vitali e di Francesco degli Eletti fondatori dell'Emonia, Parma, Stamp.
Imperiale 1816.
Presso il
Monte di Pietà di Busseto ho potuto consultare alcuni manoscritti inediti sull'Emonia
(verbali di sedute, lettere e poesie; tra le poesie l'idillio di A. Andreoli).
INIZIO PAGINA