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VOCABOLARIO A B C D E F G I L M N O P Q R S T U V
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abota, molto. Deriva dalla locuzione a boia che nel tempo si è fusa in una sola parola. Lo stesso dicasi per a sè, ora asè, che talvolta si usa con lo stesso significato. Si dice anche darasòn. Abota è pure, assieme a mia, il corrispettivo dell'italiano mica, usato come rafforzativo di una negazione. Esempio: al vén abota (oppure mia) = non viene mica
aciu!, occhio! Invito amichevole a stare attento. Anche ociu!
acsé, così. Ved. csé. In certi casi si usa adsé
adanà, dannato, tormentato
adman, domani. Anche dman. Domani sera = adman da sira oppure dman sira
adré, dietro; anche dré
adsédès, poco fà. Anche: acsédès
aftumatic, bottoncino metallico a pressione; automatico
alcà, impomatato, agghindato
alcàr, leccare, lisciare, blandire. Ved. anche b'suntar
alma, anima. Vecchia dizione: anma. Alma lònga = spilungone
alsér, leggero. Si usa anche `lsér
alsia, liscivia. Ved. ‘lsia
altéra, testata del letto
alvadur, lievito
alvam, l'insieme della prole nata da una unione, specie di animali
alvàr, alzare. Alvàda ad tac = fuga
alvàr, allevare. Alvàda = nidiata, covata. Alvàr un nid = prelevare i neonati da un nido di uccellli
ambulén'a, piccoli pesci di Po destinati alla friggitura.
ammà, soltanto
ammò, ved. anmò
an, anno/i. Al g'ha i so an = non è più giovane
anciua, acciuga (dallo spagnolo anchoa). Anciuaro = venditore di acciughe e saracche
andana, la striscia tracciata dal falciatore su un prato durante il taglio dell'erba con "al fèr da s'gar"
andant, qualità di una cosa mediocre, ordinaria àndar, androne.
andarén, girello su binario per i primi passi dei bambini (modello scomparso). Tendenza ad inglobare l'articolo: landarén
andit, andito. Antica dizione: andi
Angilén, diminutivo di Angelo. L'asso di Spade nelle carte piacentine
Angut, niente (termine usato nelle campagne). Deriva dal lombardo nagot
Anmò, ancora. Anche ammò
ansòn, nessuno. Si usa anche `nsòn
antòn, passeggiata lungo la via principale di Busseto, sotto i portici. Consisteva nel percorrere, in compagnia di amici, soprattutto nei giorni di festa, l'intero tracciato dei portici di sinistra partendo dalla chiesa ed effettuando un militaresco "dietro-front" alla fine dell'anton per ripeterlo in senso contrario, così praticamente all'infinito. Permetteva di salutare i conoscenti e di fare nuovi incontri, specie sotto il profilo sentimentale. Una curiosità: i portici di destra erano completamente trascurati.
antunèra, colei che iniziava le operazioni di mietitura preparando i "mannelli" (alcune gambe di grano attorcigliate), che i successivi lavoranti utilizzavano per legare i covoni. Ved. manél
anulén, nella lingua madre sono conosciuti come cappelletti, tortellini o ravioli, ma a Busseto sono gli anolini!
anvàr, nevicare; `nvà = nevicato
anvud, nipote. Più usato ‘nvud
aparecc', areoplano; anche riuplan
aqua, acqua. Aqua d'udur = profumo
aquila, oltre che il volatile, con questa voce si individuava la moneta d'argento da cinque lire degli anni '30. Ved. anche scùd o pita
àra, aia
arans, rancido. Ved. rans
arbacén, rivincita con aumento della posta al gioco. Rincaro della dose
arbàtar, ribattere
arbatla (d'), il modo per lanciare un oggetto verso un punto prefissato che si possa raggiungere dopo aver colpito un ostacolo intermedio. Anche d'arbatòn
arbgar, ved. arpag
àrbi, abbeveratoio per animali nelle cascine (solitamente posto all'ingresso o dentro la porta morta)
arbicàs o arbicàr, ribellarsi, controbattere, opporsi con vivacità
arbóti, erbette, foglie di bietola (dette anche mangiarén) usate nella preparazione dei turtéi d'arbòti (ved.). Gioco d'azzardo con le carte, conosciuto anche come "masòl", andato in disuso
arbucàr, perdere ciò che si aveva vinto al gioco o restituire, in modo forzoso, quanto si era incassato con artifizio
arbùtàr, germogliare Anche bùtar. Arbùtòn germoglio
arcédar, confarsi; essere in sintonia con una situazione; stare convenientemente in un dato posto. In senso negativo: "al g'arcéda mia" indica qualcuno o qualcosa fuori posto, non adatto
arciam, richiamo per uccelli
arcmandàr, raccomandare. M'arcmand = mi raccomando
ardùsar, ridurre. Anche ardùsir. Ardùsar a toc e bucòn = sbrindellare, ridurre a pezzi
aréclam, pubblicità (dal francese reclame)
arfàs, rifarsi, prendere una rivincita
arfata, una rata in più che l'acquirente pagherà per accontentare il venditore
arfùdar, rifiutare
argiulis, recuperare sicurezza, riprendersi dopo una crisi, riacquistare le forze
ariana, canaletto fra le colture
arius, non nativo delle nostre parti; di origini lontane
arlìa, in genere specifica un fatto negativo: fatalità, sfortuna, superstizione, sciagura, ecc. Deriv. spagnola
armagnar, ved. rastàr
armandula, mandorla
armasùli, avanzi, rimasugli; anche vansai
armatagh, fetore, tanfo. Ved anche lùmatagh
armònta, sostituzione, nelle scarpe, della tomaia di punta ormai consumata. Rimonta
armótag, rimetterci, perdere del proprio
armuar, armadio a specchio (dal francese armoire)
armùla, crusca. Anche rémul
armundàr, ripulire la stalla
arnoc, allocco, stupido, rimbambito
arpag, erpice. Arpgàr tritare le zolle con l'erpice
arparéla, rondella. Anche ranéla
arpià, infuocato, adirato. Arpìa= strega
arpiùmà, uno che ha ripreso tono. Ved anche argiulis
arsi, arci. Prefisso che esprime superiorità. Esempi: arsiprét, arsivalvula, ecc.
arsintàr, risciacquare
arsintéla, lucertola; anche lùsèrta
arsuràs, riposarsi, prendere fiato. Arsor (anche sor) = ristoro, riposo
artai, ritagli. Pezzetti residui della sfoglia dopo la lavorazione per gli anolini
articioch, carciofo (dall'inglese artichoke)
articul, tipo di persona. Anche sugièt o élémént
arvén'a, rovina
arvèrsa, contrario, rovescio. Ved. anche invèrs
arv'gnir, rinvenire
arvir, ved. vèrar
arvódas, arriverderci
arvuiàr, avvolgere, attorcigliare, aggrovigliare, incartare. Arvuià o vuià = avvolto
asalén, artigiano per la fabbricazione dei finimenti per cavalli. Sellaio
asè, a sufficienza, abbastanza. Molto. Ved. anche abota
asé, aceto
asèl, acciaio
Asénsa, la festa dell'Ascensione
asiduv, assiduo
aspréli, dolci di carnevale, altrove chiamati: chiacchiere (ciac'ri), frappe, crustoli, bugie, sdrufoli, ecc. Radicchio selvatico, detto anche pitaci o `spréli
ataca, vicino. Ved. taca
aù!, richiamo a distanza fra gente di campagna
avsén, vicino, come ataca. Ved. Vsén
babala, tipo non affidabile; parla "parchè al g'ha la léngua in buca". Anche babalùstar o bablòn
babau, entità non ben definita; può essere animale, orco, personaggio maligno, ecc., invocato generalmente per intimorire i bambini
bac, corto bastone. Bacarél = bastoncino. Bacarlada = bastonata
bacaiàr, discutere o semplicemente chiacchierare a voce alta. Bacaiòn = uno che parla molto (troppo) e rumorosamente
bacanéri, chiasso, rumore fastidioso
bacioc, battaglio delle campane, Ved. imbaciuchir
badaciàr, sbadigliare (dal latino badaculare). Anche sbadaciar
badàr, badare, stare attento. Accostare i battenti di una porta o le ante di una finestra
badén, lavorante giornaliero nelle campagne
bagai, cosa, roba. Anche laùr, cos o rob. Si usa pure per denominare una persona di cui non si ricorda il nome o per indicare un ragazzo giovane
bagaròn, soldi (dal nome di una vecchia moneta, il Bagherone)
bagigiot, pasticcio, confusione
bagna, bagnata. Intingolo; anche pucia
bagul, residuo oleoso che si forma nella pipa, popolarmente definito ònt ad bagul
bagula, fandonia; chiacchiera non attendibile
baito, locale "di piacere" nel quale entravano i soli uomini dopo aver compiuto i 18 anni. Casa chiusa; lupanare. Anche casot o burdél
bala, può significare:
- falsità, bugia; anche busia.
- sbronza; anche ciuca. Esempi: 'na bala da comùniòn = sbornia solenne; bala muta = quando l'ubriaco perde momentaneamente la capacità di parlare; bala cridagnòn'a = se si mette a piangere.
- palla. Esempi: sugàr a la bala = divertimento per ragazzi; la bala ad l’òv = il tuorlo dell'uovo; guardumas in dal bali d’j’occ' = diciamoci la verità.
- balla. Esempio: bala ‘d paia = paglia imballata.
- testicoli. Esempio: rómpam mia ‘l bali!= non seccarmi!
baldùchén, intelaiatura di pali ai quali vengono appesi gli insaccati, appena prodotti con la macellazione del maiale, per la stagionatura. Si chiama anche t’lagnàra
balén, il pallino nel gioco delle bocce o al bigliardo; anche bulén o bucén. Altri significati:
- chiodo fisso: al g'ha al balèn dal carti = è un maniaco delle carte.
- tiàar a balén = tirare a pallini, uno dei modi per sparare al "tiro a segno" nelle fiere
baléngh, stravagante, strampalato (in senso negativo)
balén'i, palline, bilie. Un tempo erano molto in voga nei giochi dei bambini. Ved. mùciót
baléra, locale smontabile per feste da ballo. Ved. fèstival
balòn, grossa sbornia. Pallone da calcio. Ernia degenerata. Aerostato. Forma di grana gonfiata per difetto. Grossa bugia.
balos, furfante, mariolo, scavezzacollo. Balusàda = bricconata
bàlsa, ostacolo posto in certi veicoli per limitare il passo dei quadrupedi trainanti
baltàr, setacciare col carvlòn (ved.). Il selezionatore, che abilmente manovrava il setaccio, prendeva il nome di baltén
balurdòn, principio di svenimento, capogiro. Anche barbajacum. A Parma dicono tirabaciòn
bambalàr, ondeggiare, mancare di fissità
bambula, bambola, ma anche sbornia (ved. ciuca)
banda, stato di spossatezza che si determina a causa dell'eccessivo consumo di energie fisiche. Compagnia di suonatori di strumenti a fiato. Altri significati: "puzza", oppure "donna provocante" che non passa inosservata
bara, carro a due ruote a trazione animale per trasporto derrate
baraca, catapecchia in legno. Riunione di persone in baldoria; gozzoviglia. Barachér = crapulone, festaiolo. Baracàr = bagordare. Ved. anche batéria
baracòn, il complesso degli impianti, costituenti il parco divertimenti, che si montavano in occasione delle fiere
barag, allungamenti laterali per carri agricoli al fine di aumentarne la portata
bàrba, barba. Far la bàrba = superare, dominare. Sarvir ad bàrba e cavi = (servire di barba e capelli) rifilare una solenne battuta
barbaiacum, malore, svenimento. Ved. balurdòn
barbastrél, pipistrello. Se riferito a persona: furbastro
barbatlàr, parlare molto. Barbatlòn = chiacchierone, detto anche bagulòn
barbis, baffi. Una qualsiasi cosa definita "cui barbis” (un vestito, roba da mangiare, un oggetto) significa che è di alta qualità. Barbisa peluria femminile
barblàr, tremare per il freddo; anche barbusàr, tartulàr o tarrnàr. Quest'ultimo è usato anche come conseguenza della paura
barbos, ved. basiòla
barbuiàr, gorgogliare. Tipico del movimento intestinale
barbusàr, tremare per il freddo; anche tartulàr o barblàr
barciaclòn, chiacchierone sguaiato. Barciaclàr = chiacchierare senza regola
barciola, berretto, basco, cuffia. Al diminutivo: barciulén.
barcius, attenti a parlargli: è tipo permaloso, facile a prendere cappello
bargamén, addetto alla stalla. Anche famei
bargnif, furbacchione, volpone (vocabolo di origine lombarda dove tuttora è usato, però con diversa iniziale: margnif)
bargnocla, ved. gnoca
bargnòl, prugnolo. Materia prima per la produzione del liquore "bargnulén"
barlif, ved. lif
barloc, stupidotto
barlucàr, camminare traballando. Al barloca = vacilla. Ved. anche danda
barlùs, anche sguèrs o sbarùas
Barnàrda, Bernarda. Attributo femminile
barsaca, carniere da caccia, bisaccia
barsachén, sorta di capél da prét (ved. prét), insaccato con pasta di zampone
bartagna, altra definizione della barnàrda
bartén, copricapo con visiera, berretto
Bartlamé, Bartolomeo
bartòn, stomaco, ventre degli animali. Considerato che anche l'uomo è un animale, al suo riguardo si dice che "l'ha vultà ‘l bartòn"quando emette un rutto. Il termine definisce anche uno schiaffo, più o meno confidenziale, in testa o sul "coppino"; ved. scopla.
baruli, parola convenzionale che si usava fra giocatori di biliardo per proporre il raddoppio della posta
basan'a, "linguetta" nelle scarpe. I ragazzi la usavano per la fionda
bascot, biscotto, secondo la dizione di un tempo. Ora biscot
basén, lavamani; anche baslot. Basèn piccolo bacio
basgàn, tipo d'uva nostrana, ottenuta dal vitigno Morgiano, di Morges (Svizzera) dove è stato trovato in coltura palafitticola. Va par basgàn! era l'invito per allontanare chi intralciava con la sua presenza o chi faceva osservazioni non pertinenti
bàsia, bacinella con due manici
basigot, malore. Ved. balurdòn
basiòla, mento pronunciato. Anche baslòta o barbos
basir, ved. sbarsir
baslot, ved. basén
baslóta, ved. basiòla
basmén, qualità nostrana di uva. E' la deformazione del termine Barzemino (o Marzemino) che indica un tipo di vitigno assai diffuso
basòli, ved. pensul
bastaiàr, tagliare da inesperto o tagliare minutamente
bastòn, bastoni; assieme a spadi, cup e dinàr,- nelle carte piacentine
basòlén'a, asta di legno, portata in bilico su una spalla, alle cui estremità venivano appesi due secchi di latte per il loro trasporto al vicino caseificio
basulòn, venditore ambulante
batar, trebbiare
bat'còr, palpitazione
bat'cua, uccello molto diffuso nelle nostre campagne, caratteristico per il movimento della coda. Nome scientifico: "cutrettola". E' anche detto "codatremula"
batcursa, rincorsa per acquistare slancio
batéria, roba da poco, batteria. Grande quantità (ved. slùbi). Andàr in bateria = bagordare, gozzovigliare; anche andar in baraca
batifònd, gioco d'azzardo al bigliardo a buche, fra un numero illmitato di gareggianti. Consisteva nell'eliminazione diretta ad ogni incontro di uno dei due contendenti, con il risultato che, chi non subiva sconfitte, risultava alla fine l'unico vincitore. Qualcosa del genere veniva anche praticato con le carte
batulén, cosa inutilizzabile. Se riferito a mezzo meccanico, ne evidenzia il cattivo funzionamento. Ved.: trapulén, caròta, scarcasa, tananai, masnén, cadnas, catanai, tarabacli
bau, soldino, baiocco. Anche bur. Avégh gnan un bau in sacosa = essere senza il becco di un quattrino. Ved. anche "dù"
bavarésa, risvolto dell'abito (da "bavero")
bavaròl, tovagliolo per bambini; bavaglino. Anche sbavacén
bavaròn, cipollotto da puciar in t'l'oli
bavra, pelle penzolante dal collo dei bovini; giogaia
bcàr, macellaio, beccaio. Si sente dire anche pcàr, più usato col significato di "peccare"
bèc, becco. Terzino nel gioco del calcio (dall'inglese back = indietro). Bèc ad fer = insolente, sfrontato. At gh'è 'n bèl bèc! = hai una bella faccia tosta! Ved. anche tola
bédul, betulla
bég, piccolo verme (per pescare); lombrico. Bighén = bacherozzolo, piccolo bruco
béga, lite. Verme. Membro virile. Béga sucàra = grillo talpa
bejomm, erba dei nostri prati. Nome scientifico: "balsamina"
bèle, ved. samò
bénla, contrariamente a quello che si pensa, con questo nome si indica la "donnola", e non la "bennola", che non esiste. Noi la chiamiamo anche mnula. Agilissimo animaletto specializzato nello svuotare pollai e piccionaie. Molto simili sono la martura (martora) e la faién'a (faina) che però sono di altre specie
bérsagliér, bicchiere di vino bianco "corretto" con uno spruzzo di bitter. Non molti anni fa veniva chiamato biciclòta, termine scomparso dalle nostre parti, ma ancora in uso in diverse altre zone d'Italia
bérsò, pergolato (dal francese berceau)
bèssi, quattrini (termine di origine veneta)
bétonica, nome volgare della pianticella "mandragora", molto diffusa nei nostri campi, alla quale venivano in passato riconosciute proprietà afrodisiache e magiche. Il termine, a causa della notorietà assunta fra la gente, è subentrato, per analogia, come definizione di una donna pettegola e conosciuta da tutti.
bévròn, anche bivròn. Ved. bivràr
bianchén, bicchiere di vino bianco
biasàr, mangiare quasi ruminando. Pronunciare male, storpiando le parole
biàva, biada
bicc', tronchi di pioppo tagliati
bicàr, contestare fischiando. Far onore alla tavola facendo una bella mangiata (bicàda). Scoprire, sorprendere, indovinare
bida, bietola. Plurale: bidi
bidaràra, barbabietola rossa. Anche bidràva (dal tedesco bette rape)
bidola, composizione di polvere stradale e acqua, preparata per gioco dai ragazzi; fanghiglia
bigatén, larve di mosconi utili per la pesca
bigatt, baco da seta. Bigattér = allevatore di bachi da seta; bacaio.
bigordi, indica un aggeggio strano, ingarbugliato o complesso, non chiaramente definibile. In passato questa parola indicava le trecce di vimini attorcigliate che costituivano i manici dei panieri
bigul, attributo maschile. Se riferito a persona, si tratta di tipo non di parola, da tenere a distanza. Ved. canél
bilén, giocattolo
bindél, sega circolare
bindéla, fettuccia. Anche tavéla
bioca, testa (usato raramente)
biribis, tipo di trottola di costruzione casareccia. Vocabolo passato nell'oblio assoluto, da quando, e sono già parecchi anni, questo passatempo non interessa più i ragazzi
bisiòn, vespa, calabrone. Ved. bsia. Bisiàr o bsiàr= il pungere di questi o di altri insetti
bisius, aggressivo, pungente. Tipo litigioso
bisóla, arnia, alveare. Ved. alvàr
bisòn, biscione. Emblema campanilistico di Busseto
bisòt, anguilla marinata (si mangia, per tradizione, la Vigilia di Natale)
bissabòga, ved. muntagni rusi
bisulan, ciambella (dal latino buccellatum)
bisurbén, piccolo serpente, erroneamente creduto velenoso, che la credenza popolare riteneva cieco (orbettino)
biucàr, non riuscire a stare svegli, con perdita intermittente delle percezioni manifestata dal pencolamento del capo. Anche drucàr o cucàr
biuls, bifolco. Colui che arava i campi con l'aratro trainato dai buoi
biurca, biolca
bivràr, abbeverare il bestiame nell' àrbi (ved.). Bivròn = intruglio di mangimi e acqua per foraggiare gli animali. Indica anche un normale beveraggio estivo, oggi chiamato "long drink"
blisgàr, scivolare. Anche sghiàr
bloch, vocabolo onomatopeico, riproducente il rumore che provoca, al bigliardo, una palla spinta con violenza in buca. Serviva ad indicare un tiro diretto finalizzato ad ottenere tale risultato
bnaia, ved. mnaia
bò, bue
bocia, bottiglia di vino. Ragazzo giovane
bofice, fondo schiena. Al g'ba 'n bofice! = è fortunato!
bosma, bòzzima. Liquido colloso per impregnare i tessuti di canapa prima di mandarli alla lavorazione. Operazione di larga applicazione quando nelle nostre zone si coltivava la canapa
botul, piccolo pesce di canale, di scarso valore commerciale, scientificamente classificato come "Gobius fluvialis". Lo si pescava nelle nostre zone ed era considerato un piacevole piatto. Prendeva anche il nome di varòn o "ghiozzo". L'accostamento al girino della rana è errato
branca, manciata. Brancàr = afferrare con una certa violenza
brangugnàr, brontolare, mugugnare. Togno brangogno, dal fico maturo = frase ricorrente che riportiamo, pur non essendo riusciti ad individuarne la provenienza, nella speranza che a qualcuno suggerisca lontani ricordi
brasóla, braciola. In passato con questa parola si indicava il livido sulle coscie delle donne che d'inverno tenevano le braci sotto le gonne.
bravàr, litigare, sgridare
brémul, parte posteriore del pollame, chiamata, specie dai bambini, ciciaròn. La fantasia popolare lo definisce anche: bucòn dal prét
bric, caffettiera. Termine per indicare anche le cime montagnose
briga, fastidio. Am sà briga = mi da fastidio, non ne ho voglia. Al s'è tot la briga = si è assunto un compito
brinàr, far cuocere un uovo per pochi minuti, immergendolo nella cenere rovente del camino. Nel senso figurato di truffare, portare via, soffiare o superare, descrive un'azione che implica scaltrezza e abilità
brisa, briciola; anche brisla. Negazione per dire "neanche un pò". Il detto bolognese brisa par criticar non è arrivato sino a noi. Un brisèn = un poco. Un briginèn = appena un pò, altrimenti sostituito da un cicinèn. Ved. anche vargut
briscula, briscola, il più noto gioco a carte praticato fra di noi. Percossa, sventola
broc, di scarse capacità nello sport, come un cavallo sfiatato. Spuntoni di albero
broca, recipiente per contenere l'acqua da utilizzare al mattino per le operazioni di toeletta, quando le abitazioni non disponevano del bagno. Faceva parte del lavabos (ved.). Tipo di chiodo da applicare sotto la suola delle scarpe per aumentarne la durata. Ved. imbructàr
bronsa, pentola, marmitta. Anche pùgnàta
brudaia, ved. sboba
bruàr, lessare per pochi minuti, scottare. Si dice anche sbruatàr o sbuintàr
brus'cia, spazzola. Brus'ciàr = spazzolare, ma anche rifilare un pestaggio
brusàdi, castagne caldarroste
brusia, parola che non ha significato proprio. Ésar in brusia = essere sul punto di Far brusia = calpestare, in contrasto con le regole, una riga fra quelle tracciate sul terreno per delimitare il campo di gioco in un diffuso passatempo per ragazzi chiamato "mondo", oggi in disuso
brùtàr, sporcare
bsàr, pesare
bsia, ape, vespa. Anche èvia. Ved. bìsion. Tutte le voci riguardanti questi insetti derivano dal tedesco beissen o dal francese besièr che significano "pungere"
bsònt, unto, ma anche "su di giri" per libagioni abbondanti. Bsuntàr = ungere, adulare. Ved. Anche alcàr. Bsontadur = leccaculo. Ved. anche piuladur o limadur
buasa, escremento bovino
bùbla, upupa
bucàda, boccata, morso. L'atto di aspirare il fumo dalla sigaretta; anche tiròn
bucàl, vaso da notte
bucalòn, sconcio, triviale
bucàr, abboccare, tipico dei pesci all'amo, ma anche dello sprovveduto che si fa abbindolare
bucaròla, vescichetta all'angolo della bocca. Anche fréva
bucén, isolante di porcellana per sostenere i cavi dell'energia o del telefono nelle linee aeree; anche scùdlén. Si usa per indicare il pallino nei giochi delle bocce e del bigliardo ma gli viene preferito balén o bulén (ved.)
buciàr, cozzare, urtare. Tirare con violenza giocando a bocce. Indovinare, azzeccare
buciòn, piccola damigiana non impagliata. Bottiglione da due litri; anche pistòn
bucla, orecchino. Al plurale buclén; anche urcén
budénfia, persona grassa perchè gonfia
budriga, pancia, trippa. Budrigòn = panciuto
bufàr, soffiare. Prendere respiro dopo uno sforzo. Bufàr `na dama = soffiare un "pezzo" nel gioco della "dama".
bùfé e contrabùfé, i classici mobili che arredavano la "sala" nelle abitazioni di un tempo (dal francese buffet)
bufót, pacchetto da una libbra di tabacco trinciato; anche buót. Sorta di tubetto nel quale si soffiava per alimentare con aria un fuoco. Colpetto sulla guancia; anche ganasén. Bufòt ad pan = pezzo di pane
bùgàda, bucato; anche bùgà
bugnòn, foruncolo purulento; anche flémòn. S'ciupàr al bugnòn = frase idiomatica usata per rivelare che una situazione confidenziale e delicata, si è improvvisamente deteriorata provocando uno scandalo
buiaca, miscela di calce per muratori. Brodaglia di qualità scadente; anche sboba
buir, bollire. Alvar al bui = cominciare a bollire
bula, livella
bulén, pallino nel gioco delle bocce e del biliardo; anche balén o bucén
bùlètu, ved. bùlu
bulòta, stato di carenza assoluta di quattrini. Nella parlata volgare, questo termine indica una macchia sulle mutande dovuta a ...perdite intestinali. Bulétari può essere un incallito scoreggione di arie vestite oppure uno squattrinato cronico.
bulòtga, solletico
buls, asmatico, senza fiato, come un cavallo che non corre
bùlu, bravo o sbruffone. Bùlàda = spacconata
bumbas, bambagia, cotone in fiocco
bunbòn, dolcetto (dal francese bonbon)
bundiòla, salame o insaccato da far cuocere
bunòt, cappello (dal francese bonnet)
bunura, di mattino presto
buót, ved. bufòt
bur, quattrini, centesimi. Ved. anche bau
buraciòn, panciuto sovrabbondante
burar, morsicare. Il vero significato di questo termine è quello di "aggredire, assaltare", oppure "avventarsi". Le espressioni burar déntar (assaltare, fare irruzione) o burar ados (aggredire, avventarsi), sono esempi di tutti i giorni. Nel tempo, il verbo è venuto ad esprimere anche il concetto di "mordere", descrivendo con ciò il risultato che scaturisce da una azione di assalto messa in atto da un animale. Il morso è quindi definito buròn, ma può anche dirsi sgagnòn (ved.)
buras, straccio da cucina, canovaccio
burcai, tappo; anche sùar
burdél, schiamazzo, baccano. Casa di tolleranza; anche casén o baito. Grande quantità; ved. slùbi
burdighén, macchina con diverse braccia a movimenti alterni per rivoltare il fieno. Da burdigàr = rivoltare, accatastare
Burg, Fidenza. Abbreviazione del vecchio nome Borgo San Donnino. Burgsan fidentino. Stràda Burghésa = la strada che congiunge Roncole con Fidenza passando per Bastelli
buridòn, ressa, concentrazione, affollamento. Ved. Tirar al buridòn = tentare un colpo gobbo
bùrlanda, roba di qualità scadente
burnisi, braci e cenere; anche stis
buròn, morso di animale o anche puntura di insetto. Rubinetto a pistone per regolare la fuoriuscita dei liquidi dal castladòn (ved.)
bùsa, buca. Come aggettivo è usato nella frase: l'é andàda basa = è andata buca, nel senso che "non ha funzionato" e "non si è raggiunto l'obiettivo prefissato"
bùsaca, tasca; anche sacosa
busca, bruscolo, pagliuzza. Il termine definisce anche la somma iniziale sulla quale vengono effettuati i rilanci in un gioco con le carte chiamato gilé (ved.)
bùsèca, trippa
busgnasch, bolscevico, rosso (da bosniaco, proveniente dalla Bosnia). Vocabolo rimasto a ricordo del passaggio per il nostro territorio di soldataglie straniere durante le guerre del XVIII° secolo
bùsgnòn, letteralmente significa "grosso buco del culo" e si usa per giudicare sfacciatamente fortunato chi lo possiede
busia, bugia, frottola; anche bala o fola (dal francese bougie). Altri significati: piattino portacandela; macchiolina bianca sulle unghie, ogni macchia una bugia! Bùsiàdar= bugiardo
busigàr, cincischiare e non concludere; anche bugigàr
bùsla, cassetta per le elemosine
bùslot, contenitore metallico, bussolotto; anche tola. Tipico delle conserve e marmellate, veniva utilizzato dai ragazzi come valido surrogato del pallone per improvvisate partitene di calcio nelle contrade. Oggi è diventato lattina
bùssàr, bussare. Al gioco del tressette, chi bussa "vuole la meglio": è cioè un invito al compagno a mettere la carta migliore che lui possiede nel seme giocato
bùtàda, arguzia; frase spiritosa non sempre indovinata
bùtàr, buttare, germogliare. Gettare; anche tràr. Col significato di "iniziare, cominciare, esordire" si sente spesso la frase l'ha bùtà mal; in questo caso si vuole sottolineare il non felice avvio di una nuova iniziativa
butéga, bottega. Ved. pipa
bùtér, burro
cà, casa
cabaré, vassoio (dal francese cabaret)
caclòn, operatore nasale; fabbricante di granis (ved.)
cacu, tipo proveniente dalla campagna, senza istruzione nè educazione (dispregiativo)
cagàda, oltre alle giornaliere funzioni di un intestino regolare, si può decrivere con questa parola una cosa senza valore, una bazzecola
cagadùbi, perenne incerto
cagàia, diarrea; anche fis'ciòn
cagapugn, minuscole bacche rosse, frutto del biancospino
cagià, rappreso, coagulato. Si dice principalmente del latte, ma anche del sangue di maiale
cagna, femmina del cane. Stato di sonnolenza; fiacca da calura
cagnàr, fallire un colpo, fare cilecca, mancare. Cagnà o canà = sbagliato, mancato
cagnòla, pesciolino di torrente, praticamente senza spine, utile come esca per prede più consistenti
calàda, passaggio dello spartineve dopo una nevicata. Rimozione della neve fresca dai percorsi più usuali. Anche ruta (rotta)
calamàri, calamaio. Borse sotto gli occhi, frutto di disordini e intemperanze dannose alla propria salute
calàr, abbassare, scendere, diminuire, mancare. Ag cala poc ci manca poco. Cala Tèlu! cala Otello!, frase entrata nei modi di dire bussetani dopo che, in un lontano passato, era stata usata per esortare un non ben identificato Otello a limitare il calibro delle balle che raccontava
calcadùri, duroni ai piedi
caldarén, pentola, paiolo, secchio
calésna, fuliggine o caliggine
caliv, brina, calabrosa
calsit, calza. Anche calsòt
calsulàr, calzolaio. Definizione attribuita a quegli insetti a quattro zampe che camminano a scatti sul "pelo" dell'acqua, scientificamente noti col nome di "gerridi"
camandul, ved. camavar
camavar, pugno violento. Anche camandul
cambrà, appena rappreso. Espressione singolare per descrivere l'albume dell'uovo al primo contatto col calore. Si usa anche per indicare l'inizio di una gelata invernale
camèl, cammello. Se riferito a persona, indica un tipo lento e un po' tardo
camios, autocarro (dal francese camiòn)
campàr, salariato con mansioni di sorveglianza. Càmpér = automezzo attrezzato per vacanze (che non c'entra niente col dialetto bussetano)
càmula, tarma. Camulént = tarlato
canadél, rigagnolo
canàla, grondaia. Anche navóta o grundan'a
canalùs, gorgozzo, gola. Anche gargos
canapia, nasone. Per evitare che un portatore di nasone, preso di mira da qualche mascalzoncello, potesse ritenersi deriso dal termine, si mascherava la parola usando la frase "ca n' apia mài da pióvar" (che non abbia mai a piovere), con evidente richiamo alla protuberanza del malcapitato
canavic', lo stelo della canapa. Se riferito a persona: tipo allampanato
candlòn, moccioso. Ved. smurgagn
canél, disonesto, imbroglione; ved. bigul. Un "segno" a briscola; ved. sgas
canéla, matterello; bastone per rimestare la polenta. Canlàda = bastonata
canif, vecchio piatto della nostra cucina, totalmente dimenticato (polpette?)
cans, pugno, colpo rude
cantinéla, piccola trave di legno; correntino
cantunèl, mobile ad angolo, usato per dispensa, Da cantòn = angolo
cànva, canapa
capar, capperi... anche nasali
capàr, ammucchiare nei campi i covoni di grano (còv) facendone cataste per evitare eventuali danni dalla pioggia.
Capi = cataste o biche di covoni
capitàl, capitale. Aggettivo per descrivere un tipo balordo, capace di farne di tutti i colori. Bonariamente, si usa nei confronti di giovani irrequieti
caplàda, quantità pari a quella che può contenere un cappello. Errore madornale, anche capéla
Capusèn, è il nome ereditato dalla villa che si trova alla fine del Viale Pallavicino, all'angolo con Via Vivaldi, proprio dove esisteva un'antichissima chiesetta dedicata a San Geminiano con annesso un convento di Frati Cappuccini
carabùsnégar, carabiniere. Appellativo inventato dalla fantasia popolare, senza malignità. Andàr par dù tamme i carabùsnégar = andare in coppia, giusto come fanno i carabinieri in servizio
caracanau, imbroglio
carag, carico. Nel gioco della briscola, sono gli assi e i tre non di briscola
caragnàr, piangere; anche cridàr
carcagnòn, pestone. Aggettivo affibiato a chi ha la camminata scomposta
càrga, pestaggio solenne,energica battuta. Anche: patnàda, suprasàda, crasmàda, brus'ciàda, stungiàda, scurlida, sdasàda, sgardasàda, carvlàda, sunàda, ecc.
carigia, canniccio per impagliare sedie e fiaschi. Nome scientifico: carice detta anche falasco. Ved. palvéra
caròta, carriola. Veicolo scassato; ved. batulén
carsàda, carreggiata. Sfruttando il significato di "solco" stradale, con questa parola si definisce anche la fenditura che percorre il fondo schiena fra le natiche
carsir, crescere
carsimonia, contingenza economica con aumento dei prezzi
cartùcia, cartuccia; munizione per fucile
carvlòn, crivello o vaglio. Grosso setaccio appeso al soffitto, usato soprattutto per la selezionatura delle sementi. Carvlàr (anche baltàr)= setacciare col carvlòn. Carvlàda = battuta, pestaggio. Carvlà = pieno di buchi, ridotto a colabrodo
cas, prosciugato internamente, vuoto, asciutto; in genere riferito a cose da mangiare. Dal latino cassus = vuoto
casalén, fatto in casa
casant, inquilino in affitto
casén, confusione. Postribolo; ved. anche casòt
casòl, "muso" dei bambini, che prelude al pianto. Ved. anche mistul
casot, casa di tolleranza, casino. Anche: casén, baito, burdél. Confusione. Capanno provvisorio, come quello per le angurie o per la caccia. Casot = pugno. Casót = cassetto
cassòn, carro ribaltabile per il trasporto di ghiaia e sabbia. Anche bara
castladòn, cisterna di legno montata su due ruote per lo spargimento del letame liquido nelle campagne
castròn, castratore di animali. Cicatrice
catanai, ved. batulén
catàr, trovare, rinvenire, cogliere. Catàr sò = raccogliere
catobis, luogo di riunione, circolo. Di probabile derivazione da tobiss, vocabolo, ora in disuso, che indicava un tipo molto vicino alla sbronza, a mésa lama, cilindrà
caùrén, due lire metalliche prima del 1941. La denominazione è derivata dalle due lire di carta in circolazione verso la metà del 1800 che riportava l'effigie di Cavour. Veniva abbreviato in caùr
càvadént, dentista
cavalér, baco da seta
cavalòn'a, femmina super dotata; stangona
cavalóta, cavalletta. Sugàr a la cavalòta = gioco per ragazzi nel quale ogni partecipante doveva superare gli altri, i quali, piegati a mo' di cavalletto, si appostavano in fila indiana a breve distanza l'uno dall'altro. Ognuno di essi, al termine dei salti che eseguiva appoggiandosi sulle schiene dei compagni, assumeva la loro stessa posizione per essere a sua volta saltato. E così via all'infinito....
cavasén, cavedano. Pesce bianco di acqua dolce, molto comune
cavdagna, capezzana. Striscia finale di un terreno dove l'aratro inverte la marcia
cavàr, estrarre, togliere, strappare. Cavàs so = spogliarsi. Ved. incavàrsan
cavàrsla o cavàgla, riuscire, sbrogliarsela
cavi, capelli
célénsa, eccellenza
cèruv, cervo. Tendenza attuale a dire cèrv
césiulant, bigotto
ché, qui, qua. Vé ché = vieni qua; si dice anche vé insà o vé utàr Ved. chécsé
chécsé, qui. Rafforzativo di ché. E' l'equivalente del chémò piacentino
chélù, costui; anche chélò. Modo volgare del maschio di indicare il proprio attributo
Chicotu, Franceschino
chifar, termine in disuso per indicare un dolce di pasticceria a forma cli cornetto (dal tedesco kipfel, che significa cornino). In seguito ha preso il nome di "brioss" (dal francese brioche)
chisóla, torta fritta; anche al maschile chisòl. Ha pure il significato di "sculacciata"
ciac'ri, dolce carnevalizio; anche aspréli. Chiacchiere, pettegolezzi. Ved. ciciaràr
cianfar, definizione generica di cosa di poco valore o di scarsa utilità. Se riferito a persona, richiama un tipo dimesso e di bassa statura
ciapamuschi, striscia di carta, imbevuta di sostanze vischiose, utilizzata per catturare le mosche. Definisce anche una persona incantata a bocca aperta
ciapanò, il gioco del tressette a rovescio
ciapàr, prendere; ved. anche tòr. Ciapàrag = prenderci, nel senso di indovinare
ciapatoni, gioco per ragazzi, del tipo "rimpiattino" (scundaróla)
ciàr, chiaro. Sterile. Ad ciàr = di rado
ciarì, sgomentato, sorpreso al punto da non sapere come reagire
ciarùm, il disgustoso sentore di uova sulle stoviglie lavate male. Anche, frascùm
ciavàr, chiudere a chiave. Imbrogliare. Fornicare
cichén, piccolino
ciciaràr, chiacchiere. Ciciaréla= parlantina. Ciciaròn= chiacchierone; ved. anche brémul
cicinén, un pezzettino, un assaggio di chicchessia
Cicòn, accrescitivo di Francesco
cicót, bicchierino di liquore. Strapazzata, rimprovero. Rabbocco di benzina nel carburatore
cilindrà, quasi ubriaco, non in pieno possesso delle sue facoltà
cincél, baccano, confusione. Anche patél
cioc, ved. ciucàr
ciold, debito; anche puf o gal. Fare debiti = piantàr di ciold. Col significato di "chiodo", si dice anche ciod. Robi da ciod = cosa inconcepibile
ciop, gruppo, insieme di più elementi
ciopa, il petto cucinato dei volatili (vocabolo di origine piacentina)
ciórga, chierica, in gergo classico ecclesiastico definito "tonsura". Piccola rasatura tonda sul cucuzzolo del capo che caratterizzava un tempo chi portava l'abito talare. Ciòrag o ciarghén = chierichetto
ciossa, chioccia
ciostar, mazzetto di verdura o di fiori. Piccola siepe
cip, tiepido; anche tòvad (ved.)
ciribibì, piccolissimo uccello del genere scricciolo, più frequente nei periodi freddi: era detto "ciribibì dal fród"
ciribicocula, testa, capo. (I nostri vecchi recitavano una filastrocca, di origine cremonese, che parlava di cincéntcinquantacinc ciribiciaculin)
citu!, zitto!. Citu e mosca! = silenzio assoluto! Anche tas so! = taci!
ciuca, sbornia. Ved. bala, bambula, piomba, scufia, simia, ecc. Ubriacarsi = inciuchis. Ubriaco = imbariàgh o ciuc. Ubriaco assoluto = ciuc tradì
ciucàr, battere (alla porta). Far rumore. Cioc = colpo o botto rumoroso. Al cioca = da i numeri, straparla. Anche il sole di luglio "al cioca ", cioè scotta, cuoce
ciucaróla, colpo di sole. I cremonesi chiamano ciucaròli le castagne lessate
ciùciàr, succhiare, bere viziosamente. Ciùciòn = biberon, poppatoio. Ciùciàda = succhiata, bevuta. Ciùciot = succhiotto sul collo
ciudén, fungo chiodino. Parte rinsecchita del fiore di garofano ad uso culinario
ciùrlàr, tracannare, bere molto (bévar da ràsòn). Ciurladur = bevitore
cmadrén'a, levatrice, ostetrica. Dall'antico vocabolo "comadra"
cò, capo, estremità. Cò d'ai = bulbo di una piantina d'aglio. Cò 'd bestia = capo di bestiame. Ché ‘d cò = qui all'inizio. La 'd cò = là in fondo.
coclùss, tosse asinina (dal francese coqueluche)
codinàr, capitale più interessi, calcolati alla scadenza del vincolo, di una somma depositata in banca
codul, sasso, pietra, ciottolo
còg, cuoco
comuda, sedia col buco per facilitare i disabili e gli anziani nelle funzioni corporali
còn'a, culla
cònca,
coca, nottiglia di vino. Gallina
mastellino incavato in un tronco di opi (ved.) destinato a diversi usi: per foraggiare animali; per impastare la carne dei salami; per lavaggi vari; ecc. Ved. anche cunchén
conquibus, denaro contante (latinismo)
còns, condito. Da cunsàr = condire
cònsùbiàr, congegnare, imbastire, combinare, pasticciare
coran, corno o corna. Calzascarpe fatto con corno di bue; anche "os"
corla, collera
cos, equivale a rob, bagai o laur, cioè qualunque cosa o anche persona di cui non si ricorda o non si conosce il nome
cósar, cuocere
cota, forte nevicata. Passione d'amore. Crisi atletica; anche imbastida
cracli, caccole dal naso; anche granis
crapa, testa. Come maledizione: "muori!" o "crepa!"
crasmàr, cresimare. Rifilare una mano di botte. Ved. càrga
cricla, sporcizia, untume. Ved. incriclént
cridàr, piangere; anche caragnàr
crudàr, lo spiccare naturale dei frutti maturi dalla pianta. Cadere. Crollare. Tracollare dal sonno.
csé, così; anche acsé. Csé-csé = così così
cua, coda. Talian da la cua (italiani con la coda) = espressione di tono polemico che stigmatizzava il comportamento scarsamente patriottico di una parte della popolazione. Cualónga (Codalunga) = il vecchio e patetico nome dell'attuale Via Gaetano Zilioli
cuatàr, coprire; anche cuarciàr
cubi, giaciglio, tana per animali. A cubi = accucciato
cùcàr, sottrarre con artifizio; ottenere facilmente; vincere con poca fatica
cucàr, ved. biucàr
cùc, cuculo
cuciàr, coricare, usato più spesso come verbo riflessivo: cuciàs = coricarsi. (I Piacentini dicono culégas). Cucià o cucc' = coricato, nascosto. In cuciòn = rannicchiato sulle ginocchia. Cucias so = mettersi quatto per non farsi vedere, oppure, andare a letto. Questo verbo è utilizzato nel dialetto col significato di "annotare, per non dimenticare, il nome di una persona verso la quale si vanta un credito". Infine cùciàr è cucchiaio.
cucòn, uovo. Tappo di legno per botte rinforzato con stracci; cocchiume
cùcùmar, cetriolo (dato latino cucumis)
cudàr, osso di corno di bovino contenente la pietra per affilare la falce durante il taglio del fieno. Ved. préda
cudga, cotica. Cudgòn = nativo di Roncole. Altrimenti, provenire da Roncole si dice= ésar d'arroncall
cuèn, codino.
cuén, ved. c'vén
cuèrta, coperta. Cuartén'a = coperta più leggera. Andàr o mòtas a cuèrt = ripararsi
cugnisiòn, criterio, facoltà di comprendere. Avégh mia 'd cugnisiòn = non saper valutare, mancare di buonsenso
cuiunàda, grossa stupidaggine; lavoro mal riuscito. Ved. anche vacàda o gusinàda
cùl, culo. Cùlan = omosessuale. Cùlata = natica. Cùlatòn = sfacciatamente fortunato; anche cùlén'a. Cùlèda = caduta di schiena. Cùlatel = anche se ufficialmente è di Zibello, non è estraneo al dialetto bussetano
cùlam, colmo
cùlòt, la parte finale del salame. Culetto
culp, aneurisma, infarto. A gh'é dat un culp = è morto
culumia, economia (vecchia dizione). Oggi si dice semplicemente ecunumia
culunot, colonnine marmoree che delimitano il sagrato della Collegiata e il portico del Monte di Pietà
cum, con. Più usato cun
cumòta, aquilone, cervo volante. Stèla cumòta = corpo celeste
cumpagn, compagno di scuola. Uguale. Cumpagn spacà o spùdà o cagà = perfettamente uguale. Scumpagnà = diseguale
cumpagnàr, accoppiare, appaiare. Per i lavori agricoli as cumpagnàva i bò, che operavano quasi sempre in coppia.
cunchén, conchino, gioco a carte simile al ramino. Piccola conca di legno per foraggiare animali; ved. anche cònca
cunfas, confarsi, essersi adeguato. Giovare alle condizioni fisiche. Esempio: Cambiàr ària confa a la saùit = cambiare aria giova alla salute
cunsàr, condire. Anche cònsar
cunsén, pezzetto di qualche cosa (da mangiare)
cunséns, con questo vocabolo si indicava in passato la cerimonia fra esponenti di due famiglie, durante la quale, in vista di un matrimonio, veniva definito fra i genitori l'accordo a che i rispettivi figli convolassero a nozze. Il tutto si svolgeva quasi sempre a casa della promessa sposa e la "trattativa" riguardava anche la dote che la moglie avrebbe portato al marito, le modalità della funzione religiosa, gli impegni per il pranzo di nozze, ecc. A completamento del tradizionale ma scomparso cerimoniale, va aggiunto che nei giorni successivi alla cerimonia, i due promessi sposi venivano così indicati: chi dù là j’ban tot al cunséns. Oggi la volontà di contrarre matrimonio viene espressa innanzi all'ufficiale di Stato Civile che provvede alle "pubblicazioni" (per il matrimonio civile, secondo il Diritto di Famiglia). Oppure davanti al Parroco, il quale trasmette al Comune la volontà espressa dai contraenti (per il matrimonio religioso, secondo il Diritto Canonico)
cuntintumas, accontentiamoci
cuntinuv, continuo
cuntrària, "contraerea", reparto militare per la difesa dagli attacchi aerei in tempo di guerra (1941)
cup, tegola. Coppe: assieme a Spàdi, Bastòn e Dinàr nelle carte da gioco piacentine
cupén, nuca, collottola
cùpirón, contenitore per la raccolta del latte dalle stalle
curdiàl, liquorino offerto in occasione di visite in casa. Ved. rusoli. Brodo sostanzioso con aggiunta di un uovo
curàr., uccidere i maiali col curadur= stiletto per trafiggere il cuore (ora sostituito dalla pistola)
curnaciòn, menagramo, cornacchione. Era il termine irriverente, ora dimenticato, per indicare un prete
curnòtt, fagiolini
curs, il "Corso", ossia la Via Roma (che fù Via Verdi)
cursóla, legaccio o stringa di cuoio; correggia. Serviva, tra l'altro, per chiudere l'apertura dei palloni da calcio prima che inventassero il gonfiaggio ad ago. Nel dialetto parmigiano, queste bande di cuoio venivano chiamate mascadis (Ved.)
cùsén'a, cucina e cugina
cusóta, piccola ciotola di legno usata in cantina per gli assaggi
cust, questo. Cusché = rafforzativo di cust e abbreviativo di custu ché
custaiòla, una parte prelibata del maiale. Costola
custéra, luogo esposto al sole
c'vén, prossimo, venturo. Abbreviazione della locuzione ca vén = che viene. Si pronuncia cuén
dabòn,
davvero . Anche: in s'al séri. Esempio: At dirè mia dabòn? = Non
dirai ul serio? Non dirai davvero?
dacat,
daccanto, da parte. Mòtar o tgnir dacat = mettere in serbo; risparmiare
dad,
particella che funziona da prefisso in parecchi avverbi di luogo: dad-ché
= di qui; dad déntar = di dentro; dad-dré = dietro, dad-fóra
= di fuori; dad-là = di là; dad-lé = di lì; dad-nans =
davanti; dad-sa = di qua; dad-sura di sopra; dad 'suta = di
sotto
damblén,
espressione usata nel gioco del 7 e mezzo per dichiarare al mazziere di avere
conseguito il punteggio massimo "di primo acchito", con sole due carte. nfatti
il termine deriva dal francese d'emblée che significa "al primo colpo"
danda,
è il termine letterale per definire ciascuna delle due bretelle che un tempo si
usavano per sostenere i bambini quando cominciavano a camminare. Da ciò è
derivato il modo di dire "dar a la danda"' che descrive una camminata
ncerta, appunto come i bambini (e gli ubriachi)
daparlù
- daparlé, lui da solo, lei da sola. Anche dalù (o dalò)) e
dalé daparmé - daparté, io da solo/a, tu da solo/a. Anche
damé e daté
daquàr,
innaffiare. Daquàda = bagnata integrale, segnatamente quella presa
'tirante un temporale in mancanza di ombrello. Daquadura = serbatoio di
acqua trainato su un carro per innaffiare le strade della città nei periodi
estivi. Funzionava spargendo l'acqua per mezzo di un tubo bucherellato che agiva
da innaffiatoio
darasòn,
molto, in gran quantità, parecchio. Ved. abota
das,
particella che si usa come prefisso in alcuni verbi per indicare un contrario.
Esempi:
dasbradr,
contrario di apparecchiare, quindi mettere in ordine, sbrattare, ripulire (la
tavola dopo mangiato);
dascantàr,
contrario di incantare, quindi togliere da uno stato di inettitudine;
dascùsir,
contrario di cucire, quindi scucire;
dasfàr,
contrario di fare, quindi disfare;
dasfiàr,
contrario di gonfiare, quindi sgonfiare;
dasgrupàr,
contrario di annodare, quindi sciogliere;
dasligàr,
contrario di legare, quindi togliere i legacci. Liberare i cani dal guinzaglio;
dasmingàr,
contrario di ricordare, quindi dimenticare. Si dice anche smingar
dasmótar,
contrario di continuare, quindi smettere;
dasnudàr,
contrario di vestire, quindi denudare;
dasquatàr,
contrario di coprire, quindi scoprire. Si dice anche squatar o
squarciar
dasténdar,
contrario di tendere, quindi spiegare;
dastrigàr,
contrario di aggrovigliare, quindi districare, risolvere, sbrogliare. Anche
dastricàr
dasvidàr,
contrario di avvitare, quindi svitare; ecc. ecc.
dascàlsa,
scalzo, a piedi nudi
daspóss,
spesse volte, sovente
dasprà,
il massimo grado di povertà. Disperato
dastipoc,
poco fa; anche adès-adès o ammà dès
dastrigòn,
pettine
dé,
giorno
débà,
processo in tribunale (dal francese debat)
dgam,
(o dgama) tegame
diavuléri,
(si pronuncia diauléri) confusione, pasticcio, scompiglio
didén,
il quinto dito della mano (mignolo) e del piede
didòn,
il dito più grosso della mano (pollice) e del piede (alluce)
dind'zon,
fastidio alla bocca provocato generalmente da frutta acerba. Ved. anche ligàr
dinàr,
denari; anche ore ori. Assieme a Spàdi, Cup e Bastòn
nelle carte piacentine
disérbant,
un bicchiere di vino scadente
dman,
ved. adman
dormia,
anestetico
drita,
destra
dritòn,
sveltone, volpone
droc,
valore o quantità. approssimativa. Si dice anche bot. Dàr un droc
= valutare all'incirca
drucàr,
crollare; non riuscire a stare sveglio. Ved. anche biucàr
drumédàri,
dromedario. Se riferito a persona, indica un tipo addormentato, poco efficiente
druvàr,
adoperare. Si pronuncia druàr
dsédès,
ved. adsédès
dù,
il numero due. Soldo. Avég gnan un dù oppure avég gnan un da dù =
essere in bolletta (ved. anche bau).). L'an dal dù e 'l még dal mai
= l'anno del due il mese del mai. Detto del vernacolo che proviene dal profondo
passato, quando ancora il 2000 era una meta così lontana che sembrava
inarrivabile. Si ipotizzava, con quella sentenza, una scadenza impossibile, non
raggiungibile da chi ne stava parlando. E' interessante rilevare come la frase
abbia subito l'usura del tempo e sia ormai arrivato il momento di aggiornarla in
"l'an dal tri...." con quel che segue!
dua,
doga. Ciascuna delle tavole che formano un tino o una botte. Al plurale dui
duciàr,
adocchiare, guardare con desiderio
dugadél,
ammodino; di buona presenza; vestito decorosamente
dugara,
nelle pile (ved. nel vocabolario) delle case di campagna, è lo stallatico
Listo a terriccio
dulégh,
strutto
dupia,
un taglio dal macellaio
dùrgnòn,
indurimento di una parte del corpo, specie nelle poppe muliebri, per cause
ignote o per colpo ricevuto.Nodo legnoso
dùròn,
callosità. Ciliegione; anche sarsòn
dzémbar,
dicembre
dzóvad,
insipido, mancante di sale
dzunàr, digiunare. Dzòn = digiuno
écèss,
ascesso
èda!,
sta per "guarda!"
ègar,
amaro
élémént,
tipo, individuo. Anche articul o
sugièt
èms,
fallo nel gioco del calcio (dal tedesco)
ètagh,
etico, ammalato di tubercolosi, tisico. Termine assai abituale nel passato,
quando parecchia gente veniva colpita dal “male sottile”
ètar,
altro
èvia,
ape; anche b’sia
fagot,
pacco, in origine confezionato in pezze di stoffa.
In fagutòn = modo di agire in fretta
e furia, con molta premura. Faméi da
fagot = giovane apprendista nei lavori di campagna
fala,
rottura nella continuità di un filo, come - ad esempio - una smagliatura nelle
calze di seta, oppure un filo annodato in maglieria, ecc.
falà,
sbagliato; mancante. Pònt falà =
punto caduto o mancante in tessitura. Nel gioco delle carte, a tressette,
ésar falà a dinàr significa non avere
carte a denari, e così per spade, coppe e bastoni
falambra,
fiocco di neve. Anche faliva o
falùpa
falopa,
roba di poco valore, scarti. Bozzolo non portato a termine per la morte del baco
da seta. Ved. anche luc
faméi,
spesato, addetto alla stalla ed altri lavori.
Faméi da spesa = dipendente
stagionale nel lavoro dei campi. La Madona di
faméi ricorre il giorno 25 marzo,
festa dell'Annunciata
fanta,
per lasciare al caso la responsabilità di una scelta, si usa, come consuetudine,
gettare una monetina per aria: "o testa o croce". A Busseto si è sempre detto: "o
testa o fanta". Nel vocabolario Parmigiano - italiano di Carlo Malaspina,
del 1857, è segnalata questa espressione come facente parte di un gioco (non
individuato) e la dizione viene puntualizzata in "tésta
e fant"
faraòn'a,
ved. géngia
fardur,
raffreddore
fargnòn'a,
tipo di sgasa (gazza): la
"ghiandaia". Non si conosce l'origine del termine
fargòn,
strofinaccio, canovaccio. Anche stras da
fàr so la puar
farinél,
grumo di farina negli impasti, tipico nella polenta.
Cumbinàr di farinei = ideare imbrogli
farlucàr,
esprimersi con difficoltà. Farloc =
persona fondamentalmente credulona, con difficoltà ad esprimersi ed a capire;
anche l'accrescitivo farlucòn
fastugàr,
pasticciare, prendere iniziative confuse
Fasulén,
Fagiolino, personaggio dei burattini della premiata Famiglia Ferrari di
Salsomaggiore. Ved. Sandròn
fèrla,
gruccia, stampella
férum,
fermo. Tendenza a dire féram
fèstival,
denominazione esotica data ai locali da ballo che venivano allestiti per le
sagre paesane; più comunemente chiamati
balére (ved.)
fiama,
parola sinonimo di squattrinato, senza un centesimo in tasca. Una persona in
quello stato poteva essere definito una
fiama, oppure, parlando di lui, si diceva che era "a
fiami". Fiama 'd caval =
escremento di cavallo, e solo di cavallo. Per altri animali prende nomi diversi:
buasa per i bovini;
piluli per gli ovini, i caprini e i
conigli; stròns per gli umani;
maròn per gli equini meno nobili,
ecc.
fidéi,
tagliatelle sottili fatte col torchio.
Fidlén = tipi ancora più sottili, chiamati anche "capelli d'angelo". Ved.
taiadéi
fifola,
timoroso, incerto, debole. Si usa anche il peggiorativo
fiflòn
figh,
fico. Bel figh = richiamo
confidenziale a chi genera risentimenti in una discussione
fignan,
uno che fa finta; astuto simulatore; sornione. Anche
fintòn
figùra,
aspetto esteriore. Comportamento. Figùra
grama = pessima figura, da vergognarsi;
figura da piucc' = dimostrazione di
avaraggine. Nel gioco della briscola, può essere rappresentata da un "fante" (2
punti), un "cavallo" (3 punti) o un "re" (4 punti)
fidadél,
vecchia dizione della tagliatella. Filetto sotto la lingua, frenulo; detto anche
filòt
filagn,
filare di viti
fidarén,
relazione amorosa, in genere fra minorenni
fildùra,
fessura. Se riferito a persona, indica un tipo alto e magro
filinén,
un poco. In c'la m'nèstra ché, ag manca
un filinén ad sàl = in questa minestra ci manca un poco di sale
filòn,
tipo svelto e imbroglione da cui è bene guardarsi.
Filòn 'd la schéna (o
spén'a ursèla) = spina dorsale.
Filòn ad védar = scansafatiche
filot,
filotto, abbattimento dei tre birilli centrali e conseguimento di otto punti al
bigliardo
filòt,
ved. Filadèl
Finimènt,
oltre alla bardatura equina, nel linguaggio popolare si definisce, con un po'
d'ironia, ciò che indossa una donna per presentarsi in pubblico
fintòn,
ved. fignan
fioca,
si ottiene montando la chiara dell'uovo a neve.
A fioca = nevica
fiól
o fiòla, figlio o figlia. Con questi
termini si indicano le persone non maritate.
L'é `mmò fióla = non è ancora sposata
firmàda,
firmata o fermata. Nel secondo caso, quando si parla di autobus, c'è la tendenza
a dire férmàda
fis'ciòt,
fischietto; anche sifulén. Imbroglio
fiss,
torbido. Fondo di bottiglia. Fissam =
deposito o feccia di liquidi
fitavul,
(si pronuncia "fitaul") affittuario.
Anche fituàri
fiur,
fiori. Formazione di muffa a galla sul vino
fiuròn,
grosso sedere e quindi molta fortuna. Frutto primaverile del fico
flàmbar,
scappellotto robusto, sberlone
flémòn,
tipo di ascesso; anche bugnòn
flévad,
flauto
flipa,
comare, madrina, nei matrimoni dei tempi andati.
fòdra,
fodera. Al g'ha `na fòdra! = è
fortunato! Ved. fudròta
fòia,
foglia. Impermeabile, soprabito leggero. Bicchiere di vino; anche
fujóta
fola,
favola. Bugia
fòta,
fetta. Do fòti = i piedi.
F'tòn = piedoni
frà,
frate. Frà sircòn = frate incaricato
di raccogliere elemosine fuori della chiesa, anche in natura
fracas,
baccano. Distruzione. Grande quantità; ved.
slùbi
fràda,
inferriata. Ved. ramàda
fràmbòs,
nome dato alla così detta "uva americana", conosciuta anche come "uva Isabella".
Si tratta della deformazione del termine francese "framboise"
che significa lampone, frutto il cui sapore si ritrova vagamente in questa uva.
Da noi viene anche... elegantemente chiamata
mèrda 'd galén'a
franc,
franco, unità monetaria francese (e di altri stati) utilizzata nel nostro
linguaggio come corrispondente della Lira: dire "un
franc" equivaleva dire "una lira"
franclén,
tipo di stufa in ghisa, aperta su un lato a mo' di camino (dal nome del suo
inventore Franklin)
frangul,
fringuello
fràr,
fabbro
frascùm,
sentore di uova sulle stoviglie lavate male. Anche
ciarùm
fréva,
febbre. Ved. bucaròla
frigna,
donna smorfiosa, capricciosa. Frignòn
= piagnucolone
fritùra,
corata dal macellaio. Anche appetitoso piatto di pesce
frùc,
spinta con poco civili intenzioni
frùst,
consumato dall'uso. Oli frùst = olio
esausto.
frùstagn,
tipo di stoffa, fustagno
fudriga,
donna vecchia e brutta. Il termine è importato; da noi lo si è usato quale
volgare definizione del sesso femminile
fudròta,
federa per cuscino
fufa,
roba di scarto, da buttare
fùga,
discesa, china. A Busseto tutti sanno cos'è la
fuga 'd la Roca
fuglarén'a,
contenitore delle braci da introdurre nel letto durante la stagione fredda per
riscaldare le coperte con l'ausilio del
prét (ved.). Si dice anche padlén'a
o scaldalét
fugnàr,
Abbreviativo di strafugnar (ved.).
Frugare, rovistare
fugòn,
termine che definiva l'apparato necessario per la bollitura dell'acqua da
utlizzare nelle operazioni del bucato. Era costituito da un grosso calderone di
rame appoggiato sulla furnaséla
(camino) nella quale bruciava la legna.
Fèr fugòn è un'espressione del vernacolo parmigiano per indicare il mancato
realizo di un programma: così per i ragazzi che marinano la scuola; per gli
attori che ospendono lo spettacolo;ecc.
fugót,
fuochi artificiali
fuiàda,
pasta tirata col matterello ad uno strato sottile. Anche:
sfòia,
sfuiàda,
sfuiòl,
sfuiòla
fujòta,
bicchiere di vino (di derivazione parmigiana). Anche
fója
fular,
fazzoletto quasi sempre di seta, da mettere al collo (dal francese
foulard)
fulcióta,
birbonata; brutto scherzo
fùlminant,
fiammifero; anche sulfanél o
sulfrén
fumàra,
nebbia. Infumarént = annebbiato,
offuscato, appannato
fundén'a,
ved. piatlén'a
fundòn,
punto di un corso d'acqua dove "non si tocca". Ved.
sabiàr
furàr,
bucare. Fare iniezioni. Anche sbùsar
o imbùsir
furcà,
tridente, forcone (dal latino forcatum)
furcióti,
mollette per affrancare i panni stesi ad asciugare
fùrla,
gamba
fùrlòn,
osso femorale. Gamba lunga
furmaia,
forma di grana
furmintòn,
il frumento considerato di scarto nella trebbiatura; anche
tridél
furnaséla,
ved. fugòn
fursén'a,
forchetta
furtan'a,
uva e vino nostrano; varietà del vitigno "Labrusca"
furtén,
rigurgito acidulo per digestione difficile
fùs,
fuso, alla stregua di un metallo reso liquido. Asticciola di legno affusolata
alle estremità, abilmente manovrata dalle filatrici di un tempo, che se ne
servivano per avvolgervi il filo ricavato per rotazione dalle fibre che venivano
allora lavorate: canapa, lana ed altro. Oggi, sparite le filatrici, con questo
nome si identifica un oggetto simile nella forma, vuoto all'interno,
rapportabile ad una provetta, utilizzato per prelevare campioni di vino,
dall'alto delle botti, per l'assaggio. Qualcuno lo chiama
stùpid
o
làdar (ved.)
futa,
dispetto, tiro mancino
fùtar,
imbrogliare. Avere rapporti sessuali con una donna (espressione triviale).
Mandàr a fàs futar = augurare a
qualcuno fregature e malanni
futòn,
forte arrabbiatura
gabàn,
indumento invernale, cappotto, tabarro, mantello. Anche al femminile:
gaban'a
gabén'a,
cabina. A Busseto, nei tempi andati, ci si riferiva con questo termine
unicamente alla "cabina elettrica", ora meglio definita come "centralina",
distributrice dell'energia a tutta la Città
gabian,
gabbiano. Se riferito a persona, definisce un tipo rozzo e un po' sciocco.
gabót,
contadino vestito "della domenica"
gabula,
imbroglio. Cabala; interpretazione dei sogni e dei numeri.
Ingabulàr - mettere nel sacco
gabùs,
verza, cavolo cappuccio
gaiofa,
prigione
gal,
gallo. Debito; anche puf o
ciold.
Piantagal = cattivo pagatore.
Andàr in gal = prosecuzione della
crescita di alcuni ortaggi, ma con produzione non più mangereccia
gala,
vistoso nastro ornamentale. Fiocco
galabrùsa,
nebbia o brina congelata per il freddo, a formare uno dei più suggestivi aspetti
invernali delle nostre campagne
galan,
nastrini o farfalle come guarnizioni.
Galantén = tipo di pasta chiamata "farfalline"
galant,
spasimante, corteggiatore e anche fidanzato
galavròn,
grossa vespa, calabrone. Se riferito a persona, è un ganimede che gira
insistentemente attorno alle donne
galòn,
coscia. Parte anatomica femminile particolarmente appetita dai maschi. Porzione
del pollo generalmente preferita dai bambini
galosi,
caloscie. Soprascarpe di gomma in uso negli anni '30 (dal francese
galoche)
galóta,
arachide, nocciolina americana. Pane militare a lunga conservazione; galletta
galu,
esperto ed efficiente in un campo specifico. Attivo e abile con le donne; anche
galót.
galùstar,
cappone castrato male.
gàmbar,
gambero; crostaceo che, erroneamente o in senso figurato, si dice che cammini a
ritroso. Fàr un gàmbar accade a chi,
nel saltare un fosso, vi finisce dentro e si bagna i piedi (con su le scarpe)
gambaròla,
sgambetto
gaméla,
gavetta militare. Casseruola
ganasén,
la sponda del biliardo che fa angolo con le buche. Buffetto sulle guance; anche
bufòt
ganau,
imbroglione, truffatore
gandulén,
nocciolo, acino. Anche gandòl o
ruméla
ganga,
gruppo di male intenzionati
garatòn,
zolla di terreno arato di fresco
garavèla,
tipo di pece che i falegnami scioglievano a caldo per ricavarne la
cola garavèla, utile ai loro lavori.
Il nome deriva dagli imballi, che provenivano via mare, portanti come marchio di
fabbrica un veliero, ai tempi chiamato "caravella"
gargaióla,
prurito in gola. Gargaiént con la
voce stridente per disturbi in gola
gargatli,
termine di vaga provenienza per indicare i testicoli dei mammiferi. Definisce
anche le escrescenze di alcuni alberi
gargos,
esofago, gola. Anche canalùs o
garganél
garòl,
tassello, tipico nelle indagini per stabilire lo stato di maturazione di una
anguria; anche tasél. La parte
mangereccia della noce: il gheriglio
garsòn,
ragazzo (dal francese garcon)
gasa,
nodo a farfalla
gasàs,
montarsi, gonfiarsi
gasia,
gaggìa, acacia
gaspar,
sputo catarroso. Ved. macalén e
silac
gasùlàr,
il parlottare in soliloquio da parte dei bambini in fasce e il canticchiare di
alcuni uccelli
gat,
gatto. Gat pùs = con questo termine
viene indicato il "gatto selvatico", specialista nel vuotare i pollai, e non la
"puzzola" (ved. marturél che, invece,
trascura la polleria
gata,
la femmina del precedente. Nel gioco del calcio, si definisce così una rete
subita dal portiere per sua disattenzione
gatòn,
posizione umana a quattro zampe. Mòtars
in gatòn = stare carponi. Andàr in
gatòn = muoversi in modo circospetto. Si dice anche
gatùs
gatt,
batuffoli evanescenti di polvere mista a peli e capelli che si formano
generalmente negli angoli della casa dove la scopa non passa tutti i giorni
gavèl,
paletta per fuochi. Non si è rintracciata l'origine di questa parola, Fa binomio
nei camini con muiòti (ved.)
géngia,
gallina faraona (ved. anche gingén).
La stessa parola viene impropriamente usata per indicare la castagna selvatica.
Mentre del primo caso non si conosce la derivazione, per il secondo si fa
risalire l'origine alla deformazione dialettale della definizione originaria
"d'India"
génit,
qualcosa come il contrario di "schifo"; sensazione astratta che si ha quando si
accetta di condividere il bicchiere nel quale tutti bevono, oppure le lenzuola
del letto dove tutti dormono, ecc. Avégh
génit = superare preclusioni istintive di ordine igienico
géntil,
salame insaccato nel budello suino che porta lo stesso nome
geometro,
usato come "maschile" di geometra
gèrul,
ved. sgèrul
ghèga,
colpo, botta tremenda
ghégu,
capace, preparato, bulletto
ghèl,
centesimo, soldo (dal tedesco geld).).
Plurale ghèi. La stessa parola la
usano i muratori per indicare i "centimetri"
ghèt,
confusione rumorosa; termine derivante da "ghetto", nome dei quartieri di alcune
città dove in passato erano concentrati gli abitanti di religione ebraica.
Ga:saghèt = termine rafforzativo,
quasi frastuono
ghiadél,
pungolo. Bastone munito di puntale di ferro per stimolare gli animali al lavoro.
In altre parti del parmense si dice
stòmbél
ghignàr,
ridere
ghignèr,
fotografo professionista. Ghigna =
brutta faccia o solo faccia
ghirba,
vita. Otre di pelle. Salvàr o purtàr a cà
la ghirba = uscire indenni da un pericolo che avrebbe potuto costare la
vita.
ghirigori,
intreccio capriccioso di linee.Ved.
sgurbi
Ghita,
Margherita
gialdòn,
persona dall'aspetto scialbo e malaticcio
gianda,
ghianda, il frutto di una qualità di quercia; molto apprezzato dai maiali.
Botta, colpo in testa
giangla,
ghiandola
gianòta,
bastoncino da passeggio in canna di bambù (dallo spagnolo
jineta). Era di moda negli anni '20
giargianés,
forestiero di origine sconosciuta, da trattare con prudenza
giàra,
ghiaia. Ingiaràr = ricoprire con uno
strato di ghiaia. Giarunàda =
sassata. Giaril = punto di un fiume
dove si è formato un fondale di ghiaia
gias,
ghiaccio. Anche al femminile: la giasa.
Il frigorifero a ghiaccio era chiamato
giasaróla o giasèra
giga,
giaccotto abituale (parola oggi in disuso). Diga o sbarramento provvisorio in un
piccolo fosso
Gigén
e Gigiòn, diminutivo e accrescitivo
di Luigi
gilé,
antico gioco d'azzardo con le carte piacentine. Panciotto
gingén,
i pulcini della faraona (ved. géngia).
Se riferito a persona, è un damerino
gnacra,
parte del cuoio cappelluto
gnagna,
pettinatura oleosa e incolta
gnammò,
non ancora
gnan,
neanche
gnanca,
nemmeno
gnau,
nella frase "al bùs dal gnau", sta
per culo
gnèc,
giù di corda, mogio
gnént,
niente; anche angut.
gnésa,
smorfiosa, piagnucolosa
gnignòn-gnignera,
espressione ironica nei confronti di chi non sa prendere una decisione
gnoca,
bernoccolo. Anche gnocla o
bargnocla. Per indicare una bella
ragazza, con sottintesi erotici, si dice:
`na bèla gnoca
gnola,
stato fisico depresso, spossatezza. Cantilena, favola noiosa.
Gnulàr = perdere tempo con lunghe
lagne, alla maniera dei gatti in amore
gnòn,
sporco, non lavato, di colore scuro
gnòn'a,
sonnolenza, fiacca. Anche nona
gnùch,
piuttosto duro, anche di comprendonio
gogna,
cunetta stradale. Rigonfiamento
gònfi,
gonfio, pieno; da gunfiàr = gonfiare.
Con questa parola si è costruito l'unico verso di una canzonetta, rimasta per
fortuna senza seguito, che diceva: "Aveva gli occhi gonfi, gonfi, gonfi,
gonfi....". La strofetta, recitata velocemente su un tema musicale, crea una
specie di assonanza che modifica totalmente il senso della frase...
gram,
di qualità scadente. Cattivo al palato. Genericamente mancante di requisiti
positivi. Se riferito a persona, è soggetto meschino, cattivo d'animo.
Gramisia = malvagità
gramula,
antico attrezzo di legno per impastare il pane
granatér,
persona molto alta. Granatiere
granis,
l'insieme delle palline di piombo contenute in una cartuccia da caccia. Si dice
anche che la fabbricano coloro che si mettono le dita nel naso; in questo caso
prende il nome di cracli (ved.)
grasói,
piccoli grumi di lardo non sciolto, rintracciabili nei sughi ottenuti con l'uso
del grass pist. Quest'ultimo,
presente ancora in rarissime cucine, praticamente introvabile, è un battuto di
cipolla, prezzemolo, lardo di maiale e un'ombra di aglio a piacere, da
utilizzare quale condimento base per minestroni
gratacùl,
ved. patlénga
grataròla,
vecchio tipo di grattugia con il manico rivoltato in modo da consentirle di
stare in piedi da sola, pronta per l'uso. Ved.
rasura
gratéla,
griglia
gratàr,
rubare. Grattugiare. Sfregare
gratis (a),
senza pagare
gratòn,
ciccioli di maiale
gripa,
incrostazione vinosa nelle botti
gris,
grigio. Grossa quantità (ved. slùbi).
Per una situazione non facile, che presenta delle complicazioni, si dice che "l'é
grisa"
gròs,
grezzo. Anche sgròs
gròsta,
cresta.
grùgn,
muso del maiale e anche dell'uomo. Radicchio; anche
gurgnàg.
Mundàr i grùgn = operazione assai
frequente fra le nostre massaie
grundan'a,
grondaia; anche canèla o
navòta
grup,
nodo.
grupà,
annodato. Si dice anche del latte andato a male
grusta,
crosta
grutàr,
pescare con le mani; grottare. Anche
manàr
guaitàr,
ved. inguaitàr
guant,
guanto. Guant ad Parigi =
anticoncezionale, preservativo; anche
guldòn (dall'inglese condom)
guàrdia,
vigile comunale
guastamastér,
chi interviene e s'intrufola, provocando danni
gucén,
spillo
gucia,
ago
gudas,
antico vocabolo che definiva il "compare", padrino nelle Cresime o Conunioni.
gudòn,
piccolo fremito o brivido a fine minzione
gudròn,
catrame (dal francese goudron)
guèrs,
ved. sguèrs
gugnén,
ved. gusén
guì,
depresso, spento, non in forma
guindul,
attrezzo per ridurre le matasse in gomitoli. Arcolaio. Definisce anche un gioco
per coppie di ragazzi, che consisteva nel girare vorticosamente, mani nelle
mani, facendo perno sui piedi ravvicinati e cercando di rimanere sempre nello
stesso punto
gula,
gola. Bramosia. Con questa definizione si suole indicare la parte compresa fra
la ganascia e il collo del maiale, destinata a diventare lardo
guldòn,
ved. guant
gulòn,
sorso.
Ved. tiròn
gumisél,
gomitolo
gunfalòn,
papavero
gurgnàg,
radicchio; anche grugn
gurnàr,
nascondere; anche lugàr
gus,
goccio. Gusa = goccia. Talvolta si
usa gut o
guta. Guscio =
gùs
gùsàr,
affilare, aguzzare. Imbrogliare. Coprire o fornicare; anche
ciavàr.
Gùsàr la vista = stringere gli occhi
per vedere meglio, operazione che, se effettuata nei riguardi di belle ragazze,
nasconde il senso libidinoso dell'occhiata e la velata finalità erotica
sottintesa dal doppio senso
gusén,
maiale (dallo spagnolo cocinbo);
anche nimal,
gugnén,
pursél
gusinàda,
tradizionale mangiata di maiale nel periodo invernale delle macellazioni. Lavoro
fatto male, sbagliato; porcata; anche
vacàda o cuiunàda
Iacum,
Giacomo. Iacmèn = Giacomino
lmbaciuchir,
frastornare, stordire (deriva da bacioc
- ved.). Anche inciuchir o
imbalurdir
imbalunà,
stato di riempimento e torpore di chi si dedica alle abbuffate
imbarcàda,
pressione esercitata sul cappello di qualcuno sino a farglielo scendere sugli
occhi; anche imbarciulida. Sbandata
amorosa, infatuazione. Iniziativa intrapresa in un affare troppo rischioso.
Imbarcata.
lmbariagàs,
ubriacarsi. Ved. ciuca. Imbariaàgh
màrs = ubriaco fradicio. Imbariaàgh
‘me `na topa = cioè, che non vede
dove va, come le talpe
imbartunà,
gonfio per aver mangiato troppo (deriva da
bartòn - ved.). Anche
impumà o
ingulfà. In origine aveva connessione
con le malattie dell'apparato digerente dei bovini.
imbastida,
come aggettivo è praticamente uguale alla madre lingua, cioè "imbastita" o
"cucita provvisoriamente". Come sostantivo ha preso il significato di "eccessivo
sforzo, cotta", concetto che ha anche un'altra definizione:
imbragàda. Descrive anche la noia
provocata dall'audizione di un discorso lungo e privo di interesse
imbisiènt,
con la pelle irritata per punture di api od altri insetti
imbisiòn,
ambizione
Imbragàda,
ved. imbastida
imbranà,
impacciato, maldestro
imbructàr,
ved. broca
imbrùsiént,
con la pelle arrossata o irritata. Dice di sentirsi tale uno che è rimasto
vittima di una fregatura e che soffre, in senso figurato, del bruciore
conseguente all'averlo preso in quel posto
imbùdlàr,
insaccare. Il termine è talvolta preso in prestito per descrivere volgarmente un
atto sessuale; anche immangàr
imbùsgnà,
accovacciato, rannicchiato
imbùsir,
bucare. Anche furàr o
sbusàr
immagunènt,
addolorato, afflitto. Ved. magò
immaiadùri,
gli insaccati più grossi della macellazione del maiale; culatelli, coppe,
spalle,ecc.
immangàr,
dotare di manico un attrezzo. Provocare una fregatura (immangàda).
Ved. Anche imbùdlàr
immultènt,
infangato. Deriva da molta (ved.)
immùmià,
intontito, imbambolato, privo di reazioni
immùrà,
immurato, nel senso che, parlando di un luogo, lo si descrive pieno zeppo di
gente. Si dice anche che è "pién mùrà"
immurciént,
lurido di morchia; peculiarità del meccanico dopo ore di officina
impabià,
ved. impantùmà
impadlént,
con macchie di unto un po' dappertutto. Ved.
padéla
impanàr,
cospargere con pane grattugiato. Cutlóta
impanàda = cotoletta alla milanese
impanlà,
nutrito con panél (ved.).
Gras impanlà = persona grassa da
scoppiare
impantùmà,
con la bocca piena di cibo asciutto, difficile da ingoiare per salivazione
insufficiente. Anche impabià
impaplà,
rimpinzato, sazio
impaplàs,
impappinarsi nel parlare; fare confusione mentale
impaplént,
lo è l'occhio cisposo. Anche smardlént
impasì,
appassito
impastàda,
impestata. Aggettivo col quale si indicava una donna di malaffare infetta da
malattie veneree
Impianlà,
Rione di Busseto, l'attuale Via Ferdinando Provesi o "Pianellato". Il termine
deriva da pianéla, mattonella di
laterizio
impiàstar,
cataplasma. Persona che si lamenta frequentemente per i suoi malanni
impiumbàda,
fregatura, incastratura. Ho ciapà
n'impiumbàda! = ho preso un bidone! E' lo stesso di
intrumbàda
impiucént,
pidocchioso
implùchént,
abbondantemente coperto di piumini. Ved.
plùc
implùghént,
pieno di pulci. Ved. plùga
impumà,
strapieno di cibo; intasato come un lavandino. Anche
imbartunà o
ingulfà
inà,
in là. Fat inà = scostati. Contrario
di insà
inans,
avanti, davanti
inarcàs,
mostrare ostilità; assumere atteggiamento risentito. Arrapparsi
inaviàr,
avviare, mettere in moto. Anche inviàr.
Inviàt (inà-viat)
= precedimi!
incaclént,
con le caccole al naso
incantunà,
nascosto
incaplà,
col cappello in testa. Adombrato, risentito
incarugnis,
intestardirsi, ostinarsi
incavàrsan,
liberarsi da un impegno o da una cosa fastidiosa
incirlachént,
impiastricciato
inciuchir,
ved. imbaciuchir
inciuchis,
ved. ciuca
inciuldàda,
inchiodata. Imbrogliata
inciumbrì,
con la mente annebbiata; anche insumbrì
incò,
oggi. Al dé d’incò = al giorno d'oggi
incriclént,
sporco di grasso ed altro. Deriva da
cricla
incuntràri,
rovescio, contrario
incusà,
viene così definito un pollo, predisposto secondo la culinaria, pronto per
essere lessato; oppure una persona in posizione accosciata con la testa dentro
le spalle
indivis,
parola utilizzata col significato generico di: sembrare, parere (dal latino
mibi visum èst). Esempio:
in mésa a tùt chi négar ché, a m'é
indivis d'ésar Africa = in mezzo a tutti questi neri, mi sembra di essere in
Africa. Nella parlata si riscontra una variante:
am sa dvis = mi sembra, sono
dell'avviso
indré,
indietro. Ritardato, ottuso
indrit,
diritto, come opposto a invèrs
indua,
dove. Indua vèt? (si pronuncia
induèt) = dove vai?
D'indua vét? (si pronuncia
dinduét) = da dove vieni? Ha origine
dall'unione della preposizione in, con l'avverbio dove, il ché spingeva molti a
dire "indove", anche quando parlavano in lingua madre
indùmiàr,
vendemmiare
infardurént,
raffreddato, costipato
infarfuiàs,
parlare storpiando o accavallando le parole
infén,
fino; perfino; anche parfén o
fén. Esempi:
Infén a Ruma = fino a Roma.
Gh'éra parfén al Vescuv = c'era
perfino il Vescovo
infiàr,
gonfiare
infùmarént,
annebbiato, offuscato
infurmighént,
(o furmighént), lo diventa un arto
assalito da formicolio dopo una prolungata immobilità
ingabulàr,
ved. gabula
ingrisir,
invecchiare, ingrigire nei capelli
ingrùgnàr,
costringere qualcosa o qualcuno in uno spazio ristretto, in un angolo. Anche
fugnàr o
sgnacàr.
Ingrùgnà = imbronciato, che ha il
grugno. Lo è anche un oggetto a lungo ricercato e ritrovato dove meno si poteva
supporre
inguaitàr,
provocare deliberatamente un incontro con persona con la quale è inevitabile un
litigio per questione irrisolta. Anche
guaitàr
ingualàr,
rendere uguale, livellare
inguént,
unguento
inguila,
anguilla
inguinàr,
indovinare; anche indvinar
ingulfà,
rimpinzato; anche imbartunà o
impumà. Lo è il carburatore con
eccedenza di benzina
ingùrar,
augurare
inguriàra,
baracca stagionale gestita direttamente dal coltivatore per la vendita pubblico
di angurie (o meloni), anche a fette
inlisir
o lìsir, il logorarsi e consumarsi
dei vestiti per uso prolungato
inrasir,
rabboccare. Anche rasir
inrasis,
graffiarsi in una siepe. Da rasa
(ved.)
insà,
qua, da questa parte. Contrario di inà
insaplà,
impantanato, immobilizzato nel fango; ved.
sapél. Bloccato nel corso una
conversazione per difficoltà nel reperire le parole adatte
insibir,
offrire, minacciare
insigàr,
provocare, punzecchiare
insima,
sopra
ismardlént,
sporco di sterco o similare. Anche
smardlént
insoni,
sogno; anche sogn o
sugn.
Gnan pr'ìnsoni! = (neanche per
sogno!) manifestazione di opposizione o incredulità
insumbrì,
annebbiato, frastornato, appena sveglio (dal francese
sombre= cupo)
insugnàr,
sognare. Ved. insoni
intacàs,
balbettare. Anche impaplàs
labròn,
epiteto offensivo nei confronti di persone sgradevoli. L'aggettivo deriva dal
difetto che, in passato, caratterizzava piuttosto frequentemente le persone nate
"down", cioè il labbro inferiore cadente. Oggi, per fortuna, il singolare fatto
è pressochè scomparso
Làdar,
ladro. Piccolo utensile per "rubare" un assaggio di vino dall'alto delle botti
(ved. anche fùs o
stùpid). Raccordo aggiuntivo
all'energia elettrica da applicare al supporto di una lampadina per "rubare"
energia, utilizzata principalmente come "presa" per il ferrro da stiro.
Làdar da pulàr = ladruncolo da
quattro soldi
lam,
amo per la pesca. (Deriva dalla elisione dell'apostrofe nella esatta dizione
italiana: l'amo). Lamàr = pescare con
l'amo
lamò,
rafforzativo dell'avverbio "là". L'innegabile origine piacentina della parola,
ha suggerito la provocatoria definizione di un abitante di là dell'Ongina:
l'é vòn ad lamò!
lansén,
attrezzo per trasportare nelle stalle il fieno accatastato nei fienili,
precedentemente "affettato" con la masòta
(ved.)
lansàr,
ansimare, avere il fiatone, respirare affannosamente
lantcòr,
(più comunemente detto lancòr).
Secondo Carlo Malaspina (Vocabolario Parmigiano-italiano del 1857), il termine
deriverebbe dal nome dato a un tipo di malattia degli animali (bovini ed equini)
paragonabile al tumore. L'autore cita diversi casi a cui attribuisce i nomi di:
anticuore,
lantcór,
morgnòn e
vermocane. In pratica, da noi, la
parola viene usata solamente nel malvagio augurio "cat
végna un lancòr" che corrisponde quindi al più conosciuto "cat
végna un cancar"
lapa,
facilità nel parlare, facondia; anche
uchèla. Al g'ha `na lapa...= ha
la parlantina facile
lapàr,
il bere e leccare dei cani. Il mangiare avidamente dell'uomo; anche
slapàr.
Lapadur= mangiatore brillante
largnóta,
febbriciattola (dal piacentino)
lasàr,
lasciare. Lasàr indré = dimenticare,
omettere, non completare. Lasa lé! =
smettila!
laséna,
ascella
lass,
cordicella, spago, laccio per le scarpe; anche
tarnòta,
ligas o
picai. Da
lassàr = allacciare, annodare.
Lataròl,
persona addetta alla raccolta del latte presso i produttori, per la consegna ai
caseifici
latòn,
porcellino da latte (dal latino lactentes)
lat'zél,
latticello residuato della preparazione del burro
laùr,
lavoro, cosa, roba. Ved. anche bagai.
Làur = alloro
lauréri,
attività frenetica; l'impegno gravoso necessario per portare a termine un
lavoro. Ved. tribùléri
lavabos,
insieme di catino, brocca, specchio e recipiente per la raccolta dell'acqua
usata, installato nelle camere da letto quando non esistevano i WC
lavarén,
uccello delle nostre campagne, simile al canarino. Tipo che si mette in evidenza
specie negli approcci con le donne
lavuràr,
(si pronuncia laurar) lavorare. Il
lavoro lavur (si pronuncia
laur)
lé,
lei, terza persona singolare femminile nei verbi.
Da lé = da sola
lèca,
botto rumoroso o doloroso. Do lèchi =
due colpi
lélò
e lalò, quello li e quello là
lésna,
persona taccagna, avara
léur,
lepre. Dove ora c'è l'albergo "I due Foscari", un tempo esisteva l'osteria "La
Léur"
lidga,
fanghiglia muschiosa e scivolosa. Impasto appiccicoso che si forma in bocca, in
condizioni di scarsa salivazione
lif,
goloso, ghiotto. Lifgnòn = golosone.
E' l'abbreviazione del termine barlif
o sbarlif = lecca piatti
ligàr,
legare. Arrestare qualcuno da parte dei Carabinieri. Allegare i denti, senso
prodotto dalla frutta acerba; anche dind'zòn.
Ligàr al campan'i = la tradizionale
sospensione del suono delle campane nelle ricorrenze pasquali
ligas,
stringhe per le scarpe; legacci. Ved.
lass
ligéra,
tipo con pochi soldi e niente voglia di lavorare
lignas,
agghindamento per le grandi occasioni
limadur,
adulatore, lustrascarpe. Anche piuladur
o bsòntadur
limosna,
elemosina
Limpir,
riempire; anche lémpar. Nel vernacolo
significa anche "ingravidare"
Lindnòn,
sporco, pidocchioso
linsàr,
fare a fette; spezzettare. Anche slinsàr
linsòl,
lenzuolo. C'è tendenza a dire anche
ninsòl
linusa,
semi di lino macerati, usati come rinfrescante (ved.
papèn'a)
lipa,
ved. sgèrul.
lira,
la nostra unità monetaria. Bersaglio mancato in una competizione di tiro. Calcio
al pallone non riuscito
lirèn,
moneta di venti centesimi degli anni 20/40. Anche
vintén
Lisandar,
Alessandro
liscàr,
prenderle, buscare
Liscòn,
indolente, approfittatore
Lisnòn,
scansafatiche, lazzarone
litrat,
ritratto fotografico
lof,
floscio, molliccio
lofa,
arietta silenziosa... ma si sente! Lofa
vistida = flatulenza incontenibile con... accompagnamento
lòg,
luogo. Quasi esclusivamente nelle frasi "Avér
lòg" = avere interesse e "Ésar lòg"
= essere utile
lotagh,
nelle definizioni: òv lotagh = uovo
senza guscio; pé lotagh = piedi
piatti o deformi
lòs,
annebbiato; torbido. Appannato nell'intelletto per abbondante bevuta
‘lsia,
liscivia. Miscuglio di cenere e acqua bollente, un tempo usato per il bucato,
poi sostituito, con lo stesso nome, da prodotti chimici a base di sapone. Oggi
ci sono i "detersivi"
lu,
attrezzo ad ancora con molte braccia per ripescare il secchio staccatosi dalla
catena in un pozzo di campagna. A seconda delle zone, cambia in
luv o
lua (lupo o lupa) e anche
luc
lù,
la terza persona singolare maschile nei verbi.
Da lù = da solo
luata,
ovatta (originariamente: l'uvata).
Anche in questo caso, l'articolo è entrato a far parte della parola
lùbià,
caduto (dal piacentino)
luc,
pula. Detriti di paglia e glume provenienti dalla trebbiatura del grano. Anche
falopa o
bùla. Usato talvolta col significato
del dialetto piacentino: scemo (dallo spagnolo
loco = pazzo)
ludria,
avidità, ingordigia (da "ludro" otre).
Ludròn = mangiatore irrefrenabile
luén,
lupini. L'espressione fià luén, per
indicare l'alito greve, è traducibile in "fiato lupino", ma non è provato che i
lupi abbiano il fiato pesante! Potrebbe avere un altro significato
lùganga,
salsiccia
lugàr,
nascondere; anche gurnàr
lùma,
lucerna, lume a petrolio. Anche lùm
lùmarén'a,
lucciola. Anche lùsla
lùmatagh,
odore della carne ammuffita, al limite della putrefazione. In lingua si dice che
ha preso il "mucido". Ved. anche armatagh
lumbasén,
ved. umbasén
lumèn,
ved. sirén
lùmàr,
guardare, osservare. Anche slùmàr
luminàr,
nominare (di derivazione piacentina)
lungàr,
raggiungere, acchiappare, arrivare a prendere
lura,
conca ricavata da un mezzo tronco di opi,
munita sul fondo di foro di uscita. Veniva appoggiata sulle botti per versarvi
il vino nuovo tolto dal tino. In pratica faceva la funzione di un grosso imbuto
(luròt)
lurgnòti,
occhiali (dal francese lorgnette)
lurót,
imbuto. Ved. anche lura
Lùsia di Labrasmort,
interpretazione dialettale del titolo dell'opera di Donizetti "Lucia di
Lammermour"
lùsròn,
lucernario
lùstar,
lucido da scarpe. Brillo o alticcio per il vino bevuto. Splendente
lùstràda,
solenne ramanzina
lùstròn,
lucidatore di mobili
luv,
lupo
macà,
ammaccato, che ha subito una schiacciata. Dallo spagnolo
machacar
maca,
almeno due significati: a maca = (a)
gratis. In maca = a bagno; anche
a "mòl" (ved.).
Pivròn mac = peperone in ammollo
nell'aceto
macacu,
macaco, specie di scimmia da noi conosciuta come "bertuccia". Se riferito a
persona, è per esprimere un giudizio non positivo dettato anche dall'aspetto
goffo e poco intelligente di chi è preso in considerazione
macalén,
sputo. Anche silàc o
gàspar
macaròn,
sbaglio o errore nel parlare o nello scrivere. Tipo di pasta che ha reso gli
Italiani famosi nel mondo
machinòta,
rasoio con lametta, detto "di sicurezza"
macia,
persona allegra e spiritosa. Macchia di sporco. Siepe.
Maciurlént = cosparso di macchie di
unto. Mèrul da macia = merlo da siepe
macòt,
sentore di marcio, di rancido
macuba,
qualità di tabacco da fiuto
madér,
pezzo di trave; spranga. Madér ad pulénta
= fettone di polenta
madgòn,
guaritore abusivo
màdralisandra,
salamandra. In Lombardia dicono
malalisandra
maestà,
titolo riiservato ai monarchi. Cappellette sulle strade carrozzabili, specie in
aperta campagna, per brevi soste di preghiera. Vengono così chiamate dal modo in
cui vi sono rappresentati iconograficamente Divinità e Santi, quasi sempre
seduti in trono.
maflòn,
schiaffo, quasi un pugno. Anche smatafòn
màga,
rancore, invidia, ruggine
magg',
al més ad j'èsan
magiostra,
fragola. Magiustrén = abitante di
Cortemaggiore. Per la verità, con la parola piacentina
magiustar si intendeva non tanto le
fragole, quanto i frutti del gelso selvativo (quelli che da noi vengono chiamati
muròn). Ecco perchè si dice che gli
abitanti di Cortemaggiore vanno a raccogliere le fragole con la scala!
magiustrén'a,
cappello rigido di paglia. Anche paiòta
magnan,
artigiano per la lavorazione del rame e dello stagno. Anche operatore nasale
magòn,
ventriglio della polleria. Magunsén =
interiora di pollo cucinate. Avég al
magòn= essere rattristato, aver voglia di piangere. Ved.
immagunént
magot,
gruzzolo di denaro accantonato nel tempo e nascosto, specie da mendicanti.
magota,
protuberanza sul corpo, anche purulenta, che si manifesta per cause diverse
màifat,
nome originariamente attribuito agli attuali
turtéi d'arbóti. La dizione esatta
dovrebbe essere "malfat" (malfatti),
ma la tradizione popolare ha tramandato questa voce
màldat,
in cattive condizioni (prevalentemente di salute, ma anche finanziarie). In
altro modo si dice malmis
malgas,
gambo secco della melica
malghén,
malore improvviso, anche con conseguenze letali
malgòn,
è la dizione dialettale più approppriata per il grano turco (mais). Il termine
più comunemente usato, "mòlga"
(melica), in effetti raggruppa un genere di piante fra le quali non è compreso
il mais
malmadùr,
acerbo, immaturo
malmustus,
scontroso, non disponibile
màlnasì
(o malnà), malnato. Odioso e
malefico individuo. Si dice anche, in tono spregiativo,
màlfutù
màltapà,
ved. tapà
mamalùc,
vocabolo proveniente dall'Egitto e importato, sembra, da Napoleone. Nelle sue
scorribande guerresche, il Condottiero sperimentò anche l'approccio, in quel
lontano Paese, con truppe formate da gente che si riconosceva come "mamelucchi"
di origine turca. Il poco favorevole giudizio riportato da quegli incontri, a
causa della stupidità e cocciutaggine di detta gente, ha favorito l'uso del
termine per definire, ancora oggi, una persona sciocca e ottusa
mambrùca,
donna dai lineamenti sgradevoli e non nostrani
mamlòn,
stupidotto, testone (questo vocabolo ce l'hanno regalato i parmigiani)
managh,
sinonimo di bicchiere (di vino) col manico (o anche senza, purchè sia pieno di
vino). Modo volgare di definire l'organo sessuale maschile
manàr-,
pescare con le mani; anche grutàr
manatàda,
colpo dato con una mano
mandrill,
definisce un maschio dalle irrefrenabili prestazioni sessuali, alla stregua
della scimmia che porta lo stesso nome (mandrillo)
manél,
mannello. Fascio di alcune pianticelle di grano mietuto, da utilizzare per
legare i covoni. Anche al femminile,
manéla
manga,
manica. Accozzaglia di farabutti o di fessi.
Mési manghi piéni = tipo di pasta
riempita di pién (ved.) e cotta in
brodo. Manghi da frà = lo stesso
tipo, di maggior misura, senza ripieno, condita come pasta asciutta
mangiarén,
foglie di bietola. Ved. arbòti
manicia,
ved. pénsul
manir,
preparare la tavola, apparecchiare. Anche
pariciàr. Ammannire, procurare
mansa,
pannocchia di melica. Mansa =
giovenca
mansarén'a,
scopa o scopino. Anche mansarén,
mansura,
spulvrén'a,
spasura o
scua
mànsola,
giovane mucca. Difficoltà di utilizzo di un arto dovuta alla prolungata
ripetizione in sequenza di un movimento
mantèca,
brillantina, pomata, unguento profumato. Dallo spagnolo
manteca = burro
mantén,
tovagliolo. Dal latino mantile. Anche
tvaién
mantigna,
corrimano
mantrùsàr,
stropicciare, sporcare. Mantrùsént =
ridotto male per l'uso; sporco
maraman,
forestiero. Appellativo che veniva affibbiato ai contadini di origine toscana
che, lavorando nelle nostre campagne, utilizzavano i cavalli maremmani fatti
arrivare dalle loro terre. In pratica il termine veniva considerato alla stregua
del già popolare "terrone", cioè forestiero venuto dal Sud!
maràs,
tipo d'ascia per potare e per macellare. "Taià
so cul maràs"oppure "taià so cul
sgarot" = fatto male; non perfezionato; se riferito a persona, definisce un
tipo rozzo, grossolano
marchés,
marchese. Mestruo; flusso mensile delle donne. E' parola accettata nella lingua
nazionale, pur avendo radice volgare e gergale. Ved.
péssa
marcurdé,
(non mèrcurdé) mercoledì.
Marcurdé sgùròt = mercoledì delle
Ceneri
marés,
è la forma condizionale impersonale del verbo "bisognare": bisognerebbe (fare
una cosa). Anche maré
maridén,
ved. padlén'a
maringòn,
falegname
mariòla,
grosso cotechino
marlóta,
tipo di serratura detta "saliscendi" o nottola
màrmul,
marmo. Marmurén = artigiano che
esegue lavori in marmo
marogna,
residuo della bruciatura del carbone o della fusione di metalli
maròn,
grossa castagna. Il colore marrone. Ammenicoli da....non rompere. Escremento di
equino; ved. fiama
marsèr,
venditore ambulante di stoffe e merceria connessa
marsinén,
giacchetta (da "marsina")
martinél,
specie di vespa con rigature giallo-nere sul corpo, dotata di un pungiglione
molto potente
marturél,
con questo termine si indica la "puzzola", nota per il suo disgustoso fetore. Di
altro genere è la martura (ved.
bénla)
maruchén,
proveniente dall'Africa; oggi si dice "èxtracomunitario"
marùdàr,
maturare. Di chiara derivazione piacentina, ma frequentemente usato anche da noi
marula,
è una variante piacentina di ruméla
(ved.)
masalén,
chi provvede alla macellazione dei maiali, anche a domicilio, ed alla
lavorazione delle carni per uso famigliare. Norcino. Si dice anche
maslén
masarir,
macerare. Bagn masarì = bagnato
fradicio
mascadis,
nel suo vocabolario "Parmigiano-italiano", Carlo Malaspina assicura rattarsi del
"maschereccio" ovvero quoiame conciato con allume. Il termine definirebbe anche
quelle striscie di cuoio per cinghie, finimenti, guinzagli e legacci che i
vocabolari correnti chiamano "sogatto" o "sogattolo", parole che il nostro
vernacolo ha tradotto in cursòli
(ved.). Nel dialetto bussetano, mascadis
si riferisce a persona qualificandola balorda e poco di buono
mas'cén,
schiumarola, mescolo coi buchi
masdùs,
confusione, acque agitate, subbuglio
maslàr,
macellaio. Dente molare. Chirurgo incapace
masnén,
macinino da caffè. Veicolo...da spingere; anche
batulén
masòl,
fascina. Piccola mazza di legno. Masulèda
= legnata
masót,
mazzetti. Altro nome del gioco d'azzardo
arbóti (ved.). Far i masót =
irnbrogliare
masóta,
lama con manico per "affettare" il fieno accatastato nei fienili. Ved. anche
lansén. L’attuale Sindaco Mazzetta
massabèch,
macchina per configgere pali nel terreno
massafèr,
insetto non meglio identificato
mastér,
mestiere, occupazione. L'insieme delle operazioni per riassettare la casa.che
bel mastérl = esclamazione che esprime un disappunto, adattabile a diverse
situazioni
mastùrén'a,
miscuglio di medicine in polvere, preparata dal farmacista
mastùrot,
intruglio
masuch,
testa dura
mat,
pazzo, fuori di senno. Tempi addietro, per dare del matto a qualcuno, si liceva:
Ma va a Culurni! = ma va a Colorno,
località dove funzionava il manicomio. Questo aggettivo si usa inoltre: per un
fungo velenoso, per un soldo - anche di carta - falso, o per altre cose non
genuine
matéria,
pus; secrezione in presenza di infezione
matunéla,
mattonella. Forma di gelato, in alternativa al "cono", che veniva anche chiamata
"parigina"
matùrlan,
mattacchione. Matana = accenno di
bonaria follia
médar,
mietere. Mdì = mietuto
médga,
derivato dal termine scientifico "medicagine sativa" col quale si definisce
l'erba medga da considerare fra le erbe foraggere
mén'a,
mina. Testa grossa
mésa,
metà, mezza; al maschile mès. Madia
con funzioni di dispensa
mia,
forma ridotta dell'avverbio "mica", rafforzativo nelle negazioni. Esempio:
Ésar mia bòn = non essere capace
micca,
la tradizionale forma del pane casareccio.
Micóta = piccola pagnotta.
Micòn = grossa forma di pane. Dal
latino mica = briciola. Soltanto
dalle nostre parti, come sostiene il Signor Benassi, prende anche il nome di
misèria
mignén,
micino, cucciolo di gatto
minacia,
attacco di paralisi da ictus; paresi
mindàr,
rammendare, riparare cucendo. Mindà =
rammendato; sistemato, arrangiato, aggiustato
minéla,
cestello in cui il contadino teneva il grano durante la semina manuale
minén,
misura fissa per stimare il frumento che esce dalla trebbiatrice
miola,
midollo
mis'c',
(al femminile mis'cia) mestolo,
ramaiolo; anche mòs’c' o
mistul
miséria,
ved. micca
mistul,
mestolo; anche miscul o
mis'c'. Ved.
casól
m'naia,
coltellaccio per macellai. Mannaia. Risulta che in passato si dicesse
b'naia. Esiste una più ridotta
versione da cucina chiamata manarén
mnàr,
menare. Mena! ordine perentorio che
contiene l'invito ad andarsene. Mnàda
= ripetizione fastidiosa, solfa, tiritera
mnùd,
esile, gracile, minuto.
mnùdaia,
insieme di rimasugli scadenti
mnùdén,
tipo di pasta chiamata "capellini" o "vermicelli"
mnula,
ved. bénla
moca,
boccaccia, smorfia. Caffè, dal nome di una qualità proveniente dall'omonima
Città dell'Arabia
mocul,
moccolo di candela; moccolo nasale; bestemmia.
mòi (a),
a mollo. Bagn mòi= bagnato fradicio;
anche masari).
Mòtar in móia = mettere a bagno. Ved.
anche maca
mol,
parte bianca e spugnosa della pannocchia del granoturco sulla quale sono nseriti
i semi. Tutolo. Il Vocabolario "Parmigiano-italiano" di Carlo Malaspina (anno
1856) lo elenca come gandól, parola
che per noi e per i lombardi significa `nocciolo". Se riferito a persona, "mol"
stà ad indicare un tipo "mollo", privo di energia
mòlga,
ved. malgòn
molta,
fango
monsar,
mungere. Spillare quattrini
morbi,
saturo, soddisfatto. Denota mancanza di perseveranza e rifiuto anche delle cose
piacevoli. Deriva dal latino morbidus.
Chi porta questo attributo, si dice che è affetto da morbia, che, nella realtà,
è una malattia dei cani e dei gatti. Anche
smorbi.
Murbiòn = burlone
mortis,
parola di rito usata dai fanciulli che reclamano una tregua durante i giochi
mossa,
movimento. Termine usato nell'espressione
mossa ad corp, per indicare, in modo educato, la diarrea
msura,
falce per mietere il grano secondo gli usi di un tempo. Dal latino
messoria
much,
taciturno, mortificato.
Much - much
= mogio
mucàr,
pulire il naso (togliere il moccio). Zittire.
Mucla! = smettila!, taci!, piantala!
mucc',
cicca di sigaretta. Mancante di coda o di altro elemento; monco
mucc',
mucchio, grande quantità (ved. slubi).
Sùgàr a
mùciót = passatempo molto in voga fra
ragazzi, che consisteva nel colpire un mucchietto di quattro palline di
terracotta (tre di base e una sopra) con un'altra pallina lanciata da una
distanza prefissata
muclòn,
moccioso. Piagnucoloso. Mótar so al
muclòn = fare il broncio
mùd,
muto
mùdàr,
mutare, cambiare. Mùdàr al lét =
cambiare le lenzuola. Anche in forma riflessiva:
mùdàs = cambiarsi gli abiti
mugnàga,
albicocca, meliaca. Amena definizione del sesso fermminile
mujér,
moglie
mujòti,
arnese di ferro usato nei camini per rimuovere le braci; ved. anche
gavèl
mùla,
femmina del mulo. Sùgàr a la mùla =
gioco fra due squadre di ragazzi. Una dispone i suoi componenti in fila, piegati
sulla schiena ad angolo retto tenendosi avvinghiati al compagno che precede. Il
primo della fila fa perno sul capo squadra che funge da "palo" appoggiandosi ad
un sostegno. Sul supporto costituito dalle schiene degli avversari, tutti i
componenti l'altra squadra devono montare, con un solo balzo, ciascuno senza
potersi più muovere. Se tutti salgono e restano solidamente "a cavallo", si
ripete il gioco mantenendo le medesime posizioni. Se uno dei componenti non
riesce a salire oppure tocca terra, vince la squadra "sotto" e nel turno
successivo vengono cambiati i ruoli
mulàr,
lasciare, mollare. Mulàr un pùgn o un
casot = appioppare un cazzotto
muldùra,
soldi. Al g'ha d'la muldùra = è
ricco. Termine che originariamente definiva il prezzo da pagare al mulino per la
macinazione del frumento
mulòta,
arrotino
mulsén,
tenero, morbido (dallo spagnolo molesinho)
mumòn,
dolcetto per i più piccini
mundàr,
pulire (al ris, i gnùgn, ecc.);
scartare. Effettuare un pagamento contro voglia
muntagni rusi,
"Montagne Russe", uno dei "baracconi" che valorizzavano il parco divertimenti
istituito ogni anno per la Fiera di S.Bartolomeo. Si trattava di un percorso
tortuoso, a sali-scendi, lungo il quale una piccola carrozza su binario
sfrecciava con a bordo il pubblico divertito. Il suo nome originario era
"Toboga", ma da noi gli era stato affibbiato il termine
bissabòga che deriva dal movimento
sinuoso delle bissie (serpenti). Oggi
se ne vedono ancora, ma molto più sofisticati
muntagnóla,
il punto più elevato di Busseto, nel giardino pubblico, a sinistra della Rocca
mùragna,
anello nasale per bovini
murbàr,
stancare, scocciare, annoiare. Che
murbàda! che stufata!
murbiòn,
ved. morbi
murél,
cianotico, bluastro. Ved. anche niss
murgnòn,
musone; permaloso
murnéla,
aggettivo che si applica alle persone dal parlare prolisso, verbose
muroi,
emorroid i
muròn,
il gelso come albero, ed anche i suoi frutti (dal latino
morus)
muscaróla,
ripostiglio usato un tempo per le cibarie, protetto da reticelle contro le
mosche
mustàr,
pigiare l'uva
mustus,
sugoso, piacevole al palato, di ottimo gusto
nàdar,
anitra; in talune zone nadar.
Nadrén o
nadrot di pochi giorni o già
sviluppati
nanu,
ragazzo. Usato anche in tono canzonatorio,
al mé bèl nanu!, per far capire che
"chi ha orecchio per intendere, intenda!".
Nanén e
nanòn sono dei simpatici derivati
napul,
frutto della pianta "Caucalide" (Lappola o Lappa) che si attacca ai vestiti o al
pelo degli animali. E' detto anche "bardana"
napula,
abbreviazione di "napoletana". Nel gioco del tressette è data dall'asso, dal due
e dal tre dello stesso seme. Verzicola. Si dice anche:
cula da spadi;
cula ‘d bastòn, ecc.
Napuleòn,
Napoleone. Passatempo con le carte per una sola persona. Normalmente chiamato
sulitèri
narvòt,
frustino fatto con nervo di animali. Muscoli e tendini di bovino lessati e
conditi con olio, aceto (abbondante) e cipolla
nasalària,
soprannome affibbiato a persona con atteggiamento indagatore, un poco strano,
costantemente intento a fiutare l'ambiente
nasàr,
annusare. Fiutare tabacco. Ved. anche
tabacàr. Due persone che non si possono vedere per reciproca antipatia,
i s'nàsan mia
naséla,
narice
natùra,
definizione istintiva e genuina della macchina per fare bambini
navasa,
recipiente di legno a forma di barchetta per la raccolta e pigiatura dell'uva
navasòl,
più piccolo della navasa (ved.), di
legno chiaro, usato per il bucato
navóta,
grondaia. Anche canèla o
grundan’ a
nèruv,
nervo (antica dizione). Tendenza attuale a dire
nèrav
nèspul,
pianta che produce le nespole. Colpo duro, pugno pesante
nimàl,
animale. Usato quasi esclusivamente per indicare il maiale. Al plurale:
nimài. Ved. anche
gusén. Vecchia dizione
numèl
ninsòl,
ved. linsòl
niss,
ammaccato, livido. Aspetto di alcuni frutti passati di maturazione e ammaccati.
Colore violaceo che prende una parte del corpo a seguito della rottura in
superficie dei vasi sanguigni provocata da una botta. Lo è il colore della
biancheria che esce dal bucato non perfettamente candida.
Nisòn = livido, contusione, ematoma.
Ved. anche murèl
nìula,
nuvola; anche nùvla.Termine usato per
indicare la cialda (ostia), quella sottile sfoglia di farina usata per
facilitare la deglutizione di polveri medicinali .
A gh'é niul cielo coperto.
Na niula d gént = una moltitudine
(ved.
nòmbul,
arista di maiale o lombata di vitello
nona,
predisposizione fisica alla continua sonnolenza. Encefalite letargica. Anche
gnòn'a
norge,
gilé di lana
nòv,
nuovo. Il numero nove. Nòv nuént =
nuovissimo
`nsòn,
nessuno. Forma abbreviata di ansòn
nuél,
novello. Si sente dire anche anvél,
ma viene dal piacentino. Gli uccelli appena nati nel nido sono
nuéi
nunanta,
vezzo popolare per indicare il numero novanta. Più comune:
nuanta
nus,
noce. Nusén = liquore "nocino".
Nus goga = noce vomica, alberello di
provenienza indiana che produce semi velenosi usati in farmacia per fabbricare
medicinali tonici e stimolanti
nusòta,
malleolo
`nvud,
nipote. Forma abbreviata di anvud
ociu!,
occhio! attenzione! Non ti fidare! Ved
aciu
ognivòn,
ognuno
oli,
olio. Oli ‘d fidag ad marlùs = olio
di fegato di merluzzo, un prodotto farmaeutico di moda anni fa per le proprietà
terapeutiche che gli si attribuivano
oman,
uomo; anche om.
Al mè oman (om)
= mio marito. Idem per la mé dona mia
moglie
ònt,
grasso, vegetale o animale, per tutti gli usi. Anche
grass.
Ont ad marmota: unguento "miracoloso"
spacciato negli anni '30 sulle pubbliche piazze da abili inbonitori che ne
decantavano le qualità taumaturgiche approfittando della dabenaggine dell'ignaro
pubblico
opi,
pianta solitamente coltivata in filari per il sostegno delle viti o per
ricavarne pali. Si tratta dell'acero campestre, detto anche "oppio",
erroneamente consideato "olmo" o addirittura, per assonanza, "pioppo".
To surèla a caval a n'opi è invece
una frase, in pratica senza costrutto, che serve a tagliar corto in un dialoo
che non porta a nessuna conclusione
or,
nel gioco della "scopa", si intendono le carte di "denari", utili a chi se ne
ssicura almeno sei su dieci
orbu!,
antica esclamazione, oggi da identificarsi probabilmente con
orcu!
organ,
organo, nel senso di strumento musicale. Definisce anche le parti del corpo,
come il cuore, il fegato, ecc. Quando però diciamo "va
a dar via l'organ", stendiamo un altro membro
os,
osso. Calzascarpe. Ved. coran
òvra, opera, lavoro. Far ad l’òvra = lavorare con buon ritmo e pari rendimento
paca,
colpo o botta, anche amichevole, sulle spalle o sulla testa
pabi, mistura di semi di piante graminacee destinata all'alimentazione degli
eccelli domestici. Deriva da pabbio che è una di dette piante (dal latino
pabulum)
paciàda,
grande mangiata; anche papàda.
Paciatoria = l'insieme di ciò che si
mangia. Paciarot o
paciarutèn = piatto sfizioso
paciùg,
intruglio. Cosa di poco conto. Usato come complimento per i bambini in fasce
paciùgar,
pasticciare con scarsi risultati.
Paciùgòn = pasticcione
paciutòn,
tipo (specie bambino) grasso e tranquillo. Pacioccone
padéla,
attrezzo da cucina. Macchia di unto sugli abiti. Ved.
impadlént
padlén'a,
contenitore metallico per tizzoni ardenti da introdurre nel letto con l'ausilio
del prèt (ved.). Più popolarmente è
usato il termine fuglarèn'a. Si
diceva anche scàldalét o
maridèn (dallo spagnolo
maridillo, parola che ha lo stesso
ignificato del nostro "maritino", ottimo produttore di calore sotto le coperte)
pàgadébit,
pagadebiti. Voce scherzosa per indicare la cambiale o un randello. In Romagna è
anche il nome di un vino
paganén (San),
San Paganini. Sfruttando il doppio senso del cognome del celebre violinista
Niccolò Paganini, ne deriva il "santo" del 27 di tutti i mesi, giorno dello
stipendio
pagóta,
mancetta della domenica che spettava "di diritto" ai figli studenti
paiàda,
nottata all'addiaccio in un pagliaio
paialónga,
spilungone allampanato
paiòn,
pagliericcio. Brusàr al paiòn =
mancare all'appuntamento
paióta,
paglietta, cappello estivo di paglia per uomini; anche
magiustrèn'a
paisan,
contadino
palanca,
vecchia moneta da un centesimo; negli anni 30-40 corrispondeva al pezzo da 5
centesimi. Derivava dalla blanca =
tipo di moneta spagnola. G'ho gnan `na
palanca = sono senza soldi. Ved. anche
bau
palàr,
bastonare. Palàda = legnata
pàlch,
palco di fila in teatro. Avégh un pàlch
in teatar, segno di grande distinzione per un bussetano
pàlmér,
pneumatico per bicicletta (dal nome della ditta straniera che per prima li ha
prodotti)
palmòn,
polmoni. Tendenza attuale a dire pulmòn
palòti,
palette. I due denti incisivi superiori che, specie nei giovanetti, sono
talvolta in eccessiva evidenza
pàlta,
privativa, rivendita di sale e tabacchi. Fanghiglia.
Paltadura = tabaccaia; anche
tabachèn'a
palutàr,
lavorare di pala; rimuovere granaglie sull'aia
palvéra,
fibra vegetale per impagliare sedie e fiaschi; ved
carigia. Potente calcio al pallone;
sventola
pampugna,
insetto della famiglia degli "scarabei" alla quale appartengono anche i così
detti "maggiolini". Il nome scientifico è "melolonta". Sono dannosi alle colture
orticole
pan,
pane. La parte interna più gustosa, ovvero l'anima, di alcune verdure, come il
cavolo, il carciofo, ecc.
pana,
efelide, panna, lentiggine. Crema di latte.
Panus= lentigginoso
panà,
appannato, offuscato; tipico delle lenti degli occhiali e dei vetri in genere
panàda,
pane cotto in acqua, olio e sale. Tipico per il digiuno del Venerdì Santo.
panarìs,
patereccio
panarot,
scarafaggio, blatta
panèc,
villico travestito da cittadino (in senso ironico)
panél,
confezione di mangimi compressi, di forma circolare, per alimentazione del
bestiame. Ved. impanlà
pansàda,
tuffo in acqua sbagliato, con panciata. Scorpacciata. Anche
spansàda
panus,
ved. pana
papén'a,
impiastro bollente di semi di lino (ved.
linùsa) contro le costipazioni; anche
pulintén'a. Pugno o colpo improvviso e violento
papié,
documento, scartoffia (dal francese
papièr)
papùs,
pantofole, babbucce
pàr,
paio
parblò!,
perbacco! (dal francese parbleu)
parfén,
perfino o persino. Ved. anche infén
parfilàr,
rifilare, sbolognare, vincere al gioco.
Parfilada = un modo di definire atto sessuale
pariciàr,
apparecchiare; anche parciàr o
manir. Azione opposta:
spariciàr o
sparciàr
paròl,
paiolo per la cottura della polenta sul fuoco del camino. Più piccolo della
paròla (ved.)
paròla,
grossa pentola posta sulla furnasèla
per scaldare l'acqua per il bucato (ved.
fugòn)
paròn,
ved. paradur
parpaia,
farfalla (dal latino papilio).
Attributo femminile, ancor più illeggiadrito col vezzeggiativo
parpaiòla. Quest'ultimo termine,
nella storia di Parma, ha avuo il significato di un quarto di lira vecchia
parmigiana
parsòn,
prigione
partì,
come. Esempio: Partì 's fà?= Come si
fa? Risposta: Partì ‘t pàr= come ti
pare
partùgal,
arancia
pas,
appassito, floscio, sgonfiato
pasadman,
dopodomani
paschéra,
peschiera. Per i bussetani è il fossato attorno alla Villa Pallavicino
pasàda,
torto, brutto scherzo, cattivo servizio. Anche
tiràda
pasra,
genere di uccello, il passero, fra i più comuni dalle nostre parti. Popolana
definizione dell'attributo femminile, che, al diminutivo -
pasarén'a -, fa riferimento ad una
fanciulla in fiore
pass,
passo, andatura. Tri pass e 'na curida
= Tre passi e una corsa; modo ironico di misurare una distanza non impegnativa,
come la rincorsa per una bocciata al gioco delle bocce
pastis,
pasticcio, anche culinario; imbroglio. Complimento per neonati
pastrogn,
miscuglio, intruglio sgradevole. Affare confuso
pastrugnàr,
sgualcire, maneggiare maldestramente. Si usa per indicare le manipolazioni nei
riguardi di un neonato, tenuto in braccio per gustarne la presenza fisica. Chi è
sottoposto a queste manovre diventa un
pastrùgn, diverso da pastrogn
(ved.)
pastulà,
miscuglio di farine, graniglie e beveraggi per l'alimentazione del bestiame da
cortile. Anche pastulàda
pata,
abbottonatura o cernieratura dei pantaloni. Ved.
Pipa
pataca,
sculacciata. Moneta metallica contraffatta. Orologio che funziona male
patafiàda,
alterazione della parola "epitaffio", che sta ad indicare una iscrizione
sepolcrale, solitamente prolissa e difficile da interpretare. Per analogia, uno
scritto o una esposizione orale in termini non abituali e logorroici, viene oggi
dialettalmente chiamata patafiàda
pataia,
camicia. Cavàr in pataia = è il nome
di un semplice gioco con le carte piacentine, ma ha anche il significato di
"mandare in fallimento"
patan,
vezzeggiativo indirizzato ai bambini. Anche
patanén
patasgnac,
voce imitativa di qualcosa che si rompe. Patatrac
patatunféte,
voce imitativa di una caduta
patél,
frastuono, chiasso. Anche cincél
patér,
rigattiere
patlénga,
bacca o frutto di pianticella selvatica del genere delle rosacee, frequente
nelle siepi dei nostri campi. Il nome scientifico è "solanum nigrum", catalogata
come Rosa Canina, detta anche "ballerina", ma conosciuta più comunemente come
"rosa selvatica" o "delle siepi". Dopo la fioritura, l'arbusto conserva i frutti
che assumono colorazioni diverse secondo il grado di maturazione: nero, giallo,
rosso. Queste bacche, che noi chiamiamo
patlénghi, sono anche note come
stopacùl o gratacùl e ciò in
quanto, mangiandole, si dice che provochino violenti attacchi di stitichezza!
patlinghén, unione del dito indice