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CUMET
In quel freddo Giovedì grasso di tanti anni fa le bambine e i bambini del contado ripetevano con rinnovata, gaia lena l'antica usanza d'andare "in màscar". Bussavano alla porta delle case ed offrivano all'accoglienza fintamente sorpresa di coloro che l'abitavano il loro piccolo mimo, accompagnato da un coro di voci goffamente contraffatte: "Noi siam le mascherine, allegre e birichine, carezze noi facciam al più grande Carneval". Così succedeva a Samboseto, lungo il tragitto delle Pioppe, la strà Rosa e il traversante Giuliotta. Così anche a Frescarolo, dove i piccoli mascherati in folto gruppo compivano per intero i due chilometri del circuito dell'Ambrosina. Alle Roncole, non ancora nobilitata con la sudata aggiunta del nome di Verdi, il Genio del Luogo per un giorno - "semel in anno licet insanire!" - non aveva soverchi problemi a cedere il posto alla lieta trasgressione ed era tutto un correre di cascina in cascina, seguendo le strade che conducevano alla Madonna dei Prati, a Semoriva, a Bastelli, a Castione dei Marchesi. Lo stesso movimento di buffo, ancorchè povero travestimento - il "non plus ultra" era costituito dallo scambio dei ruoli, il maschietto nei panni di una raggrinzita nonnina, la femminuccia con indosso i pantaloni larghi e cascanti d'un vecchierello tremolante, lui e il suo bastone si snodava su e giù per i Consolatici, che si dipartivano o all'incontrario convergevano nel capoluogo, nella Città di Busseto. Già Busseto, contrariamente a tutte le apparenze, Città, per grazia ricevuta, in forza di un evento parente stretto del Carnevale! Un avvenimento tanto importante, che poi aveva trovato collocazione nei libri delle storie patrie e che a lui, Cumét, era stato raccontato dall'ultima marchesa Pallavicino in persona, della schiatta degli antichi Signori di Busseto. Gli aveva narrato la nobildonna infatti che, quando l'imperatore Carlo V giunse a Busseto, tutti gli abitanti del borgo convennero sotto le finestre del Palazzo, dove l'illustre ospite alloggiava, in trepida attesa della sua augusta apparizione. Egli però si faceva desiderare alquanto ed al popolo, che cominciava a mormorare, i servitori allora sporgendosi dal davanzale presero a dare la regale giustificazione del ritardo: "Sua Maestà è a Gabinetto!". Una volta, due, tre, fin tanto che un bello spirito, dotato di genio poetico, tradusse la situazione in rima: "Allo spettar del peto, è nata Città Busseto". Il Tempo da quel fatidico giorno subì un ribaltamento totale e i Bussetani, nati dal gran peto di Carlo V, divennero e furono per sempre Cittadini, nonostante le procelle della storia a venire, l'invidia dei paesi finitimi, le squaquaranti lotte intestine, che ne indebolirono la forza e ne appannarono l'immmagine agli occhi del mondo. Orgogliosi, superiori in virtù di sì generoso parto discendente di tra i magnanimi lombi di Sua Altezza Imperiale, chiusi entro le mura della loro cittadella, mai degnarono d'un guardo, che non fosse superficiale, il meschino volgersi delle vicende altrui. "Ipse fecit", e ciò bastava! Oh, s'intende! Questo valeva sommamente per i notabili, per i maggiorenti della Città, chè il volgo profano era sempre o quasi tagliato fuori dal privilegio, che lo nomava a volte, giammai però godendolo.
Cumét assieme alla sua vecchia aspettava con ansia Lara, la nipotina, la quale s'era avviata nel primo pomeriggio con le sue amichette per andare da alcune famiglie "buone" nella campagna circostante a raccattare, facendo le mascherine, chi vestita da vecchina, come la Carla, chi da soldato della Grande Guerra colle fasce ai polpacci, per esempio l'Ave, sprelle, frittelle e, nel migliore dei casi, fragranti tortelli ripieni di marmellata. E, intanto che aspettavano, i due nonnini si rendevano utili, preparando i "gettoni", indispensabili per la buona riuscita del Corso mascherato. I loro erano "gettoni" poveri, ma avrebbero contribuito ugualmente, con i gianduiotti, le caramelle, i garofani, le rose, i coriandoli, le stelle filanti, a creare quell'atmosfera di allegria, per la quale le Mascherate di Busseto si caratterizzavano ed in ciò erano ritenute addirittura superiori a quelle famose di Viareggio. La Rosina ritagliava i quadrettini di carta colorata e li passava a Cumét, il quale non si sa dove trovasse tanta pazienza costui, che era un moto perpetuo, anche se per il Carnevale sarebbe stato capace di compiere pure l'alto sacrificio di professarsi astemio per ben due ore di filato!- vi immetteva la castagna secca, quindi ripassava il cartoccetto avvoltolato alla sua compagna, che come atto finale ingentiliva il tutto, sforbiciando vezzose frangine ai due lati del sacchettino. Nel frattempo era arrivata Lara e finalmente l'ansia dei vecchi si placò di fronte al panierino, che la piccola aveva depositato, odoroso di dolci caserecci, sul tavolo. Iniziò a quel punto, nel chiuso della stanza, protetto da occhi indiscreti, un gioco bellissimo ad indovinello tra Cumét e la Rosina. I due dettero il via all'assaggio di quelle leccornie ed era bravo chi sapeva riconoscere, in base alla forma, al colore, al profumo, la casa di provenienza, perfino la mano dell'artista, che le aveva confezionate. Giudice attenta ed inappellabile era Lara, la quale si divertiva immensamente a confermare o a confutare le soppesate risposte dei due ghiottoni.
Giunse la sera di Carnevale, il Martedì, e al Palazzo dei Marchesi, dove in quel tempo Cumét e famiglia abitavano, stavano terminando i laboriosi preparativi per il gran rito finale. Avevano preso un palo assai alto e sopra vi avevano collocato, legandole, le cime della melica, tagliate e fatte seccare durante l'autunno e l'inverno; successivamente avevano imbottito il palo medesimo con paglia, "malgàss" e rametti secchi facilmente infiammabili. L'effetto era sempre straordinario: attorno a quella specie di totem, che rispondeva al nome di Re Carnevale morente e che prendeva su di sè ogni mala cosa, si sfrenava la gioia dei bambini e degli adulti, al grido reiterato di "Viva Cranvél! Viva Cranvél!". Che intanto, avvolto da lingue di fuoco sempre più grandi e vivide nell'oscurità della notte sopraggiunta, bruciava e il suo sacrificio faceva sentire tutti più puri, più liberi. Nell'ora della luce che squarciava le tenebre, nel momento in cui si dava l'addio al vecchio e si entrava nel nuovo ciclo, al sommo del fragore, giovani ed anziani, uomini, donne e bambini, in circolo intorno alla fiamma, mano nella mano, vivevano l'intensa comunione dei loro cuori, intrecciando auspici di ricchezza e sogni di fecondità, dimenticando l'atavica miseria e la quotidiana rassegnazione, sperando una stagione diversa, migliore.

Ma per la gente d'ogni condizione, della Città e del contado, il "clou" era dato dai Corsi mascherati, che si sviluppavano nella via principale di Busseto, ruotando per la circonvallazione Est. Ora Cumét era triste, sebbene si sforzasse di non farlo trasparire. Era oramai vecchio, impossibilitato ad assumere le sagome d'una volta, a rivestire i panni dei tipi, che lo avevano visto protagonista in tante e tante sfilate. Non poteva più salire sulla carrozza, colla tuba in testa, assieme a "Pomone", assieme ad Alberto, per aprire con nobile sussiego il corteo carnevalesco. Si ricordava pure di quel Corso - era successo prima della Grande Guerra - quando con alcuni suoi amici roncolesi aveva fatto parte degli "Scariolanti" o, per dirla alla nostrana, degli "Scragnèr", che proprio davanti alla giuria, in piazza, avevano costruito, cantando, una sedia a regola d'arte ed erano stati molto elogiati ed anche premiati. Erano ricordi, che immalinconivano Cumét e gli dettavano scettiche considerazioni del genere: "A ghé ammò Cranvél, che paiasèda!". Ma dentro di sè lo amava il Carnevale, non vedeva l'ora che arrivasse. Come faceva d'altronde a dimenticare "Al Muròn" (Il Gelso), l'ultimo carro sul quale era stato, tanto ricco di significato, quanto scarno, essenziale come ideazione, come struttura? Un valore enorme, una stoccata mirata e mirabile agli Amministratori dell'epoca! Con Minghèn, Bruscòn ed altri ancora l'avevano studiato e quindi allestito sotto il solito portico del podere "Quadrone", coll'intento preciso di denunciare la crisi degli alloggi, che cominciava a manifestarsi allora pure a Busseto. Nel "Muròn" c'era l'abitazione, donde uscivano le donne dalla lunga gonna, maniche della camicetta tirate su, a lavare, a stirare, a stendere sul filo la "pisaròla" dei bambini, a buttare sulla folla col pitale la...pipì, che in realtà era vino bianco (e, di grazia, stanti sul carro tanti generosi bevitori, cos'altro poteva essere?). Conciato in tal guisa, "Al Muròn" avanzò trainato dai buoi, diretto verso il palco della giuria, davanti alla quale sarebbe stato compito di Bruscòn declamare i versi dell'irriverente protesta. Conscio però del loro contenuto, per di più avendo scorto tra le Autorità accanto al signor Podestà pure il Federale, un omino magro dallo sguardo pungente ed indagatore, incappellato nel suo Borsalino fasciato con un nastro nero, Bruscòn pensò bene d'incocciare contro il ramo più grosso del "Muròn" e di fingersi svenuto. Una spinta energica sopperì tuttavia alla bisogna e Cumét si trovò pertanto in prima linea a recitare:
"Me m'ciàm Bruscòn.
Sum andà al Quadròn
e o catà un muròn.
O pensà: al muròn
al va ben par abitasiòn.
L'era pien ad furmigòn.
Ma Bruscòn l'e mìa cuiòn
el ga fat den l'abitasiòn".
Ormai la frittata era fatta, la denuncia pronunciata e chi aveva orecchie per intendere intendesse! Tutta la gente se ne stava come sospesa, stupita per l'ardimento mostrato da Cumét, che il batticuore aveva reso ancor più piccolo di com'era ed appariva con quei larghi pantaloni alla campagnola che indossava, rattrappito entro un "zachét" sporco e sdrucito, la testa quasi totalmente nascosta in un cappellaccio dalla tesa abbassata e spiegazzata. Poi finalmente un applauso ruppe l'imbarazzato silenzio, quei secondi eterni ebbero termine, e al primo battere delle mani del Federale -sì, proprio lui!- fece seguito uno scroscio incredibile di ovazioni, tanto grandi e prolungate, quanto giammai se n'erano udite nella piazza, nemmeno quando facevano le Opere. Si vide quindi sempre il Federale, il quale in effetti era persona intelligente e di cultura, confabulare col Podestà, cennando con ampi movimenti delle mani e del capo all'indirizzo del "Muròn". Nacquero di lì a qualche tempo i primi caseggiati popolari a Busseto, giù dallo scalone della Rocca, "extra moenia". "Al Muròn" aveva sortito il suo effetto!
Ma quell'anno Cumét aveva strani presentimenti. Lo stesso palo del Carnevale, che aveva contribuito a bruciare il Martedì grasso, s'era ai suoi occhi trasformato nel simbolo di una vita, la sua, inesorabilmente avviata al tramonto. Era di poco inoltre passato il mezzogiorno di quell'ultima Domenica di Carnevale, i carri mascherati se ne stavano ancora inerti sotto gli alti porticati della "Gallinara", del "Quadrone", del "Bottone", allorchè Cumét era stato buttato fuori dalla "Trattoria del Pesce Fritto" dal genero, che allora la conduceva e che non voleva intralci tra i piedi, specialmente in quel giorno d'intenso lavoro. Gli aveva pure messo in tasca alcuni "ghèi" il genero, perchè si comprasse il posto nel palchetto e lo pagasse anche a Lara, che bambina era da sbattere fuori dalle scatole al pari del vecchio. Sotto ogni arcata dei portici veniva infatti eretto un piccolo palco di legno, al quale si poteva accedere a pagamento e dal quale, così come dai balconi e dalle finestre, si effettuava il "getto", in serrata competizione con quello proveniente dai carri e concepito in modo analogo, vale a dire: se tu mi lanci della roba buona, io ti butto della roba buona; se invece arrivano le castagne secche, non ti devi certo aspettare i gianduiotti o le Sperlari! Il Corso ormai aveva preso il via. Fendendo la festosa moltitudine di migliaia e migliaia di spettatori, intervenuti anche dalle vicine province di Piacenza, Cremona, Brescia, Mantova, Reggio Emilia, sfilavano i grandi carri allietati dalle orchestrine, splendidi nella varietà dei colori dei "buratòn" e delle comparse in costume. Passavano i magnifici soggetti costruiti a Salsomaggiore: "Il trionfo del Cigno", inneggiante al genio immortale del nostro Peppino, un prodigio di cromatismo nei costumi dei figuranti, ognuno dei quali, separato da una colonnetta, rappresentava un'opera del Maestro; "Il regno di Topolino", stupendo nell'esibizione di tutti gli animali di Walt Disney; il "Corriere dei Piccoli", anch'esso esteticamente all'altezza degli altri. Veniva poi il carro dei Bussetani, "I Sorci Verdi", ispirato alla recente impresa aviatoria italiana, alla famosa trasvolata oceanica in stormo, divenuta un vanto del Regime. Come, ammirando la magistrale fattura dei carri salsesi, Cumét rimase freddo, giacchè essi, pur meravigliosi, gli apparivano statici nella statuarietà degli interpreti e nella fissità dei mascheroni, così si riscaldò invece per l'entusiasmo regnante tra quegli aerei sormontati da una bellissima ragazza bionda, vestita al tricolore. Non si poteva dire che non vi fosse allegria su quel carro: cantavano, saltavano, ballavano senza posa; da esso era un continuo lancio di caramelle e di fiori. Anche Lara, vestita da zingarella, rispondeva freneticamente al getto delle sue amiche, l'Ada e l'Anna, le quali inguainate entro tutine verdi, col capo avvolto dalle cuffiette da pilota, si dimenavano a più non posso tra quei velivoli dell'avventura, seguendo i ritmi dell'orchestra di Cavanna. - Sì, finchè rimane questa allegria, questa spensieratezza, il Carnevale non muore! -, pensava dentro di sè Cumét. E l'animo memore tornava di nuovo indietro nel tempo, a ricordare le Mascherate della sua giovinezza, prima della fine del Secolo. Riaffioravano fotogrammi sparsi di un'epoca lontana sì, ma solo per coloro che non avevano fatto, non sapevano riconoscere il percorso del Carnevale, per quanti non avevano l'abitudine, salvifica, di voltarsi qualche volta per guardare indietro. Se costoro avessero avuto il sentimento di Cumét, avrebbero conservato la memoria di quei soggetti, che avevano segnato con l'ironia o la satira tappe importanti della nostra civiltà. Cumét rammentava "La palude della Bassa" e "Il trionfo della Lucerna", "Il Progresso odierno" e "La condizione del Carnevale, cioè i popolani lo vogliono i ricchi no", "Il Tollaio ottonaio" e "La classe degli asini", e tanti altri ancora. Tra di essi uno in particolare gli era rimasto impresso, quello della "Macchina per raddrizzare i Gobbi". Tanto lo aveva colpito, tanto gli era rimasto dentro, forse per l'emblema in esso racchiuso del progresso umano indirizzato a vincere la natura, che molti anni dopo lui e la sua squadra l'avevano ripreso. La sua squadra: i vari Minghén, Berto, Tullio, Giulio, Valentino e il fratello, " al dutùr", perchè davvero studiava da dottore e, come parecchi Bussetani di cultura allora, non disdegnava di salire sul carro e di fare "al cuiòn". Cumét in quella stupefacente, rinata "Macchina del Duemila" (ca drisèva i gub), dal complicato, ma efficacissimo funzionamento, prendeva la parte del gobbo, che tra mille smorfie e tentativi di fuga vi era immesso tra le risate a crepapelle del pubblico. L'operazione era qualcosa che di più macabro e raccapricciante non si poteva immaginare. Il sangue fuoriusciva a fiotti con enorme dispendio di conserva di pomodoro. La gobba triturata, ridotta a truciolo, a segatura, spariva ed il nostro eroe sortiva dall'infernale marchingegno diritto come un fuso, tra l'evidente soddisfazione dei medici e delle crocerossine, colla gente assiepata all'intorno, che tirava finalmente un grosso sospiro di sollievo. Mai metamorfosi fu assaporata con maggiore voluttà da Cumét! E però adesso, volgendo al termine la manifestazione, in lui rispuntava un senso di fastidio, lo sgradevole presentimento di qualcosa che non quadrava. Rivedeva quegli aereoplani, ma non aveva chiara la nuova méta a cui avrebbero puntato.
Calato il sipario sul Corso, illuminato da una buona dose di scoppiettanti fuochi d'artificio, venne la notte e, con essa, il veglione mascherato. Il Carnevale non poteva considersi esaurito, se non fosse stato celebrato quest'ultimo rito, tanto atteso, così immutabile nelle sue rigide, ferree leggi. L'Emilia, Cadèn, Bruto controllavano all'ingresso del teatro, di concerto coi tutori dell'ordine pubblico, l'identità dei convenuti, nascosta completamente sotto i lunghi "domino", che li rendevano irriconoscibili. Solo loro pertanto ebbero contezza di chi fosse veramente quel damerino, che ad una cert'ora entrò nel tempio della danza, agghindato nel modo inusitato con cui si presentò in platea allo sguardo esterrefatto dei più, ma non lo rivelarono mai, perchè così voleva, e lo vuole ancor oggi, la regola. Tra damine del Settecento, Pierrot con la lacrima immobile sulla gota imbiancata, Cleopatre col serpentello al collo, si fece largo dunque, dissimulando una certa fatica, quel candido "domino", appesantito da nere zampe palmate, che sorreggevano il corpo armonioso di un meraviglioso Cigno. Artifizi d'alta sartoria l'avevano inoltre dotato di morbido piumaggio e di una notevole apertura delle ali, mentre adeguate imbottiture rendevano la forma del lungo collo flessuoso, che terminava col becco, giallo di sopra e nero di sotto, come nero era l'evidente cece alla sua base. La "Primula Verde" di Cavanna s'affrettò a portare a compimento la serie dei valzer, delle mazurche, delle polche, chè tutti, all'apparir del Cigno, s'erano volti nella sua direzione, esclamando la loro ammirazione, perdendo il tempo dato dalla musica. Non mancavano i travestimenti originali quella sera al Teatro Verdi. Un gruppo intero vestiva la "ronfa ad dinèr": dieci persone per le dieci carte del colore di Danaro, una meraviglia! Da Salsomaggiore erano calati gli Scheletri, terrificanti alla vista, purtroppo però mutilati del Teschio, per le proteste di molte ballerine, "choccate" al contatto con quel costume completo, che s'erano rifiutate di continuare a ballare con gli scarnificati. Stupefacente s'aggirava nella platea stracolma pure un "domino" color antracite, in sembianza di pipistrello, dall'ampia membrana alare, sotto il quale si sussurrava si celasse una donna, ch'era la fine del mondo. Costumi d'ogni foggia, confezionati localmente nel rinomato "atelier" delle Bardini, più semplicemente dalla Mietta in Coda Lunga, o altrove. Costumi, per avere i quali parecchi Bussetani e Bussetane prima e dopo il veglione stavano a stecchetto per mesi interi, s'indebitavano, pagavano a rate non solo l'abito agognato, ma la stessa loro sussistenza. Alla ripresa della musica, quel Cigno solitario, che nel commento generale durante l'intervallo fu unanimemente designato come la maschera più affascinante, scese in pista, venne conteso dalle migliori ballerine, danzò divinamente, con una leggerezza, una grazia mai vedute. Scoccò la mezzanotte, l'ora canonica della cena: chi poteva, si fermava a mangiare in camerino; gli altri uscivano per andare all'"Orologio", al "Teatro" o dalla "bèla siùra" a "La Lepre". Più volte il misterioso Cigno fu raggiunto dagli emissari dell'avv. Rusca, affinchè gradisse l'ospitalità nel suo palco, ma egli fermamente, sia pur gentilmente, declinò quei cortesi inviti. Già tutti avevano smesso di ballare e stavano aggruppandosi in crocchi, avviandosi chi all'uscita, chi ad un piano o all'altro del Teatro, quando accadde un fatto inaspettato. Lentamente - riaffiorò a quel punto il portamento affaticato del travestito; si sarebbe detto che nel sacco del "domino" si movesse ora un corpo stanco, vecchio - il Cigno attraversò la platea, salì sul palcoscenico. Bastò il gesto d'alzare l'una delle due nivee ali, perchè il coro dei veglionisti gli si rivolgesse. Egli prese a dire: "Avanti di levarvi, com'è costume, al mezzo della notte, la 'babottina', che ora di voi lascia vedere solo gli occhi, prima che ritorniate alla vostra maschera di tutti i giorni, lasciate che questo Cigno, bellissimo e frivolo all'apparenza, vi dica un sogno. Le alte fiamme di un rogo tremendo si erano levate fino a lambirmi le piume, a surriscaldarmi le zampe, il collo, il becco. In uno scenario di distruzione e di morte, un vero e proprio Olocausto, io correvo...correvo, cercando di trarmi in salvo, preoccupato di non riuscirvi. Feci forza a me stesso: ce la feci e dal mondo bruciato vidi rispuntare la vita. Incredulo, assaporai i frutti del Nuovo Ordine, per nulla disturbato, ancor meno frastornato dai milioni e milioni di macchine, che avevano preso a circondarmi e a servirmi, dalle ciminiere degli stabilimenti, che venivano su come funghi. Vidi anche un uomo salire sulla Luna: un sogno nel sogno! Andai poi al mercato, il nostro caro, antico mercato, in cerca di un cantastorie, ma non lo trovai. M'incamminai quindi per la campagna: deserta! Con una certa ansia nell'animo, ma facendomi coraggio, scostata l'imposta, sbirciai dentro una casa: padre, madre, figlio... silenzio... l'unica voce monocorde veniva da un grande scatolone, illuminato davanti, su cui scorrevano rapidamente tante immagini, come al cinema. Ritornai sulla via.
Passò prima un uomo, quindi fu la volta di una donna in bicicletta, infine un bambino mi oltrepassò di corsa. Al mio cenno di saluto, alla mia voglia di parlare, nessuno dei tre rispose. E così il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, e infiniti giorni, durante i quali incontrai sempre quell'uomo, quella donna, quel bambino. Il mio cuore si strinse, pianse. Capii dopo... capii tutto, osservando all'ingresso di ogni paese, di ogni città, dove andavo, un grande cartello, su cui campeggiava la scritta 'Nuova Società del Carnevale Eterno'. Riflettei, pian piano la nebbia sparì e mi si schiarì la mente. M'accorsi che il cantastorie assente, il deserto dei campi, lo scatolone perennemente acceso erano tutti segni di questa Nuova Società, nella quale mi trovavo immerso. Compresi che quell'uomo, quella donna, quel bambino muti, replicanti incessantemente la loro inalterabile comparsa, avevano su la maschera, maschere erano gli stessi loro veri volti, privi totalmente della coscienza d'essere in costume, di rappresentare una parte.
Mi risvegliai. Il sogno è tutto qui. Ora me ne andrò. Il Cigno, uno dei simboli più cari a me, ai Bussetani, testimone del Genio imperituro nato nella nostra terra e che ha messo in musica la vita e suoi più profondi sentimenti, adesso sparirà. Non rimpiangetelo! Finchè riuscirà a conservare la 'babottina', a non farsela levare, mostrerà anche fuori di questo luogo, andando per il mondo, la sua vera faccia, sperando d'essere riconosciuto". Raccogliendo le residue energie rimastegli, Cumét (sì, era proprio lui in incognito il bellissimo Cigno) si produsse allora in una rapidissima piroetta, fece l'ultimo inchino, poi sparì tra le quinte del palco.