GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video | torna al sommario / torna homPage
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a cura della biblioteca della cassa di risparmio di parma e monte di credito su pegno di busseto
ANNO 4 - 1975
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SOMMARIO
|
CORRADO MINGARDI |
Biblioteca 70 n. 4 |
| VITO GHIZZONI | Ritrattistica Pallavicinia del Rinascimento inedita o poco nota |
| GUSTAVO MARCHESI | Giuseppe Verdi e i Francescani di Busseto |
| GIOVANNI GODI | Antonio e Vincenzo Campi a Busseto e nei dintorni |
| CORRADO MINGARDI | Il mortorio di Guido Mazzoni in Santa Maria degli Angeli |
| CORRADO MINGARDI | Le miniature dei corali di Santa Maria degli Angeli e di San Bartolomeo a Busseto |
| CORRADO MINGARDI | Piccola storia di grandi libri del Convento di Busseto alla Biblioteca Palatina di Parma |
| CORRADO MINGARDI | Le terrecotte ornamentali del sec. XV a Busseto |
|
BRUNA PALTRINIERI (BRUNA PEDERZANI) |
La "Cesa di frà" nel mio tempo perduto |
| ELEONORA LIBERA | Anni lontani |
| GABRIELLA CARRARA VERDI | "O il senato... o la Chiesa di S. Siro..." |
| Le immagini del volume | |
| PIERLUIGI PETROBELLI | Ricordo di Luigi Dallapiccola |
| PIER MARIA PAOLETTI | Romano Gandolfi maestro del coro del Teatro alla Scala |
| LORENZO ARRUGA, MARIO PASI, GUSTAVO MARCHESI, MAURIZIO PORRO, PIER MARIA PAOLETTI, ETTORE MO | Tre grandi Verdi d'Oro e il Requiem del Centenario |
| ALMERINDO NAPOLITANO | La società bussetana dei Dilettanti di drammatica e di musica e Giuseppe Verdi |
| SANDRA CAVAZZINI GHIZZONI | Tipi di case rurali nella zona di Busseto |
| LUISA VIAZZANI | La peste del 1630 a Busseto nella relazione di un contemporaneo |
| UBALDO DELSANTE | Il primo ingresso di Don Filippo di Borbone nel Parmense |
| EMILIO e ASCANIO CASALI | Curiosità, arti e mestieri nella Busseto del primo Ottocento |
|
GIANANDREA ALLEGRI |
Il nuovo monumento ai caduti per la libertà |
| MARIO CONCARI | Il carnevale di Busseto, una tradizione centenaria più viva che mai |
Al CONIUGI
MARCHESI
GABRIELLA E
PIERLUIGI PALLAVICINO
NEL QUINTO
CENTENARIO
DELLA
CHIESA Dl SANTA MARIA DEGLI ANGELI
IN BUSSETO
VOLUTA DAI
LORO AVI
TEMPIO DI
MEMORIE FAMILIARI
TESTIMONIANZA INSIGNE Dl FEDE E ARTE
BIBLTOTECA 70 N. 4
La dedica
del quarto numero di questa pubblicazione è un segno delle riconoscenza dovuta
ai Marchesi Gabriella e Pierluigi Pallavicino, i quali, col dono dell'archivio
di famiglia, hanno legato il loro nome alla Biblioteca, rifacendosi così a
quelle care tradizioni di cultura e di civiltà che si possono dire bussetane e
pallavicinie insieme.
L'occasione
di celebrare il quinto centenario della Chiesa di Santa Maria degli Angeli in
Busseto offre ulteriore giustificazione alla dedica.
Gli studi
che qui si raccolgono hanno infatti, in gran parte, per oggetto l'arte e la
storia del celebre monumento francescano, opera della munificenza dei
Pallavicino.
A quanti
hanno collaborato con me vada il ringraziamento più sincero.
E
ringraziamento particolare vada alla Direzione Generale della Cassa di Risparmio
di Parma che ha favorito la stampa di questo nuovo fascicolo con la stessa
aperta sensibilità con cui favorisce le attività specifiche della Biblioteca,
negli ultimi anni sempre più ricca per acquisto e dono di libri, e più viva, per
frequenza di lettori.
Busseto, 30 ottobre 1975
Corrado Mingardi
RITRATTTSTICA PALLAVIClNIA DEL RINASCIMENTO INEDITA
O POCO NOTA
L'affresco
(cappella della rocca di Monticelli d'Origina), attribuito a Bonifacio Bombo1,
fa parte di un ciclo pittorico che fu commissionato, con ogni probabilità,
intorno al 1456-57 da CARLO (Monticelli 1453 - Lodi 1495) figlio di Rolando il
Magnifico (morto 1457).
Vescovo di
Lodi dal 1456 e marchese di Monticelli dal 1457, Carlo voleva che nella sua
cappella privata fosse ricordato il santo vescovo Bassiano, patrono di Lodi, e
suo predecessore nella cattedra episcopale.
Come il
fratello Gian Lodovico e come il nipote Rolando II°, anche questo Pallavicino
era aperto al gusto del bello (basti pensare ai meravigliosi codici miniati di
Lodi e di Busseto, suoi doni) ma nel suo animo profondamente religioso prevaleva
sempre il desiderio del buono: la pratica costante delle virtù ascetiche, la
carità verso i poveri, che devono essere la primizia di un vescovo, e ai quali
Carlo dedicò le cure più intense ed assidue.
Colori
tersi, pacati e luminosi, disegno sicuro e leggero costituiscono i pregi non
comuni di questo felice ritratto del vescovo, inginocchiato presso la scena
dell'Annunciazione. Il profilo, nitido e gentile, sembra presentarci, più ancora
che quelle fisiche di un volto, le fattezze spirituali di un'anima, serena e
fiduciosa nella preghiera a Maria.
Il tutto
inquadrato in una gracile architettura gotica e in una fiorita ornamentazione.
Un mondo
incantato e fiabesco ancora qui sembra vivere — come in uno splendido tramonto —
gli ideali cortesi e cavallereschi.
Dalle
effigi del Manzoni a questo altorilievo di Cortemaggiore corrono pochi anni,
eppure grandissimo è il divario artistico se a Busseto senti (grandioso,
solenne, tragico) il canto funebre.
I due
fratelli2 stanno, là, in contemplazione del Cristo Morto, e la Morte
stessa stupisce e la natura tutta stupisce in una attonita angoscia senza
confine, in un interrogativo tremendo che si arresta sulle soglie
dell'Oltretomba.
Ti pare di
cogliere, nei volti di Gian Lodovico e di Giovanni Genesio, come il canto del
cigno della scultura gotica, con la sua carica di altissima spiritualità, con il
suo slancio verso la trascendenza.
l due sposi
di Cortemaggiore — GIAN LODOVICO e ANASTASIA TORELLI — sono invece, qui,
trasportati dalla quadriga del Fato in una corsa sospesa fuori dal tempo,
nell'eterno, e rivivono il pagano e razionale “sensus vitae” del terrestre, del
corporeo, composto in geometrica chiarezza, in quadrata ed olimpica serenità.
Il
Rinascimento ha ormai trionfato in tutta la sua forza e in tutta la sua
bellezza, ha radicalmente mutato il modo stesso con cui gli animi sentono la
vita e la morte. E Cortemaggiorc — la Castel Lauro dei poeti latini — è, nella
fantasia dei medesimi, ma non solo in quella, la sede di Pallade e delle Muse.
Gian
Lodovico e Anastasia sembrano persino essersi dimenticati il mistero del Cristo
Morto o — meglio — sembra essersene dimenticato Rolando II° che, dopo aver letto
della eterna armonia dei mondi nel Cusano3, ha, probabilmente,
ispirato l'ignoto scultore e, forse, gli ha dettato i grandi temi: la quadriga
della vita (allusiva dei quattro elementi: aria, acqua, fuoco, terra? o della
tetrade pitagorica?), il tempo eternamente rinascente (ovvero il putto che
spinge la ruota) il Fato che incita con giovanile furore i destrieri e tutto
trascina con sé nel suo moto senza sosta.
*
Possono dei
bimbi essere solennizzati in una tomba, se nulla di “eroico”4 essi
hanno potuto compiere nella loro brevissima vita mortale? Se nei loro volti
paffuti e sorridenti non ancora la vita ha lasciato i suoi segni, non ancora ha
scavato gli occhi. inciso le rughe, forgiato una piega alla bocca?
Ma i
genitori li amano e li ameranno sempre, con struggente malinconia.
E “SE
RIMANE UN SENTIRE A CHI HA FINITO DI GODERE LA VITA,
COSI’: —
SEPOLTI — I FIGLI TROVANO CONSOLAZIONE ED AMBEDUE I GENITORI”5
Così: cioè
nel ricordarli e, per continuare un colloquio tutto spirituale, nel custodirne
gelosamente le spoglie mortali; in questa edicola elegantissima che segue il
modulo delle edicole romane e vuol essere una sorta di casa-tempietto, di
larario sacro, dove due putti stanno, nel fasiigio, a cavalluccio di motivi
araldici e questi motivi si ripetono, all'infinito, in racemi, in fogliami, in
mille volute.
Il gioco
della vita, che per quei due figlioletti avrebbe potuto essere e non fu!
Appena
iniziato, già fermo sulle soglie oscure dell'Orco.
Ed è
giusto, perciò, che le due effigi del padre e della madre dolenti, ROLANDO II e
LAURA CATERINA LANDI (gli scultori possono vederli, studiarli, quei volti, e
acconciarli alla maniera classica) si fronteggino. E' bello che i due genitori
parlino nella lingua di Roma che è la lingua armoniosa della forza d'animo. la
lingua dell'elegia e delle epigrafi, riassumendo in due distici — affetto,
ineffabile rimpianto e fede.
Intelligente e spregiudicato principe del Rinascimento, GIAN GALEAZZO, marchese
di Busseto (morto 1520), rivive in questo stupendo ritratto conservato al
Szepmuveszeti Muzeum (Museo delle Belle Arti) di Budapest.
Ricco di
vizi e di virtù, ora iroso e prepotente fino alla follia (come nel ripudio della
moglie Eleonara Pico, per poter convivere con una amante, la popolana Bianchiva
strappata al suo legittimo marito) ora generoso fino all'inverosimile
(memorabile l'ospitalità offerta in Busseto a Ginevra Bentivoglio, esule da
Bologna - sfidando gli anatemi di Giulio II° — e il lancio al popolo di Cremona,
nel duomo di quella città, di una coppa d'oro colma di monete che poco prima il
re Francesco 1° gli aveva offerto), Gian Galeazzo sembra svelare, nello sguardo
profondo e quasi lievissimamente allucinato, nella piega amara della bocca,
nella posa sicura e pure stanca, l'insanabile tormento dell'animo.
Il rosso e
il nero dell'abito contrastano mirabilmente con lo sfondo di quel verde
dolcissimo e finemente nebbioso, che è caratteristico della campagna bussetana,
in questo quadro già attribuito al Giorgione, Ma che la critica più recente ed
autorevole assegna invece o al Berruguete6 o a Francesco Bembo detto
il Vetraio7 ed è comunque indimenticabile per il suo altissimo potere
evocativo.
Sembra una
buona famiglia come tante altre, tranquilla e pacifica: un padre con la
figlioletta da una parte, una madre dall’altra.
ROLANDO da
Zibello, e BARBARA, DOMITILLA GAMBARA
Eppure c'è
stato, all'origine, un colpo di fulmine, che ha sconvolto tutto come un
temporale improvviso, se vogliamo credere a quel gran chiacchierone della penna
che fu Matteo Maria Bandello (Novella LIV del libro III° “Invitato il re di
Ragona a certe nozze, s'innamora de la sposa e la piglia per moglie il giorno de
le nozze”).
Rolando,
vedovo, doveva infatti concludere le nozze fra Domitilla e un suo figlio, quando
— innamoratosi perdutamente della bellissima fanciulla solo al vederla per la
prima volta — la volle per sua sposa.
Sarà per il
racconto del fratone loquace, ma sembra gravare su questi bellissimi ritratti
una nota di tristezza, come se tutti e tre i personaggi fossero un po' troppo
pensosi, rimuginassero o temessero qualcosa ...
Bellissimi
soprattutto i colori, sapientemente sfumati, che danno spicco ai ricchi abiti e
agli splendidi gioielli, mentre i volti, non in piena luce, ma piuttosto in una
suggestiva penombra. sono assorti in una interiore contemplazione, dolce nel suo
mistero.
Pare di
cogliere ancora in essi l'eco lontana delle musiche e delle feste che
allietavano le corti di Zibello e di Roccahianca, ma insieme il tormento per
quella inimicizia feroce che già covava e
che avrebbe diviso i due gruppi dello stesso ramo per l'eredità
contestata del capostipite.
E le due
pani si sarebbero azzannate a vicenda, ferocemente. senza esclusione di colpi e
chi più, forse, ne avrebbe sofferto sarebbe stata la piccola Barbara, che qui ci
appare così schiva, cosi sottomessa e mite.
BARBARA DA
ZIBELLO
Bruttina e
sussiegosetta, scruta preoccupata le intenzioni dei Medici.
Si farà il
matrimonio con Ippolito se una dote di favolosa ricchezza è già pronta per lei?
No: Barbara
andrà sposa a un Rangoni e verranno per lei tempi amari.
Ridotta
alla disperazione, e chiusa in Roccabianca come in una prigione, povera, sola,
abbandonata da tutti. sarà addirittura sul punto di uccidersi! ...
Ma in
questo bel ritratto dell'Araldi agli Uffizi - inviato a Firenze come
“presentazione” per il progetto nuziale — Barbara attende ancora il suo destino,
nell'abito lussuoso, chec è di un verde intenso e luminoso. Verde come la
speranza, come i pingui pascoli e i folti boschi sulle rive del Po, ma qua e là
nero, come listato a lutto, perciò grave di funesti presagi; troppo sovraccarico
di ornamenti, di nastri a forma di ragno, troppo pesante di gioielli.
*
Calisa,
chiome d'oro a l'aure estive
ninfa non
spiega de le me più belle,
nè preme
l'erba con piante più snelle
nè lava man
più bianche in fonti vive;
Nè più bel
nome in tronchi oggi si scrive
né canta in
rime antiche ed in novelle,
e mi
perdonin le selvagge e quelle
ch’albergano ne' monti altere e schive.
Nè altra
mesta più che per te suone
la rampogna
onde Titiro solea
l'umil
pensar ma pur mirabil canto.
Fortunato
il pastor che osò poi tanto
che la
prese di hi d'onde pendea,
e degno che
di lauro si corone!
Questo
sonetto di Torquato Tasso è forse il ritratto più bello di tutti.
Trasfigura
in immagine squisitamente poetica — ricca di magiche ombre e di trasparenze
segrete — ISABELLA da Cortemaggiore 8.
Quasi
un'ultima risposta alla poesia latina del Rinascimento, che aveva allietato la
corte dove Isabella era nata e cresciuta, divenendo “dama di gran valore e di
bellissime lettere”9.
L'intelligente e coltissima gentildonna, chiamata con nome greco Calisa (= Bella
Isa) — non dimentichiamo che al suo munifico mecenatismo fu dovuta la I'
edizione a stampa della Gerusalemme Liberata (Parma 1581) — è vista come una
ninfa gentile, anzi come la ninfa più bella di tutte.
Duole (ma
può essere anche una fortuna) che di Isabella non si conosca alcun ritratto in
pittura.
Bastano,
cosi, le parole del poeta.
Il suo
petrarchismo tormentato, eppure sereno.
Quella
ammirazione trepida e incantata.
Quel dire e
quel non poter dire.
Tutto
sottovoce, tutto sfumato.
Vito Ghizzoni
(1)A. Ghidiglia Quintavalle, Gli
affreschi di Bonifacio Bembo a Monticelli d’Ongina, in
«Bollettino Storico
Piacentino», 1973. n. 2.
(2)Sono Gian Lodovico e
Giovanni Genesio raffigurati conte Nicomedo e l’Arimateo nel Mortorio della
Chiesa dei Frati, opera di Guido Mazzoni.
(3) Rolando II fu il
primo editore delle opere di Nicolò Cusano, stampate in Cortemaggiore nel 1502,
con una dedica dello stesso Rolando al cardinale Giorgio d'Amboise.
(4) L'ideale eroico
della vita è squisitamente umanistico e si esprime compiutamente nelle tombe
pallavicinie di Cortemaggiore.
(5) E' la traduzione, in
parte. della epigrafe latina che suona cosi: HIC POSLIT TUMULO l'ItIMEVO FLORE
l'EREMPTOS ROLANDUS NATOS PRIMITIASOLE DEI
SI IZI'MAXF.T SENSUS
DEFUNCTIS MUNERE VITAE SIC ROSITI GAUDENT NATI ET UTERQUE PARENS
(6) R. Longhi in
“Paragone” IV (1953), n. 43.
(7) M. Gregori in
“Paragone”, VI (1955), n. 69.
A. Pigler, Katalog der
Galerie Alter Meister.
Budapest 1967, I, pp. 57-58, II tav. 85.
(8) Andata sposa a
Giampaolo II Meli-Lupi, divenne marchesa di Soragna.
(9) P. A. Serassi, Vita
di T. Tosso, 1785.
GIUSEPPE VERDI E I FRANCESCANI DI BUSSETO
“...
Passando ora al celebre musico Giuseppe Verdi, una delle maggiori glorie di
Busseto, ecco quanto vi è da dire circa la sua attinenza con il convento dei
Frati Minori di detto luogo. In una delle prime camere vicino alla porteria del
convento un nostro Padre, che credesi fosse un certo Padre Lorenzo di Terzario
teneva scuola a vari fanciulli sul principio del secolo XIX, e fra i scolari che
frequentavano tale scuola, per testimonianza altresì di alcuni suoi
condiscepoli, i quali, già vecchi, parlarono meco su tale proposito, fuvvi anche
il piccolo Giuseppe Verdi, che allora era in condizioni molto ineschine, atteso
i suoi umili natali e la sua povertà. Di più il suddetto nostro Padre (od altro)
teneva una piccola spinetta a coda, la quale vi è tradizione costante, che sia
la prima, su la quale il Maestro Giuseppe Verdi, ancor fanciullo, gettò su le
mani. Ma col progresso di tempo allorché il maestro Verdi, già vecchio, si
trovava in auge, ricchissimo e godeva fama mondiale, chiestogli per favore dai
Religiosi di autenticare con un suo scritto la suddetta spinetta come tale, egli
si rifiutò, indicandone al contrario un'altra, che teneva nella sua villa di
Sant'Agata. Ciò però, non toglie che la suddetta spinetta, dipinta nell'interno
del coperchio, e che presentemente non ha altro, si può dire, che il solo
tamburo, la quale conservasi in convento, non toglie, dicevo, che essa sia
veramente quella che il maestro suonò sin da principio. attestandolo la costante
e non mai interrotta tradizione sì in convento che fuori e la stessa
circostanza, accennata più sopra, della sua frequenza al convento ed alla
scuola, che vi si teneva, allorché egli era ancor fanciulletto. (Nota dal Diario
della Famiglia Barezzi di Busseto: 1836, 6 Gennaio. Oggi il Maestro Verdi ha
suonato per la prima volta in Busseto l'Organo della Chiesa dei Padri M.ri 0.ti.
Il concorso è stato immenso, in particolare al dopo pranzo e l'incontro è stato
generale anche dalla parte avversa). Si crede che il maestro Giuseppe Verdi
s'inducesse di far questo, di negare cioè ai Frati il suddetto favore di
autenticare la spinetta in proposito per varie ragioni: primieramente perché, si
dice, che uno gli rinfaciasse inopportunamente e bruscamente il suo stato
primiero e la sua umile condizione: secondariamente per negato favore (che i
nostri vecchi hanno creduto bene di non fargli) della Messa festiva al suo
Oratorio nella villa a Sant'Agata, e finalmente perché (altero del suo stato)
ciò avrebbe ricordato i suoi umilissimi natali ed il suo stato poverissimo, cosa
che al maestro dispiaceva assai, come ne fa fede la sua casupola natale delle
Roncole di Busseto, di proprietà dei marchesi Pallavicino, che egli voleva
comprare ed atterrare appunto per non ricordare, si dice, la sua umilissima
nascita. Ah stoltezza! Se veramente fu così. Quasiché l'uomo fosse degno di
stima e d'onore più per i nobili natali, che per la virtù, lo studio e le grandi
opere”.
Così è,
secondo la manoscritta Cronaca della
Chiesa e Convento di Busseto dal 1900 al 1928 (vol. I). La “spinetta” che
avrebbe dato a Verdi le prime soddisfazioni si espone ora al Museo di Villa
Pallavicino. Nessuno è disposto a giurare che il maestro vi abbia messo una sola
mano sopra. Ma la leggenda resiste. Invece il concerto d'organo del gennaio 1836
è cosa sicura, passata alla storia: infatti ne riparleremo. Quanto al
pettegolezzo che Verdi non abbia voluto autenticare la spinetta per motivi di
attrito con i minori osservanti, siamo alle solite. Torniamo cioè al clima di
dubbio dal quale è difficile trarre delle conclusioni soddisfacenti. Il cronista
francescano ci riporta senza volere alle polemiche velenose che divisero i buoni
bussetani nei mesi precedenti il concerto di Verdi, e anche dopo. Come tutti
ricordano, si erano formate due fazioni ostili e in lotta, dopo che era stato
nominato organista e maestro di cappella Giovanni Ferrari. Questi era sostenuto
dal clero, mentre la Società Filarmonica, incaricata di istruire la gioventù
(almeno in parte) e di eseguire musiche solenni in chiesa, pretendeva che fosse
chiamato al posto del Ferrati il giovane genio del luogo, Giuseppe Verdi.
Fra insulti
e proteste si arriva al febbraio-marzo del 1835. Pare che i partiti vogliano
pacificarsi (ma non sarà così). Mediatori sarebbero proprio i nostri frati.
Leggiamo due documenti in proposito, già noti ma riproposti ora nella grafia
originale.
[A Giuseppe
Martini]
A.o C.mo
Buss.o; 20
Febb.o 1835
[…] Pare
che gli affari Musicali abbiano preso buona piega.
Per ora non
vi dico di più perchè non ho tempo, e solo vi dirò che se volete venire Domenica
prossima a mangiare gli annolini, vedrete una tavolata di due dozzine di persone
unite in fin di bene per ultimare le vertenze. Per altro non si parlerà di nulla
onde tenere la tattica usata in altro pranzo ch'ebbe luogo al Convento de'
Minoretani. Buona ciera a buon viso, ma un perfetto silenzio sulle cose passate,
[...]
L'Aff.o A.o
V.o
Giu.e
Dernaldé
C.mo Amco
Milano, 7
Marzo 1835
Ho ricevuto
il salame e te ne ringrazio; mi dispiace di non avervi trovato il prezzo, e
desidero che tu me lo metti in conto quando in Maggio al solito ti pregherò del
secco. Ho sentito della futura pace, ma mi fanno ridere i preliminari perché non
potevano succedere in posizione migliore che dove sono avvenuti, cioè tra i
bicchieri in un convento di Frati [… ]
Aff.mo
Gius.e Seletti
All’Ornat.mo
Sig.r
Antonio Barezzi
Busseto
Giuseppe
Demaldè è uno degli amici più fedeli di Verdi. Contrabassista dilettante,
tesoriere del Monte di Pietà e segretario della Società Filarmonica, scrisse
anche delle memorie sulla giovinezza del Maestro. Giuseppe Martini, archivista
alla Commessaria di Borgo San Donnino, era anche lui un musicista dilettante
(tromba) e fautore della causa verdiana. II professor Giuseppe Seletti,
bussetano di nascita, aveva tenuto Verdi a Pensione in casa sua a Milano. Era
molto amico di Barezzi, allora presidente dei filarmonici. Dunque a sentir loro
la pace si stipulava in convento, a tavola. Qualche studioso ha pensato che i
frati avessero della simpatia, fin troppa, per i verdiani. L'idea è venuta anche
a Enrico Carrara. commentando sulla rivista
Falstaff (n. 1) il poema inedito di
Andrea Pettorelli Gli uccelli accademici, nel quale è adombrata la contesa tra i
filarmonici e i ferrariani. II Carrara però non cita i versi che gli hanno
fornito il pretesto per le sue deduzioni. Noi dobbiamo leggerli, anticipando
qualche piccola precisazione sui simboli usati da Pettorelli. La Fenice sarebbe
la Vergine Maria. I Merlisti (o Medino Branco, col loro capo Merlo), i
filarmonici capeggiati da Barezzi. II Cucù, Ferrari. Gli altri volatili
nascondono — sotto le ali poetiche — personaggi della storica lite. E’ tuttora
molto difficile stabilire la loro identità. I
3 canterini (“Canerino, Calderugio ed Usignolo”) potrebbero essere i
tenori Giovanni Arduzzoni. Giuseppe Coperchini e Antonio Cristoforetti.
L'Avvoltoio, il quarto tenore, Luigi Macchiavelli. assai celebre per i focosi
interventi nelle gazzarre fra partiti. Il Gallo si identifica forse in Angelo
Galli.
(Andrea Pettorelli, Gli
uccelli accademici, canto I, strofe 88-100).
88
V'era un
luogo tra i fiori, e gl'arboscelli
Da gran
tempo sacrato alla Fenice.
Principal
Deità di quegl’augelli,
Ove
quell'uccellame un dì felice
Con cuor
sincero, e con divoti sensi
Offria
preghiere, ed odorosi incensi.
89
Discosto
alquanto il luogo era e remoto
all'imbrunir del di colà di volo
Venivano
fra il popolo divoto
Canerino,
Calderugio, ed Usignolo,
Spesso a
tre voci in armoniosi modi
Della
Fenice a celebrar le lodi.
90
A questa
Sacra, e piccola Cappella
Il vecchio
Gallo Sakirestan fù messo.
Ed Egli la
curò, la fece bella.
Finché non
ebbe l'avvoltoio accesso
Luogo di
pace, e divozion fù quello:
Ma diventò
dappoi vero bordello.
91
Quivi
l'altrui onore, o si ferisce
Con
maldicenze infami, ovver s'insidia.
Malizia qui
co' strali suoi colpisce
L'altrui
merlo, e virtù la truce invidia,
E qui
sedendo l'Ignoranza a scranna
Tutto quel
che non sa sprezza e condanna.
92
Se qualche
augello per colà passava
Femmina, o
maschio. quel Merlino Branco
Tutto da
capo a piè lo misurava,
E dato
avrebbe anche al carbone il bianco,
Se avea, e
chi non lhà qualche difetto,
Miracol'era
se passava netto.
93
Anzi quel
luogo è fatto un'officina
Ove il Club
de' Medisti ossia il complotto
Colla
malizia più esperta, e fina
Inventa,
ordisce, fabbrica di botto,
Quei sacri
profanando almi ritiri,
Le
calunnie, le cabale e i raggiri.
94
Qui
suppliche si fallito, o memoriali
Di falsità
ripieni, e di bugie
Ove sempre
s'incolpano i rivali
Delle
stesse lor colpe, e fellonie
Per rendere
odioso ed abborrito
Al Governo
il Cucù, e il suo partito.
95
Anima, e
direttor di que' clubisti
L'Avoltojo
divenne, e Segretario,
E perchè
fede ciocchè ei scrive acquisti,
Benché del
tutto sia al ver contrario,
Il partito
gli dà roba e denari
Gl’altri
birbanti a guadagnar suoi pari.
96
Sdegnata
per cagion sì giuste e gravi,
Calata la
Fenice colaggiuso,
Del sacro
asil non portò via le chiavi
Che non
erano allor le chiavi in uso:
Ma costoro
acciecò, che fu lo stesso
Onde più
non trovassero l'ingresso.
97
A
quell'almo perciò sacro soggiorno
Ove la Dea
s'offende, e non si prega
Brancolando
s'aggirano dintorno
Ma
d'entrarvi a costar sempre si nega,
Per cui
quel luogo degno di rispetto
Rimase in
avvenir chiuso, e soletto.
98
Se alle
cose profane un sacro esempio
In questo
caso di adottar mi lice,
In difesa
del piccolo suo tempio
Che fece,
vi dirò la Dea Fenice:
Ciocchè gli
angeli fero ai sodomiti
Nella
lussuria tanto infelloniti.
99
Quegl'empi
avezzi ad insultar natura
Agli ospiti
voltano usar violenza,
Ma
agl'occhi lor si fè notte oscura,
E
degl'angeli stessi alla presenza
Acciecati
così volsero il tergo
Benché iu
rimpetto al non veduto albergo.
100
Forse dirà
talun dall'ira caldo
Che troppo
fù la Dea buona e indulgente
Che contro
il Club, l'Avoltojo ribaldo
Dovea
scagliare un fulmine rovente.
Nei fatti
degli Dei io non m'impaccio.
Basta così.
Finito ho il canto, e taccio.
Ed ecco le
deduzioni del Carrara: “Esclusi dalla Collegiata, par d'intendere che i merlisti
si adunassero nella chiesa francescana della Madonna degli Angeli e quivi, a
detta del poeta, si dessero a non so quali profanazioni del sacro luogo,
eccitando l'ira della cristiana Fenice”. Cioè i filarmonici, non potendo suonare
nella Collegiata di S. Bartolomeo, avrebbero trovato accoglienza dai frati. Nel
poema di Pettorelli ciò sarebbe avvenuto almenio a metà marzo del '36, dopo che
Verdi aveva vinto con regolare concorso il posto di maestro alla scuola di
musica, concerto d'organo, punto di riferimento della nostra nota, è del
gennaio, come sappiamo. I filarmonici però non erano stati espulsi soltanto
dalla Collegiata. Un provvedimento di Maria Luigia dell'agosto 1835 aveva già
proibito le esecuzioni dei filarmonici. e di altri complessi del genere. in ogni
chiesa del comune di Busseto. Ciò al fine di evitare tumulti e scontri di
opposte fazioni. Rimaneva tuttavia la possibilità di suonare l'organo e di
cantare musica sacra tradizionale, senza strumenti. Verdi dunque suonò alla
chiesa dei frati per non invadere il terreno di Ferrari e forse anche perché lo
strumento di Santa Maria degli Angeli era buono. mentre quello della Collegiata
di S. Bartolomeo era in pessime condizioni e proprio nel 1836 il consiglio di
amministrazione della chiesa aveva ordinato un nuovo organo ai Serassi,
inaugurato noi nel I840. Che quello vecchio fosse male in arnese l'aveva scritto
fin dal 1822 lo stesso maestro Provesi in una lettera al Parroco.
Sig.r
Prevosto Gentil.mo
L'Organo di
questa Chiesa Parrocchiale, come altre volte le feci comprendere, rendesi ormai
del tutto intrattabile, e per la sensibile discordanza, e per un guasto
notabile, che deve essere certamente in tutta la macchina in forza d'un urto,
che mi si rende affatto impercettibile.
Siccome
mancherei ad un mio dovere coll'ulteriore silenzio su di ciò, egli è per questo
che io m’affretto a significare la cosa a V.S. per quella immediata provvidenza
che si rende indispensabile, e che non verrà penso ritardata da chi zela
indefesso pel decoro della sua Chiesa.
Ho l'onore
di protestarmele
Suo Div.mo
Ser.e
Provesi
Busseto il
g.o 7 Maggio 1822
Tornando
agli Uccelli accademici e al commento
di Carrara, sembra piuttosto strano, seppure possibile, che il “luogo tra i
fiori, e gl'arboscelli”, “discosto alquanto ... remoto”, la “piccola Cappella”
soprattutto, possa riconoscersi nella chiesa dei frati, che troppo remota non
era e niente affatto piccola. Teniamo, presente che alla Vergine è intitolato
anche l'Oratorio di Santa Maria Annunciata, che se non è proprio remoto, è fuori
le vecchie mura, circondato dal verde, non di ampie proporzioni. Senza contare
che vi si cantavano i vespri (“e all'imbrunir del di ...”), specie nella
settimana santa, e che si faceva musica con orchestra e coro, perché le cantorie
sono capaci, ornate con i fregi tipici delle società filarmoniche, e l'organo è
buono. Anche la manina del Gallo a sagrestano fa pensare ad una chiesetta dove
non esisteva una organizzazione stabile in tal senso. Inoltre Pettorelli
conclude che, dopo le malefatle dei Medisti. “Rimase in avvenir chiuso, e
soletto”, come il convento e la chiesa dei frati certamente non rimasero. Che
poi fosse la sede di complotti non prova niente perché tutta Busseto era in
preda alla febbre. Più ambigua e sorprendente l'allusione sul piano della
morale, anzi del buon costume, che Pettorelli associa in modo preoccupante ad
altri particolari: “Luogo di pace, e divozion fu quello: / ma diventò dappoi
vero bordello. / Ouei sacri profanando almi ritiri”. Qui in effetti qualcosa di
conventuale affiora.
Ma lasciamo
ai poeti la loro libertà d'invenzione e veniamo ai fatti più salienti della
contesa tra filarmonici e ferrariani nel periodo che precede il concerto di
Verdi. Abbiamo scelto una piccola antologia di documenti inediti. Dopo la
decisione sovrana di nominare il Ferraci, i filarmonici, non avendo ottenuto lo
scopo di far rientrare il Verdi, si mettono in agitazione, e Ferrari non è da
meno. Ecco quattro eloquenti testimonianze.
Eccellenza
Dopo il
Venerato Rescritto di S. Maestà l'Augusta Nostra Sovrana del 15 giugno anno
corrente relativo alle controversie intorno alla nomina dell'Organista della
Chiesa di Busseto, si teneva per certo, che tutto tornasse nel primiero ordine.
A tale
oggetto l'Opera Parrocchiale ordinò all'Organista, e Maestro della Cappella di
questa Collegiata di comporre a termine delle convenzioni fattegli all'atto di
sua elezione una Messa da eseguirsi nella prossima festa di San Bartolomeo.
Quegli avendola composta, mentre invitava i Sig.ri Filarmonici per l'esecuzione,
il Sig. Barezzi rispondeva a nome di molti di essi col riffiuttarsi di eseguirla
in tale Solennità, e ciò per contrariare sempre più a quanto dall'Opera viene
disposto per mezzo del suo Delegato Ferrari.
In tale
stato di cose il Consiglio dell'Opera considerando, che le di lui convenienze
soffrirebbero grave discapito se tolerasse che quei Filarmonici sempre eguali
nella loro insubordinazione non eseguissero la Musica fatta comporre
appositamente, e lasciasse invece eseguirne una, come si vocifera, del Verdi in
onta delle saggie disposizioni di Vostra Eccellenza messe in calce al
sovracitato Rescritto Sovrano; e rifflettendo d'altronde, che con una parte dei
nostri Filarmonici, quelli cioè che sono animati da vero spirito di Religione
potrebbesi eseguire un buon contrapunto senza diminuire il lustro alla solita
nostra Funzione; il Consiglio dissi sta per deliberare di sostituire alla Musica
un buon contrapunto da eseguirsi come si è detto di sopra, meno forse uno o due
soggetti che potrebbero occorrere.
Premuroso
l'infrascritto qual Presidente del Consiglio di non far cosa discara
all'Eccellenza Vostra che si compiacque di tanto interessarsi per sostenere i
diritti di quest'Opera nell'ultimare le note controversie, si fa rispettoso
coraggio di innoltrare direttamente queste cognizioni. pregandola della di lei
approvazione, e a voler altresì disporre onde non abbiano luogo quegli ostacoli,
che altre volte furono frapposti dalle Autorità a Vostra Eccellenza subalterne
ingannate dai maneggi, e raggiri fraudolenti della così detta società
filarmonica.
Io ho
creduto bene di non rivolgermi a questa Autorità amministrativa troppo
ammaestrato dalle passate vicende.
Sono sempre
col più profondo rispetto.
Di Vostra
Eccellenza
Busseto li
7 Agosto 1835
Umilissimo,
Devot.mo Servitore
Canonico
Leopoldo Botti
Presidente
del Consiglio dell'Opera Parrocchiale di Busseto
A Sua
Eccellenza
il Sig.r
Cavaliere Presidente dell'Interno
Parma
Istruzione
pubblica / Scuola di musica in Busseto / Nuovi dissapori insorti tra i
filarmonici ed i loro avversari
Giunta alla
lettera del di 11 Agosto 1835 N. 9555-4028
N.
9804-4125
All’Illus.mo
Sigr Cav. Francesco Cocchi Consigliere di Stato
Presidente
dell'Interno
Parma
Borgo San
Donnino 18 Agosto 1835
Illustrissimo Signor Consigliere di Stato Presidente
Pare che in
Busseto non si voglia consolidar quella quiete ch’io, pur mi riprometteva, come
dissi nel foglio accennato qui in margine.
Quel
Podestà con lettera di ieri mi rapporta.
1° che nel
precedente giorno fu d'uopo della presenza della forza nell'Oratorio di San
Rocco, del qual Santo si solennizzava la festa, per antivenire ogni rissa o
altro scandalo cui poteva cagionare l'insolita mancanza della musica.
E la magica
mancò perché il S.r Prevosto avendone dato incarico all'organista Ferrari,
questi non volle far invito a' filarmonici.
Nacque un
subbuglio nella Confraternita: se ne incolpava or l'uno or l'altro de' suoi
capi: e la popolazione stava per prendervi parte, e l'avrebbe presa senza il
provvedimento surriferito.
2° che nel
di stesso, avendosi dai filarmonici a cantare in contrappunto nella Chiesa
Parrocchiale le litanie e il tantum ergo, stavano essi in cantoria aspettando,
colle note musiche alla mano, che l'organo desse l'intonazione, quando i preti
del coro, l'organo tacendo, si diedero a cantare le litanie, onde i filarmonici
rimasero ludibrio dell'adunato popolo, e può ascriversi a loro prudenza se non
ebbe la cosa peggior fine.
Traggo poi
da altra parte che il Ferrari nel dì 31 Luglio p.p. si arrogava la distribuzione
ai filarmonici dell'onorario della Cappella e delle solennità, il quale
venivagli rimandato dalla più parte di essi perché intendono di riceverlo dal
loro capo. In oltre scriveva d'aver preparata una messa nuova per la festa di
San Bartolomeo, e chiedeva i nomi de' filarmonici per invitarli alle prove, al
che non avendo eglino accondisceso, pare che il Prevosto abbia disegnato di
chiamare filarmonici esterni.
Il Podestà
protesta che in tal giorno (il 24 corrente) ei non vorrebbe trovarsi in Busseto
a qualunque costo.
Io non
posso non manifestare sorpresa che in queste gare, già di troppo innoltrate,
prendono tanta parte gilè sacerdoti sino al punto di escludere que' del loro
paese anche a fronte del pericolo di qualche grave inconveniente; dopo gli
scandali dell'anno scorso e dopo ancora il Sovrano Rescritto del 25 Giugno
prossimo passato.
Non so se
ben mi avvisi; ma il divieto di far musiche sino ad un ricomponimento stabile
degli animi sarebbe forse la provvidenza più acconcia al caso.
Sono con
profondo rispetto
Della
Signoria Vostra Illustrissima / Umil.mo Devot.mo Ubbid.mo Servitore
Il
Commissario di Borgo San Donnino / Saccani.
Presidenza
dell'Interno. Divisione di stato
Prot. Gen.
Arrivo 21652
Oggetto
Culto. Addebiti all'Organista di Busseto Sig. Ferrari Parma li 19 Agosto 1835
All'Ill.mo
Sig.r Cavaliere Delegato della Polizia Generale Parma
Ill.mo
Sig.r Cavaliere Delegato
Traggo da
una relazione del Comando dei Dragoni Ducali che nel giorno 2 del corrente
l'Organista di Busseto Sig.r Ferrari entrando alle ore 11 del mattino in quella
Chiesa Parrocchiale, e scorgendo i due Filarmonici Signori Garbi e Morelli a
ragionar fra loro formò il sospetto che parlassero di Lui, e non curando la
santità del luogo, né la popolazione in esso raccolta gli invitò con mal garbo
quasi a disfida fuori di Chiesa. Per buona sorte qua' due giovani fecero uso di
tutta la prudenza in quel momento, ma terminata la Messa, il Morelli chiamò in
disparte l'organista e con buoni modi lo persuase del torto da lui avuto col
sospettare che di lui si parlasse. E' forza il dire che l'Organista Ferrari si
ricredesse assolutamente perché chiese scusa al Morelli e promise di farne
altrettanto col Garbi.
Abbenché la
cosa non abbia avuto conseguenze disgustose per la prudenza dei due Filarmonici
Morelli e Garbi non è però men vero che il Sig.r Ferrari si è reso colpevole di
una imprudenza somma che produr poteva scandali non lievi. Pel che io prego VS.
Ill.ma a far sentire al medesimo l'obbligo che gli corre di meglio contenersi, e
di evitare con ogni studio di tener vivo colle sue imprudenze il fuoco della
discordia, onde risparmiare a se stesso, cosi continuando, misure dispiacevoli.
Gradisca
ecc. ecc. ecc.
[minuta; al
Podestà di Busseto]
A malgrado
della Presidenziale Disposizione del 22 Gennajo u.s. avendo voluto questo S.r
Organista Ferrari disporre per eseguire una musica che dice aver egli composta e
che oggi stesso dovevasi in parte eseguire, ed in parte Domenica prossima
l’Ill.mo S.r Commessario di B.S.D. dispose perché ciò non avesse luogo
fondandosi sull'accennata Disposizione. Nulla ostante gli ordini dati tutto fu
oggi posto in opera per mandare ad effetto il progetto, dal quale si astenne nel
momento stesso che erasi per eseguirlo, non saprei dire se a ciò contribuisse
più il mal umore dimostralo dalla maggior parte della popolazione, o la presenza
della forza armata, che intervenne a scanso di inconvenienti. Fatto stà che la
musica è stata sospesa, ma si minaccia di far Domenica (28 corrente) quello che
non si è fatto oggi. E per riuscirvi con più successo domattina lo stesso Sig.r
... si reca a Parma per ottenere ciò che qui non gli è stato accordato. Questo
non è altro che una mossa tendente a far riconoscere essere in fatto il Ferrari
anche Maestro di capella, abbenché il Superiore Governo altrimenti abbia
disposto.
Oggi non ho
avuto a far poco per tenere a freno questa gioventù, ed impedire delle
scandescenze, e fors'anche peggio.
S.V. Ill.ma
non ignora che la stessa inclita Presidenza dell'Interno verbalmente mi
incaricò, siccome fece anche V.S.Ill.ma di assumere la direzione di questi
Filarmonici gratuitamente, e provvisoriamente in fino a tanto che fosse piaciuto
al Superiore Governo di altrimenti disporre, ed infrattanto diede a me il carico
di far eseguire le musiche per le Ecclesiastiche funzioni, siccome con tutto
l'impegno ho fatto. Ella vede ora la ricompensa che mi si vorrebbe dare, e come
per tal modo si tenti di suscitare ulteriori dissensioni, e garbugli.
lo la
prego, a voler disporre perché nulla sia innovato a quanto e dalla S.V.Ill.ma e
dalla Presidenza è di già stato provvisoriamente disposto, e ciò fino a tanto
che piaccerà al Superiore Governo di trovar modo perché sia una volta
ristabilita quella quiete che tutti i buoni desiderano.
I.a
rettitudine, e saggezza della S.V.Ill.ma saprà conoscere ed impedire la sorpresa
che il S.r Ferrari potrebbe per avventura su di ciò tentare, e così impedirà que’
guai che potrebbero forse accadere se la cosa andasse altrimenti.
Accertandola che a tutto ciò mi muove unicamente il pubblico utile, ed il
desiderio della pubblica tranquillità ho l'onore di protestarmi col più profondo
rispetto.
Della
S.V.Ill.ma
Busseto, li
[24 agosto 1935]
Umil.mo,
dev.mo, ed obblig.mo servo
[A. Barezzi]
Tuoni e
fulmini. Maria Luigia, nella piena estate, dalla Frescura del Casino dei Boschi
decide a mente fredda.
Presidenza
dell'Interno
Culto
Dissidi tra
l'Organista e la Società filarmonica di Busseto
22869-2622
Maestà
I dissidi
già da lungo tempo insorti tra l'Organista e la Società Filarmonica di Busseto,
intorno ai quali ebbi già l'onore di intrattenere Vostra Maestà con rispettoso
mio rapporto del 23 Giugno u.s. facendosi ognora più vivi, e potendo, al dire
delle Autorità Comunitativa e Territoriale dar luogo a conseguenze di qualche
entità stimai a proposito di ordinare che nelle Chiese di Busseto fossero per
ora proibite le musiche per qualunque siasi funzione compresa quella di S.
Bartolorneo che cade appunto quest'oggi e che è il Titolare di quella
Parrocchia.
Monsignor
Vescovo di Borgo San Domano al quale mi feci debito di comunicare questa mia
disposizione la trovò conforme alle religiose sue viste, asserendo che da qualch'epoca
quelle musiche sono piuttosto sorgenti di scandalo che incitamenti al pregare in
modo conveniente il Signore.
Aggiugne di
più il lodato prelato che l'unico mezzo di impor fine a qualunque disordine, e
di domare lo spirito inquieto dei filarmonici lesi più baldanzosi dal vedersi
spalleggiati da alcune Autorità di quel Territorio e di togliere gli scandali
dal Tempio di Dio. quello sarebbe di proibire per sempre in quelle Chiese le
musiche, ed una tale misura, dice egli, riuscirebbe anche vantaggiosissima
all'economia di quell'Opera Parrocchiale aggravata di molti carichi, cui con
pena non lieve le è forza di sottostare. lo non saprei che opporre alle troppo
sagge osservazioni dell'encomiato Vescovo, e soltanto mi limiterò ad attendere
che piaccia a Vostra Maestà di manifestarmi in proposito le Sovrane sue
determinazioni.
Parma 24
Agosto 1835
Il
Presidente dell'Interno
(rescritto)
N. 20802 -
14808
P. 23646
Dietro le
cose sposte nel presente rapporto
Determino
ciò che segue:
Nelle
Chiese tutte di Busseto rimangono per sempre proibite le Musiche. Il Mio
Presidente dell'Interno curerà l'esatto adempimento della presente Sovrana Mia
Determinazione.
Casino dei
Boschi 29 Agosto 1835
Firmata :
Maria Luigia
Da parte di
Sua Maestà
Il
Presidente dell'Interno
Firmato:
Francesco Cocchi
In fede
della verità della copia
Il
Segretario Generale della Presidenza dell'Interno
Cornacchia
Comunicar
subito al Sig.r Com. di Borgo S.D. dicendogli di notif. col Pod. e di vegliarne
con esso all'es. costante del S. D.o, sog. che ne scrivo al Vescovo e alla Div.
Farlo
accennando rispettivamente della notificazione.
Al Vescovo
riservatamente accennandogli che son bene contento che il saggio suo par. anche
in ciò sia stato ammesso e che S.M. lo ha assai gradito.
Fr. Cocchi
Più avanti
però la duchessa appoggia il decreto che bandisce un pubblico concorso per il
maestro di musica. Barezzi e i suoi sentono odore di vittoria. almeno per quello
che riguarderà ristruzione della gioventù e la direzione del loro complesso.
Maestà
Penetrati
dal più profondo sentimento di gratitudine gl'individui componenti la Società
Filarmonica di Busseto pel benigno Rescritto del 25 Giugno p.o s.o con cui
piacque alla Maestà Vostra di ordinare che il Consiglio Comunicativo e
l'Amministrazione del Monte di Pietà deliberassero per farne un assegnamento ad
un Maestro di Musica col carico d'istruire gratuitamente alcuni poveri giovani
ben disposti per la bell'Arte, osano di esprimergliene colla presente loro
azione di grazia.
Tanto il
Consiglio del Comune quanto l'Amministrazione predetti hanno fatto le
Deliberazioni. e queste trovatisi già nelle mani del saggio vostro Ministro del
Interno.
Il
sottoscritto a nome de' loro Colleghi invoca adunque l'approvazione di quegli
atti; da così l'umanissima provvidenza di V.M. avrà sortito l'intero suo effetto
e la vostra devota Città di Busseto ne rimarrà per sempre consolata ed avrà
motivo di più per benedire l'Angusto Nome della Sua Sovrana, splendida
protetrice delle Arti Belle.
Con umile
rispetto e venerazione si protesta
Di Vostra
Maestà
Dev.mo
Umil.mo ed Obb.mo Servitore
Il capo de'
Filarmonici e Suddito Fedelissimo
Antonio
Barezzi
Busseto 18
Ottobre 1835
In
previsione della gara, che vedrà senza dubbio il trionfo del loro beniamino, i
filarmonici e Barezzi per primo costringono il giovane maestro a non
allontanarsi da Busseto. Egli è come prigioniero in casa propria. Adesso che la
vittoria è prossima, non speri di darsela a gambe. Verdi, che già si accingeva a
scrivere un' opera per il teatro, aveva fatto domanda di concorrere come maestro
di cappella ai duomo di Monza: un modo per essere vicino alla grande città e
alla Scala. Gli amici di Milano, ll suo maestro Lavigna e Pietro Massini, lo
incitano a lasciare il natio borgo. Ma come si fa? I filarmonici sono offesi e
hanno il viso scuro; Barezzi è desolato, forse irritato. Verdi, che lui ha fatto
studiare, sta per sposare sua figlia e proprio nel momento in cui Busseto potrà
avere li, tutto per se, un vero musicista, l'occasione sfuma. Trattenuto da
vincoli di coscienza, Verdi rinuncia a Monza e accontenta i sostenitori. Il
concerto a Santa Maria degli Angeli è un dovere di partito. Non dimentichiamo
che, sotto la parvenza ingenua della passione musicale, i filarmonici di
Busseto, e loro amici di Borgo San Donnino e di Parma, fanno professione di
patriottismo.
Oltre che
nel libro di Casa Barezzi (oggi irreperibile), il concerto di Verdi è segnalato
da Demaldè a Martini. Riportiamo la lettera per intero, insieme a un'altra di
Barezzi, che è felice e tranquillo.
A.o C.o
Busseto, 7
Gennaio 1836
Accludo
alla presente una minuta di lettera scritta dal capo della Società Filarmonica
al sig. Podestà in risposta come riscontrerete.
Sarebbe
desiderio del M° Verdi di essere sentito anche nel contrappunto e nelle
composizioni ideali, la dove non è motivato nell'atto, onde far conoscere alla
patria ch’egli non consumò il tempo e non isciupò le sostanze del Pio Luogo.
A dir vero
l'esame prescritto è veramente da poco ed è perciò ch'egli scapiterebbe nella
Professione dovendo fare nel modo prescritto.
Il Verdi
tende di fare un buon esame per avere documenti che lo accreditano e nello Stato
e fuori Stato, avendo altre mire nella professione.
Deside[re]rei
adunque che il S.r Commess.o approvasse la proposta del Barezzi, che gli verrà
trasmessa dal S.r. Podestà con voto favorevole, di cui pregovi di raccomandarla
vivamente.
Jeri il
Verdi suonò l'organo de' Frati. Non si è mai veduto la Chiesa zeppa come ieri e
la Collegiata senza fedeli. Il Prevostaccio si faceva delle meraviglie e si
batteva la testa. Perdeva insino il tabarro. Pel Natale invece d'intonare il
Tantum ergo pena benedizione intonò il Pange lingua. Ha perduto la testa
affatto. Vi ringrazio delle
anteriori premure vostre ed in fretta vi saluto.
V.o Aff.o
A.o
G.e Demaldè
All'Or.ss.mo
Signore
Il Sig.r
Giuseppe Martini
B. S.
Donnino
[minuta]
[Busseto, 6
Gennaio 1836]
Ill.mo S.r
Podestà,
Nell'esternarle con tutto l'animo la soddisfazione mia non che quella de'
Filarmonici per l'atto Presidenziale del 30 dicembre testé spirato, comunicatomi
con grata sua di ieri n. 3988, mercé il quale viene accordato a Busseto un
Maestro di Musica per l'istruzione della gioventù e va dicendo, trovami in
dovere di accennare alcune cose d'aggiungersi, se mal non m'appongo, agli
obblighi del Nuovello Maestro, siccome non iscorgo nell'atto medesimo.
Per esempio
lo incaricherei dell'istruzione del contrappunto e della composizimie ideale, il
primo necessario a qualunque vogliasi dedicare a questa professione, per venire
in cognizione del le desinenze, modulazioni, accordi e va dicendo, siccome
generalmente ignari di ciò: l'uno e l'altra gioverebbe a chi amasse dedicarsi
alla via di Maestro compositore di Musica. Gravato il nuovo Maestro dei
succennati due obbliglti e delle molte lezioni di cui è verbo nei già imposti
doveri, crederei indispensabile e la giustizia il vorrebbe, di accordare almeno
due mesi di vacanza come di pratica, cioè il settembre e l'ottobre.
Queste sono
le cose che vengomi suggerite dal mio poco vedere, ma che col tempo, anche
gl'inscienti nella professione, conosceranno l'utilità ed il vantaggio negli
ottimi allievi che si avranno.
[Antonio
Barezzi]
Un'ultima
notizia, prima di chiudere: che fine ha fatto l'organo della Chiesa di Santa
Maria degli Angeli. Prendiamo ancora dalla cronaca del convento. Il lettore si
divertirà. E sentirà anche un po' di umido nelle ossa, come quella che diceva il
Molossi nel suo Vocabolario topografico:
“atteso l'umidore a cui è soggetta…”
N. 70. Organo Nuovo e
Organo vecchio della nostra Chiesa.
L'Organo
vecchio della nostra Chiesa degli antichi Bossi. pregiato per robustezza e
pienezza. per bontà e finezza di metallo, ristaurato già ed accresciuto
nell'anno 1884 sotto il guardianato del Rev.do Padre Filippo Prati, dall'insigne
organaro e nostro benefattore Sig. Antonio Sangalli, desso si trova proprio in
un posto disdicevole, qual'era sotto il primo arco laterale prospiciente il
presbiterio in cornu Evangeli, quale
stonava assai all'architettura della Chiesa, molto più che tutto l'ornato del
suddetto Organo e della cantoria di fronte
in cornu Epistolae era in stile barocco. Inoltre dopo tanto tempo da che fu
ripulito e aggiustato aveva bisogno di pulizia e di essere ritoccato, ma
dispiacendoci assai di fare spese intorno ad un opera, che per la posizione
specialmente dov'era stava tanto male, anzichè del suddetto vecchio Organo, si
pensò ad un nuovo, da collocarsi in altra posizione migliore e in istile con la
nostra Chiesa, molto più che il Rev.do Padre Guardiano Giacinto Balacchi già da
tempo ruminava l'idea di un Organo liturgico secondo le esigenze dei tempi.
[...] Egli anzitutto fece le necessarie pratiche e trattative con g!i Organari
della ditta Vegezzi-Bossi di Enrico, e, combinato che ebbe seco loro il
contratto, essi tosto posero mano all'opera e costruirono per la nostra Chiesa
l'Organo nuovo, liturgico e tubolare di 11 registri, il quale da Torino fu
strasportato a Busseto nel 1908 e collocato in Coro, fu inaugurato nel 1909,
ultimo anno in cui fu Guardiano il Rel .do Padre Giacinto Balacchi, per cui
quest'Organo nuovo si può dire che è stata l'ultima opera compiuta sotto il suo
guardianato. A dire la verità quest’Organo nuovo, eccetto i bassi che sono un
po' troppo deboli, è dolce, è soave, è delicato, ma appunto per questo egli non
era adatto alla nostra Chiesa, la quale, umidissima com'è, richiedeva un lavoro
forte e resistente assai di più. [...] In progresso di tempo detto Organo si era
alquanto smosso, atteso appunto la grande umidità della Chiesa, e c'è voluto del
bello e del buono per farlo funzionare come si conveniva, essendo stato
necesario di più il richiamo dell'organaro stesso. Per la qual cosa, tutto
considerato, si comprende che era molto meglio il trasporto dell'Organo vecchio
nel nuovo luogo stabilito, che l'aver speso danari per un nuovo, imperocchè.
come si disse, l'Organo vecchio, oltre che appagare di più, era più grosso, più
forte e più robusto e quindi più adatto alla nostra Chiesa umidissima, mentre il
nuovo per quanto dolce e soave abbia il suono, è però delicatissimo e
sensibilissimo all'umidità, per conseguenza tutt'altro che conveniente alla
nostra Chiesa.
Ma che
farci ora.. ? Prima non s'e riflettuto a tutto, anzi si credette di fare una
gran bella cosa, perciò ora sono inutili i piagnistei e non c'è altro che
rassegnarsi, e, giacché la frittata è fatta, ora conviene mangiarla con santa
pazienza buona o cattiva che sia.
L’Organo
vecchio fu suonato l'ultima volta il giorno 26 Aprile del 1908, che in
quell'anno cadeva la Domenica in Albis.
e il giorno 27 e susseguenti si smontò e di poi si trasportò in una camera del
convento, dove stette per vari anni, sino cioè al 1912, nel qual’anno, sotto il
guardianato del Rev.do Padre Serafino Roma di Crispino, fu altresì levato il
frontale del suddetto Organo e le due cantorie vecchie, in una delle quali, in
quella cioè dell'Organo in cornu Evangeli
fu trovato nella cassa del pavimento una piccola pergamena scritta circa 137
anni prima dal nostro confratello Rev.do Padre Alfonso Delfò Ghirardelli di
Busseto e della quale già parlammo al principio di questa
Cronaca, riportandola per intero. Dopo tutto questo, smontate cioè e
levate che furono le due cantorie e il frontale dell'Organo vecchio dal Sig.
Odoardo Sagliani, nello stesso anno 1912, tutto unitamente all'organo fu venduto
al Molto Rev.do Sig. Arcip.te Don Antonio Cavalli per la sua Chiesa di Trevozzo
(Val Tidone), Diocesi e provincia di Piacenza, il quale in questa occasione fece
sotto tutti i rispetti un ottimo affare, avendo acquistato tutto per la sola
somma di Lire 1300. [...] per cui il medesimo Molto Rev.do Arciprete con quei di
Trevozzo sono rimasti arcicontettissimi ed ora non cederebbero più l'acquistato
neppure ricevendo il triplo di quello che spesero. Mentre noi siamo rimasti con
un palmo di naso, persuasi di aver fatto tutt'altro che un buon altare, giacchè
il nostro antico Organo per la sua bontà e sicurezza di suono, per la sua
robustezza e finezza di metallo è, secondo il giudizio di molti, assai migliore
del nuovo.
L'organo,
ancora a Trevozzo, gode buona salute. Per difficoltà logistiche si lascia
fotografare in parte, come i nostri lettori vedranno. Da Verdi imparò anche la
modestia?
*
Dobbiamo
fare una piccola digressione — e il lettore ne comprenderà il motivo non appena
avremo citato Carlo Gatti (Verdi,
Milano. 1931, vol. II, pag. 3-9): “in agosto [1859] si preparano in tutta
l'Italia centrale i plebisciti per l'annessione al Piemonte. A Busseto le urne
sono esposte nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli : Il Sindaco e il prevosto
di Santa Maria presiedevano, narra il professore Pietro Dotti, bussetano. "Io
ricordo [...] quando il Verdi, aspettato da immensa folla di popolo, giunse da
Sant’Agata. preceduto dalla Banda che era andata ad incontrarlo. Era aspettato
da qualche ora, e quando comparve per entrare nella chiesa per deporre il voto,
scoppiò un applauso che parve un urlo, un delirio, ed io so che mi par d'essere
ancora là, in mezzo a quella folla, battendo le mani a gridando
Viva Verdi […] Il genio, la gloria, la
patria, Dio, l'Italia libera, la nostra Italia, della quale prima era delitto il
solo pronunciare il nome! ... Toni questi affetti si univano e c'inebriavano
l'animo, s'agitavano nel nostro cuore e si risolvevano in un grido che non si
udrà mai più"
Abbiati
riprende la notizia da Gatti nel suo Verdi,
vol. II. pag. 549-550 (Milano), 1959), dove insiste sul dato che maggiormente
qui ci interessa, la Chiesa dei frati: “Le elezioni, fissate in settembre,
avvengono nella chiesa di Santa Maria degli Angeli ove sono poste le urne
elettorali sotto sorveglianza del sindaco e del prevosto. Anche Verdi [...] si
reca a Santa Maria degli Angeli a votare”, e continua poi con la citazione della
testimonianza di Pietro Dotti. Verdi, come si sa, fu eletto rappresentante di
Busseto all'assemblea delle provincie parmensi, e poi fece parte della
deputazione eletta dall'assemblea per recarsi a Torino con il voto di annessione
al Piemonte. Questo è pacifico. Non altrettanto pacifico il tentativo di legare
ancora una volta il nome di Verdi ai frati minori. Dal verbale della giornata
elettorale, inviato al governo parmense ed ora conservato all'Archivio di Stato
di Parma, leggiamo al principio: “Gli Elettori componenti questo Collegio si
sono riuniti nell'apposito locale in Busseto (Chiesa di Sant’Ignazio)”. E in
chiusura: “Così compilato il presente Processo in Busseto nel luogo della
Adunanza Elettorale nella Chiesa di St. Ignazio in questo giorno”, etc.
Presidente era il podestà (non sindaco) Donnino Corbellini. I preti erano Don
Luigi Amizzoni, e Don Domenico Vignoli (il secondo aveva sostituito il primo,
impegnato in altre incombenze). Ma ciò che importa è il luogo delle votazioni,
dove pare che St. fgnazio abbia avuto la meglio.
Sempre come
appendice, riportiamo l’atto di morte del nonno di Verdi, anche lui col nome
fatidico di Giuseppe, che fu colto da malore letale presso il convento dei
francescani. Questa coincidenza placa le nostre imperfette ricerche in merito
all'argomento che ha dato vita alla presente pubblicazione monografica. Chi
volesse saperne di più sulla famiglia Verdi e sul citato episodio. apra il
bollettino Verdi n. 7, e legga quanto
scrive Mary Jane Matz. L'atto di morte del nonno Giuseppe Antonio Verdi è nel
registro dei decessi alla Chiesa di San Michele di Roncole.
Fol 25
verso Atto N. 133
pag. 50
Anno Domini
millesimo nongesimooctavo
Die prima
mensis maji
JOSEPH VERDI filius q.am Marci,
huius paroeciae, aetatis suae quinquaginta, qui fuit maritus Franciscae Bianchi
viduae superstitis nudius terius in C.S.M.E. in publica via prope Monasterium
RR.PP. Minoris Observantiae Sancti Franeisci Buxeti impro
visa morte vita orbatus Animam suam Domino reddidit: hac vero die ad hanc
Ecclesiam eius cadaver delatum, per me Josephum Mezzadri, huius Ecclesiae Sancti
Micaelis Arcangeli villa Runcularum Praepositum esequiis solemniter peractis
eius cadaver in coemeterio huius Ecclesiae tumulatum requiescit.
*
Sia
concessa, al commiato, la licenza. Questo
specimen fa parte di una massiccia ricerca sulla giovinezza di Verdi che ora
giace in attesa di pubblicazione. Non è vanteria, si tratta di cosa molto
esauriente e perché no fondamentale: 409 documenti (metà dei quali totalmente
sconosciuti), quasi 6 canti inediti dal poema di Pettorelli, mia biografia
verdiana di Giuseppe Demaldè anch'essa inedita. L'istituto di studi verdiani era
incaricato di dare alle stampe il fascicolo. La mancanza di fondi, e la
freddezza culturale della nostra provincia, minacciano la riuscita del progetto.
Così si onora Verdi.
Si
ringraziano per la collaborazione, invece, Gaspare Nello Vetro e Corrado
Mingardi, due tra i pochi rimasti al lavoro.
Gustavo Marchesi
ANTONIO E VINCENZO CAMPI A BUSSETO E NEI DINTORNI
Come già
ebbi a rilevare, trattando delle altre presenze di pittori cremonesi nella
«Bassa Parmense», la loro preponderanza è comprensibile se si nota che il
vecchio stato Pallavicino con capitale Busseto, ed anche la vicina
Borgosandonnino (Fidenza), fecero parte integrante della diocesi di Cremona sino
a tutto il 1603.
Nella
seconda metà del Cinquecento erano quindi la città ed i territori circonvicini
vera e propria terra cremonese in fatto di domanda pittorica.
Importante
in tal senso appare a Busseto l'attività dei due fratelli Antonio e Vincenzo
Campi, un caso parallelo alla precedente presenza del capostipite Giulio a
Soragna, collaboratore, fra il 1543 ed il '46, addirittura di Nicolò dell'Abate.
Se a tale attività bussetana, per molti aspetti malnota, si aggiunge una serie
di opere ritrovate nelle strette vicinanze, ed alcuni recenti restauri, appare
necessaria la rilettura critica che ci accingiamo a conipiere.
*
La prima
opera per la città di Busseto spetta al più anziano dei due fratelli, Antonio
(1523-25c.-1587), il quale eseguì nella grande chiesa tardogotica di S. Maria
degli Angeli (officiata dai Frati Minori francescani) un affresco raffigurante
il Cristo caduto sotto la croce e la Veronica.
Il dipinto
fu giustamente attribuito nella seconda metà del Settecento dal prete-pittore
hussetano Pietro Balestra, nel suo manoscritto dedicato alle «Pitture di
Busseto». L'importante documento, utile anche alle altre schede campesche che
seguono, è oggi introvabile nei depositi archivistici della Società Storica
Lombarda di Milano, alla quale Emilio Scletti (ne divenne proprietario dopo
Pietro Vitali) lo donò, unitamente a numerose altre carte, nei primi anni del
Novecento; ne rimane comunque fortunatamente copia parziale nelle posteriori
fonti locali.
Il Vitali
poi, componendo nel 1819 il suo volumetto «Le pitture di Busseto», sulla scorta
del manoscritto citato, mutava l'attribuzione del Balestra per l'affresco ad
Antonio Campi a favore del fratello Giulio, giudicandovi: «bellissime
le teste, bellissimo l'ignudo, bellissima l'espressione di Cristo, e bellissimo
il paese; e tutto infine dimostra essere questa di eccellente pennello».
Sulla paternità del pezzo a Giulio non prese indi alcuna posizione il Seletti,
che lo riteneva: «pregevole per la verità
dell'espressione, per l'impasto delle tinte, ma resta a lamentare il suo stato
rovinoso».
Il parere
del Vitali incontrò largo favore in tutta la posteriore bibliografia, cori la
sola eccezione della Perotti che riconduceva l'opera al nome di Antonio, e del
Lombardi che, con motivazioni inconsistenti, la assegnava al Pordenone.
L'affresco
in origine era dipinto sulla parete inscritta dal penultimo arco ogivale nella
navata destra della chiesa francescana, che su questo lato è appunto sprovvista
di cappelle perché adiacente al chiostro. Nel 1746 l'opera venne ricordata dal
padre guardiano Alfonso Delfò Ghirardelli: «feci
fare la cornice al quadro dipinto sul muro, vicino alla porta che guarda nel
Claustro, di questa Chiesa, che rappresenta la Caduta di Gesù Cristo andando al
Calvario, e questo come dicono viene dalla scuola del Pordenone». Già nel
1883, come abbiamo visto, il Seletti ne lamentava lo «stato rovinoso»; ma nel 1913 la commissione per le Belle Arti di
Parma, diretta da Laudedeo Testi, fece asportare la pittura col relativo
intonaco: «perché andava in deperimento
per la grande umidità del muro, il bellissimo affresco del Campi, tanto stimato
e pregiato».
Inglomerato
in un letto di stucco, certamente armato da una grata metallica, il dipinto fu
poi collocato nella campata successiva a quella originaria, sopra la porta che
immette alla sagrestia. Sulla cornice lignea che lo incastona appunto si legge:
«staccato dal prof. Guglielmo Filippini
tra il 16 Aprile e il 12 Giugno 1913, Padre guardiano Pier Paolo Ceci». Ad
un esame ravvicinato lo spessore dell'antico intonaco appare alquanto
irregolarmente riadagiato, ed in diversi punti scagliato ed avvallato, in
definitiva però risulta ben aderente alla fodera di stucco applicata sul retro
come pure il pigmento pittorico è ben conservato, ad eccezione di varie mancanze
nella zona inferiore. Ne sarebbe auspicabile una accurata nettatura ed un
consolidamento del colore per ridonare piena leggibilità alla superficie
dipinta. Se ne deduce comunque una fresca gamma di lievi colori: verdi pisello,
pialletti, bianchi calcinosi, nelle vesti della ligure, contrastano coi rossi
vinaccia della grande bandiera e della tunica del Cristo, con un interessante
contrapporsi luminoso.
Appare
evidente per altro come la pur grossa porzione di dipinto conservatasi sia
alquanto incompleta rispetto alla dimensione originaria. Sul lato verticale a
destra si osserva una striscia dipinta in tinta piatta, che nell'angolo
superiore accenna una curva; era certamente questa una specie di scorniciatura
che probabilmente profilava la parte superiore della scena con un arco a tutto
sesto. Ne mancherebbe quindi una vasta zona del cielo ed una minima parte del
lato sinistro.
La bella
opera, come alludevo sopra, va dunque assegnata ad Antonio Campi e non al
fratello Giulio; qui manca infatti la tipica maniera di quest'ultimo
caratterizzata dal tornito modellato, dall'inciso contorno, nonché dall'inquieto
rovello disegnativo capziosarnente serpentinato e guizzante, alla Giulio Romano,
che solitamente improntano indelebilinente i modi pittorici maturi di Giulio.
Più
attendibile diventa per Antonio il confronto con gli affreschi,
architettonicamente pausati, eseguiti nel 1564 per la chiesa di S. Paolo a
Milano, rappresentanti le storie del Santo titolare. Ritroviamo nella
Conversione di S. Paolo molti effetti componitivi dell'affresco
bussetano come i grandi vessilli spiegati all’aria; mentre nella più calibrata
Decollazione di S. Paolo ritornano i
vivacissimi particolari degli araldici cavalli rampanti accoppiati e dell'arioso
slontanante paesaggio che sovrasta la costipata folla dei personaggi.
Quello dei
cavalli imbizzarriti appare inoltre un tipico vezzo compositivo del nostro
Antonio anche nell'affresco del Centurione
ai piedi di Cristo, nel coro del Duomo di Cremona (del 1582), dove
ricompaiono pure precisi frammenti figurativi come quello del moretto in secondo
piano vestito di un'identica tunichetta chiara a strisce e della profilata
fisionomia del protagonista; oltre alla riposata composizione generale.
Per altro
la Perotti, unica a credere nella primitiva attribuzione del Balestra ad
Antonio, aveva già avvicinato cronologicamente l'opera bussetana a quella
cremonese, senza però, a mio avviso, cogliere esattamente nel segno.
Proprio
attorno alla datazione si deve maggiormente discutere, ed un'attenta lettura
stilistica del dipinto servirà alquanto a indirizzarci giustamente. Appare
evidente a prima vista la sua poco caratteristica pennellata, fluida e pastosa,
che da sola fa annullare la possibilità che si tratti di un'opera matura e
tantomeno tarda. Infatti nei piccoli affreschi del 1558 nella volticella della
cappella di S. Giovanni Battista in S. Sigismondo a Cremona, il modellato delle
figure già appare inciso ed impeccabilmente manieristico; per non dire poi della
decorazione delle lesene nella medesima chiesa cremonese (1564-67), oppure del
ciclo di S. Paolo a Milano ormai tipicissimi nel superplastico canone
figurativo.
Mi pare
dunque ovvio il rimanere cronologicamente nel poco noto periodo giovanile
dell'artista, compreso fra la sua prima opera conosciuta, la
Sacra Famiglia con S. Girolamo ed il
committente in S. Ilario a Cremona, del 1546; e
l'Annunciazione in S. Agostino a Cremona, a mio vedere databile
prima del 1558.
Infatti,
soltanto al primo momento del pittore potrebbe stilisticamente appartenere
l'affresco bussetano, quando cioè egli si inizia all'arte sulle orme del
fratello maggiore Giulio, alla cui preponderante influenza allea una grande
ammirazione per il Parmigianino. Lo si osserva pienamente nella citata pala del
1546 in S. Ilario a Cremona, nella quale l'impianto generale e specialmente la
figura del S. Girolamo di schiena genuflesso appaiono specificatamente
esemplificati sui moduli di quella con la
Madonna e il Bambino e due Santi del Mazzola, oggi conosciuta attraverso una
copia conservata presso la Galleria Nazionale di Parma.
Sorvolando
sulla non molto probante proposta del Bora di riconoscere ad Antonio le
storiette bibliche nella volta della chiesetta di S. Margherita a Cremona,
decorata nel 1547 dal fratello Giulio; si veda come l'artista arrivi, tramite
vistosi suggerimenti da Camillo Boccaccino, a rasentare il plagio stilistico
verso Pamigianino nelle due incisioni con la
Sacra Famiglia ed il Giudizio
di Salomone, rispettivamente eseguite nel 1550 e nel 1553, entrambe
significativamente esprimenti le prime fondamentali scelte culturali del
pittore.
Tale
referenza con Io stile parmense molto bene si evidenzia anche nel nostro
affresco, che è anzi influenzato da quella particolarissima contingenza
stilistica che il medesimo Giulio visse fra il 1543 ed il '46 nella vicina
Soragna. Ed in quanta misura Antonio prima del 1558 osservasse attentamente le
mosse del fratello, lo comprovano debitamente le tele della
Madonna col Bambino e i Santi Cosma e Damiano in S. Barbara a
Mantova e della Annunciazione citata
in S. Agostino a Cremona; la prima addirittura ricopiata dalla pala di Giulio in
S. Abbondio a Cremona e la seconda espressamente imitante le preclare
caratteristiche disegnative del fratello, ed entrambe cosi differenti
dall'Antonio delle storiette nel soffitto della cappella del Battista e delle
due storie bibliche nella volta della navata maggiore di S. Sigismondo a Cremona
(1557-58), dove il nostro dimostra chiaramente di aver ormai superato
l'«impasse» creativa giovanile, marcata dalla diretta influenza di Giulio, in
virtù di una personale quanto originale maniera.
Dicevamo
dunque riguardo al dipinto bussetano, che Antonio vi rinnova la struttura di una
composizione risalente a Pordenone (agli affreschi del friulano nella navata del
Duomo di Cremona) con raffinato gusto parmigianinesco fluente ed araldico, nei
modi di Giulio, specie nella figura dell'aguzzino al centro della scena. Questo
particolare pacificamente rivela la proficua conoscenza che Antonio ebbe di
quella originale impresa che vide misurarsi, poco più di un decennio prima, il
manierismo di origine mantovana del fratello Giulio con quello schiettamente
emiliano, parmigianinesco, di Nicolò dell'Abate, fra le mura della vicinissima
Rocca di Soragna.
Appunto
dalla «Sala d'Ercole», creata dalla collaborazione fra i due, il nostro artista
rivede in speculare la positura dell'Ercole col
leone nemeo (oggi conservato allo stato frammentarlo), opera del
pennello del Dell'Abate, nella succitata figura dell'aguzzino bussetano. Antonio
infatti, già benissimo predisposto ad una apertura stilistica emiliana, rimane
grandemente impressionato dagli slontananti paesaggi alla fiamminga che Nicolò
dipinse alle spalle degli statuari gruppi di figure di Giulio; lo comprova a
Busseto lo scorcio montagnoso sconfinato nell'angolo superiore dell'affresco,
tanto sottilmente pertinente agli scintillanti e fantastici prototipi del
Dell'Abate, egualmente trasognati e resi trasparenti per mezzo di freschi tocchi
di biacca, frutto di una personalissima concezione creativa.
Un'influenza in questo senso per altro rivela il medesimo Giulio in un disegno
del «Taccuino» conservato presso l'Ecole de Beaux-Arts di Parigi. Antonio
inoltre si rifà ancora agli affreschi soragnesi specie nelle pippesche teste di
astanti in secondo piano a sinistra, sempre viste dagli Ercoli di Soragna, che
il fratello ricopiò da incisioni tratte da Giulio Romano.
Dalla
estrema complessità e discordanza culturale che si estrae dall'opera bussetana,
bene si comprenderà perché questa debba essere considerata come una vera e
propria tappa fondamentale nell'evolversi stilistico del giovane Antonio Campi;
cioè come frutto dell'interessante maturare del pittore alla ricerca di una
personale ed originale visione stilistica.
*
Nel
medesimo torno di anni, 1557 circa, Antonio era di nuovo attivo presso un
Pallavicino, Adalberto, pare per progettargli, ed adornargli la villa e la
cappella che questi, cugino di Girolamo signore di Busseto, desiderò erigere già
dal 1550 a Torre Pallavicina in provincia di Cremona. Antonio vi lavorò insieme
al fratello Giulio, col quale si troverà poi accomunato anche in S. Paolo a
Milano e nel ciclo di otto tele per il Palazzo Comunale di Brescia, subentrando
poi alla morte di Giulio ad operare nella Cappella della Madonna in S. Maria di
Campagna a Piacenza.
Dicevamo,
selezionando il gruppo giovanile di opere in cui significativamente rientra
l'affresco bussetano, che Antonio si rifà alla schietta imitazione del fratello
maggiore che lo crebbe all'arte nella sua bottega. Da tale stretta comunione di
modi stilistici, mai prima trova sufficientemente studiata, si può ancora
cogliere il momento cruciale in cui Antonio, collaborando alle imprese
decorative del fratello, si dimostra ormai in possesso di una forte ed autonoma
personalità pittorica, e cioè nel ciclo di affreschi in S. Sigismondo a Cremona;
contingenza questa non ancora oggettivamente chiarita, di cui ci pare quindi
cosa utile ragionare ora, eludendo brevemente l'argomento prefissoci.
A tale
problema non ha portato eccessiva chiarezza la recente monografia dedicata al
tempio cremonese dalla Ferrari; la studiosa anzi ha alquanto intorpidito le
acque. Appare anche per noi lampante, in parallelo alle indicazioni del Bora,
che la mano di Antonio affiori nelle due
Storie bibliche a capo della
Pentecoste dipinta nella volta della prima campata entrando da Giulio (con
Antonio?) che appose sull'arco la firma e la data 1557; seppure dal canto mio vi
vedo quasi esclusivo l'intervento di Antonio (che ne fornì anche i disegni) al
quale assegnerei le opere in «toto». Così come è oramai stabilmente appurato che
al medesimo Antonio appartenga la pittura e la stuccatura del soffittino della
cappella di S. Giovanni Battista, per i quali lavori Giulio ricevette il saldo
nel 1558.
Ciò che
invece per me rimane strano, nonostante si sappia che Antonio incassò
personalmente dal 1560 al '62 alcuni acconti per la «opera grande», cioè per la
grande volta in oggetto, è che non gli si riconosca l'evidentissima paternità
stilistica dei due Profeti che, assieme alle grottesche delle vele, completano
la decorazione della campata; attribuita invece totalmente a Citino. Tale
pittura fu visibilmente approntata in due tempi distinti, come quella della
campata mediana, affrescata al centro dal Sojaro e ai lati da Bernardino Campi,
nonché quella della terza campata, attuata da Domenico De Siccis e da Giulio
Campi.
La
monumentale costruzione fisica dei due succitati
Profeti, la composizione larga e pensata, la calma ritmica dei moti
ed i colori delicatissimi, stesi tonalmente in modo solare, quasi chiariste:
insieme ad evidenza conducono al fare di Antonio, quale appare nelle grandi
figure del fregio nella sala delle grottesche nel palazzo di Torre Pallavicina,
assolutamente identiche.
In S.
Sigismondo. anche nelle grottesche e nei monocromati delle quattro vele a lato
dei Profeti e negli otto monocromati
attorno alle finestre tonde è pienamente rilevabile la mano di Antonio (fors'anche
presente nell'Annunciazione del
retrofacciata, pagata a Giulio nel 1563 e nel '64): alcune scorciate figure di
fauni a chiaroscuro tornano infatti molto simili in S. Pietro a Po, mentre altre
spiritose teste nel groviglio delle grottesche appaiono perfettamente eguali a
quelle dipinte fra il 1564 ed il '67 da Antonio nei sottostanti capitelli dei
pilastri della navata maggiore. Non va comunque scartata l'ipotesi di un
circoscritto intervento di Giulio, per esempio nelle quattro figure monocromato
alloggiate nei triangoli fra le vele e gli archi che scandiscono la struttura
architettonica, ed anche nel fregio continuo di putti sottostante. Del tutto sue
(di Giulio) appaiono invece le quattro velette a grottesche e gli altrettanti
monocromati triangolari che inscrivono i due profeti di Domenico De Siccis nella
terza campata verso il presbiterio, per le quali ebbe appunto degli acconti nel
1561; vi ritroviamo la tipica ed inconfondibile maniera nel disegno guizzante e
nel più insistito chiaroscuro.
Antonio
riesce poi ad evere commissioni dalla fabbriceria a suo nome nel 1564, quando
gli si affida la dipintura delle lesene nella navata principale, che intraprese
con il contenutissimo ausilio del fratello Giulio.
L'intricata
vicenda delle mani pittoriche che operarono in quei frangenti, si risolve con
una attenta lettura stilistica dei vari particolari decorativi.
*
A Busseto,
nella medesima chiesa francescana, si conserva un'altra bella opera di Antonio
Campi, alquanto più tarda: si tratta della
Madonna col Bambino, S. Giuseppe, S. Giovannino, S. Antonio da Padova ed
mi'altro Santo.
Erroneamente assegnata dalle fonti locali a Vincenzo Campi, la paletta venne
giustamente ;iscritta ad Antonio dalla Perotti.
Torna
egualmente utile riportare il brano del manoscritto settecentesco del Balestra
che commossamente la ricorda: «(l'autore)
specialmente nella Beata Vergine ha preso ad imitare il Divino Raffaello, e più
vi ha giunto la vera grazia del Parmigianino; poiché è un incanto in vedere
conte la Beata Vergine graziosamente si more, e soavemente si compiace, che il
suo Bambino Gesù accarezzi il detto Santo».
Sin dalla
seconda metà del Settecento, l'opera figurava a guisa di pala sull'altare della
cappella dedicata al S.S. Sacramento a sinistra dell'altare maggiore, lì rimase
a tutto il 1913, dove la citava il Pelicelli, finendo poi nella cappelletta al
primo piano nell'interno dello stesso convento francescano, dove la Perotti la
segnalava già nel 1932.
Il recente
intervento di restauro, operato dall'ottimo restauratore Giuseppe Cirillo, che
ha lavorato nel laboratorio parmense di Renato Pasqui sotto la direzione della
Soprintendente dottoressa Ghidiglia Ouintavalle, ha praticamente riscoperto un
altro quadro, riportando la persona del Santo inginocchiato da Francesco ad
Antonio da Padova col ritrovarne il giglio sui gradini del trono: ci si è
accorti anche dell'aggiunta in alto di qualche centimetro di tela che si ebbe
forse per adattare l'opera ad una scorniciatura preesistente. Tale mascheramento
avvenne certamente quando la cappella che la ospitava fu baroccamente decorata
con ricchi stucchi (ora distrutti), infatti il Balestra così la descriveva: «il
colorito è sì quieto e sodo...: cosa che pur raro si vede velli moderni, anche
eccellenti Pittori, che nelli saggi suggelli danno in sì sfacciate ed improprie
vaghezza di colorito, ed in sfarzosi panneggiamenti». Tale situazione
cromatica in effetti ha ben poco a che vedere con la attuale realtà del dipinto
ripulito dai rifacimenti apocrifi: tutta la antica superficie risultava
pressoché ripassata, donde la necessità di una puntigliosa rilettura critica.
Dalle
ridipinture si salvarono soltanto le epidermidi delle figure e la veste rosso
lacca della Vergine, che fu solamente rivelata. La tenda alle spalle del gruppo
divino da verde rubino divenne di una tinta nerastra atona, che fece scomparire
pure le lumeggiature delle pieghe profilate sul ciclo retrostante; la grigia
nuvolaglia a sinistra, l'accenno di paesaggio, tutto il pavimento di mattonelle
in prospettiva, rosse e grigie, e i due gradini gialli che fanno da piedistallo
al gruppo principale diventarono di un uniforme colore grigio-verdino, che nello
stesso tempo ricoprì anche l'incomodo giglio di S. Antonio nonché la squisita
lavorazione del pavimento. In aggiunta, la vesticciola verde oliva del piccolo
S. Giovannino, consideralo scandaloso per la sua nudità, fu ricoperta ed
allungata da un altro panneggiamento rossastro; venne egualmente castigato il
piccolo Gesù Bambino, rivestito da uno svolazzante velo. Le tonache dei due
Santi invece, di un tenue tono bigio perla, furono, anziché ridipinte a corpo,
velate da uno spesso bruno bituminoso, atto ad ottenere le tinte marroni dei
saii francescani.
Pure la
morbida sopraveste della Vergine venne alterata dal delicato azzurro biaccato
originale in un pesante, e completamente diverso, blù scuro; mentre il plastico
velo che le ricopre il capo passò da grigio ferro ad un anonimo verdino.
Addirittura l'ansa del sedile fu rinnovata, come la veste del S. Giuseppe
dormiente, ricalcati con cura ossessiva.
Si trattò
dunque di un vero e proprio intento rinnovatoro, non avendo la tela alcuna
mancanza nel colore originale, perfettamente conservato, che presupponesse tale
mascheratura.
Dal recente
restauro è quindi uscito uno splendido capolavoro del periodo maturo di Antonio,
incredibilmente raffinato nella sinfonia cromatica dei vari, sempre differenti,
erigi, gareggianti coi cinerini incarnati delle figure in uno squisito risultato
tonale.
Vi appaiono
numerosi ed evidenti agganci stilistici con molta parte della produzione
dell'artista posteriore alla Pietà del 1566 per il Duomo di Cremona, che è stata
giustamente indicata dal Longhi come la tappa principale del rinnovarsi del
pittore cremonese, il quale, superando la fase di pippismo e pordenonismo
giovanile, assorbito dal fratello Giulio, arriva a recuperare gli esempi
stilistici del primo Cinquecento bresciano del Moretto e del Savoldo, ponendo
pure una precisa attenzione ai veneti della provincia e al Lotto, per giungere
ad un personale recupero dell'atavico naturalismo lombardo; col risultato di una
stilizzazione pre seicentesca in senso luministico, seppure accademica, capace
di interessare poi il grande Caravaggio.
Il taglio
del quadro bussetano, che seziona a mezzo le figure laterali, appare già nella
citata Pietà del Duomo di Cremona,
come pure gli splendidi grigi ghiacciati dei saii, mentre il plastico gesto
avvolgente della Vergine torna identico nella Salomè della
Decollazione del Battista in S.
Sigismondo e nella Visitazione del
Museo Civico di Cremona, entrambe del 1567. Gli abbronzati bambinetti riappaiono
poi assai simili nella pala della Madonna della colomba in S. Pietro a Pò sempre a Cremona, del
medesimo anno, e nella più tarda pala dell'altare maggiore della medesima
chiesa. del 1575, dove il protendersi del Gesù Bambino è anzi speculare al
nostro.
Ma anche
con l'Adorazioiie dei Magi, del 1579,
in S. Maurizio e con l'Adorazione dei
pastori, del 1580, in S. Paolo a Milano, le assonanze appaiono molte; nel
primo dipinto l'affettuoso destreggiarsi della Madonna col Bimbo, dal capo
identicamente velato, nel secondo la figura di schiena del S. Antonio ed il
bellissimo scorcio dell'altro Santo bussetano a mani giunte tornano identici,
specularmente, nelle sembianza dei pastori milanesi. Il nostro curioso piccolo
S. Giovannino ricompare invece, seppur diversamente concepito, nelle Nutrine
secondarie del puttino che si leva a guardare nell'affresco della
Cena in casa del Fariseo in S.
Sigismondo a Cremona (1577) e nella tela con la
Visita a S. Caterina in carcere in S. Angelo a Milano (1583).
La tenera
fisionomia leonardesca della Vergine bussetana, è poi molto simile a quella
della citata Adorazione dei pastori
del 1580 in S. Paolo a Milano ed anche a quella della
Circoncisione del 1586, ora a Napoli
in S. Francesco di Paola proveniente però da Milano. Con quest'ultima opera le
somiglianze stilistiche si rivelano palmari, si ritrovano profusamente le tenere
penombre ambientali, abitate a Busseto dall'appartato S. Giuseppe dormiente, ed
i lineari vezzi manicristici di tale figura; lo splendido scorcio naturalistico
del nostro appassionato S. Antonio, trasformato nella appariscente donna che
offre le colombe; l'impostazione scenica dei gradini, nonché la composizione
triangolare e soprattutto lo stagliarsi delle ombre portate secondo le più
esatte teorie da manuale.
Per tali e
tante ragioni sarei propenso a datare l'opera bussetana fra il 1580 e l' '86,
cioè fra l'Adorazione dei Pastori in
S. Paolo a Milano e la Circoncisione
di Napoli; opere come abbiamo visto che più combaciano con la complessa
impaginazione della nostra tela. Una datazione cronologica avanzata viene
confermata pure dal particolare dello straordinario volto scordato del S.
Antonio così verista da presupporre in Antonio un cedimento verso il più spinto
e moderno naturalismo del fratello Vincenzo.
La tela
bussetana va dunque valutata come un interessantissimo capo d'opera
dell'artista, il quale, nonostante le notevoli premonizione luministiche
precaravaggesche, rimase per sempre tipico e personale continuatore di quel
risentito aspetto formale inflessibilmente plastico, manierista, «romanista» a
dirla col Longhi, che è all'origine della sua formazione. E' un edonismo che si
concretizza in superficie con altrettanta spietata lucidità materica,
evidentemente ottica e freddamente tecnica.
*
Prima di
chiudere su Antonio mi si consentano alcune brevi note in aggiunta alla recente
storiografia sul nostro artista. Necessaria appare una confutazione al Bora che
assegna a Giulio Campi la dipintura della parete mediana nella chiesa di S.
Vittore a Meda. Giulio, secondo il parere dello studioso, vi avrebbe lavorato su
progetti di Antonio; ma per me rimane invece lampante che il medesimo Antonio fu
autore per intero della decorazione, comprendente due
Angeli scostapanneggio, le
Tre Marie e la
Deposizione, quattro lesene dipinte a girari d'acanto ed un fregio
superiore con Giochi di putti.
La mano di
Antonio si deduce con chiarezza sia nella pausata composizione generale, sia
nelle tipiche opulente figure, dipinte con raffinati topi «chiaristi»; e
soprattutto nell'ambientazione archilettonica delle due scene principali,
finemente rischiarate da luci altrettanto tipiche riflesse dal basso, proprio
come si ritrovano anche nella Cena in casa del Fariseo, del 1577, in S. Sigismondo a Cremona;
mentre gli intrecciati fregi decorativi delle cornici appaiono identici negli
affreschi di S. Paolo a Milano. La probante relazione con l'affresco di S.
Sigismondo, porta gli affreschi di Meda presumibilmente nella prima metà degli
anni Settanta.
Rimanendo
al catalogo del Bora, faccio inoltre notare che il disegno n. 31 della
Biblioteca Ambrosiana di Milano non appartiene a Giulio ma ancora ad Antonio, è
anzi preparatorio per l'affresco nel coro del Duomo di Cremona con
Cristo e il Centurione.
Ancora alla
grafica di Antonio va riconosciuto il bellissimo foglio di Collezione Privata
bergamasca portante sui due lati una Testa femminile con studi di un'armatura ed un Santo guerriero.
Quest’ultimo è infatti lo studio squadrettato per la figura di San Vittore nella
pala dell'altare maggiore di S. Pietro a Po a Cremona. sempre di Antonio anche
la Figura panneggiata scorciata di
Collezione hergamasca studio per una finta statua del loggiato dipinto nella
volta di S. Paolo a Milano, ultima opera dell'artista eseguita in collaborazione
col fratello Vincenzo.
*
Molto
gioverà aggiungere alla rarissima produzione pittorica di Vincenzo Campi
(1530-35 c.-1591), («le opere che si
trovano di esso Artefice, non sono in gran numero, massime le esposte ne' luoghi
pubblici») una serie inedita di dipinti locati nelle adiacenza di Busseto,
che per altro di per sé conserva due interessantissimi capolavori dell'artista.
La più
antica di queste tele appartiene alla chiesa parrocchiale di Vidalenzo e
raffigura Cristo deposto e due angeli.
Si tratta della replica esatta (anche nelle dimensioni) dell'omonimo dipinto
conservato nella parrocchiale di Bordolano (Cremona), proveniente dalla chiesa
di S. Mattia a Cremona (firmato in basso a destra).
La
descrizione che dell'opera cremonese fornisce il Panni vale dunque perfettamente
anche per la nostra: «(il) morto Salvatore
d’una morbidezza particolare, dal di cui volto, benché esanime, spira la
tenerezza, e l'amore. Egli è sostenuto sotto le braccia da due Angioli assai
belli, ne' quali si legge la tristezza per la morte del lor Signore. Sta nel
mezzo un poco all'indietro la Vergine Addolorata, con le Marie da una parte, e
Giuseppe da Arimatca dall'altra. Figure tutte ben situate, e di fina bella
degradazione di colorito, onde mostrasi in quest'Opera una singolare
intelligenza dell'eccellente Autore Vincenzo Campi».
L'alta
qualità del quadro di Vidalenzo non lascia nessun margine di dubbio circa
l'autografia, ma per fugare qualsivoglia dubbio sulla possibilità che si tratti
di una copia, faccio notare alcune palmari differenze che distanziano le due
tele. A parte minime diseguaglianze che si trovano in molti particolari, la tela
di Vidalenzo possiede, allineate a diretto contatto col bordo superiore, due
teste di astanti non presenti in quella di Bordolano: se ne intravedono infatti
gli esotici copricapi direttamente sopra i volti dei due angeli protagonisti:
così pure l'ala destra dell'angelo a sinistra, a Vidalenzo copre quasi
interamente il viso retrostante. I vari ciottoli del terreno ed i tre fiori di
cardo presenti a Bordolano non compaiono invece a Vidalenzo, ma forse ciò è
dovuto al grado di «non finito» in cui fu visibilmente lasciata la nostra opera.
Infatti su
tutti e quattro i bordi ci sono alcuni centimetri di tela già imprimita ma non
colorita, così come segni di incompiuto si appurano sui dorsi delle mani del
Cristo, prive delle logiche ferite.
La
ripetizione di una tela a soggetto sacro, non deve certo apparire strana in
Vincenzo, infatti il nostro autore era ben avvezzo ad un simile procedere, come
si osserva nella Famiglia del contadino
del Museo di Belle Arti di Budapest, nella quale la figura del mangiatore di
fagioli risulta esattamente identica in un quadro della serie di
Nature morte con figure conservata nel
Castello di Kirchheim, ed in quello coi
Pescivendoli della Pinacoteca di Brera a Milano.
Tutto il
restante del dipinto di Budapest, la donna ridente col bimbo ed il tavolo con la
natura morta, viene ancora replicato in un altro di Kirchheim: il solo
particolare della donna è nei Mangiatori
di ricotta del Museo di Belle Arti di Lione: mentre la donna con l'infante
in un quadro di Kirchhcim ricompare alla lettera nei
Pescivendoli di Brera. Infine nella medesima serie del Castello di
Kirchheim si ritrovano particolari assolutamente uguali; ed anche negli
affreschi delle due volte in S. Paolo a Milano figurano moltissimi frammenti
identici, Pare quasi che ad un siffatto pigro comportamento volesse alludere il
Lanzi: «nelle figure colorisce forse al
pari dei fratelli, ma inventa e disegna inferiormente».
La duplice
invenzione di Vincenzo a Bordolano e a Vidalenzo. si può agevolmente far
risalire alla arcaica Deposizione
della chiesa di S. Siro e Sepolcro a Cremona; giustamente considerata dallo
Zamboni come l'opera più antica e «romanizzante» del pittore, cioè del 1567-68
circa. Assai simile appare il dinoccolato sciogliersi del corpo del Redentore,
come pure i serpentinati panneggi che riconducono ai modi del fratello maggiore
Giulio.
Ma assai
più stretto diventa il confronto della figura in oggetto con quella della
Deposizione affrescata a Meda, creduta
di Giulio ma dianzi restituita ad Antonio Campi. Ne è la replica esatta, in
speculare, se si eccettua il volto differentemente reclinato ed il braccio
destro diversamente atteggiato. Orbene, se si considera che fra il
Cristo di Meda e quello di Bordolano e
Vidalenzo si intercala un disegno della Biblioteca Ambrosiana di Milano, non già
corrispondente al dipinto di Meda ma ai nostri due proprio per il verso della
positura e per la luce radente che lo illumina; insorgerà urgente il problema
degli inediti rapporti figurativi fra i fratelli Antonio e Vincenzo.
A mio
avviso infatti è possibile che il citato foglio dell'Ambrosiana sia una
esercitazione di Vincenzo sull'invenzione di Meda, appunto riprodotta in
speculare col proficuo scopo di riutilizzarla diversificata nelle opere di
Bordolano e Vidalenzo.
In effetti
quanto furono stretti i rapporti di lavoro fra Antonio e Vincenzo vedremo nel
dipinto che qui di seguito presentiamo; ma già sufficientemente si notano
nell'opera di Vidalenzo, dove i riferimenti alla maniera di Antonio appaiono
sottilmente precisi nelle lucide e turgide fisionomie dell'angelo a sinistra e
della Madonna in deliquio, in modo molto più marcato che nel gemello di
Bordolano. Venendo infine alla datazione che si è soliti assegnare al quadro di
Bordolano, e dunque di riflesso a quello di Vidalenzo, stabilita
convincentemente attorno al 1573, si conviene che bene corrisponde al periodo
stilistico di Antonio negli affreschi di Meda, a mio vedere, da porsi nella
prima metà del settimo decennio del secolo, cioè abbastanza prima della
Cena in casa del Feriseo in S.
Sigismondo a Cremona, che è del 1577, alla quale in bel modo preludono.
Venendo al
significato stilistico del dipinto di Vidalenzo, per altro assai simile al
gemello di Bordolano nella quasi monocromata impaginazione coloristica appena
rotta con manieristico gusto dai gialli, i verde marcio, i violetti laccati, il
blu e il rosso delle vesti; converrà adeguarvi ciò che già è stato espresso
criticamente dal Puerari per il compagno. Lo studioso poneva appunto l'opera
dopo le due Deposizioni in S. Siro e
Sepolcro e in S. Facio (1569) a Cremona, proprio per la progressiva maturazione
che vi avviene del primitivo «romanismo» pordenoniano, diluito con le
realistiche espressioni del Moretto; che a Bordolano, e a Vidalenzo, si affinano
ai modi del bresciano nella Pietà del
Metropolitan Museum di New York. Cioè cronologicamente prima della
Madonna con S. Anna e S. Orsola in S. Maria Maddalena a Cremona,
datata 1577, utilizzata dallo studioso come il termine stilistico più puntuale
per stabilire l'evoluzione naturalistica del pittore a conclusione del periodo
giovanile manielista. Fra le opere di tale primitivo momento le nostre due tele
in qualche modo si distinguono per gli importanti anticipi che rivelano; si
allude al veristico lume radente che percuote forme già sfaldate dall'ombra
pre-seicentesca, proprio come anticipatamente si leggeva nella maniera del
bresciano Moretto al quale appunto Vincenzo attinge, assieme ai moduli di luce
tipici del fratello Antonio.
*
Si
accennava sopra alla stretta collaborazione intercorsa fra Antonio e Vincenzo
Campi; ed a concreta riprova ecco l'inedita tela rappresentante l'ultima
Cena, conservata nella chiesa parrocchiale di Fontanella al Piano (Bergamo),
firmata sullo sgabello in basso a destra: «Antonius
et Vincentius patre Campus Cremonensis fecerunt». E' questo forse un
argomento un poco estraneo da quello prefissoci, ma si tratta di una troppo
ghiotta primizia per tenerla nascosta.
Volendo
rifare il percorso della storia comune dei due artisti. bisogna risalire ai
primordi del nostro pittore: «fu Vincenzo
in sua gioventù instancabile adjutore nell'opere grandi de' suoi due fratelli»;
ed anche: «si vuole che poche opere di
storie facesse da sé, aiutando d'ordinario il fratello Antonio, onde soddisfar
potesse alle molte commissioni». Andare cioè ai suoi primi lavori di
semplice doratore nel cantiere pittorico di S. Sigismondo a Cremona, dove nel
1564 fece la «mettidura d'oro»
probabilmente al seguito della attività svoltavi da Giulio ed Antonio. Per
valutare quanto fu stretto e completo il suo tirocinio presso i due fratelli
maggiori, sappiamo che nel medesimo anno Vincenzo viene citato negli «Annali»
del Duomo di Milano come idoneo a concorrere per la commissione delle ante
d'organo alla pari di Antonio e di Bernardino Campi; da qui anche la
supposizione che il nostro potesse partecipare come aiuto al primo lotto di
lavori che Giulio e Antonio stavano esplicando in quell'anno nella chiesa di S.
Paolo, sempre a Milano.
Appunto
come aiutante, Vincenzo verso il 1568 partecipava poi con Bernardino Campi alla
dipintura di una Crocefissione (oggi
dispersa) per l'oratorio della rocca di Soncino; trovandosi indi interpellato
nel 1572 dal fratello Antonio per concludere la commissione decorativi lasciata
a mezzo dalla morte di Giulio nella cappella della Madonna in S. Maria di
Campagna a Piacenza: «a perficere a comune
perdita et guadagno». Non è purtroppo possibile per altro sapere se
effettivamente Vincenzo vi pose mano essendo andato distrutto il tutto.
Appena dopo
si colloca la stringente relazione iconografica dianzi fatta fra gli affreschi
di Meda di Antonio e le pale di Bordolano e Vidalenzo di Vincenzo. Infine
arriviamo agli affreschi nelle volte di S. Paolo a Milano, ai quali
presumibilmente Antonio attese fino alla morte (1587) soprattutto lavorando alla
iperbolica prospettiva architettonica; anche se poi l’anno seguente Vincenzo
firmò da solo il ciclo, omettendo il nome del fratello defunto che pure
visibilmente attuò anche parte degli elementi figurativi.
Nel bel
mezzo di tale sequenza collaborativa si pone in modo estremamente concreto la
pala con l'Ultima cena di Fontanella,
utilissimi, pur nella sua unicità, a sciogliere qualsiasi incertezza o
indecisione in proposito.
Che il
dipinto debba appartenere ancora al tempo della prima maturità di Vincenzo
appare l'ipotesi più plausibile: risulta stilisticatnente evidente che al
fratello minore spetta molto dell'effettiva realizzazione della tela, ma
l'imprenditore Antonio la firma, e ben s'intende in priorità; questi elementi mi
paiono sufficienti a chiarire lo stato di soggezione a cui ancora Vincenzo era
sottomesso.
Comunque
risulta assai difficile distinguere perfettamente e categoricamente le due mani,
proprio come nelle due succitate volte di S. Paolo a Milano, essendo ben logico
che le varie influenze reciproche avessero qui un'inestinguibile occasione di
comunione nei due differenti sviluppi stilistici. Appartiene forse ad Antonio la
ieratica, simmetricissima, composizione generale, assai consonante con la
centralità della sua Deposizione del
Duomo di Cremona; così pure può essere suo l'ardito scorcio prospettico
dell'architettura di reminiscenza pordenoniana (tratta dalla
Disputa di S. Caterina del friulano in
S. Maria di Campagna a Piacenza), usato anche nella
Cena in casa del Fariseo in S. Sigismondo e nel
Centurione ai piedi di Cristo nel
Duomo di Cremona (esemplificato sulla
Adorazione dei Magi del Pordenone sempre in S. Maria di Campagna a Piacenza)
ed in altre cose.
Ancora ad
Antonio potrebbe risalire la realizzazione delle due grandi figure in primo
piano, così simili, nei loro secchi panneggi a pieghe condonate, ad esempio,
alla più tarda paletta di Busseto, dove per altro ritroviamo anche le famose
«ombre portate» che qui a Fontanella tagliano chiaroscuralmente in due la
tovaglia; neppure anche a Vincenzo non siano estranei i rustici particolari di
modellazione delle vesti, come si rileva nella figura di S. Francesco della
Deposizione nel Museo Civico di
Cremona.
L'accordato
impianto coloristico parrebbe pure appartenere ad Antonio, selezionato com'è su
di un generale tono cinerino, la cui coerente povertà cromatica è appena rotta
da qualche panneggio violetto, giallo cromo, verde marcio.
Ciò che
invece appare indelebilmerue caratteristica di Vincenzo è la qualità della
materia pittorica dell'intero, allineatissimo, gruppo mediano, così
inconfondibilmente personale nella modellazione sensibile e pulsante di vita: la
resa naturalistica si rivela antitetica alle lisce superfici accademiche di
Antonio, il quale in questa impensabile tela di Fontanella appare completamente
frastornato dalla eccezionale modernità stilistica del più giovane fratello.
Infatti, il
sempre più personale Vincenzo, pur lavorando su di un lontano archetipo
compositivo come quello del famoso
Cenacolo leonardesco, sa trovare sublimi accenti di un vibrante lirismo in
virtù di quella luce che allo stesso tempo rende sia la tangibile realtà
materica delle cose, che la poetica trasfigurante sublimazione del sacro evento.
Rimane indimenticabile il tenero gesto del giovane S. Giovanni e la fervida
mestizia del Cristo, che sonda tremulo lo spazio con la scorciata bellissima
mano sinistra. Altrettanto interessante è il naturalissimo gesto d'attenzione
dell'apostolo in primo piano a destra, Giuda; assai vicino a veristici
particolari del bresciano Moretto e del bergamasco Moroni.
Che dire
allora del moto subitaneo dell'apostolo di schiena che si alza dalla seggiola?
Nella sua modernità talmente prelude alle future realizzazioni del Caravaggio e
dei caravaggeschi da costituire, assieme al busto del Cristo, un importantissimo
anticipo visivo a brani del Merisi come quelli della
Cena di Emmaus della National Gallery
di Londra, in cui riappare pure il tappeto lavorato sotto la tovaglia; o
dell'analogo soggetto della Pinacoteca di Brera a Milano. Questo straordinario
particolare inventivo campesco di Fontanella torna per altro nel giovane
personaggio che si trova al centro della caravaggesca
Vocazione di S. Matteo romana, come anche nella
Natività e Santi della chiesa di S.
Lorenzo a Palermo; e in tanti quadri di
Giocatori, Risse, ecc. dei
seguaci, che qui sarebbe troppo lungo elencare. In verità nessuno potrebbe
escludere che il medesimo Caravaggio giovanetto avesse avuto modo di ben
studiare l'eccezionale tela di Fontanella, tanto vicina al borgo nativo.
Ritornando
sulla imprescindibile necessità di considerare preponderante la partecipazione
di Vincenzo nel dipinto di Fontanella, ed anche per proporre una ipotetica
datazione, credo basti il confronto stilistico con la quasi contemporanea
Deposizione del Museo Civico di
Cremona e con il Cristo inchiodato alla
croce del Museo del Prado di Madrid, entrambe del 1577; e specialmente con
la Madonna, S. Anna e S. Orsola dello
stesso anno, conservata in S. Maria Maddalena a Cremona. In quest'ultima opera
sono, con quella di Fontanella, perfettamente intercambiabili sia gli
atteggiamenti mimici delle figure, che la particolarissima, quasi affettuosa,
qualità veristica degli incarnati.
Una
siffatta collocazione cronologica della nostra tela mi pare la più attendibile,
proprio per potere ancora considerare appaiate le già ormai diversissime
personalità di Antonio e Vincenzo (qui concretamente ritrovatisi dopo i di poco
precedenti scambi fra gli affreschi di Meda e le pale di Bordolano e Vidalenza).
A voler ben
guardare, si rileva che proprio in questi anni Antonio Campi trae dalla linfa di
Vincenzo importanti spunti stilistici; un'influenza appurabile nelle ante del
Trittico della Vergine dipinto nel 1577 per la chiesa di S. Marco a Milano, dove
ancora si conserva. Lo attestano alla perfezione alcuni precisi particolari,
denotati da una pennellata fibrosa e densa, appunto imparata dal quadro a due
mani di Fontanella. Dall'esame delle tele milanesi appaiono fra l'altro molto
chiare ed attendibili le parli di Antonio nell'opera di Fontanella.
ll
capolavoro collaborativo che abbiamo voluto giocoforza teste rappresentare, va
dunque considerato come la vera chiave di volta utile ad interpretare più
profondamente e con maggiore proprietà di elementi il pur diverso percorso
stilistico dei due fratelli, che qui si trova indelebilmente accomunato.
Se si è
cioè giustamente già parlato di un sopravanzamento di Vincenzo, nel secondo
lustro del settimo decennio del secolo, sulle teorizzazioni luministiche di
Antonio, crediamo che d'ora in poi non si potrà fare a meno di passare per
Fontanella per poter soppesare in tutta la sua complessa problematicità il
fervidissimo ricambio culturale che oggettivamente qui misero in pratica i due
fratelli.
*
Altrettanto
interessante va considerata la scoperta di questa inedita
Vergine Assunta con 5. Rocco e donatore, firmata: «Vincentius
Campus Cre,ò.s F.1576»; conservata nella chiesa Cattedrale a Fidenza
proveniente dalla parrocchiale di S. Pietro in Corte (Castelvetro Piacentino).
Recentemente ripristinata da Renato Pasqui presso il laboratorio della
Soprintendenza di Parma, l'opera appare in discreto stato di conservazione se si
esclude una notevole mancanza nella parte inferiore della figura della Vergine.
Si tratta
di una semplice ma bellissima composizione, tipicamente scivolante in primo
piano col ribaltarsi verso l'osservatore della tavola prospertica d'appoggio;
mentre il telaio disegnativo perfettamente triangolare è una tipica struttura
geometrica già sperimentata nella giovanile
Deposizione di S. Siro e Sepolcro a Cremona, che si ripete
sagacemente finache nelle opere della piena maturità. Di una gioiosa esuberanza
è la lunghissima, parrnigianinesca, figura della Vergine, la quale amplifica col
largo aprirsi delle braccia il gesto estatico del perduto S. Francesco
stigmatizzato un tempo in S. Spirito a Mantova, di tre anni precedente. La sua
impostazione teatrale presuppone ed evidenzia per il pittore un profondo legame
con la famosa Madonna Sistina del
grande Raffaello, visibile, in originale, nel coro di S. Sisto a Piacenza; dove,
guarda caso, il nostro Vincenzo proprio verso il 1576 dipingeva le due
soprastanti lunette con i SS. Sisto e Fabiano. Lo scorcio dell'Assunta fidentina
trova anche più lampante matrice nella altrettanto famosa Assunta di Tiziano ai
Frari di Venezia, della quale ripete alla lettera, in speculare, l'ardito
librarsi. La straordinaria invenzione tizianesca viene dal nostro artista
sovrapposta ai canonici moduli protobarocchi di Correggio in S. Giovanni
Evangelista e nel Duomo di Parma, la cui conoscenza Vincenzo estrinsecherà
pienamente più tardi nei mirabili voli prospettici in S. Paolo a Milano, dove
infatti risulta ricopiata alla lettera una figura correggesca di apostolo della
cupola del Duomo. La nostra Assunta, appunto, anticipa moltissimo le soluzioni
dell'analogo soggetto al centro della volta della chiesa posteriore milanese e
pure
molti
precisi particolari, come la tumultuosa nuvolaglia costellata da arcaiche
testine di cherubi, la grande aureola iridata attorno al volto della Vergine e
il tortuoso panneggiamento che la avvolge. Riguardo invece ai ricambi stilistici
col fratello Antonio, si noti quanto ai modi di questi si riferisca la lucida,
tonda, manieristica, fisionomia della stessa Vergine fidentina, così eguale a
quella dell'Addolorata nei quadri di Bordolano-Vidalenzo.
Alquanto
caratteristica appare anche la serpentinata panneggiatura del S. Rocco a
sinistra, affine a quella della
Deposizione del Museo Civico di Cremona. Questi atteggia la mano al petto
con veristico scorcio, indicando la figura del donatore orante, certamente di
nome Rocco, a lui medaglisticamente corrispondente con plumbea entità corporea.
E' quest'ultima figura uno stupendo brano di commossa e patetica realtà
quotidiana, tutta leggibile sul sincero volto dal naso spiovente del giovane
gentiluomo, quasi protetto dall'abnorme risvolto del manto della Vergine che ne
inconchiglia il profilo. Il donatore viene oggi a porsi come il terzo sicuro
esempio dell'arte ritrattistica di Vincenzo, in origine assai cospicua, ma ora
ridotta ai soli Ritratto di Giulio
Boccamellon dell'Accademia Carrara di Bergamo, firmalo e datato 1569, ed
all'attribuito Ritratto di gentiluomo
della Pinacoteca di Cremona; specialmente il primo, assieme al nostro, è in
relazione con la ritrattistica del Morosi. Altrettanto gustoso nella sua sottile
e tenera osservazione realistica rimane il particolare del minuscolo cagnetto
bastardo che con vispa attenzione segue le evoluzioni fra le nuvole delle due
testine serafiche.
La pala
fidentina è precedente cronologicamente di un anno l'Assunta con S. Anna e S. Orsola conservata in S. Maria Maddalena a
Cremona, firmata e datata 1577. Ne anticipa l'elementare composizione
triangolare, la matura qualità materica del colore e soprattutto la complessità
degli apporti culturali figurativi, che a Cremona si evolvono con le schiette
riprese manieristiche dalla pala del Sojaro per il Duomo di Cremona (la Vergine
ginocchioni a mani giunte) lasciata incompleta proprio nel 1576 dalla morte del
maestro; e dalla tavola di S. Stefano del Parmigianino (la S. Orsola
circolarmente modulata che guarda di fronte in primo piano) a quel tempo
visibile nella vicina Casalmagsiore, oggi a Dresda. Pure nelle vesti della
patetica Assunta cremonese si ritrova quel capriccioso particolare dello
svolazzante panneggio che va a controfondare il volto della S. Orsola,
esattamente come quello del donatore a Fidenza; così come si ritrova la
direttrice compositiva dell'asta lignea impugnata dalla medesima Santa al pari
del nostro S. Rocco. Altrettanto identica è la nuova sensibilità coloristica che
Vincenzo sfoggia. A Fidenza è di estrema raffinatezza, impostata principalmente
su di un timoroso tono grigio perla pre vandyckiano (come usava il fratello
Antonio); la luce dorata spiovente dall'alto balugina sulla bellissima veste
violetta della Vergine (vibrata da una fresca pennellata compendiaria quasi da
affresco), subito smorzata dal sempre diverso grigio azzurrato del manto,
soppannato di verde smeraldo; alla succosità di quest'ultimo tono ribatte quello
della casacca rosso rubino del S. Rocco, già piacevolmente accoppiata alla
sottostante veste verde marcio.
Appare
quindi predatato il felice momento stilistico della piena maturità dell'artista,
finora indicato prevalentemente nell'esordio col Cristo che sta per essere
inchiodato alla croce del Museo della Certosa di Pavia, del 1575; già pienamente
affermato nella cremonese Assunta con S.
Anna e S. Orsola del 1577.
*
A tale
straordinario periodo appartiene anche la splendida
S.S. Trinità con le Sante Apollonia e Lucia conservata nell'omonimo
oratorio adiacente la chiesa collegiata di Busseto; firmata sulla pietra al
centro «Vincentius Campus Cremon.s fecit
1579».
Anticamente
l'Arisi già proclamava la notevole importanza dell'opera riportando la notizia,
chissà fino a che punto credibile, che Guido Reni l'avrebbe personalmente molto
ammirata, tenendosela presente quando dipinse la pala della Trinità a Roma; la
quale è in verità assai affine iconograficamente a quella bussetana. Anche il
nostro Balestra esaltò il dipinto come era nel suo siile, rilevando «che
ben si conosce quanto nel Cristo abbia studiato Raffaele e come siasi
compiaciuto imitare il Parmigianino nelle sunominate Sante, poiché le medesime
ne potrebbero essere più graziose, ne meglio mosse».
Nel quadro
ritroviamo l'atmosfera surreale, controriformisticamente senza tempo già
precedentemente colta nel dipinto a due mani di Fontanella e nei due di Fidenza
e di S. Maria Maddalena a Cremona. Da queste due ultime opere la Trinità
bussetana riprende anche la sintetica composizione triangolare, come pure la
ghiacciata gamma cromatica, preziosa di quegli eccezionali toni di grigi sempre
diversi. Questa primaria tonalità smorza, con sferzate di lume temporalesco, le
vivaci cromie dei panni; svigorendo il manto verde del Dio Padre che siede su di
un trasparente arcobaleno, nonché la veste rosa-violetto, la sopraveste verde
oliva ed il manto blu della S. Apollonia, che restano raffinatamente mulini.
Estremamente rigorose sono pure le gamme della S. Lucia dalla veste azzurrina,
il manto giallo. la manica rosso cupo; che per colmo di raffinatezza, viene
impallidito da un trasparente velo.
Assai
probante appare infatti il parallelo fatto dallo Zamboni con evidenti
suggestioni dell'arte veneta; improntato come è il dipinto bussetano ad una
densa quanto preziosa qualità pittorica, suggestivamente esemplificata, con
pretto naturalismo lombardo, su di un Bassano e un Veronese. Per altro una pala
di quest'ultimo era consultabile comodamente nella vicina Parma, nella chiesa di
S. Rocco.
Interessante anche l'essenziale e disadorno basso profilo del terreno,
letteralmente compresso dalla turbinosa massa delle nubi, gonfie di catastrofici
umori. Il sentimento compositivo che informa questo capolavoro bussetano fra
l'altro risulta molto affine a quello della tela di Fontanella. Si noti con
quanto rigore geometrico il volto del nostro Cristo appaia al centro di un
perfetto quadrato, composto agli angoli dalle estremità del Padre, e conte
altrettanto quello del Cristo di Fontanella venga inscritto dalle quattro teste
degli Apostoli. Anche l'indimenticabile posizione frontale del, quasi rapace,
Dio Padre bussetano rientra nei sottili pensieri che improntano il dipinto di
Fontanella: mentre da noi l'intrinseco geometrismo di linee della grande croce
serve ancor più all'artista per modulare architettonicamente il suo spazio
poetico.
Diritte
come colonne doriche, le due monumentali Sante pordenoniane come in una nicchia
occupano il loro rettangolo spaziale; ricordando con le loro tornite membra,
memori del plasticismo di Antonio, assai da vicino la ancor più parmigianinesca
Assunta di Fidenza, della quale impersonano la spinta in verticale: la S. Lucia
sinuosamente avvitata ne riveste le stesse ridondanti panneggiature, mentre la
S. Apollonia strettamente ricorda le finte statue delle Virtù poste nei due
loggiati di San Paolo a Milano.
Ciascuna
chiusa nella propria indistruttibile corazza formale, le due Sante, come epici
personaggi di tragedia classica, col solo moto tutto interiorizzato partecipano
singolarmente all'eterno dramma del divino sacrificio.
La loro
entità corporea viene piegata e sottomessa dall'insopportabile peso cosmico,
dalla presenza sovrumana di Dio Padre, che con simbolica fierissima dolenza,
quasi mista ad una funesta ira, sopporta sulle forti ginocchia il tangibile
prezzo della redenzione umana pagato dal Figlio; la cui figura appare la più
realisticamente fiaccata da una luce naturalistica.
La
concezione poetica del dipinto bussetano attinge sia concettualmente che
iconograficamente ad un archetipo rinascimentale come la
Trinità di Masaccio in S. Maria Novella a Firenze, dalla quale, con
estremo moderno naturalismo, recupera e rivaluta tutta la gamma dei più riposti
valori di universale grandezza.
*
La serie di
capolavori che partono dall'Ultima cena
di Fontanella, ed arrivano uniformemente alla
Trinità bussetana, si compendia nell'Annunciazione conservata nella chiesa omonima di Busseto.
Così il
Balestra ce ne porge la personale ammirazione: «spiacenti non aver io adeguati termini a ben esprimere la Scala Vergine,
come attenta sta ascoltando l'ambasciata del Paraninfo celeste, ed in uno
tutt'assorta ed estatica contemplandone l’alto divin Mistero, che dall'Angiolo
con vera espressiva, e con tinta umiltà e somma grazia le viene spiegato. Opera
veramente degna di essere veduta, e che sola basterebbe a far comprendere la
somma intelligenza, e valore di questo non mai abbastanza commentato pennello».
Essendo il
dipinto firmato sul fondo neutro all'altezza dell'anca dell'angelo: «Vincentius
Campus Cremonensis F.158I», conviene abbandonare i dubbi espressi su tale
segnatura dallo Zamboni. Ha riscoperto tale firma il recente restauro operato da
Renato Pasqui, che ha pure rivelato un'altro interessante particolare finora
passato inosservato. Sul gradino dell'inginocchiatoio sta scritto in eguali
caratteri maiuscoli: «Ignis Ardens Et Non
Comburens», versetto che va riferito al soprastante vasetto contenente degli
arboscelli rioccati da luminose fiammelle (precedentemente scambiati per un
mazzo di gigli); allusione alla purezza della Vergine nell'incombusto roveto
ardente di Mose.
Ad un esame
ravvicinato del dipinto si godono interessantissimi particolari del sistema
tecnico di Vincenzo, innanzitutto la fibrosa e veloce pennellata che impiuma le
veridiche candide ali dell'angelo e rabbrividisce sul verdissimo brano di tenda
raggroppato a lato. Ma soprattutto si scorgono i numerosi ripensamenti a cui la
redazione finale della pittura fu conseguente, in particolar modo nella figura
della Vergine il cui capo era precedentemente aureolato ed il cui manto si
stendeva in basso molto più in primo piano coprendo anche i bordi
dell'inginocchiatoio, prima diversamente conformato a spiovente nella parte
superiore.
Nella tela
bussetana, lo Zamboni accentuava acutamente gli straordinari effetti qualitativi
di una luce fosforescente ed irreale, facendola giustamente coincidere col
contatto delle lucentezze del Romanino e con la lunarità del Savoldo; notandovi
un «effetto alonante» che purtroppo non fu voluto dall'artista, essendo i visi
dei personaggi assottigliati nelle velature delle ombre per colpa di una
sconsiderata e sciagurata pulitura operata da un antico restauratore, che vi
infierì tanto da produrre quello strano odierno gioco di trasparenze.
In quanto a
noi rileveremo ancora una volta il caratteristico modulo triangolare della
tipica, spoglia, composizione, sfruttata da Vincenzo sin dal tempo dell'Assunta
di Fidenza; ma anche il sobrio arco centinaio della quieta architettonica sul
fondo, simile nell'Ultima cena di
Fonianella. Sono ancora turgide e carnose le fisionomie dei due primi attori
(appunto riferibili alle formule manieristiche del mai dimenticato fratello
Antonio) intenti ad un affettuoso quanto misterioso dialogo senza parole,
proprio come nella pala della S. Orsola in S. Maria Maddalena a Cremona di cui i
nostri due garbati personaggi ripetono la mimica; mentre la plastica figura
dell'angelo dalle ali spiegate molto prelude a quelle dei quattro compagni nelle
volte di San Paolo a Milano.
Il gesto
raccolto della Vergine bussetana è anticipato quasi alla lettera dalle forti
mani, altrimenti espressive, della Madonna presente nella
Deposizione cremonese della chiesa del
Foppone, ed anche dagli aerei atteggiamenti dell'Assunta fidentina.
Se non
fosse per la distanza geografica che divide la zona di lavoro del nostro
Vincenzo Cainpi dalla città di Recanati, sarei certissimo che il pittore abbia
visto di persona quella originalissima
Annunciazione licenziata da Lorenzo Lotto, poco più di un cinquantennio
prima, per l'oratorio di S. Maria Sopra Mercanti, ora conservata nella locale
Pinacoteca. L'opera recanatese per quel famoso atteggiarsi frontale della
Vergine, contrapposto al messaggero celeste inginocchiato con in mano un
gigantesco giglio, cui sovrasta un arruffato Dio Padre a tre quarti inscritto
dalla centina dell'atto d'accesso alla stanza, precede in moltissimi particolari
tutta la costruzione formale della tela bussetana.
Una cosa
tuttavia appare certa, Vincenzo dovette sicuramente conoscere e studiare
profondamente le altre opere bergamasche di Lorenzo, ad evidenza lo dimostrano
certi flessibili panneggi dolcemente tortuosi e certe raffinate e lucide
tonalità cromatiche che sono caratteristiche del periodo maturo. Un riscontro
iconografico più preciso è, nel nostro caso, la piccola
Annunciata del polittico di Ponteranica (Bergamo).
Del resto
che ci fosse un'interferenza di Lorenzo Lotto nei fatti culturali campeschi è
già stato ampiamente notificato dal Longhi, quando lo chiamava a deporre in
favore dei colori freddi e smltei, così caratteristici, della tavolozza di
Antonio. Dopo tale instradamento stupisce, sempre per Antonio, che non si sia
maggiormente rilevato nei due stravolti Angioli recanti simboli del martirio
affrescati, presumibilmente fra il 1577 e il 1581, nella lunetta di fondo della
cappella del Battista in S. Sigismondo, precisissimi riferimenti alle arditezze
compositive del Lotto nelle pale bergamasche (ad esempio quella della chiesa di
S. Bernardino in Pignolo); influenze presenti anche nelle molte lunette delle
cappelle laterali nella chiesa anteriore di S. Paolo a Milano.
Tali acute
manifestazioni lottesche in Antonio, appunto, coincidono perfettamente col
periodo della pala di Vincenzo a Busseto, anch'essa datata al 1581. A questo
punto non esiterei a riconsiderare il peso dei vari apporti veneti nella
sfaccettata cultura, sia compositiva che coloristica, di Vincenzo Campi: da
Pordenone al Romanino, da Moretto al Savoldo. da Bassano a Veronese, da Tiziano
al Lotto. Del resto l'artista non faceva altro che riattingere a quello
straordinario filone tizianesco della giovanile esperienza lagunare di Camillo
Beccaccino, manifestata nella medesima Cremona dalla favolosa pala della chiesa
di S. Maria del Cistello, oggi a Praga. Egli, dopo il cambiamento di rotta
manierista, rimane per Cremona un pilastro portante della sua pittura
cinquecentesca. Fra l'altro di Tiziano si sentiva in città l'afflato, dalle
vicine Brescia, Milano, Mantova, Parma, e, addirittura, da Busseto stessa.
Nella tela
bussetana appaiono di grande effetto le calibratissime orchestrazioni
cromatiche: depurati gialletti (la veste dell'angelo), grigio cenere, grigio
azzurrato (il manto e il velo della Madonna), aciduli e stemperati verdini (il
panno del Dio Padre), insieme incastonati, quasi come colori da pittura murale;
e la gioiosa lacca viola della veste della Vergine che è in diretto contrasto
con la verdissima tenda a lato. Di eccelsa qualità sono pure certi virtuosismi
tecnici, come il velo che fa da sottoveste all'angelo annunciante, già
ritrovatili nella di poco precedente
Trinità bussetana. Egualmente tipico risulta l'originale tono bianco
azzurrato del manto verginale, come compare anche in Antonio nella paletta del
convento francescano di Busseto, e nell'Assunta di Fidenza; nonché nella pala di
S. Orsola in S. Maria Maddalena a Cremona.
*
Dopo tali
raggiungimenti di squisitezza stilistica, non fieramente manierista ma
modernamente naturalista, sembra quasi impossibile che Vincenzo ripudi ed
abbandoni così repentinamente il passato per dipingere questa incredibile
Deposizione appartenente alla chiesa
parrocchiale di Diolo. Un quadro senza storia, che si sa soltanto presente a
Diolo dagli inizi del Novecento; opera ancora troppo poco conosciuta per il gran
merito che possiede.
E' ben vero
che accenti di così scabro realismo l'artista già declinò nell'omonimo soggetto
della Pinacoteca cremonese (1577 c.), nel
Cristo che sta per essere crocefisso del Museo della Certosa di
Pavia (1575), nel similare tema del Museo del Prado a Madrid (1577) e nel
S. Matteo e l'angelo in S. Francesco a
Pavia (forse del 1588); mai però si era spinto così innanzi. E' assolutamente
straordinario che prima della grande rivoluzione caravaggesca sia nata un'opera
così modernamente strutturata da una tale luce radente capace di percuotere in
così larghe masse un modellato di genere torbidamente realista, in coni
rapposizione di bitiuninosi blocchi d'ombra.
Eppure
trattasi di un artista della seconda metà del Cinquecento e non di un
postcaravaggesco dei primi decenni del secolo successivo.
Per il
resto si veda la tipica composizione arcuata. imperniata su diagonali
incrociate, giocata su due spazi triangolari che si compenetrano; quello
inferiore profilato dai corpi della Maddalena e di Giuseppe d'Arimatea, quello
superiore dalle teste allineate dei dolenti. Un accorgimento affine si trova
nell'Assunta fidentina e nella
Trinità bussetana. Oppure si veda come
un terzo della superficie nella parte superiore si stacchi con evidenza dalla
rimanente affollata composizitme, come nell'Ultima
cena di Fontanella; dove fra l'altro si ritrova la testa semi in ombra in
alto a sinistra simile a quella dell'apostolo profilato di scuro, ed anche le
scheggiate, approssimative, pieghe delle vesti.
Ma pure
singoli e precisi particolari appaiono del tutto simili nelle altre opere di
Vincenzo. Ad esempio la testa del nostro uomo inturbantato che ritira la scala
dalla croce, così eguale agli acuti profili del S. Rocco e del donatore nella
pala fidenfina; oppure la nodosa mano della Madonna, abbandonata in grembo al
Cristo, identica a quella del S. Fabiano
nell'affresco di S. Sisto a Piacenza. Anche gli sguardi bassi colle palpebre
gonfie delle restanti figure e la lunga capigliatura abboccolata della
Maddalena, compresa la manica gonfia fermata alla spalla da un bottone, sono
tipici elementi campeschi che ritornano esattamente nella pala di Busseto con la
Trinità. Quindi nessun dubbio di sorta
sulla paternità dell'opera. Ma quale imbarazzante compito quello di accostare il
torso del nostro Cristo, a guisa di insostituibile anticipo, a quello del Cristo
alla colonna del grande Caravaggio conservato nel Museo di Belle Arti di Rouen.
Non si rileverà nessuna differenza di temperatura stilistica in quel comune
alternarsi di profondi grumi scuri che corrodono il collo, la spalla, e la parte
destra del costato delle due figure.
Penso per
altro che pochi si sentirebbero di affermare, dinanzi ad un siffatto capolavoro
campesco, che il Merisi non ne abbia davvero avuto un indelebile ammaestramento
durante gli anni giovanili trascorsi in Lombardia prima di partire per Roma nel
1592.
E poi che
altro dire delle altrettanto capitali anticipazioni seicentesche che il quadro
diolese presuppone per i vari pittori milanesi dell'inizio del nuovo secolo; per
Tanzio da Varallo ad esempio, o per Francesco del Cairo e per il Genovesino?
Sono ormai
molti anni che i suggerimenti critici di Roberto Longhi sui «precedenti» del
Caravaggio hanno messo radici nel corpo della moderna storiografia artistica. E
proprio pensando alle indicazioni dell'illustre maestro scomparso, non possiamo
fare a meno di supporre che se egli in quel lontano 1929 avesse conosciuto il
presente dipinto, non avrebbe esitato a porlo sul più alto piedistallo della sua
considerazione valutando i fatti campeschi nei suoi memorabili «Quesiti
Caravaggeschi»; come pure, fantastichiamo, gli avrebbe assegnato il posto
occupato dal San Matteo di Pavia alla mostra milanese del 1951 di Caravaggio e
dei caravaggeschi, come il più esemplare degli avvenimenti lombardi premerisiani.
Dove
avrebbe, infatti, trovato maggiore ed illuminante anticipazione caravaggesca di
quella antirinascimentale mancanza di contorni della tela di Diolo? E proprio,
come non mai, di vero e proprio «seicentismo» profetico si può parlare a
proposito di questo capolavoro di Vincenzo Campi: tanto precocemente è addentro
allo stile di luce «macchiata», «universale», propria del grande Caravaggio; il
quale voleva le ombre non più incidentalmente fenomeniche alla struttura dei
corpi, ma viceversa fattivamente disgregatrici dell'incorruttibilità figurativa
dell'arte manieristica.
Si tratta
dunque nel nostro caso di una luce quasi metafisica, che, esaltandolo, sottrae
il gruppo pietoso alla catastrofica notte della tragedia. E' stupenda
l'allucinata testa di profilo al bordo a sinistra, annullata dall'ombra, ma
toccata dal lume sull'orecchio e sulla palpebra; come anche la bellissima
Maddalena curva ed il bruciante scorcio della Madonna, quasi completamente
disgregata dai medesimi scuri che intaccano e fiaccano il già stremato corpo del
sublime Cristo dal bruno volto macerato e dalle forti membra popolane.
Le braccia
del Cristo sono estremamente importanti per l'economia compositiva del quadro,
attraversano come luminosi lampi lo spazio notturno raccolto in quella
inquietatile caverna creata dalla ritmica dei dolenti.
Il dipinto
di Diolo con ogni sicurezza detiene profeticamente il primato di tenuta
luministica e di modernità sull'intera serie di soggetti gemelli che costellano
la carriera pittorica di Vincenzo. Le Deposizioni giovanili di S. Siro e
Sepolcro e di S. Facio a Cremona (prima dcl 1569-1569), quelle di Bordolano -
Vidalenzo (1573 e.) e quella del Museo Civico di Cremona (1577 c.), in certo
modo più moderna. Tutte rivelano all'insostenibile confronto grandi carenze
formali, inquinate come sono da quel nninieristico gusto romanizzante che pur
rimane dell'artista il substrato culturale fondamentale. Nessuno dei diversi
soggetti prima citati, i quali venivano assunti ad emblema del naturalistico
evolversi di Vincenzo, sono appunto così appieno realizzati improntati come sono
ad un ben differente ordito luministico di marca bresciana: sono cioè
assolutamente privi di quella ruvida e radicale intuizione realistica che ora si
scopre magnificamente realizzata.
Qui
Vincenzo porta avanti, concludendole in modo estremo, le ricerche a lume
artificiale del fratello Antonio, il quale però rimase costretto nelle dure
inflessioni manieristico-accademiche che, come già abbiamo osservato all'inizio
di questo studio, ne tipicizzano appieno l'intera produzione; soffocando cioè
l'ispirazione modernista con un disegno ed una composizione impeccabile e con
una tavolozza altrettanto cinquecentesca.
Un certo
imbarazzo si prova se ci si accosta al problema di una attendibile datazione
cronologica dello scottante capolavoro di Diolo. L'unica ipotesi accettabile
appare quella di localizzarlo in un periodo estremo.
Unica tela
riconosciuta tarda è il S. Matteo e
l'Angelo in S. Francesco a Pavia, firmato e datato 1588, senonché tale
segnatura pare non possedere tutti quegli elementi di autenticità che si
vorrebbe.
La
Cuciniera della Galleria Nazionale di
Panna, ascritta al Campi con qualche dubbio, porta la data 1589, ma a nulla
serve stilisticatnente essendo una copia dal Beuckelaer, sempre ammesso che di
Vincenzo si tratti. Eppure la concentrata illuminazione precaravaggesca, che più
di tutte le altre opere dell'artista caratterizza il
S. Matteo di Pavia, si adatterebbe cronologicamente a fare da «trait
d'union» fra il periodo maturo e l'epilogo di Diolo. Altrettanto incerti
rimangono i confronti con gli affreschi delle due volte della chiesa di S. Paolo
a Milano, firmati e datati 1588.
Questa
volta è di ostacolo la tecnica delle pitture murali, che nel loro grande respiro
decorativo naturalmente non permettono ad un raffronto probante, qui per altro
inficiato dalla frenante, palmare, collaborazione del fratello Antonio, di per
sé costringente l'originale vena modernista di Vincenzo.
Dateremo
tuttavia l'opera diolese, col solo ausilio del lume deduttivo, al periodo
estremo, circoscrivibile al 1588-1591, al culmine di una evoluzione che realizzi
con conseguenza di stile le preziosissime premesse della piena maturità. Avrebbe
fra l'altro giovato alla presente disamina conoscere quei: «cinque
pezzi di quadri... dipinti su la pietra di Paragone» venduti dopo la morte
dell'artista dalla vedova; i quali forse, tramite l'imprescindibile tecnica
pittorica che comportava in fondo nero del supporto, potevano essere prezioso
metro di raffronto con la unicità della nostra tela.
Così
datandola, avremo perciò guadagnato i due antipodi dell'incessante evoluzione
stilistica di Vincenzo Campi: la conformistica
Deposizione giovanile di S. Siro e Sepolcro a Cremona, risalente a
prima del 1569, e la allucinante
Deposizione di Diolo, assegnabile ad oltre il 1588. L'abisso che le separa
apparirebbe enorme ed incolmabile se non vi fossero frapposte le continue tappe
stilistiche, in buona parte rilevate anche dal presente studio, le quali
gradatamente hanno condotto un inquieto piccolo genio di provincia
all'esposizione di questo grande manifesto espressivo che è il capolavoro di
Diolo.
Si tratta
di una continua meditazione e maturazione stilistica, che, come ripetiamo, non
trova l'eguale nel percorso del fratello maggiore Antonio; tanto che si può
senz'altro condividere il probante recente intervento dello Zamboni a favore dei
valori modernistici di Vincenzo vincenti su quelli di Antonio, ribaltando così
le pur capitali posizioni del Longhi.
*
Per
concludere le nostre schede campesche, ci si consenta un'altra necessaria
chiarificazione. Si tratta del dipinto raffigurante la
Sacra Famiglia con S. Caterina, conservato dagli Ospedali Riuniti di
Panna.
L'opera
venne schedata per la prima volta dal Santangelo, che vi scorse la mano di un
manierista cremonese influenzato da Giulio Campi e da Sofonisba Anguissola;
venne poi successivamente assegnata dalla Ghidiglia Quintavalle direttamente a
Giulio.
Intervenne
il Bologna, che dirottò l'attribuzione al nostro Vincenzo nel periodo della
prima maturità, paragonando il quadro al S. Francesco che riceve le stigmati già
in S. Spirito a Mantova, del 1573; al quale appunto legava la situazione
cronologica. Infine lo Zamboni, non disprezzando la proposta del Bologna, per il
dipinto parmense confrontava il particolare della zuppieretta di frutta ad una
similare Alzata con frutta attribuita
al bresciano Luca Mombello; ipatizzando che potesse trattarsi di una primizia di
Vincenzo in questo genere, non ancora irretito dalle (poi tipiche) suggestioni
fiamminghe.
Contrariamente a tutto ciò il dipinto è una copia fedele da un'incisione di
Bartolomeus Spranger, alla pari di un altro quadro conservato nella Biblioteca
del Museo della Repubblica di S. Marino nel quale manca il busto della S.
Caterina. Quello parmense va dunque più opportunamente ascritto alla scuola
locale della fine del Cinquecento influenzata da Giovanbattista Tinti e dal
bolognese Bartolomeo Passarotti. Da una famosa serie di dipinti di quest’ultimo
artista, conservati nella Galleria Spada di Roma, viene tratta, quasi alla
lettera, la naturealistica figura del S. Giuseppe che protende una piccola rosa.
All'ambiente parmense fa pure sicuramente pensare l'opera gemella di S. Marino,
che è molto più tipicamente bedolesca nella qualità pittorica.
Giovanni Godi
IL
MORTORIO DI GUIDO MAZZONI IN SANTA MARIA DEGLI ANGELI A
BUSSETO
Nella
chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Busseto, in una nicchia incrostata di
scorie di fusione a fingere una grotta, si trova una
Pietà di otto figure a grandezza naturale, considerata la più antica
opera pervenutaci di Guido Mazzoni, lo scultore modenese vissuto dal 1450 circa
al 1518. Egli lavorò per la sua città natale, per Ferrara, per Venezia, per
Napoli e per la Francia, dove rimase lunghi anni al servizio di Carlo VIII, che
lo fece cavaliere, e di Luigi XII: una vita intensa, ricca di frequenze in
ambienti artistici quanto mai vari e stimolanti, una vita sempre confortata
dall'alta considerazione dei contemporanei, prima che tre secoli di classicismo
ne cancellassero in gran parte la fama e le opere.
Il primo ad
attribuire, per evidenti ragioni stilistiche, al Mazzoni il capolavoro bussetano
fu Pietro Vitali, proprio all'inizio del rinato interesse per le opere
prerinascimentali. II Vitali riferiva di una precedente attribuzione al
Begarelli, forse scaturita da confronti, ora i impropoinibili, con le sue opere
parmensi, rimaste sempre famose nel Ducato.
Sacre
rappresentazioni, quadri viventi, spettacoli plastici a compimento della
passione del Signore, quasi tutte le opere del Mazzoni hanno per oggetto la
scena del compianto sul Cristo morto, un motivo iconografico realizzato nei modi
della pratica teatrale più volte richiamata e documentata all'origine della
formazione del nostro scultore: Mazzoni allestitore di feste a Modena nel 1476
per Ercole d'Este e mascheraro famoso anche oltre la sua città. Il dramma si
fissa nella creta con fedeltà, ora più cruda, ora più amorevole, al dato
naturale, e l'immediato effetto del vero frena la rielaborazione stilistica di
spunti figurativi contemporanei, che tuttavia l'artista mostra di conoscere. La
soggezione al vero, intesa come aderenza alla situazione patetica da
rappresentare, costituisce il centro e il limite della poetica mazzoniana.
A Busseto,
ancora intatti i legami compositivi che unificavano la scena, gli sguardi dei
sette personaggi coerentemente cadono tutti sul Cristo. Due particolari
definiscono il carattere del nostro gruppo: la staticità delle persone bloccate
in pose verticali e l'uniformità delle espressioni cupamente tragiche. Ma la
contenuta articolazione delle figure e la univoca tonalità dei volti non ne
costituiscono sul piano dell'arte una limitazione, anzi conferiscono all'opera
una compattezza corale intensissima, una immobilità profonda e terribile, che
nelle tre sante donne centrali tocca vertici espressivi non attinti altrove.
Nessuna concessione alla bellezza, ma neppure alcun cedimento alla volgarità e
al grottesco in questi testimoni partecipi d'un fatto in cui pare concentrarsi
la somma di dolore di tutta l'umanità. E il dramma trova modo di rivelarsi
meglio rinunciando alla dinamica esteriore dei corpi, per esigere dai volti
tutta la loro sublime vertà interiore. Queste considerazioni ci portano al
confronto con i modi personalissimi di Niccolò dell'Arca, il più grande scultore
presente allora in Emilia. Proprio osservando una sua opera, somigliante per il
soggetto e la disposizione delle figure, la
Pietà di Santa Maria della Vita a
Bologna, che più volte è stata considerata quale immediato precedente della
produzione mazzoniana, è possibile rilevare l'intrinseca originalità dei due
artisti, al di là dei comuni evidenti interessi per il realismo padano: Niccolò
trasfigura per potenza di stile la sua aggiornatissima e raffinata cultura,
animando le figure di un vitalismo gestuale travolgente, di gotica ascendenza:
Guido invece, estraneo alle stilizzazioni e ancorato al vero immediato, ottiene
gli effetti più profondamente patetici, rivelando una drammaticità quasi tutta
interiore, memore talora della tradizione romanica della regione.
Basterebbero queste tre figure femminili per dichiarare quali altezze abbia
toccato il Mazzoni fin dalle sue prime prove. Ma forse il mortorio di Busseto
non è un'opera decisamente giovanile, perché, se è indubbio il suo carattere di
arcaica gravità, nulla vi è in esso di acerbo. Soprattutto per la maturazione
psicologica che ci è dato cogliere. Quanto alla realizzazione, la tecnica dello
scultore è già quasi del tutto ugualmente scaltrita. Infatti, accanto ad una
resa talvolta un poco pesante e approssimata delle vesti, che sembrano
impacciare alcuni personaggi, i volti e i veli che li incorniciano mostrano una
raggiunta padronanza del mezzo espressivo quale troviamo senza grande progresso
in tutti gli altri lavori. La perizia del plasticatore tenta qui con successo
effetti di illusionismo perfetto, come quando dalle bocche socchiuse ottiene che
si vedano i denti e la lingua, o come quando increspa con leggerezza i soggoli e
scioglie sinuosamente i capelli della Maddalena. Questa giovane e fiorente
Maddalena non è sorella di quelle di Modena, Ferrara e Napoli: essa mostra una
libertà tutta nuova nel suo gesto sciolto e di grande naturalezza, una
passionalità raddolcita ed estatica nello sguardo, un poco contrastante con
l'aspetto chiuso e desolato delle altre statue femminili.
La Madonna,
fra tutte, umanissima creatura sfiorita dagli anni, gravata, piegata, resa muta
dalla pena, mater dolorosa, cuius animam
gementem / contristaram et dolentem / pertransivit gladius, fisso lo sguardo
sul suo dolce nato, figlio bianco e
vermiglio, figlio senza simiglio. Arte intensamente religiosa, il cui scopo
è coinvolgere nell'intimo il fedele, sì che preghi:
fac me tecum pie flere / crucifixo condolere.
Anche i
ritratti maschili sono al livello di quelli visibili a Modena e a Ferrara, se
non di quelli napoletani. ll Nicodemo, prono presso i piedi di Gesù, possiede
una testa molto ben modellata, massicciamente squadrata, di una nobile serietà e
di una immediatezza vibrante. Nel San Giovanni, elegante nell'aristocratico
vestito, aspro e forte in volto, il Mazzoni sembra davvero voler trascrivere
plasticamente una figura Ferrarese; ma se la parte alta s'avvicina alla dignità
del modello cossesco o robertesco, la parte inferiore con il greve disporsi
delle pieghe, scade di molto. Il richiamo alla pittura ferrarese contemporanea,
allora nel suo massimo splendore, sembra qui imporsi, anche se crediamo che il
realismo senza stilizzazioni e astrazioni di Guido contesti la natura stessa di
tale pittura così profondamente intellettuale.
Un poco
irrisolta è pure la statua di Giuseppe d'Arimatea, per quel viso che sembra il
risultato d'un calco e perciò ha una fissità che fatica a ravvivarsi. Severo e
carico di pathos, il volto del Cristo, scavato e carico d'ombra, dai capelli
come la barba a ciocche serpentine, scarmigliate con sapienza e misura, non
prelude ancora all'inimitabile frammento della Pietà di Venezia, conservato nel
Museo Civico di Padova. Il volto è nell'abbandono della morte: l'immobilità
succede allo strazio e l'espressione mostra meravigliosamente questo passaggio:
labbra e palpebre socchiuse, narici leggermente dilatate, muscoli rilassati,
anche se manca la contenuta vibrazione luminosa che a Padova ammorbidisce i
volumi; tuttavia la crudezza naturalistica vi è superata con un risultato
altamente spirituale.
L'opera è
parzialmente gravata dagli antichi e recenti restauri e dalle numerose
ridipinture che si sono assommate l'una all'altra, per cui certe sottigliezze e
duttilità dell'esecuzione sono andate certamente perdute.
Curiosa la
storia delle traversie subite da queste statue: i soldati francesi in epoca
napoleonica ne tentarono l'asportazione, ma, forse dissuasi dal peso, le
scaricarono nel Canale dei Frati poco oltre il convento. Tolte successivamente
di lì, furono sistemate nella chiesa parrocchiale di San Rocco di Busseto, ove
rimasero fino al 1845. Il pittore concittadino Stefano Barezzi, che s'era
proposto di restaurarle, abbandonò ben presto il lavoro che venne compiuto da un
altro restauratore poco fortunato per lasciar trasparire l'antico merito.
La chiesa
per la quale fu modellato il Sepolcro fu innalzata dal 1472 al 1474. L'anno dopo
i Minori Osservanti ne prendevano possesso, ricevendola in dono col convento dai
Marchesi Gianludovico e Pallavicino Pallavicino, signori del luogo. Le fonti
locali non aggiungono nulla riguardo al tempo del Sepolcro. Il Venturi lo
ricondusse agli anni della costruzione della chiesa, cioè dopo il 1472 e prima
del 1475, perchè, a suo parere, più arcaico di quello di Modena, riconosciuto
come prima opera documentata (1476-1480). Per lo Gaudi, «le
chiare derivazioni dal Cossa tardo e da Ercole, consiglierebbero a datarlo
intorno al 1480» e in ogni modo non dopo il 1485, perché impossibile
inserirlo nel percorso stilistico che porta dal Mortorio di Ferrara (giù finito
nel 1485) a quelli di Venezia (1485 - 1489) e di Napoli (1492), tutti ben
documentati.
Il sepolcro
di Busseto è ancora sicuramente nel suo luogo originario: ne fa fede l'esterno
della grotta che è decorato in alto da formelle in cotto a foglie d'acanto con
il motto Droit semper e archetti
pensili trilobati, che sono gli stessi che corrono come cornice esterna alle
quattro cappelle laterali. Queste cappelle gotiche, quasi uguali per struttura
tardo quattrocentesca, sono fatte precedere da una specie di nuova navata
ugualmente ornata in cotto, in fondo alla quale è la grotta del Sepolcro. Esse
al momento della consegna della chiesa (1475), non esistevano ancora, come
risulta dall'atto stesso. Quando furono aggiunte? Un fortunato ritrovamento
presso l'archivio Pallavicino, ora nella biblioteca di Busseto, ci permette di
datare con le cappelle l'opera del Mazzoni. Leggendo infatti l'inedito
testamento di Gianludovico, redatto il 16 gennaio 1478, cioè più di un anno
prima che i due fratelli si dividessero il Feudo, si rileva come egli avesse
costruito delle cappelle e fosse intenzione del suddetto marchese di dotare la
chiesa, fra l'altro, di «penses novem olei
pro luminando seu pro lampadis duabus», l'una delle quali per il Santissimo
Sacramento, l'altra «pro luminando
Sepulcrum existens in altera ex dictis cappellis meis». Dunque, in
quell'anno le cappelle erano costruite e il Sepolcro era già in loco, per cui si
deduce che la scultura sia stata eseguita tra il 1476 e il 1477.
Così può
avere credito la tradizione locale, riferita dal Pezzana, la quale vedeva in
Giuseppe d'Arimatea e in Nicodemo i ritratti di Pallavicino e Gianludovico,
costruttori della chiesa e del convento. Avevano allora i due fratelli poco più
di cinquanta anni, essendo nati rispettivamente nel 1426 e nel 1425: i volti in
terracotta possono benissimo essere quelli appunto di due cinquantenni. E il San
Giovanni, giovane e nobile, non è forse un altro ritratto? Certamente, ma di
quale dei loro numerosi figli è difficile dire.
Indubbiamente, nel catalogo della produzione mazzoniana giunta fino a noi, la
nostra opera deve essere posta cronologicamente tra le prime, precedente il
Mortorio di Ferrara, che, non essendo superiore a quello di Busseto per
profondità espressiva, fu tuttavia risolto con modi più mossi, più vari e talora
più aristocratici, come d'altronde conveniva ad una commissione ducale. Il
Sepolcro di Busseto è opera in ogni modo matura, per cui si spiegano la libertà
e la naturalezza di atteggiamenti della Maddalena nei riguardi di quella più
legnosa e angolosa di Ferrara e, perché no, di Modena. Infatti la stessa Pietà
di Modena, che per tanti versi può considerarsi la sintesi più riuscita dei
motivi mazzoniani e la cui datazione precoce e documentata (1476 - 1480) è stata
negata dallo Gnudi, che vi vide un'opera rifatta dopo il ritorno dalla Francia
(1516), presenta una Maddalena e un Cristo che per nulla sono più
stilisticamente evoluti delle consimili figure bussetane. Quella di Modena è
opera complessa che, se non è proprio indispensabile ricondurre agli anni più
tardi, richiede però come necessaria, almeno per alcune statue, l'ipotesi di un
intervento successivo. Ma allora anche il
Presepio nella cripta del duomo di Modena è opera tarda. Compiuto
nell'ambito delle rappresentazioni di genere, sostanziato di realismo schietto e
genuino, privo com'è di scoperti riferimenti stilistici, vive d'una sua
immediatezza senza tempo. E' così sapiente il modo della realizzazione, cosi
armoniosa l'inserzione dell'elemento veristico in un contesto di chiara
compostezza, che solo una datazione molto avanzata, addirittura dopo il ritorno
dalla Francia, potrebbe giustificare la qualità di questo Presepio. E' la natura
stessa dell'arte mazzoniana che, nata quasi perfetta nel campo vincolante del
realismo più fedele, sembra aggirarsi su sè stessa, piuttosto che procedere
spedita in una determinata direzione, a rendere problematica la datazione di
queste opere quando manchi una documentazione sicura. Avessimo almeno un termine
decisivo di confronto nelle grandi realizzazioni francesi, distrutte durante la
Rivoluzione. Perché il confronto con la Pietà di Napoli, anche se nuova per gli
esiti monumentali a cui tende, non è del tutto sufficiente per rivelarci quale
davvero diventasse lo stile ultimo del Mazzoni.
La chiesa
francescana di Busseto conservava un altro gruppo di Guido Mazzoni: un Presepio
di cui esiste un frammento sicuro alla Galleria Estense di Modena, e un altro
gli abbiamo attribuito nel Museo Francescano delle Grazie a Rimini.
Il primo è
la nota testa di vecchio con berretto, grande al naturale, pervenuta alla
Estense dalla collezione Calori - Cesis: l'insistenza dei particolari veristici
non è del tutto sostenuta da quel soffio vitale che è quasi costantemente
presente nel Mazzoni.
La testa di
Rimini, colà pervenuta tra le due guerre dal convento di Busseto, secondo
testimonianze orali, è invece palpitante di vita, magistralmente modellata: il
volto estatico, nobile, cui è però estranea ogni idealizzazione, dimosta quale
capacità di approfondimento psicologico possedesse Guido Mazzoni. ll raffigurato
è certo San Francesco, colto in adorazione del divino Bambino, o rapito in una
visione. L'opera, sia che si riferisca al Presepio, sia ad una statua isolata di
devozione, è presumibilmente contemporanea alla
Pietà di Busseto, o di poco
posteriore. Dove poteva trovar posto il Presepio? in una cappella o in una
nicchia. Proprio di fronte alla grotta della
Pietà, sul lato opposto della medesima
navata, è dato infatti vedere esternamente il profilo di una apertura malamente
richiusa, in tutto uguale a quella del Sepolcro. Là era quindi sistemato in
origine il secondo gruppo, anch'esso in una zona aggiunta alla chiesa poco dopo
la consegna ai Francescani.
Corrado Mingardi
LE
MINIATURE DEI CORALI DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI E DI SAN
BARTOLOMEO A BUSSETO
Il Convento
Francescano di Santa Maria degli Angeli e la Collegiata di San Bartolomeo in
Busseto posseggono numerosi codici membranacei miniati risalenti agli ultimi
decenni del sec. XV. Noti agli storici locali e fatti conoscere dalla
catalogazione a stampa della Sovrintendenza alle Gallerie di Parma e Piacenza,
non hanno mai finora trovato una considerazione critica adeguata. Il corredo
illustrativo quasi completo che forniamo, vuole essere perciò un invito rivolto
agli specialisti perché prendano a studiare queste neglette testimonianze della
miniatura rinascimentale. Da parte nostra, poiché siamo giunti solo a
conclusioni parziali, ci limiteremo a riferirle nel corso di questa breve
presentazione.
Otto sono i
codici manoscritti in pergamena della Collegiata, il più importante dei quali è
un graduale adorno di numerose iniziali miniate su fondo oro, tra cui quattro
figurate. II recto della carta 2 è contornato da una fascia decorativa che reca
al centro del bordo inferiore lo stemma di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi.
Le iniziali di Carolus Palavicinus
Episcopus Laudensis ritornano più volte inserite nelle lettere miniate delle
pagine successive. Questo ci permette di considerare. come rià è stato fatto, il
codice un dono di Carlo Pallavicino, figlio di Orlando il Magnifico e fratello
di Gian Ludovico e Pallavicino marchesi di Busseto: egli fu signore di
Monticelli d'Ongina e, dal 1456 al 1497, vescovo di Lodi. Il confronto con i
codici da lui donati alla sua cattedrale, e ora conservati nella Biblioteca
Civica Laudense e alla Morgan Library di New York, non permette di attribuire
allo stesso autore e alla sua cerchia le miniature di questo graduale, forse
cronologicamente posteriore, per quella evoluzione in senso più pienamente
rinascimentale che ci è dato osservare. Ma che si tratti di miniature lombarde
non ci pare dubbio. Uno solo è il miniatore del graduale bussetano, anche se
l'Ascensione a carta 55 recto e i due angeli con ostensorio a carta 102 verso,
sono stilisticamente più risolti dell'angelo a guardia del sepolcro vuoto a
carta 2 recto e della Pentecoste a carta 102 verso. I Fermagli e le borchie
della nostra legatura, del tutto simili a quelli delle legature di Lodi,
confermano per questo aspetto ulteriore la loro comune provenienza. Anche il
calligrafo ci pare il medesimo, forse quel Giovanni da Prusia, o Perusia, il cui
nome appare a Lodi, a Parma, a Ferrara e a Busseto nei codici dei Francescani.
Un
antifonario che si ornava di lettere miniate e figurate, e che presentava più
volte la stessa sigla C.P.E.L., inventariarlo dal Santangelo nel 1934 come dello
stesso miniature del precedente graduale, è ora scomparso. Scomparso è anche un
altro antifonario della Collegiata, il quale portava in fine la nota seguente:
Iste liber est ecclesie sancti bartholomei
de buseto luminatum et ligatum fuit de manu mea Magistri Zeno de negorariis
habitatori loci castrinovi buccabdue in domo domini iacobo de goniciis et
petrino de maris massarii diete eclesie de anno MCCCCLXXXXVII die XV decembr.
Gin prima del 1920 gli erano state ritagliate le iniziali miniate e forse
figurate.
Il nome del
non altrimenti noto Zeno dei Pegorari di Castelnuovo Bocca d'Adda ha portato il
Pelicelli ad attribuirgli senza fondamento alcuno tutti i codici della
Collegiata. Di li la sua ascrizione è passata nell'opera di Fava e Salmi e in
quella della Levi D'Ancona, la quale, venendo a Busseto (ma non sappiamo che
cosa vide a quella data) giudicò Zeno dei Pegorari un miniatore di terza
categoria, i codici poveri di qualità e estranei per stile ai corali di Lodi. Ma
Maestro Zeno è solo un nome, perché le sue miniature non ci sono più da chissà
quando e il suo codice, miniato e legato direttamente a Busseto già dopo la
morte di Carlo, non è di documentata origine pallavicinia.
Anche gli
altri sette codici della Collegiata, o perché furono decorati di sole iniziali
calligrafiche o perché furono lasciati con le iniziali in bianco, non
giustificano tale provenienza, anche se l'ipotesi è probabile: infatti dal punto
di vista calligrafico essi sono assai omogenei con il primo.
Ai codici
di Lodi ci rimandano meglio i corali del Convento di Santa Maria degli Angeli.
Sono dieci e costituiscono un complesso abbastanza unitario, ricco di numerose
lettere iniziali illustrate.
Il graduale
comune dei Santi, firmato dall'amanuense a carta 218 (hoc
volumen scripsit frater Ioh.es de prusia ord. minor. 1474) contiene la
miniatura più bella, un San Francesco che riceve le stimmate, che possiamo senza
fallo ascrivere a Francesco da Castello, l'illustratore più attendibile dei
codici lodigiani. La ricostruzione più ampia della sua personalità di caposcuola
lombardo, impegnato anche per la corte ungherese di Mattia Corvino, si deve alla
Wittgens e alla Daneu Lattanzi che gli attribuisce la maggior parte delle
miniature dei corali Pallavicino a Lodi e New York.
La nostra
scena si volge in un paesaggio che si ritrova assai somigliante, e composto dai
medesimi particolari, nella prima carta del primo manoscritto laudense: in una
valle ugualmente aperta le rocce rinnovano la stilizzazione gotica alla luce
delle contemporanee novità ferraresi, e i boschetti punteggiati di luce stanno
in sè raccolti come aiuole in un giardino. Le figure, specie il San Francesco,
posseggono la vigorosa, insistita evidenza plastica che è propria del milanese
Francesco di Castello, rappresentante della maniera forte, vero Butinone della
miniatura, in contrapposizione alla grazia di Cristoforo de' Predis, per dirla
con la Daneu Lattanzi. Il volto del Santo, modellato a fondo dal suo
caratteristico sfumato, è cosa intensissima.
Per quanto
riguarda l'iniziale, in essa si ritrovano tutti gli elementi che a Lodi e
altrove gli sono abituali: «volute
terminali a tutto tondo che assumono una l'orma di botticella o bozzolo ...
rosoni fogliacei, specie di appliques sulle aste verticali delle lettere, spesso
con la parte centrale incassata, quasi una incastonatura in metallo vuota» e
foglie lanceolate strette in ghirlanda e appendici tondeggianti e granulate come
fragole.
Nelle
iniziali dello stesso graduale e di tutti gli altri riappaiono identici motivi
vegetali che, nella loro stilizzazione tanto meno severa, sono divenuti più
sciolti, più naturalistici, e tutto è più corrivo, più facile, anche se assai
elegante. C'è quasi sicuramente uno scarto di tempo tra la iniziale che abbiamo
attribuito a Francesco di Castello e le altre che ci paiono cronologicamente più
mature. Quanto poi alle scene inscritte, esse rivelano mani più deboli, ormai
lontane dai suoi personalissimi modi. Ma alcuni particolari vengono ripresi tali
e quali, come le chiome tonteggianti degli alberelli disposti a file ordinate, e
qua e là altri spunti figurativi. Si avvicinino, ad esempio, le due scene di
Davide in preghiera nella valle, le quali hanno identica composizione (a Lodi
Corale D carta 90, a Busseto graduale segnato n. 9 a carta 1).
Le figure
bussetane, e i paesaggi, hanno perduto in durezza, ma anche in rigore formale:
si servono di uno sfumato d'altro tipo, e di un colore vivace ma meno intenso,
meno prezioso. Alcuni paesaggi tuttavia, come quello del Calvario e, meglio
ancora, dell'Ascensione nel graduale giù esaminalo (carte 30 e 61 recto),
posseggono un grande fascino per l'ingenuità della visione e per il colore
fermentante, intriso di luce aurorale: ci hanno richiamato la primaverile
chiarita di Ivan Rabuzin, l'incantevole naif iugoslavo.
Nella
citata pubblicazione del Santangelo e del Samek-Ludovici, queste illustrazioni
sono attribuite tutte a miniatori emiliani della fine del sec. XV o dell'inizio
del successivo, e nelle schede manoscritte della Sovrintendenza appare l'attribuizione,
per alcune, al parmense Franchino da Mioile. Noi, che le riconduciamo all'ambito
lombardo, rileviamo tuttavia evidenti elementi ferraresi, d'altronde
diffusamente recepiti da numerosi miniatori del tempo. Scarsi e generici
tuttavia ci sembrano gli agganci possibili coi contemporanei corali di San
Giovanni e dell'Annunciata a Parma.
I fratelli
Pallavicino, fondatori della chiesa di Santa Maria degli Angeli, lungamente
presenti alla corte milanese cui li legava il vassallaggio sforzesco, furono i
più probabili committenti di questi corali, come lo furono dei numerosi
incunaboli e manoscritti coi quali arricchirono la biblioteca del Convento. Lo
stesso vescovo Carlo aveva donato il «Virgilio» stampato dallo Zarotto a Milano
nel 1475 (ora Incunabolo Parmense 1112), che è miniato nella prima facciata con
un fregio che contiene il suo stemma episcopale e nelle altre pagine con le
iniziali simili del tutto a quelle di tante pagine di Lodi.
Corrado Mingardi
PICCOLA STORTA DI GRANDI LIBRI DAL CONVENTO DI BUSSETO
ALLA BIBLIOTECA PALATINA DI PARMA
Questa è
una storia di libri preziosi alienati per servile, timoroso ossequio ai potenti,
storia di frati, ministri e bibliotecari negli anni lontani tra il 1765 e il
1768 a Parma e a Busseto. La possiamo ricostruire con un gruppetto di lettere
inedite conservate nell'Archivio di Stato di Parma. Riguardano la cessione di
manoscritti e incunaboli rari dalla biblioteca del convento francescano di S.
Maria degli Angeli in Busseto alla Reale Biblioteca di Parma allora fondata e
non ancora aperta all'uso pubblico.
Il dialogo
epistolare avviene tra il padre Paolo Maria Paciaudi, teatino, bibliotecario del
Duca, erudito famoso in Italia e altrove, protagonista col ministro Guglielmo Du
Tillot della nuova politica culturale del Ducato, e il padre Melchiorre Vignani
da Busseto, Provinciale della Minoritica Provincia di Bologna. Altre lettere
sono di mano del padre Flaininio Buttardi da Parma, noto storico dei conventi
dei Frati minori dell'Emilia, del podestà di Busseto Francesco Berzioli, del
padre Luigi Fedele da Villanova, guardiano del convento di Busseto, e dello
stesso ministro Du Tillot.
L'interesse
del carteggio è aumentato dal commento che, di sua mano, il padre Ireneo Affò
volle aggiungere nel 1768 a molte di queste lettere, sotto forma di annotazioni
puntigliose e risentite nei riguardi d'una operazione che egli neri condivideva.
Giù la
prima lettera del Paciaudi ci fa entrare in medias res:
Molto Re.ndo P.re P.rone Col.mo
Non
mi è ignoto, clic nel passato Ottobre, il Sig.e Conte Rezzonico ritrovandosi a
Busseto, parlò senza averne alcuna legittima commissione a V.a P.tà Molto Re.nda,
e al P. Guardiano coll'usata sua vivacità, e con impontuno fuoco, perché da quel
Convento concedessero alla Biblioteca di S.A.Reale alcuni Codici, e vecchi
libri. So pure, che V.a P.tà incaricò il P.re Aymar di scoprire qual fusse il
sentimento della Real Corte, e so che deve averle risposto, che il passo
ultroneo, e forse indiscreto del nominato Sig.e Conte non era conforme all'idea
del Sovrano, e a quelle di S. Eccel.za il Sig. Marchese Ministro.
Questo degnissimo P.re però si compromise d'insinuare a V.a. P.tà che una tale
cessione era giusta, e convenevole, e si compromise del pari, che gli avrebbe
posto in considerazione, che impetrando Ella dal suo R.mo P.re Generale una
facoltà in genere di far cambi di libri inutili, quando li trovasse nei suoi
Conventi, avrebbe così potuto favorire la Real Biblioteca, e vantaggiare quella
di Busseto, senza alcuna irregolarità, e rumore alcuno.
Ma
convien dire, che il P.re Ayumr, o non abbia bene inteso ciò che si desiderava
per sua mediazione, o non lo abbia chiaramente espresso a V.a P.tà, poiché pare
invece, che dopo due mesi, e più in un affare, che riguarda la Real Corte, V.a
P.tà non abbia data tana qualche risposta. L'onore, che ho di servire questo
Real Principe mi induce a porle sotto gli occhi quelle riflessioni, che forse,
né dal Sig.e Conte Rezzonico, né dal P.re Aymar si sono fatte. Ella deve metter
per base, che S.A.Reale è troppo buon Principe, e insieme troppo giusto per
volere spogliare gli altri, e molto meno le Case Religiose di Libri. Qui non
trattasi, che di una compera, e compera utile pel Convento. E parmi, che ogni
buon suddito debba farsi un pregio di secondare le mire benefiche del Sovrano:
tanto più allorché viene a Trarne profitto. So ancor io cosa sono li libri
addetti, e vincolati ad una Comunità Regolare, e so i Divieti Pontifici, i quali
sono una grazia cercata, e voluta per evitare la dissipazione delle Biblioteche.
Ma V.a P.tà è troppo illuminata per non sapere meglio di me, che un fondo
infruttifero, qual'è pel Convento di Busseto qualche codice Greco, qualche libro
minimo, e dipinto, può dal Superiore permutarsi in altro utile, e fruttuoso qual
sarebbe, o una somma conveniente da impiegarsi in ciò che al Convento abbisogna,
o lo scambio di libri sensibili agli studi de' Religiosi. Con tale progetto, e
metodo Ella verrebbe a migliorar la condizione della Biblioteca di Busseto, ben
lungi dall'incorrere alcuna censura. Potrei addurle gli esempi di altri
Superiori Locali di questi paesi, i quali premurosi di concorrere alla
formazione della Real Biblioteca, o da se stessi hanno interpretata saggiamente
la Legge, o se la sono segretamente intesi co' Superiori maggiori, cedendoci a
giuste condizioni ottimi libri, ma usando la richiesta prudenza di non
individuare per chi dovessero servire; riserva che per motivi assai lodevoli si
desidera pure da V.a P.tà.
Quando ella mi darà qualche lume sulle sue risoluzioni. che non dubito non
abbiano ad essere favorevoli, mi darò l'onore di più specificatamente dirle la
qualità de' pochi libri desiderati, come ora mi do quello di rassegnarmi con
piena stima.
Di
V.a P,tà Molto Re.nda
D.mo Obbg.mo Servitor Vo.o
Paolo Paciaudi C.R.
Bibliotecario di S.A.Reale
Dal
Real Palazzo di Parma 12 Marzo 1765
Le
annotazioni dell'Affò colpiscono non il Paciaudi ma Anton Giuseppe della Torre
Rezzonieo, padre del poeta Carlo Casuale:
«Il
Sig.e Conte Rezzonico è il segno da cui comincia l'epoca delle ultime vicende di
questa nostra Libreria, perché essendosi egli messo in testa di comparir
letterato col far ristampare l’Istoria Naturale di Plinio da lui non so se
castigata o castrata, e mal concia con le sue Annotazioni, cominciò a girare per
tutte le Librerie cercandone edizioni antiche e diverse. In questa nostra ne
ritrovò tre tutte differenti, una Romana del 1470, una Parmigiana del 1476, ed
una Lionese del 1561. Onde venendo alle vacanze fuori di Parma a villeggiare in
Busseto colla Sig.ra Marchesa Pallavicina, era sempre in nostra Libreria. Più
volte cercò d'avere i due primi Plinj, ed altri libri per se: ma non gli venne
fatto. Tornato poi in Parma cominciò a decantare i libri antichi di questa
nostra Libreria e da qui si diè principio, come dissi, alle ultime vicende
d'essa. Il carattere di questo Conte si vedrà meglio descritto sulle lettere
susseguenti del P. Bibliotecario Pacciaudi».
E
colpiscono il padre Aymar, di cui l'Affò disegna un felice ironico ritratto:
«Il
P. Gian Giacomo Aymar della Provincia d'Aquitania Min. Osser. è stato uomo di
singolar dottrina, ed uguali costumi. E' stato Teologo di S.A.Reale il Principe
Don Filippo, ed in Parma fu aggregato al Collegio de' Dottori. Scrisse un
Trattato de Deo, un altro di Teologia Morale. Due o tre anni sono si portò di
nuovo a Venezia per far istampare un suo Trattato de Grafia: ma fu consigliato
di ritardare alquanto, per poterne a più bell'agio far impressione assieme con i
due primi di lui Trattati. Mentre attendeva il tempo, e continuamente studiava,
fu sopraggiunto da un raffreddore nello scorso Novembre dell'anno ora scaduto
1767, e cominciò, giusta il suo genio l'articolar francese, a star riguardato,
senza permetter ad alcuno l'ingresso alla propria stanza; che egli abborriva
estremamente i Medici, e diceva, che la Dieta era il Medico universale. Ma
malgrado il suo genio fu visitato, e appena veduto dal Sig. Dottor Patera, fu
dato per disperato. In quattro giorni finì di vivere con comune dispiacimento.
Egli secondo l'uso de' Francesi vantavasi spregiudicato, ma ne' suoi spregiudizi
ne aveva uno più grosso, di non creder nulla se non quanto (diceva egli) si
legge nella Scrittura. Concedeva di troppo alle cagioni naturali, e derideva la
semplicità (com'ei diceva) degli Italiani. Il suo vestire fu sempre all'uso de'
Cordiglieri della Francia»
La lettera
del Paciaudi giunse al Padre Provinciale accompagnata da una del Padre Flaminio
da Parma che, forte della mediazione che gli è affidata, entra così nei maneggi
per sollecitare l'accoglimento dell'autorevole richiesta. E lo fa con un accorto
dosaggio di preoccupate raccomandazioni. di astuti suggerimenti e di vantaggiose
promesse.
Ristringo alla P.V.M.R. una lettera affidatami da questo P. Bibliotecario di
S.A.R. In stretta confidenza da vero amico la avviso, che la lettera qui
ristretta è stata prima veduta dal Sig. P.o Ministro, e di commissione del
medesimo è stata a me presentata dal P. Paciaudi, onde io sia di mezzo ad una
riescila di comune soddis fazione.
Il
P. Aymar, al quale Ella si affidò, troppo malamente si è regolato perché egli
rapporto alla risposta, che da Lei attendevasi, giovedì scorso in casa
dell'Ambasciatore di Francia alla presenza di circa venti persone disse al P.
Paciaudi: «Il P. Provinciale non ha risposto, e questo è segno che non ne vuole
far niente». La proposizione fu troppo precisa, perché trattandosi di uno
desiderio di S.A.R. avesse a dispiacere, com'è accaduto. Il Sig. Ministro però
l'ha prudemeznente dissimulata, e solo ha incaricato il P. Paciaudi, che, senza
più fare parola di ciò col P. Aymarl , scriva Egli stesso a V.P.M.R., e vada
marco inteso.
Ho
assicurato il P. Paciaudi e ho fatto assicurare il Sig. Primo Ministro del sommo
ossequio di V.P.M.R. per .S.A.R., e per S. Ecc.za, onde Ella conterà aver onore
il potere corrispondere alli Loro desideri.
Avviso pure confidememente la P.V.M.R. che si tratta di soli tre o quattro libri
nulla servibili ai Religiosi, e sono un Virgilio e due libri o scritti o
stampati in greco, e forse uno o al più due altri.
Trattandosi di semplice cambio di pochissimi libri a noi inutili in melius,
parmi che da Lei senz'altro si possa ciò eseguire, perché ciò non è estrarre
libri da una libreria, a di Lei pregiudizio, nel quale senso si intendono le
leggi su questo punto, ma è un collocare libri nella libreria e provvederla
utilmente, e vantaggiosamente. Una costituzione di Sisto V su questo punto
citata dal Ferraris potrebbe fare la difficoltà maggiore, ma in sostanza, questa
costituzione non v'è nel bollario esaminato da me diligentemente.
Pure se Le piace, potrebbe scrivere al Superiore Generale, ma in tale caso sia
Ella ben cauta nel non nominare ne pure per ombra la Reale Corte, e
semplicemente esponga, che spera avere l'incontro di cambiare alcuni pochi libri
inutili ai Religiosi in libri utili, e con vantaggio.
Per
li pochi libri, che si leveranno, vi sarà l'abbondante ricompensa o in libri o
in denari, o parte in uno e parte nell'altro al di Lei piacere. Nel caso, sarà
necessario regolare il tutto con prudente cautela, e segretezza, così che non
sia pubblicamente ciò noto ai Frati in Busseto, perché in affare, che ha per
oggetto S.A.R. alcuno o alcuni in Busseto hanno già parlato senza cautela e
riflessioni, e le cose si sanno.
Io
scrivo il tutto a Lei con sincerissima confidenza, acciò il tutto serva a Lei di
regola, bramando di cuore, che Lei riesca con onore, e merito presso la Reale
Corte.
Nel
farmi tenere la risposta pel P. Paciaudi, La prego scrivere a me lettera
ostensibile al detto P. R.mo. Che se poi voglia Ella confidentemente
manifestarmi altri suoi sentimenti, potrà fare ciò in foglio separato.
Assicurandola di nuovo della mia sincerità, ed onoratezza in questo ed in
qualunque affare, mi pregio essere
D.V.P.M.R.
Umil.mo ecc.
f.
Flaminio di Parma
Parma li 15 Marzo 1765
E l'Affò
pungente che annota,
«Se
il P. Flaminio ha esaminato così il Bollario, come i Monumenti Storici da lui
posti nelle sue Memorie della Provincia di Bologna, non è meraviglia che non
abbia ritrovata la Costituzione. Intelligenti pauca.
Possibile, che il P. Flaminio non sapesse che il Generale non può dar licenza di
estrarre ed alienare libri? Questo è uffizio della Sacra Congregazione, di cui è
il dominio delle cose nostre, rimanendone soltanto a noi l'uso.
Ed ecco
prontissima dal Padre Provinciale una risposta che più ossequiente di così non è
possibile dare.
Rev.mo P.re Sig. Sig. P.ron col.mo
Nell'incontro di vedermi favorito da V.P.Rend.ma con di Lei leggiadrissimo
foglio marcato sotto il 12 del corrente, ho l'onore di esporle riverentemente
che siccome in tutte le circostanze mi sono fatto pregio di potermi distinguere
qual suddito fedelissimo e ossequiosissimo servo di S.A.R. con eseguirne
prontamente li venerati sovrani ordini, o con secondare le sempre rispettabili
Reali Intenzioni; così mi farò gloria di comparir tale in tutto ciò che si
desidera presentemente da me, onde maggiormente contestare al R. Sovrano la
infinita mia venerazione e a Sua Eccellenza il Sig. Marchese Ministro la
profonda mia divotissima osservanza.
Resti
dunque certa V.P. Rend.ma della mia ossequiosa uniformità alle Reali Intenzioni,
e augurandomi l'onore di molti suoi pregiatissimi comandamenti, pieno di
parziale stima passo a costituirmi
di
V.P.Rend.ma
Um.o Div.mo
Obb.mo Servi.e
F.
Melchiorre di Busseto Pro.le de' Minori Osser.ti
Bologna la.
Nunziata 17 Marzo 1765
II 3 Aprile
a Roma il Commissario Generale dell'Ordine dei minori concedeva al Provinciale
la Facoltà di «commutare i libri inutili
con altri utili e profittevoli» in vista di un «riattamento»
da farsi nella biblioteca del convento di Busseto. Per l'Affò la licenza romana
«si può dir surretizia», cioè dolosamente ottenuta, «Perché
si è cercata per estrarre ed alienare libri inutili furbescamente secondo la
stimolazione del P. Flaminio, quando poi i libri alienati tali assolutamente non
sono». Ma con amaro buon senso aggiunge: «Ciò
non ostante non era conveniente cosa l'ostare ai supremi desideri, ed io sono
d'opinione, che anche senza altra facoltà si potessero scegliere i libri secondo
le circostanze de' nostri miserabili tempi». E i tempi erano quelli dei
drastici tentativi di riforme anche in campo ecclesiastico, sfociati di li a
poco nella soppressione della Compagnia di Gesù. Il Du Tillot, temutissimo, era
allora all'apice della sua breve e intensa carriera di primo ministro e di
arbitro assoluto delle sorti parmensi.
Poco più di
un mese dopo, il 9 maggio, il padre Flaminio è a Busseto per scegliere i libri
per il Duca. Ne scrive al Provinciale in questi termini:
«Sei
sono li libri che con garbo ho posto a parte, e che il P. Guardiano mi farà
tenere in Parma, e qui ne compiego a Lei la nota. Il Virgilio è di buona
edizione, ed è bene conservato, ma non è tale quale il Conte Rezzonico con le
naturali sue ampollosità lo aveva descritto al Sig. Ministro, ed al P.
Bibliotecario, perché gli e l'aveva descritto tutto figurato, e nobilmente
dipinto, quando non vi è altro che un poco di contorno colorito nella prima
pagina all'interno della stampa. Se il Sig. Conte Rezzonico ritornerà a Bussato,
penserò io a fargli dare un ordine concludente, che non ardisca più fare da
bracco in questa libreria. Nella memoria datami dal P. Paciaudi, vi è che
procuri ritrovare le conformità di S. Francesco del P. Pisano o di prima
edizione, o manoscritte; qui non vi sono tali. quali si vorrebbero. Vi sono in
Corte. maggiore, ma io non ne parlo»
E l'Affò
indignato commenta:
«Tanto
zelo per Cortemaggiore dove agli ha tratto qualche tempo della sua vita e nulla
per Busseto. I cambi vantaggiosi sol per Busseto; non già per Cortemaggiore:
Iddio gliela perdoni».
La nota
allegata ci dà l'elenco dei primi libri alienati:
«Virgilio
stampato in Milano per Antonio Zarotti l’anno 1475 Pindaro greco — manoscritto —
un tomo
Apollonio greco —
manoscritto — un tomo
Basinio Parmense Poeta —
Hesperidos — manoscritto un tomo
Pomponio—
Interpretazione su le Eneidi di Virgilio — stampato in Parma nel 1481 — un tomo
Ortografia manoscritta —
un tomo — ma è più tosto un Dizionario che spiega il senso di molte voci —»
In
appendice ne diamo la descrizione e la posizione nella Biblioteca Palatina.
Segnono
altro lettere del giugno che riguardano il risarcimento consistente nei 36
volumi a «assi bene legati in francese»
della Storia Ecclesiastica del fleury, un cambio che oggi possiamo dire ben
svantaggioso per il convento. Tuttavia padre Flaminio aveva confidato al
Provinciale: «Ciò che ho ricevuto è assai
più di quello che mi aspettassi»
Passarono
intanto oltre due anni e, forse per la morte del padre Flaminio, uomo stimato
dal Du Tillot, avvenuta il capodanno 1766, le mire del ministro e del Paciaudi
sugli altri libri preziosi della biblioteca bussetana stettero quiete. Si
rifecero invece improvvisamente vive in una lettera che il bibliotecario ducale
inviò il 10 novembre 1767 al padre Melchiorre da Busseto che non era più
Provinciale.
«Egli
è da lungo tempo, ch’io andava meditando una scorsa a Busseto a fine di
terminare con V.P.M.R.enda l'affare dei libri, incominciato nel tempo del sito
Provincialato per mezzo della chiara memoria del P. Flaminio. Molti impedimenti,
e vari negozi mi hanno distolto dall'effentazione di questo progetto, e me ne
distolgono tuttavia. Volendo pur dunque il servizio di S.A.R. clic questo affare
abbia fine, ho risoluto di metterlo nelle mani di V.P.M.R., si perché conosco la
sua rispettosa premura in tutto ciò che può esser grato al suo Sovrano, si
perché ebbe V.P.M le necessarie facoltà per una permuta dei libri inutili ai
suoi Religiosi in altri di miglior teso per i loro studj.
Rivolgendo le mie carte ho ritrovata la nota da me chiesta tre anni addietro al
P. Flaminio dei libri del 1400 esistenti nella Libreria Bussetana. Ho scelto da
essa ciò, che può convenire alla Biblioteca di S.A.Reale. e mi do l'onore di
accludergliela. Il P. Guardiano, perché non suddito di S.A.R. deve più d'ogni
altro prestare tutta l'opera per questo cambio, a fine di mostrare la sua
ossequiosa riconoscenza al beneplacito concedutogli di governare codesto
Convento. Lo zelo di V.P.M.R. nel servigio del Principe mi è troppo noto per
dovere maggiormente insistere, acciò dia mano alla sollecita esecuzione.
Ritrovati i libri, la prego di farli rimettere al Sig. Podestà Bertioli,
ripetendone la ricevuta, ed al medesimo potrà dire che ne faccia pronta
spedizione a S. Ecc.a il Sig. Marchese Ministro, avvertendo, di riporli in una
cassa difesa dall'ingiuria della stagione, onde i libri non soffrano nel
viaggio. Quando saranno in mia mano, dalla loro conservazione potrò fissarne il
prezzo, e V.P.M.R. avverta pure il Guardiano, che il prezzo sarà sempre
superiore al valore, così esigendo la generosità del Sovrano E ben deve aver
egli conosciuto che il compenso dato di un corpo intiero della bella Storia del
Fleury per pochi vecchi libri avuti, dimostra, che se S.A.R. desidera alcune
antiche edizioni per la sua Biblioteca, non è che per beneficare con altre più
utili ai Religiosi. Da quanto le espongo V.a P.tà deve ben riconoscere che
questa mia è passata sotto gli occhi di S. Ecc.a Sig. Marchese Ministro prima di
partire, e quindi, che sono autorizzato a farle la presente istanza. Intanto con
pieno ossequio ecc.
E fece
seguire l'elenco dei libri richiesti così steso:
«I
: Plinitis Historia nuittralis fol. Rontae 1470
2: Plinius fol. Parma::
1476
3: Livius Historiae fol.
1470
4: Cicero Ormiones fol.
max. sine anni nota
5: S. Thomas Acptinas Secunda Secundae fol.
Maguntiae 1467
6: Eusebitts
Caesariensis Historia coll'epigramma di Burlino Mombrizio fol. sine anno
7: Plutarchus Vitae Fol.
1478 editto lensoni
8: Pins il. Historia fol.
1477
9: Domato Grammatico fol
..inc anno Tipis Vendelini de Spira Diodo•us Siculus ex versione Poggii fol.
sine anno
11: Theophraslus ex
versione Theodori Gazae fol. Tarvisii 1483
12: Tibtellus fol. Begli
Lepidi 1481
13: :l'ernia in
Juvenalem fol. 1478
14: Statius fui.
Venetiis 1483
15: Politianus
Miscellanea fol. 1489
16: Luercthis fol.
Mediolani 1439 per Zarottion Parmensern
17: Calderinus in
Maritini in 4' 1476 carattere Gothico.
18: Nonius Marcellus, et
Varro de lingua latina in 4' 1491
19: Seneca epistolae fol.
Venetiis 1492
20: Filelphus epistolcie
fol. 1491
21: Pero:Jos Cornucopia
fol. 1493
22: Poliantea di Doni.
Nani fol. Savona 1513
23: Marci Vigeri
Decacordon fol. Pani 1507».
Le
annotazioni dell'Affò ci aiutano a completare l'elenco:
«Dalle
date degli anni dell'impressione ognuno raccolga la qualità de' libri. Il P.
Flaminio, che pretendeva d'esser pratico nella Storia non seppe poi distinguere
il Cronico d'Eusebio, dalla Storia del Medesimo. Si noti ancora, che unito alla
Storia dell'Asia minore di Pio II o sia Enea Silvio eravi il Marina de Vitis
Pontificar,: in carattere senrigotico. — Unito a Dienloro Siculo eravi Cornelio
Tacito: de Situ et Moribus Populi Germanici — ribello non era solo: una vi era
imito di stessa edizione Gaudio. Properzio e Claudiano. Si vede che il P,
Flaminio guardava solo la prima e l'ultima carta de' libri — Merula non era
soltanto in Juvenalem: ma eravi ancora l'altro corpo d'Annotazioni, o Commentari
scritto contro a quelli di Calderino; di più vi erano i Commenti all'Oratione di
Tullio pro Ligario — A Stazio vi erano aggiunti i Commentari — Dietro a Lucrezio
vi era il Poema Astronomico di Marco Manilo, — Con Seneca erano legate le
Declamazioni di Quintilliano. Quantunque si potessero scioglier molti de'
nominati Libri furono però mandati in corpo, ed in anima».
Invece, tra
i richiesti, non giunsero a Parma il Teofrasto e il Filelfo che sul momento non
vennero rinvenuti.
Non ci è
stato difficile così rintracciare quasi interamente presso la Palatina questi
preziosi libri, alcuni dei quali contano tra le rarità della biblioteca
parmense: sono inoltre esemplari stupendi per conservazione e per decoro di
miniature, come si vedrà dalla descrizione in appendice.
Alla
richiesta del Paciaudi il padre Melchiorre da Busseto aveva risposto con la
consueta pronta completa ossequiosa disponibilità, facendo presente il bisogno
per la biblioteca bussetana «di alcuni
Spositori più classici; delle famose Opere di S. Gio: Crisostomo dell'ultima
edizione, e di buoni cartonisti». E aggiungeva: «Intanto
la prego a porre sotto gli occhi di Sua Ecc.za il Sig.Primo Ministro questo mio
umile, e riverente foglio, e con questa occasione rinovargli a memoriala
disgrazia sofferta da questo povero Convento sino lo scorso inverno per lo
diroccamento d'una buona parte della clausura, oltre l'altra, che minaccia
ruvina. Nella qual circostanza fu presentata supplica alla stessa Sua Ecc.za per
un caritatevole sussidio. non essendo il Convento in caso di dar mano al
necessario risarcimento, potendosi appena campare ne' correnti anni calamitosi.
La supplico dunque con calore di questa grazia».
Nello
stesso tempo il Guardiano aveva inviato una relazione. che non ci è giunta,
sulla storia della biblioteca, e per mezzo del Podestà di Busseto i libri erano
giunti a Parma direttamente al Primo Ministro. Restano tre lettere compiaciute
del Paciaudi che adulano il Guardiano, gli promettono vantaggi, e lo fanno certo
delle intenzioni di favorire, non subito ma in seguito, il Convento, e inoltre
chiedono informazioni su altri libri antichi, nel caso fossero nella biblioteca
di Busseto. Le ultime annotazioni dell'Affò ci fanno conoscere alcune sfortunate
vicende accorse alla biblioteca negli anni precedenti:
«Il
P. Guardiano aveva esposte al P, Paciaudi le vicende sofferte in altri tempi da
questa libreria, le quali costano per tradizioni certissime. Molti vecchi si
rammentano ancora, come ne fossero molti spediti in una cassa, che per alcuni
ricorsi arrestata in Parma fu perduta; e si ha per certo come vari di quei libri
siano ora nelle mani de' Marchesi Mellilupi di Soragna. lo sendo in Bologna udii
dal P. todovico di Bologna, che egli aveva veduti molti de' nostri libri colà
spediti per inviarli altrove. A tutto questo accresce fede la testimonianza del
P. Paciaudi, che dice averli veduti nella Biblioteca del Cardinal Passionei.
Consta dall'indice di questa Libreria scritto l'anno 1718 dal P. Gio: Maria
Grossi di Busseto, che vi fosse in questa Biblioteca Lattanzio Firmino edito nel
1468. Non vi notato che fosse quella di Subiaco, citata qui dal P. Paciaudi. Ma
fosse o non fosse quella, conviene dire che certo fosse superba e preziosissima.
Non si sa come sia mancata. Era in foglio».
Ad affare
concluso, anche lo stesso Du Tillot, con lettera personale del 24 novembre 1767,
ringraziò il padre Guardiano. Ma la storia dell'alienazione non finì, anche se
ci mancano i documenti per proseguirla. Altri libri furono certamente ceduti: lo
ricaviamo da una «Nota de' libri estratti
dalla Biblioteca de' Gesuiti di Borgo, e dati al P. Luigi Fedele da Villanova
Guardiano di San Francesco di Busseto in compenso de' libri antichi donati in
Gennaro 1768 alla Real Biblioteca di Parma». C'era fra questi anche il
Petrarca del 1470 e il Dante del 1472 che il Paciaudi aveva fatto ricercare
l'anno prima a Busseto? Non sappiamo. Certo che la successiva soppressione
napoleonica dei conventi e l'incuria, in cui la biblioteca giacque fino ai
nostri giorni, fecero il resto. Così leggiamo nel Seletti: «Malgrado
le molte manomissioni questa libreria nel 1810 contava ancora più di cento
rarissimi volumi del primo secolo della stampa, fra i quali un Plutarco edito in
Roma dal Campana senza data in due volumi con miniature; un S. Agostino De
civitate Dei in _ f.° di Venezia del 1470; di Milano un tacito postillato dal
Dolcino. Fra i manoscritti è citato un trattato De Sponsalibus et Matrimonlis di
Niccolò Tedeschi di Sicilia del 1442, codice che nel 1820 fu acquistato dal
Pezzana per la Biblioteca di Parma».
Ora gli
incunaboli sono ridotti a 29, e presto, forse, corali miniati, incunaboli,
cinquecentine e altri libri di questa Biblioteca da tempo agonizzante
trasmigreranno a Bologna presso l'Antoniano. E tra le fini possibili, questa non
sarà la più disonorevole.
Corrado Mingardi
APPENDICE
Ho rintracciato presso
la Biblioteca Palatina i libri seguenti:
- THOMAS (S.) Dc Aquino- SUMM“ theologiae.
P. II. 2 Magonza. Peter Schoeffer, 1467. 20 got.
10.1. 9588
Inc. Parar. 1140
Nella prima carta
l'iniziale minima racchiude la figura di S. Tommaso e c'è lo stemma Pallavicino
con le lettere P A. Fu esposto alla Mostra del 1954 (p. 31) e si trova ora al
Museo %doni (p. 34 TI. 4).
(7) E. Scienti (La Cina
di Bussino. Milano 1883, vol. 1, pp. 229.230) raccolse queste notizie da Pietro
Vitali che le aveva riportate in un manoscritto in suo possesso, una copia del
quale, dedicala a Moueau de SaintNléry. èanche a l'arma (Memorie storiche di
Busseto, Ms. Parm. 503). Vi si dice che il Plutarco era edito da Ulrico Gallo
(Han) e portava con lo stemma Pallavieino le iniziali PA (a Parma non c'è).
C'era anche un Marziale stampato a Milano tal 1478, che invece ho ritrovato.
Sull'organista Stefano
Dolcino canonico della Scala a Milano e sul nipote Stefano Dolcino Secondo,
entrambi provenienti da Busseto, si veda l'Affù (Memorie degli Scrittori ecc.
Torno terzo, pp. 65-71 e 163-167) in cui si fa cenno anche dei loro libri
lasciati alla biblioteca di fossero.
(8) G. Sartori, Gli
incunaboli delle biblioteche di Russato, in a Biblioteca 70» il (1971). pp.
149.152.
2 - PLINIUS SECUN1)1114,
Caius. Hisvorirr Naturalis. Roma, Conrad Swevnhevm c Arnold Pannartz. 1470. 2'
rom.
7879
lite. Parm. 1156
Nella prima carta porta
miniala un'aquila nera in una ghirlanda fiancheggiata dalle lettere NI TR. Nella
scheda manoscritta del Paciaudi: ec Rari operis exemplar sionnzate gentis
Pallaviciniae insignitami.. Non è pero lo stemma Pallavicino, ma quello di
Nicodemo Trincadini (o Tranchedini) pontremulese (morto nel 1481). importante
diplomatico visconteo e poi SiOr/CSCO, senatore di Milano, conte palatini,: egli
si occupò anche di studi grammaticali cd ebbe intrinsechezza coi più celebri
umanisti del tempo (Archivio Storico Lombardo, 1893, pp. 42 - 44 e 423). Forse
alcuni suoi libri giunsero a Ilusseto attraverso i Dolcini. Esposto alla Mostra
(M 1954 (p. 24).
3 • LIVI US. Titus.
Ilistoriae Ronzatine decades. Roma, tibia Han, (c. 1470). 2' rom.
I.G.I. 5770
Inc. Parco. 1157
4 - DONATUS. Aclius.
COMMCIMI111 iu Terentii comoedias. (Venezia]. Vin- delirio da Spira. (e. 14721.
2' rom.
I.G.I. 3563
Inc. Parto. 1111
5 - DIODORUS SICULES.
Biblioteca, traduzione di Poggio Bracciolini. la Biblioteca Palatina possiede
sia l'esemplare di Bologna 1472 (I.G.I.
3451 - Inc. Parm. 433)
sia quelli di Venezia 1476 (I.G.I. 3452 - Inc. Parm. 434) e 1481 (I.C.E. 3453 •
Inc. Parm. 1172) clic tutti contengono La Germania di Tacito.
6 - EUSEBIUS Panfilo,.
Chronicon. [Milano], Filippo da Lavagna, (14741476]. 4) rom.
3752
Inc. Parm. 498
Porta miniata l'aquila i
m penale entro una ghirlanda fiancheggiata dalle lettere N1 TR.
7 - VERGILIUS MARO.
Publius. Opera. Milano, Antonio Zarotto 1475. 2' rom.
I.G.I. 10193
Inc. Parm. 1112
La prima carta è
contornata da miniature con lo stemma dei Palla- vicino e lettere PA. opera di
miniatore lombardo assai vicino all'autore dei corali del Vescovo Carlo
Pallavicino a Lodi.
Paciaudi nelle sue
schede manoscritte: c exemplar miri nitoris». La sua egregia conservazione è
ricordata anche dal Pezzata (Memorie degli Scrittori e Letterati Parmigiani,
torno VI parte seconda, p. 253). Una pagina é riprodotta in A. Ciavarclla.
Antonio Zarotto da l'arma, « Aurea Parma » XXXV (1951) p. 113.
8 • PLINIUS SECUNDUS,
Caius. Ui.storia Naturalis. Parma. Stefano Corallo 1476. 2' rom.
L.G.I. 7882
Inc. Parto. 1157
Alla carta 21'
capolettera miniato e fregio. risposto alla Mostra del 1954 (p. 24) e al Museo
Bodoni (p. 46 n. 5). Nelle schede manoscritte del Paciaudi: « F.ditio praeelara
literis inbialibus versicoloribus auroque fulgentibus distineta: pretiosissima.
Par.». Accenna alla provenienza bussetana l'Aftb in Memorie degli Scrittori ecc.
tomo III. p. LXI.
9 • CALDERINUS Domitios.
Cumnneraarii in Sualii SifrOS. Brescia, Enrico da Colonia [e. 1476). 40 got.
I.G.I. 2361
Inc. Non. 161
IO - PIUS PP.1I.
Historia remoti ubique gestartun. Venezia, Giovanni da Colonia e Johann Mant hen,
1477. 2' rom.
I.G.I. 7821
Inc. Parm. 779
II - PLUTARCHUS. Vitae
parallelac [in latino] Pin. Venezia, Nicolas Jensoit.
1478. 2' rom.
I.G.I. 7922
Inc. Parm. 1163
12 - MERULA. Georgius. Enarrationes Saararton Javenalis.
Venezia, Gabriele di Pietro, 1478. 2' rum. e grec.
I.G.I. 6377
Inc. Parm. 798
Porta numerose postille
di Stefano Dolcino. In n? recto: • Alediofuni iu 5.1a Maria de la Scala, per P.
Stephattunt Dulcinum ibi eattorticum: tenente Georgio liferula ales. 1488. die
XVII!! Angusti finis ».
13 - MARTIALIS, Marcus
Valerius. tipigramtnara. Milano, Filippo da Lavagna 1478, 4• reni.
1.0.1. 6221
Inc. Parm. 930'
14 - C10ERO. Marcus
Tullius. Ora fiOlieS P.I.11. [Milano, Antonio Zarotto, c. 1478].
rom.
1.0.1. 2927
Inc. Parai. 626
Nella guardia: est
Srephani Dolenti scottali ».
15 - NONIUS MARCELLUS.
De praprietate latini sermonis.
la Palaiina possiede sia
l'edizione di Parma del 1480 (1.G.I. 6931) sia quella di Venezia del 1492
(1.G.1. 6935).
16 - TIBULLUS, Albius.
Elegiac. Reggio Emilia. Prospero Odoardo e Alberto Mazzali.
1481.
got.
I.G.I. 9661
Inc. Partii. 1062
17 - STATI US, Publius Papinites.
Opera. Venezia,
Ottaviano Scolo, 1483. 2' roast. e grcc.
1.01. 9144
Inc. Parm. 1109
IS - LLICREFICS CARO.
Titus. De resimi natura. Verona.
Paul Frideripet.• ger, 1486. 2' rom.
T.G,I. 5866
Inc.
Parm. 799
19 - MANILIUS. Marcus.
Astrommtiton. Milano, Antonio Zarotto, 1489, edente Smith:ma Dulcino. 2' rom.
I.G.I. 6129
Inc. l'ami. 928
Fu esposto alla Mostra
del 1954 (p. 21). Ora è al Museo Bodoni p. 46. n. 8).
20 - POLIZIANO, Angelo.
Aliscellaneortan centuria prima. Firenze. Antonio Miscomini. 1489. 2' rent. e
grec.
1.0.1. 7959
Inc. Parm. 1078
21 - POMPON1US LAETLIS.
Julius. luterpreialio in Vergilii Aeneida. Brescia. Bonino de' Bonini, 1490
[1486].
rom.
1.0.1. 7985
Inc. Partii. 835
22 • TACITU.S. Publitts
Cornelius. Opera [Milano, Antonio Zarotto, c. 14901. 2' rom.
1.G.I. 9256
Inc. Parm. 791"'
Nella guardia anteriore:
a Est p. Su:pitoni Dulcini Secundi ». che vi ha steso multe postille e
correzioni del lesto.
23 - SENECA. Lticius
Annacus. Opuscolo philosophica. Venezia. Bernardino de Curi, 1492. 2' rom. e got.
I.G.I. 8870
Inc. Parai. 544
24 - PIiROTTUS, Nicolaus..
Curaucopia.
La Biblioteca Palatina
possiede le edizioni di Venezia del 1492 (I.G.I. 7422) e del 1494 11.6.1. 7423).
Dei manoscritti a Parma
ho ritrovato solo i seguenti:
l • AP01.1.0NIUS
(RHODFUS). Arguita:0km: libri IV priores. Greco. Co. dice cartacce in foglio del
sec. XV.
E' precedilo> da una
Exercitatio ad lucro?: Apoilcmii, liber. IV. V. 691 del Padre l'urlatigli, con
l'aggiunta del monumento sepolcrale di Raia rio Superante.
Ms. Parra. 355
2 - BASINIUS DE BASINIIS
PARMENSIS. Hesperidos lib. XIII Bel codice cartaceo in foglio del sec. XV.
E' preceduto da una
prefreziune del Paeinudi in (cicio alla quale, forse di mano dell'AH& è la
seguente nota: «Sciar eu tem. Lector optime, Paciatulum nosatun nung-unar de
bucce commentario conscribendo CO2itaSSC atque boe Hesperidos esemplar ex
Biblioteca Buxecana FraDuni Minorum, una cura aliis Mss Codieibus perantiquis,
fraudnlenter sustalisse ».
In fondo altra noia:
„Non fraudolenter. siici Principe perirai lente A.P.• (Angelo Pez2.arra?).
Ms. Parco. 337
LE
TERRECOTTE ORNAMENTALI DEL SEC. XV A BUSSETO
Con la
decorazione architettonica in terracotta il Rinascimento fa la sua apparizione a
Busseto sullo scorcio del sec. XV: edifici precedenti o recentissimi vengono
ornati da una serie di formelle fittili che, per varietà di motivi e di
combinazioni. costituiscono uno dei più estesi e interessanti complessi di un
genere che ebbe in quegli anni la sua massima fioritura in Lombardia. E lombarda
per più versi fu Busseto nel tempo che vide i Pallavicino sottomettersi alla
potestà del Duca di Milano, per non dire dell'appartenenza alla diocesi di
Cremona di quasi tutto il loro feudo.
Ben sei
sono gli edifici che vantano i rossi rilievi quattrocenteschi, mirabilmente
inseriti nella omogenea materia delle facciate: la chiesa francescana di Santa
Maria degli Angeli, la Rocca, la Collegiata di San Bartolomeo, il vecchio
Palazzo Comunale, l'attigua casa Orlandi in Piazza Verdi e la casa
Zaniboni-Cavalli al n. 107 di Via Roma.
Il pregio
delle terrecotte ornamentali di Busseto è sfuggito finora agli studiosi: la
bibliografia relativa è quasi nulla, solo alcune riproduzioni hanno trovato
posto in due pubblicazioni specifiche e un caldo invito alla loro valorizzazione
veniva lanciato nel 1911 su un quotidiano di tiratura nazionale. Gli studiosi
lombardi, limitando il campo d'indagini strettamente alla loro regione, hanno
finora ignorato il complesso bussetano.
La
terracotta ornamentale è per lo più frutto di produzione meccanica, e in ciò sta
il limite della sua originalità: ma l'eccellenza del modello non è per niente
intaccata dalla sua quasi infinita possibilità di ripetizione: lo stampo
intagliato nel legno, favorito dalla facile plasticità dell'argilla, moltiplica
il prototipo senza sminuirlo. Il materiale stesso, reso dal fuoco delle fornaci
capace di sfidare il tempo, possiede una sua intrinseca nobiltà di cosa calda e
naturale. La pianura padana dal Romanico al Barocco ha spesso trovato nell'umile
terracotta il mezzo più congeniale per dar voce architettonica e scultorea alla
sua vocazione artistica. Ma è la seconda metà del Quattrocento, a Ferrara, a
Bologna, a Cremona, a Pavia, a Milano e in altre città del Settentrione, che ci
mostra il trionfo della terracotta con l'esplosione di un gusto decorativo che,
pur tendendo talora al sovrabbondante, è quasi sempre felicemente guidato dalla
misura rinascimentale.
Se si
esclude la Rocca, nella cui ricostruzione ottocentesca le finestre ornate che
erano nel cortile interno furono portate sulla nuova facciata, tutti gli altri
edifici mostrano la decorazione fittile stesa sul contesto primitivo, senza che
manomissioni o intrusioni eccessive siano venute a turbare la sua funzione
originaria, quale cioè fu concepita negli ultimi tre decenni del sec. XV. Perché
a quel tempo e non prima, occorre fissare la messa in opera delle formelle, le
più antiche delle quali sono certo quelle della chiesa dei Francescani portata a
termine dal 1470 al 1475.
II motivo
dominante del portale e del rosone è costituito dalla fascia di putti
vendemmianti, incorniciati all'esterno da un largo freglio di foglie d'acanto,
da un torciglione e da un listello con foglie arricciate intervallate da
rosette, e chiuso all'interno da una semplice cordonatura di petali lobati:
rigore classico sposato a vivace naturalismo gotico, e. nei putti rampanti,
stilizzazione araldica. Ritmicamente interposto ad ogni putto è il pampino e il
grappolo, mentre il tralcio sinuoso lega nel fondo lo snodarsi della
composizione. Un tale motivo ha origini antiche, ellenistiche, romane, fatto
proprio dall'arte paleocristiana e continuato nel Medioevo.
Le formelle
col putto sulla vite mistica, usate nella chiesa francescana di Busseto, sono in
tutto simili a quelle che si incontrano in più luoghi della Lombardia, derivando
dai medesimi stampi. Ciò ci permette di identificare l'autore dell'intera
decorazione, o meglio di far provenire dalla sua fornace la serie dei nostri
manufatti. Si tratta del cremonese Rainaldo de Stavolis (o Rinaldo de Stauris)
che lavorò in Sant'Agostino a Cremona nel 1450, all'Ospedale Maggiore di Milano
nel 1463, nei chiostri della Certosa di Pavia nel 1464 e 1465, nel 1484
all'Ospedale di San Matteo di Pavia dove è chiamato
magistrum a stampis lapidum; nel 1488 aveva la fornace —
pro faciendo laborerio — fuori di
Porta Mosa in Borgo San Creato a Cremona; nel 1490 era di nuovo alla Certosa di
Pavia per un pavimento e nel 1494 era ancora vivo. Una personalità la sua di non
facile definizione, forse solo provetto esecutore di modelli altrui (di Giovanni
da Roma, del Filarete sotto la cui direzione lavorò, a Milano, di Guinifonte e
Francesco Solari, o di altri), e imprenditore d'una importante officina. ma
forse anche, come magister ab intaliis,
artista originale capace di fondere personalmente il classicismo archeologico
del Filarete con l'esuberanza lombarda ancora memore del gotico più fiorito.
Nei lati
Sud e Ovest del chiostro piccolo della Certosa pavese, documentati come opera
sua, si trovano con i putti vendemmiatori molte altre formelle che simili sono a
Busseto e delle quali parleremo. La prima apparizione di quel putto è però negli
archi del cortile trapezoidale dell'Ospedale di Santa Maria della Pietà a
Cremona, iniziato nel 1450-1452 e finito nel '57, molto prima quindi del
chiostrino della Certosa e anche del documentato soggiorno milanese: una data
precoce, precedente alla partecipazione istruttiva ai grandi cantieri
sforzeschi. Questo putto sodo e tornito ha infatti il suo prototipo nei Bambini
di Giovanni da Roma con cui Rainaldo collaborò nel 1450: egli affidava forse
allo stesso De Stavolis la fusione di quelle Madonne del Latte in bassorilievo
di cui esistono sei esemplari al Museo Civico di Cremona e uno, tolto qualche
anno fa e portato dai proprietari a Milano, si poteva vedere anche a Busseto
murato sulla casa n. 27 di Via Provesi. Giovanni da Roma, che aveva visto già in
Vaticano il Filarete, è con Bonifacio Bembo all'origine di tale gusto rinaldiano,
classico e cortese ad un tempo.
Si ritrova
lo stesso putto vendemmiante a Cremona nel cortile della casa di via Araldi
Erizzo n. 14. nel portale della casa di vicolo Cortese n. I e in molti esemplari
nel Museo Civico; a Castelleone nel portale di Santa Maria in Bressanoro
edificata già forse nel 1460; a Pavia nel Museo Civico e a Busseto anche nella
finestra della navata aggiunta della chiesa di Santa Maria degli Angeli, nelle
finestre e nel fregio del secondo piano di casa Zaniboni-Cavalli in cui il putto
è disposto orizzontalmente con un uso che l'altezza rende tuttavia, alla vista,
meno improprio.
In un atto
del 1484 si fa cenno di una fornace «in loci Polesini»
dell'episcopato di Cremona «appellata
fornax di Jacobi de Stavolis» che il Bonetti dice essere padre di Rainaldo.
Questo
Jacopo è, a mio parere, non il padre di Rainaldo, che nel 1447 già figura morto,
ma bensì il figlio, quello stesso Jacopo che continuò la sua opera come appare
in un documento del 5 ottobre 1501. Dunque a soli sei chilometri da Busseto, a
Polesine Parmense, e proprio negli anni che ci interessano, esisteva una fornace
dei De Stavolis, che fu forse la fornitrice nell'oltre Po di tutte le terrecotte
cremonesi di quell'epoca.
Terrecotte
di Rainaldo ornano anche le quattro cappelle laterali di sinistra della chiesa
di Santa Maria degli Angeli. All'esterno corre, sotto la gronda, una cornice
formata da archetti pensili ogivali raccordati da testine di putti e sormontati
da foglie d'acanto con la scritta Droit
semper. All'interno troviamo ventidue stupendi capitelli compositi sui
semiplastri: formelle quadrate concave, con rosetta al centro, di due tipi
diversi nei sottarchi ; piccoli capitelli sospesi o no all'inizio dei costoloni
delle vele e il sole raggiante di San Bernardino nelle chiavi di volta: elementi
tutti, se si eccettuano i grandi capitelli, che si riscontrano nelle alte
costruzioni bussetane e altrove. Ad esempio le formelle quadre tipiche dei
soffitti, e usate a Busseto anche nelle finestre del primo piano di casa
Zaniboni-Cavalli, sono del tipo che appare nei sottarchi del chiostro grande
della Certosa di Pavia, che, con una parte del piccolo chiostro, offre gli
esempi più svariati del repertorio di Rainaldo. Gli stessi simboli di San
Bernardino sono inseriti nei rosoni laterali della facciata di Sant'Agostino a
Cremona. Quanto poi alla foglia d'acanto sormontata dal motto
Droit semper, impresa di Piero de'
Medici, essa è comunissima: a Milano nel cortile del Banco Mediceo, alla Cascina
Mirabello, alla Bicocca e nel tamburo della cappella Portinari; a Catstelleone
nel portale e nelle finestre di Santa Maria in Bressanoro e a Cremona al Museo
Civico. Interessanti sono nelle ultime cappelle le due nicchie per le ampolline,
contornate da complessi archetti trilobati
alla gotica, sostenuti da brevi pilastrini tortili, veri gioielli di
sapienza decorativa, come lo sono le guglie della Collegiata bussetana che si
ornano degli stessi elementi fittili.
Le quattro
cappelle laterali risalgono ad anni di poco posteriori la costruzione della
chiesa: la terza e la quarta erano pronte prima del gennaio 1478, data in cui
sono ricordate nel testamento di Gianludovico Pallavicino: le prime due invece,
se sono quelle del fratello Pallavicino Pallavicino erano nel giugno 1434 «movimer
extructae». Ma i modelli decorativi sono certo anteriori; a Busseto adattati
con gusto alle nuove costruzioni.
Se ci
portiamo ora ad esaminare la facciata della Collegiata di San Bartolomeo,
accanto a numerosi motivi già considerati, ecco apparire un nuovo modello di
putto alato sul tralcio, più grande e libero, più padrone dello spazio che
occupa, più evoluto in senso rinascimentale, e tuttavia per nulla contrastante
con le magnifiche foglie ancora interamente gotiche, come gotici sono i turgidi
grappoli. E col putto, nella parte più interna del rosone, una ghirlanda di
frutti cinta dalla spirale di un nastro. Ma è soprattutto nella composizione del
portale, stretto tra classiche paraste e un grande architrave, la novità di
questa facciata. Il cornicione della chiesa, in parte simile a quello che gira
attorno alle cappelle francescane, è una rossa trina di archetti incrociati,
mentre le tre guglie che la coronano svettano snelle e preziose nel loro
apparato di archi polilobati e di colonnine tortili. come tabernacoli o grandi
reliquiari sullo sfondo del cielo.
Il portale
rimanda per le sue paraste strigilate e rudentate all'esemplare portale marmoreo
del Banco Mediceo, attribuito variamente a Michelozzo o al Filarete, ora
conservato nel Castello Sforzesco di Milano. Lo spunto classico, riattinto dal
Brunelleschi e diffuso in Lombardia da Michelozzo, è qui tuttavia falsato nelle
proporzioni. Lo ritroveremo anche nelle finestre della Rocca.
Il rosone è
in gran parte simile a quello, di poco più grande, della chiesa di San Luca a
Cremona, la cui facciata fu ristrutturata attorno al 1471. La stessa fascia di
putti gira stretta fra cornici a torciglione, dentelli, foglie d'acanto, simili
a quelli di San Luca, ma non disposti nel medesimo ordine. A Bussato, come nuova
e originale, la ghirlanda interna di frutti che non compare a Cremona, dove
peraltro troviamo invece all'esterno una cornice di ovuli.
Il nuovo
putto ebbe come il precedente una vastissima diffusione: a Cremona, oltre che a
San Luca, ne esistono esemplari presso il Museo Civico e presso il Museo del
Seminario Vescovile; a Pavia nella raccolta Radlinski; a Borghetto Lodigiano
nelle belle finestre di Palazzo Rho; a Lodi in tre finestre di Palazzo Mozzanica
ora Varesi; a Cortemaggiore inseriti frammentariamente nella facciata della
chiesa di San Giuseppe, e a Busseto anche nelle finestre del Vecchio Palazzo
Comunale, come vedremo. A Zibello, poi, questi putti ornano abbondantemente la
facciata della Parrocchiale, costruita negli ultimi decenni del sec. XV: sono
nel portale che è ancora più scopertamente classico, coronandosi di un timpano
triangolare poggiato su lesene simili a quelle bussatane, e nel rosone,
contornato in modo più semplice.
L'interno
di questa chiesa, pur essa di fondazione pallavicinia, possiede altre
terrecotte: nelle navate laterali sono quattro archi sormontati da timpani
semicircolari con cornici di ovuli, e nelle lesene appaiono a modo di candelabre
motivi che già preludono al Cinquecento, mentre i sottarchi hanno formelle
quadrate da soffitto del tipo di quelle già viste a Busseto.
La
Collegiata di San Bartolomeo è un edificio giunto a noi nella ricostruzione
attuata verso la metà del sec. XV da Orlando il Magnifico: architettonicamente
si appaia alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, alla Parrocchiale di Zibello
e a tante altre chiese lombarde dell'ultimo gotico. La sua decorazione fittile
certo del penultimo decennio del Quattrocento, contemporanea a quella degli
altri edifici bussetani e alle finestre della Rocca che siamo riusciti a datare
al tempo del marchesato di Pallavicino Pallavicino, divenuto unico signore di
Busseto nel 1479 e morto nel 1486.
Infatti,
accanto allo stemma dei Pallavicino, c'è lo stemma bandato di Caterina Fieschi
sua consorte. Esso si trova sulla parasta di sinistra in due delle nove finestre
ugualmente decorate che s'aprono oggi al piano superiore della Rocca. La Rocca
fu quasi interamente abbattuta a partire dal 1857, per essere nei due decenni
successivi ricostruita in forme medioevali. Le antiche finestre in cotto erano
quasi tutte nel cortile interno. Si vedano la tavola del LITTA (Famiglia
Pallavicino) e la tela ottocentesca del Museo Civico di Busseto, che raffigurano
il cortile come era prima della demo. Prima della spartizione del feudo,
all'inizio del 1479, quando ancora si tentava di accordare i due marchesi
fratelli, il duca di Milano aveva personalmente mandato a Busseto i suoi celebri
architetti Maffeo da Como e Bonifonte Solari per progettare una divisione della
Rocca che si dimostrò inattuabile. E' quindi nel breve periodo successivo, in
cui fu unico marchese di Busseto, che Pallavicino fece decorare la sua dimora
con queste eleganti finestre. Esse aggiornano la bifora gotica contornandola con
motivi rinascimentali: due paraste svignate e rudentate, con capitelli corinzi,
un cornicione orizzontale composto di ovuli e foglie d'acanto, e un parapetto
simile alla cimasa. Al centro delle bifora colonnette di marmo; sopra,
medaglioni con busti di imperatori romani, e, ai lati, ghirlande classiche alla
Filarete. In due finestre gli archetti polilobati della bifora sono pensili; nel
medaglione è una graziosa Madonna col Bambino ad alto rilievo, e ai lati il
disco raggiante con il monogramma di Cristo. Sotto la cimasa, in bei caratteri
lapidari, la scritta: Ave Maria gratia plena Dominus tecum. La finestra centrale porta il
volto di Cristo Re nel medaglione e la scritta:
...lustus Rex Venit in...
L'inserzione degli stemmi nelle paraste è una ulteriore conferma della
derivazione dei piedritti dal portale del Banco Mediceo. Anche a Pavia si
conservano finestre composte da simili elementi: una, fraintnentaria, al Museo
Civico (inv. 650) proveniente dalla cascina Caselle, già castello degli Euslachi,
a Zerbolò, nella quale le paraste sono formate da formelle floreali, ma
l'interno possiede gli stessi archi a profilo complesso entro luce ogivale, lo
stesso capitello pensile e il busto nell'ovulo centrale; altre nel Palazzetto
Cavagna di via Defendente Sacchi n. 19, che sono prive però dell'arco interno.
Al piano
terreno della Rocca, nei torrioni laterali, ci sono altre due finestre ad arco
acuto, che presentano un motivo decorativo in terracotta nuovo, riscontrabile
solo a Busseto: coppie di puttini vivaci inerpicati tra i girali d'una vite
dalle foglie e dai grappoli stilizzatissimi, come si trovano spesso nel bordo
miniato di un codice o nello sbalzo d'una finissima argenteria: il fondo
puntinato è infatti quello proprio d'un'opera d'orafo. Il racemo fuoriesce da
una stupenda anfora rinascimentale che è sostenuta da un forte, rotondo, putto a
gambe divaricate: l'effetto è di una eleganza squisita, quasi al limite delle
possibilità stesse della materia finite. Questa decorazione è piuttosto
danneggiata, specie nella parte inferiore e nelle testine dei piriti, ma è
ugualmente godibile nel suo complesso. Due formelle sovrapposte compongono
l'anfora: della più bassa si conserva un esemplare anche nel Museo Civico di
Cremona.
L'anfora
intera e il putto che la regge ricompaiono nelle tre finestre del vecchio
Palazzo Comunale di Busseto dove sostengono non più il tripudio gentile dei
piccoli amorini, ma la fascia dei putti alati che già vedemmo girare nel portale
e nel rosone della Collegiata. Ancora una volta il risultato è di grande gusto.
Queste finestre, riportate al primitivo splendore nei restauri del 1913, sono di
un tipo piuttosto diffuso: nel Palazzo Rho di Borghetto Lodigiano, nel Palazzo
Mozzanica ora Varesi di Lodi, nelle case Azzanelli e Viola di Soncino e nel
Palazzo Grossi a Fiorenzuola d'Arda, nel quale appare l'inserzione della bifora
pensile come a Busseto. A Lodi, a Soncino, a Fiorenzuola la fascia interna è
costituita non sempre da tralci di vile, ma da rami di quercia, cui sono
appoggiati putti alati quasi identici. Identici invece sono gli altri elementi
decorativi, quali i torciglioni, i dentelli, il festone avvolto dal nastro con
il motto A Bon Droit, usato dai
Visconti e dagli Sforza.
Ma la cosa
più importante di questo palazzo è il fregio che corre sotto le finestre di via
Roma e sul lato verso la piazza, continuando poi nell'adiacente casa Orlandi,
per una lunghezza totale di ben 80 metri. Il motivo consta di due donne drago o
sfingi alate, che si fronteggiano separate da un capitello; fa da raccordo il
nodo che stringe le loro code, dal quale spunta un cespo di foglie. Cosi scrive
il Puerari a proposito dei sei pezzi nati dagli stessi stampi e conservati al
Museo Civico di Cremona: «I sei pezzi
presentano una plastica fortemente stilizzata e di una raffinatezza inconsueta,
che non possono appartenere se non ad uno scultore d'eccezione che abbia fornito
all'artefice della fornace cremonese i modelli degli stampi. Per esso faremmo il
nome di Gian Gaspare Pedone per lo spirito classicheggiante e il particolarismo
analitico con cui è trattata la materia decorativa incorporata come al fondo
architettonico. Ai capitelli di Palazzo Raimondi e del Camino del Municipio di
Cremona si rifà il complicato capitello che divide le due sfingi di fronte. Vi
ritroviamo l'impiego delle scanalature rudentate classicheggianti e il tipo di
abaco ricurvo, orizzontalmente attraversato da una fila di perle e con cespo
vegetale nel mezzo.
I
delicati e nobili profili delle sfingi alate con le forti ed eleganti chiome
richiamano tipi simili del Camino e del Portale in marmo di Carrara di questo
stesso Museo. Tra gli scultori operanti in Cremona sul finire del sec. XV il
Pedone appare il più fervido di fantasia nel popolare le sue impreziosite
decorazioni di sirene, sfingi, grifi, ippocampi, uccelli rapaci, ippogrili. I
rilievi del Pedone, contrariamente a quelli del Fodulo, ove la figura si libera
dalla parete di appoggio con pienezza di tutto tondo, ne risanano in profili che
ricordano il gusto per l'intaglio, e il modellato sembra aderirvi con una
superficie piatta interna. La parete inoltre è tutta stipata dalla decorazione».
Il fregio
ha acquistato nella realizzazione futile di Rainaldo de Stavolis una durezza,
una incisività araldica, che le qualità rinascimentali del Pedone, se a lui
spetta veramente il disegno. non sembrano possedere.
Di rimpetto
al Vecchio Palazzo Comunale sta la casa Zaniboni-Cavalli che già abbiamo
illustrato nelle finestre e nel fregio del secondo piano. Al primo, invece,
presenta un fregio nuovo e interessante. Il frammento di uno simile è nel Museo
Civico di Cremona e cosi è descritto dal Puerari: «cinque
mattonelle con decorazione vegetale di grandi foglie a S divaricate,
contrapposte con apertura rovesciata, e rispettivamente con un fiore dai petali
espansi eretto e un fiore volto in giù: nelle parti terminali delle foglie sono
racchiuse rosette» ed è datato dallo stesso tra la fine del sec. XV e gli
inizi del Cinquecento.
La sua
bellezza non ha bisogno di altre parole: prelude al Rinascimento maturo e si
appaia ad altri fregi vegetali dell'ultima produzione stavoliana della quale la
Carubelli scrive: «Con il passare degli
anni i rami si fanno più leggeri, le foglie più piccole, e divenirono puro gioco
di ornamento, un leggero ricamo, che ricorda le lesene dell'area Borromeo:
indice di una tecnica consumata che prelude ai virtuosismi floreali del Briosco,
del Pedoni, di Gian Cristoforo Romani, dei Rodari». Fregi gentili come
questi, o ancor più evoluti, sono nell'interno della Parrocchiale di Zibello e
in un sottarco nel cortile del Palazzo Pallavicino a Cortemaggiore.
La facciata
di casa Zaniboni-Cavalli, cosi varia, e pure cosi stilisticamente compatta, è
anche la più integra, possedendo il suo cornicione finale di acanti e di ovuli.
Il Vecchio Palazzo Comunale ne aveva uno simile prima dei restauri che in ciò
furono malaugurati: infatti, in nome di un falso, improbabile Medioevo, il
cornicione fu abbattuto per far posto ad un tetto molto sporgente, coi suoi
travi di legno scoperto, che fa molto Grazzano Visconti.
Altre case,
forse, in Busseto avevano decorazioni di terracotta: possedeva le finestre
ogivali bordate in cotto anche Palazzo Susani, come appare dall'intonaco caduto
sul lato rivolto verso la Collegiata. Ma è già un miracolo che, dopo cinque
secoli, tanto ancora nelle chiese e nei palazzi sia rimasto a testimoniare
un'epoca d'arte cosi ricca e felice.
Corrado Mingardi
LA
«CESA DI FRA'» NEL MIO TEMPO PERDUTO
«II
prossimo numero di Biblioteca '70 sarà dedicato alla Chiesa di Santa Maria degli
Angeli. Scriva su di essa» Tale
l'invito del prof. Corrado Mingardi, direttore della Rivista.
Momenti
lontani della mia fanciullezza si fanno avanti nella memoria, simili a
fotogrammi di un lungo film, sui quali s'arresta la moviola, mentre vado alla
ricerca del tempo perduto.
Il convento
dei frati francescani di Busseto mi sembrò sempre misterioso, con quella sua
muraglia corrosa dagli anni, che custodiva gelosamente il vasto terreno
coltivato e gli edifici.
La clausura
severa non permise mai, a me bambina, di varcare la soglia della portineria del
convento.
Tuttavia
una volta accadde che essa fosse abolita «per gravi motivi di emergenza». Potei
camminare sotto il porticato del chiostro, con la mia cara compagna di scuola e
di giochi, Alice Muggia, figlia dell'allora sindaco di Busseto e con tutti gli
altri che, come noi, erano stati spinti dalla compassione e dalla curiosità.
C'erano da
vedere i profughi veneti.
Donne
d'ogni età, con bambini sulle ginocchia e uomini vecchi stavano seduti per
terra, con le spalle appoggiate al muro. Fagotti ammonticchiati presso di loro
servivano da giaciglio per i bambini dormienti.
Erano
fuggili dai loro paesi invasi, per l'avanzata degli Austriaci dopo Caporetto, ed
erano stati scaricati un po' dovunque, in attesa di sistemazione.
Commenti
amari erano corsi in paese sulle bocche degli adulti, in quei giorni piovosi e
grigi d'autunno, prima della resistenza sul Piave.
«Arriveranno
fino al Po, i Tedeschi.
«Non ce la faranno a fermarli, ormai.
«Dovremo scappare anche noi, come questi poveri veneti».
Se chiudo
gli occhi, rivedo i volti stanchi e gli sguardi infelici di quella gente. Le
donne anziane avevano nascosto i capelli, forse non ravviati da giorni, con i
fazzoletti neri legati sotto il mento. Le giovani avevano pesanti trecce
annodate a crocchie sulla nuca o attorcigliate attorno al capo: molte di esse
erano bionde e belle. I bambini sbocconcellavano pezzi di pagnotta scura e
muovevano lenti le mascelle sotto i berretti di lana calati fino alle
sopracciglie.
La scena
cambia. Ha per sfondo la primavera, così tenera e viva nella terra d' Emilia.
Davanti
alla «césa di fra'» scorreva il canale del mulino (ora non c'è più). L'acqua
giallognola fuggiva veloce, lambendo le prode fangose e poco erbose. Sembrava
ammonire «che tutto scorre»: il tempo, i sogni, la vita.
E' un
sabato santo: domani sarà Pasqua, una delle tante Pasque del mio tempo felice.
Con me,
sulla riva di destra, sono molti ragazzi e donne, in attesa. Gli occhi
contemplano la veste nuova della terra in risveglio; ma le orecchie stanno in
ascolto, in attesa dei suoni delle campane, allorché verranno slegate.
Din ! Don!
Dan!
Dal
campanile di San Bartolomeo l'annuncio festoso corre nel cielo; le campane delle
altre chiese incalzano a confermare l'esaltante notizia: Cristo è risorto!
E noi
tutti, sulla riva del canale, a far giumelle con le mani e a bagnarsi gli occhi
più e più volte.
«Bagnatevi!
L'acqua corrente diventa benedetta quando le campane vengono slegate e suonano,
il sabato santo!».
Cosi le
donne vecchie. E i ragazzi, devotamente, ubbidiscono per conservare sani gli
occhi: hanno tante cose da vedere ancora per tutta la vita ventura.
Per la
festa dell'Epifania nella chiesa di Santa Maria degli Angeli c'era da ammirare
un suggestivo presepe e c'era da baciare il simulacro del Bambinello dopo le
funzioni pomeridiane. Ricordo che spesso i «bambinelli» da baciare erano due,
per accontentare più in fretta la gran massa dei fedeli che facevano ressa
presso la balaustra. La pietà e la fede dei presenti non trovava motivo di
ironia irriverente nel fatto che la statuetta del fantolino fosse doppia ...
Ogni volta
che andavo «ai fra'» mi soffermavo davanti alla «Deposizione». Oh, non per
conoscenza di nozioni artistiche (allora non ne avevo ancora), ma perché mi
facevano molto pressione le otto statue collocate nella grotta, così alte e
vive, come persone. E ciò che più mi colpiva erano le rughe profonde dei visi
dei personaggi, l'espressione un po' da «allocca» della Maddalena giallovestita
e la maniera del Cristo di portare la corona di spine sulle ventitré, come erano
usi portare il cappello gli uomini della Bassa ...
Immagini
che tornano dal passato. come lampi, e dileguano. La Chiesa dei Francescani di
Busseto sfida il tempo e sembra ammonire le creature sulla caducità delle
vicende umane.
Bruna Pederzani
ANNI LONTANI
Quando si
usciva dal portale d'ingresso del Palazzo, si scorgeva spuntare la chiesa al
disopra delle robinie del viale.
Era la
nostra meta domenicale, vicina e a noi cara, come ci appartenesse un po' ...
Mamma ci aveva raccontato che era stata costruita dai suoi avi secoli prima, per
adempiere un voto.
Quale voto?
Non ce lo diceva, ma in quell'epoca i feudatari costruivano le chiese per i più
contrastanti motivi : o per farsi perdonare qualche prepotenza o per ingraziarsi
il Cielo.
La bella
chiesa di cotto, francescamente lineare, spoglia, ci parlava ugualmente un
linguaggio arcano nell'ombra delle sue arcate.
Nella prima
cappella a sinistra (c'erano) le lapidi della bisnonna Leopoldina, nata e
sposata Pallavicino e (a breve distanza) quella della madre di lei, Vittoria
Pallavicino, nata Pamphili-Doria.
Quante
volte mamma e noi sorelline, strette intorno a lei, ci siamo fermate davanti a
quelle lapidi e raccolte in muta preghiera! — Nostra madre coltivava in noi il
culto e il rispetto per chi ci aveva preceduto nella vita terrena —.
Ma poi la
cappella accanto, con il gruppo in terracotta della Deposizione, con le pie
donne ed il Cireneo supplici e dolenti davanti a tanto strazio, mi riteneva
immobile fino al «Missa est».
Non so se
risale a quell'epoca la mia predilezione verso la terracotta rispetto al marmo,
ma so che, anche allora, la statica immobilità di quei visi contratti dal
dolore, gli atteggiamenti immutati delle mani, non diminuivano. per nulla, la
tumultuosa commozione che mi suscitavano dentro.
Per sentire
così il dolore altrui si deve amare, e l'amore nasce dalla cognizione e
comprensione profonda e sentita.
Forse
l'artista, alla pari del Beato Angelico, aveva pregato prima di accingersi a
modellare con pollice e spaiola quei visi segnati dalle lacrime, forse lui
stesso aveva pianto e la creta bruta ne era stata vivificata in una specie di
simbiosi. Ho negli occhi ancora, dopo tanti anni, la delicata fusione policroma
dei personaggi, che la luce tenue delle vetrate rendeva reali ed irreali
insieme, e credo che il dolore di quei personaggi muti mi trasfondesse allora
nell'animo quella estasi di preghiera e di deviazione che le solite formule,
qualche volta svuotate da una ripetizione meccanica, non avrebbero raggiunto.
Eleonora Libera
«O
IL SENATO ... O LA CHIESA DI S. SIRO… »
Nel quarto
libro dei Copialettere, Giuseppe Verdi ha conservato una delle pochissime minute
della corrispondenza, che lo ha legato per venti anni a Arrigo Boito; essa
riguarda il rifacimento del Simon Boccanegra, al quale Verdi era intento nello scorcio del 1880,
con disappunto di Boito, che avrebbe preferito vederlo occupato nell'Otello,
del quale giù gli aveva presentalo il libretto, interessandosi in pari tempo
alla nuova edizione del suo Mefistofele.
La lettera dice:
Genova Il
Dic. 1880
«Car
Boito
O
il Senato .. . o la Chiesa di S. Siro... o far nulla ...
Far
nulla sarebbe la cosa migliore, ma ragioni, non d'interesse, ma, dirò cosi, di
professione m'impediscono di abbandonare l'idea di aggiustare questo Boccanegra
almeno senza aver tentato prima di farne quelche cosa. Fra parentesi, è
interesse di tutti che la Scala viva! Il cartello(ne) di quest'anno, ohimè, è
deplorabile! Benissimo l'opera di Ponchielli, ma il resto... Eterni Dei!! Vi
sarebbe l'opera che sveglierebbe un grand'interesse nel pubblico, e non capisco
perché Autore ed Editore si ostinino a rifiutarla! Parlo del Mefistofele. Il
momento sarebbe propizio, ed Ella renderebbe servizio all'arte ed a tutti.
L'atto da Lei ideato nella Chiesa di S. Siro è stupendo sotto ogni rapporto. —
Bello per novità — bello per colore storico — bello dal lato scenico-musicale;
ma mi impegnerebbe troppo e non potrei sobbarcarmi a tanto lavoro. Rinunciando
disgraziatamente a quest'atto, bisogna attenersi alla Scena del Senato che fatta
da Lei, non dubito, possa riescir fredda.
Le
sue critiche sono giuste, ma Ella, ingolfata in lavori più elevati, ed avendo in
mente Otello, mira ad una perfezione che qui sarebbe impossibile raggiungere. Io
guardo più in basso, e, più ottimista di Lei, non dispero. Convenga che il
tavolo è zoppo, ma aggiustando qualche gamba, credo, potrà reggersi. Convengo
ancora, che non vi sono qui caratteri (ben rari sempre!) che vi fanno esclamare
«è scolpito» nonostante a me pare che vi sia nei personaggi di Fiesco e di
Simone qualche cosa da trarne buon partito.
Infine tentiamo, e facciamo questo Finale col rispettivo ambasciatore Tartaro,
colle lettere di Petrarca et. et. et.. Temiamo ripeto: noi non siamo poi tanto
inesperti da non capire anche prima, cosa sarà per succedere sul Teatro.
Se
a Lei non pesa, e se ha tempo si metta immediatamente al lavoro. Io intanto
guarderò di raddrizzare quà e là le molte gambe storte delle mie note, e ..,
vedremo.
Con
aff.
D.
G.
Verdi
»
Il fatto
che Verdi si sia preoccupato di conservare la sua risposta nei Copialettere, che
di essa esistano altre due minute e l'inizio della lettera vera e propria
dimostrano chiaramente l'importanza attribuita dal Maestro alla proposta di
Boito. Ma, mentre la scena del Senato, accettata da Verdi, è stata inserita nel
Boccanegra «con
l'ambasciatore Tartaro, con le lettere di Petrarca» ecc, ecc., della scena
nella Chiesa di S. Siro non si conosceva finora che il commento del Maestro:
l'atto è «stupendo sotto ogni rapporto — Bello per novità — bello per colore
storico-bello dal Iato scenico-musicale ...».
Solo la
necessità di lavori di restauro, indispensabili per la conservazione delle
vecchie case, come la Villa di S. Agasta, ha fatto portare alla luce — dal retro
di un cassetto, dove era scivolata insieme a altre carte di poca importanza e
dove era rimasta forse per più di novant'anni — la lettera di Arrigo Boito, otto
foglietti leggeri, macchiati e sgualciti, ma leggibilissimi.
L’interesse, che in questi ultimi tempi il
Simon Boccanegra ha destato presso gli studiosi (or è un anno, a Chicago si
è tenuto un apposito Convegno), l'entusiasmo del pubblico sempre più numeroso a
ogni sua rappresentazione, l'affettuosa insistenza dell'amico Corrado Mingardi,
il ricordo del Gr. Uff. Dr. Francesco Borri, appassionato competente cultore
delle nostre glorie patrie. mi inducono a trascrivere qui il testo della lettera
ritrovata di Arrigo Boito: è senza data, come la maggior parte delle sue
lettere, ma si tratta indubbiamente di quella finora ritenuta irrimediabilmente
perduta.
Mercoledì
«Caro Maestro. Da idea nasce idea e bastano due idee sole per generare il dubbio
che è il nemico naturale dell'azione. Ecco perché mi rivolgo a Lei affinché Ella
mi ajuti ad escire da questa titubanza e mi indichi la via da seguire. Veramente
la via era molto nettamente segnata nelle lettere ch'Ella scrisse a Giulio e
sarebbe bastato ch’io mi fossi messo al lavoro senza chiedere altro, ma l'uomo
non è sempre padrone del proprio cervello.
Ecco dunque come svilupperei la scena del Senato: l'indicazione più esatta dal
punto di vista storico sarebbe la seguente:
Sala del consiglio nel Palazzo degli Abati.
II
Doge. Il Podestà. I consiglieri nobili. I consiglieri popolari. I consoli del
mare. Conestabili.
Un
usciere annuncia una donna la quale implora di parlare al Doge. II Doge ordina
che si dia ricetto a quella Donna ma la vedrà soltanto dopo che si siano librati
i destini della patria.
Il
Doge annuncia al Consiglio che Toris il Re di Tartaria invia un ambasciatore
richiedente pace ai Genovesi. (Veda Annali della Repubblica di Genova del
Giustiniani T.II L.IV).
Tutto il Consiglio ad una voce accorda la pace. Allora il Doge invoca che si
cessi la guerra alla Repubblica di Venezia. Ripulse del Consiglio, tumulto.
Il
Doge esclama: Coi barbari, cogli infedeli acconsentite alla pace e volete la
guerra coi fratelli. E non vi bastano i vostri trionfi? e il sangue sparso sulle
acque del Bosforo non ha ancora estinta la vostra ferocia? Voi avete portato il
vostro vessillo vittorioso sulle onde del Tirreno, dell'Adriatico dell'Eusino,
dell'Ionio dell'Egeo, e qui possiamo servirci dei più bei brani della lettera V
del XIV Libro, epistolario di Perrarca. Specialmente là dove dice: bello è
superare l'avversario alla prova del branda; bellissimo è vincerlo per
magnanimità di cuore e dove parla così liricamente degli splendori della riviera
(purché questa ultima digressione non prolunghi troppo la scena) ma è così bello
là dove dice: ed ammirato il nocchiero alla novità dello spettacolo lasciavasi
cadere il remo dalle mani e fermava per meraviglia la barca a mezzo il corso.
Pure la perorazione del Doge deve terminar fieramente e interrotta quà e là da
qualche grido della moltitudine; i popolari stanno per la pace i nobili per la
guerra. Antagonismo assai vigoroso fra nobili e plebei. Tumulto alla porta della
sala è annunciato l'arresto d'un nobile il quale col ferro in pugno voleva
penetrar nel consiglio. Nobili e popolari, veementemente, vogliono che questo
nobile s'avanzi. Entra Gabriello Adorno il quale accusa il Doge d'aver fatto
rapire Amelia Grimaldi. Sorpresa e sdegno dei nobili; il Doge rimane come
fulminato e ordina che si faccia comparire la donna che poco prima chiedeva
aiuto e asilo nel palazzo. E' Amelia che si getta ai piedi del Doge e che
annuncia d'essersi salvata. Qui troverebbero posto alcuni versi coi quali il
Doge ringrazia il Cielo per aver salvato Amelia e l'atto terminerebbe come
nell'opera già esistente.
Passiamo all'esposizione dell'altra idea :
E'
basata su questo concetto: fondere in un atto solo i pezzi principali dei due
atti intermedi, saltando a piè pari le scene X. XI. XlI colle quali si conchiude
ora il II° atto, (ossia il 1°, computando il prologo) e finire tutto quest'atto
(rifuso) col terzetto col quale termina l'attuale penultim'atto. Fatto questo,
aggiungere un atto intiero, nuovo, non lungo e collocarlo al posto del penultim'at
to primitivo.
Parliamo prima di tutto del modo di raggiungere la fusione dei due atti
intermedi. Anzi tutto conviene semplificare gli avvenimenti. Rinunziare al
rapimento d'Amelia. Vediamo.
Atto 1°
Giardino
de' Grimaldi
Scena 1°' - Amelia sola
Scena II° - Amelia e Gabriele
Scene III°, IV, VI, VII come stanno
Si
farebbe senza la scena V°. per poter far seguire alla IV la VI senza
interruzione e senza mutamento di luogo e quindi il duetto fra il Doge e Amelia.
Dopo il duetto Amelia s'allontana lentamente mentre segue rapidissima la scena
VIII fra il Doge e Paolo in questa scena bisogna aggiungere una minaccia di
Paolo, egli è l'anima della fazione popolare e muoverà una rivolta se il Doge
non gli cede Amelia. Il Doge inamovibile accetta la disfida e ricusa a Paolo di
dargli Amelia. Paolo esce. Amelia non è ancora molto lontana nel giardino, il
Doge la chiama per dirle addio e abbracciarla in quell'ora di periglio.
Sull'abbraccio del padre e della figlia entra Gabriele. impugna la spada per
avventarsi sul Doge. Amelia difende il padre. Segue il terzetto, l'atto si
chiude come sta ora colle grida dall'armi.
Atto II°
(penultimo)
L'interno
della Chiesa
di
S. Siro, attigua alla casa dei Boccanegra. (antico chiostro dei Benedettini) La
chiesa è piena d'armati, sulle loggie i balestrieri, dal rosone centrale della
facciata si sta caricando una catapulta. Al di fuori grida e tumulto
d'assalitori, trombe, nell'interno dall'altare un sacerdote benedice i
combattenti, Gabriele è sulla loggia centrale accanto alla catapulta in
osservazione, Boccanegra dà dei comandi, entrano degli esploratori; i Fieschi, i
D'Oria i Grimaldi si sono uniti a quella parte dei faziosi popolari che
assaltano la Chiesa. Al Boccanegra sono rimasti fedeli i consoli del mare con
tutto l'esercito di marina e i balestrieri e la maggior parte del popolo. Ad
ogni tratto Gabriele chiede se si deve lanciare la catapulta (gli antichi
Genovesi chiamavano le catapulte trabocchi) ma il Doge s'oppone. Intanto sotto
colpite fragorosamente le porte della chiesa la grossa campana suona a stormo.
Arriva un annuncio d'un esploratore che racconta come gli assalitori sieno
accerchiati da una forte schiera di balestrieri sbucati da una casa dei
Boccanegra (gli esploratori entrano ed escono da una porta che comunica alla
casa di Simone.)
La
porta della chiesa minaccia ruina. Boccanegra con un gruppo di balestrieri si
mette di Fronte alla porta, la porta crolla, entra Fiesco a capo d'un turbine di
nobili e popolani e ferisce alla mano il Boccanegra. ma d'un tratto vedendo la
chiesa piena d'armati pronti ad irrompere gli assalitori s'arrestano intimoriti.
Boccanegra, ferito, mostra a Fiesco la catapulta minacciosa sulla testa degli
assalitori e giura che non la scaglierà e che nessuna offesa verrà fatta ai
rivoltosi se questi in quel sacro asilo ove sono promettono solennemente la
pace.
Momento di silenzio. Intanto Paolo che è il capo della rivolta chiede
sommessamente a Pietro che è fra i sostenitori di Boccanegra (per tradirlo) se
non vi sia speranza pei rivoltosi. Pietro risponde che sono accerchiati dai
balestrieri e che Boccanegra li ha colti nei suoi lacci. Allora Paolo strappa la
fascia della sua spada e dopo aver messo su quella fascia alcune goccio di
un’ampolla di veleno che estrae dal suo giustacuore getta la spada ai piedi di
Boccanegra e inginocchiandosi davanti ad esso gli chiede di fasciargli la ferita
della mano sanguinosa. Allora tutti gli assalitori mettono le loro armi nelle
guaine. Boccanegra si lascia bendare la mano e dice a Paolo d'alzarsi e gli
perdona. Intanto giunge Amelia dalla porta da dove escono gli esploratori.
Gabriele è sceso dalla loggia. Boccanegra solennemente fa giurar la pace e dà le
formule del giuramento e vuole che questa pace fra nobili e plebei sia
consacrata dalle nozze dell'Adorno con Amelia sua figlia. - Giuramento che avrà
le proporzioni volute da un ampio e forte pezzo musicale. Cosi finirebbe -
Vediamo ora i vantaggi di questo secondo progetto: Assistere all'avvelenamento
del Doge e perciò assistere ad un fatto che lega colla catastrofe finale e
quindi la rende più evidente, più tragica. Secondo vantaggio: rappresentare un
fatto (registrato negli annali del Giustiniani Libro IV anno 1356) che diffonde
un poco di colore storico e locale sul dramma. (Quelle chiese d'un tratto
trasformate in trinciere in fortezze si riscontrano nella storia genovese).
Mostrare al pubblico il Boccanegra mentre compie un grande atto di forza e di
magnimità e colpito dal tradimento di Paolo appunto mentre compie una azione
generosa e grande. Altro vantaggio, far derivare le nozze logicamente dal fatto
che le precede. Ma il tenore non avrà una scena ove far mostra della sua
virtuosità? Questa scena potrebbe aver luogo in principio dell’ultim’atto.
Ecco. Le ho detto tutto ciò che m'è passato per la mente in questi giorni mentre
mi tuffavo nella lettura delle storie Genovesi. Indovino le critiche ch’Ella
farà alla prima come alla seconda idea.
La
scena del Senato può parer fredda a meno che il concetto patriottico e politico
che la anima sia reso con tale calore di forma da renderlo drammatico, ma allora
se questo concetto arriva a toccare l'emozione del dramma e a interessare
l'uditorio un altro inciampo ci attende, l'arrivo di Gabriele (e poi d'Amelia)
viene a interrompere questo concetto prima del suo esaurimento e la quistione di
Venezia che ci ha tanto impressionati in sul principio non trova il suo
scioglimento per causa del nuovo incidente. E allora sarà questo incidente nuovo
che ci scapiterà e la fine dell'atto con esso.
La
critica del secondo progetto non è molto recondita, quella guerra in chiesa può
parer forse abbastanza nuova ma l'effetto teatrale può parere assai
problematico. Abbiamo già un'azione cupa per sè stessa e l'atto che si
aggiungerebbe non ne correggerebbe la tinta generale. Quella chiesa armata non è
certo nè serena, nè gaja.
Il
nostro compito, Maestro mio, è arduo. Il dramma che ci occupa, è storto, pare un
tavolo che tentenna, non si sa da che gamba e, per quanto ci si provi a
rincalzarlo, tentenna sempre. Non trovo in questo dramma nessun carattere di
quelli che ci fanno esclamare: è scolpito! Nessun fatto che sia realmente fatale
cioè indispensabile e potente, generato dalla ineluttabilità tragica.
Faccio una eccezione pel prologo, quello è veramente bello e nella sua cupa
interezza è forte, solido tenebroso come un pezzo di basalto. Ma il prologo
(sempre parlando della tragedia, da molti e molti anni non ho più avuto
occasione di riudire la musica del Boccanegra) il prologo è la gamba diritta del
tavolo la sola che poggi solidamente, le altre tre, ella lo sa meglio di me,
zoppicano tutte. V'è molto intrigo e non molto costrutto.
Tutto in quel dramma è superficiale, tutti quei fatti sembrano ideati lì per lì,
al momento, per occupare la scena materialmente, non hanno radici profonde nè
vigorosi legami, non sono il risultato di caratteri, sono apparenze di fatti.
Per correggere un simile dramma bisogna mutarlo.
S'Ella, Maestro mio, potesse leggere nel mio pensiero (e perchè usar reticenze o
mentire?) vi leggerebbe una grande ripugnanza a ripigliar questo dramma per
rappresentarlo, questo dramma esente così di virtù profonde come di pregi
leggieri, questo dramma, (a parte il prologo) mancante di potenza tragica come
di teatralità.
Pure io meno il mio desiderio nel suo ed ora che le ho aperto l'animo mio, le
dichiaro che farò ciò ch'ella crede di dover fare visto che il supremo arbitro
in una tale quistione è Lei, non io.
Attendo dunque la sua decisione per fare o il Senato o la Chiesa di S. Siro o
per far nulla di tutto ciò.
Lei
non sente il nesso d'assieme del 3° atto dell'Otello, per verità non lo sento
neppur io, ne faremo senza, tanto meglio. l'importante è che la fine dell'atto
ci sembri felicemente raggiunto.
Avrò in quella fine qualche verso da mutare.
Non
voglio terminare questo fascicolo senza dirle il riconoscente affetto ch'Ella ha
destato nell'animo mio per una certa frase detta da Lei l'inverno scorso a
Parigi al Barone Blaze de Bury frase che mi onora talmente e che lessi con
emozione in una delle ultime rassegne musicali della Revue des deux mondes. Ho
tenuti in freno questi ringraziamenti per più di un mese, per non tediarla, ma
ora che mi si è offerto il modo di scriverle, li lascio andare a briglia sciolta
verso di Lei.
Tanti e tanti saluti alla sua Signora.
suo
aff.mo
Arrigo Boito
»
Queste
dunque le proposte di Boito: il Senato - la Chiesa di S. Siro. Lo sviluppo dato
a quest'ultima scena sottolinea la sua preferenza; ma Verdi sceglierà la prima,
superando le critiche anticipate del suo librettista sulla freddezza dell'atto,
al quale — oltre la luce solare, assente nel resto dell'opera — darà veramente
quel «calore di forma da renderlo drammatico», fino a concluderlo in crescendo
con la veemente maledizione del traditore Paolo.
Malgrado le
critiche di Boito, Giuseppe Verdi non ha voluto «abbandonare l'idea di aggiustare questo Boccanegra almeno senza aver
tentato prima di fante qualche cosa ...»; in fondo al suo animo sussistevano
ragioni non d'interesse, e neppure quelle, confessate, di professione: ragioni
ben più profonde e sentite, ragioni che, diciotto o diciannove anni più tardi, a
una domanda di mio Padre sul Simon Boccanegra e sulle sue varie fortune, gli strapperanno questa
esclamazione: «... E gli ho voluto bene...
come si vuoi bene al figlio gobbo!...»
Gabriella Carrara Verdi
LE IMMAGINI DEL VOLUME
| 1 |
Bolla di Sisto IV. 1° ottobre 1474, Parma. Archivio di Stato. Il Convento di Santa Maria degli Angeli viene concesso ai Minori Osservanti, che ne prenderanno possesso l'anno seguente 1475 |
| 2 | Bonifacio Bembo: Carlo Pallavicino in preghiera e la Vergine Annunciata. Rocca di Monticelli d'Ongina. |
| 3 | Guido Mazzoni: Ritratto di Gian Lodovico Pallavicino. Busseto, Chiesa di Santa Maria degli Angeli. |
| 4 | Collegiata di Cortemaggiore: Gian Lodovico Pallavicino e Anastasia Torelli |
| 5 | Tomba dei figli di Rolando II in Cortemaggiore. (incisione da: Pompeo Litta -Famiglia Pallavicino- Milano 1840) |
| 6 | Rolando II Pallavicino. Collegiata di Cortemaggiore |
| 7 | Laura Caterina Landi. Collegiata di Cortemaggiore |
| 8 | Gian Galeazzo Pallavicino. Szepmuveszti Museum di Budapest |
| 9 | Francesco Zaganelli da Cotignola: Rolando Pallavicino da Zibello con la figlia Barbara. Parma, Basilica dell'Annunciata |
| 10 | Francesco Zaganelli da Cotignola: Domitilla Gambara. Parma, Basilica dell'Annunciata |
| 11 | Alessandro Araldi: Barbara Pallavicino. Firenze, Galleria degli Uffizi |
| 12 | Busseto, Museo Civico: spinetta proveniente dal convento francescano |
| 13 | L'interno della Collegiata di San Bartolomeo in una tempera del secolo scorso |
| 14 | Interno della chiesa francescana di Santa Maria degli Angeli |
| 15 | Chiesa di Trevozzo (PC): organo proveniente da Santa Maria degli Angeli in Busseto |
| 16 | Antonio Campi. Cristo caduto sotto la croce e la Veronica - Busseto, chiesa di S. Maria degli Angeli |
| 17 | Antonio Campi. Madonna col bambino, S. Giuseppe, S. Giovannino, S. Antonio da Padova ed un altro Santo - Busseto, convento di S. Maria degli Angeli |
| 18 | Vincenzo Campi. Cristo deposto e due angeli - Vidalenzo, Parrocchiale |
| 19 | Antonio e Vincenzo Campi. Ultima cena - Fontanella al Piano (BG), chiesa Parrocchiale. |
| 20 | Vincenzo Campi. Madonna assunta con S. Rocco e donatore - Fidenza, Duomo |
| 21 | Vincenzo Campi. La Trinità con le Sante Apollonia e Lucia - Busseto, oratorio della S.S. Trinità |
| 22 | Vincenzo Campi. Annunciazione - Busseto, chiesa di S. Maria Annunciata |
| 23 | Vincenzo Campi. Deposizione - Diolo, chiesa Parrocchiale |
| 24 | Guido Mazzoni: Mortorio - Busseto, Santa Maria degli Angeli |
| 25 | Guido Mazzoni: particolare del Mortorio - Busseto, Santa Maria degli Angeli |
| 26 | Guido Mazzoni: altro particolare del Mortorio - Busseto, Santa Maria degli Angeli |
| 27 | Guido Mazzoni: particolare del Mortorio col presunto ritratto di Pallavicino Pallavicino - Busseto, Santa Maria degli Angeli |
| 28 | Guido Mazzoni: testa di San Francesco - Rimini, Convento delle Grazie |
| 29 | Collegiata di San Bartolomeo - Pagina miniata con lo stemma di Carlo Pallavicino vescovo di Lodi (Corale A. c 2 r) |
| 30 | Collegiata di San Bartolomeo - Ascensione (Corale A. c 55 r) |
| 31 | Collegiata di San Bartolomeo - Angeli con ostensorio (Corale A. c 102 v) |
| 32 | Collegiata di San Bartolomeo - Pentecoste (Corale A. c 68 r) |
| 33 | Collegiata di San Bartolomeo - Legatura originale con borchie e fermagli in ottone (Corale A) |
| 34 | Convento di Santa Maria degli Angeli - San Francesco riceve le stimmate (Corale 2 [7], c 78 r) |
| 35 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Ascensione (Corale 2 [7], c 61 r) |
| 36 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Pentecoste (Corale 6 [3], c 54 r) |
| 37 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Resurrezione (Corale 6 [3], c 1 r) |
| 38 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Davide ascolta la voce di Dio (Corale 10 [9], c 1 r) |
| 39 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Davide in preghiera (Corale 4 [2], c 78 r) |
| 40 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Il figliuol Prodigo (Corale 4 [2], c 100 r) |
| 41 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Pagina miniata con Davide che suona la citara (Corale 4 [2], c 152 v) |
| 42 | Convento di Santa Maria degli Angeli - Frati che cantano (Corale 4 [2], c 179 r) |
| 43 | Busto di Paolo Maria Paciaudi, terracotta attribuita a J.B. Boudard. Parma, Biblioteca Palatina. |
| 44 | Pietro M. Ferrari: ritratto di Guglielmo Du Tillot. Parma |
| 45 | S. Tommaso d'Aquino. Summa theologiae. Magonza 1467. Incisione, Parma. Lo stampatore è Peter Schoeffer |
| 46 | Plinio il vecchio. Historia naturalis, Roma. C. Sweynbeym e A. Pannartz 1470. Inc. Parm. 1156. Porta le iniziali e lo stemma di Nicomedo Trincadini |
| 47 | Virgilio, Opera. Milano. Antonio Zarotto 1475. Inc. Parm. 1112. Lo stamma e le iniziali sono di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi |
| 48 | Particolare del portale della Chiesa di Santa Maria degli Angeli |
| 49 | Chiesa di Santa Maria degli Angeli |
| 50 | Abside e cappelle laterali della Chiesa di Santa Maria degli Angeli |
| 51 | Gian Cristoforo Romano: Madonna col Bambino. Terracotta - Oratorio della Madonnina Rossa. |
| 52 | Chiesa di Santa Maria degli Angeli: capitelli delle cappelle laterali |
| 53 | Chiesa di Santa Maria degli Angeli: nicchia nell'ultima cappella laterale |
| 54 | Collegiata di San Bartolomeo: portale |
| 55 | Collegiata di San Bartolomeo: rosone |
| 56 | Collegiata di San Bartolomeo: cuspidi della facciata |
| 57 | Rocca municipale: finestra del primo piano |
| 58 | Rocca municipale: finestra del torrione nord |
| 59 | Rocca municipale: particolare di una finestra del piano terreno |
| 60 | Vecchio palazzo comunale: facciata di via Roma |
| 61 | Vecchio palazzo comunale: particolare di una finestra |
| 62 | Fregio del vecchio palazzo comunale: |
| 63 | Casa Zaniboni-Cavalli |
| 64 | Fregio di Casa Zaniboni-Cavalli |
| 65 | Il maestro Romano Gandolfi, Direttore del Coro del Teatro Alla Scala |
| 66 | Renata Tebaldi riceve il "Verdi d'oro" dal dott. Donati, presidente degli "Amici di Verdi", la sera del 5 settembre 1973" |
| 67 | Il Maestro Romano Gandolfi mentre dirige nella piazza di Busseto l'Orchestra e il Coro della Scala |
| 68 | Il Coro, i Solisti e l'Orchestra dell'Arena di Verona la sera del 26 agosto 1974 durante l'esecuzione della Messa da Requiem a Busseto |
| 69 | Fiorenza Cossotto si esibisce nel Teatro comunale il 25 settembre 1974 |
| 70 | Planimetria della cascina tipica parmense |
| 71 | Podere Gardello |
| 72 | Podere Mortuzzi |
| 73 | Podere Torretta |
| 74 | Planimetria della cascina tipica piacentina a corte |
| 75 | Podere Buffalora |
| 76 | Podere Ca' Fornace |
| 77 | Podere Casa Nuova |
| 78 | "Fede di sanità" per uscire liberamente da Busseto in tempo di epidemia |
| 79 | "Fede di sanità" più tarda della precedente di qualche decennio |
| 80 | Don Filippo di Borbone. Busto in terracotta di Jean Baptiste Boudard |
| 81 | Busseto: il monumento alla Resistenza, opera di Vincenzo Vernizzi |
| 82 | Particolare di carro mascherato del carnevale di Busseto |
| 83 | Il carro mascherato dedicato al Commissario Maigret, sfila per le vie di Busseto |
RICORDO Dl LUIGI DALLAPICCOLA (1904 - 1975)
Bisogna ben
ammetterlo: per l'uomo di cultura medio, e soprattutto in Italia, il nome di
Luigi Dallapiccola è difficilmente legato ad una esperienza musicale diretta;
perché ancor oggi relativamente poche sono le occasioni di accostare l'opera
sua, di apprezzarne il messaggio nella concretezza della manifestazione sonora.
E tuttavia per pochi compositori come per il Maestro, nato a Pirano d'Istria il
4 febbraio 1904 e spentosi a Firenze il 19 febbraio scorso, si può dire con
tanta verità che furono testimoni diretti e partecipi del loro tempo. Non
soltanto perché l'intera opera sua pone e ripropone temi che nascono dal momento
storico in cui il compositore scrive — ad esempio, i
Canti di prigionia e l'opera
II prigioniero riflettono
drammaticamente temi che si imponevano alla coscienza dell'uomo civile negli
anni immediatamente precedenti e durante la seconda guerra mondiale —, ma anche
e soprattutto perché il linguaggio musicale con cui queste opere si esprimono ha
una sua ben precisa maturità storica, nasce cioè dall'incontro della tradizione
musicale italiana — quella autentica, dei musicisti come Monteverdi, Gesualdo e
Verdi, ai quali Dallapiccola guarda come ideali maestri — con le esperienze più
valide e positive della prima metà del XX secolo: l'opera di Debussy e di Ravel
prima, di Busoni e di G. F. Malipiero poi, o infine l'esperienza dodecafonica di
Schiinberg, Berg e Werben. E' naturale come un linguaggio di questo genere, che
richiede una sensibilità esecutiva ed una coscienza stilistica ben diverse da
quelle tarde ottocentesche, sulle quali buona parte del linguaggio musicale di
fruizione è ancora oggi basato — giunge soltanto a quella ridotta cerchia di
ascoltatori che si definisce «pubblico della musica moderna». Sebbene fin dalle
prime composizioni la personalità del compositore sia assolutamente
inconfondibile, è dal momento in cui Dallapiccola adotta la tecnica dodecafonica
che il suo linguaggio acquista la fisionomia che gli è propria ed unica, e si
articola nella forma a lui più congeniale; di solito un brano di breve duranti
per una voce solista ed un piccolo gruppo di strumenti, il cui discorso si
svolge attraverso un sottile, raffinatissimo gioco di combinazioni timbriche. I
testi poetici che Dallapiccola mette in musica (lirici greci, poeti italiani del
Duecento, poeti spagnoli contemporanei) sono sempre di altissimo valore, e
contemplano liricamente momenti dell'esistenza oppure ne commentano
drammaticamente le vicende; è appunto attraverso questi testi (il cui
significato più profondo permea il linguaggio musicale) che anche l'ascoltatore
più sprovveduto non può non intuire la concretezza dell'impegno morale e la
forza del messaggio che il compositore ci ha lasciato.
Pierluigi Petrobelli
ROMANO GANDOLFI MAESTRO DEL CORO DEL TEATRO ALLA SCALA
Da quattro
anni dirige il coro della Scala: vale a dire i guerrieri egizi, i sacerdoti
druidici, i contrabbandieri spagnoli, i congiurati di Boston, i nobili
brabantini più bravi del mondo. Si chiama Romano Gandolfi. Affrontando subito il
tremendo impegno del Requiem verdiano,
ha debuttato alla fine di settembre del 1971 nella «cattedra» prestigiosa che fu
già di Vettor Veneziani e di Roberto Bentaglio. Aveva soltanto 36 anni: ma era
un giovane ardimentoso, giustamente ambizioso, tenace, lavoratore infaticabile
oltre che musicista sensibilissimo e tecnicamente agguerrito. Sapeva benissimo
che cosa l'aspettava e ha accettato il rischio con entusiasmo. Fu una dura
campagna d'alta strategia, quell'autunno_inverno del 71 (dopo il
Requiem, la
seconda di Mahler, «Intolleranza» di Nono, la «Carmen»
in francese) senza aver prima sperimentato il terreno con qualche tranquilla e
breve sortita, diciamo una Tosca o una
Butterfly. Però non è entusiasmo
temerario: il diritto a guidare le masse scaligere in questa uscita in campo
aperto a inizio di stagione se l'era faticosamente conquistato, prima come
sostituto di Benaglio, a cui deve la sua formazione, poi per cinque anni come
direttore dei cori del Colon di Buenos Aires: un'esperienza proficua, questa del
Colon, con la conquista di «quote» sempre più difficili, dal «Lohengrin»
alla Nona di Beethoven al «Mose e
Aronne» di Schonberg.
Faccia
sorridente da bambino paffuto e corpo gagliardo da gran mangiatore impastato di
ardente passione musicale, di esplosiva vitalità, di accattivante comunicativa,
di arguzia popolana. Romano Gandolfi sembra l'amabile caricatura del mito
retorico del parmigiano nutrito di Verdi, di anolini e di lambrusco. Il
temperamento è quello, senza dubbio: ma dominato da un rigore professionale
intransigente, da una severa disciplina nello studio, da un puntiglioso
perfezionismo.
Quattordici
anni fa era acquattato nella buca del suggeritore, al Regio di Parma. Il culmine
di una carriera compiuta, dopo il diploma al Conservatorio col massimo dei voti
in composizione e pianoforte, nelle orchestrine e nelle balere della provincia.
Veniva dalla campagna. La vocazione musicale l'aveva scoperta a 6 anni: ammalato
per una di quelle terribili iniezioni che si facevano ai bambini delle e!ementari
durante la guerra, imparò a strimpellare sul mandolino di suo fratello «Luna
marinara», «E' arrivato lo
ambasciatore» e «La sagra di Giarabub».
Allora, «vista la buona disposizione che aveva il giovanotto Gandolfi Romano» a
imparare le note (sia detto senza riferimenti sacrileghi), un contadino di
Medesano, un certo Rastelli, che suonava la fisarmonica, gli insegnò il
solfeggio e i primi rudimenti musicali. Poi suo zio gli regalò una fisarmonica
gigante, 120 bassi e 12 chili di peso, che gli arrivava fino al mento e con
questa il ragazzino, finita la guerra, andava a esibirsi nei balli pubblici di
Medesano e degli altri paesini delle colline parmensi. E imparò anche a suonare
l'armonium in chiesa, secondo le biografie esemplari, per il parroco (Sempre
senza riferimenti irreverenti).
A 13 anni
entra in Conservatorio a Parma, ne esce a 21 con menzione speciale e per vivere,
continua a suonare nelle balere o nei night più pretenziosi. Nel 1957 il tenore
Infantino se lo portò dietro in Inghilterra come accompagnatore per i suoi
concerti: fece anche la fame ma si ficcò una quantità di opere nella testa.
L'anno dopo si presenta alla direzione del Regio e viene scritturato come
maestro addetto al ballo (c'era la «Carmen»
con Corelli e la Barbieri). ll vecchio maestro Podestà lo sente suonare al
piano, ammira la sua preparazione, il suo intuito musicale, la prodigiosa
memoria e lo invita a seguirlo come direttore di palcoscenico in vari teatri
minori. La scombinata carriera del giovanotto prende forma.
Un giorno,
nel '59, è Roberto Benaglio a scrivergli: sta per lasciare la direzione dei cori
della RAI e gli propone di seguirlo, come aiuto, al Bellini di Catania. Aiuto
per i cori a Catania, poi, finita la stagione, direttore musicale del
palcoscenico a Barcellona e quindi suggeritore al Regio di Parma, Così, per tre
anni, a farsi le ossa. Quando Bentaglio nel '63 viene alla Scala lo vuole con sè.
E qui ha finalmente modo di affinare e perfezionare la sua preparazione
specifica. di mettere in luce le sue qualità, di conquistarsi la stima e la viva
simpatia delle masse. Nel febbraio del '67 la prima importante occasione: gli è
affidata, come titolare, la direzione del coro nelle difficili «Noces»
di Stravinski, alla Piccola Scala. Ed è un grosso successo in un'atmosfera tesa
di polemiche.
Nel
dicembre dello stesso anno gli arriva l'invito del Colon: ci pensa molto (anche
se è un contratto di 2000 dollari al mese), poi accetta improvvisamente, con un
telegramma, in una sera di sconforto. A Buenos Aires non trova, subito, un
ambiente propizio. Il maestro Tullio Boni, che in 17 anni aveva rinnovato
completamente e plasmato il coro del grande teatro, era stato scritturato
dall'Opera di Roma e l'Argentina «lirica» sembrava in lutto.«Lei
è il benvenuto» dissero a Gandolfi i rappresentanti sindacali e i dirigenti
del teatro «ma si ricordi che per noi è provvisorio e desideriamo il ritorno di Boni».
Gandolfi si mise subito al lavoro con quel suo fervore bruciante e quella sua
ardente comunicativa e dopo due settimane i rappresentanti del coro andranno a
dire alla direzione che d'ora in poi desideravano lavorare solo con lui. Cinque
anni di attività febbrile, di prove difficilissime. affrontate decine di opere
preparate in lingue diverse, spagnolo, italiano. francese, tedesco, latino,
secondo le consuetudini di quel teatro. Poi nel 71 concluso il magistero di
Benaglio per i limiti di età, la Sovrintendenza della Scala ha chiamato il
giovane allievo alla cattedra del maestro. Con un inizio di anno accademico come
s'è visto, tutt'altro che di riposo.
E sono
seguiti gli anni della rapidissima affermazione, dei trionfi «personali», delle
critiche unanimemente entusiastiche, mai una voce discorde, il «coro di Gandolfi»
come un marchio di qualità superiore, la responsabilità delle opere in cui le
masse sono impegnate al massimo sentita e sofferta con una dedizione
eccezionale, esemplare, ed ecco, via via, il
Ballo in maschera, la Norma,
il Simon Boccanegra, il
Boris Godonov,
L'Italiana in Algeri, la
Cenerentola, l'Alceste, l'Aida, l'affermazione straordinaria dell'impervio «Al
gran sole carico d'amore» di Nono, il recentissimo alloro dell'Attila.
E le trasferte all'Estero, a Monaco, a Vienna, a Mosca, dove i cori scaligeri di
Gandolfi hanno vinto le più belle battaglie, portando i pubblici a temperature
roventi d'entusiasmo e i giornali alle lodi senza riserve.
Musicista
di razza, Gandolfi ha dimostrato, quando gli è stato concesso - purtroppo
raramente — di saper plasmare gli strumenti come le voci, e ricorderemo un
magnifico Rigoletto diretto al Regio
di Parma con esito trionfale e il grande concerto con l'orchestra e i cori della
Scala (cori che lo amano) nella piazza Verdi di Busseto. Busseto e i Bussetani
gli sono particolarmente cari, mi ha sempre detto Romano, qui si sente veramente
a casa sua, qui riconosce gli entusiasmi sinceri, la passione autentica, qui
respira l'aria della terra di Verdi.
Pier Maria Paoletti
TRE GRANDI «VERDI D'ORO» E IL REQUIEM DEL CENTENARIO
Alcune
manifestazioni musicali di questi ultimi anni a Busseto hanno avuto uno
straordinario successo di pubblico, trovando anche nella stampa nazionale l'eco
che davvero meritavano. Noi abbiamo trascelto gli articoli che più ci sono
piaciuti, e li pubblichiamo perché delle quattro serate bussetane rimanga vivo
il ricordo.
LORENZO ARRUGA su «IL Giorno» del 7 settembre 1973:
IL TEATRO ALLA SCALA SULLA PIAZZA DI BUSSETO
UN PO' DI FOLLIA A CASA DI VERDI
Ieri sera la Scala è stata qui, a Busseto, a trovar Verdi. Giuseppe Verdi, in
realtà, è ufficialmente morto, come è giusto nel suo umano destino, dato che
altrimenti compirebbe nel prossimo mese i 160 anni; però qui è vivo in tutto,
nella gente e nelle cose, e in nome suo, senza alcuna incertezza una delegazione
della città è corsa alla Sovrintendenza della Scala, ha invaso lo studio di
Paolo Grassi come i seguaci del Conte di luna quando irrompono nella scena per
rapire Leonora, nel «Trovatore», ed è tornata indietro di corsa, ad annunciare
che questa volta Leonora era rapita, cioè che la Scala era lieta di arrivare
qui, coro e orchestra, solisti e direttore.
Da
quel giorno, tramestio generale. Qui gli «Amici di Verdi» hanno spedito
innumerevoli lettere, come partecipazioni di gioia, con parole assai contenute,
ma anche con una enorme testa del grande musicista che incombeva fin dalla
busta. Alla Scala si è cominciato a discutere: da una parte quelli dalla mente
sorvegliata e dal naso arricciabile, pieni di indiscutibili ragioni sulla
incerta opportunità della manifestazione; dall'altra quelli dall'animo più
tenero, capeggiati idealmente da Grassi, che ora gira con l'occhio sornione di
chi l'ha fatta grossa.
E
certo che è stato un gesto un po' folle, una scappatella, questo concertone di
celebri pezzi d'opera, una specie di vecchio e gigantesco «Martini e Rossi», qui
nella piazza più grande (piazza Verdi, naturalmente.) fra alberi, portici
padani, due bar, il fondale medievale di un castello, l'albergo ristorante «I
due Foscari». arredato come nell'opera omonima (di Verdi, si capisce) e di
proprietà del tenore Bergonzi, le case, le stelle, la gente felice.
Se
Verdi fosse nato a Salisburgo, come Mozart, certo, tutto sarebbe stato
indiscutibile. Ci sarebbe stato un enorme anditorium, gente elegante, zitta e
ben composta, rituale stabilito e raffinato. Invece Verdi è nato qui, in questa
campagna aperta e appena curva, calda e corposa. Qui gli altri miti, sia pure un
po' minori, sono il Lambrusco e il culatello; e le diecimila persone che a
Busseto vivono non hanno alcuna intenzione di dissociarsi dalla festa verdiana.
Qui
tutti amano Verdi con pienezza, come nessuno dei luoghi dove sono nati musicisti
italiani, senza avere studiato affatto i segreti delle partiture, ma ben certi
che Verdi è uno di loro. Arrivando qui, per la campagna, pare dilata di poterlo
incontrare, come nei ritratti degli ultimi anni, un po' lento, col passo un po'
pesante dell'uomo abituato da generazioni a calcolare la sua terra, la sagoma un
po' rigida, inconfondibile malgrado i pantaloni goffi ed il cappello a larghe
tese alla campagnola.
Tra
la gente di qui, comunque, la grande scappatella della Scala, riesce con
felicità generale. E' felice in particolare Renata Tebaldi, a cui vien
consegnato il «Verdi d'oro». Il grande soprano dalla voce ampia, calda,
appassionata, riceve così ivi affettuoso riconoscimento da Busseto ed insieme
una specie di gesto Simpatico e riparatore dalla Scala, che dopo averla tanto
accolta l'aveva ad un certo punto voluta dimenticare. La Tebaldi ha ringraziato
Busseto, e anche Grassi. Si mostrava commossa e non c'è proprio motivo di
dubitarne, anche perché come attrice non è stata mai troppo credibile.
A
cantare, c'è un giovane soprano, dal timbro molto bello e promettente, Myriam
Parazzini; ogni tanto guarda la gloriosa collega, dal volto cordiale, e dentro
di sè spera qualche cosa di simile. C'è anche il basso Zerbini, che mostra una
volta di più classe e mestiere nella sua voce scura, nella stia presenza. C'è il
coro, il grande coro, destinato a concluder la serata col «Va pensiero» che è un
inno malinconico e autentico dell'Italia che cerca sempre il suo volto.
Sul
podio c'è uno doppiamente felice: è Romano Gandolfi, direttore abituale del
coro, e valentissimo musicista, E' di qui, del Parmense, e arriva a casa con la
Scala. Per di più prende la bacchetta, come sognano tutti i direttori di coro,
se la cava ottimamente; ogni tanto dirige ad occhi chiusi, come Karajan per
televisione, ma forse è solamente un gesto più nostrano, assaporare il suono che
gli arriva, quell'orchestra partecipe, quel coro favoloso.
Programmone, s'intende. Un'enorme fetta a Verdi: dalla sinfonia dei «Vespri
Siciliani» alla marcia trionfale di «Aida», dalla «Vergine degli angeli» al
«Libera me» della Messa da requiem. C'è anche un po' di «Butterfly» di Puccini,
un po' di «Norma» e di «Cavalleria». Le cose che normalmente non si devano fare:
anche lo stesso Verdi spiegava ad un amico scultore che un'opera non intera è
come una statua con una benda nera sul naso. Ma che qui, sono quasi l'ideale,
per una lunga sera di follia.
Perché qui, parole e note, impeti e commozioni, personaggi e scorci drammatici
non fanno una specie di carosello strano, sono invece il risveglio d'una
memoria, luoghi che tutti riconoscono. Per tanti anni la gente di Busseto è
andata ad esplorarli affacciata sul grande palcoscenico della Scala: adesso le
viene restituita la visita; la Scala è arrivata nella piazza, qualche vecchino
aveva occhi di pianto, altri avevano larghi sorrisoni, unaa ragazzuola per tutto
il tempo si è tenuta le mani sulle guance, nel gradevole volgo gli occhi erano
allegri e stupefatti. Per tutto il tempo, tremila persone hanno avuto una sola
difficoltà, un solo problema: cantare dentro a sè le note musiche di sempre, e
rinunciare a cantarle a squarciagola.
Il pezzo è
bello davvero, con qualche motivo di maniera qua e là. che fa tanto Emilia. In
realtà Busseto, freddino e schizzinosa, non è emiliana che per la geografia.
Altro bel
pezzo quello di MARIO PASI, inviato speciale del «Corriere della Sera»:
IN QUATTROMILA A BUSSETO PER FESTEGGIARE LA TEBALDI
«Com'è
carina, hai visto, non è cambiata», «E' sempre così gentile e alla mano», «E' un
vero peccato che stia sempre in America»: così dicevano le donne di Busseto,
sotto i portici o alle finestre, mentre Renata Tebaldi, il soprano famoso,
l'ultimo idolo del Ducato di Parma, passava circondata da amici, autorità e
ammiratori, per la via che conduce alla Piazza Verdi. Erano parole
affettuose (E' sempre una dei nostri», aveva appena detto un uomo grosso in
canottiera) e il soprano, la Renata, le accoglieva con piacere, con il cuore
grande dei padani, e con la modestia di sempre, quella che le aveva meritato
l'attributo «è un angelo». Gli Amici di Verdi, potente congrega bussetana,
potevano andare fieri del loro lavoro: quattromila persone in piazza, la
presenza della Scala, un clima festoso per la consegna del II «Verdi d'oro».
Tutto alla buona, con le inevitabili confusioni e con una caccia spietata
all'autografo. La notte era bellissima, estiva.
I
negozi inneggiavano alla musica e alla gastronomia. Pianoforti e spartiti
avvolti in filze di salami, prosciutti e culatelli immersi in foto di epoca:
Verdi, Toscanini, Bergonzi, cantanti di un tempo e di oggi, bottiglie di
lambrusco, manifesti inneggianti al cigno di Busseto (proprio Verdi) che
preferiva solo il famoso culatello della premiata salsamenteria... Le ragazze
del servizio d'ordine, in Piazza, portavano ritratti di Verdi sulla camicetta un
po' sullo stile del Festival dell'Unità. Un gran palco, la statua del Maestro in
fondo, luci e grida: tutta Busseto era attenta all'evento, e intorno le strade
di campagna erano deserte.
Le
ombre dei grandi che Parma ha dato al mando, o che ha semplicemente adottato,
erano tutte lì, benevole o irsute. Nazionalisti come pochi, i parmigiani hanno
fermato il tempo: nel loro Olimpo ci sono Verdi e Toscanini, Pizzetti e
Pagainini. Bodoni e Maria Luigia, ma il cuore palpita anche per le glorie
viventi, per i cittadini che «hanno fatto fortuna», come appunto la Tebaldi, o
che onorano la città, come Romano Gandolfi, maestro del coro della Scala. I.a
sensazione era quella, singolarissima, di un ritorno indietro nel tempo. Per i
fans dell'opera era come se la Tebaldi avesse appena concluso una stagione alla
Scala o al San Carlo. Facevano ressa attorno a lei, al punto da dover fare
intervenire qualche vigile, e le mostravano un affetto vero, niente affatto
snobistico, (con qualche frecciata all'altra, alla «tigre» venuta dalla Grecia).
Quando a Renata Tebaldi è stato consegnato il «Verdi d'oro», premio ad una voce
di rara bellezza, c'è stato un applauso che certo non era di circostanza. Il
Ducato onorava Verdi e una cittadina di Parma (o giù di lì); l'anno scorso era
toccato a Carlo Bergonzi, tenore di Parma. Non c'erano gli altri grandi degli
anni '50, malgrado le promesse, Del Monaco e la Simionato, e neppure Corelli,
con cui la Tebaldi farà tra breve un recital a Londra. Ma che importa, diceva la
gente, peggio per loro (sottinteso: stranieri!).
Neppure Bergonzi c'era. ma cantava, con la sua città nel cuore, a Tokio. Un suo
telegramma, letto in piazza, scatenò grida e ovazioni, pareva quello di un capo
di Stato. Mario Morini, espertissimo in opera, parlando dell'artista Renata
Tebaldi, provocò emozione e soddisfatti consensi. Quanta gioia, attorno alle
bandiere cittadine, sotto gli striscioni, e come era stato apprezzato e lodato
il gesto della soprano che prima di andare nella piazza gremita aveva voluto
rendere omaggio alla casa di Verdi, lì presso a Roncole, come una umile
pellegrina! Il popolo bussetano sentiva l'avvenimento, e finiva per isolare
coloro che — in abito da sera — ne volevano solo vedere l'aspetto mondano. I
sovrintendenti della Scala e del Regio di Panna, Paolo Grassi e Giuseppe Negri,
erano divenuti le guardie del corpo della Tebaldi, a un certo punto della
serata: mentre i fotografi saltavano perfino sulle spalle della gente urlando a
più non posso, si è temuto per un attimo che l'affetto dei fans potesse
risultare troppo travolgente, e quindi pericoloso.
La
festa coinvolgeva bottiglierie e ristoranti, una tentazione che neppure
l'orchestra della Scala ha saputo evitare. Allegri e piuttosto indisciplinati, i
professori d'orchestra (accanto ad alcuni veri scaligeri c'erano anche diversi
aggiunti, perché, come si sa, a Milano c'è la stagione di balletto) non hanno
certo corrisposto alle attese del pubblico. Meglio sono andati gli artisti del
coro, così che Romano Gandolfi, direttore del concerto sarà tornato a casa solo
parzialmente soddisfatto. Il soprano Parazzini e il basso Zerbini erano i due
solisti: apprezzati anche perché hanno fatto il loro dovere senza risatine e
lazzi
Ma
le musiche di Verdi e di Puccini, di Mascagni e di Bellini vanno comunque al
cuore della gente comune, e così gli applausi sono stati caldi come sempre, e
così la festa è finita bene. A Paolo Grassi è stata consegnata una medaglia
d'oro e una pergamena ricordo per la partecipazione alla serata dei complessi
scaligeri.
E
la Tebaldi? Contenta, commossa, un po' stanca, mai lasciata in pace dai fans.
Nostalgia per l'Italia, dove del resto passa molti mesi dell'anno, affetto per i
suoi amici. Il consueto lavoro altrove, l'America, e un sogno che potrebbe
realizzarsi, in recital alla Scala. «Come ai tempi di Toscanini — commentava un
patito della lirica — sarebbe proprio come ai tempi di Toscanini».
La
«Gazzetta di Parma» poi dedicò ben tre ampi servizi e una intera pagina di
fotografie dell'avvenimento. Dall'Articolo di GUSTAVO MARCHESI:
BUSSETO NEL NOME DI VERDI
RECLAMA UN RILANCIO MUSICALE
La
manifestazione bussetana aveva peraltro vantaggi ancora maggiori e ha richiamato
nella piazza Verdi un pubblico foltissimo, di appassionati dell'opera, di
ammiratori della Tebaldi, di autorità e studiosi. Un pubblico in abito da sera e
in maniche di camicia, affluito come in un pellegrinaggio senza grazie da
chiedere ma con una domanda spontanea da fare, e senza la garanzia purtroppo di
vederla accolta con le dovute premure: che si rifaccia spesso musica a Busseto,
più spesso.
Infatti, tutti sanno, c'era concerto in piazza con i complessi della Scala
diretti da Romano Gandolfi, il maestro del coro scaligero. Malgrado le
difficoltà acustiche del luogo, come di ogni luogo all'aperto, a meno che non
sia accortamente preparato con trucchi architettonici peraltro molto difficili
da realizzare, malgrado dunque l'innegabile realtà che la musica all'aperto ha
vita stentatissima, la musica c'è stata e offerta con misura, intelligenza e
gusto da Gandolfi. Bisognerà provvedere in futuro a dotare la nostra cittadina
consacrata al nome di Verdi (parole grosse, ma anche questa innegabile realtà)
delle attrezzature necessarie per continuare una regolare attività musicale
nell'orbita del melodramma, senza ricorrere sempre al ripiego della piazza.
Sappiamo che il discorso è irto di difficoltà, ma ci si deve rendere conto che
l'ultima, vera difficoltà è soltanto la mancanza di una precisa coscienza sul
valore di tale iniziativa, sulla risonanza internazionale che potrebbe avere,
sull'efficacia in favore del turismo. E naturalmente occorre far luce sul
livello da tenere, sulla qualità delle esecuzioni, che non dovrebbero temere
confronti con altre manifestazioni europee.
Parole, parole, parole. Intanto i fatti hanno dato ragione alla buona volontà,
anzi alla dedizione degli organizzatori. Gli applausi che hanno salutato ogni
prestazione del coro. dell'orchestra, dei soliti (il basso Antonio Zerbini e il
soprano Maria Parazzini), del direttore Gandolfi parlano da sé, sono dati
eloquenti.
Non si
erano spenti gli applausi finali e i mugugni per non aver sentito cantare Renata
Tebaldi, che già si aprirono prospettive impensate per l'estate del 1974. «Venitemi
a trovare» ci disse il Comm. Cappelli, Sovrinlendertle dell'Arena di Verona.
Davvero il nome di Busseto, da solo, apre le porte più prestigiose. E così
l'anno dopo s'avverò il sogno: la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi in piazza e
coi complessi dell'Arena.
Diamo la
parola ancora a LORENZO ARRUGA de «II Giorno»:
UN MEMORABILE «REQUIEM» IN PIAZZA
BUSSETO AMMUTOLITA DAVANTI AL SUO VERDI
La
piazza di Busseto non capisco se sia bella: con palazzi di secoli diversi che la
chiudono in rettangolo, e col castello in fondo che pare una scenografia del
«Trovatore» disegnata nell'Ottocento. Ha però certamente qualcosa di importante
per una piazza: è vera, coi suoi caffè; dove si chiede vino della terra, con la
sua gente che parla ad alta voce e sta a sentirsi vivere li, in mezzo alle case,
dentro alla storia.
Che
Busseto ai suoi tempi abbia capito molto Verdi, che c'era nato, è un po'
difficile sostenere; eppure basta immaginare adesso qui la sua presenza che le
cose si dispongano attorno; e che venga alla niente, per esempio, una lettera
famosa del Maestro sul Manzoni: «Quello (i Promessi Sposi) è un libro vero; vero
quanto la verità»: ché se gli artisti capissero una volta questo vero, diceva
Verdi, non ci sarebbero la musica e il teatro racchiusi solo in movimenti e
momenti estetici o accademici, «ma poeti veri, pittori veri, musicisti veri».
Busseto ieri sera ha accolto Verdi proprio per la «Messa» da lui scritta in
memoria di Manzoni cent'anni giusti fa. La gente ammassata sulla piazza, l'ha
ascoltata in profondissimo silenzio; sul palco eran saliti coro e orchestra
dell'Arena di Verona per la prima trasferta della loro storia.
E'
stato avvenimento memorabile: sul podio, infatti, Gianandrea Gavazzeni ha dato
il brivido fondo e la sconvolgente grandezza d'una continua, violenta patetica,
toccante, alta interrogazione del mistero. Una lettura drammaturgica che ancora
mentre scrivo mi si dipana e m'inquieta: sbrigativa e bruciante nei momenti di
apocalittico sgomento, l'insistente «Dies irae», il cocciuto, indifeso «Libera
me» del soprano (Renata Scotto, così intensa e partecipe che quasi sembrava non
volere essere altro che quella voce che chiede pietà e dà conforto), il trepido,
ondeggiante, irregolare, concorde «Libera me» del coro. E invece, appassionati
di fervore sulle soglie della gioia e del pianto, pur con quell'orchestra sempre
senza compiacenze. crudamente partecipe, i momenti di invocazione: quel «Salva
me» che passa da una voce all'altra con una tensione che pare strapparci a forza
da ogni indifferenza, quello stagliarsi rapido delle parole decisive «fac eas
transire de morte ad vitam», la preghiera perché la morte delle persone diventi
vita: l'appassionato affidarsi a pieno canto, la terza volta, all'agnello di Dio
che toglie il peccato del mondo.
Con
la Scotto, col coro eccellente di Mirandola e Ravazzin, erano gli ottimi
professionisti Luisa Nave e Bonaldo Giaiotti; e il tenore Cossutta. che ha
cantato come non mai, dicendo le parole in modo indimenticabile. Quel suo «absolvisti»,
il ricordo del perdono di Cristo alla Maddalena, resta uno dei momenti di poesia
più evidente che abbia sentito da cantante o attore.
Non
è stato uno di quei successi mirabili a lunghezza di applausi, mentre gli
artisti alla prima chiamata se ne uscivano già sotto una incerta luce quasi alla
chetichella. Ma chi voleva ancora applaudirli correva a fare ala al loro
passaggio verso l'albergo; e quanto a lungo. poi, i discorsi della gente sono
continuati sotto le stelle; e quanto a ricordare e a chiarire l'un con l'altro
la straordinaria partitura…
Che
a suo tempo non fu attuale: il laico che si impegna a interrogare l'infinito, a
pretender risposta da Dio attraverso il rito cattolico, cadeva in un tempo in
cui cattolici e laici in Italia si guardavano in cagnesco. E inattuale è anche
adesso, a pensarci; ora che, laici e cattolici, ci facciamo acutissimi dispetti
o cerimoniose concessioni. Tanto che anche di questo «Requiem» le forbite
esecuzioni spesso sono stirate in una educazione musicale fine a se stessa; e,
quanto a noi studiosi. siamo più che altro pronti a discutere di cose come se il
titolo debba dirsi Messa «da» oppure «di» Requiem. Verdi in una pagina aveva
scritto semplicemente «Messa da morto».
Ma
ieri sera. sulla piazza vera di Bussato, tutte queste eleganti questioni erano
come allontanate. C'era un poeta che parlava a nome della propria gente; e il
nostro gioco a guardie e ladri di laici e cattolici attraverso il tempo sembrava
improvvisamente una fiorita discussione stilla storia; e quella gente lì,
presente, la storia.
La cronaca
è viva anche in MAURIZIO PORRO del «Corriere della Sera»: ne riproduciamo una
parte:
PRIMA TRASFERTA DEI 350 DELL'ARENA DI VERONA
CON «MESSA DI REQUIEM»
KERMESSE VERDIANA IN PIAZZA A BUSSETO
Tutta la cittadinanza era in festa e tutta aveva partecipato alla preparazione
della serata che celebrava il centenario della prima esecuzione della Messa
verdiana (avvenuta il 22 maggio 1874 nella chiesa milanese di San Marco) e che
per la prima volta approdava a Busseto. Carlo Alberto Cappelli, sovrintendente
dell'Arena di Verona, aveva promesso la sua presenza l'anno scorso dopo che la
Scala era venuta a festeggiare il Verdi d'oro offerto alla Tebaldi. «Non
possiamo mancare», aveva detto. E ha mantenuto, organizzando il trasferimento di
più di 350 persone. Ovvero quei 350 nero vestiti, coro e orchestra, che prima
dell'espiazione liturgica, consumavano lambrusco...
Sotto i portici si aggira il basso Bonaldo Giaiotti, veterano del RequieM.
Quella di stasera — dice — non è la Messa del terrore, col pubblico che aspetta
che tu sbagli. E' la gioia del cantare. E guardi che io la Messa l'ho cantata in
tutte le latitudini. Ricordo una edizione bellissima, nel '68. nella piazza di
Betlemme, con Mehta».
La
piazza si riempie a poco a poco fino a stiparsi: autorità locali e provinciali,
appassionati, signore belle, signore che si credono belle. All'ultimo minuto
entra Burt Lancaster, con fare solenne e poi il regista Bernardo Bertolucci,
additato a vista. Intanto una voce fuori campo ci parla dell'importanza della
Messa e dei suoi universali perché. C'è un'atmosfera tranquilla, rara.
La
serata ha inizio con attestati di stima reciproci. Il Sindaco di Busseto
consegna pergamene d'argento a Gavazzeni, a Cappelli, al sindaco di Verona Carlo
Delaini, a Corrado Mirandola che è direttore del coro e ai quattro solisti della
serata (Renata Scotto, Maria Luisa Nave, Carlo Cossutta e Bonaldo Giaiotti; poi,
a sua volta, viene premiato. .4pplausi per tutti, cose un po' ufficiali, ma il
pubblico ci sta.
Preceduta dal vagito di un bambino ha finalmente inizio la musica. Quello del
neonato è l'ultimo segno d'indiscrezione. D'ora in poi regnerà un commosso
silenzio. La piazza tace attonita e compresa della grandezza di Verdi.
All'attacco del Dies irae si ha la precisa sensazione che un brivido collettivo
percorra il pubblico. Mentre l'inno religioso avanza possente, la sera dà
qualche segno di frescura: le signore si allacciano scialli all'unisono, come
allestite da Strehler. Ma il brivido rimane: c'è da pensare che sia veramente la
musica a produrlo. Qualcuno non resiste alla tentazione di contare quanti sono i
coristi, ma nasconde il ditino per non farsi notare troppo. Al Libera me
intonato dalla Scotto l'atmosfera vibra d'emozione, poi gli applausi sgorgano
scroscianti in mezzo a qualche gridolino d'entusiasmo («Viva Verdi!», «Viva
Busseto!»).
Iincontriamo Bertolucci (per lui una contadina ha cucinato instancabile. in
questi giorni, più di un quintale di polenta: serve per una scena del film
Novecento) che ama la lirica e l'ha anche usata nelle sue pellicole, «Questa è
una musica di una sfrenata sensualità — dice — soprattutto considerando che è
una Messa. E' un'ipotesi un po' riduttiva, ma la verità è che prende dall'inizio
alla fine».
Raggiungiamo Renato Scotto nella sua stanza d'albergo. «E' stata una serata
davvero emozionante! Che gioia cantare la Messa proprio qui a Busseto!
L'iniziativa è stata lodevolissima e ho avuto la sensazione che ci fosse una
partecipazione immensa da parte del pubblico. Tra tutti i concerti liturgici
questo è sempre quello che attrae di più».
Giusto un
mese dopo un'altra serata memorabile: il 3° Verdi d'oro a Fiorenza Cossotto nel
Teatro Comunale, troppo piccolo quando le manifestazioni sono ad alto livello, e
sempre troppo grande quando vi si tengono spettacoli indegni della Città di
Verdi, quali le ultime vergognose stagioni d'opera. Il 25 settembre 1974 si
ripeteva così il miracolo di musica e di entusiasmo che già s'era verificato due
anni prima con la serata in onore di Carlo Bergonzi.
Ecco come
lo raccontò PIER MARIA PAOLETTI su «Il Giorno»:
PREMIATA LA COSSO'I'TO CON IL VERDI D'ORO
Folla strabocchevole nel dorato teatrino Secondo Impero raccolto fra le mura
della Rocca dei Pallavicino, restaurata a fine Ottocento in un fiorito neogotico
da fondale del Trovatore: folla arrivata da fuori, da Parma e da Milano. per
festeggiare Fiorenza Cossotto alla quale è stato assegnato, quest'anno, il terzo
a «Verdi d'Oro - Città di Busseto». Il primo anno andò a Bergonzi, nel '72, il
secondo alla Tebaldi, l’anno scorso. Premio prestigioso ed affettuosamente «
domestico», il più lusinghiero per un cantante «verdiano». Lui, seduto in
poltrona in mezzo alla piazza, in faccia alla Chiesa della Collegiata dove
aiutava all'organo il buon Provesi e alla casa di papà Barezzi, dove nacque
l'idillio con la dolce Margherita.
Riconoscimento meritatissimo per la più bella voce di mezzosoprano, per chi è
stata interprete grande su tutti i palcoscenici di Azucena, di Eboli. di
AmnerisS, del Requiem: e chi ha assistito recentemente alle deliranti
manifestazioni d'entusiasmo esplose puntualmente a Monaco e a Mosca, dopo la
scena del Tribunale dell'«Aida», sa quanto valgano all'affermazione dell'arte
lirica italiana, la. serietà professionale e l'impegno interpretativo, oltre
alle doti vocali e al temperamento, di questa nostra cantante. L'ha detto anche
Rodolfo Celletti nel corso della premiazione con la consueta autorevole
chiarezza: «Non leghiamo il suo nome soltanto a Verdi, perché Fiorenza Cossotto
è capace di tutte le sorprese. Non è solo una voce privilegiata, è una voce
diversa in ogni ruolo e questo dipende dalla sua bravura tecnica, dalla sua
tenacia, dal suo ostinato amore per lo studio».
La
dimostrazione l'aveva data poco prima, Fiorenza Cossotto, offrendo al pubblico
di Busseto la sua ineguagliabile interpretazione della furente, disperata,
regale gelosia di Amneris: tutto il primo quadro del quarto atto dell'«Aida»,
col tenore Ottavio Garaventa, il basso Antonio Zerbini e il coro maschile della
Scala diretto da Romano Gandolfi, al pianoforte Vittorio Rosetta. La improvvisa,
calda sonorità della sua voce di violoncello nella piccola sala gremita, la
smagliante bellezza dei centri, la lucentezza delle note acute, il brunito
colore del registro grave, l'infiammata tensione espressiva del personaggio,
smarrita e imprecante, supplicante e maledicente fino all'anatema finale, hanno
scatenato, come ci si aspettava, una ovazione interminabile e trionfale con
pioggia di fiori che il pubblico andava strappando alla rigogliosa cornice che
ornava il boccascena.
Nella prima parte della serata avevano cantato ancora, molto applauditi, gli
ottimi Garavento e Zerbini e i giovani Bruno Dal Monte, baritono e Mila Zanlari,
soprano, accompagnati al piano da Eugenio Furlotti, mentre gli artisti del coro
scaligero, altri festeggiatissimi protagonisti di questa simpatica e popolare
manifestazione, avevano interpretato in modo esemplare, come conosciamo, la
scena della vestizione della «Forza del Destino» (con lo Zerbini e il soprano
Adriana Anelli) e il brindisi dell'«Ernani».
Al
termine del concerto il presidente dell' Associazione «Amici di Verdi», Donati,
ha consegnato il «Verdi d'Oro 1974» a Fiorenza Cossotto, una targa
«ringraziamento» a Romano Gandolfi per la sua collaborazione e medaglie ricordo
per gli altri artisti.
Sopraffatta dai clamori dell'entusiasmo e dalle richieste di bis, Fiorenza
Cossotto ha generosamente concluso la serata con il racconto di Azucena, un
altro dei suoi traguardi interpretativi.
Questo
montaggio di brani giornalistici era già concluso e consegnato alla tipografia,
quando un ritardo, per così dire, provvidenziale, ci permette di dare conto
anche del 4° VERDI D'ORO assegnato al Coro del Teatro alla Scala la sera del 18
ottobre del corrente 1975.
Fra tanti
che sulla stampa nazionale hanno illustrato ampiamente l'avvenimento, abbiamo
scelto ETTORE MO sul Corriere della Sera.
BUSSETO HA PREMIATO IL CORO DELLA SCALA
FESTA PER CENTODIECI VOCI
O
Signor che dal tetto natio: col dolcissimo attacco di questa famosa pagina dei
Lombardi il Coro del Teatro alla Scala diretto da Romano Gandolli ha dato il via
ieri sera, nella chiesa Collegiata di Busseto, a un concerto di cori verdiani
tratti, oltre che dai Lombardi, dall'Otello, dal Nabucco, dal Macheth e dalla
Messa di requiem, e concluso con la mistica architettura vocale del Te Deum. Con
questo concerto, i centodieci coristi scaligeri hanno festeggiato il premio —
ambitissimo nel mondo lirico — che la città di Busseto ha deciso di conferirgli:
il «erdi d'oro». Il riconoscimento, giunto alla quarta edizione, era toccato,
negli scorsi anni, a tre mattatori del melodramma verdiano: Bergonzi, la Tebaldi,
la Cossotto. Ora, per la prima volta, la severa effigie del Maestro viene
idealmente suddivisa fra centodieci voci, le voci anonime della Scala: trenta
tenori, trenta baritoni e bassi, trenta soprani, venti contralti.
Verdi sarebbe senz'altro d'accordo. Molto ha profuso nei cori: e nei cori — gli
esperti sono unanimi — sono confluiti alcuni degli sfoghi più sublimi del suo
canto. E' toccato a Bergonzi bussetano come Verdi e tenore verdiano per
eccellenza (come ha ricordato il critico Rodolfo Celletti coinvolgendolo nella
festa e presentando la sua ultima incisione di trentuno arie verdiane)
consegnare nel fracasso degli applausi la targa d'oro a due membri del complesso
scaligero. Lo stesso aureo omaggio ha ricevuto, dall'associazione «Amici di
Verdi» — promotrice del premio — il maestro Gandolfi, responsabile numero uno di
tanta gloria, visibilmente commosso e anche un pochino frastornato e imbarazzato
da un così festoso tripudio di consensi, lui abituato, per necessità di
mestiere, a comandare la sua nobile centuria canora non dal podio, come è
avvenuto ieri sera, ma dai pertugi neri delle quinte, col solo ausilio di una
pila rossa.
Eseguendo, nella gremitissima collegiata, sette dei suoi cori, il complesso
della Scala ha vendicato Verdi e gli ha consentito, a distanza di 150 anni, la
soddisfazione postuma di una rivincita. Il compositore infatti, ha ricordato il
primo oratore della serata, ambiva al posto di organista in questa chiesa: ma un
poco perspicace prelato lo giudicò «imberbe» e inadatto e pose sbrigativamente
il veto. Adesso il piccolo organista mancato tornava nella Collegiata, e da
padrone. Nel programma, Gandolfi ha fatto posto a un solo brano non verdiano: il
coro di Pasqua della Dannazione di Faust di Berlioz. E anche alla fine,
costretto al bis dal pubblico furore, ha lasciato in pace Verdi e si è rifugiato
in Mascagni. Fatalmente, poi, la serata è finita in corale e conviviale
allegria, come vogliono le leggi del luogo: culatello e lambrusco. Busseto è
Giuseppe Verdi, ma anche questo.
***
Busseto ha
premiato gli artisti scaligeri per i loro «altissimi meriti verdiani»; e il
presidente dell'associazione promotrice del premio, Donati, ha detto che
Gandolfi, con la sua carica emotiva, «è il maestro del coro che sarebbe piaciuto
a Verdi». Ma è opinione della critica più attenta che la giuria abbia tenuto
conto anche delle conquiste che il coro della Scala ha conseguito in terreni
meno casalinghi e tradizionali: nell'opera contemporanea ad esempio (Nono,
appunto) o in spartiti estranei al repertorio corrente come il Fidelio di
Beethoven e la Dannazione di Faust di Berlioz, eseguiti ambedue nella lingua
originale.
E forse
sorprende che sia stata anche la valutazione di queste conquiste ottenute dal
coro in orti così lontani e difficili a suggerire la decisione della piccola
comunità bussetana: una comunità che si è tentati spesso e a torto di arginare,
per un cumulo di suggestioni, in un retroterra culturale immobile ed angusto,
dove coro vuol dire Verdi, e magari del più immediato e accessibile, buono anche
per l'osteria e i dopolavori Cral.
Gandolfi è
orgoglioso del suo coro: «L'entusiasmo con cui lavoro — dice — permette di
puntare a obiettivi molto alti, degni del prestigio della Scala. Devo dire, a
vanto dei miei 'ragazzi', che i grandi direttori d'orchestra di passaggio a
Milano ci fanno piovere addosso giudizi molto lusinghieri».
E'
orgoglioso delle sue voci: «Mica ho dei castrati io. Li ha sentiti i miei tenori
nel Requiem, quando sparano il do diesis? E' una tromba dell'Apocalisse. A
Mosca, nella sala Ciaikoski hanno fatto saltare un vetro».
M. C.
LA
SOCTETA' BUSSETANA DEI DILETTANTI DI DRAMMATICA E DI
MUSICA E GIUSEPPE VERDI
La società
dei dilettanti di drammatica e di musica sorse in Busseto il 15 gennaio 1871.
Alle tre
pomeridiane di detto giorno, convocati dal Presidente della Commissione
Promotrice, si riunirono nella sala delle prove del Teatro «G. Verdi», che era
stato inaugurato due anni prima, 77 dei 121 soci inscritti, allo scopo di
discuterne e approvarne lo statuto. Precisamente erano presenti due dei 69 soci
contribuenti; 11 dei 15 soci drammatici ; 21 soci suonatori di musica su 24; 12
soci cantanti su 13.
Il
Presidente della Commissione Promotrice Paolo Pio Demaldé (che era stato uno dei
costruttori del Teatro) dà la parola al relatore Carrara Dott. Leopoldo perché
legga il progetto dello statuto. Vengono approvati senza discussioni i primi
quattro articoli. Sul 5° chiede ed ottiene la parola un socio; il quale propone
che invece di dieci lire per anno si paghino solo cinque lire; ma la proposta
viene respinta dalla maggioranza dei presenti.
Sulla
ammissione dei soci, viene approvato l'art. 6. Sull'art. 7 parla il Sig.
Galletti Romeo per proporre che sia demandata all'intera Società l'ammissione di
nuovi soci; ma anche questa proposta viene respinta. Il socio Galluzzi Eliseo
chiede se, nel silenzio dello statuto, possano essere ammessi anche Dilettanti
forestieri, al che si opporrebbe. Dopo ampia discussione viene approvato
l'articolo con l'aggiunta proposta dall'Avv. Carlo Godi, che possano essere
ammessi dopo aver sentito il parere del corpo (Drammatici, musicanti ecc.) al
quale sarebbero aggiunti.
Gli artt.
dall'8 al 12 vengono approvati senza discussione. Sull'art. 12 il socio
Guglielmoni Francesco propone che, oltre al biglietto di entrata per sé e la
famiglia, possa essere dato a ciascun socio un numero indefinito di biglietti di
entrata. Ma la Commissione e vari soci si oppongono alla proposta. Viene
accettato il suggerimento del Dott. Carrara, appoggiato dall'Avv. Godi, che a
ciascun socio siano assegnati altri due biglietti di entrata per assistere ai
divertimenti.
Il
Consiglio Direttivo risulterà composto di un Presidente, di quattro Consiglieri,
di un Economo Cassiere e di un Segretario, scelti fra i soci contribuenti a
maggioranza di voti. Sarà Vicepresidente il Consigliere che, dopo il Presidente,
avrà ottenuto più voti. Il Presidente e il Cassiere dureranno in carica due
anni, il Segretario un anno.
L’art. 20
stabilisce che i dilettanti di musica avranno per istruttori maestri di musica;
i dilettanti drammatici potranno scegliere tra istruttori, la cui nomina dovrà
essere approvata dal Consiglio.
Quando si
giunge a trattare dei Fondi Sociali la discussione diventa animatissima. Il
progetto di statuto prevedeva per i partecipanti allo spettacolo dei dividendi.
Per primo prende la parola il Sig. Prajer Galletti Pietro, il quale sostiene che
lo spirito su cui si fonda la Società è la gratuità e che perciò tutti i Soci
attivi devono prestare la propria opera gratuitamente e tutti gli introiti
devono essere versati nella cassa sociale. Anche il socio Galletti Romeo si
oppone all'idea dei dividendi; sostiene quindi che si verrebbe meno al principio
fondamentale della Società. Versando una parte degli introiti ai Filarmonici ed
ai Filodrammatici si verrebbe a scindere la Società in due, urtando così il
carattere di unità e di eguaglianza che interessa mantenere affinché la Società
abbia splendido sviluppo e lunga durata. Essendo vari filodrammatici figli del
lavoro, non si potrebbe senza loro grave danno sottrarre un tempo prezioso al
sostentamento della famiglia. Propone infine che il Consiglio stesso provveda a
sovvenire nella sua saggezza i soci filarmonici. Parla quindi l'Avv. Godi, il
quale ammette che l'idea dei dividendi snaturerebbe la Società: ma non può
disconoscere che i dilettanti sono per la massima parte figli del lavoro; perciò
propone che ai Filarmonici venga fissata una determinata retribuzione ogni volta
che presta l'opera sua. Anche il Maestro di musica Cocchi Giuseppe e il Sig.
Eliseo Galluzzi si associano alla proposta Godi.
A sua volta
il relatore sostiene la proposta della Commissione. D'altra parte egli dice che
se gli spettacoli fossero dati in un teatro proprio e le spese fossero sostenute
da un contributo dei Soci, si potrebbe parlare di gratuità. Ma in Busseto le
esercitazioni dei dilettanti non si potrebbero fare che nel Teatro Comunale, il
quale per sua natura obbliga la Società a fissare il prezzo di un biglietto di
entrata per gli spettatori, ciò che rende impossibile attuare il principio della
gratuità. Così stando le cose egli pensa che, versata una parte degli introiti
nella cassa sociale, la rimanenza depurata delle spese, per eguaglianza di
trattamento venga divisa in parte eguale fra i Corpi attivi che prendono parte
alle rappresentazioni. Questa soluzione non farebbe scindere in due la Società,
come avverrebbe se solo al Corpo musicale si desse una retribuzione. Si associa
alla proposta il Dott. Angiolo Carrara.
Accettato
il principio, si passa alla votazione per appello nominale dell'art. proposto
dalla Commissione, che viene approvato con trentadue sì e ventinove no.
Dopo un
intervento del Sig. Prajer Galletti, chiusa la votazione dello statuto,
Presidente onorario della Società viene eletto «il celebre nostro concittadino Maestro Giuseppe Verdi». Presidente
effettivo viene eletto il Dott. Carrara Angiolo con 46 su 62 votanti;
Vicepresidente l'Avv. Godi con 39 su 58. A Consiglieri sono eletti Prajer
Galletti Pietro con voti 30 su 58 e Viola Guglielmo. Con voti 25 su 47 viene
nominato cassiere il perito Demaldè mentre segretario è nominato Radegondo
Arduzzoni con 32 voti su 52 votanti.
Di tutto
viene redatto seduta stante ed approvato e firmato dalla Commissione processo
verbale.
Da copia di
esso vengono tratti questi appunti.
E Verdi?
Come una doccia fredda ecco la pronta risposta del Maestro:
Genova 27 gennaio 1871
Car.
Dottore,
Permetta che risponda ora non al Presidente della Società Filarmonica Drammatica
ma all'amico dott. Angelo Carrara.
Spiacenti ch'FIla abbia assunto l'incarico d'offrirmi il titolo di Presidente
Onorario: titolo che in Busseto è sinonimo di noje e peggio. Lo ha provato la
mia Presidenza onoraria della Società operale. Quante ingiurie non mi sono state
scagliate contro nel mio giorno onomastico 9
ottobre 1870! Perché?.., Chilo sa! ...
Ma
so che in questa occasione come in tante altre si ripetono sempre le stesse
amenità, e la storia di quel tal benefizio di lire 1.200 che ho ben scontato! Ma
tanti e tanti han fruito di quell'amica disposizione testamentaria e nessuno
s'occupò di loro! ... Ed io? Ed io non potrei mai sperare un po' di pace? Cerchi
dunque, caro Dottore, di persuadere quei soci che io non sono un uomo atto a
queste faccende, e nominino altro più di me meritevole di quest'onore.
Colla solita amicizia Aff.
Ma il
Dottor Carrara non dovette darsi per vinto se pochi giorni dopo Verdi ribadiva
il suo rifiuto con una lettera che rincara la dose di livore contro Busseto.
Genova, 7 febbraio 1871
Egr. Sig. Dottore Carrara - Busseto.
Ella per un lodevole sentimento vuol ignorare tutto quello che si dice da
vent'anni contro di me in Busseto. Per non rimontare molto indietro, domandi a
suo cugino Leopoldo che forse consentirà a divertirla col racconto delle amenità
da lui e da altri prodigatemi a proposito della Società Operaia prima, durante e
dopo il 9 ottobre 1870: epoca in cui piacque alla parte filarmonica della
Società venire a tributarmi concerti di musica.
A
Busseto (com'Ella stessa ne conviene) vi sono degli ignoranti: sta bene, ve ne
sono dapertutto. Vi sono dei maligni: ve ne sono del pari ovunque, ed io
fortunatamente ho la tempra abbastanza forte per ridermene ed essere superiore a
tutte le vigliaccherie degli uni e degli altri. Ma nessuno che abbia sentimento
di dignità, e sia mio amico, potrà consigliarmi ad accettare ostentate
testimonianze di considerazione da un paese in cui le sconce maldicenze degli
uni non avrebbero vita tanto tenace se non trovassero alimento nell'approvazione
dei molti. Sono venti anni che io sento la stessa antifona: essi possono
ripeterla altri vent'anni e ricominciarla poi, che, vivo benissimo senza curarmi
di loro; ma mi pare che sarebbe per lo meno decente ch'essi non s'occupassero di
me, né in bene né in male.
Aggiungo infine ch'Ella sa com’io non abbia veduta l'utilità di un teatro a
Busseto. Non vedo ora possibile, né duratura, l'effettuazione di una Società
Filarmonica-Drammatica. In questa convinzione, non potrei coprire col mio nome
una Società che non credo realizzabile. In ogni modo io potrei essere Socio
contribuente, ma giammai Presidente onorario. Voglia credermi Suo ...
E quasi a
maggior scorno dei bussetani, nello stesso giorno Verdi accettava la presidenza
onoraria della Società Filarmonica di Napoli.
Almerindo
Napolitano
TIPI DI CASE RURALI NELLA ZONA DI BUSSETO
DA BUSSETO A PARMA
I tre
membri caratteristici della casa di questa zona, la «porta morta» centrale,
l'abitazione e il rustico, difficilmente stanno sotto un tetto comune ma tendono
piuttosto a formare due o tre corpi strutturalmente autonomi messi l'uno di
seguito all'altro.
Uno o più
salti di tetto o un muro tagliafuoco che emerge da quest'ultimo rendono evidenti
anche all'esterno i limiti tra le diverse parti del fabbricato. L'abitazione a
volte è più bassa, a volte più alta del rustico senza una regola fissa. La prima
si trova prevalentemente ad est, il secondo ad ovest. E' quindi una casa rurale
ad elementi giustapposti con l'abitazione contigua al rustico.
Nella parte
mediana dell'edificio si apre la «porta morta» che è l'elemento più
caratteristico delle case che si trovano in questa zona. La sua funzione è
quella di collegare l'abitazione al rustico e di ospitare, durante l'estate, i
carri di erba perché siano scaricati più vicino possibile alla stalla. Essa non
si eleva mai da terra a tetto ma è sormontata da uno o più vani adibiti di volta
in volta come granaio, come fienile, come rispostiglio, come legnaia, oppure,
caso molto frequente esistono sopra di essa una o due camere da letto. La «porta
morta» qualora non esista un'altra porta di accesso all'abitazione, sulla
facciata, diventa il passaggio obbligatorio per quest'ultima; sotto di essa si
trova quasi sempre l'abbeveratoio dove venivano un tempo le mucche ad
abbeverarsi ma che ora, quasi dovunque, è stato sostituito da quello a vaschette
in stalla.
Un altro
elemento particolare è rappresentato dall'ampia tettoia o «portico» che per lo
più è unico e si estende sul lato volto a mezzogiorno lungo la fronte della
stalla-fienile. Qualche volta però i «portici» possono essere anche due, uno a
sud e uno a nord ed aumentano in questo modo notevolmente la capacità del
rustico. Il «portico» ora si mantiene in linea con la facciata dell'abitazione,
per arretramento della stalla fienile, ora sporge di qualche metro da essa. Il
primo caso si verifica di solito nelle costruzioni più antiche dove spesso il
portico è doppio, mentre l'altro è proprio di quelle più recenti. La tettoia è
sostenuta da pilastri in cotto, si allunga fino alla «porta morta» ora
includendola ora no e può essere quasi considerata un prolungamento del tetto
del fienile anche se spesso tra quest'ultimo e il «portico» esiste un salto di
tetto di qualche decimetro. In alcuni casi i pilastri si innalzano direttamente
fino al tetto ma più spesso essi sostengono quattro archi o architravi.
Il
«portico» ha la funzione di vano ausiliario dove vengono ricoverati i carri e le
macchine e dove vengono eseguiti alcuni lavori, quali la manutenzione delle
macchine stesse e la preparazione degli attrezzi, al riparo delle intemperie.
Per questo motivo spesso durante l'inverno, il «portico» viene chiuso sulle
arcate da balle di paglia proprio allo scopo di conferirgli l'aspetto di vano
chiuso più adatto anche per proteggere i veicoli in esso riposti.
La facciata
dell'abitazione si trova per lo più sul lato volto a mezzogiorno verso l'aia e
il cortile e solo in poche occasioni su un fianco dell'edificio dalla parte
opposta al rustico. In quest'ultimo caso l'abitazione è di grosse dimensioni ed
essendo stata in origine destinata ad ospitare più di una famiglia, ha, oltre
alla «porta morta», un'altra via di accesso. Nelle case rurali di minori
dimensioni invece l'unico accesso è rappresentato dalla «porta morta» che
diventa quindi il nucleo attorno al quale si svolge tutta la vita della
famiglia.
Dai
campioni presi in esame ho potuto constatare che, nelle abitazioni per più
famiglie ora ne vive solitamente una sola e soltanto in qualche caso, nei poderi
di notevoli dimensioni, o dove manca mano d'opera familiare alcune stanze del
secondo appartamento sono occupate dal bergamino che spesso vi abita da solo
(Podere Salici).
L’abitazione generalmente consta di due piani e di un solaio. Al piano terreno
si trovano per lo più due stanze (cucina e tinello) ma a volte anche quattro,
uno o due delle quali possono essere adibite come magazzino o ripostiglio. E'
sempre presente anche la cantina, più o meno ampia, dove viene conservato il
vino prodotto dall'agricoltore stesso. Di recente in alcune case è stato
installato il bagno ricavato, quando si trova al piano terreno, o da una stanza
precedentemente adibita ad altro uso oppure riducendo le dimensioni della
cantina o di un magazzino, mentre quando si trova al primo piano occupa di
solito una delle stanze che si trovano sopra la «porta morta» e che non sono
usate come camere da letto perché troppo fredde. Al primo piano si trovano
invece le stanze da letto, di numero variabile da due a quattro secondo il
numero dei componenti la famiglia e spesso alcune stanze che fungono da
magazzino per gli attrezzi. Il solaio occupa tutto lo spazio sovrastante il
primo piano ed è diviso in più parti una delle quali, quella esposta a
mezzogiorno, serve da granaio quando il frumento viene conservato a lungo e non
venduto dopo il raccolto.
Al solaio
si accede generalmente da una scala in muratura prolungamento di quella che
porta al primo piano e solo raramente da una botola raggiungibile con una scala
a mano.
Generalmente in un lato del cortile, ma qualche volta uniti all'abitazione si
trovano i pro-servizi che comprendono il pollaio, il forno, la «bugadèra», il
porcile e meno frequentemente la tinaia, lo stallino per i cavalli e la latrina.
Quest'ultima infatti si trova quasi sempre all'uscita della porta esterna della
stalla, attaccata al muro. La «bugadèra» non è altro che una stanza con un
focolare cilindrico nel quale si impianta un grande paiolo che serviva, una
volta, per scaldare l'acqua per il bucato. Attualmente la «bugadèra» è quasi
sempre adibita ad altro uso perché le sue funzioni sono ora eseguite da mezzi
più moderni come la lavatrice. Anche il forno è generalmente in disuso, visto
che dovunque ormai il pane lo si compera, anche se in alcuni casi lo si suole
impiegare ancora in occasione di feste tradizionali come carnevale o Natale. Lo
stallino per i cavalli solo raramente esplica ancora le sue funzioni peculiari e
più spesso è adibito come stalla per i vitelli.
Quanto alla
posizione occupata dai pro-servizi essa varia rispetto a quella dell'edificio
principale. Queste costruzioni accessorie vengono poste sia sul lato nord del
cortile cli fronte al rustico sia, e forse più spesso, di fianco all'abitazione
su di un lato del cortile. Questo ultimo può a volte essere delimitato da siepe
e lo è, quasi sempre, se la casa è molto vicina ad un'altra.
Un altro
elemento sussidiario che ho potuto riscontrare nelle case rurali visitate è la
«barchessa» una costruzione a pianta rettangolare aperta su uno o più lati. La
sua funzione è quella di deposito per la paglia e di ricovero per le macchine.
La posizione che occupa non è fissa rispetto all'edificio: la si può trovare
unita ai pro-servizi oppure, più di frequente, isolata in un lato del cortile.
Anche le
rimesse e le autorimesse, che ad un primo esame sembrerebbero porsi in un
secondo piano, assumono invece, nel complesso dell'azienda, una importanza pari
alle costruzioni più complesse. Infatti le macchine, gli attrezzi, i veicoli non
devono essere lasciati all'aria aperta e alle intemperie dove andrebbero
facilmente in deperimento, ma devono essere ricoverati in questi locali adatti
che però spesso non sono sufficientemente ampi.
Le rimesse
formano spesso un corpo unico con i pro-servizi oppure possono trovarsi unite
all'edificio principale o inserite in esso (es.: podere La Gemma e podere
Trinità nel comune di Soragna). In quest'ultimo caso però si tratta spesso di
locali sorti con scopi diversi e che solo
in un secondo tempo, in seguito allo sviluppo della meccanizzazione, sono stati
adattati a ricovero per le macchine. Durante l'inverno anche il «portico» viene
adibito a questo uso.
Di fianco
alla stalla si trova sempre la concimaia che è il luogo dove si conserva e
prepara il concime naturale. Esso è considerato, nell'economia dell'azienda un
vero e proprio prodotto che serve da alimento e da stimolante del terreno
coltivo. La concimaia si trova generalmente all'uscita dalla stalla e questa
posizione è giustificata dal fatto che si deve tener conto del percorso che deve
compiere il letame per il suo trasporto dal luogo dove viene prodotto a quello
dove viene conservato che, di conseguenza, deve essere il più breve possibile.
Inoltre, essendo questo uno dei punti più lontani dall'abitazione offre molti
vantaggi anche dal punto di vista igienico.
In alcune
delle case rurali sul percorso Busseto Via Emilia (podere Torretta, podere
Rimbollina) ho potuto anche notare la presenza al centro del tetto
dell'abitazione di una piccola torre adibita a colombaia dove vivono e vengono
allevati i colombi. Questo uso sta però scomparendo.
Accanto ai
fabbricati di grosse dimensioni come quelli fin qui esaminati, che sono di gran
lunga la maggioranza, se ne trovano, lungo questo itinerario, altri più piccoli,
annessi a piccole aziende che presentano delle caratteristiche molto diverse dai
primi. Innanzitutto qui il rustico non è unito all'abitazione ma staccato da
essa e non presenta quindi tra i due la caratteristica «porta morta». La stalla
e il fienile formano perciò un corpo strutturalmente autonomo, di solito posto
di fronte alla abitazione dalla quale sono separati dal cortile e in qualche
caso si trovano uniti anche ai pro-servizi. Si verifica però anche il caso in
cui la stalla sormontata dal fienile, essendo di piccole dimensioni, si trova
sotto uno stesso tetto con l'abitazione (podere San Francesco, podere Rovacchia)
e ad essa si accede dallo stesso corridoio sul quale si aprono le porte delle
altre stanze. Anche qui si riscontra la presenza del portico che di solito è
posto dietro la stalla e sotto il fienile.
La
dislocazione delle altre parti è simile a quella dei grossi fabbricati; la
concimaia si trova sempre di fianco alla stalla, i pro-servizi in una parte del
cortile con affiancata la rimessa da una parte e la «barchessa» Quest'ultima
spesso però, nei poderi molto piccoli, manca e in alcuni casi è sostituita da
un'altra piccola costruzione, aggiunta di recente, con le stesse funzioni.
L'abitazione di solito per due, tre persone al massimo è anche qui formata da un
piano terreno e da un primo piano, ma in molti casi non si riscontra la presenza
del solaio come avveniva invece sempre nel primo tipo di case rurali. Al piano
terreno si trovano di solito due stanze, in alcuni casi anche tre (cucina,
tinello, sala) e la cantina, al primo invece si trovano le camere da letto in
numero inferiore a quelle del primo piano perché, data la mancanza del solaio,
una o due di esse vengono generalmente adibite come magazzino o granaio.
All'abitazione si accede, considerato che manca la «porta morta», direttamente
dal cortile. Anche in alcune di queste piccole abitazioni è stato di recente
aggiunto il bagno.
Annesso ad
alcune delle maggiori case rurali presenti lungo questo percorso (Podere
Casello, podere Berettinazza) si trova anche il caseificio che oltre al latte
dell'azienda presso la quale si trova, raccoglie anche quello delle aziende
vicine.
I locali
per la vita dei lavoratori dell'azienda, le stalle per le vacche da latte e per
il bestiame d'allevamento, gli edifici per il ricovero dei prodotti e dei
macchinari costituiscono un complesso edificio di notevole entità e impegnativo
sia sotto l'aspetto tecnico che sotto l'aspetto economico. Proprio quest’ultimo
aspetto ha indotto nel passato chi costruiva allo sfruttamento ottimale delle
risorse locali. Nella zona gli unici materiali da costruzione reperibili nel
passato erano il mattone di argilla cotta e il legname. I muri infatti sono
esclusivamente di mattoni pieni, i solai sono realizzati con volte di mattoni,
dove i sovraccarichi da sopportare sono molto forti come per i granai e i
fienili, oppure con pavimenti sorretti da travi e travetti in legno. I pavimenti
sono di mattonelle di argilla cotta che spesso vengono smaltate per migliorarne
l'estetica.
Come ho già
ricordato, sopra la «porta morta» a volte troviamo il granaio proprio perché
essa, ricavata con una robusta volta in mattoni, ha una grande portanza. Anche
il porticato adiacente alla stalla è ottenuto con pilastri e volte in mattoni
con copertura in coppi sorretti da travi, travetti e listelli in legno. La
copertura in coppi, caratteristica molto significativa dell'edilizia padana, è
sorretta da una impalcatura in legno formante due falde sulla stalla e il
porticato e due o tre falde sull'abitazione. La copertura del rustico è divisa
da quella dell'abitazione dal già citato muro tagliafuoco che esplica proprio la
funzione di isolamento termico tra i due corpi di fabbricato adiacenti.
Isolamento questo di estrema utilità perché, come noto, il fieno stivato è
soggetto a fenomeni di autocombustione. I.e falde sono mediamente inclinate
(circa 30°) sia per migliorarne l'impermeabilità, sia per scaricare le eventuali
nevicate abbondanti. I mattoni pieni sono buoni isolanti termici e ben si
addicono al clima continentale della zona, tanto più che i muri portanti sono di
grosso spessore (40-45 cm.). Anche le scale sono generalmente realizzate in
mattoni pieni. I serramenti sono invece in legno massiccio e ben si addicono
alla muratura in mattoni.
AI termine
di questa descrizione delle dimore parmensi dal punto di vista architettonico,
mi sembra di poter concludere che sotto l'aspetto esterno, funzionale, si
possono distinguere due tipi di case: il primo è quello tipico delle aziende più
grandi (20-30 ha) e presenta la forma caratteristica ad elementi giustapposti
con «porta morta» centrale, il secondo invece, proprio delle piccole aziende
(4-3 ha) è caratterizzato o dalla separazione netta dell'abitazione dal rustico
che costituisce un corpo autonomo di solito opposto alla prima o più
generalmente dalla mancanza della «porta morta». Il primo tipo è senz'altro
quello più diffuso e malgrado qualche piccola variazione presenta le stesse
caratteristiche in tutti i casi esaminati. La posizione della casa, in entrambi
i casi, non è mai centrale rispetto al fondo ma periferica ed esattamente si può
riscontrare la tendenza ad avvicinarsi, quanto più possibile, alla strada
principale.
Gli edifici
che compongono queste abitazioni sono spesso in cattivo stato d'uso o per
disinteresse da parte dei proprietari oppure per mancanza di fondi che vengono
preferibilmente investiti per migliorare l'economia dell'azienda. Un'altra
considerazione può essere fatta circa i servizi igienici che sono efficienti
dove la casa è di proprietà di coloro che vi abitano, mentre sono insufficienti
dove il mezzadro o l'affittuario non vogliono affrontare spese eccessive in
questo senso per migliorare le condizioni di una casa che non è loro.
DA BUSSETO A PIACENZA
Nella zona
piacentina non si rilevano differenze sostanziali con quella parmense anche per
quanto riguarda la casa rurale nella sua struttura muraria. Si trova infatti
anche qui con molta frequenza la dimora rurale ed elementi giustapposti con
«porta morta» centrale tipica della zona precedentemente esaminata anche se
accanto a questa compare, soprattutto nel tratto di strada compreso tra
Cortemaggiore e Piacenza, quella cosidetta «corte» caratteristica della zona
lombarda.
In base
all'indagine effettuata posso affermare che al primo tipo di abitazione
corrisponde un'azienda di media o piccola estensione condotta da una sola
famiglia, mentre il secondo tipo è proprio delle aziende di grosse dimensioni
dove vivono più famiglie non sempre tutte dedite al lavoro dei campi. Si
riscontra infatti in alcuni casi la presenza di gruppi familiari che pur
abitando nella stessa corte prestano la loro attività nel settore industriale.
In questo
tratto della pianura piacentina penetra quindi la caratteristica casa-corte.
Trattasi di una sede rurale chiusa, o parzialmente chiusa, molto singolare che
nella letteratura geografica può essere denominata «corte lombarda» ma che in
realtà si sfalda in una grandissima varietà di tipi.
Questo tipo
di cascina può conservare la caratteristica lombarda di «corte chiusa» oppure
può tradursi in «corte aperta». Nel primo caso lo spazio scoperto risulta
completamente o quasi circondato dai corpi dei fabbricati, mentre nel secondo
gli elementi che la compongono non si toccano quasi mai. Questo ultimo caso è il
più frequente mentre il primo compare solo raramente in questa zona.
La
differenza sostanziale comunque tra le case di questa zona è da ricercarsi non
tanto tra la «corte chiusa» e la «corte aperta» quanto tra la «casa corte» in
generale e la casa ad elementi giustapposti.
Quest'ultima presenta le stesse caratteristiche della zona compresa tra Busseto
e la Via Emilia. Si tratta cioè di un edificio con il rustico e l'abitazione
posti l'uno di fianco all'altro e separati fra di loro o da un salto di letto o
da un muro tagliafuoco. Tra i due si apre la «porta morta» che non si innalza
mai da terra a tetto ma è sormontata da uno o più vani adibiti a vari usi o da
una parte del fienile. Questo sovrasta sempre la stalla ed è aperto solitamente
su di un solo lato, quello volto verso il portico.
La tettoia
o portico si estende per lo più dalla parte opposta alla strada principale,
verso i campi, sporge rispetto alla facciata della abitazione e può presentare o
no salto di tetto con il fienile. Nelle case più vecchie esso si estende anche
davanti all'abitazione.
Grande
importanza è attribuita anche qui ai vani ausiliari come le «barchesse» e le
autorimesse dove vengono riposti rispettivamente i foraggi e le macchine. La
stalla è, in questo tipo di casa rurale, orientata prevalentemente ad ovest ed è
ancora di tipo tradizionale. Accanto alla stalla maggiore se ne può trovare una
seconda riservata ai capi di vitellame.
Una
differenza rispetto alla zona parmense la si riscontra nel modo di raccogliere
il concime. Abbiamo visto che lungo l'itinerario Busseto-Via Emilia grande cura
veniva riservata alla conservazione del concime per la cui preparazione venivano
costruite apposite concimaie in cemento, circondate da muretto, sulle quali il
letame veniva ordinatamente riposto e lasciato fino al momento del trasporto nei
campi. In questa zona del piacentino, invece, soprattutto lungo il tratto di
strada più vicino a Piacenza, si verifica spesso il caso in cui gli escrementi
animali vengono ammucchiati disordinatamente o direttamente lungo le carrarecce
che portano ai campi oppure all'uscita della stalla senza che però esista
un'apposita concimaia. Vengono poi formati i terricciati composti da una miscela
di letame e di terreno ricavato dalla pulizia annua dei fossi. Questa operazione
consente di sfruttare. al fine di una buona concimazione dei terreni, il letame
proveniente dalla stalla e il terreno di spurgo dei fossi molto ricco di humus.
Questo impasto viene poi sparso sui terreni prima dell'aratura nella stessa
maniera nella quale viene distribuito il letame puro e semplice.
La corte
piacentina invece sia essa chiusa o aperta. rappresenta un elemento
complementare nuovo per la mia indagine. Vi si accede dalla via principale
attraverso un angiporto che, a volte porta ad un portone ad arco che sottopassa
un fienile o un magazzino.
Intorno al
cortile sorgono l'abitazione padronale, quella del salariato fisso, la
stalla-fienile, la «barchessa», l'autorimessa. La posizione dei fabbricali tra
di loro non è fissa ma muta ogni volta eccezione fatta per l'abitazione
padronale che occupa solitamente il lato settentrionale per godere della
esposizione meridiana.
La casa
colonica per i salariati fissi è situata invece sul lato opposto all'abitazione
padronale o più spesso di fianco ad essa.
Anche qui
la stalla è orientata per lo più ad ovest. Di fronte ad essa sorgono i
pro-servizi (il pollaio, il porcile, la «bugadèra» il forno) e le autorimesse
che, date le grandi dimensioni della corte piacentina e il conseguente grosso
numero di attrezzature, sono molto vaste. Alcune sono state costruite nello
stesso periodo dell'abitazione e del rustico, altre invece sono sorte solo di
recente per far fronte all'esigenza di riparare un numero maggiore di macchine
in conseguenza della diffusione della meccanizzazione in agricoltura. In alcune
delle più grosse aziende l'affittuario possiede anche la mietitrebbia.
Un altro
elemento nuovo che compare lungo questo percorso é costituito dal silos, una
costruzione in muratura che viene posta solitamente in un angolo del cortile
vicino alla stalla. La forma di queste costruzioni può essere a base quadrata o
a base circolare con prevalenza di quest'ultima perché più atta a resistere alle
spinte originate dalla massa dei foraggi insilati.
Si trova
spesso, soprattutto nelle aziende a «corte» l'orto- giardino che viene quasi
sempre posto fuori dal cortile, lungo l'angiporto che immette nella strada
principale.
E' qualche
volta presente anche l'aia di cemento, soprattutto nelle abitazioni ad elementi
giustapposti, posta davanti al portico o al centro del cortile. Il suo uso però
va ormai scomparendo perché il grano che una volta si faceva essiccare su di
essa viene ora portato all'essiccatoio.
1.e
abitazioni sono sempre formate da due piani e dal solaio che viene utilizzato,
ancora qualche volta, anche come granaio. Al primo piano si trovano generalmente
due stanze (cucina, tinello) e la cantina, spesso molto vasta dove viene
conservato il vino prodotto con l'uva della azienda stessa. Nel podere Rastello
Rosso, appartenente al comune di Piacenza, la cantina è molto caratteristica. Ad
essa si accede da una porta che si apre direttamente sul cortile. Il suo
pavimento è ancora in terra battuta, e, data la particolare disposizione per cui
una parte viene a trovarsi più in basso dell'altra, è divisa in due zone la
prima delle quali, quella che si trova a livello terra, è riservata alle
operazioni di pigiatura ed ospita anche due grossi tini, mentre l'altra, essendo
più fresca perché di qualche metro interrata, è utilizzata come luogo di
conservazione del vino che viene tenuto in botti di grosse dimensioni.
Al primo
piano si trovano invece le stanze da letto generalmente in numero di due o tre,
secondo le esigenze della famiglia e alcune altre stanze adibite a magazzino. Il
solaio occupa invece tutto lo spazio sovrastante il primo piano e una parte di
esso viene adibito anche come granaio dove viene conservato il frumento quando
non viene venduto subito dopo le operazioni di raccolta. Da qualche anno in
alcune di queste case rurali è presente anche il bagno che è venuto cosi a
migliorare un poco le condizioni igieniche locali che Fino a poco tempo Fa erano
molto scadenti.
Un elemento
esterno che differenzia le case che si trovano lungo questo itinerario da quelle
che sorgono lungo il percorso che da Busseto porta alla Via Emilia è
rappresentato dalla torre colombaia che, mentre nella zona parmense era
presente, come abbiamo visto, in alcune aziende, qui non la si riscontra mai.
L'abbeveratoio che è ancora presente in molli casi sotto la «porta morta» nelle
case ad elementi giustapposli non adempie più ora alle sue funzioni essendo
stato sostituito, per quanto riguarda il bestiame, dalle vaschette automatiche
e, per la casa dal pozzo, con autoclave.
I
fabbricati che si trovano in queste aziende sono tutti costruiti con mattoni
cotti, come avveniva per quelle situate lungo l'itinerario Busseto-Via Emilia. I
pavimenti sono generalmente di mattonelle di argilla cotta che solo in qualche
caso sono state sostituite da quelle di marmo. I porticati sono formati da tre o
quattro occhi di portico i cui pilastri, sempre di mattoni, sorreggono
altrettanti archi o architravi.
La
posizione delle case è anche qui generalmente periferica rispetto ai campi e
precisamente si avverte la tendenza ad avvicinarsi quanto più possibile alla
strada principale per rendere più agevoli gli spostamenti.
Un ultimo
cenno va fatto, anche per questa zona, al cattivo stato nel quale si trovano
alcuni degli edifici che compongono queste abitazioni sia esternamente che
internamente, con particolare gravità per quanto riguarda i servizi igienici
che, anche se migliorati in alcuni casi, sono ancora in genere insufficienti.
Sandra Cavazzini Ghizzoni
LA
PESTE DEL 1630 A BUSSETO NELLA RELAZIONE DI UN CONTEMPORANEO
La peste
famosa del 1630, quella cioè dei Promessi Sposi, fu portata in Lombardia dalle
truppe tedesche e in Piemonte da quelle francesi, scese in Italia per la guerra
di successione al Ducato di Mantova.
Nel Ducato
di Parma (sul quale regnavano i FarNese e di cui il territorio di Busseto, ormai
non più indipendente. faceva parte) la peste giunse attraverso il Po: i primi
casi sospetti si verificarono nell'autunno del 1629, nella zona prospeciente il
territorio lombardo di Viadana e di Casalmaggiore.
L'unico
mezzo efficiente, che si aveva allora per impedire il dilagare del contagio, era
quello di mettere al «bando» i paesi vicini colpiti dalla peste: ciò significava
impedire ogni contatto, di qualsiasi tipo, con essi. Lo Stato di Parma, però,
nel timore di danneggiare gravemente i commerci, se avesse preso una decisione
simile, preferì pubblicare «gride» di cautela, praticamente inutili. Per
esempio, nel dicembre del 1629, si ordinava al Podestà di Torricella di impedire
l'attracco di qualunque barca proveniente dalla riva sinistra del Po, ma le
imbarcazioni parmigiane potevano andare di là per prendere merci, purché le
merci provenienti dalla Lombardia fossero trasbordate in mezzo al fiume «senza
che si verificasse il minimo contatto e i denari fossero ricevuti dentro un vaso
d'aceto»!
Si
prescrisse poi la «bolletta» o «fede di sanità», una specie di certificato
sanitario: solo le persone munite di essa avrebbero potuto entrare o rientrare
nel territorio parmense, ma se ne abusò moltissimo e si ebbero numerosissimi
casi di falsificazioni, di alterazioni, di consegne a persone che venivano da
luoghi infetti.
Essendo
venuta a mancare un'efficace azione preventiva, la peste si diffuse molto
rapidamente nel parmense e in città, dove esplose con tutta la sua virulenza nei
giorni di Pasqua del 1630.
Il contagio
si propagava fulmineamente per contatto con vestiti degli ammalati, o dei morti
e attraverso il trafugamento delle cose appartenute agli appestati, trafugamento
che nessuna proibizione riusciva ad impedire.
Una volta
diffusa la peste, le autorità ducali, che non erano state in grado di tenerla
lontano, si trovarono ancor più in difficoltà e non riuscirono a varare
provvedimenti efficaci, che riuscissero ad alleggerire almeno un poco i
terribili disagi della popolazione. Mancavano i denari per allestire lazzaretti
efficienti e disciplinati, per procurare cure mediche e assicurare il vitto
indispensabile agli ammalati. II problema più importante era quello di
assicurare il vitto sufficiente, perché le uniche cure mediche consistevano nel
taglio dei bubboni, praticato da chirurghi-barbieri, e nell'uso di alcune
sostanze disinfettanti, quali aceto, lauro e ginepro. I barbieri-chirurghi erano
molto scarsi, come numero, nel territorio del ducato e per farli arrivare da
fuori sarebbe occorso molto denaro.
Come
estremo rimedio il 24 giugno si indisse, in città, la quarantena che durò fino
al 3 agosto. Fu un provvedimento inutile. perché ormai il morbo era dilagato e
risultò, anzi, dannoso per molti ammalati, i quali, non potendo uscire di casa e
non essendo soccorsi dall'organizzazione sanitaria decisamente carente. morirono
più in fretta.
Le autorità
cittadine, disperate, si rivolsero a Dio e proclamarono voti solenni, che
puntualmente adempirono alla cessazione del morbo.
La peste
cominciò a scemare di virulenza nel settembre, ma risultò estinta del tutto solo
nel 1632. Da allora, non ha più colpito le nostre terre.
Non è
possibile stabilire il numero dei morti. che si ebbero a Parma e nel Ducato, ma
fu elevatissimo, nell'ordine di parecchie migliaia.
Mentre i
documenti che riguardano la peste nella città di Parma sono numerosi e hanno
permesso a Emilio Casa di ricostruire il dramma di quei mesi funesti in un ampio
studio sullo Archivio Storico per le Provincie Parmensi (vol. IV 1893),
scarsissime sono le notizie relative al resto del territorio parmigiano e finora
nulle per Busseto. La pubblicazione che qui facciamo di alcune pagine di un
manoscritto conservato nella Biblioteca Palatina di Parma, ci aiuta in parte a
colmare tale lacuna. L'opera giuntaci in duplice copia (Mss. Parm. 534 e 765) ha
per titolo: Memorie della peste seguita in
Parma l'anno 1630 a cui si aggiungono La peste di Piacenza, Busseto, Reggio,
Novellara e Bologna. Ne è autore Orazio Smeraldi.
Lo Smeraldi
è un contemporaneo dei fatti che descrive. Nato a Parma nel 1592, divenne
Gesuita nel 1605. Svolse la sua attività soprattutto a Parma, dove fu precettore
di Francesco Maria Farnese (il futuro Cardinale) e rettore del «Collegio dei
Nobili Convittori» dopo essere stato per qualche tempo rettore dei Collegi di
Piacenza e di Reggio. Mori nel 1672. L'Affò lo ricorda nel tomo V delle sue
Memorie degli Scrittori e letterati Parmigiani.
Il
manoscritto nella parte che ci interessa descrive, a grandi linee, la diffusione
della peste a Busseto e i provvedimenti adottati dalle autorità locali per
cercare di rimediarvi. Ha un chiaro intento celebrativo in quanto vuole mettere
in evidenza l'opera svolta con dedizione e sacrificio dai Gesuiti in tale
occasione. La seconda parte, in particolare, è, infatti, tutta dedicata a
ricordare i Gesuiti che hanno agito e che sono morti a Busseto durante il
contagio.
I Padri
della Compagnia di Gesù erano giunti a Busseto agli inizi del secolo. Nei primi
tempi avevano preso stanza in una casa privata ed avevano ottenuto dal vescovo
di poter funzionare nell'antica chiesa di S. Antonio, che sorgeva dove ora sorge
quella dedicata a S. Ignazio. In seguito ad una eredità avuta da Pietro Penerai,
nel 1621, ampliarono il Collegio da costui Fondato, lo arricchirono di una
biblioteca, innalzarono la nuova chiesa e si dedicarono all'istruzione dei
giovani.
Avremmo
desiderato integrare lo scritto dello Smeraldi con altre notizie desunte anche
da documenti locali, ma ci è stato impossibile.
Così non
sappiamo esattamente quanti abitanti contasse allora Busseto. Nè siamo riusciti
a stabilire il numero sia pure approssimativo di quanti morirono di peste,
poiché, presso l'Archivio Parrocchiale, il primo «Libro dei Morti» inizia solo
nel 1654. E' certo che dopo il 1630 si cessò di seppellire i morti nelle chiese
o attorno ad esse, come era consuetudine generale. In quell’anno infatti, nel
pieno della peste, il Comune acquistò dal Marchese Pallavicino un pezzo di terra
per seppellirvi i morti del contagio. Diverrà poi il cimitero. Nel 1645,
adiacente ad esso, veniva eretto l'Oratoria di S. Anna.
CONTAGIONE DI BUSSETO
PART PR I MA
In questa
descrittione, o Narrativa, seguitaremo l'istesso metodo tenuto nella Narrativa
della Contagione di Parma; mettendo nel primo luogo ciò che tocca all'universale
della terra; e da poi quanto occorse intorno a' Nostri, che ivi si trovavano.
Busseto è
terra grossa situata tra Parma, e Piacenza, che da Carlo V Imperatore, quando
ivi con Paolo III Pontefice si abboccò, ottenne il nome di Città, di cui è
Vescovo il medesimo,
che di
Borgo san Donino, et hora sta sotto il dominio del Serenissimo di Parma (Odoardo
Farnese. Il Serenissimo Duca. che nel 1630 era diciottenne e sposo novello della
sedicenne Margherita dei Medici, mostrò più previdenza per sè che per i suoi
sudditi. Fin dall'aprile con la Corte si era messo in salvo a Piacenza, che
sembrava non ancora infetta. E quando anche a Piacenza si manifestò la peste, si
spostò a Cortemaggiore. come é anche detto più avanti dallo Smeraldi).
In
quest'anno 1630 sicome a Pasqua di Resurrettione cominciò la peste apertamente
ad inferire, et a mostrare la sua violentia, senza risparmio alcuno in Parma;
così l'ebbe nel medesimo tempo li suoi principii più coperti in Busseto; fin
tanto che in progresso poi fece la medesima strage alla rifusa, quale haveva
fatta in Parma. Mentre adunque si vedeva, che tratto tratto si scoprivano buboni
e carboni (I bubboni apparivano già nelle prime 24 ore all'inguine, ma anche al
Coi h) e all'ascella. Sulla pelle apparivano poco dopo anche vescicole e pustole
cancrenose sanguinanti chiamate carbonchi); in vari Cittadini di Busseto, e che
si haveva a correre la medesima fortuna di Parma, se a tempo non si ostava;
procurarono il Podestà e la Comunità gli ordini opportuni dal Serenissimo
Odoardo, co' quali si prevedesse ha presenti mali, e si ovviasse agl’imminenti.
In essecutione de' quali si sbarrarono le strade a' confini, si posero guardie,
si levò il commercio con gli apertamente infetti, si sospesero gli ordinarii
mercati, e si praticarono altre simili diligenze, mediante le quali si tirò
avanti per due mesi circa. Non si vedeva però il frutto, che si desiderava,
perchè anzi aiutava serpendo il morbo, e dilatandosi; e morivano tra la terra e
suburbii da otto in dieci persone al giorno. Onde la maggior parte de' più
commodi Cittadini, per isftaggire meglio la mutua conversatione, e per levarsi
da ogni occasione di commercio, si ritirarono fuori alle loro ville, a fitte
d'ivi con sue private cautele rendersi più sicuri. Ma perchè appariva ne nella
terra ne nel territorio lampo di speranza, ne verun miglioramento, fu risoluto
dalla Comunità con l'approvatione di S.A. di fare in Busseto, e ne' suburbii una
rigorosa quarantena, che fu cominciata verso il fin d'Agosto. Intanto, perché il
guidarla bene vedevasi essere impresa stranamente grande, e difficile, da cui
ciascuno più intento, come avviene, a sé, e a sua famiglia, che al pubblico. si
ritirava, deliberarono nel medesimo tempo di ricorrere all'aiuto de' Padri;
nella carità e prudenza de' quali dicevano di unicamente confidare. riaveva ivi
finito l'ufficio di Rettore poco avanti, e già s'era partito il P. Gio. Battista
Forni, et in suo luogo per Vice Rettore era rimasto il P. Oratio Fontana Lettore
all'hora attuale di Metafisica. A questo adunque vennero unitamente li
Sopraintendenti della sanità, e con espressione di singotar affetto, e
confidenza, come a persone messe da Dio al mondo per il pubblico bene, esposero
il lor bisogno, e desiderio, che accompagnarono con efficacissime istanze, e
prieghi consistenti in due cose.
La prima
era; che i Padri si compiacessero di l'avere la sopraintendenza di tutto quello
che apparteneva allo stato temporale, et alla salute de' corpi; e con
l'autorità, che offerivano amplissima, e totale, sovernassero quell'impresa,
havendo a tal effetto sotto il suo assoluto commando tutti quelli subordinati
ufficiali, che fossero stimati necessari: e ch'essi all'incontro per le
provisioni vittuali, massimamente de' poveri, essibivano il denaro
proporthionato; certi che, con carità uguale alla prudenza, sarebbe ogn'uno
sufficientemente sovvenuto.
La seconda
cosa era; che a lor carico pure volessero havere la sopraintendenza delle cose
spirituali, e dell'anime di quelli, ch'erano nella terra, e suburbii posti in
quarantena; mentre si vedeva essere rimasti abbandonati da sacerdoti secolari:
che parte erano di già usciti di li, a fine di cercare scampo dalla morte; e
parte altri molto più usciti di vita.
Pigliò
tempo il P. Vice Rettore per meglio accertare la risposta. Per il che havendo
consultato il negotio con Dio e con i Padri, deliberò di sottomettersi egli con
il P. Vincenzo Trivellini, ch'era Procuratore del Collegio, all'impresa gravosa
in questo modo. Al P. Vincenzo fu appoggiata la cura delle dovute provisioni:
Che però ricevette l'incombenza di spedir mandati, di dare gli ordini opportuni,
e di fare le spese, che di mano in mano occorrevano; rimanendo influiamo il
denaro presso certo depositario eletto dalla Communità, e da lui sborsandosi
come prescritto gli era. La carica poi del P. Vice Rettore fu questa. Diceva la
santa Messa ogni giorno, non in Chiesa, ma in mezzo della strada maggiore con
apparato decente a tanto sacrificio, e in tal maniera che rimanessero consolati
li poveri afflitti avvivandosi nella speranza della divina bontà, e
misericordia. Agli ebrei pure fu severissimamente commandato, che tenessero in
tal tempo le finestre chiuse alle loro case, come richiedeva la riverenza, anche
con lo scuro di legno. Il che fu esseguito con puntualità. Fatto questo per
essere più spedito, e pronto il P. Oratio alla multiplicità delle faconde
occorrenti montava a cavallo, et andava a casa per casa, stando sempre fuori in
strada con un Notaro, et altri serventi destinati dalla Comunità, per mezzo de'
quali ogni giorno si rivedeva il catalogo, e si registrava il numero de'
racchiusi. Che se non compariva alcuno alle finestre, si supponeva o infetto o
morto. L'infetto da serventi tosto si faceva condurre al Lazareto fatto fuori
della terra sotto barache. Li morti si portavano alla sepoltura o la notte o
sull'alba la mattina. Che se alcuno havesse per sorte fatto resistenza, e non
fusse comparso, da Ministri del Podestà si procedeva con sommo rigore, così
richiedendo il bene pubblico, in conformità leali ordini di S. A. con grida
solenne prima, che si cominciasse la quarantena, publicati et esseguiti
nominatamente in alcuni Ebrei, che si regolarono come gli altri, conducendosi
alle baracche. Con queste solecitudini, che non davano triegua ne di ne notte
alli detti due Padri, andavano cangiante le altre più principali, e proprie de'
medesimi, rivolti alla salute delle anime; alle quali erano sempre intenti con
l'amministratione de' santi Sacramenti, e particolarmente della confessione.
Con sì
fatte industrie, e diligenze si ridussero a buon segno e la terra e li
sottoborghi in modo, che dopo trenta sei giorni di quarantena rari ne morivano.
Dico dopo trenta sei giorni, perché non poté il P. Vice Rettore Oratio
proseguire più oltre, ne compire il numero di quaranta. Imperché il P.
Provinciale Marco Garzoni, che da Cortemaggiore, dove fino a quel tempo era
stato con li Serenissimi, che ivi tutti stavano raccolti, passando vicino a
Busseto verso Parma, parlò da lontano col detto P.re Oratio, gli ordinò, che
immediatamente, e subito si portasse a Mantova per governo di
quell'afflittissimo Collegio. Poscia che eranli mancati, e morti non solo il
Rettore P. Girolamo Furlani, ma la maggior parte d'altri soggetti ancora per la
medesima cagione di peste, e di guerra, sotto le di cui sferze tuttavia stava
quella miserabile Città.
Mancato
adunque il P. Oratio Fontana per l'andata sua a Mantova, succedette, a richiesta
del Podestà, il P. Alfonso Gianotti nell'istesso impiego, niente meno
indefessamente girando per tutto, e sovvenendo a tutti.
PARTE SECONDA
Essendo fin qui riferito quanto passò in Busseto concernente all'universale de' terrazzani (Terrazzani sono eli abitanti di terra murata o castello, e qui dunque stanno per abitami di Busseto, allora tutta chiusa nel suo giro di mura), mediante l'opera del P, Oratio Fontani Vice Rettore sino a quel tempo che partì, cioè per giorni trenta sei dalla quarantena a cui egli sopraintendeva con pubblica autorità; conviene hora, che dovendosi tirare la narrativa a ciò che avvenne intorno a' Nostri, si preferisca ancora quello che seguì in questo tempo del suo governo, agli altri avvenimenti, che sorsero dopo la di lui partenza, nel tempo del successore. Si deve pertanto prima d'ogni altra cosa sapere, che per essere l'anno adietro invasa Mantova dalla guerra portata dagli Alemani, a cui poi anche si accompagnò la peste ; si come due corsi di Filosofia da quello studio. cioè gli scolari nostri di Fisica, e di Metafisica con ambidue li Maestri hebbero ricovero in Busseto; così nel medesimo luogo proseguivano con ugual applicazione gli studij suoi. Essendo adunque, come di sopra si è detto, rimasto per Vice Rettore il P. Oratio, senza dismettere l'ufficio suo di lettore, giudicò d'impiegare li suoi pensieri non meno alla conservatione de' suoi, a' quali sin a quell'hora non era penetrato il morbo, che agli esterni, contro de' quali incrudeliva. Pertanto all’essempio de' più savij della terra, e di consiglio del medico, de' suoi, ch'erano vintiquattro in circa, deliberò di constituire tre famiglie, accioche divisi in minor numero, et habilando in luoghi aperti, et ariosi, maggiormente assicurassero la lor salute. Alla Guazzona, che è una villa discosta due miglia in circa da Busseto. vi pose il maggior numero, che furono quattordici, con il P. Francesco Pellizzari, che in quel Duomo haveva predicato la quaresima, per Superiore: A Bargone quattro, Fra' quali era il P. Minislro; et il resto in Collegio. Egli poi ogni giorno alla Guazzona per ordinario veniva; Prirnieramente come Vice Rettore per visitarli, e richiederli dell'osservanza del precetto fattoli in virtù di santa obedienta, et approvato dal P. Provinciale, ch'era di non uscire da confini; ne di passar un cotar fosso: il che puntualmente fu osservato; e poi come