GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / FILMATI i miei video |torna al sommario / torna homPage
![]()
a cura della biblioteca della cassa di risparmio di parma e monte di credito su pegno di busseto
ANNO 3 - 1973
torna sommario biblioteca 70 | precedente | successivo | versione stampabile
SOMMARIO
|
CORRADO MINGARDI |
|
|
GABRIELLA CARRARA VERDI |
Le lettere di Rossini a Verdi |
|
PIERLUIGI PETROBELLI |
L'abbozzo di Busseto e la creazione musicale in Verdi |
|
GUSTAVO MARCHESI |
Il figlio del cocchiere |
|
PETER SUTERMEISTER |
Visita ai luoghi verdiani |
|
PIER MARIA PAOLETTI |
Verdi, La Scala, le Olimpiadi e i fedayn |
| ALMERINDO NAPOLITANO | Un secolo di opere liriche a Busseto |
|
FERRUCCIO BOTTI |
Spigolature Verdiane: |
|
CORRADO MINGARDI |
Visita al pittore Arturo Cavalli |
|
MARIO CONCARI |
Gianandrea Gavazzeni cittadino onorario di Busseto |
|
GUSTAVO MARCHESI |
Lettera aperta su Carlo Bergonzi |
|
CORRADO MINGARDI |
Il primo "Verdi d'Oro - Città di Busseto" al tenore Carlo Bergonzi |
| Le immagini del volume | |
|
VINCENZO BANZOLA |
Giovanni Antonio Stirpio de' Brunelli da Busseto, ingegnere ed architetto di Alessandro Farnese |
|
BRUNA PALTRINIERI (BRUNA PEDERZANI) |
Una maestra di tante generazioni di bussetani: Giulia Ferrari |
|
BEPPE GUALAZZINI |
Come Guareschi ci ridimensionò |
| GIOVANNI GODI |
Ancora sulle antiche pitture di Busseto. Luca Giordano e Ignazio Stern |
| LUIGI MASSERA |
Ricordi borbonici a Busseto |
|
GIANANDREA ALLEGRI |
L'adozione del piano regolatore per il centro storico a Busseto |
|
PIERRE CHARLES BORLENGHI |
Due bussetani al carnevale di Nizza |
| ANTONIO MORONI |
Noterelle musicali bussetane Matteo Claretti musico di Sforza Pallavicino. Il compositore Girolamo Casanova da Busseto a Torino, a Parigi. Convenzione tra il M° Provesi e la Collegiata di San Bartolomeo |
| CORRADO MINGARDI | Il tempo quasi ritrovato (Villa Pallavicino in un inventario del 1679) |
|
RECENSIONI E NOTE |
|
|
CORRADO MINGARDI |
Almerindo Napolitano e i suoi "Cinquant'anni e più di vita bussetana" |
|
GIANANDREA ALLEGRI |
|
| CORRADO MINGARDI | Di alcuni antichi mobili emiliani a Busseto |
IL
TERZO ANNO
Questa
pubblicazione, contrariamente ai due numeri precedenti che non mancarono
all'appuntamento natalizio, esce ad anno nuovo iniziato, in tempo tuttavia per
proporsi quale omaggio augurale ai frequentatori della biblioteca, ai bussetani
e agli amici dei bussetani sparsi in tutto il mondo.
BIBLIOTECA
70 è andata via via migliorando per merito dei collaboratori che, numerosi e
validi, le hanno permesso di registrare più ampiamente la voce antica e moderna
di Busseto, un paese che non è un paese qualsiasi. Mi sia permesso questo
orgoglio campanilistico, in un'epoca in cui ogni comunità e ogni luogo perdono
la loro identità nell'anonimato livellatore del nostro tempo. A chi mi ha
aiutato vada dunque il grazie più cordiale.
La vita
della biblioteca ha registrato nello scorso 1972 un ulteriore sviluppo: la Cassa
di Risparmio ne ha compreso le progressive esigenze di funzionalità e servizio
aumentando il contributo annuo per spese librarie da 800.000 a 1.200.000 lire, a
cui si deve aggiungere il ricavato del prestito, e assumendo un nuovo impiegato.
La frequenza dei lettori ha superato ancora i lusinghieri traguardi degli anni
precedenti: i libri consultati in sede e quelli ceduti a domicilio sono stati
quasi 10.000. Fanno capo infatti alla nostra biblioteca non solo gli studenti
del comune, ma tanti anche dei paesi vicini.
Un altro
motivo di compiacimento s'aggiunge ai precedenti: il dono di gran parte
dell'archivio della famiglia Pallavicino che il marchese Pier Luigi ha, con
generosità e intelligenza, fatto alla biblioteca, riconosciuta come la più degna
depositaria di così importante patrimonio storico. Il suo riordinamento e la sua
valorizzazione saranno l'impegno dei prossimi mesi.
Busseto, 19
febbraio 1973
Corrado Mingardi
LE
LETTERE DI ROSSINI A VERDI
Tra i
documenti di S. Agata sono conservate quattro lettere di Rossini a Verdi,
scritte rispettivamente nel 1844, nel 1845, nel 1846 e l'ultima nel 1865.
Difficile è
ricostruirne la storia, perché mancano le reciproche verdiane, ma, a parer mio,
esse sono ugualmente interessanti, in quanto, al di là della diversità dei
caratteri, dell'opposto modo di concepire la vita, della divergenza di opinioni
e di atteggiamenti, più volte manifestati o assunti, rivelano rapporti di stima
e di cordialità.
Non intendo
riepilogare le complesse vicende della relazione Rossini-Verdi, ma solo
rivederne l'inizio e inquadrare le lettere nel loro tempo.
Nato nel
1792, Rossini ha ventuno anni quando Verdi vede la luce; ha già composto
numerose cantate, pezzi sacri, quartetti, inni ; ha musicato ben undici opere,
tra le quali La Scala di seta, Il Signor
Bruschino, L'Italiana in Algeri. Il Guglielmo Tell chiude gloriosamente
l'attività teatrale del grande Pesarese nel 1829; — nel frattempo Verdi è
entrato nell'ambiente Bussetano, che gravita intorno a Antonio Barezzi, ambiente
di musicofili e musicomani, che ben conoscono la produzione operistica e da
camera del loro tempo: senza dubbio Verdi ha fatto qui la sua conoscenza con
l'arte somma di Rossini. Nello stesso 1829, egli, poco più che quindicenne,
affronta il suo primo sfortunato concorso, quello per il posto di organista
nella Chiesa Parrocchiale di Soragna.
Più ampia
visione dell'opera rossiniana riceve senz'altro a Milano, dove il Maestro
Lavigna, dopo l'esito negativo del concorso per l'ammissione al Conservatorio, «
... ha fatto associare il Verdi presso un negoziante di musica ed ha già in casa
due spartiti che studia ... All'apertura poi del Teatro vuole che si abboni per
tutte le sere ... » E nei teatri Rossini tiene il cartellone con le sue opere.
Egli ha la
parte del leone anche nei trattenimenti bussetani, cui Verdi attivamente
partecipa: i vari dilettanti Tessoni, Mori, Macchiavelli, Guarnieri, Arduzzoni,
Rusca, Garbi, eseguono brani dalle rossiniane
La Donna del Lago, Zelmira, Aureliano in Palmira, Cenerentola,
Semiramide, Eduardo e Cristina.
Verdi si
prepara all'esordio. Nel 1839 viene rappresentata alla Scala la sua prima opera:
Oberto, Conte di S. Bonifacio; Rossini
ha iniziato da dieci anni «il lungo silenzio». Per Verdi avviene la tragedia
della giovane famiglia e la caduta della seconda opera, che lo porta alla
disperata decisione di non scrivere più per il teatro.
Sono note
le vicende successive e ancor più noto il trionfo del
Nabucco.
La sera del
9 marzo 1842 assiste al successo verdiano anche Gaetano Donizetti, che ha
appositamente ritardato la partenza per Bologna, dove lo ha chiamato Rossini per
dirigere il suo Stabat. Egli è rimasto
tanto colpito dalle melodie ascoltate, che continua a parlarne durante il
viaggio, con il Conte Pompeo Bel-gioioso, suo compagno e ottimo basso, esecutore
dello Stabat rossiniano.
Donizetti
certo parla a Rossini di Verdi, del
Nabucco, dell'impressione ricevuta. E' un'ottima raccomandazione, una felice
presentazione del nuovo astro al Giove della musica.
Così,
auspice Donizetti, avviene il primo incontro tra Verdi e Rossini in quello
stesso 1842. Ne dà notizie Verdi stesso in una sua lettera alla Contessa Emilia
Morosini:
«Sono
stato a Bologna per cinque sei giorni. Sono stato a visitare Rossini il quale mi
ha accolto assai gentilmente e l'accoglienza mi è parsa sincera. Comunque sia,
io ne sono stato contentissimo. Quando penso che Rossini è la reputazione
mondiale vivente, io mi ammazzerei e con me tutti gli imbecilli. Oh è una gran
cosa essere Rossini!...».
Le lettere
di S. Agata provano che Rossini era sincero nella sua simpatia per Verdi, e che
questi aveva per lui profonda deferenza.
La prima,
da Bologna, porta la data «28 novembre 1844» ; nello stesso anno sono andati in
scena Emani alla Fenice di Venezia il
9 marzo, e I Due Foscari all'Argentina
di Roma il 3 novembre. La lettera rivela precedenti contatti tra i due
corrispondenti e la conoscenza di Rossini dell'attività verdiana.
Eccone il
testo:
«Illustre
Amico.
A
norma del convenuto vi unisco a questa mia la Poesia di Piave composta per
Emani, Poesia che voi saprete da valente qual siete vestite di bella musica e
così far felice il mio buon Ivanoff; troverete un canto di preghiera e una
cabaletta che forse, vi farà, sorridere pel modo che è composta, è lo stesso
Ivanoff, che per darvi una idea della sua voce e del genere che desidererebbe,
si è permesso di fare ciò, vogliate addunque perdonarlo. Sento tutta la mia
indiscretezza nel venire a domandarvi questo Componimento nel momento in cui le
vostre inspirazioni vi portano ad altro soggetto, lo faccio però volentieri,
perché vedo la fortuna del mio amico Ivanoff, e perché voi nel accettarne
l'incarico me ne deste il coraggio. Vorrebbe Ivanoff venire a Milano, prima di
andare a Parma per sentire le vostre intenzioni relativamente al modo di
eseguire questa nuova scena, io attenderò su questo interessante articolo il
vostro parere e riscontro.
Se
non avete impegno per la proprietà di questo pezzo con alcun Editore badate che
Ivanoff vorrebbe essere il solo proprietario.
Le
condizioni che fisserete in proposito saranno ciecamente accettate; mio buon
Verdi, Rubate qualche minuto a Giovanna e fate beato Ivanoff che vorrebbe
cantare a Parma questo nuovo lavoro vostro. In attenzione di vostro riscontro mi
do il piacere di dirmi
Vostro Ammiratore e amico
G. Rossini
Bologna 28 Nov. 1844»
Verdi, per
mantenere la promessa fatta, «a norma del convenuto», per compiacere «la
reputazione mondiale vivente» e per accontentare Nicola Ivanoff, il grande
tenore russo, prediletto da Rossini, ovunque ammirato e applaudito per la sua
arte e la voce dolcissima, forse anche per favorire il pubblico di Parma, ruba
qualche minuto alla Giovanna d'Arco,
(che sta componendo e che sarà rappresentata alla Scala il 15 febbraio 1845),
scrive l'aria richiesta. Lo apprendiamo dalla seconda lettera di Rossini, che
gli manda il vivo ringraziamento e il generoso compenso, non richiesto.
Essa è
indirizzata « Al Signore
Il Sig.
GIUSEPPE VERDI
Celebre
Compositore di Musica
MILANO
«Pregiatissimo
Maestro e Amico
cosa direte mai del mio lungo silenzio ! Un Foruncolo ossia Chiodo mi ha
ipotecato Gambe e braccia, e senza parlarvi del male che ho provato vi dirò solo
a mia giustificazione che mi è stato impossibile scrivervi prima d'oggi per
ringraziarvi oltremodo di quanto avete fatto per il mio amico Ivanoff che si
trova beato di avere il possesso di un vostro delizioso componimento che le ha
valso un brillante successo a Parma. Qui unita troverete una Cambialetta di Lire
Aus. 1500. che agradirete non già come pagamento del vostro lavoro che troppo
meriterebbe, ma come semplice tratto di riconoscenza per la parte d'Ivanoff,
restando a me solo tutta l'obligazione verso di voi che stimo ed amo.
I
due Foscari fecero furore a Firenze, così sarà della vostra Giovanna d'Arco ve
lo augura di tutto cuore il
tutto vostro Aff. e Ammiratore
G.
Rossini
Bologna 28 Genn. 1845»
In questa
lettera Rossini accenna a una indisposizione noiosa, ma passeggera; in realtà è
colpito da una grave forma di uretrite cronica e da una malattia nervosa, che,
dopo averlo portato anche in fin di vita, lo ha costretto a rinunciare
all'impegnativo teatro d'opera e gli proibisce ogni attività intellettuale; una
relazione medica lo dichiara affetto da ipersensibilità emotiva con stato
depressivo, melanconia, angoscia, forte debolezza generale, inibizione
dell'attività psichica...; egli nasconde al pubblico i suoi mali dietro una
sorridente arguta bonomia, talvolta una pungente malizia; come nasconderà la sua
calvizie sotto un ben composto parrucchino; fa appello alla sua ormai
proverbiale pigrizia per spiegare il suo «lungo silenzio» musicale.
Gli amici
suoi potranno sempre contare su una sua parola, sul suo interessamento. Ne fa
fede una sua lettera al Conte Pompeo Belgioioso, il basso che ha cantato lo
Stabat rossiniano a Bologna nel 1842
sotto la direzione di Donizetti.
Il
Belgioioso si è rivolto a Rossini per conoscere le condizioni fatte dai teatri
parigini ai compositori stranieri, probabilmente per incarico di Verdi, che non
ha voluto disturbarlo personalmente : (a Du Locle dichiarerà di non avere «seco
lui molta intima amicizia»), ma al quale verrà in definitiva consegnata la
risposta conservata a S. Agata e che dice :
«Al
Nobil Uomo
il
Sig. Conte Pompeo Belgioioso
MILANO
«Carissimo Amico.
Al
Grande Opera di Parigi, vi sono i così detti dritti d’Autore che per un Opera
che tiene tutta la serata rimonta a F.chi 250. per recita, e per le prime
quaranta recite, passate le quali vi è una notabile diminuzione, poi la vendita
agli Editori della proprietà della musica, la quale può calcolarsi per il bravo
Verdi dai venti ai trenta mille franchi, per l'incertezza poi del successo dal
quale dipendono i vantaggi sud(detti) potrebbe il comune amico domandare un
premio di alcune migliaia di franchi per coprire le spese di viaggio e di
soggiorno in Parigi. Ecco servito te e il Car.mo Collega; resta ora dirti che
sono e sarò sempre il
tutto tuo aff.
G.
Rossini
Bologna li 25 Nov. 1845»
La terza
lettera a Verdi è scritta l'anno successivo, ancora per compiacere l'amico
Ivanoff;
«Pregiatissimo
Amico.
Sì
come l'innamorato tocco dal primo bacio della sua bella ne domanda un secondo,
così Ivanoff porgitore della presente memore del primo prezioso amplesso che le
deste componendole un'Aria magnifica che tanto onore gli valse viene a
domandarvi un secondo amplesso cioè un secondo lavoro che farà al certo la sua
beatitudine. Fui mediatore nel primo incontro, mi compiaccio esserlo ora,
vogliate ve ne prego esaudire i voti del mio buon amico egli merita tutta la
vostra deferenza, per l'amore e la stima che vi porto merito io pure qualche
cosa; al opra addunque mio illustre collega guadagnatevi nuovi diritti alla
riconoscenza di
Rossini
Bologna 21 Luglio 1846»
Verdi,
nella primavera appena trascorsa, ha dato
Attila alla Fenice di Venezia ; ora è alla ricerca di un nuovo soggetto :
I Masnadieri, che Andrea Maffei gli ha
ridotto da Schiller, oppure Macbeth su
libretto di Francesco Maria Piave dalla tragedia di Shakespeare.
Quale
effetto avranno avuto su di lui, — immerso nella truce atmosfera del dramma
tedesco o attorniato dalle fantastiche apparizioni, che sconvolgono il tragico
Re scozzere, — le scherzose fiorite frasi di Rossini?
Non si
conosce risposta diretta né indiretta alla sollecitazione di una nuova cabaletta
per Ivanoff. La lettera viene accuratamente posta tra gli autografi preziosi,
raccolti nell'album donato a Verdi da Clarina Maffei.
Rossini si
è ormai trasferito definitivamente a Parigi; nella capitale francese si reca
spesso Verdi per ragioni di professione e, pur essendo schivo di ricevimenti e
di vita salottiera, non manca di far visita all'autore del Barbiere, insieme
alla moglie Giuseppina, che annoterà un amaro appunto nei confronti di Olimpia
Pélissier, seconda consorte di Rossini, dichiarandola «plus désagréable que d'habitude».
In
occasione di un soggiorno in Parigi, Verdi riceve l'ultima lettera di Rossini ;
è in data 27 dicembre 1865 e dice:
«Illustre
Collega
il
mio amico Mr Beauchene Segretario dell'I.le Conservatorio di musica, mi prega di
farvi recapitare la lettera qui inclusa, mi è dolce obligare L'amico a
ricordarmi a voi ; credo che Mr Beauchene vi domandi un Renseignement, se vi è
possibile compiacetelo, obligherete così oltremodo il vostro Sincero Ammiratore
e
Affezionato
Rossini
Ex
Compositeur de Musique Pianiste da La 4.me Classe.
P.S. Fatemi Schiavo a Mad. Verdi
A
M. Verdi
Celebre Compositeur de Musique Pianiste de la 5.me Classe!!! Paris»
Lo scritto
è breve e potrebbe sembrare insignificante: ma appunto questa sua aria di
«ordinaria amministrazione» suggerisce l'esistenza di rapporti più continui di
quelli consacrati nei documenti. L'aggettivo «Sincero», sottolineato due volte,
sembra voler fare piazza pulita di tante malevole insinuazioni, di falsi amici,
di adulatori incoscienti.
Anche lo
scherzoso indirizzo, che allude — secondo il Luzio — «all'ostracismo di cui
Verdi, come pianista, era rimasto vittima nella sua famosa petizione respinta di
allievo del Conservatorio Milanese», è indice di confidenza, forse un poco
paternalistica. «Dal momento che Rossini — continua Luzio — si metteva appena un
gradino più su di Verdi, come pianista, nulla poteva esservi di offensivo nella
celia amichevole rivolta all'«Illustre Collega» .E non è adultazione la
definizione «Celebre Compositeur de Musique»; Rossini ha usato le stesse parole
nella lettera del 28 gennaio 1845: allora egli sapeva che Verdi stava componendo
la Giovanna d'Arco, soggetto da lui
pure un tempo vagheggiato, ma mai realizzato; ora è al corrente degli studi su
Don Carlos, che dovrà essere
rappresentato proprio a Parigi, né può trascurare i successi verdiani riportati
nei trascorsi vent'anni. Forse a questo pensiero lo prende un poco di malinconia
per la sua inerzia operistica, e la riassume scherzosamente, secondo la sua
natura, qualificandosi «Ex Compositeur de Musique».
Questa è
l'ultima lettera scritta da Rossini a Verdi. Il 13 novembre 1868 egli muore a
Passy. Alla notizia, Verdi supera il risentimento per il recente malaugurato
«imbroglio del Ministro Broglio» e rimane dolorosamete colpito; «Un gran nome è scomparso dal mondo !» ... scriverà a Clarina Maffei
e, ripetendo le parole mandate nel lontano 1842 alla Contessa Morosini,
continua: «Era la riputazione la più
estesa, la più popolare dell'epoca nostra, ed era gloria italiana!»
Propone che
per onorare «la memoria di Rossini ... i
più distinti maestri italiani»... compongano «una Messa da Requiem da eseguirsi
nell'anniversario della sua morte ... Questa composizione (per quanto ne possano
essere buoni i singoli pezzi) mancherà necessariamente d'unità musicale; ma se
difetterà da questo lato, varrà nonostante a dimostrare come in noi tutti sia
grande la venerazione per quell'uomo, di cui tutto il mondo piange la perdita».
La
proposta, accolta dal consenso unanime, non sarà realizzata per le umane
debolezze. Altri progettano l'erezione di monumenti.
Forse la
Messa composita non sarebbe risultata gran che, i monumenti non dicono nulla e
con il tempo si rovinano: ma Rossini e Verdi vivranno finché vivrà l'armonia, il
canto, la bellezza. Ciascuno di essi può ripetere le parole di Orazio:
Exegi monumentum aere perennius!
Gabriella Carrara Verdi
L'ABBOZZO
DI BUSSETO E LA CREAZIONE MUSICALE IN VERDI
La
personalità di Verdi, la straordinaria ricchezza di atteggiamenti e di interessi
che nella vita di quest'uomo si sono intrecciati, la prepotenza della sua
genialità come uomo di teatro, come creatore di vicende drammatiche hanno di
gran lunga dominato gli studi e le ricerche su di lui compiute rispetto alla
manifestazione vitalmente più autentica e più vera di questa personalità, e cioè
all'attività musicale. Per quanto possa sembrare paradossale, basterà
verificare, e sia pur di sfuggita, anche i prodotti più recenti della
bibliografia verdiana (si badi bene, opere in genere di grande valore,
contenenti contributi insostituibili), e ci si renderà conto subito della verità
di quest'affermazione.
Verdi
misucista — anzi, «maestro di musica», come lui stesso volle definirsi più volte
—; in quale forma, secondo quali principi, in conseguenza di quali studi, di
quali esperienze, di quali ricerche interiori il suo linguaggio musicale, quello
in definitiva attraverso il quale noi sentiamo la sua presenza ancora così viva
fra noi, si determinò, si realizzò, prese quelle tali inconfutabili
caratteristiche per cui anche l'ascoltatore più sprovveduto, dopo alcune misure
(persino di un'opera che non conosce), esclama subito: «Non
può essere che Verdi!»?
E' questo
l'aspetto dell'opera verdiana che attende ancora di essere identificato,
definito, portato alla coscienza dell'uomo di cultura. Ed è aspetto
fondamentale, dal quale non si può prescindere se si vuole giungere ad una
valutazione concreta della reale portata del momento verdiano nella storia della
cultura europea, al di fuori ed al di sopra di ogni entusiastico omaggio
acritico, di ogni adesione spontaneamente sentimentale. Né si deve temere che
una valutazione costruita su elementi esclusivamente musicali sia separata,
avulsa — tanto meno che essa contraddica i risultati conseguiti in altri settori
della ricerca; anzi, semmai avverrà proprio il contrario: i risultati più validi
raggiunti sul piano della valutazione drammatica, della realizzazione scenica,
dell'interpretazione psicologica dei personaggi troveranno la conferma più
diretta e più penetrante proprio nella verifica della loro realizzazione
musicale; giacché (sembra assurdo il doverlo ripetere, eppure la situazione lo
esige) Verdi è prima di tutto e prima di ogni altra cosa musicista, uomo che
esprime, si realizza artisticamente attraverso la musica; e soltanto attraverso
una valutazione, una ricerca basata su elementi esclusivamente musicali noi
potremo arrivare a conoscere, a capire veramente la portata del messaggio umano
che egli ci rivolge.
Come si
organizza il pensiero musicale verdiano? Di quali elementi musicali Verdi si
serve per definire una situazione drammatica, per caratterizzare un particolare
atteggiamento psicologico di questo e di quel personaggio? Esistono stilemi
ricorrenti lungo tutto l'arco della più che cinquantennale attività del Maestro?
Quali sono i mezzi di cui il compositore si serve per conferire unità drammatica
alle sue opere? E ancora: quanto di ciò che noi consideriamo verdiano appartiene
invece al comune linguaggio operistico del tempo, e quanto è invece creazione
originale, scoperta autentica ed assoluta del genio di Busseto? Sono tutte
domande che non solo è lecito, ma assolutamente necessario porsi, ed alle quali
è stata data finora solo qualche risposta isolata, nata il più delle volte da
riflessioni su singoli momenti, su particolari aspetti di questa o di
quell'opera, senza che sia stato finora compiuto un tentativo sistematico,
organico di esplorare a fondo e in tutta la sua estensione anche soltanto uno di
questi problemi.
E' evidente
come, operando in quest'ordine di idee, la ricerca non può, né deve svolgersi
soltanto sull'opera d'arte nella sua realizzazione definitiva, anche perché in
alcuni casi siamo ancora oggi lontani dal conoscere quale sia effettivamente la
versione voluta in modo definitivo dall'autore — basti pensare al
Don Carlos; essa deve perciò
orientarsi verso tutti quei documenti che ci possono aiutare a conoscere, in
maniera insostituibile, il processo attraverso il quale il compositore chiarisce
gradualmente a se stesso il proprio pensiero, sino a raggiungere quella forma,
quella definizione che corrisponde esattamente alle intenzioni. E' a questo
punto che le partiture autografe (nelle quali, nessuna esclusa, rimangono tracce
evidenti di un continuo, tormentoso lavoro di chiarificazione dell'idea)
diventano indispensabile strumento di conoscenza; come pure tutti gli altri
documenti che ci illuminano sul divenire del pensiero musicale verdiano; voglio
dire gli abbozzi.
La
testimonianza più antica di questo tipo di documenti che si possa oggi
conoscere, una testimonianza fino ad oggi sconosciuta o per lo meno non
sufficientemente valutata, si trova nel Museo di Busseto, ed è un frammento
musicale custodito fra gli autografi del Maestro.
In altra
sede (1) ho avuto modo di descrivere brevemente, di presentare in
trascrizione e di valutare criticamente questo abbozzo, sul quale tuttavia non
sarà inopportuno ritornare per fare altre osservazioni. Non è difficile
stabilire a quale opera esso si riferisca, se non altro perché l'indicazione che
vi compare in testa, «Scena ed Aria Doge e Finale Ultimo», lascia soltanto due
possibili scelte, Due Foscari o
Simon Boccanegra; e che si tratti
della prima di queste due opere lo si chiarisce definitivamente attraverso il
testo del libretto e attraverso confronto con le corrispondenti parti musicali
della versione definitiva.
Per
chiarire al lettore il nostro discorso è forse opportuno ricordare brevemente la
situazione scenica dell'ultima parte di quest'opera: al Doge Francesco Foscari,
padre di Jacopo, è stato negato dal Consiglio dei Dieci il perdono del figlio,
che è partito per l'esilio perpetuo; un servo del Consiglio entra in scena per
annunziare al vecchio Doge che i Dieci desiderano parlargli; gli si farà sapere
che è stata decisa la sua deposizione. Il Doge erompe in un violento quanto
inutile sfogo: «Quest'è dunque l'iniqua
mercede», un'aria di enorme tensione drammatica, intensificata alla fine
dalle esclamazioni del coro; a questo punto si ode il suono di una campana
interna, che annuncia l'avvenuta elezione del successore al trono dogale: e
Lucrezia, la moglie dell'esiliato Jacopo, esclama: «Oh
! Cielo! Già di Foscari s'acclama il successor!», il vecchio Jacopo non può
resistere al colpo tremendo inflittogli dalla crudeltà dei Dieci: un patetico
Andante («Quel bronzo ferale») precede
di poco la sua morte.
Il
contenuto dei due fogli che compongono l'abbozzo può essere descritto come
segue:
c. l recto
— 1 verso: dall'inizio della scena, sino alle parole del Doge: «mi
serbano co-[storo!»] (2)
c. 2 recto
— 2 verso: dall'esclamazione del coro: «[Vedi, abbastanza è misero, ri-]spetta il suo dolor!» sino alla fine
dell'esclamazione di Lucrezia («Già di
Foscari s'acclama il successor!» (3)
Si tratta,
evidentemente, dei due fogli estremi (o per lo meno di due fogli esterni) di un
solo fascicolo, che conteneva al centro l'Aria del Doge «Questa
è dunque», fogli con tutta probabilità scartati da Verdi durante il lavoro
di orchestrazione e sostituiti con altri. Che non si tratti di un abbozzo
iniziale, e che rifletta invece una fase piuttosto evoluta dell'elaborazione
della concezione drammatica ci è provato dal fatto che l'abbozzo è redatto su
carta pentagrammata a 24 righi, di quella comunemente usata per la stesura
dell'intera partitura d'orchestra; e, specialmente per il primo Verdi, il lavoro
di orchestrazione rappresentava certamente una delle ultime fasi del processo
creativo — se non altro perché l'urgenza della commissione non concedeva tempo
sufficiente per elaborare ed affinare la materia sonora da questo punto di
vista. Eppure, se confrontiamo questo abbozzo — che è pur così schematico — con
la versione dello spartito a stampa, ci accorgiamo che non poche sono le
modifiche apportate; e ci accorgiamo soprattutto come esse siano determinate da
un medesimo principio operativo.
All'inizio
della scena, la linea melodica del declamato dei due personaggi (Servo dei Dieci
e Doge) ha, nell'abbozzo, un andamento completamente differente rispetto alla
lezione definitiva: ogni singola frase viene sottolineata in maniera forse più
eloquente, se considerata in sé; e tuttavia l'effetto complessivo del dialogo si
perde, perché la differenziazione musicale delle singole frasi è nociva
all'effetto complessivo, è dispersiva della tensione drammatica. Si veda, per
far un solo esempio, l'esclamazione del Doge «I Dieci!» che, nell'abbozzo, ha un andamento enfatico, sottolineato
dall'impiego della nota più alta dell'intera frase, il Mi bemolle acuto (nella
stesura definitiva questa nota verrà riservata all'ultima parola, proprio per
segnare l'apice della tensione); nella stesura finale il ritmo molto più
stringato e la minore estensione dell'ambito melodico servono ad indicare
soltanto sorpresa, meraviglia, e lasciano quindi meglio campo per prolungare la
tensione nelle frasi seguenti.
Ancora più
interessante è la seconda parte di quest'abbozzo, in quanto la situazione
drammatica è al culmine, e non all'inizio. Sebbene egli si trovi ad operare in
una fase conclusiva del processo compositivo, Verdi non ha scritto le parti di
tutti gli strumenti, bensì soltanto di quelli che costituiscono i cardini
estremi dell'edificio sonoro, cioè i violini primi (che — secondo l'abitudine
dell'epoca, e che Verdi osserverà immutata sino alla partitura del
Falstaff — si trovano sul pentagramma
più alto dell'abbozzo), e la parte dei violoncelli e contrabbassi.
Ma
osserviamo la funzione delle indicazioni di dinamica in corrispondenza di
quest'ultima parte, alla base del foglio (il «ffff» sul Si bemolle della seconda
misura, che diventa «pp» nella misura seguente): esse servono a specificare in
termini musicali il senso di tensione che la situazione esige, e che verrà
pienamente sviluppato nell'orchestrazione definitiva. Ancora più interessante è
trovare, su un pentagramma al centro del foglio, nella seconda parte della terza
misura, un Si bemolle grave, isolato, che si staglia netto nel silenzio
subitamente creatosi. E' il suono della campana interna, l'elemento determinante
della catastrofe.
L'esclamazione di Lucrezia, così precipitata nell'abisso (essa segue
immediatamente il rintocco della campana) e ancora contenuta (si estende
nell'ambito melodico di un'ottava), viene dilatata nella versione definitiva —
logica reazione e passionale commento al tragico rintocco — attraverso
l'iterazione dell'esclamazione «Oh! Cielo!»
(la prima di queste esclamazioni tocca subito il Si bemolle acuto) e attraverso
una maggiore espansione dell'ambito melodico, che ha ora il doppio
dell'estensione — cioè due ottave.
La prima
rappresentazione de I due Foscari ebbe
luogo a Roma al Teatro Argentina il 3 novembre 1844; dobbiamo perciò far
risalire ai giorni immediatamente precedenti, alla seconda metà del mese di
ottobre di quell'anno il documento che abbiamo esaminato. Sebbene quest'abbozzo
di Busseto non sia più di un frammento e si riferisca a punti della partitura
non molto significativi dal punto di vista musicale, pure, attraverso il
confronto con la stesura definitiva dei passi corrispondenti, è possibile
scorgere il modo in cui Verdi «lavora» sul vivo della materia musicale, onde
plasmare con la massima precisione le proprie idee, la propria concezione
drammatica. L'abbozzo sta alla versione definitiva come la crisalide sta alla
farfalla; l'idea è già tutta presente in nuce, gli elementi essenziali della
situazione scenica sono già perfettamente delineati, e il compositore non farà
altro che metterli maggiormente in evidenza, valorizzandone la partita e gli
elementi costitutivi. Ma è possibile anche osservare come nel passaggio da
questa fase di elaborazione a quella definitiva Verdi tenda a valorizzare sempre
più i singoli elementi come parti integranti, costitutive di un tutto organico,
di un discorso drammatico che si realizza esclusivamente in termini musicali.
La novità,
e insieme la forza dell'arte verdiana sta tutta qui: nel vedere con chiarezza
gli elementi fondamentali della situazione drammatica, e nel saper individuare,
attraverso un tenace, continuo processo di chiarimento interiore, gli elementi
musicali atti a rendere con la maggiore efficacia questa concezione. Studi del
tutto recenti (4) tendono a sottolineare come questo processo di
continua chiarificazione sia alla base di tutte le elaborazioni compiute da
Verdi anche nelle opere della piena maturità, e anche in quelle della vecchiaia.
Ma è meraviglioso vedere come i principi che sono alla base di questo
atteggiamento siano chiaramente discernibili, anzi attuati praticamente, fin dal
tempo de I due Foscari.
Pierluigi Petrobelli
(1) Cfr. il mio articolo
Osservazioni sul processo compositivo in Verdi, in « Acta Musicologica » XLIII
(1971), pp. 125-142.
(2) Per i passi
corrispondenti della versione definitiva si veda lo spartito per canto e
pianoforte, ed. Ricordi, n. ed. 42307, p. 182.
(3) Per i passi
corrispondenti della versione definitiva si veda lo spartito per canto e
pianoforte, ed. Ricordi, cit., p. 194.
(4) Cfr. U. Giinther. La
genèse de «Don Carlos », opéra en cinq actes de Giuseppe Verdi, représenté pour
la première fois à Paris le 11 mars 1867, in « Revue de Musicologie » LVIII
(1972), pp. 16-64.
IL
FIGLIO DEL COCCHIERE
«Alla
vigilia della Sagra autunnale bussetana, cioè la sera del 27 ottobre, l'alunno
Veroni, figlio d'un familio del Maestro, reca a Lui un biglietto del Direttore
nel quale questi, per sé e per i suoi Professori ed alunni, chiede il permesso
di visitare il giorno appresso il parco della Villa. Ed alla mattina del giorno
seguente, che era domenica, all'arrivo del tram alle Roncole, l'alunno Veroni
infatti è lì che attende la comitiva con un biglietto del Maestro. 'Siate i
benvenuti voi ed i vostri allievi. L'accesso al giardino ed al parco sarà
libero'. Exultemus et letemur!». Con queste parole, Giovanni Tebaldini, che
era stato direttore del Conservatorio di Parma dal dicembre del 1897 al febbraio
del 1903, introduce al racconto della visita compiuta dalla scuola alla villa di
Sant'Agata. Lo scritto è pubblicato dalla rivista La Scala di Franco Abbiati nel
gennaio del 1951 (qualcosa di simile esiste anche nelle Memorie dello stesso
Tebaldini su Pizzetti, pubblicate a Parma nel 1931). Ma la storia di
quell'alunno Veroni è poco nota; il poco noto, poi, è noto a metà. Il quadro
completo potrà forse fornire, a chi segue la biografia verdiana, un elemento di
utile confronto per illuminare i rapporti fra Verdi e il Conservatorio di Parma.
Sono in corso attualmente a Parma minuziose ricerche per ricostruire la
documentazione inerente all'argomento; avremo presto almeno un paio di
pubblicazioni che porteranno un contributo decisivo in questo settore. Si
anticipa qui, come in una sede doverosa, qualche dato che sottolinei le ragioni
per le quali i biografi verdiani si sono spinti a riscoprire l'influenza
esercitata da Verdi sull'istituto musicale parmense.
Innanzitutto, collegandoci al nostro personaggio-guida, il suddetto Veroni era
entrato in Conservatorio dietro calda raccomandazione di Verdi, e non senza
difficoltà. Dalle biografie uscite fino al 1970 sapevamo infatti soltanto che
Veroni era stato addirittura rifiutato al Conservatorio nonostante l'intervento
diretto del suo possente protettore. In realtà Veroni fu accettato e terminò
regolarmente gli studi di violoncello nel 1903; il suo ingresso nella scuola fu
preceduto tuttavia da momenti assai tesi e molto indicativi del genere di
rapporti che correvano fra il compositore più venerato d'Italia e l'ancor
giovane Conservatorio.
Guglielmo
Veroni, figlio di Luigi, cocchiere a Sant'Agata, aveva studiato un po' di
violoncello con il bussetano Francesco Nastrucci. La disposizione del ragazzo
agli studi musicali apparve subito così evidente che Verdi nel 1893 lo
raccomandò al direttore del Conservatorio Giuseppe Gallignani, perché lo facesse
entrare nel convitto della scuola, con posto gratuito. I concorsi per
l'assunzione erano tuttavia già chiusi e la proposta scivolò al giugno dell'anno
seguente. Senonché, nel frattempo, Guglielmo aveva superato l'età limite per
aspirare al posto: superata di un anno, in quanto Guglielmo aveva allora undici
anni e il limite stabilito dai regolamenti era fermo ai dieci. E' chiaro che
Veroni, trascorso l'anno per ragioni di forza maggiore, era anche cresciuto per
suo conto e si vedeva escluso senza una ragione plausibile: bisogna infatti
precisare che l'anno precedente egli aveva inoltrata la domanda in tempo, ma i
concorsi nel '93 non erano stati banditi, certamente per mancanza di posti
effettivi.
La pratica
andò al ministero competente accompagnata da un commento del governatore della
scuola (che allora svolgeva le funzioni pressapoco di presidente, ma anche di
direttore amministrativo). Il governatore, ligio ai regolamenti, indirizzava i
suoi bravi sospetti al ministro, sollevando il dubbio che una «speciale
disposizione a favore del Veroni», giusto per compiacere il venerabile di
Sant'Agata, poteva «ledere i diritti altrui». E da Roma pervenne una risposta
negativa. Verdi ebbe un moto di disgusto e ne scrisse al Gallignani (la
notissima da Genova del 4 novembre 1894, «Nemo
propheta in patria ... Se fossi nato Turco forse avrei ottenuto!», etc.).
Dopo una quindicina di giorni, insistentemente persuaso dal Gallignani, scrisse
al ministro Baccelli (al quale non aveva mai voluto rivolgersi direttamente,
continuando a sostenere che non lo conosceva personalmente così come aveva
conosciuto altri ministri). L'opera di convincimento, spinta in alto loco,
ottenne subito il favore desiderato. Veroni fu introdotto nel dicembre, con
disposizione speciale del ministro, in quanto si autorizzava il Conservatorio ad
ammetterlo in soprannumero, addossando la spesa al ministero per il primo anno
di scuola. Che poi fosse un ragazzo dotato, lo dimostrò all'esame di ammissione
e anche durante i corsi (sulla disciplina rimase un piccolo neo, ma questo forse
gli faceva onore).
Sfogliando
il carteggio intercorso fra il governatore, Gallignani, il ministero e Verdi si
nota in modo spiccato come la direzione del Conservatorio abbia sempre un
atteggiamento deferente nei confronti del compositore e come in ogni occasione
lo consideri un personaggio presente nella vita dell'Istituto. Per comprendere
questo modo di fare, bisogna tenere a mente non solo la posizione assunta da
Verdi nella vita della nuova Italia, ma anche il ruolo che egli ha esercitato
nella strutturazione del Conservatorio, grazie soprattutto alla collaborazione
con Giovanni Mariotti, l'entusiasta uomo politico e studioso, più volte sindaco
di Parma, che tante energie dedicò al miglioramento delle fortune musicali della
sua città.
Quando tra
il 1888 e il 1889 la vecchia Scuola di musica del Carmine passò di colpo a
Conservatorio di stato, inserendosi nella ristretta cerchia di questi istituti,
pochi forse si avvidero che dietro l'attività instancabile del Mariotti —
nominato nel 1884 commissario regio per il riordinamento della scuola musicale
di Parma — stava l'ombra di Verdi, che Mariotti interpellava di continuo per
ottenere consiglio e aiuto. L'intraprendente commissario regio avrebbe inoltre
voluto spingere più avanti i legami fra Verdi e l'Istituto, e pregò il maestro
di voler assumere la carica di direttore. Il rifiuto di Verdi era scontato,
Mariotti forse ne era consapevole; ma quello che contava era stabilire un
binomio durevole nel nome della produzione operistica del compositore, una
produzione schiettamente italiana, da salvare, da coltivare, da studiare: il
«rapporto Mariotti», inviato al ministero nell'agosto 1885, lo dichiara in modo
esplicito.
Per questa
ragione la scelta del direttore cadde via via (con documentata segnalazione di
Verdi) su Bottesini, e poi su Faccio (che Mariotti salutò come il tramite fra
Conservatorio e Teatro Regio), e poi ancora, in via provvisoria, su Boito. Una
dopo l'altra, tuttavia, per una conturbante coincidenza storica, cadevano le
speranze di fare del Conservatorio il vivaio del Regio, nel nome delle riforme
auspicate da Verdi e nella volontà di sostenere la musica lirica. Nessuno di
questi direttori potè rimanere a lungo in carica.
Intanto
Verdi invecchiava. I suoi interessi si volgevano alla musica sacra. Ed ecco che
alla direzione del Conservatorio parmense vennero chiamati il Gallignani prima
(un maestro di cappella, segnalato espressamente da Verdi al ministro della
pubblica istruzione) e il Tebaldini poi. I tempi erano cambiati, però. Tebaldini,
che si adoperava per mettere in luce la figura del maestro e che di frequente si
recava da lui per attingere indirizzi e consigli — diventando fin nella tarda
età uno dei testimoni viventi della presenza di Verdi nel mondo —, Tebaldini era
di altra pasta musicale e tutto sommato era proteso alle novità che venivano
dalla Germania, o alla riscoperta, tutta decadente, dovremmo dire, o
impressionista, del gregoriano. Le sue simpatie passavano da Wagner al giovane
Pizzetti, che già da allievo mostrava le predilezioni per il declamato e per il
colore d'ambiente. L'astro di Verdi stava tramontando. Il Conservatorio, che
aveva avuto in custodia la casa natale delle Roncole, pensava già a come
venerare una reliquia. Da vivo erano andati a baciargli la mano in quell'autunno
a Sant'Agata, poche settimane prima che morisse. Da morto, speravano di poterlo
adorare sull'altare in cui si pongono le glorie di casa nostra, ma senza troppo
ammirarlo come artista. Non riusciranno neppure, malgrado i voti, a intitolare
la scuola a suo nome.
Era questa,
per Verdi, una seconda sconfitta accademica dopo lo smacco giovanile al
Conservatorio di Milano? E Verdi d'altronde sperava forse, un po' vagamente, di
legare in qualche modo il suo nome alla scuola di Parma, quasi per dare una
tranquilla vendetta all'altro istituto milanese (al quale, una volta nominato il
pur carissmo Gallignani, rifiutò recisamente il permesso di intitolarlo G.V.)? E
quel ragazzetto Veroni non avrà significato per lui una verifica dei tempi, a
dimostrazione che i burocrati e i professori non cambiano?
Tutte
domande ugualmente legittime, che tendono a mostrare, in fine, come egli
guardasse con malinconia e scetticismo a chi pure amava con sincerità.
Gustavo Marchesi
VISITA AI LUOGHI VERDIANI
Il tepore
invitante di una primavera in ritardo, il tenero fresco delle erbe, dei cespugli
e degli alberi da poco svegliati dal sonno invernale, l'incanto di un mese di
Maria, tutto olezzante di fiori dischiusi alfine alla luce di questo paesaggio
severo, col suo cielo grande, col suo orizzonte infinito che ci richiama
all'eterno: avremmo potuto scegliere stagione migliore per una visita ai luoghi
verdiani?
Accettando
l'invito di un amico, ci proponevamo di compiere un pellegrinaggio ai santi
luoghi che han visto nascere il Maestro, che han visto le lotte della sua
giovinezza, lo sbocciare delle sue opere più grandi, e dove soprattutto sono
religiosamente conservate le testimonianze del suo lavoro quotidiano, della sua
attività d'umile coltivatore e benefattore fraterno della sua gente contadina. E
infatti questo fu un pellegrinaggio benedetto, poiché sensibilmente il Cielo ci
accordò il suo favore in abbondanza, guidando i nostri passi per arricchire i
tre giorni di visita a Busseto di ricordi preziosi e incancellabili.
Il nostro
caro amico ci venne incontro a Cremona: luce serale nelle strade in cui
passeggia il popolo in abiti festivi; le campane della cattedrale suonano per
l'ultima messa della sera, mentre la facciata lucente d'oro al sole calante ci
parla del dodicesimo secolo e del Rinascimento, e palazzi barocchi testimoniano
l'influenza veneziana, e ci sono austeri edifici dell'epoca austriaca: quanti
correnti artistiche, politiche soprattutto, s'incrociano, si scontrano, si
combattono, eternate in questa contrada; e quante ferite fisiche, politiche e
morali nei secoli fino al secondo conflitto mondiale, segni d'un passato sovente
doloroso. Verdi stesso ne ha sofferto la sua parte, egli che ha saputo esprimere
la sofferenza e la speranza della Nazione parlando al cuore del popolo con la
sua musica.
Noi ora
corriamo in questa pianura aperta a tutti i venti, dove l'uomo è solo col suo
destino, con la sua immaginazione, dove soffre l'inverno un freddo, l'estate un
caldo impietosi; questa solitudine che alimenta la fantasia creatrice, ed è
questa fantasia che guarisce l'uomo dagli orrori della guerra e della politica.
Giovannino Guareschi, lui pure, è stato ragazzo sotto questo cielo.
A Busseto
ci troviamo alloggiati in un magnifico hótel uscito da Le Mille e Una Notte. La
cittadina, poco toccata dall'industrializzazione, ha saputo conservare l'incanto
dei secoli passati e una tranquillità che è inestimabile nell'epoca in cui la
tecnica, il traffico e l'inquinamento sono divenuti dei pericoli mortali.
Il giorno
dopo, anzitutto, visita a Roncole Verdi: la casa bassa e modesta dove nacque il
piccolo Giuseppe, quella casa con tutte le sue commoventi memorie, da cui spira
un'aura di povertà bella e severa, nel suo decoro morale assoluto, e che
richiama la povertà della greppia di Betlemme. E ancora esiste il campanile nel
quale la madre s'è rifugiata col figlio per sfuggire al massacro dei soldati
austro-russi. Noi abbiamo la fortuna di assistere nella chiesa intima e modesta
ad un matrimonio, di parte cipare così alla vita del popolo e di ascoltare
l'organo di Verdi immutato dal tempo in cui la sua chiara sonorità esaltava e
rapiva l'animo del fanciullo. Ci mostrano da lontano, fra i campi, la cappella
nella quale fu colpito dal fulmine il prete maledetto da Verdi per averlo
picchiato, quando fanciullo, dovendo servir messa, s'era perso incantato
nell'ascolto del suono dell'organo. In un'altra cappella, proprio a Busseto, al
limitare dell'orto dei Francescani, assisteremo, la sera, ad una cerimonia
popolare e toccante in onore della Vergine, cerimonia che potrebbe figurare in
un'opera verdiana.
L'apogeo
del nostro pellegrinaggio è e resterà la visita, il pomeriggio dello stesso
giorno, a Sant'Agata. Ricevuti con la più grande cortesia dai membri della
famiglia Carrara-Verdi, noi ci inchiniamo davanti ai luoghi che sono stati
creati dal Maestro, che portano la sua impronta, che parlano della sua vita e ce
la rendono presente. C'è il gran salone, la sala da pranzo, il bigliardo, il ben
modesto studio, al lato della sua camera e di quella di Giuseppina Strepponi, la
compagna della sua vita. Nel parco gli alberi parlano del Maestro; li ha
piantati colle sue stesse mani, e si son fatti grandi da allora. Il lago disegna
ancora le iniziali del suo nome e presso le sue rive s'alzano le grotte volute
da lui. Ma Verdi è soprattutto presente nei discendenti della sua famiglia che
conservano il più possibile intatti quei luoghi. Tuttavia non siamo in un museo,
ci troviamo invece in una bella proprietà dove la vita non ha smesso di
continuare. Lo spirito del Maestro vi regna senza imporsi. Quale differenza fra
la fastidiosa rappresentazione wagneriana al «Wahnfried» di Bayreuth. Verdi è
restato profondamente umano anche dopo la morte. E' vivo in questa bella
famiglia, nella tradizione dei suoi ricordi.
Gli altri
avvenimenti del nostro soggiorno a Busseto formano come una corona attorno a
queste due visite verdiane: gli incontri con la Signora Guareschi ed il figlio
Alberto che ci hanno dato l'occasione di esprimere loro la nostra ammirazione
per l'opera di Giovannino Guareschi; la serata al teatro di Fidenza, organizzata
dagli «Amici di Verdi»; la scoperta del magnifico castello di Soragna e
soprattutto le indimenticabili ore trascorse nelle chiese e nei musei di Parma,
e nel grandioso Teatro Farnese. Davanti a questo sfondo dell'Italia eterna,
abbiamo imparato a comprendere ancor meglio e più profondamente l'opera, la
personalità e l'anima complessa di Verdi in tutta la sua grandezza.
Peter Sutermeister
autore del libretto
Raskolnikoff (musica di Heinrich Sutermeister, opera rappresentata alla
Scala di Milano nel 1951 per la prima volta in italiano)
VERDI, LA SCALA, LE OLIMPIADI E I FEDAYN
Dalle corrispondenze da Monaco di Pier Maria Paoletti
Pier Maria
Paoletti mi ha permesso di riprodurre i servizi che pubblicò come inviato del
quotidiano IL GIORNO dall'I. al 10 settembre scorsi.' Testimone della trionfale
tournée scaligera a Monaco di Baviera e delle tragiche ultime giornate
olimpiche, egli ne diede un resoconto vivace e commosso, che a distanza di tempo
nulla ha perduto della sua vibrante immediatezza; direi anzi che la cronaca
acquisti in prospettiva un più intenso potere evocativo. Ho «montato» le
corrispondenze nella loro versione quasi integrale, felice e grato di poterle
qui riproporre.
C.M.
L'AIDA
DELLA SCALA E' ARRIVATA A MONACO
1 settembre
Fiorenza
Cossotto è passata per prima fra le due quinte del detector col passo regale di
Amneris: il regista, cioè il poliziotto, le ha fatto rifare la scena. La luce
segnalava pericolosi oggetti di metallo (sia pure prezioso). Via l'orologio, il
portacipria, la penna stilografica. Poi è stata la volta di Paolo Grassi, il
sovrintendente, col cappello in testa e l'inseparabile sigaro: artisti e
funzionari sorridevano come gli studenti che vedono il preside nell'imbarazzo.
Anche lui ha fatto palpitare le luci col portachiavi e l'accendisigaro. Quindi
via via tutti gli altri, in fila disciplinata. Così l'«Aida» è partita da Linate
per Monaco. Anzi, lo stato maggiore di «Aida»: oltre Amneris, la protagonista
Martina Arroyo, il gran sacerdote Nicolai Ghiaurov, la Mattiucci (Amneris numero
2) e Ivo Vinco (Ramfis numero 2). Il capitano delle guardie del Faraone, al
secolo Placido Domingo, sarebbe venuto direttamente da Barcellona e Amonasro,
cioè Piero Cappuccilli, ha scelto sei ore di macchina per godere il paesaggio.
Con i cantanti il maestro Abbado, il direttore artistico Bogiankino, il
direttore dei cori Gandolfi, il vice presidente dell'Ente, Barbiano di
Belgioioso. In più fra egizi ed etiopi, c'erano gli olimpionici italiani di
spada.
All'aeroporto di Monaco, dove era in attesa della Scala un drappello scatenato
di fotografi, ha portato un cordialissimo benvenuto il maestro Wolfgang
Sawallisch, direttore artistico e direttore stabile dell'orchestra del National
Theater a nome del sovrintendente Rennert, ammalato.
Nel
pomeriggio, subito, conferenza stampa r,-:1 Koenigshall del Teatro di Stato ...
Paolo
Grassi dopo aver ricordato «doverosamente» che questa trasferta scaligera era
stata voluta e concordata dal suo predecessore, Ghiringhelli, ha sottolineato
come nessuna altra Olimpiade abbia unito con tanta ampiezza ai giochi sportivi
l'arte, la cultura, lo spettacolo: un titolo d'onore per la Germania. «Alla
terra di Bach, di Beethoven, di Brahms, di Wagner, il Teatro alla Scala offre
oggi due capolavori di quello che tutti considerano uno dei grandi musicisti del
mondo e il genio della storia musicale italiana, Giuseppe Verdi».
BIONDI
SOLDATI TEDESCHI AGLI ORDINI DEL FARAONE
3 settembre
La
Bundeswehr tiene reparti mercenari nell'esercito egiziano: i rapporti fra Golda
Meyr e Willy Brandt, però, restano ottimi e Sadat ufficialmente è all'oscuro di
tutto. Le ostilità, del resto, minacciano l'Etiopia, non Israele. Il traffico di
soldati fra la Monaco fredda e festosa delle Olimpiadi e le terre arse del Nilo
l'ha organizzato segretamente Paolo Grassi, sicuro che quei giovani guerrieri
biondi e di gamba lunga saranno un deterrente efficace contro le orde di
Amonasro e marceranno poi disciplinate e marziali come si conviene al momento
del trionfo. Sono 60 soldati dalla Bundeswehr, gentilmente concessi, che passano
ogni giorno dagli ordini dei loro colonnelli agli ordini del Faraone per un
compenso, a seconda del ruolo (con o senza elmo, con o senza lancia, addetti al
combattimento, ai prigionieri o all'ordine pubblico) che va dai 5 ai 10 marchi.
Insieme a
loro prestano servizio militare fra le Piramidi o sul Nilo di Pierluigi Pizzi un
centinaio di studenti universitari, molti ovviamente contestatori, hippies e
antimilitaristi che si arruolano con entusiasmo, un po' per la modesta mercede,
un po' per divertirsi a comparire sul palcoscenico in uno spettacolo italiano o
perché, appassionati di musica — incredibile, ma ne abbiamo incontrati parecchi
— è l'unico sistema per vedere l'Aida della Scala in un teatro esauritissimo da
oltre tre mesi.
Bisogna
però dire, francamente, che la presenza della Scala non è — e non può essere —
molto avvertita in questa Monaco frenetica, caotica e cosmopolita delle
Olimpiadi, tranne che nella zona centrale dei teatri, o per le grandi foto di
Abbado e dei cantanti incorniciate nelle vetrine dei negozi o per i
cordialissimi ricevimenti ufficiali o per i titoli a tutta pagina dei giornali o
per il bagarinaggio dei biglietti introvabili.
Tutto il
mondo, ma proprio tutto, è radunato in Marienplatz con gli obiettivi e le
cineprese puntuali sui bottai e i cavalieri del carillon del Rathaus, questa
torta nuziale ottocentesca grondante di fiori e di vessilli biancoazzurri e
rosso-gialli-neri e altri vessilli sventolano nell'immensa isola pedonale di
Kaufingerstrasse coi suoi cento ristoranti, birrerie, snack-bar presi d'assalto
fino a tarda notte. Chilometri di facciate con l'intonaco giallo, grigio perla o
verde pallido rifatto di fresco. I parallelepidi di cristallo ricolmi di
gioielli, orologi, pellicce, borsette in mezzo alla strada, dove una volta
passavano i tram, e in mezzo alla strada i monumentali portafiori di pietra, i
grappoli di globi modernissimi contro il neogotico delle case, le fontane
illuminate che ti spruzzano addosso dappertutto, i riflettori sui finti palazzi
Pitti, le finte logge dei Lanzi, i finti archi di Costantino.
Travolgenti
fiumane di folla giovanissima, chiassosa e ubriaca di birra lungo
l'interminabile Leopoldstrasse, questa specie di incrocio frastornante tra la
Quinta Strada, la Reperbahn e Montparnasse, i ragazzi che vociano le testate dei
giornali underground, ]e scazzottature studentesche, le pubbliche e comunitarie
effusioni amorose, le mille pizzerie e i night-club che esplodono di fragore e
di gente compressa, i locali incredibili come quel «Città 2000», cinque piani
liberty in penombra collegati da una gran scala di ferro a chiocciola,
straripanti di una clientela eterogenea e un po' equivoca che beve e mangia a
tavolino o passeggia o adesca fra chioschetti interni di souvenirs, boutiques
stravaganti e spacci di materiale pornografico.
In questa
Monaco così diversa dalla capitale culturale della Baviera che conosciamo,
nessuno ovviamente pensa alla Scala, né al «Wallenstein» di Felsenstein, né al
Grotowski nella Chiesa di Ognissanti, né a Obraszov o allo Shakespeare del
Residenztheater, né al Brecht del Muncher Kammerspiele, né agli altri spettacoli
eccezionali che si svolgono contemporaneamente in decine di teatri. Per
ritrovare l'atmosfera giusta bisogna ritornare in Max Joseph Platz e in
Maximilianstrasse, dove una nutrita folla di appassionati (e di fidanzate di
soldati e studenti) aspetta dopo le prove l'uscita degli scaligeri e chiede
autografi a tutti (due anche a me).
Per domani
sera resta fissata la prima dell'Aida…
TRIONFALE
PRIMA DI «AIDA»
TAMBUREGGIARE DI PIEDI PER SFOGARE L'ENTUSIASMO
5 settembre
Cronaca di
una serata di gala al National Theater e del successo straordinario, superiore
probabilmente alle previsioni più ottimistiche, dell'Aida della Scala. Fin dalle
6 un pubblico incredibile ha cominciato ad affluire fra le quinte illuminate di
Palazzo Pitti e dell'Ospedale degli Innocenti nel grande palcoscenico della
Maxjoseph Platz. O meglio, nello sterminato garage sotterraneo da dove si accede
direttamente all'atrio e ai corridoi del teatro. Qui, poi, siamo in piena
Rinascente, e una complessa disposizione di ascensori porta grossi contingenti
di pubblico ai vari piani con piccoli, deliziosi salti delle signore per non
fare impigliare strascichi e cappe fra le porte automatiche che si aprono e
chiudono in continuazione. L'atrio in marmo, a colonne lucide color grigio fumo,
è di gusto un po' funerario (genere camera ardente per l'Eroe Caduto),
accentuato dagli altissimi tripodi di bronzo, ornati alla base da cesti di
gladioli, gigli e rose. L'atmosfera da «sacello» è poi ostinatamente confermata
da un secondo atrio più piccolo con lapidi in nero e tre nicchie circolari con
le teste in porporina di Wagner, Mozart e Strauss. I corridoi intorno alla
platea e alle balconate sono abbastanza eleganti nella disadorna semplicità
delle strutture e improvvisamente si entra nel più tipico Biedermayer della
sala, fedelmente ricostruita, fastosa di ori, di stucchi, di cariatidi, di
candelieri, di affreschi ornamentali.
Pubblico
internazionale (con molto birignao milanese), un assortimento stupendo, uno
spettacolo da non perdere: gentiluomini in marsina, con decorazioni sui
risvolti, ma l'impermeabile sul braccio, meravigliose vecchie della nobiltà
bavarese con cappe di raso e signorinette in lana e borsettone di pelle, smoking
neri e bianchi in abbondanza (diciamo un settanta per cento), quindi frac
(diplomatici) ma anche qualche giacca a quadretti americana, Else Maxwell
cicaleggianti e bellezze tedesche esili e sinuose in pepli e veli di chiffon
color pastello, ufficiali della Bundeswehr in alta uniforme e qualche hippy
nazzareno con catene e simboli tribali, oppure vecchi bavaresi in costumi con le
coscie nude, raffinate sacerdotesse della mondanità monacense, attrici decrepite
multicolori come tavolozze, magari in minigonna e calze di rete, broccati,
argenti, paillettes, lamée, diademi, gioielli e anche signore tarchiate, in nero
e stola di visone, come al Lirico o al Nuovo.
Presenti
fra le innumerevoli personalità, il primo ministro inglese Heath — bel contrasto
l'abbronzatura sotto i capelli d'argento e sullo smoking bianco —
fotografatissimo, cine e teleripreso, richiesto di autografi come un divo (e un
gentiluomo della ambasciata britannica, con baffi rossicci, pregava cortesemente
discrezione, ma lui sorrideva e acconsentiva), il vecchio cancelliere Erhardt
con l'immancabile sigaro, il nostro ministro del turismo Badini Confalonieri, il
capo del governo bavarese Goppel anche in rappresentanza di Willy Brandt,
l'ambasciatore Luciolli, il direttore generale dello spettacolo De Biase e
infine Gianni Agnelli (una «127» gialla era esposta, infiorata, sulla scalinata
del teatro, premio per la tombola organizzata dall'ENIT).
Assolutamente da vedere, durante gli interminabili intervalli, l'assalto
terrificante al buffet, gli esercizi di equilibrismo con tazze di brodo, piatti
di carne e budini in bilico, i lamponi messi a cuocere sui fornelli a spirito e
tutta questa folla in abito da sera che mangia e posa stoviglie sulle mensole
contro il muro, come in castigo, o nelle sale attigue su lastre di marmo come
quelle per i bagagli nelle stazioni ferroviarie, se no su sedili e poltrone in
vinilpelle che si lasciano poi ingombri, quando suona il campanello, di piatti
sporchi, bottiglie e bicchieri vuoti, forchette, coltelli e tovaglioli di carta.
E veniamo
allo spettacolo. L'«Aida», come s'è detto, è stato un trionfo. Ovazione per
Abbado all'apparire sul podio. Applauso (italiano, naturalmente) per Domingo,
subito dopo il «trono vicino al sol» e immediato silenzio glaciale del pubblico
tedesco che ha voluto darci una lezione di civiltà teatrale, aspettando la
conclusione della frase musicale: poi, anche lui, si è scatenato. Ma da questo
momento, niente più applausi a scena aperta, neanche nei punti consacrati in
Italia a questo genere di rituale, il «figlia dei faraoni» di Amneris, per
esempio, o il «dei faraoni tu sei la schiava» di Amonasro o il duetto Aida -
Radames sul Nilo.
Tripudio
invece, alla fine degli atti, con decine e decine di chiamate a tutti gli
interpreti e poi, a uno a uno, ai vari personaggi, accompagnate da bordate di
boati vocali e dal tambureggiare dei piedi sul pavimento (che è di legno, senza
moquette, appunto per permettere questo tipo di entusiasmo).
Dominatrice
della serata, come c'era da aspettarsi, Fiorenza Cossotto, una Amneris di
eccezionale autorità vocale e di straordinaria penetrazione psicologica nella
sua disperata e regale gelosia, immobile per cinque minuti, dopo la scena del
tribunale, sotto il grandinare degli applausi, delle urla e dei «battipiedi».
Applauditi a lungo, con altrettanto calore, Martina Arroyo, una Aida dolcissima
e dolente di squisito stile di canto, Placido Domingo, un Radames generosamente
squillante, Piero Cappuccilli, un Amonasro selvaggiamente irruente e vocalmente
in gran forma, Nicolai Ghiaurov, un sacerdote di grande prestigio, Luigi Roni,
un Re dignitosissimo.
Meravigliosa — non c'è altro aggettivo — la prestazione delle masse corali
scaligere guidate da Romano Gandolfi, assai apprezzata (e finalmente capita) dal
pubblico l'intelligente interpretazione scenografica così monumentale, nuda,
sinistra e luttuosa anche nello splendore del sole di Pierluigi Pizzi e la regia
di De Lullo (ancora ammalato) curata da Madau Diaz.
Trionfatore
numero uno, naturalmente, Claudio Abbado, che ha suscitato il delirio ad ogni
suo apparire sul podio e al termine dello spettacolo, chiamato alla ribalta
insieme a Gandolfi, a Pizzi e a tutti gli artisti (rose per la Cossotto e
l'Arroyo) per una ventina di minuti, compresa la «standing ovation» del pubblico
tutto in piedi che non si decideva a lasciare la sala.
Quindi
ricevimento «favoloso» nella splendida Koenigshalle, al «piano nobile», offerto
dall'ambasciatore Luciolli e dal presidente dell'ENIT Pandolfo: dopo il trionfo
dell'«Aida», il più colossale, fantastico, sfrenato trionfo della gastronomia
italiana che mai abbia visto in tanti noiosi ricevimenti ufficiali: fra le teste
dorate di Verdi, di Mozart, o di Bruno Walter involontariamente incorniciate di
sfiloncini di pane, collane di salamini e trionfi di frutta, la rassegna di
tutte le cucine regionali, con cuochi e rubiconde massaie in grembiule bianco,
ha offerto uno spettacolo indescrivibile per sale, salette, saloni addobbati di
fiori e di nastri tricolori: tortellini e lasagne fumanti, risotti con costine
di maiale, pasticcio di maccheroni, trote salmonate, arrosti di porchetta, pizze
napoletane, petti di tacchino alla duchessa, fagiani in bella vista, polente
giganti, umidi, fritti, salumi, strippoli, torte sbrisolone, zuppe inglesi,
taralli, Krapfen, torroni, ciambelle, alzate di frutta, dessert, composizioni
monumentali che era un peccato distruggere (ma regolarmente distrutte) con
migliaia di bottiglie di vini italiani possibili immaginabili. Si è voluto
evidentemente impressionare i tedeschi in questo festoso incontro
culturale-gastronomico che si è protratto fino alle due di notte.
Un'atmosfera gioconda in questa Monaco delle Olimpiadi che non faceva certo
presentire la tragedia di oggi.
INDIGNAZIONE MA ANCHE TIMORE CHE I «GIOCHI» VENGANO INTERROTTI
5 settembre
Puntualmente ormai, in qualsiasi occasione che possa essere al centro
dell'interesse internazionale, in ogni manifestazione di vasta risonanza,
esplode improvvisa la rabbia palestinese: e le ragioni del Fronte di Liberazione
perdono un po' della solidarietà che parte dell'opinione pubblica sente e
condivide.
Come ha
reagito Monaco a questo episodio di spietata violenza che ha funestato
l'atmosfera festosa della «sua» Olimpiade? Questa mattina verso le 10, nessuno
sapeva ancora niente: poca gente in Marienplatz e strade adiacenti, il solito
commando di bagarini che offrono biglietti a cifre vertiginose, il solito via
vai di turisti, di ragazzi, di atleti con le loro tute e le loro borse, di
massaie in giro per la spesa.
A
mezzogiorno la piazza era gremita. Una folla immensa: qualche gruppo discuteva,
la maggior parte se ne stava in silenzio ad ascoltare, attenta e sgomenta. La
televisione tedesca, tempestiva, ha organizzato un servizio magnifico: cinque o
sei giornalisti bravissimi sono piombati verso le 11 in mezzo alla gente a
interrogare qua e là, a caso, in tutte le lingue del mondo, giovani, donne,
turisti e perfino anziani cittadini che prendevano il sole caldo di questo
incredibile settembre. «Musses die Spiele
verbrocken oder vorsetzen»? (Si devono
interrompere i giochi o bisogna continuarli?) hanno chiesto a una panchinata
di questi vecchietti. «Nein, mussen
vorsetzen» (No, assolutamente, devono
continuare) hanno risposto quasi in coro, fierissimi e un po' preoccupati
che tutta questa bella festa, orgoglio della Baviera, finisca bruscamente ...
Per dieci
giorni non era successo niente, i Giochi erano «overorganised», la macchina
oliata delle Olimpiadi funzionava alla perfezione, se qualcosa s'inceppa ci va
di mezzo il prestigio e l'orgoglio della Baviera, anzi di tutta la Germania, e
soprattutto si perdono i miliardi che stanno affluendo in questo periodo con
copiosa dovizia nelle casse dello Stato e del Comune e nei conti in banca dei
bottegai, commercianti e albergatori.
«Nein,
mussen vorsetzen», i Giochi devono continuare : questa la reazione che si
coglie, a botta calda, nei commenti per le strade di Monaco imbandierata.
Intanto, nella nicchia della torre del Rathaus continua a girare il carillon
magico, cavalieri, artigiani, bottai del Rinascimento continuano a fare il loro
dovere meccanico-turistico, ma giù, nella Marienplatz, questa sera, nessuno li
guarda.
NELLA
SINAGOGA DI MONACO UNA GRANDE DIGNITA' NEL DOLORE
6 settembre
La Sinagoga
di Monaco si trova nel cortile di un edificio moderno di Reichenbackstrasse,
dove ha sede la comunità istraelitica: l'edificio che c'era prima, destinato al
ricovero dei vecchi ebrei, è stato distrutto qualche anno fa da un incendio che
si è sempre sospettato doloso. I nomi dei poveretti morti nel rogo sono scolpiti
nella pietra grigia dell'atrio che porta al tempio. Prima ancora, la Sinagoga
era in un'area vicina a Karlplatze. Adesso c'è un grande prato con in mezzo una
stele di granito dove c'è scritto: «Qui
nel 1886, abbiamo costruito la Sinagoga secondo la volontà dei nostri padri. E
qui la violenza degli uomini l'ha distrutta. Noi qui poniamo questo cippo a
perenne ricordo».
Sulla
mensola della lapide di Reichenbackstrasse molta gente di Monaco è venuta ieri e
oggi a depositare mazzi di fiori. I nomi di quei vecchi sono presi come simbolo
dei ragazzi morti nell'imboscata di ieri mattina e nell'atroce conflitto a fuoco
scatenato dalla reazione pazzesca della polizia. Non sono molti, oggi, a varcare
il cancello nero di ferro battuto che dà sulla strada. Sembra una normale casa
di abitazione. Qualcuno sosta in raccoglimento. Anche dei cattolici: come quei
due giovani sposi di Monaco che hanno portato un cestino di gladioli,
inginocchiandosi poi nei banchi, anche se non si usa. Nessuna cerimonia
ufficiale è stata prevista per oggi. Ieri un corteo di 300 persone con la
bandiera israeliana in testa ha sfilato sui marciapiedi, dalla Sinagoga, per le
strade del centro, fino a Marienplatze, dove la gente ha fatto ala in rispettoso
silenzio.
La Sinagoga
è una grande sala rettangolare fiocamente illuminata dai lucernari del soffitto;
una moquette verde copre il pavimento. Qualcuno è seduto nei banchi con il
«Siddur» (il libro delle preghiere) sulle ginoccha. Altri si incontrano sulla
porta e si stringono la mano.
C'è una
grande semplicità negli incontri, una grande dignità nel dolore. Al centro della
sala un pulpito vuoto, coperto di un drappo di velluto azzurro, destinato al
fedele che guida la preghiera. in fondo alla sala una piccola scalinata conduce
all'Aron Hakodesh, l'armadio santo dove son conservati i rotoli sacri della
Tora. I battenti sono chiusi. Sull'arco della porta di legno c'è scritto in oro
il motto «Perché da Sion sortirà la Bibbia».
Ai lati della porta due «menora», i candelabri a sei fuochi in argento. Davanti
alla scalinata il pulpito in marmo da cui parla il rabbino.
Il rabbino,
dottor Grunewald, ha parlato ieri, durante la funzione funebre solenne: solenne
perché si sono letti i salmi nel tempio affollato, gli uomini seduti nei banchi,
le donne nella balconata. Un rito disadorno e dimesso, intensamente vissuto dai
fedeli che leggevano in coro i salmi scelti dal rabbino, gli occhi rivolti
all'armadio santo. Poi il rabbino ha detto poche parole: ha espresso commosso il
suo dolore per le vittime (israeliane), ha chiesto la cessazione immediata dei
Giochi, ha invocato la solidarietà fra la comunità ebraica di Monaco e Israele e
ha fatto appello a tutti i popoli perché siano banditi il terrorismo e la
guerra. Poi la folla è uscita in silenzio.
Oggi il
rabbino è rimasto chiuso nel suo studio a rispondere ai telegrammi e alle
lettere di solidarietà arrivate da tutto il mondo. Nel ristorante al primo
piano, rosso di velluti e di tappeti, qualche gruppo di israeliti, lo zucchetto
in testa, sta facendo colazione, altri leggono in poltrona i giornali, altri
parlano a bassa voce, davanti alla porta della Sinagoga, e salutano con un cenno
del capo quei pochi che arrivano ancora portando piccoli mazzi di fiori.
REQUIEM
COMMOSSO DOPO LA TRAGEDIA
6 e 7
settembre
Si era
pensato di sospendere la recita in segno di lutto per le vittime dell'eccidio :
lo si sarebbe fatto se si fosse trattato, magari, del «Ballo in Maschera». Ma il
Requiem, scritto da Verdi in morte del Manzoni, era forse la commemorazione
migliore che la Scala potesse dedicare ai morti «di tutte e due le parti» (come
ha detto Abbado). Così la seconda manifestazione della trasferta scaligera a
Monaco si è svolta regolarmente, in un'atmosfera particolarmente tesa e
commossa. Perché anche chi non aveva potuto trovare i biglietti per il teatro
esauritissimo potesse seguire l'esecuzione, il sovraintendente Grassi ha chiesto
che la Messa verdiana venisse trasmessa sulla Max Joseph Platz, di fronte al
teatro dove si era radunata una folla numerosa, quasi in raccoglimento.
Teatro
gremitissimo, come si è detto (però francamente, pubblico fin troppo mondano,
elegante come alla prima di «Aida»).
Quando sul
palcoscenico si è presentata l'orchestra, unitamente ad Abbado, il direttore non
è salito subito sul podio, e un funzionario del teatro, il signor Bradl ha detto
: «Ancora sotto l'impressione dei tragici
avvenimenti di ieri e della scorsa notte, a nome anche del teatro Alla Scala
dedichiamo il Requiem di Verdi alle vittime e invitiamo a osservare un minuto di
silenzio». L'immenso pubblico è scattato immediatamente in piedi.
Quindi
Abbado ha dato l'attacco e l'esecuzione è cominciata. Per sottolineare il
carattere commemorativo di questo Requiem, la direzione del teatro,
contrariamente alla consuetudine tedesca di eseguire i concerti a luce piena, ha
ordinato il buio in sala.
Quando le
ultime note del Requiem verdiano si sono spente, quasi dissolte nella
trasparenza dell'invocazione sommessa del soprano e del coro, ho provato
l'emozione più intensa nella mia lunga partecipazione di spettatore abbastanza
disincantato davanti agli effetti e alle suggestioni che il teatro fin troppo
spesso sa creare. Si sentiva che la tensione commossa del pubblico immenso
doveva scaricarsi in un'ovazione irrefrenabile, che non si poteva ripagare col
silenzio un'esecuzione di così alto livello che già aveva suscitato l'entusiasmo
di Sawallisch e dei valentissimi orchestrali dello Staatsoper di Monaco invitati
alle prove. Un silenzio che poteva sembrare ingiusto, ingeneroso perfino
nell'occasione solenne con cui la Scala aveva voluto commemorare tutti i morti
della strage orrenda alle Olimpiadi. E qualche accenno d'applauso s'è acceso
spontaneo qua e là per la sala, subito zittito da un gesto perentorio di Abbado.
Gli orchestrali, gli artisti del coro, i solisti, il pubblico si sono alzati in
piedi, immobili per qualche minuto: poi il teatro si è svuotato lentamente nella
penombra, in un silenzio di chiesa.
Sono corso
subito fuori, nella Maxjosephplatz che fronteggia l'alto colonnato neoclassico
del teatro, dove la sovrintendenza aveva fatto installare degli altoparlanti
perché il Requiem verdiano della Scala diventasse una manifestazione pubblica,
un atto comune di compianto per le vittime e, in fondo, un'espressione di
solidarietà verso la città ospite così duramente colpita nel colmo della gran
festa che viveva con tanto entusiasmo e che doveva fruttarle (coinvolgendo anche
tanti interessi) gran prestigio internazionale. I monacensi hanno risposto come
sa rispondere un popolo così musicalmente civile. Dopo i discorsi un po'
retorici allo Stadio e alla televisione, questa, della Scala, è stata forse la
commemorazione più bella, originale e soprattutto spontanea per le vittime della
tragedia.
L'iniziativa non era stata comunicata: alle 8 di sera la piazza, entrati gli
spettatori in teatro, era ancora deserta. Poi, alle prime note del Requiem
risuonanti fra le quinte degli edifici «fiorentini» costruiti da re Luigi I di
Baviera, qualcuno cominciava a fermarsi, guardando verso le finestre illuminate
della Koenigshalle. Man mano che procedeva l'esecuzione la folla aumentava,
gruppi di clienti si affacciavano sulle birrerie e i ristoranti, altri uscivano,
si incamminavano verso il centro della piazza, gli autisti dei taxi rallentavano
l'andatura, avevano capito, il traffico delle automobili scorreva ordinato con
lieve fruscio. Soltanto il fragore dei tram, purtroppo, non poteva essere
evitato, si sovrapponeva magari alla dolcezza dell'Agnus Dei, la gente appariva
infastidita, i conducenti (l'abbiamo visto coi nostri occhi) facevano gesti di
scusa, e cercavano, per quanto possibile, di procedere più lentamente. A metà
dell'esecuzione l'immensa scalinata del teatro era gremita, un'altra piccola
folla s'era radunata, seduta per terra, intorno al monumento di Massimiliano
Giuseppe: c'erano gruppi di turisti sorpresi improvvisamente dall'ondata della
musica verdiana durante la loro passeggiata (la sera era tiepida e stellata),
c'erano bande intere di «teen-agers», con le loro magliette, i loro jeans, le
loro scarpe da tennis, c'era gente in abito da sera diretta a qualche locale di
lusso, c'erano giovani fidanzati teneramente avvinti, coppie di sposi, molti
studenti, qualche atleta ancora in tuta. Nessuno parlava. Tutti ascoltavano come
in raccoglimento.
Alla fine
dell'esecuzione è scoppiato un applauso, subito spento quando s'è avvertito,
dalla trasmissione degli altoparlanti, il silenzio solenne della sala.
Poi
l'atmosfera religiosa s'è dispersa. L'uscita del palcoscenico è stata assediata
per oltre un'ora da una folla imponente —e pazientissima — di spettatori che
attendevano Abbado e gli artisti con i programmi in mano per gli autografi, per
dirgli in italiano «Bravi», per esprimergli quell'entusiasmo che non aveva
potuto testimoniare con gli applausi.
E, in
effetti, l'esecuzione di questo Requiem, per l'impegno moltiplicato di tutti, è
di quelle che si devono definire memorabili. L'orchestra splendida, smagliante,
dai «pianissimi» cupamente sinistri o di eterea, struggente dolcezza alle
scattanti, prorompenti, catastrofiche esplosioni del Giudizio; le masse corali
guidate da Romano Gandolfi, possenti, agghiaccianti, apocalittiche nel Dies Irae
o con sonorità di squisita rarefazione nel «Tuba mirum» o di vertiginosa bravura
tecnica ed espressiva nel «Libera nos Do-mine»; il Kyrie, l'Agnus Dei, il «Mors
stupebit» interpretati magistralmente dallo stile esemplare di Martina Arroyo,
dalla impareggiabile voce di violoncello di Fiorenza Cossotto, dal commosso
fraseggio di Placido Domingo, dall'autorevole classe di Nicolai Ghiaurov. Un
trionfo morale e artistico di Claudio Abbado, uno dei più alti momenti della sua
prestigiosa carriera. La stampa tedesca, unanime, ha sprecato gli aggettivi più
lusinghieri per l'Aida: non sappiamo che altro potrà dire per il risultato
eccezionale di questo Requiem.
Paolo
Grassi, questa mattina, ha voluto fare una dichiarazione ai giornalisti, che è
tutta da leggere tra le righe: «Il calore
e la quantità del pubblico — ha detto fra l'altro —
l'attenzione e i giudizi positivi dei giornali non hanno bisogno di
interpretazione : sono la prova della verità circa lo splendido risultato della
nostra fatica. Ho ragione di pensare che questa vittoria scaligera apra ancor
più nuove prospettive ai rapporti artistici italo-tedeschi, che qualificano la «
necessità » della Scala a Milano e in Italia. Soprattutto nell'attuale momento
di gravi difficoltà per gli enti lirici, nonostante i teatri siano sempre
esauriti. Il ministro Badini Confalonieri non può non essersi reso conto del
valore nazionale e universale di un istituto come la Scala e quindi dei motivi
che dovrebbero far guardare ad essa come all'ente lirico probabilmente più
prestigioso».
OMAGGIO
ALLA SCALA CON 25 MINUTI DI APPLAUSI COSI' SI E' CONCLUSA LA REPLICA DEL
«REQUIEM»
9 settembre
Dopo il
pianissimo «che non sembrava essere di questo mondo» con cui si è spenta nel
silenzio religioso del pubblico l'esecuzione commemorativa del «Requiem», il
contrasto, ieri sera, dell'impetuoso uragano che è scoppiato dopo il «Libera me
Domine» nella sala straripante del National Theater, travolgendo «olimpionicamente»
qualsiasi primato di entusiasmo. Non si può parlare di applausi, di ovazioni, di
successo, di trionfo. Si deve parlare di delirio.
Il
direttore Claudio Abbado, il maestro dei cori (e quali cori!) Romano Gandolfi, i
già elogiatissimi solisti, Fiorenza Cossotto, Placido Domingo, Nicolai Ghiaurov
e la giovane Katia Ricciarelli (che ha sostituito con lodevolissimo impegno
Martina Arroyo) si sono presentati decine e decine di volte alla ribalta mentre
orchestra e coro si alzavano e si sedevano all'unisono altrettante volte e alla
fine apparivano affranti, quasi disfatti dalla fatica dell'interminabile
ringraziamento. L'uragano in sala, cronometrato alla mano, è durato venticinque
minuti, senza attenuazioni di violenza, cedimenti di fragore, alternarsi di
sonorità. Applaudivano calorosamente dal loro fastoso palco reale di proscenio
(l'unico privato del teatro «pubblico») anche i «wagneriani» principi di
Wittelsbach, gli eredi di Luigi II di Baviera.
Dopo lo
spettacolo, ricevimento nel grande buffet della platea offerto dalla direzione
dello Staatsoper, l'ultimo saluto fra gli orchestrali, gli artisti del coro, i
funzionari, il personale scaligero e i colleghi del National Theater. Un
cordialissimo, affettuoso incontro, tutti in fila ordinata davanti al dovizioso
buffet freddo e alle tre gigantesche botti di birra, abiti da sera e abiti da
lavoro, Abbado e il macchinista, la Cossotto e l'elettricista, il primo fagotto
Penazzi e la guardarobiera, la Ricciarelli già piuttosto diva (farà «Suor
Angelica» alla Scala, dice, opera che non può richiamare difficili confronti) e
il fattorino. Poi tutti insieme ai tavoli, in una gioconda e fumosa atmosfera da
Hofbrauhause.
Questa
cordialità tra scaligeri e monacensi, del resto, si era già manifestata qualche
giorno fa, prima della tragedia: il biondissimo timpanista Davide Sercy aveva
proposto una partita di calcio tra orchestrali della Scala e del National
Theater. Un perfetto inserimento nel clima olimpionico di questa trasferta
musicale. Partita che si è svolta regolarmente con la vittoria degli italiani
(capitano Abbado) per 3 a 2. E il primo gol dei tedeschi l'ha segnato il
timpanista, che già suona nell'orchestra della Scala ma, per contratto, è ancora
legato al teatro di Monaco.
Le critiche
di tutti i giornali — e si sa quanto i tedeschi siano estremamente e
puntigliosamente severi in fatto di giudizio musicale — non risparmiano elogi,
aggettivi molto lusinghieri e ammirazione incondizionata (sembra che non si
aspettassero tanto).
«Si
dovrebbe descrivere tutto ciò che di semplicemente avvincente, travolgente,
estasiante avviene sotto la bacchetta di Abbado» dice Ruppel della «
Suddeutsche Zeitung », «fra gli estremi della devota preghiera per la pace eterna e dell'orrore
urlante di fronte alla dannazione eterna, ma le parole non sono sufficienti a
descrivere tutto ciò». E ancora: «Il
magnifico coro della Scala istruito da Gandolfi e l'orchestra ora traboccante di
suoni, ora capace delle più impalpabili sfumature, hanno rispettato
perfettamente tutti gli innumerevoli gradi della scala dinamica di Verdi».
Dopo la «più grande ammirazione» rivolta all'Arroyo, alla Cossotto, a Domingo e
a Ghiaurov, non generica, ma con precise esemplificazioni, il critico conclude:
«E chi potrebbe avere ancora dei dubbi che
Claudio Abbado continua oggi quella linea dell'arte direttoriale italiana
tracciata da Toscanini, De Sabata e dall'immaturamente scomparso Guido Cantelli?».
E Maurus
Pacher: «Quella che Abbado ha fatto
risuonare non era soltanto musica per gli esteti e pedanti, era una confessione
in musica ... Passerà molto tempo prima che Monaco possa riascoltare una simile
interpretazione del Requiem, e speriamo in Dio che non sia in un'analoga
occasione».
Gli elogi
si sprecano anche per l'«Aida». Sempre il Pacher scrive, a proposito della
Cossotto, dopo averne lodato la voce che riempie il palcoscenico: «Possiede
veramente lo stile della grande primadonna di fronte alla quale Sarah Bernhardt
sembra una povera orfanella». Quindi parla dell'Arroyo che è penetrata in
modo assolutamente commovente nel suo ruolo, del raggiante Radames di Domingo,
del Ghiaurov imponente. La critica loda incondizionatamente anche il selvaggio
Amonasro di Piero Cappuccilli e la dignità regale di Luigi Roni. E l'autorevole
Joachim Kaiser: «Gli ospiti milanesi hanno
saputo trasformare queste passioni umane in linee cantate cosí che la
rappresentazione è diventata la sintesi della più alta vitalità del carattere
tipico italiano: abbiamo potuto renderci conto di cosa significhino fuoco
drammatico e gusto musicale. Monaco deve essere fiera di aver chiesto alla Scala
questa Aida».
Per dovere
di cronaca non possiamo tacere della splendida interpretazione vocale e scenica
offerta dalla giovanissima Josella Ligi (la prima in un teatro vero, dopo una
recita di Imperia) nella seconda di «Aida».
Una
trasferta, dunque, che ha dato la misura del prestigio della Scala anche in uno
dei paesi più musicali del mondo: è costata 180 milioni, dice Paolo Grassi, ma
il National Theater ha versato 127 milioni, compresa la trasmissione di «Aida»
per radio: una cifra che nessun teatro è in condizioni oggi di spuntare (e
considerando la contropartita sul piano della diffusione della cultura italiana,
aggiunge, le tournée all'estero dovrebbero essere a carico del ministero dello
Spettacolo: «Noi ci mettiamo il nostro lavoro»). Una prova di organizzazione e
di efficienza straordinarie, superando molte difficoltà, diremmo una prova di
strategia bellica: il grande teatro milanese come un esercito, col suo stato
maggiore, i suoi ufficali, i suoi graduati, le truppe scelte degli orchestrali e
delle masse corali, i tecnici come truppe del genio, i suoi perfetti servizi di
collegamento e persino le salmerie.
Pier Maria Paoletti
UN
SECOLO DI OPERE LIRICHE A BUSSETO
Potrà forse
interessare a qualcuno dei Bussetani (e servire per la storia) conoscere quali e
quante opere liriche siano state rappresentate in Busseto in un secolo o poco
più, in teatro o all'aperto, da quando fu eretto ed inaugurato il teatro
dedicato al più grande Figlio di questa terra: Giuseppe Verdi. Nessuna notizia,
infatti, è giunta fino a noi, per quanto mi consta, di quelle che furono
rappresentate in Busseto prima che esso sorgesse, nel più piccolo e assai più
modesto teatro senza nome, che era esistito fino ad allora proprio là dove fu
poi eretto il Teatro «Verdi», che, come è noto, fu inaugurato solennemente la
sera del 15 agosto 1868.
Il numero
complessivo delle opere liriche di cui abbiamo trovato notizie non è molto
elevato: 34 in tutto; ma è sufficiente, per un piccolo centro come Busseto, per
dimostrare una continuità di tradizione lirica, tanto più che, se molte di tali
opere sono state rappresentate una sola volta, altre lo sono state più volte
nella stessa stagione lirica che, specie nei primi sessant'anni, durava spesso
poco meno di un mese intero.
Elencheremo
qui tali opere in ordine alfabetico, dando di ciascuna le notizie che ci è
possibile dare.
AIDA
di Verdi. Fu data per la prima volta, in teatro, nell'estate del 1909. La
Commissione Amministrativa del teatro, «acciocché
lo spettacolo riesca decoroso e degno della fama che gode il nostro Teatro»,
deliberava di affidarne la direzione artistica a Gino Nastrucci, allora
trentenne e che dirigerà in seguito altre volte in teatro ed anche (nel 1937)
all'aperto. Alla rappresentazione presero parte anche il padre di Gino,
professore di viola Francesco Nastrucci (che, come si vedrà, aveva diretto egli
stesso in passato più di una volta l'orchestra) e il maestro Guido Massera, che
era già a Busseto per la Banda, anche se non era ancora direttore, sia pure
incaricato.
Nel 1931 il
Carro di Tespi lirico, diretto da Gioacchino Forzano, in doveroso omaggio al
sommo musicista, iniziò il suo giro artistico dando Aida alle Roncole, in un
prato prospiciente la casa natale di Verdi: Radames fu allora il celebrato
tenore Giacomo Lauri Volpi. Fu in ogni senso uno spettacolo grandioso.
La terza ed
ultima volta l'Aida fu data pure all'aperto, in Piazza Verdi, venti anni dopo,
nel 1951, in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario della morte del
Maestro. Nell'agosto 1951 furono date ben quattro opere, di cui una sola, il
Falstaff, in teatro. Nell'Aida protagonista fu l'ottimo soprano Adriana Guerrini;
ma ci fu anche un beniamino del pubblico bussetano : il baritono Aldo Protti,
eccellente Amonasro. La parte di Amneris fu cantata dal mezzosoprano Jolanda
Gardino, il basso fu Giannetto Zini. A sostituire poi il Protti, che per altri
impegni non poteva restare, vi prese parte il baritono Otello Bersellini, ben
noto nel Parmense.
BALLO (UN) IN MASCHERA
di Verdi. Quest'Opera è stata rappresentata solo due volte in Busseto; ma la
prima volta (17 agosto 1868) proprio in occasione dell'inaugurazione del Teatro
Verdi, dopo il Rigoletto. Allora l'orchestra fu concertata dal bussetano M°
Antonio Rusca, già direttore della Scuola di musica e della Banda, e diretta dal
M° Gaetano Bassoli. Vi ottenne un trionfo il soprano Enrichetta Berini, di cui
fu scritto allora: «Una Amelia cosí
appassionata difficilmente la si udrà ancora» ; il tenore Prudenza «fece andare in visibilio tutto il pubblico per la potenza della sua voce»;
altri interpreti furono il baritono Bertolasi e le signore Peroni e Gaggiotti.
La seconda
volta quest'opera fu data all'aperto, in Piazza Verdi, presente un foltissimo e
scelto pubblico, in occasione della grande stagione lirica organizzata dalla
«Pro Busseto» a celebrazione del primo centenario dell'Oberto. L'opera fu
rappresentata il 30 luglio e il primo agosto 1939: maestro concertatore e
direttore d'orchestra Arturo Lucon. Vi presero parte quattro artisti
d'eccezione: il soprano Iva Pacetti, il tenore Renato Gigli, il mezzosoprano
Gilda Alfano e, più bravo di tutti, il baritono Giuseppe Manacchini, che dovette
ripetere la romanza «Eri tu».
L'opera era
stata messa in programma anche per l'estate 1954 insieme con Il Trovatore per un
ipotizzato «Festival Verdiano» ; ma si trattò di velleità senza seguito.
BARBIERE (IL) DI SIVIGLIA
di Rossini è stato dato tre volte. La prima fu nell'agosto 1891 e di questa
rappresentazione non risulta altro. La seconda volta fu nel luglio-agosto 1939,
durante la stagione lirica celebrativa del centenario dell'Oberto. Queste
rappresentazioni ebbero eccellenti interpreti, prima fra tutti il celebre
soprano Mercedes Capsir, e, con lei, il baritono bussetano Edmondo Grandini,
Nino Ederle, Giuseppe Noto e Antonio Righetti. Nell'estate 1948 poi l'opera di
Rossini fu nuovamente rappresentata. Ne fu protagonista Carlo Bergonzi, che
aveva da un paio d'anni appunto da baritono iniziato la sua carriera artistica;
altri interpreti furono il soprano Mazzoleni, il basso Voltan, il tenore Monti e
il basso Ardigò.
BOHEME (LA)
di Puccini. Le due uniche rappresentazioni di quest'opera furono date il 19 e 20
novembre 1960, in teatro, sotto la direzione artistica di Giuseppe Morelli. Ne
furono interpreti il soprano Sofia Mezzetti, il tenore Lorezo Sabatucci, il
baritono Vittorio Manfredini e inoltre Adelina Grigolato, Oscar Scaglioni e
Mario Morelli.
CAVALLERIA RUSTICANA
di Mascagni fu data in due stagioni liriche, nel 1937 e nel 1965. Il 25 luglio
1937 fu rappresentata all'aperto (insieme con I Pagliacci e La Traviata) e fu la
prima volta che si rappresentarono opere liriche all'aperto nel magnifico
scenario di Piazza Verdi che ha un'eccellente acustica. Maestro concertatore e
direttore d'orchestra fu anche questa volta (e fu l'ultima che diresse opere in
Busseto) Gino Nastrucci; interpreti principali furono Leonildo Bosi (Alfio),
Lina Bruna Rasa (Santuzza) e Carlo Rolandi (Turiddu).
Nell'ottobre 1965 direttore artistico fu il M° Nino Bonavolontà; interpreti
furono Giuseppe Scalco (Alfio), Ferrando Ferrari (Turiddu) e poi Nadia Ghirardi,
Nelly Crescimanno, Maria Pia Girolla e Anna Bianchi.
CRISPINO E LA COMARE
dei F.11i Ricci fu data una sola volta nel ]ontano luglio 1871 e non ne sappiamo
altro.
DOMANDA (UNA) DI MATRIMONIO
di Chailly è stata data in teatro recentemente, cioè in unica rappresentazione
il 12 ottobre 1969. Diretta dal M° Giuseppe Luisi, ha avuto come interpreti
Cristina D'Alpino, Luigi Pontiggia e Otello Borgonovo.
ERNANI
di Verdi fu rappresentata solo nell'estate del 1885 ; nel 1903 fu però cantato
in teatro il terzetto dell'ultimo atto.
FALSTAFF
di Verdi è una delle opere meglio conosciute in Busseto, pur essendovi stata
rappresentata in tre sole stagioni liriche; ma furono tre solennissime
ricorrenze: il centenario della nascita del M° Verdi, il 25° e infine il 50°
anniversario della sua morte. Inoltre sia nel 1913 che nel 1926 gli
organizzatori (rispettivamente sindaco Lino Carrara e podestà Giuseppe Verdi)
vollero e riuscirono a farne una manifestazione grandiosa e solenne soprattutto
perché in ambedue le occasioni, volendo egli stesso rendere onore al Cigno di
Busseto, insuperabile maestro concertatore e direttore di orchestra fu Arturo
Toscanini e sceltissimi furono, oltre agli artisti, i complessi orchestrali e
corali; ma anche nel 1951, sotto la direzione artistica del M° Alberto Erede,
l'esecuzione fu eccellente.
Nel 1913
furono date La Traviata e Falstaff (quest'ultima ebbe come protagonista Pasquale
Amato); nel 1926 invece furono date ben dieci rappresentazioni del solo
Falstaff. Protagonista questa volta fu (e lo fu anche nel 1951) Mariano Stabile,
impareggiabile in questo ruolo; insieme con lui ne furono esecutori il soprano
Mercedes Llopart (Alice), il mezzosoprano Ebe Stignani (Meg), Ines Maria
Ferraris (Nannetta), e poi Fernando Autori, Angelo Dadà, Ernesto Badini, Pietro
Menescaldi e Giuseppe Nessi. Maestro sostituto fu nel 1926 Antonino Votto.
Nelle
rappresentazioni del 1951 gli interpreti del Falstaff furono lo stesso Stabile,
il soprano Emma Tegani (Alice), il soprano Maria Minazzi (Nannetta), il
mezzosoprano Cloe Elmo (Quickly), il mezzosoprano Vittoria Palombini (Meg), il
baritono Renato Capecchi e i tenori Nicola Monti e Wladimiro Madiali.
FAUST
di Gounod fu rappresentato solo nell'estate del 1874 e non se ne hanno altre
notizie.
FAVORITA (LA)
di Donizetti fu data tre volte nel teatro di Busseto: nell'estate del 1881,
nell'estate del 1894 e nell'agosto del 1919. La stagione lirica del 1919 era
anche celebrativa, con un anno di ritardo a cagione della guerra, del
cinquantenario dell'inaugurazione del teatro. Maestro concertatore e direttore
d'orchestra fu, nel 1919, Giuseppe Del Campo; protagonista fu la bussetana (ché
tale si considerava) Elvira Casazza; insieme con lei ne furono interpreti il
baritono G. Bellantoni, il tenore Salvatore Salvati, il basso Abele Carnevali e
inoltre Vittoria Polastri e Pasquale Chiarella.
Ma
rappresentazioni di quest'opera di Donizetti si ebbero anche nell'agosto del
1885. Ne dava notizia — ed è cosa eccezionale — Giuseppe Verdi, che il 27 di
quel mese scriveva da S. Agata all'amico bussetano senatore Giuseppe Piroli : «A
Busseto sono tutti in delirio ! Si dà la Favorita e sono contenti dei cantanti
specialmente del Tenore».
FIORINA
di Pedrotti fu data nell'agosto del 1874.
FORZA (LA) DEL DESTINO
di Verdi fu rappresentata in Busseto 1'11 e il 12 ottobre 1952 e il 24 e 27
agosto 1961, la prima volta in teatro, la seconda all'aperto. In entrambe le
stagioni liriche fu Don Alvaro il più caro fra i cantanti d'oggi al cuore dei
Bussetani: quel Carlo Bergonzi a cui nella primavera del 1972, con una
solennissima cerimonia, presenti grandi artisti (Caniglia, Tagliabue ecc.)j e
illustri maestri, Busseto ha attribuito e consegnato nel Teatro «Verdi»
gremitissimo e festante, il primo «Verdi d'oro». Fu per la partecipazione di
Bergonzi che le due stagioni liriche, anche se brevi, ebbero particolare
importanza. Nel 1952 fu direttore d'orchestra il M° Ugo Rapalo e, oltre al
Bergonzi, ne furono applauditi interpreti Simona Dall'Argine, Bruno Salati,
Anselmo Colzani (Don Carlo), Giuseppina Gerbino (Preziosilla), Antonio Gelli
(Fra' Melitone) e Gian Felice De Manuelli (Padre GuNardiano). Maestro del coro
fu Everardo Bernardelli; organizzatrice degli spettacoli l'Associazione Lirica e
Concertistica Italiana.
Nel 1961
invece direttore artistico fu il M° Arturo Basile e interpreti, oltre al
Bergonzi, furono Silvio Majonica, Luisa Maragliano, Anselmo Colzani, Paola
Mantovani (Preziosilla), Bonaldo Giaiotti (Padre Guardiano) e Saturno Meletti
(Fra' Melitone). L'organizzazione era stata affidata all'Ente Autonomo del
Teatro Comunale di Bologna.
LINDA DI CHAMOUNIX
di Donizetti fu rappresentata in teatro nell'estate del 1895: non si sa altro.
LOMBARDI (I) ALLA PRIMA CROCIATA
di Verdi. Quest'opera fu data una sola volta, nell'estate del 1903. Direttore
artistico fu Arnaldo Conti; l'ancor giovanissimo Gino Nastrucci fu, forse per la
prima volta (ma lo fu poi per tanti anni al Teatro alla Scala), violino di
spalla; gli artisti principali furono Carlo Barrera, Rosita Medini e Cav.
Ludovico Contini.
LUCIA DI LAMMERMOOR
di Donizetti fu rappresentata per la prima volta in Busseto nell'estate del 1881
insieme col Ruy Blas. La seconda esecuzione fu fatta nell'estate del 1938
durante la prima stagione lirica all'aperto organizzata dalla «Pro Busseto». A
scritturare artisti, suonatori e coro, ad occuparsi di scene, vestiario,
attrezzi ecc., da buon bussetano provvide — e così pure per la stagione lirica
del 1939 — l'ex baritono Angelo Bisagni. Le due rappresentazioni di quest'opera,
concertata e diretta dal M° Angelo Ferrari, ebbero uno splendido successo
soprattutto per l'eccellenza delle qualità vocali e sceniche del bussetano
tenore Alessandro Ziliani e del soprano Lina Aimaro che, fra l'entusiasmo degli
spettatori (e v'erano alte autorità venute anche da Parma), dovette ripetere la
scena della pazzia. Altri artisti furono Mino Cavallo, Erminio Benatti, Bruno
Carmassi e Carmen Fortis.
Fra il 2 e
il 6 ottobre 1965 la Lucia fu rappresentata ancora sotto la direzione artistica
del M° Paolo Peloso e con l'interpretazione di Felice Schiavi, Maria Luisa
Cioni, Ottavio Garaventa, Pier Francesco Poli, Sergio Sisti, Elena Barcis e
Ferdinando Alfieri.
LUISA MILLER
di Verdi fu rappresentata una sola volta, in teatro, in agosto-settembre del
1890. L'aveva concertata, come già altre volte, il M° Antonio Rusca; la diresse
— e non fu l'unica volta — Francesco Nastrucci. Protagonista, non da tutti
dimenticata, il soprano Luisa Negroni.
MACBETH
di Verdi fu dato una sola volta nell'estate del 1877. Sembrava che dovesse
essere rappresentata anche nel 1951, ma poi si mutò programma.
MADAMA BUTTERFLY
di Puccini fu data in teatro ai primi di ottobre del 1933 sotto la direzione di
Gino Nastrucci e con gli artisti Tina Arellano, Carlo Barrera, A. Orfei, L. Pace
ecc.
Fu poi data
ancora nel dicembre 1962 sotto la direzione artistica di Adolfo Camozzo e coi
cantanti soprano Edy Amedeo, Licia Galvano, Lucia Vannelli e Amedeo Zambon.
MARIELI
di Nello Segurini è una delle opere date più recentemente in Busseto: fu,
infatti, rappresentata in teatro il 17 marzo 1971, concertata e diretta dallo
stesso M° Segurini. Gli interpreti furono: Gemma Marangoni, Elena Baggin,
Edgardo Coralli, Bruno dal Monte, Ernesto Vezzosi e Gloria Fogliazzo.
MESSA DA REQUIEM
di Furlotti. Fu eseguita nella Chiesa Collegiata il 27 gennaio 1926 e fu il
prologo della grande celebrazione verdiana di quell'anno. Vi presero parte la
Società Corale «Euterpe» e l'orchestra del Teatro Regio di Parma.
MESSA DA REQUIEM
di Perosi. Fu eseguita anch'essa nella Chiesa Collegiata il 27 gennaio del 1947.
Vi partecipò la «Schola Cantorum» di Busseto diretta dal M° Guido Massera.
NABUCCO
di Verdi fu dato in teatro alla fine di agosto del 1897 col baritono Achille
Moro. Non risulta altro.
OBERTO, CONTE DI SAN BONIFACIO
di Verdi. Ne ricorreva il centenario nel 1939 e l'Associazione «Pro Busseto»
fece appositamente preparare l'opera con la collaborazione di Angelo Bisagni e
la fece rappresentare, unica in Italia, nella stagione lirica all'aperto di
quell'anno. Alla fine di luglio 1939 la Piazza Verdi risuonò delle note della
prima opera del futuro Cigno, opera data egregiamente, sotto la direzione di
Arturo Lucon, da Antonio Righetti (Oberto), l'ottimo mezzosoprano Irma Colasanti
(Cuniza), Germana Di Giulio (Leonora) e soprattutto dal giovane tenore Giuseppe
Momo. Quest'ultimo, come luminosa cometa, mandò in visibilio i Parmigiani
presenti, che lo scritturarono subito per il Regio, dove, nella Forza del
Destino, riportò tale strepitoso successo da essere portato a spalla
all'albergo.
OTELLO
di Verdi. Questa famosa e difficile opera del Maestro fu data in Busseto in tre
diverse stagioni liriche: nel 1951, nel 1960 e nel 1962. La prima volta essa fu
data in piazza sotto l'eccellente direzione artistica del M° Francesco Molinari
Pradelli: Jago volle essere — e non era parte per lui — quel Mariano Stabile che
era impareggiabile nell'impersonare Sir John Falstaff. L'esecuzione riuscì in
complesso ottima, tanto più che Otello era impersonato da Mario Del Monaco e
Desdemona da Clara Petrella, ambedue artisti di chiara fama; buoni compartecipi
furono il tenore Virgilio Alessandri e il baritono Aristide Baracchi.
Il 15 e 16
ottobre 1960, sotto la direzione artistica di Giuseppe Morelli, alla
rappresentazione, in Teatro, dell'Otello prese parte il Coro dei Sindacati
Orchestrali e Corali di Parma, I cantanti furono: Rolando Massaro (Otello),
Franco Piva (Jago), Carla Ferrario (Desdemona), Angelo Mondin (Cassio) ecc.
Alla
distanza di soli due anni, nell'estate del 1962, l'Otello fu nuovamente ed
eccellentemente rappresentato in piazza. Lo spettacolo fu organizzato questa
volta dalla Compagnia Stabile del Teatro «Massimo» di Palermo e fu spettacolo
grandioso. Maestro concertatore e direttore d'orchestra fu Nino Sanzogno; la
parte di Otello fu eseguita dal celebre tenore americano James MacCracken, Jago
fu il baritono Tito Gobbi, Desdemona Virginia Zeani; una triade veramente
d'eccezione. Altri artisti furono Gabriele Carturas, Rinaldo Pellizzoni e Plinio
Cabassi.
PAGLIACCI (I)
di Leoncavallo sono stati rappresentati due volte in Busseto: la prima volta,
nella prima stagione lirica all'aperto dell'estate 1937, concertati e diretti da
Gino Nastrucci: vi presero parte Ismaele Voltolini (Canio), Anita De Alba
(Nedda) e Mario Albanese (Tonfo). L'opera fu poi nuovamente rappresentata 28
anni dopo, sotto la direzione artistica del M° Nino Bonavolontà ed eseguita da
Alba Bertoli (Nedda), Carlo Menippo (Canio), Otello Bersellini (Tonio), Pier
Francesco Poli e Benito di Bella.
PIERROT INNAMORATO
di Cinque fu rappresentata in teatro l'11 ottobre 1969 sotto la direzione di
Giuseppe Morelli ed ebbe come interpreti Lydia Gastaldi, Costantina Terzi, Dilvo
Storti e Pino Vicentini.
RIGOLETTO
di Verdi è senza dubbio l'opera più popolare e meglio conosciuta in Busseto,
essendovi stata rappresentata in ben nove stagioni liriche. Fu proprio col
Rigoletto che il 15 agosto 1868 fu inaugurato il Teatro «Verdi» e, alcuni giorni
dopo, con Un Ballo in Maschera. Non sappiamo quante repliche ne furono fatte
quell'anno, ma furono certamente parecchie perché la stagione lirica durò circa
un mese. L'opera fu allora concertata dal direttore della scuola di musica e
della Banda Antonio Rusca e diretta dal M° Gaetano Bassoli. A giudicare da
quanto ne scrissero i giornali di allora, l'opera fu allestita assai bene ed
ebbe almeno tre ottimi esecutori: il soprano Enrichetta Berini, il tenore
Prudenza e il baritono Bertolasi e inoltre il contralto Gaggiotti ed il basso
Zucchelli.
La seconda
stagione lirica con Rigoletto (e Luisa Miller) fu quella dell'estate 1890,
concertatore Antonio Rusca e direttore di orchestra Francesco Nastrucci. Non
risultano altre notizie.
Stagione
lirica commemorativa (con un anno di ritardo a causa della guerra) del
cinquantenario del Teatro «Verdi» fu quella del 1919, che ebbe come concertatore
e direttore Giuseppe Del Campo e come protagonisti i bussetani Edmondo Grandini
ed Elvira Casazza.
Il 24
luglio 1937 Rigoletto fu eseguito, in Busseto, per la prima volta all'aperto
sotto la direzione artistica di Gino Nastrucci. Gilda fu una deliziosa e celebre
cantante, Lina Pagliughi, troppo voluminosa però per raffigurare quel
personaggio; altri artisti furono il baritono Mario Albanese (Rigoletto), il
tenore Mario Filippeschi (Duca di Mantova) e il basso Bruno Carmassi
(Spara-fucile).
Dieci anni
dopo, il 25 e 26 gennaio 1947, si ebbero altre due rappresentazioni del
Rigoletto; ma non abbiamo rintracciato altre notizie.
Nel 1951,
con la grande stagione lirica celebrativa del 50° anniversario della morte di
Verdi, si ebbero di nuovo rappresentazioni all'aperto del Rigoletto sotto la
direzione artistica di Francesco Molinari Pradelli. Eccellenti esecutori ne
furono il baritono Aldo Protti, il soprano Antonietta Pastori, il tenore
Giovanni Raimondi, il basso Enzo Feliciati e il baritono Guido Pasella.
Nel gennaio
1960 la popolare opera venne ripetuta sotto la direzione del M° Enrico Pessina.
Protagonista ne fu il baritono Felice Schiavi.
Nella
«Stagione Lirica Ufficiale Autunno 1965», come fu chiamata, si ebbe un'altra
buona esecuzione del Rigoletto sotto la direzione artistica di Valentino
Barcellesi. L'elenco degli artisti è il seguente: Giulio Fioravanti (Rigoletto),
Angelina Arena (Gilda), G. B. Daviù (Duca), basso Maurizio Mazzieri (affermatosi
poi anche al concorso televisivo di Milano) (Sparafucile), Maria Luisa Nave,
Sergio Luppi e Giuseppe Morresi.
Le ultime
due rappresentazioni in Busseto di Rigoletto si ebbero 1'11 e il 12 novembre
1969, naturalmente in teatro, ed anche queste recite ebbero assicurato il
successo dalla rinnovata partecipazione di Aldo Protti (Rigoletto) e di Angelina
Arena (Gilda). Altri artisti furono il tenore Giorgio Grimaldi (Duca), Alfonso
Marchica (Sparafucile), Dilvo Storti (Monterone), ecc.
RUY
BLAS
di Marchetti. Sappiamo solo che quest'opera fu rappresentata in teatro
nell'estate del 1881 insieme con Lucia di Lammermoor.
TELEFONO (IL)
di Giancarlo Menotti. Quest'opera nuova fu rappresentata in teatro, sotto la
direzione di Giuseppe Morelli, nella brevissima stagione lirica dell'11 e 12
novembre 1969 ed ebbe come esecutori Silvana Debenedetti e Mino Longo.
TRAMONTO REGALE
di Giuseppe Bonetti fu rappresentata nel teatro «Verdi» il 12 novembre 1968 in
«prima mondiale assoluta», come annunziava il manifesto, ma non sappiamo a che
cosa si dovette questo privilegio. L'opera fu eseguita sotto la direzione
artistica di Francesco Maria Martini ed ebbe come interpreti il tenore Nuccio
Saetta, il soprano Ileana Dall'Ara, il tenore Edgardo Coralli, il baritono
Arturo Testa ed il baritono Bruno Grella.
TRAVIATA (LA)
di Verdi è, dopo Rigoletto, l'opera che è stata più rappresentata in Busseto: in
cinque stagioni liriche. Fu eseguita la prima volta nel 1869, un anno dopo
l'inaugurazione del teatro, nella stagione lirica durata dal 15 agosto al 2
settembre. Fu poi ridata dopo 44 anni, nel settembre del 1913 sotto la direzione
di Arturo Toscanini, insieme con Falstaff, e fu, senza dubbio, la più eccellente
delle rappresentazioni di quest'opera.
Venticinque
anni dopo, nell'estate del 1938, essa fu fatta nuovamente rappresentare, in
piazza, dalla «Pro Busseto», insieme con la Lucia, ed ebbe come concertatore e
direttore d'orchestra il M° Angelo Ferrari. La parte di Violetta avrebbe dovuto
essere eseguita da una grande artista: Mercedes Capsir; ma un'improvvisa
indisposizione glielo impedì. La sostituì ottimamente Clara Frediani. Giorgio
Germont fu impersonato dal baritono bussetano Edmondo Grandini, Alfredo dal
tenore Gino Fratesi.
L'8 e il 9
ottobre 1955 furono eseguite altre due rappresentazioni della Traviata con la
direzione del M° Argeo Quadri e con la partecipazione di Virginia Zeani
(Violetta), Gianni Raimondi (Alfredo) e Carlo Tagliabue (Giorgio Germont). La
piccola stagione lirica fu organizzata dall'ancora in vita Comitato per la
celebrazione del cinquantenario della morte di Verdi, coi fondi residui di
gestione, coi quali esso aveva già cercato — e fu un peccato che non riuscisse —
di acquistare la casa che era stata di Antonio Barezzi.
L'ultima
rappresentazione della Traviata in Busseto si ebbe il 18 dicembre 1962, maestro
concertatore e direttore d'orchestra Ferdinando Guarnieri. Secondo il manifesto
la parte di Gilda avrebbe dovuto essere sostenuta da Magda Olivero: la eseguì
invece Maria Luisa Cioni. Altri interpreti furono Adelina Grigolato, Fernando
Bandera (Alfredo), Otello Bersellini (Giorgio) e Mario Ferrara.
TROVATORE (IL)
di Verdi. Quest'opera fu data per la prima volta nella lontana estate del 1877
e, sebbene possa sembrare un po' strano considerando la popolarità di essa,
bisogna aspettare fino al 4 ottobre 1933 per trovarla rappresentata di nuovo.
Eseguita sotto la direzione artistica di Gino Nastrucci, ebbe almeno tre
eccellenti interpreti: il tenore Cav. Luigi Marletta, il soprano Eleonora
Visciola (Leonora) e il mezzosoprano Rita Monticone (Azucena). Ma buoni artisti
furono anche Sante Giorgi, Massimiliano Serra, Maria Zeni e Arnaldo Giudizi.
L'ultima
rappresentazione del Trovatore fu data nell'agosto 1963, in piazza, dalla
Compagnia Stabile del Teatro «Massimo» di Palermo. Protagonista avrebbe dovuto
essere il tenore Franco Corelli ; ma egli non rispettò la scrittura, il che
diede luogo ad un processo durato cinque anni. Secondo le voci corse, pare che
il Corelli sia venuto meno all'impegno per timore del confronto col tenore James
MacCracken presente a Busseto per interpretare il personaggio di Otello. Il
Corelli fu sostituito da Flaviano Labò, Leonora fu il soprano Margherita Roberti;
gli altri interpreti furono Rena Garazioti, Anselmo Colzani, Plinio Cabassi ecc.
TUTTI IN MASCHERA,
di Pedrotti, fu rappresentata a Busseto nella stagione lirica
dell'agosto-settembre 1874.
Queste le
opere liriche date, in teatro o all'aperto, in un secolo in Busseto, che
dimostrano la lunga tradizione. Ma non è tanto il numero delle rappresentazioni,
quanto l'eccellenza di molte di esse che ha importanza.
Indimenticabili ed eccelse furono soprattutto le due stagioni liriche del 1913 e
del 1926, dirette entrambe dal più grande direttore d'orchestra italiano: Arturo
Toscanini; ma degne di figurare affianco ad esse e memorabili furono anche le
stagioni liriche del 1938 e 1939, del 1951, del 1963, e non esse soltanto.
Essere la
città natale di Giuseppe Verdi comporta un obbligo che Busseto ha assolto in
maniera degnissima in tante occasioni e ricorrenze: è da augurare che la
situazione consenta che il glorioso Cigno di Busseto sia sempre onorato
degnamente anche in avvenire.
CRONOLOGIA
DELLE RAPPRESENTAZIONI
1868 -
Rigoletto - Ballo in Maschera
1869 -
Traviata
1871 -
Crispino e la Camera
1874 -
Faust - Fiorina - Tutti in maschera
1877 -
Macbeth - Trovatore
1881 -
Lucia di Lammermoor - Ruy Blas - Favorita 1885 - Emani
1890 -
Luisa Miller - Rigoletto
1891 I1
Barbiere di Siviglia
1894 La
Favorita
1895 Linda
di Chamounix
1897
Nabucco
1903 I
Lombardi alla la Crociata
1909 Aida
1913
Falstaff - Traviata
1919 La
Favorita - Rigoletto
1926 -
Messa da Requiem di Furlotti - Falstaff 1931 - Aida
1933 Madama
Butterfly - Traviata
1937
Cavalleria Rusticana - I Pagliacci - Rigoletto
1938 Lucia
di Lammermoor - Traviata
1939 Un
Ballo in Maschera - Il Barbiere di Siviglia - Oberto
1947 -
Messa da Requiem di Perosi - Rigoletto
1952 - La
Forza del Destino
1955 La
Traviata
1960 Boheme
- Otello - Rigoletto
1961 La
Forza del Destino
1962 Madama
Butterfly - Otello - Traviata
1963 Il
Trovatore
1965 -
Lucia di Lammermoor - Cavalleria Rusticana - Rigoletto
1968
Tramonto Regale
1969
Pierrot Innamorato - Il Telefono - Rigoletto
1971
Mariele - Una domanda di matrimonio
Almerindo Napolitano
SPIGOLATURE VERDIANE
GUGLIELMO DI MONTENOVO IN VISITA A GIUSEPPE VERDI
Com'è
risaputo la duchessa Maria Luigia ebbe dal conte di Neipperg due figli e
precisamente: Albertina e Guglielmo, di cui la prima sposò il 28 ottobre 1833 il
conte Luigi Sanvitale, mentre il secondo intraprese la professione militare
sotto il governo austriaco, compiendo naturalmente una brillante carriera. Aveva
scritto Maria Luigia a proposito del Re di Roma: «Voglio farlo allevare nei principii della mia patria: ne voglio fare un
vero principe tedesco ...». Quello che non potè fare se non in parte per il
figlio di Napoleone, potè farlo completamente per il figlio avuto dal Neipperg.
Il Metternich, nel febbraio 1838 fece nominare Guglielmo subito sottotenente:
non molto dopo era già colonnello e nel 1859 generale; nel 1864 l'imperatore
Francesco Giuseppe gli conferì il titolo di principe. Egli ebbe un temperamento
vivace e ribelli., e si conoscono non poche sue malefatte (vedi GAZZETTA DI
PARMA del 4 ottobre 1954: art. di Manlio Mora). Pur tuttavia ebbe sempre un
portamento aristocratico, gusti e cultura elevati, tra cui l'amore appassionato
della musica. Dovette essere un grande ammiratore di G. Verdi e questo anche
perché nel maggio del 1878 durante un suo viaggio in Italia e una visita ai
parenti Sanvitale di Fontanellato, si fece dovere di recarsi a Sant'Agata per
rendere omaggio al grande compositore. Abbiamo in proposito una documentazione
scritta e verbale. E precisamente da una lettera di G. Verdi alla Walchnann in
data 22 maggio 1878 da S. Agata:
...La nostra ottima amica mi scrisse tutta contenta, a lungo di voi. Immaginate
voi chi ho visto qui ieri? Proprio qui a Santa Agata?... Ve la dò in cento ...
Il principe di Montenuovo di Vienna. Ve ne ricordate? Egli, come sapete è il
figlio di Maria Luigia ed ha parenti in Parma, i Conti Sanvitale... Abbiamo
parlato a lungo di Voi, dell'epoca della MESSA, d'AIDA etc. etc. e questo
ricordo m'ha fatto il più gran piacere...».
In quanto alla testimonianza verbale il prof. Glauco Lombardi ci racconta che
Maria Carrara Verdi gli narrò a suo tempo che quando il principe Guglielmo di
Montenovo giunse a S. Agata in un pomeriggio di quel lontano luglio 1878, Verdi
stava suonando il pianoforte nel suo studio, entro il quale nessuno avrebbe
dovuto penetrare se non per motivi gravissimi o urgentissimi. Fu così che il
servitore, sapendo per esperienza della proibizione severa di disturbare il
maestro quando sedeva al pianoforte e sapendo d'altra parte che si trattava cli
una visita di eccezione, entrò quasi clandestinamente e leggermente, spingendosi
fino accanto al pianoforte, sopra il quale posò il biglietto da visita del
principe Guglielmo di Montenovo. Verdi continuando il suo lavoro sui tasti
guardò con aria sorniona quel biglietto impertinente senza dargli all'apparenza
nessuna importanza. Improvvisamene però ebbe uno scarto dopo un finale
precipitoso delle ultime note sul pianoforte, ed alzandosi si avviò verso la
porta dello studio, poi verso quella del giardino e si recò con passo svelto
verso la carrozza davanti al cancello della sua villa. Dalla carrozza uscì
immediatamente il principe di Montenovo che si inchinò profondamente davanti al
Maestro, il quale a sua volta strinse cordialmente la mano all'ospite
inaspettato e desiderato. Dopo un breve colloquio in un salotto della villa
Verdi volle ancora dimostrare, lui l'orso di Busseto, la sua deferenza verso il
figlio di Maria Luigia!
VERDI GIARDINIERE
Quando
Verdi, stanco del lavoro creativo o per allestimento di opere in grandi teatri
non ne può più, per ritemprarsi, ristorarsi o rifarsi si rifugia nell'eremo di
Sant'Agata. Così scrive di una di queste occasioni E. Abbimi (Vol. TI pag 527):
Verdi lavora da «giardiniere», «manovale»
e «muratore» per farne un'abitazione più addicente a ciò che egli insiste a
considerare il definitivo «addio alle muse». Ha lasciato Genova ai primi di
Marzo. S'è fatto seguire da immense casse di lauri, aranci e magnolie, nonché
dal busto speditogli dallo scultore Luccardi e dal ritratto a colori di Peppina.
fattole dal Rua napoletano e riavviato a Busseto da Mariarti.
L'eremo
intanto s'era fatto tutto un tramestio intorno alle casse da schiodare e ai
viali del rinvigorito giardino e agli scaffali della neonaseente bibioteca.
Verdi c'era in mezzo come ipnotizzato, nuotava nella polvere e guazzava nelle
pozzanghere pavoneggialtdosene.
L'USO DEI. VOI
Usava molto
nel secolo scorso tra noi nel Parmense, e ne rimasero larghe tracce anche agli
inizi del secolo presente, da parte dei figli dare del voi ai genitori. Ora
anche Verdi ebbe questa usanza e non solo negli anni della puerizia, ma anche in
quelli della virilità. A riprova ecco una sua lettera al padre, dell'anno 1849.
«Come
vi scrissi con lettera dell'11 corrente, Ricordi vi manderà i denari che
abbisognano per fare i pagamenti e riceverete o 271 Napoleoni di argento oppure
67 Napoleoni di oro; Ricordi vi scriverà quando dovrete essere a Piacenza...».
TERRENI A NOCETO E A CASTIONE
In una
lettera del 5 giugno 1372 scriveva Verdi all'amico Piroli «Mi
rallegro con voi del matrimonio della vostra Marietta; mi rallegro anche con lei
ma più con lui. Vostra figlia deve essere una brava e buona creatura. Sono
sempre della stessa opinione per l'impiego d'una somma. Se l'affare di Noccio è
buono potrebbe essere fattibile. Ma dov'è questo Noceto? Vi è aria buona? Ditemi
il biolcatico; la quantità del terreno; lo stato dei fabbricati, il prezzo».
Non molto
tempo dopo, sempre in tema e in tempo di compere di terreni nel Parmense, la
Strepponi scrivendo al marito diceva: «Saluta
molto di cuore la Stolz per me. Perché non le proponi Castione? La posizione mi
par ridente per un sito di pianura ...».
GIUDIZI() SUI GIORNALISTI
In una
lettera a Cesarino de Sanctis Verdi disse dei giornalisti: «Onesta
razza perfida spesso e sempre cialtrona, che non può lasciare in pace la gente
neppure quando viene sepolta in un deserto».
L'AUTISTA DI TOSCANINI
Racconta il
Signor Bocchia di ricordare perfettamente che, quando egli era operaio meccanico
presso la FIAT di Fidenza, responsabile di tutto quanto avveniva nell'officina,
in un pomeriggio estivo vide Fermarsi davanti l'officina medesima una macchina
di colore molto scuro, probabilmente una Ford, dalla quale scese un autista
indaffaratissimo e indispettito per un guasto. Fece capire che aveva una fretta
che non ammetteva remore; o discussioni prolungate. Parlava in italiano, ma
quando il Bocchia gli spiegò che doveva stendere una bolletta senza la quale non
poteva accettne pagamenti, l'autista non ne volle sapere di attendere e si
lasciò scappare una frase in dialetto più fidentino che parmigiano, una specie
di: «am n'importa a bora a me dla boleta.
A go tropa premura»; la qual cosa eccitò la curiosità del Bocchia per sapere
chi fosse quello strano autista, il quale, preso di contropiede, confidò poi che
tolto il guasto della dinamo doveva filare verso Salsomaggiore, dove l'attendeva
il maestro Toscanini che era puntualissimo in tutte le sue cose, e che detestava
di essere riconosciuto o comunque festeggiato. Che se non ci fosse stata quella
maledetta fretta, l'autista avrebbe continuato la conversazione iniziata sia pur
contro voglia, ma gli ordini di Toscanini che aveva concesso al suo autista di
recarsi fugacemente al paese natìo di Soragna, non ammettevano evasioni neppur
un minuto secondo.
L'autista
del Maestro si chiamava Augusto Rossi cd era come ho detto di Soragna dove tornò
ad abitare al suo ritorno dall'America. Mori or non è molto a Fidenza di infarto
ed è ricordato da molti come persona assai distinta. Era lui che conduceva
Toscanini. ogni volta che veniva a Salsomaggiore, a rivedere i luoghi vercliani,
alle Roncole e a Busseto. Il grande direttore veniva in incognito nella terra
del suo Verdi, là dove nel 1913 e nel 1926 aveva diretto le memorabili stagioni
celebrative.
Ferruccio Botti
VISITA AL PITTORE ARTURO CAVALLI
Presso
Chiusi l'etrusca, nel cuore antico della penisola, sull'alto d'un colle, sorge
isolata tra poggi ineguali, con un cipresso di guardia, una casa colonica sotto
l'ombrella di un pino, piccola e salda, rustica e gentile, che un giugno
assolato faticai a raggiungere. discosta com'è dalla strada maestra. E' la casa
del pittore Arturo Cavalli che da maggio a ottobre lascia Milano per lavorarvi
indisturbato e felice. Presso Chiusi l'etrusca, nel cuore antico della penisola.
Che cosa ha
spinto il bussetano Cavalli verso il mistero intatto della genie tirrenia?
Cavalli è limpido, è semplice, buono e modesto, per cui ogni sguardo, ogni
parola, la sua pittura soprattutto, spirano serena letizia, aperta affettuosità
e chiara luce interiore. «Questo pittore è
forse la creatura più dolce e trasognata che abiti in Milano», scriveva
Fusco nel 1958.
Rilevare le
consonanze puntuali della sua semplicità saggia ed antica, della sostanza
arcaica della sua arte con la civiltà degli Etruschi, degli Etruschi più
cordiali, meno esoterici, s'intende, è un espediente letterario, a parer mio,
efficace, anche se semplicistico alla lunga. Ma d'altronde si è sempre
condannati all'analogia di fronte all'irriducibilità dell'animo umano e delle
sue espressioni. Quando Cavalli, ai suoi inizi, risiedeva in Versilia, nella
casa di Forte dei Marmi che poi vendette a Henri Muore, e dipingeva girasoli e
blocchi di marmo con una tavolozza impazzita di luce, era difficile non
instaurare un parallelo tra la solarità mediterranea dei luoghi e i risultati
della sua arte, così che la sua aspirazione all'essenziale, e morale e
artistica, ben s'accordavano, al di là di ogni retorico orpello:
l'intellettualismo non lo ha mai tentato. la vita e l'arte sono in lui un fatto
naturale, genuino, come naturali e genuine amiamo credere che siano le cose
antiche, remote, primigenie. Proprio in quegli anni versiliesi, Enrico Pea,
quasi ottantenne, patriarca profetico, posava solennemente e affettuosamente una
mano sul capo di Cavalli dicendogli: «Tu
sei stato benedetto da Dio».
Quando poi,
dopo i successi italiani e londinesi, venne il momento felice di Panarea,
un'isola delle Eolie, dove in una chiesa abbandonata nacquero i nuovi soggetti -
le sirene, le isole incantate sospese nel blu, le spose del Sud, i cherubini —,
ecco a spiegazione analogica dei traguardi raggiunti, la constatazione critica
dell'«incanto di un'estrema chiarità della luce con un estremo candore
dell'anima».
Giunsi al
podere San Giovanni che mancava poco al mezzogiorno: il profilo del monte Amiata
chiudeva verso Ovest l'orizzonte assolato, mentre intorno si stendeva un
paesaggio di bionde stoppie e di fitte macchie, quale avevo già incontrato
nell'affresco senese del Buon Governo. Alte cantavano le cicale, né le turbava
il rumore dell'auto. Cavalli era nello studio, ricavato dalla stalla con gusto
por nulla sofisticato: un funzionale atelier. Lavorava ad tura tela sul fondo
rosso acceso della quale campiva un lucumone sdraiato: il grasso magistrato
chiusino riaffiorato dai secoli sorrideva cordiale, senza mistero inquietante
nello sguardo beato. La morte non esiste, sembrava affermare, io son qui per
assicurarvi di questo. La morte, il male, la sofferenza non esistono nella
pittura di Cavalli. Ogni suo quadro è una voce consolatrice, un dono degli dei.
E Se talvolta la gioia si attenua, l'espressione attinge allora ad una pace
venata appena di tristezza, che un soffio di bonaria ironia subito riscatta.
Attorno c'erano altri soggetti: canopi, melograni, pappagalli, un'allegria per
gli occhi e per lo spirito.
L'arte di
Cavalli piace all'istante. ma il tempo riconferma la prima impressione. Piace ai
puri di cuore che in essa si ritrovano. Piace agli intelletuali che inseguono il
miracolo della semplicità come il bene dell'innocenza perduta per sempre.
Cavalli piace soprattutto ai poeti, che ha lrequentato nel dopo guerra e ancora
frequenta: Ungaretti, Quasimodo e i più giovani. Da Montale poi — grande onore —
è stato presentato nella sua seconda mostra con una lettera augurale e
lusinghiera. La carica evocativa della sua pittura, ottenuta con mezzi così
semplici, va diretta alla fantasia: non si sente in essa nessun espediente o
ricatto letterario.
Pietro
Bianchi scriveva di lui nel '60: «non è
antico né moderno, perché gli occhi che egli posa quietamente sul mondo sono
quelli di un primitivo, restati miracolosamente limpidi ed acuti in un'età in
cui tutti si è più o meno impigliati nella rete delle False apparenze». E
Dino Ruzzati: «All'opposto dei naif,
perché la sua è una pittura perfino esageratamente colta, ottiene i risultati
artistici che generalmente i naif si prefiggono di raggiungere: cioè la estrema
semplicità di racconto, Paura poetica». Ma definire l’arte di Cavalli è
difficile: certe cose si sentono, più che si esprimano. C'è il pericolo di fare
di lui l'ingenuo sprovveduto, o al contrario, di attribuirgli la furbizia dei
finti ingenui. La definizione sintetica tentata dal Times di Londra che lo
chiamò «sophisticated primitive» un primitivo sofisticato, non soppesa a
sufficienza quanto in lui sia ispirazione nativa ed intervento mentale, radice
intima ed apporto culturale. Ma il dilemma ha certo per lui poco senso, perché
trova immediato superamento nella passione, nella dedizione che egli ha per il
suo mestiere. E quest'amore non è solo un originario talento, innegabile e
meraviglioso, ma anche una conquista successiva, maturata tardi, a quarant'anni,
dopo una ricchissima esperienza di vita, frutto di una sapienza umana ancora
prima che artistica. Chi conosce la sua esistenza dalla miseria bussetana,
all'orfanotrofio parmense, al lavoro duro di fornaio nella Milano anteguerra, ai
dieci anni di servizio militare, alla Resistenza, all'incontro con la pittura
nel confuso dopoguerra aperto a tutte le speranze, chi conosce soprattutto la
sua centennale coerenza artistica, non può aver dubbi in proposito.
Arturo e la
signora Rosa, che gli è compagna intelligentissima e buona, trascorrono in
Toscana i mesi più attivi dello anno. Mi fanno da guida alla casa che nulla ha
perso del suo aspetto rurale. E' una sorpresa scendere nell'orto dove una tomba
etrusca a camera era, fno a ieri, usata come un'ottima cantina: quella è zona di
vini e di olio famosi. Là ci si lascia volentieri coinvolgere da così scoperti
inviti poetici, e tutto ci sembra vero, integro, parlarne la voce dei secoli, in
quella mitica Etruria selvosa.
Io andavo a
Chiusi anche per ritrovare le origini busselane nei suoi ricordi lontani. Nato a
Busseto nel 1914 da Egisto, calzolaio; la famiglia numerosa e poverissima: figli
uno dietro l'altro, fino al momento terribile dell'epidemia di spagnola. Anche
il padre morì lasciando gli orfanelli alla pubblica carità. La Busseto della
Grande Guerra; via Codalunga misera ma non malfamata; le ingiustizie sociali più
evidenti, più cocenti; i pochi amici rimasti da allora e rivisti nelle rare,
frettolose visite. Poi gli anni d'orfanotrofio a Parma, e che anni! Cavalli
ricorda il 1922 in Parma Vecchia, quando in tiepida fila gli orfanelli guidati
da Padre Lino passarono tra le barricate, nel silenzio breve delle armi opposte,
per giungere in salvo, in zona più tranquilla. Della condizione di orfano,
tenuto in collegio fino al quattordicesimo anno, si può fare letterariamente
anche un mito. E ne sarei, come altri, tentato anch'io: Cavalli il “rnartinit”
bianco e azzurro, Cavalli il chierichetto dal turibolo dorato di alcuni suoi
bellissimi quadri, rimasto tale per sempre, anche oggi, a guardare il mondo con
gli occhi puri e ingenui del fanciullo, così a lungo precluso dal mondo e dagli
affetti: un mondo di cose colorate, i più, bei colori, i più vivi, il rosso, il
«blu - Cavalli», un mondo di e uccelli, casalinghi ed esotici, saggi e pensosi.
Gli uccelli e i gatti di Cavalli: quegli struzzi e quei gufi eleganti e
raffinati, eppure domestici come giocattoli, con le piume vere incollate, gli
occhi di vetro, per una operazione di collage che anticipò di qualche anno il
revival “dada” nella “pop-art”. I gatti, le sue creature più amate (a Chiusi ce
n'erano due, a Milano ne tiene quattro), gatti filosofi, idoli buoni, neri e
vellutati, sull'azzurro del fondo, sull'arancio striato di una coperta, in un
gioco ponderato di campi cromatici di sapientissimo effetto.
A Chiusi
ricordammo anche gli anni della guerra: lui pompiere per un decennio (i bimbi da
grandi non vogliono far tutti il pompiere?) nella Milano dei bombardamenti a
tappeto, dei roghi terribili; lui che guida clandestinamente con la signora Rosa
ebrei e soldati alleati nella libera Svizzera, salvandone a decine e meritando a
guerra finita elogi e riconoscimenti ufficiali, lui che nell'impegno politico,
negli incontri letterari e artistici, approda alla pittura, la grande svolta
della sua vita. La prima mostra presentata da Birolli, poi il successo, il
lavoro, le numerose altre personali in Italia, per ben tre volte a Londra, dove
le sue opere hanno quotazioni altissime, a New York, a Zurigo: e dovunque tutti
gli vogliono bene, perché a Cavalli e alla sua pittura non si può non volere
bene, non si può che guardare con simpatia pronta e totale.
Corrado Mingardi
GIANANDREA GAVAZZENI CITTADINO ONORARIO DI
BUSSETO
Il 3 maggio scorso il Consiglio Comunale veniva convocato, alle ore 15 e 30 in seduta straordinaria, per un solo argomento: «Conferimento della cittadinanza onoraria al Maestro Gianandrea Gavazzeni». Un atto amministrativo del Comune, sia pure di carattere straordinario, ma che aveva questa volta un'impronta tutta musicale. Sindaco, Giunta e Consiglieri, pubblico formato di grosse personalità della musica e della cultura, e naturalmente il festeggiato.
L'idea d'insignire l'illustre direttore d'orchestra della cittadinanza bussetana era sorta alcuni anni prima, quando il Consiglio Comunale con a capo l'allora sindaco Augusto Lamoretti, deliberava la cittadinanza onoraria al Maestro Gavazzeni. La deli bera porta la data del 22 dicembre 1969 e vi si può leggere, tra l'altro, la motivazione, nello stesso testo che é stato poi trascritto sull'artistica pergamena consegnata al nuovo “cittadino” della terra di Verdi e che dice:
«Grande Direttore d'orchestra, compositore, critico personalissimo, scrittore di razza, aperto e sensibile ad ogni manifestazione artistica e musicale antica e moderna, italiana e straniera, impareggiabile artefice di memorabili edizioni di opere liriche alla Scala di Milano e nei più importanti teatri del mondo, ha, nei confronti di Giuseppe Verdi, il merito raro d'esserne uno degli interpreti più fedeli. Le sue direzioni verdiane sono veri miracoli di ricostruzione critica nella lettera e nello sprito della musica del Maestro. Nella Sua lunga e gloriosa carriera ha più volte affrontato il complesso mondo drammatico di Verdi, infondendo nuova vita in spartiti logorati da repliche piatte e tradizionali o rimettendo nel repertorio dei maggiori teatri opere fino allora poco note, rilevandone intatta tutta la loro riscoperta rivalità».
Dopo questo atto non rimaneva che il conferimento vero e proprio, la cerimonia solenne ed ufficiale. Ma le vicende amministrative ebbero traversie diverse, di ben altra natura, per cui si attese fino al maggio dello scorso anno 1972.
La notizia dell'avvenimento richiamò a Busseto nomi illustri. Erano presenti, fra gli altri, le Sig.re: Wally e Wanda Toscanini (il Maestro Arturo Toscanini fu uno dei pochissimi che ebbero ]'ambita cittadinanza onoraria bussetana), il celebre scrittore Riccardo Bacchelli, il Dott. Paolo Grassi, Soprintendente al teatro alla Scala, il Comm. Alessandro Ziliani, autorità e numeroso pubblico.
La cerimonia fu breve, ma non per questo meno interessante. Il Sindaco Mario Pini lesse la motivazione ufficiale del conferimento, consegnando quindi la pergamena al Maestro, dopo di che il Dott. Lamoretti, questa volta non più in veste di sindaco ma di rappresentante del gruppo di minoranza, volle a sua volta esprimere il suo compiacimento perché l'iniziativa, da lui intrapresa anni prima, era andata finalmente in porto. Egli ribadì i meriti artistici e culturali conseguiti dal Maestro Gavazzeni, soprattutto nei confronti dell'opera verdiana:
“Chi più degno di Lei, illustre Maestro, che nella lunga milizia sul podio dei più grandi teatri del mondo ci ha dato interpretazioni verdiane memorabili? Il Verdi di Gavazzeni — ed è un giudizio non solo mio personale, avendolo raccolto da fonti assai qualificate, — è nei confronti della tradizione un Verdi riscoperto nelle sue pieghe più nascoste. meno appariscenti, approfondito e rinnovato, meno semplice, più umanamente ricco, più musicalmente vario, autentico insomma, quale solo può derivare dall'illuminata esperienza di una lunga frequenza verdiana, unita all'esperienza di tutto il melodramma romantico, verista e moderno, senza preclusione di stili e tendenze nel vasto panorama europeo degli ultimi secoli. Questo approfondimento, questa fedelta, ma soprattutto questa mirabile disponibilità a cogliere le riposte intenzioni e possibilità della musica e dei musicisti, sono tipiche anche del Gavazzeni saggista e memorialista: una ventina di volumi, in cui le pagine verdiane non sono numerose, ma felicissime per entusiasmo e profondità ..
Illustre. Maestro, l'augurio che a Lei, da oggi nostro nuovo concittadino, rivolgiamo, è questo: possa Ella continuare ancora per lunghissimo tempo a servire la musica, possa continuare con il giovanile fervore che ancora la anima. Noi bussetani ci auguriamo pure che il Suo autorevole peso nel mondo musicale si traduca in un intervento concreto a favore delle manifestazioni verdiane che il nostro paese merita”
La replica commossa del Maestro Gavazzeni concluse la seduta e la cerimonia.
Al termine di questa Riccardo Bacchelli così si esprimeva:
“Il conferimento della cittadinanza bussetazza a Gianandrea Gavazzeni in quanto benemerito, come direttore e conte studioso, dell'opera verdiana non è soltanto lodevole perché opportuno e meritato.
Esso prosegue degnamente il carattere geniale e gentile, cordialissimo di una tradizione bussetana dimostrata dalla bella successione dei "cittadini verdiani": Boito, Toscanini, Gavazzeni”
Mario Concari
LETTERA APERTA SU CARLO BERGONZI
Caro
Mingardi,
ho il
rammarico di non aver ancora scritto nulla per Biblioteca '70 su un argomento
che ci sta particolarmente a cuore e per il quale, lei sa, ci troviamo di
frequente a parlare o per le strade di Busseto o alla sede degli «Amici di
Verdi» o in cerimonie commemorative del Maestro, magari a Roncole come l'ultimo
ottobre. L'argomento è Carlo Bergonzi, dal quale si va sempre molto volentieri
quando torna a casa dai lunghi viaggi su e giù per il mondo. Avevamo progettato,
da tempo, di dedicargli un profilo scritto che tenesse conto del suo magnifico
bilancio artistico e dei progetti che il futuro gli permetterà di realizzare,
come tutti ci auguriamo. Purtroppo il tempo è passato senza che nemmeno l'ombra
dei nostri programmi sia apparsa: e per colpa mia. interamente.
Sento però
l'urgenza di confidare alcune impressioni ricavate da contatti con Bergonzi,
anche se avranno l'apparenza di osservazioni staccate e parziali. Mi preme che
gli amici lettori le conoscano, e passerò a trascriverle senza preamboli e
fioriture. Bergonzi ha una intelligenza e una volontà straordinarie: deve
all'una e all'altra la propria onestà di uomo e la propria fortuna di artista.
E' di quella gente pratica che non dimentica mai di essere «di quelle parti», e
insieme osserva con occhi mollo svegli da che parti stia il risultato artistico
di prim'ordine. All'intuito si è aggiunta ormai, in tal senso, l'esperienza.
Bergonzi, oggi, non esita a mettere in guardia il giovane cantante. sulla
necessità di formarsi con lo studio scrupoloso, senza confidare troppo nei
propri mezzi naturali.
Di
conseguenza abbiamo molto parlato delle scuole di canto in Italia; ci siamo
trovati d'accordo sulla incredibile arretratezza di metodi che non sanno come
adattarsi alle obiettive esigenze dell'allievo, non sanno come portarlo a una
vasta conoscenza del patrimonio musicale che egli potrebbe avere a disposizione
oltre al consueto e poi limitatissimo o standardinato repertorio. Bergonzi è
d'accordo sulla necessità di conoscere l'allievo attraverso un repertorio
cameristico, per esempio, non trascurando però assolutamente il solfeggio
cantato e gli esercizi di respirazione. Ogni volta che Bergonzi parla della
respirazione sembra di prendere contatto col maneggio dell'arco sulla corda,
cosi essenziale nella tecnica violinistica. Bergonzi ha costruito tutto il corpo
sonoro della propria voce sul fiato. sulla respirazione. Di là deriva la
qualità, la cavata, il timbro della nota, la elasticità del fraseggio e anche
l'impeto dell'accento, che lui sa guidare con intensa vibrazione ma senza
forzare o premere sui tessuti. Cosi la voce, dopo aver percorso tutta l'orbita
del canto, torna alla naturalezza del parlato.
Oui abbiamo
la spia dell'arte duttile di Bergonzi, che ha la capacità di passare attraverso
repertori piuttosto diversi. Come altri grandi artisti del canto ha sfondato le
frontiere del genere specialistico. Ha in pratica obbedito ai progressi della
propria voce; non si è imposto ad essa, naturalmente. La pazienza con la quale
ha cercato la reale statura della voce, gli ha dato, nel tempo, queste risposte
sempre più numerose e pregevoli.
A questo
punto credo che non sorprenderebbe nessuno la proposta di affidargli un
seminario cli canto al Conservatorio di Parma. La data potrebbe venire magari
dopo il '75, l'anno che Bergonzi considera un po' la conclusione dei suoi
impegni più pressanti. Avrebbe, dopo quell'epoca, un po' di respiro, da non
dedicare esclusivamente alla propria gola, e ciò gli pergetterebbe di lasciare
qualche prezioso e insostituibile consiglio ai giovani apprendisti del canto.
Del resto, se non facciamo queste cose a Parma, quale sarebbe la Funzione che
questa città intenderebbe assolvere nel quadro del teatro d'opera? nel quadro
della musica vocale in genere, diciamo.
Ma la
fortuna di avere Bergonzi da noi è tale che non si finirebbe in una lettera di
parlarne. Vedo con molta tristezza il fatto, caro Mingardi, che Busseto non
abbia ancora sfruttato questa occasione e non abbia compreso la necessità di
agganciare il nome del maggior interprete vocale di Verdi, oggi nel mondo, con
una qualche manifestazione ad alto livello che possa girare sui perni di Busseto
e Parma. Se Busseto, se Sant'Agata, se Roncole, se i personaggi che questa terra
ha dato e che sono ancora vivi in quei luoghi e che si adoperano (più o meno)
per tramandare una tradizione — se tutto questo prezioso apparato (per parlare
in termini teatrali) fosse all'estero, avremmo un bel da fare a contenere, non a
spingere, le imprese in favore dell'arte di Verdi. Ma invece si dorme, anzi mi
si dice che guardano perfino in cagnesco quelli che vorrebbero alzare un minimo
il tono delle faccende verdiane. Peccato, perché questo non è «bel canto
morale», queste sono povere battute senza tempo e gusto di una vecchia società
malata di fobia del possesso, gelosa insomma senza motivo.
Peccato; ma
almeno speriamo che l'aria più libera giovi a Bergonzi, e possa portarne un po'
anche da noi. Adesso avrà da correre da Miami, a Vienna a Parigi; e anche a
Budapest, dove il pubblico lo ferma per strada a offrirgli mazzetti di fiori,
con spontanea passione. Quella passione che in Italia oggi sembra viziata da
fretta e distrazione.
Confidando
nel futuro la saluta il suo
Gustavo Marchesi
IL
PRIMO «VERDI D'ORO - CITTA' DI BUSSETO» AL TENORE CARLO
BERGONZI
La sera del
3 maggio scorso il nostro teatro ha ospitato la manifestazione più importante
dell'annata musicale bussetana e una delle più prestigiose degli ultimi decenni:
il tenore Carlo Bergonzi ha ricevuto il primo «Verdi d'Oro — Città di Busseto»
durante una cerimonia entusiasmante, la cui eco rimarrà a lungo nel ricordo dei
partecipanti. Io che l'ho «vissuta» dall'interno, nella preparazione e nello
svolgimento, non sono forse il pii qualificato per farne la cronaca. E' perciò
che in queste pagine lascierò la parola ad altri, riservandomi solo la scelta
della documentazione.
Nell'aprile
i promotori diramarono il seguente comunicato.
«L'Associazione
"Amici di Verdi" di Busseto, in collaborazione con l'Amministrazione Comnale, ha
istituito a decorrere da quest'anno il Premio "Verdi d'oro — Città di Busseto"
da assegnare al cantante che si è distinto e si distingue per eccezionale
riconosciuto valore quale interprete della musica verdiana in Italia e
all'Estero.
La
prima unanime designazione è andata al tenore Carlo Bergonzi, impareggiabile
fedelissimo esecutore da oltre vent'anni del più vasto repertorio verdiano sui
palcoscenici di tutto il mondo.
La
consegna del premio avverrà il 3 maggio p.v. durante una serata musicale al
Teatro Giuseppe Verdi di Busseto.
All'opera del Comitato esecutivo si è affiancato un Comitato d'onore composto da
eminenti personalità del mondo culturale e artistico italiano con l'intendimento
di festeggiare Carlo Bergonzi nel modo più degno.»
Il Comitato
d'onore si fregiava di nomi illustri: il doti. G. Franzè Prefetto di Parma, il
dott. Alberto Carrara Verdi, il prof. Bruno Molaioli e il maestro Mario Medici
rispettivamente Presidente e Direttore dell'Istituto di Studi Verdiani, i
maestri Gianandrea Gavazzeni, Antonino Votto, Oliviero de Fabritiis e Nino
Sonzogno, i sovrintendenti teatrali Paolo Grassi, Carlo Alberto Cappelli e
Giuseppe Negri, i cantanti Maria Caniglia, Giulietta Simionato, Carlo Tagliabue,
Gino Bechi e Ferruccio Tagliavini, i critici e musicologi Giulio Confalonieri,
Franco Abbiati, Eugenio Gara, Rodolfo Celletti, Giuseppe Pugliese, Luigi Rossi,
Gustavo Marchesi e Giorgio Gualerzi, il comm, Alessandro Ziliani Presidente
Onorario degli Amici di Verdi e il dott. Baldassane Molossi Direttore della
Gazzetta di Parma.
La stampa
nazionale e la radio diedero ampia notizia dello avvenimento; il quotidiano LA
NOTTE pubblicò la corrispondenza di LUIGI ROSSI che riporto integralmente.
CARLO
BERGONZI FESTEGGIATO NELLA SUA BUSSETO
VERDIANO
D'ORO
Una serata
genuina e commovente organizzata dagli «Amici
di Verdi»
con un concerto di giovani e l'intervento dello
stesso
tenore col baritono Cappuccilli
Ci
sono premi e premi. Molti (troppi) hanno modesti significati turistici e si
risolvono in stucchevoli distribuzioni di riconoscimenti quasi mai meritati, Non
abbiamo mai visto invece qualcosa di più genuino, caloroso e autenticamente
popolare della consegna del primo «Verdi d'oro» al tenore Carlo Bergonzi
avvenuta l'altra sera nel teatro dedicato al grande nume indigete dalla
cittadina emiliana. L’incantevole sala era gremita all'orlo e molti hussetani
sostavano in piazza per ascoltare il concerto dagli altoparlanti.
Quando il presidente degli «Amici di Verdi» ha consegnato a Bergonzi la targa
conferita al cantante dalla sua associazione l'applauso si è trasformato in
ovazione e Bergonzi, vincendo la commozione, ha cantato da par suo la romanza
della Luisa Mille,. «Quando le sere al placido». Nuovi boati di consenso e
questa volta accanto a Bergonzi apparso un altro popolare cantante, il baritono
Piero Cappuccini che con lui ha cantato il duetto dalla Forza del destino.
Si
è conclusa così in gloria una serata commovente ed indimenticabile che ha
costituito un doveroso omaggio ad un grande tenore, verdiano non soltanto perché
concittadino del sommo musicista, ma soprattutto perché è tra i pochissimi che
abbiano compreso le intenzioni di Verdi. Facciamo nostra l'autorevole e precisa
introduzione a Bergonzi che Rodolfo Celletti ha premesso alla consegna del
premio. «Accento e colore», ha detto Celletti, sono le componenti essenziali
della verdianità del tenore. A questo punto non abbiamo potuto fare a meno di
pensare melanconicamente alla incredibile esclusione dell'Aida del centenario
alla Scala del più grande Radames non soltanto italiano e alla ancor più
incredibile sua assenza dal Ballo in maschera che aprirà la prossima stagione.
La giornata bussetana era iniziata in Municipio con la concessione della
cittadinanza onoraria a Gianandrea .Gavazzeni Il direttore d'orchestra si era
trovato naturalmente in serata al teatro Verdi con personalità del mondo
artistico italiano che andavano da vecchie glorie come Maria Coniglia e Carlo
Tagliabue alle figlie di Toscanini Wally e Vanda. Messaggi di adesione erano
giunti da ogni parte a testimoniare l'affetto e la riconoscenza verso un artista
così importante e verso un uomo la cui modestia appare quasi incredibile in
questo mondo di frenetici narcisisti.
Prima della consegna del premio si è avuto un concerto vocale con la
partecipazione di quattro giovani artisti variamente in evidenza nel panorama
inierpretativo odierno. Accompagnati al pianoforte da Eugenio Furlotti il
soprano Wilma Vernocchi, il mezzosoprano Cristina Anghelakova, il baritono
Giorgio Lormi e il basso Maurizio Mazzieri hanno eseguito pagine assai care del
repertorio, con particolare preferenza ovviamenta per quello verdiano. Anch'essi
sono stati festeggiati. Ma l'autentica lezione di canto è avvenuta alla fine con
Bergonzi. La bella, affettuosa festa non poteva ottenere sigillo più valido,
come ha dimostrato di capire il grande e autentico pubblico giunto anche da
lontane località per festeggiare questo probo artista che da oltre vent’anni
tiene alto il nome del canto verdiano nei più importanti teatri del mondo.
Luigi Rossi
«Anche
se preso un po' in contropiede, ritengo per me un grande privilegio parlare di
Carlo Bergonzi a Busseto.
Parlare di Carlo Bergonzi a Busseto non significa però presentare Bergonzi ai
bussetani, i quali lo conoscono già; non significa nemmeno aprire un discorso
tecnico, Dio me ne guardi! E allora con una dichiarazione che forse un critico
non dovrebbe dire, io comincio col dire: Bergonzi è oggi il mio tenore
personale, il mio preferito. Il mio accostamento a Bergonzi è avvenuto così:
prima una grande sorpresa nel sentire cantare così bene, una sorpresa, direi, di
carattere tecnico; e poi, una volta capita la tecnica, anche l'affetto per
l'interprete.
Perché mi piace Bergonzi? Semplicissimo: perché canta. Debbo fare una
precisazione: per me i cantanti si dividono in cantanti che cantano e cantanti
che non cantano. Bergonzi è un cantante che canta. Per me il canto di Bergonzi
significa questo anzitutto: facilità; spontaneità; — ma spontaneità controllata,
vigilata dalla mente — e dalla sua bella respirazione, per cui porge il periodo
e il fraseggio come su un piatto d'argento. E tutto ciò prima ancora che una
questione di cuore o di cervello, è una questione tecnica. Credo che una delle
armi segrete di Bergonzi sia la meravigliosa respirazione, che poi, nell'arte
dal cantante, è almeno il sessanta per cento. Nessuna ruvidezza, tutto
scorrevole, limpido; e questa è la parte formale. Poi c'è la parte sostanziale.
Giustamente si dà a Bergonzi questa sera il Verdi d'oro: è un vero grande
cantante verdiano, che ha perfettamente capito che cos'è Verdi. Verdi non
significa rovesciare tonnellate di voce sul pubblico, oltre l'orchestra. A parte
il fatto che chi tenta di rovesciare tonnellate di voce oltre l'orchestra,
normalmente non riesce a superarla. Ma questo è un altro discorso. Verdi
significa soprattutto accento e colore. Bergonzi ha il vero accento verdiano.
L'accento verdiano non consiste nel premere sulle consonanti, né
nell'appoggiarsi spasmodicanzente sulle note, né nel farsi diventare le corde
del collo grosse come corde, quando si fa un acuto. Bergonzi ha un accento
verdiano spontaneo e da qui si sente che è nato a Busseto. Basta sentire
l'attacco di Bergonzi di una romanza verdiana: entra nel clima immediatamente,
sin dalle prime battute. Poi la sua maniera di dire i recitativi e soprattuto la
sua nobiltà; Bergonzi ha un accento verdiano molto vibrante, ma non è mai
enfatico. Anche qui c'è un equivoco: a volte si pensa che per cantare Verdi
occorra essere enfatici, retorici. Bergonzi no, Bergonzi vibra, è nobile, non è
retorico. non è enfatico. E poi possiede la qualità più rara in un cantante, ma
anche più preziosa in un cantante verdiano: i colori, le smorzature. Verdi è
stato il compositore che ha usalo di più l’indicazione «piano» e «pianissimo»;
tre p, quattro p è arrivato a scrivere. Io raramente riesco a sentire nelle
esecuzioni verdiane, non dico i quattro p, nemmeno i tre, nemmeno i due, nemmeno
mezzo, spesso! Bergonzi è un tenore che nel finale del Ballo in Maschera fila un
si bemolle. Non lo fa per virtuosismo, lo fa perché Verdi l'ha scritto. Quindi
lo fa con la massima semplicità, senza nessuna ostentazione, con la sicurezza
che gli deriva dall'essere — e con questo chiudo — uno dei più grandi maestri di
canto che io abbia mai ascoltato e conosciuto.»
Quando gli
fu letta la motivazione e consegnata la targa d'oro, Bergonzi era visibilmente
commosso. Con voce ferma, imponendosi all'emozione, ringraziò con queste
semplici e sentite parole:
«Ringrazio
di cuore gli Amici di Verdi che mi hanno voluto onorare con questo ambito
premio. Nei miei ventun anni di carriera non ho desiderato altro che prendere un
grande premio dalla città di Busseto. Ricevere il Verdi d'Oro qui a Bussato, nel
Teatro Giuseppe Verdi, nella terra dove è nato il sommo Maestro, per me è un
grande onore. Grazie»,
Ouel che
successe poi, la romanza, il duetto con Piero Cappuccilli, in un'atmosfera
rovente di entusiasmo, sotto il successivo interminabile uragano degli applausi,
non si può certo riprodurre a parole.
A
conclusione mi sia permesso di riproporre qui l'augurio di Gino Bechi che da
Lisbona in quei giorni mi scriveva in una lettera d'adesione:
«La
Provvidenza conservi, ancora per lunghi anni, intatte le qualità dell'Eletto in
nome dell'immortale Verdi, della comune Terra Busseuma ed a gloria e vanto della
tradizione migliore del Bel Canto d'Italia..»
Corrado Mingardi
LE IMMAGINI DEL VOLUME
| 1 |
Lettera di Gioacchino Rossini a Verdi, conservata nella Villa di S. Agata |
| 2 |
Giuseppe Verdi a Milano in Piazza Della Scala: rara immagine del Maestro nella sua vecchiaia |
| 3 | |
| 4 |
Arturo Cavalli - I girasoli (1956) olio cm 73 x 84 collezione Arturo Schwarz - Milano |
| 5 |
Arturo Cavalli - Lo struzzo di Cook (1961) polimaterico cm 66 x 80 Grosvenor Gallery - Londra |
| 6 |
Arturo Cavalli - La sposa del Sud (1964) olio cm 113 x 145 collezione Luciano Luisi - Roma |
| 7 |
Arturo Cavalli - Il Tato (1965) olio cm 36 x 40 Galleria Brera - Milano |
| 8 |
Arturo Cavalli - Il gufo (1971) polimaterico cm 50 x 60 collezione O'Hana Gallery - Londra |
| 9 |
Arturo Cavalli - Canopo Chiusino (1971) olio cm 47 x 70 collezione Prof. G. Alè - Milano |
| 10 |
Il M° Gianandrea Gavazzeni subito dopo essere stato insignito della Cittadinanza Onoraria Bussetana. La bacchetta che tiene fra mano, usata a Busseto nel 1913 e 1926 da Arturo Toscanini, è un dono della figlia Contessa Wally |
| 11 |
Il tenore Carlo Bergonzi a Busseto di fronte al monumento a Giuseppe Verdi |
| 12 | |
| 13 |
La "Cittadella d'Anversa" rilevata nel 1846 del Capitano Topografo E- Azzi |
| 14 |
Pianta della "Cittadella di Parma". Da un disegno del Marchese Alfonso Taccoli Gentiluomo della Camera di S.A.S il Duca Ferdinando di Borbone. Ingegnere Ordinario, datato 19 gennaio 1766 (A.S.P. raccolta di mappe e disegni 12/10( |
| 15 |
Giovannino Guareschi: sigla autografa |
| 16 | Giovannino Guareschi nella sua casa di Roncole Verdi |
| 17 | "Finalmente libero". Ina sequenza di immagini autobiografiche disegnate da Giovannino Guareschi all'entrata nel lager di Beniaminovo (1943) |
| 18 | Luca Giordano. S.Pietro d'Alcantara confessa S.Teresa. Busseto, Sacrestia della Chiesa Collegiata. |
| 19 | Ignazio Stern. Madonna Immacolata. Busseto, Convento di S.Maria degli Angeli. |
| 20 | Ignazio Stern. Madonna Immacolata con S.Brunone, S.Tommaso d'Aquino e donatore. Paradigna (PR), Chiesa Parrocchiale |
| 21 | Ignazio Stern. Ritratto di monaco. Cremona, Pinacoteca Civica.. |
| 22 | Ignazio Stern. Madonna in gloria e Santi. Zibello, Chiesa Parrocchiale. |
| 23 | Ferdinando di Borbone in una rarissima "Da sei doppie" d'oro della zecca di Parma |
| 24 | Iscrizione di stucco dorato in una casa di via Pasini per la visita a Busseto del duca Ferdinando |
| 25 | Lapide sulla porta d'ingresso della Biblioteca |
| 26 | Ritratto di Ferdinando di Borbone giovinetto in stupenda cornice dorata (1760 circa) - Busseto, Monte di Pietà |
| 27 | Medaglia d'argento per le nozze di Ferdinando con Maria Amalia d'Austria |
| 28 | Il "buttalà" di Ferdinando per Piacenza |
| 29 | Il torrione all'angolo Nord-Est delle mura come appariva all'inizio del secolo |
| 30 | Archivio del Monte di Pietà (1699) |
| 31 | Grande madia bolognese della fine del sec. XVII. Museo Civico |
| 32 | Tavolo fratino. Museo Civico |
| 33 | Cossettone con ribalta appartenuto a padre Ireneo Affò. Museo Civico |
| 34 | Cantonale della fine del sec. XVIII. Museo Civico |
| 35 | Banco con spalliera del sec. XVI nella Canonica Parrocchiale |
| 36 | Credenza da centro di fine sec. XVII. Chiesa della SS. Trinità |
| 37 | Particolare del coro della chiesa Collegiata di Busseto. (1800-1805) |
| 38 | Scaffalature del sec. XVIII nella prima sala della Biblioteca |
| 39 | Scaffalature ottocentesche nella sala B della Biblioteca |
GIOVANNI ANTONIO STIRPIO DE' BRUNELLI DA BUSSETO
Ingegnere ed Architetto militare di Alessandro Farnese
Con vera
monotonia le guide artistiche di Parma, in modo più o meno sintetico, indicano
che la «Cittadella» venne costruita per volere di Alessandro Farnese su disegno
di G. Antonio Stirpio (rn, 1592), ingegnere ed architetto militare, che aveva
rilevato le piante ed i particolari del Castello di Anversa e che la iniziò nel
1591 senza ultimarla. L'incarico di portarla a compimento fu da Ranuccio I
assegnato ad altri fra i quali Smeraldo Smeraldi (1553-1634) e Genesio Bressani
(1525-1611).
Solo il
Casa (1) e lo Scarabelli Zunti (2) forniscono maggiori ragguagli su Giovanni
Antonio Stirpio de' Brunelli, di famiglia bussetana, ma sempre in relazione alla
costruzione della Cittadella farnesiana di Parma.
Molte delle
notizie sono desume dal Neo autore delle «aggiunte all'appendice di vari soggetti parmigiani» edito dal Vigna
a Parma nel 1642.
Nel
manoscritto dello Scarabelli Zunti (3) Giovanni Antonio è detto figlio di
Scipione Stirpio dei Brunelli, bussetano e noto causidico quest'ultimo, dapprima
a Parma dove teneva studio nella vicinia di S, Bartolomeo della Ghiaia (4) poi a
Piacenza dove fu ascritto a quella cittadinanza il 26 luglio 1593 con rogito del
notaio piacentino U. Cipelli.
«Scipione
padre di Gio. Antonio al quale sopravvisse — dice testualmente la scheda
dello Scarabelli Zunti — fu uno dei prin
cipali causidici della città nostra, ed ebbe l'onorevole e delicato ufficio di
Procuratore della Camera Ducale.
Fratelli poi di Gio. Antonio furono: Francesco, Dottore in leggi, Canonico della
Cattedrale parmense e Vicario di detta Curia Vescovile; Angelo che militò con
buona riputazione in Francia e Petreio, assai versalo in belle lettere, Dottore
in leggi esso pure e Arcidiacono della Cattedrale di Piacenza» (5).
Gli Stirpio
dovettero godere di ampia stima da parte del duca Alessandro Farnese il quale,
quando decise di occupare con la forza lo Stato Pallavicino, facendo arrestare
il marchese Alessandro, marito di Lavinia figlia naturale di Ottavio, conferì
due mandati a Scipione Stirpio di Parma datati Bruxelles, 6 giugno 1587 (6).
Sulla
questione Pallavicino Scipione Stirpio scrive al Duca della inadempienza di
Alessandro Pallavicino ad eleggere il proprio domicilio «in questa città» e conclude: «...
Di tutto ho voluto darne parte a S.A.S. si perché La sappa quil chi passa conte
anco acciò la sia avvirtita caso che la fossi ricercata in nome di S. S.tà dirò
bene chi al giudizio mio potessi il s.' Alessandro portarsi più modestiamente
irr quil suo memoriali, di quil chi ha fatto, al come meglio di me V.A.S. potrà
giudicare a la quali prigandoli da SS. Suo ogni Sua felicità faccio humilissima
riverentia...» (7).
Di Scipione
Stirpio dei Brunelli è noto il testamento, conservato all'Archivio di Stato di
Parma fra le carte del Monte di Pietà di Busseto, perché contenente alcuni
legati a favore del Pio Ente (8).
Scipione,
stando ad un docmuento citato dal Seletti, fu associato al Collegio dei Notai di
Busseto il 29 agosto 1543 a soli 18 anni (9).
Egli,
infatti, secondo l'età dichiarata nel testamento dovrebbe essere nato nel 1525
(10).
Nel citato
testamento Scipione nomina eredi universali «D.nos Angelus, Don Franciscus, et
Don Publitts Petrcius», figli legittimi e naturali, procreati e nati da lui e
dalla fu «D. Pino Sanvita» sua moglie.
Il figlio
Angelo userà dei beni ereditati — secondo la volontà del testatore — per
soddisfare, fra l'altro, ai gravi debiti contratti da lui e dal fratello Gio.
Antonio, l'ingegnere, durante il loro soggiorno in Fiandra al servizio del «mai
dimenticato» serenissimo Duca, Alessandro Farnese.
Ricorda poi
a Don Francesco e a Don Publio Petreio che se divennero dottori ed ottennero
benefici ecclesiastici, conseguendo ampi redditi ciò si dovette
all'intercessione sua e del figlio Angelo. l beni, in caso di morte dei figli
senza eredi maschi, dovevano passare al Monte di Pietà di Busseto.
Ad un certo
Alessandro Pattavio, originario di Anversa e figlio del Capitano Marco Aurelio
lascia quanto necessita per essere avviato a studi di lettere, o comunque di
«oneste scienze». Per tale scopo il figlio Angelo è autorizzato ad usare anche
eventuali redditi, se conseguibili, del fratello defunto «Giovanni Antonio», il
quale probabilmente qualche servigio dovette ottenere dal Capitano.
Alcune
pagine de] testamento sono dedicate alla descrizione dei benefici ottenuti da
lui e dai suoi figli, «ivi compreso il fu Giovanni Antonio», ad opera del
defunto Girolamo Pallavicino, marchese di Busseto, per cui in segno di
gratitudine lascia alla di lui moglie, Leonora Viritelli, marchesa di Vianino,
la possessione di San Rocco.
La Famiglia
Stirpio e la Famiglia Brunelli figurano in un elenco già contenuto nel «libro
delle angustie» che registrava il nome delle Famiglie nobili esistenti verso
la metà del XVI sec., al tempo in cui Busseto fu eretta a Città (11).
In altro
documento, datato 26 Novembre 1576, ad Angelo Stirpio, è demandato con altri
cittadini bussetani di esperire le pratiche occorrenti presso il Vescovo di
Cremona Niccolò Sfondrato, per istituire la confraternita della SS. Trinità
(12).
Di
Francesco Stirpio oltre a quanto detto a nota (5) si conosce una lettera del 23
febbraio 1604 da Parma indirizzata al Clero Bussetano contenente le condoglianze
in occasione della morte del Preposto mitrato mons. Massimiliano Maj (13).
Tornando a
Giovanni Antonio Stirpio, ricorderemo che il Janelli lo cita solo in una nota in
calce alla bioerafia di Smeraldo Smeraldi (14):
«II
Malaspina. Guida di Parma, Parma, Grazioli, 1869 dice che il Castello di Parma
fu disegnato dall'Ingegnere Gio. Antonio Stirpio, architetto parmigiano (n.
1543, m. 1609)».
Non
sappiamo quale valore si possa attribuire alla data di nascita e donde sia stata
tratta se la data di morte, stando all'interpretazione che può trarsi dalla
notizia fornita dal Pico è sicuramente da ascriversi al 1592 (15).
Prima di
seguire con il Casa e con altri documenti le vicende della costruzione della
Cittadella, legate all'attività dello Stirpio, riteniamo opportuno trascrivere
il profilo che lo Scarabelli Znti ne traccia nelle memorie manoscritte di Belle
Arti parmigiane:
«Stirpio
Gio. Antonio, Ingegnere, Architetto Militare. Originario di Busseto, studiate
matematiche ed architettura civile e militare credo di non errare se dico sotto
Giovanni Eloseoli, passò nelle Fiandre come Ingegnere col Duca Alessandro
Farnese suo Signore, dove il celebre Francesco De Marchi non gli sarà certamente
stato avaro di utili e profondi ammaestramenti.
«Colà in
diverse imprese ebbe campo di dimostrare l'eccellenza dell'ingegno suo, per cui
quell'invitto Capitano fatto Duca di Parma volendo in questa città erigere una
fortezza a similitudine di quella d'Anversa commise allo Stirpio, in fra molti
altri che trovavansi a' suoi servigi, rilevarne i piani, all'appoggio dei quali,
mandato esso Stirpio a Parma in breve ad orna della contrarietà di alcuni emoli
la nuova fortezza con molta abilità e speditezza venne dall'ingegnere nostro
ridotta perfezione.
«Intanto
che il nostro Ingegnere stava per nuovamente muoversi verso Fiandra, ebbe a
ricevere avviso d'ordine del Suo Sovrano di passare all'esercito sotto Roano
(Rouen) dove colà il voleva il Duca, avendo egli in pregio l'opera ed il
consiglio dello Stirpio in questo assedio di tanta rilevanza. Fu poi a questa
guerra clic il Farnesc, malamente ferito in un braccio corse pericolo della vita
sotto la Piazza di Caudebek, cosi la corse lo Stirpio il quale, col signor de'
la Molte generale delle artiglierie, trovavasi al fianco del valoroso nostro
Duca.
«Ma se
questa volta la fortuna aveva arriso allo Stirpio pur era segnato nè par che di
tal morte onorata doveva il nostro Gio. Antonio poco appresso perire, imperocché
fra non molto portatosi arditamente a riconoscere un altro forte venne colpito
nel petto da una palla di moschetto per quale ebbe a morire con dolore del
Principe e di quanti ne seppero l'acerbo fato.
«Non avendo
lasciato opere scritte per quanto ne consta passò così sconosciuto al Marini e
quant'altri scrissero fra noi dell'architettura militare».
Secondo il
Ronchini ed il Casa, Ranuccio Pico, nel narrare della morte dello Stirpio, erra
dicendolo morto nel 1591, poiché per tutto quell'anno era a Parma intento alla
costruzione del Castello ed anche perché era al fianco del Principe a Caudebek,
assediata il 24 aprile del 1592.
Si tratta
ovviamente di un «lapsus» che potrebbe essere anche imputabile al compositore
tipografico. Ma il Pico pur dicendo che lo Stirpio morì nell'«istesso anno» del
ferimento del Duca Alessandro non dice nè che morisse prima «con
dolore del Principe!», come afferma lo Scarabelli Zunti, nè che gli «sopravvivesse
anche per poco» come invece assicura il Casa. A parte l'avere precisato il
primo che lo Stirpio sarebbe stato colpito nel petto ed il secondo alla fronte è
certo clic l'uno e l'altro si lasciarono trasportare dalla fantasia.
Così non si
saprebbe quale valore storico attribuire alla notizia secondo la quale lo
Stirpio apprese matematiche sotto Giovanni Boscoli ed imparò l'architettura
militare dal De Marchi che morì nel 1576. Non potrebbe avere avuto come maestro
Francesco Paciotti il costruttore della cittadella di Anversa, che insegnò «arisimetica
et pratica del disegno delle fortificazioni» allo stesso Alessandro (16)?
Ma veniamo
alla Cittadella di Parma. l'unica opera che si conosca dello Stirpio.
Alessandro,
il grande condottiero delle Armate di Filippo II che riuscì ad espugnare la
Città di Anversa con tecniche del tutto nuove nel 1585, si rese conto della
bontà della cittadella di quella città che Francesco Paciotti aveva costruito
nel 1567-68 per commissione del Duca d'Alba.
La
Cittadella fu portata a termine dal pesarese Bartolomeo Campi il quale, come il
De Marchi che ne aveva già predisposto altro disegno per conto di Margherita
d'Austria, si lasciò andare a non poche critiche sull'opera del Paciotti.
Ma la
storia ha fatto giustizia delle censure dei due ed ha posto il Paciotti fra i
più eminenti architetti militari del suo tempo tanto da ritenerlo il precursore
di un modo nuovo di concepire l'arte della difesa che fu adottato poi per ben
due secoli (17).
I giudizi
nel tempo sulla fortezza furono sempre particolarmente favorevoli e spesso essa
ebbe modo cli mostrare coi fatti le sue doti di resistenza.
Il Vauban
(1633-1707), che fu il più grande ingegnere militare francese, ebbe a dire che
alla Cittadella d'Anversa non si sarebbe potuto rimproverare alcun difetto
essenziale.
Nel secolo
scorso un Capitano d'artiglieria dell'esercito belga, certo P, Hcnrard,
osservava che «...così come essa è, tale
quale era allorché i Francesi l'assediarono nel 1832, sarebbe ancora capace di
una lunga resistenza, nonostante che nulla sia stato cambiato, dopo tre secoli
» e ciò a riprova del genio del suo costruttore (18).
Si è
ritenuto di citare i giudizi di cui sopra per confermare l'oculatezza della
risoluzione di Alessandro l'arnese quando deci. se di far erigere la Cittadella
di Parma su modello di quella d'Anversa.
Nel marzo
1589 Alessandro invitava il figlio Ranuccio a studiare, con riservatezza,
assieme ad esperti in materia i modi ed i luoghi per la erezione di una
Cittadella ed ordinava che le risultanze gli fossero comunicate direttamente da
«Ginese Ingignero» che avrebbe dovuto
recarsi, come si recò in effetti, da lui nelle Fiandre (19).
Nel 1590
Michele Cimardi costruì un modello di legno del «Castello nuovo di Parma» (20).
Il Bressani
fu rimandato a Parma dopo diverso tempo accompagnato da una lettera di
Alessandro al Figlio, nella quale messer Cenese era detto «istruttismo» della sua «...
volontà intorno al sito, grandezza et forma della lubrica...».
La nuova
fortezza avrebbe dovuto sorgere ad oriente della Città, nei pressi del Convento
degli Eremitani, in modo da dominare la Via Emilia verso la Porta San Michele;
ma un ripensamento del Bressani e del principe Ranuccio portò alla decisione di
costruirla a meriggio, in prossimità del torrente.
Il duca
Alessandro in data 12 marzo 1590 rispondeva che era anch'esso d'accordo sulla
nuova collocazione ed informava che si attendeva «...a formar qua un nuovo disegno...» ed un modellino.
Da Guisa il
17 agosto seguente Alessandro inviava, mediante Gio. Antonio Stirpio, a Ranuccio
«La pianta et disegno et misure del
Castello, con la dichiaratione del luogo dove doverà essere...», osservando
che aveva ritenuto opportuno inviar il tutto attraverso lo Stirpio «...
come quello che s'è trovato alli discorsi et dispute, che vi si sono tenute
sopra ...» anche se
«mal
volentieri ...» si privava dello Stirpio in quel momento; «ma
l’importanza di questo negotio, e 'I desiderio, che ho che si consegua come
conviene alla nostra reputatione, et l'esser egli stato da me in più volte
informato della mia Intenzione et volontà m'hanno fatto pigliar questa
resolutione et dar a lui questo travaglio
Onde Vi prego a vederlo voluntieri et a favorirlo er proteggerlo, come
merita la virtù et servitù sua, in farli in modo da potersi trattenere, mentre
si fermerà per di là; che sarà almeno sino a che l'opera haverà, qualche buon
principio et sarà ridotta in termini di difesa, chè allora me lo potrete
rimandare...» (21).
Lo Stirpio
era, come si vede, tenuto in grande considerazione da Alessandro che non esita a
volerla direttore della nuova fabbrica sostituendolo al Bressani, forse
impegnato alle difese di Lucca.
Con lo
Stirpio collaboravano dapprima, Smeraldo Smeraldi, Michelangelo Muciasi,
Domenico Colorano ed un certo Masarengo. Poi ad essi si aggiunse il Bressani.
I lavori,
nonostante le pressioni di Alessandro, iniziarono nel marzo 1591.
Nell'Archivio di Stato di Parma fra gli autografi illustri del Comune, nella
busta di Smeraldo Smeraldi, è conservata una lucidissima descrizione della
cerimonia della posa della prima pietra, di pugno dello Smeraldi, che il Casa
riporta per intero (22).
Lo Stirpio
vi compare come «Sopraintendente in detta
fabrica», affiancato dallo «Smeraldi,
Ingegnere di detta fabrica».
Per i primi
tre mesi l'opera andò innanzi regolarmente ma sul finire di giugno, forse a
causa della improvvisa partenza di Ranuccio per le Fiandre, cominciarono a
sorgere i primi screzi Ira gli Ingegneri, i Soprastanti e lo Stirpio.
Pare che lo
Stirpio volesse fare e disfare a suo piacimento e soprattutto che invadesse il
campo dei collaboratori.
Nella
confusione che ne seguì vi fu chi approffittò della situazione per trarne
vantaggio con abusi e ruberie.
Lo Stirpio
era preso sovente da eccessi di collera ma qualcuno maliziosamente osservava che
le sue sfuriate servivano solo per coprire i suoi errori.
Il Casa
ironicamente commenta:
«E per
certo, non è raro il caso che un architetto, facile e pronto nel concepire e
progettare, sia poi meno idoneo nella esecuzione, e meno avveduto nel misurare
le spese». E' cosa vecchia ma sempre attuale.
Ma poi le
acque parvero acquetarsi ed il Segretario del Duca, G. B. Pico, il 20 agosto
1591 scrisse ad Alessandro che le cose andavano meglio e che «…lo
Stirpio non manca di far usare straordinaria diligentia per poter ridurre il
Castello in difesa quanto prima» (23).
Il sereno
durò poco.
Alla fine
del 1591 il Cardinale Odoardo Farnese sollecitava lo Stirpio ad accelerare i
lavori. Ma questi procedevano sotto una pioggia di dicerie intorno ad opere che
sarebbero state male realizzate e sui costi eccessivi che ne conseguivano. Lo
Stirpio non era accusato di atti disonesti ma di mutabilità di carattere e di
mancanza di ponderatezza.
Il duca
Alessandro rispondeva il 19 febbraio al segretario Pico, raccomandando che si
accelerassero i tempi della costruzione e che «...contra quelli che saranno colti in fraude, ...si proceda al debito
castigo et con quel rigor che la giustizia comporta, acciò siano esempio agli
altri ...» (24).
Ma i nodi
vennero infine al pettine:
«Lo
Stirpio è tanto in rotta con questi Soprastanti et Ingegneri — scrive il
Governatore di Parma Gabrio Cesarini al Card. Farnese il 3 febbraio 1592 —
et i Soprastanti et Ingegneri ci
Commissari et Ministri superiori sono anco tanto in rotta con lui, che è
impossibile che si possa lavorare; et (quel che è peggio) si fa a gara da una
parte et l'altra che '1 compagno faccia l'errore, nè si rimedia a buon'ora per
fare che l'errore sia fatto con grave pregiudizio di S. A. Serenissima»
(25),
Lo Stirpio
pregava inoltre il Governatore di dargli licenza di tornare in Fiandra ed il
Governatore suggeriva che sarebbe «bene
concedergliela perché quello che al Castello s'ha da fare per un pezzo ogni
huomo lo sa, particolarmente Smeraldo a chi (cui) sarebbe bene dar la cura in
sua absenza» (26).
Il
Cardinale era uscito allora dal Conclave per l'elezione di Clemente VIII mentre
il Duca era in Francia ed il Governatore, in data 15 dello stesso mese,
informava che per una discussione sorta tra lo Stirpio e Cosimo Tagliaferri
(delegato ai conti dei fabbriceri) sopra un errore fatto nei lavori, i due
uscirono in escandescenze tali da arrivare alla minaccia di un duello se il
Governatore stesso non avesse interposto i propri uffici. Se lo Stirpio era
impaziente e focoso, concludeva, era anche vero che gli erano «….state
fatte di gran leghe addosso» per cui consigliava di cambiare lo Stirpio o «mutare
tutti gli altri uffitiali» (27).
Lo
Scarabelli Zunti dice poi che:
«Partito
nuovamente lo Stirpio per le Fiandre fuvvi surrogato nella sopraveglianza e
generale direzione della fabbrica del Castello di Parma M." Genesio Bresciani il
quale fè tosto cassare e licenziare molti soprastanti inutili o dannosi al
compimento dell'opera. Ma Cosimo Tagliaferri che vide rimanervi Smeraldo
Smeraldi verso il quale era mosso da sdegno particolare che aveva seco, dimandò,
et instantemente licenza al Governatore di ritirarsi, cosa che non gli venne
accordata, che anzi il Governatore medesimo tentò rappacificarli fra loro (Arch.n
Governativo, lettera del 2 marzo 1592)».
Precedentemente il Governatore con lettera del 27 febbraio 1592 aveva scritto al
Cardinale:
«...Messer
Zenese Bressani)... non è dubbio alcuno che è molto esperimentato nel mistiero,
il quale io assicuro V.S.!. che non uscirà punto dagli ordini et de' disegni
dati dallo Stirpio» e ciò perché la fabbrica era portata a tal punto che non
si poteva «far cosa contra gli ordini di
esso Stirpio» (2S).
Il
Governatore assicurava poi anche che lui stesso non avrebbe mancato di «averci
l'occhio». E appena possibile si sarebbe dato ordine di smantellare il
vecchio Castello «et al trasportar l'artiglieria nel nuovo et ogni sorta di monitione»
(29).
Poco dopo,
il 6 aprile 1592, Smeraldo Smeraldi scrisse una lunga lettera alla D. Camera
nella quale denunziava gli errori commessi anche dal Direttore dei Lavori, non
per mala fede nè per disonestà ma per eccessiva sicurezza di se.
Ancora il 4
ottobre, certo Paolo Rinaldi che apparteneva alla Corte scrisse che i lavori in
quattro mesi di sua assenza da Parma erano ben poco progrediti al suo ritorno e
che «la colpa si attribuisce a molti: una
parte, e buona, a G. A. Stirpio, che volle fare di sua testa et lece molte spese
eli più che 1012 avria fatto un pratico di fabriche...» (30).
Tale tipo
di giudizio, assai più duro di quello dello scrupoloso Smeraldi, ha tutta l'aria
del pettegolezzo del solito bene informalo il quale, quasi sempre incompetente
esprime pareri sul sentito dire, riportando voci e maldicenze mai
disinteressate.
L'impressione che si riporta dalla lettura dei documenti delle lettere che
riguardano lo Stirpio è che questi rosse di carattere autoritario e che non
ammettesse inframmettenze e contrordini di altri che da lui dipendevano.
A ciò era
forse stato abituato durante il servizio prestato in Fiandra al seguito di un
esercito, come quello di Alessandro, dove non si era certamente allusi a
discutere gli ordini che venivano dall'alto.
D'altro
canto, per i Tecnici locali lo Stirpio era un estraneo che veniva a toglier
loro, un incarico che essi si sarebbero sentiti di svolgere da soli.
Abbiamo
visto però che quanto a carattere focoso anche gli altri, se si eccettua lo
Smeraldi, il quale per quanto se ne sa era uomo di grande scrupolo ed
equilibrio, non erano da meno.
Ouanto alla
capacità ed alla competenza professionale è da escludersi che ne fosse
scarsamente dotato se Alessandro, che non era certamente digiuno cli cognizioni
sull'architettura militare, lo teneva presso di se e se ne privava tanto a
malincuore.
Durante
l'assenza dello Stirpio si recò in Fiandra nel 1591. presso Alessandro,
Guidubaldo Paciotti figlio del famoso Francesco anch'egli Ingegnere militare.
Ma nulla
mutò, a quanto pare, quando lo Stirpio si portò di nuovo al servizio del suo
Duca nel marzo del 1592, tanto che lo si vide al suo fianco, a dir del Pico,
quando il Duca fu ferito a Caudebek.
Alquanto
strano è il fatto che a favore di Gio. A. Stirpio non si rinvenga alcun mandato
di pagamento nei Mastri Farnesiani degli anni 1591 e 1592.
Probabilmente egli era al soldo del Duca il quale provvedeva direttamente alla
sua rernunerazione.
Di un
episodio sconcertante fu protagonista, nell'estate del 1592, Angelo Stirpio,
figlio di Giovanni Antonio. Questi fu denunciato al Duca Alessandro come uno dei
partigiani dei Gonzaga, nemici irriducibili dei Farnese.
Ranuccio,
di ritorno dalle Fiandre, scrive al Padre di avere ordinato «...la
cattura di Angelo Stirpio senza che persona vi pensasse...» e di avere
sequestrato lettere e documenti, di cui gli inviava copia, in base ai quali il
Duca avrebbe potuto vedere «... il
traffico et la colligatione che egli aveva con la Contessa di Sala et altri; et
la risoluzione fatta da lui, dai fratelli a dal padre, che più mi fa meraviglia,
di partirsi di questo Stato di V. A. La quale ne può aver riscontro con la
lettera che lo Stirpio padre, scrisse al Dottor Pulgenzio, domandando licenza …»
(31).
Non pare
che la cosa abbia avuto gravi conseguenze per la residua Famiglia Stirpio,
quella di Scipione, padre di Gio. Antonio per intenderci, che continuò a
risiedere nel Ducato, ricoprendo cariche e svolgendo pratiche di fiducia e
delicatezza come ne testimonia il Pico.
A meno che
il trasferimento a Piacenza di Scipione e l'esser egli stato ascritto alla
cittadinanza piacentina il 26 luglio 1593, non sia da mettersi in relazione
proprio a quanto sopra.
Non altro
si conosce di Gio. Antonio Stirpio e della sua Famiglia.
Auguriamoci
che qualche studioso riesca a far più luce sulla sua personalità di uomo e di
artista.
Vincenzo Ranzola
(1) Casa E., «La Cittadella di Parma», nel Vol. M. anno 1894, dell'Archivio
Storico per le Province Parmensi.
(2) Scarabelli Zunti E..
«Memorie di Belle Arti parmigiane».
ms. presso la Galleria Nazionale, Parma, Vol. IV, p. 30910-11.
(3) Ms. cit., p. 311.
(4) Lo Scarabelli Zunti
cita il rogito di Gio Alberto Rocca del 26 agosto 1577 ed il rogito di G. B.
Barbieri del 7 gennaio 1580; in entrambi il Sig. Scipione Stirpio del fu Angelo
era detto «cittadino di Panna».
(5) Le notizie sono
tratte, per ammissione dello Scarabelli Unti E., dal Pico R.. «Catalogo
ovvero matricola, dei dottori dell'una e dell'altra legge», p. 52, e «Appendice
dei rari soggetti che o per bontà di vita o per dignità o per dottrina sono
stati in diversi tempi, molto celebre e illustri», Parma 1642, p. 128.
Un documento datato 10
dicembre 1602, dei Presidenti della Fabbrica della Cattedrale contenente
l'ordinativo a Smeraldo Smeraldi di costruire la «Torre Mozza», contiene la
firma cli Francesco Stirpio (V. Ronchini A., «Smeraldo Smeraldi », estratto dal
Vol. VI degli Ani e meni. delle RR. dep. di Storia Patria, Modena, 1872. p. 12.
nota 2).
(6) Del Prato A., «Il testamento di Maria del Portogallo, moglie di Alessandro Farnese»
in Arch. Stor. Proc. Psi, n. 8. anno 1908, p. 165, nota (2).
I due mandati (A.S.P..
Rog.. Cam. Manlio, 218) riguardavano: il primo la presa di possesso dei beni di
Sforza Pallavicino di Cortemaggiore, ultimo discendente di Rolando il Magnifico,
beni che, a parere dei giureconculti erano dovuti ad Alessandro: l'altro
l'inventario dei beni dell'eredità di Girolamo Pallavicino di Busseto.
La cosa è confermata in
una lettera del Duca Alessandro al figlio Ranuccio. datata Bruxelles, 2
settembre 1587, pubblicata dal Seletti E. nel Vol. III, p. 143 de «La Città di Busseto», Milano 1883, lettera con la quale il Duca
invita il figlio ad occupare lo Stato Pallavicino: «...Scipion Stirpio per quel, clic mi è riferto, è molto ben informato,
però l'ho fatto Procuratore nostro...».
(7) A.S.P., Autografi
illustri del Comune di Parma, lettera senza data di Scipione Stirpio.
(8) A.S.P., Luoghi Pii,
busta I.S. L'atto, del 10 marzo 1602, fu rogato dal Notaio piacentino Dionisio
Bellinzone.
(9) Sottili E., op. cit.
Vol. III, p. 12.
(10) «...Ego Sdpio
Stirpio Brunellus f. q.n. Ill.mo D. Angeli, origine Buxetanus, longo incolatu
Parmensis et ex privilegio civis Placentinus…..
Annus septuagesimus septimus etatis mee...».
(I1) Seletti E.. op. cit., Vol. tt, p. 44.
(12) Seletti E., up.
cit., Vol. 111, p. 137.
(13) Seletti E.. op.
cit., Vol. III, p. 146. Presso l'A.S.P'. nelle «patenti» (Vol. 6/271) è
conferito mandato ad Angelo Stirpio in data 23 giugno 1599 «per sgravar da
debiti la città di Altamura»
(14) Janelli G. B., «Dizionario Biografico dei Parmigiani illustri». Genova, 1877.
(I5) Pico R., op. cit.,
p. 128.
(16) Ronchini A., «Francesco Paciotti» ne gli Atti e memorie delle RR. Dep.ni..., Vol.
III Modena, 1865, p. 301.
(17) dr. Rocchi E., «Le fonti storiche dell'Architettura militare», Roma, 1908, p. 388.
(18) Rocchi E.. op.
cit., pp. 389-390.
(19) Runchini A., «Genesio Bressani». Alti e memorie delle 12R. Dep.ni..., Vol. IV,
Modena 1866, p. 173. Cfr. anche De Grazia M., «Per una storia del Palazzo della Pilotta», su Parma nell'Arte, 1972,
I, p. 109. Genesio Bressani o Bresciani nativo di Fiorenzuola d'Arda (m. nel
1611) fu valentissimo Ingegnere militare che servi oltre i Farnesi, anche la
Città di Lucca ed i Veneziani. Di lui ha scritto anche Magi S. sui volume «Pagine
storiche di Fiorenzuola d'Arda», Fiorenzuola, 1969, pp. 6573.
(20) Cfr. De Grazia M.,
top. cit.», p. 110.
(21) Notizie e documenti
riportati dal Ronchini A. nello studio cit. sul «Bressani», p. 177.
(22) Casa E., op. cit..
pp. 128-131.
(23) Casa E., op. eh.,
pp. 133134.
(24) Casa E., op. di.,
p. 136.
(25) Ronchini A., «Bressani» op. cit., p. 179 nota (1).
(26) Scarabelli Zunti
E., 177.5 Cit. a nota (2), Vol. IV. p. 309.
(27) Scarahelli 711Tili
E.. ms ci:. a nota (2), Vol. IV, p. 309.
(28) Scarabelli Zunti
E., ms cit. a nota (2), Vol. IV, p. 309.
(29) Ronchini A., «Bressani», up. cit., p. 179 nota (3).
(30) Casa E., op. cit..
p. 141.
(31) Cfr.: Casa E., op.
cit., pp. 159-160 nonché Drei C., «I Farnese., Roma, 1954, p. 182.
B1BLIOGRAFIA
A.S.P.,
Epistolario scelto, autografi illustri, arch. Comune Panna, alle voci « Stirpio
Scipione» e «Smeraldi Smeraldo».
Monte di
Pietà di Busseto, Luoghi Pii, bb. 15 e 16 (anni 1537.1710). De Grazia AL, Per
una storia del palazzo della Pilotla, in « Parma nell'Arte» 1972, I, pp. 109 e
110.
Drei
L'arnese, Roma. 1934, p. 162 e p. 182.
Capelli G.
Architettura e ambiente di Parma, Parma, 1970.
Casa 12.•
La Cittadella di l'arma, in «Atti e memorie della R. Depurazione di Storia
Patria per le Province Parmensi » Serie IV, Vol. III, Parma, 1897.
Gainbara
L., &d'agri AL, De Grazia Al., Palazzi e Casate di Parma, Parma 1971. pag. 620.
!anelli G.
li.. Dizionario biografico dei parmigiani illustri. Genova, 1877, alla voce
Smeraldo Smeraldi »-
Maggi .5.,
Genesi() Bressani da Fiorenzuola architetto militare del 500. In pagine storiche
di Fiorenzuola d'Arda, Fiorenzuola d'Arda 1969, pp. 65.473.
Malaspina
C., Guida di l'arma, Parma, 1869.
•
Massa
Parma: Città e Provincia, Parma. 1913. p. 13.
Mariani V.
e Varanini V., Condottieri italiani in Germania, Milano, 1941 pp. 79-114.
Molossi
1.., Dizionario topogratico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla,
p. 254.
Napoliiano
.4., Cinquant'anni e più di vita bussetana, l'arma, 1972, Capitolo sul • Monte
di Pietà», p. 264.
Pelicelli
N., Parma monumentale, Parma, 1937.
Pico,
Appendice di vari soggetti che o per bontà di vita o per dignità o per dottrina
sono stati in diversi tempi molto celebri et illusici, Parma 1642, p. 128.
Pico k,
Catalogo, ovvero matricola dei dottori dell'una e dell'altra legge del Collegio
di Parma, Parma, 1642, p. 52.
Quintavalle
A. G.. I castelli del Parmense, Parma, 1935, p. 15. Racchi E., I.c fonti
storiche dell'architettura militare, Roma, 1908.
R012Chilli
A., Genesi() Bressani. In « Atli e memorie delle RR. Deputazioni
di Storia
Patria delle Province Modenesi e Parmensi ». Vol. IV, Mo-
dena, 1866,
pp. 171-183.
Ronchini
A.. Francesco Paciotti. In « Atti e memorie delle RIZ. Deputazioni di Storia
Patria delle Province Modenesi e Parmensi ». Vul. III, Mo• dena, 1865, pp.
299-317.
Roncldni
A., Smeraldo Smeraldi. In • Atti e memorie delle RR, Deputazioni di Storia
Patria delle Province Modenesi e Parmensi ». Vol. VI, Modena. 1872. pp. 489-500.
Scarabelli
Unti E., Documenti e memorie di Belle Arti Parmigiane. Vol.
IV
(1551-1660), ms. presso Galleria Nazionale, Parma. pp. 309.1011.
Scaralielli
Unti E. Materiale per una guida di Parma. Vol. 111, p. 216,
ms. presso
Galleria Nazionale. Parma.
Sit ti L,
Parma, Bergamo, 1913, p. 131.
Testi 1...
Parma. Bergamo, 1913, p. 131.
UNA MAESTRA
DI TANTE GENERAZIONI DI BUSSETANI : GIULIA FERRARI
Ogni creatura, penso, quando torna con la memoria alla propria fanciullezza, ha
persone e luoghi che sono saldamente in lei connaturati, perché spesso fattori,
inconsapevoli o meno, della sua personalità in evoluzione.
Tra le prime, oltre che i parenti, nella memoria stanno gli educatori, legati
indissolubilmente ai primi anni di competizioni, di emulazioni, di delusioni e
di soddisfazioni: in una parola, di conquiste.
La mia prima maestra, con la quale rimasi dalla Prima alla Terza, fu la
signorina Giulia Ferrari. Signorina già avanti con gli anni, allorché ebbi la
ventura di scoprire, per mezzo suo, i segreti dell'alfabeto e dell'abbaco.
Forse aveva già varcato la cinquantina da qualche anno. Portava i capelli lisci
e brizzolati, raccolti in una treccia puntata in crocchia sulla sommità del
capo. Gli occhi erano color nocciola chiaro, screziati di puntolini più scuri;
le guance erano pallide e già segnate da qualche ruga profonda.
Qualcuno, malignamente, insinuava che ella avesse il vezzo di bere qualche
bicchierino di liquore, forse per le venuzze che rendevano rosso il suo naso,
sulle alette delle narici.
Ma in classe fu sempre esemplare e composta. Era intelligente e molto capace
professionalmente; era paziente e profondamente buona, religiosissima.
Quando andava a messa in San Bartolomeo, camminava, lievemente claudicante
com'era per non so quale malattia, sotto i portici di sinistra; sempre meno
affollati di quelli di destra e senza bar.
Sapeva farsi amare da tutta la scolaresca. Noi la vedevamo bella e giovane:
senza alcun difetto, come sempre accade, o meglio, come quasi sempre accadeva,
un tempo, tra maestri e scolari ..
Oltre che insegnante di ruolo, dirigeva la biblioteca pubblica parrocchiale,
ospitata in un locale del convento delle Suore Canossiane. La domenica mattina,
la signorina Giulia era a disposizione dei lettori, che spesso chiedevano i suoi
suggerimenti circa le letture da farsi.
Per me, affamata di libri, quella biblioteca divenne un luogo di straordinari
incontri con le opere degli scrittori più o meno noti di quel tempo (ahimé,
ormai lontano!).
Ogni domenica mattina, dopo aver passato in rassegna non so quanti volumi
allineati nei vari scaffali, me ne tornavo a casa con «due prestiti». I1
regolamento non permetteva di averne di più.
Tuttavia, il martedì, la lettura di essi era finita.
Fu allora che la signorina Giulia mi suggerì:
—
Vieni a casa mia a prendere e a restituire
i volumi, anche durante la settimana. Potrai leggere quanto vorrai.
Quante volte salii le scale della sua casa, in via Dordoni? Non saprei dirlo :
innumeri.
Arrivavo su di corsa (abitava al secondo piano) e sostavo nella loggia sospesa
sulle mura, sempre piena di sole e di piante verdi, che ella coltivava con
amore.
—
Vieni, — diceva —
guarda là, sul tavolino, se trovi qualche
cosa che ti possa interessare. Ma sei proprio certa di aver letto tutte le
pagine, senza saltarne nemmeno una?
—
No, no, ho letto tutto.
—
Raccontami la trama; io non la conosco ...
E via che mi buttavo a riassumere la vicenda finché, persuasa della mia
coscienziosa lettura, non mi lasciava andare con tre o quattro libri sotto il
braccio: quelli dovevano bastarmi fino alla domenica successiva.
Cara, buona maestra Ferrari ! Quanta parte hai avuto nel mio destino di lettore
infaticabile, di scrittore, di critico letterario!
Ora voglio rivelarti una cosa che non sapesti mai, da viva.
Il giorno di santa Giulia, per il tuo onomastico, in Terza, facemmo una piccola
festa in tuo onore. Io chiesi di recitare una poesia dedicata a te intitolata
«La mia prima maestra».
Mi ascoltasti commossa, mi lodasti; poi, con una luce di allegria negli occhi,
mi chiedesti chi l'avesse scritta.
— L'ho studiata su un libro che ho a casa.
Non conosco l'autore.
Ebbene, signorina Giulia, l'autore di essa era stato mio padre. Me l'aveva fatta
imparare a memoria, ma mi aveva anche raccomandato perentoriamente: —
Non dirlo a nessuno che l'ho scritta io.
Chissà com'era? Non ricordo una parola di essa. Certo non era ortodossa dal
punto di vista sintattico, ma traboccava di riconoscente affetto.
Ancor oggi ti ricordo così, con riconoscente affetto, maestra dei miei primi
anni di scuola, dei miei anni felici, cara Giulia Ferrari.
Bruno Paltrinieri (Bruna Pederzani)
COME
GUARESCHI CI RIDIMENSIONO'
«Mea culpa» di due figuri partiti
presuntuosi e tornati «guareschiani»
Una bandiera a portata d'anima
L'avevamo presentito; mai prese lezioni di chiaroveggenza, mai posseduta una
sfera di cristallo, eppure lo sapevamo Mauro Zardi ed. io: Guareschi stava
morendo. E lo sapevamo già dall'inizio di quel '68.
C'era qualcosa in lui, nel suo ultimo modo di scrivere, in quel suo raccogliersi
in slanci improvvisi che poi lasciavano posto ad un ricordare quasi convulso,
che finiva per trovare rifugio ancora una volta nel semplice, nell'essenziale di
un momento accanto ai nipotini, di una favola inventata sulla falsariga della
vita che gli sfuggiva ormai di fianco inarrestabile. E quel suo ritorno
malinconico ma ancora vibrante ai campi di prigionia della sua resistenza bianca
in Polonia o in Germania in un quasi monotono «sono
ancora là, io non sono tornato tutto e del tutto».
Così non fu una sorpresa quel 22 luglio del '68 quando i giornali aperti
distrattamente al mattino ci dissero che lui non era più, che era morto
inginocchiato all'alba nella sua villetta di Cervia. Ma fu il dolore.
Già allora Guareschi ci apparteneva, era qualcosa di nostro che avremmo voluto
trattenere, fare in tempo a capire. E quel suo sangue, martoriato da uno spirito
che faceva a pugni da decenni con i più elementari principi di
autoconservazione, era bollente come poteva esserlo il nostro, che non era
ancora provato, non ancora sangue vero, ma pur sempre sangue della Bassa.
Uno che ha sangue della Bassa non può avere il cervello normale. Può fare finta
d'averlo in certi momenti di eccezionale autocontrollo, ma alla fine si scopre,
specialmente se mette il naso in altre zone. Di questa «anormalità», che è
difficile definire come pregio o come difetto, c'è un'infinità di gradazioni che
si esaltano attraverso i diversi tipi di intelligenza e di cultura, ma che alla
fine sono pur sempre figlie di questo sangue spesso che si diluisce a bicchieri
di Lambrusco, che circola veloce al cervello sotto il sole sputafuoco delle
estati e rallenta quando ti si rovesciano addosso panettoni di nebbia o ti cade
un «sedere» di neve dal cielo.
Così, meditammo Mauro ed io, in ogni Bassaiolo c'è un Guareschi e quindi anche
in noi. «E Guareschi è voce di coscienza,
è febbre di scalmane contro mulini a vento, è senso democratico proprio perché
crede in tutto e in niente, perché possiede la medaglia giusta, con le due
facce, quella del buono, quella del cattivo, e sa tenerla in bilico cercando la
giustizia», concludemmo un giorno di fronte ad un piatto di cotiche e
fagioli e da quel giorno non la perdonammo al destino e a chi l'ha fatto in modo
che ci portasse via quella parte di noi prima che potessimo capirla.
Allora qual'era il punto? Scrivere come lui ci dicemmo e, siccome per la teoria
nostra in ogni bassaiolo c'è un Guareschi, anche in noi doveva esserci
«necessariamente» allo stato potenziale la sua penna, o meglio la sua macchina
da scrivere. In poche parole non avevamo capito niente. Fu l'inizio della più
grottesca vicenda della nostra vita e della più bella avventura che mai ci sia
capitato di vivere. Perché, se è vero che noi due abbiamo scritto la più nefanda
biografia di grande uomo che esista e sia mai esistita, è altresì vero che noi
siamo coloro che hanno vissuto sessant'anni accanto a Guareschi e che hanno
fatto il più lungo viaggio dentro di lui dopo i suoi familiari e i pochi
veramente amicissimi e intimi fedeli della sua esistenza. Perché l'abbiamo
cercato ovunque da quando è nato a quando è morto per due lunghi anni. E ancora
lo cerchiamo.
In viaggio con lui
Siamo stati a Marore, siamo stati a Fontanelle, a Roncole, a Busseto, a Parma.
Chi non è stato in tutti questi posti? ci si chiederà con un sogghigno . Già, ma
chi c'è stato in tutti questi posti con Guareschi? Per saperlo occorre stendere
le mani e contare: la moglie, il fratello, i figli, i nipoti, gli amici della
sua età. Poi noi: sembra buffo, ma subito dopo ci siamo noi, Mauro ed io che in
due, quando siamo partiti, (e Giovannino già non c'era più) non arrivavamo a
fare i suoi sessant'anni.
Poi siamo stati con lui a Milano, a Treviso, a Bergamo, a Catania, in Francia. E
lui era già morto, ci dicevano, ma erano balle a cui non si deve prestare fede
perché proprio lui l'aveva scritto : «alla
Bassa non si muore perché i vivi e i morti continuano a raccontare e a
discutere. Nella Bassa discuti da vivo e continui a discutere per bocca dei vivi
anche quando sei morto».
Noi, lo confessiamo perché ciò ci sia di imperituro biasimo, lo diciamo
arrossendo di vergogna ma con la fierezza di dire alfine la verità, volevamo
diventare dei «Guareschi». Più che volerlo probabilmente eravamo convinti già di
esserlo e infatti solevamo dire, buttandola lì, che «stavamo
scrivendo la vita di Giovannino come lui stesso l'avrebbe scritta».
Invece è successo che l'abbiamo scritta esattamente come lui non l'avrebbe mai
scritta e cioè male, malissimo, una cosa che fa pena e orrore, un insieme di 46
racconti che da due anni giacciono in fondo ad un cassetto e che di lì ne
verranno fuori soltanto quando in punto di morte dovremo dire «ebbene
sì, anche noi abbiamo orribilmente peccato!».
Spiegare quanto orripilante sia stilisticamente la stesura della vita di
Giovannino e quanta retorica marcia di paradossi siamo riusciti ad infilarvi
dentro con una generosità che meriterebbe ben altra meta, è cosa che va al di là
del piccolo vocabolario che conosciamo. Tuttavia una cosa è certa: noi adesso
siamo diversi. Non tanto perché si scriva meglio di un grammo, ma perché abbiamo
capito che attraverso ignobili passaggi siamo tuttavia giunti là dove Giovannino
doveva, e, forse, voleva condurci. Non siamo dei «Guareschi», né lo saremo mai,
però siamo «guareschiani».
O almeno possiamo diventarlo. Perché lo abbiamo alfine capito, camminando con
lui dalla nebbia di Fontanelle a quella di Bergamo, scorazzando da incoscienti
dal sole siciliano a quello francese, che il miracolo è accaduto : due che eran
partiti, in piena demenza, con Giovannino, sono ritornati alla base se non
intelligenti perlomeno onesti : onesti «ladri» voglio dire, che se non gli
abbiamo rubato lo stile, se non abbiamo saputo creare i suoi personaggi,
perlomeno siamo riusciti a prendergli il motivo per cui scriveva come scriveva,
viveva come viveva, soffriva come soffriva.
Il coraggio
Giovannino: un grande coraggio spirituale ed un grande coraggio fisico.
Istintivo, generoso, profondo il primo, incosciente, non meno generoso, pazzo,
il secondo. Coraggio spirituale: capire prima ciò che gli altri capiscono dopo,
saper vedere il mondo che viaggia di rinculo, il progresso e la civiltà che si
incontrano ad un certo punto in questo nostro secolo, il più sanguincso della
storia umana, il più crudele, il più invoevolutivo.
Si incontrano il progresso e la civiltà, si dicono buonasera e si allontanano in
direzioni opposte, non fanno la strada insieme. Le macchine che servivano per la
vita hanno sparso la morte, il ricco ha continuato a sovrastare il povero e lo
tiene buono con le caramelle cattive dei partiti. Giovannino lo sapeva e non ci
dormiva sopra la notte e il bicarbonato che ingoiava a etti gli bastava lo
spazio di una pagina dattiloscritta perché, a guardarci bene, non esiste una
sola sua pagina, di quelle che hanno fatto ridere a crepapelle le «signore a
pera» di Milano e gli esquimesi negli igloo, in cui non ci sia sotto il dolore.
Il dolore che rode il fegato, pugnala la coscienza che poi si rifà sullo stomaco
e lo ulcera, il dolore che ti gonfia il cuore e lo fa diventare grosso come
quello di un vitello (furono sue parole prima di morire) e ti rovescia in
ginocchio alle sei del mattino davanti al tuo letto.
Coraggio spirituale: quanto in Giovannino. «Ha
fatto più lui da solo nei lager che noi tutti e sessantaquattro cappellani per
lo spirito di chi viveva come lui prigioniero, affannato, vinto, torturato
laggiù» ci ha detto un prete. Coraggio spirituale: soffrire più degli altri,
capire più degli altri, non trovare spazio per un momento di quiete (mentre gli
altri dormono negli stadi, al cinema, davanti al televisore, al volante della
500 lusso anima della loro vita) e non scoraggiarsi, continuare ad andare
avanti, volere tentare di segnare una pista per chi verrà dopo o ti cammina
insieme svagato e non pensa.
Coraggio fisico: ostinato, caparbio, tenace coraggio fisico di Giovannino. Una
spericolatezza domestica la sua. Partì per i lager che era 86 chili, tornò che
ne era poco più di 40. Gli ultimi giorni a Wietzendorf rimase sdraiato sul
letto, immobile, si girava su un fianco soltanto per orinare in uno scatolino
perché ormai una sola caloria in meno l'avrebbe freddato. «Lei, signor Guareschi» gli dicevano i gerarchi nazisti e fascisti
che venivano a visitare i campi di prigionia in cerca di traditori «lei
signor Guareschi (perché era ancora il signor Guareschi anche là)
può venire via da questo inferno. Guardi,
non le proponiamo neppure di finire nella Repubblica di Salò, la mandiamo a
Milano e le facciamo dirigere un giornale. Una firma qu. e via : abiti caldi,
presto a casa dalla moglie, da Alberto, dalla Carlotta che non ha ancora visto.
Libero».
La «firmetta» non la fece mai e non l'avrebbe fatta neppure se la guerra fosse
durata un secolo. «Sparare nella pancia
pallottole ai miei fratelli italiani no, sparare nella loro testa fandonie
neppure. Resto qui» concludeva non tranquillo, con il suo stomaco che urlava
ulcere, con il suo cuore che piangeva malinconie grandi e grigie come il cielo
germanico.
Coraggio fisico. Nel '48 cambiava albergo tutte le sere, i rossi (allora erano
ancora meno addomesticati di adesso) erano stati messi alle corde da un solo
uomo e quell'uomo era lui (lo scrisse Life e un centinaio di giornali
stranieri). Giovannino sentiva il fiato dell'odio della lotta di classe su di
lui, ma continuava la battaglia, correva a testa bassa ad ogni capoverso contro
la «finta democrazia dei finti democratici», ribadiva punto per punto politiche
sporche, antiatisociali, violente, da qualunque parte provenissero.
Coraggio fisico: davanti a settemila e rotti comunisti, da solo, a Reggio
Emilia, affrontarli in pubblico dibattito, affascinarne i ragionevoli, aggredire
sul filo di una logica costruttiva e inconfutabile i violenti. Uscirne con una
paura maledetta addosso, ma passare tra di loro a testa alta, serenamente. E poi
nel '53 affrontare il primo processo e nel '54 il secondo. Una birichinata per
il primo, una birichinata fatta sorridendo con Manzoni, ma con sotto la solita
verità e il solito dolore per ciò che è corrotto o non sociale.
E il carcere. Immeritato dai dati che io e Mauro abbiamo raccolto, rifilatogli
per tappargli la bocca. Ma c'era l'antidoto, glielo porse chi lo accusò: «chiudi
la ciabatta e resta libero, oppure la chiuderai perché ti spediamo dentro».
La sacca da lager sulle spalle e via dentro. La bocca la chiuse perché gliela
chiusero. E dentro: il regolamento carcerario 1888 applicato alla lettera,
l'isolamento totale, la carta contata per scrivere, ma solo dopo sei mesi, il
padre confessore che dialogava con lui in presenza di una guardia. Coraggio
fisico: uscì terrorizzato, si rifugiò ad Assisi, sapeva che la ruota aveva
continuato a girare, mentre lui era in galera, ed aveva macinato altre terribili
speculazioni, aveva creato altri presupposti per le politiche dei clientelismi.
Ebbe il coraggio di ritornare a combattere ed era stanco, malato, quasi finito.
Unì lo spirito e il corpo negli ultimi dodici anni della sua vita, unì due
coraggi e si distrusse, consapevole, definitivamente.
Lettere di De Gasperi : un errore di Giovannino? Luì così scrupoloso, lui che da
sempre aveva annotato tutto, anche le cose più piccole, più insignificanti,
lasciarsi trascinare senza senso in un errore così macroscopico? Definirono il
suo processo «la farsa del secolo». Ma il risultato fu assai più grave di una
farsa: furono vent'anni di vita in meno per Giovannino.
C'è una bandiera
E le prove ci sono ancora. Le prove ci sono che Giovannino il carcere se lo è
fatto innocente. E coloro che lo tradirono ci sono ancora in parte. Gli amici
finti, i finti moralisti, i finti partigiani, sono ancora lì, lui no.. Vogliamo
dire che lui non c'è più fisicamente. Ma che, spingi e spingi, siano riusciti a
farlo tacere dopo averlo sepolto in fretta, questo non ci sentiamo di dirlo.
Perché basta un attimo di disattenzione di chi lo spinge sotto, premendogli le
spalle, e lui ti torna a galla e, quando si tiene qualcosa sott'acqua, è facile
finché questo qualcosa resta
immerso, ma se viene su, chi lo spinge più verso il fondo? E Giovannino torna
su: lo troviamo nei nostri dolori lo scopriamo in un sorriso triste, lo
scorgiamo di sorpresa nell'acqua del grande fiume quando passa borbottando e
cerca di fare capire alla gente cose che la gente (noi per primi) fatica a
capire e che lui coglieva e trasmetteva con facilità, con la sola preoccupazione
che servisse sempre a qualcosa. Lo si ritrova nelle famiglie, negli istinti e
nei ragionamenti di chi vive cose che lui narrava come favole e che erano
realtà, lo si sorprende accanto a un ramo carico di neve, l'inverno, e ti parla
del Natale, Io si vede spuntare su un argine, i baffi più gonfi per la nebbia
umida, gli occhi più rotondi ancora. Di lui non parlano molto i giornali, i
corsivisti, la televisione (quella poi è muta), i critici. Ma parla la gente. E
allora? Lui è la gente ed è nella gente.
E in quel cassetto ove, perlomeno consci della loro scandalosa riuscita, dormono
per sempre 46 capitoli di un libro sbagliato, Giovannino non c'è. Lì ci siamo
noi, due Guareschi falliti, due copie false come un ventino bucato, due ignobili
scrittorucoli di infimo ordine (se qualcuno ha altri insulti faccia pure e ci
dia una mano nel definirci), però decisamente, duramente, coscientemente,
guareschiani.
Perché il ragionamento era proprio questo che andava fatto fino dal principio,
fino da quando abbiamo compreso che avevamo bisogno di lui. In qualche posto
Giovannino ha lasciato infissa la sua bandiera prima di andarsene: ora si tratta
di trovarla e portarla avanti ancora un po', magari poco, da semplici bassaioli,
ma avanti. Se no, perché mai l'avrebbe portata avanti lui e perché mai ci si
sente da anni questa voglia di trovarla?
E il buffo sarebbe accorgersi che, dopo averla cercata a destra e a sinistra
facendo i «Guareschi», ci si accorgesse che ormai è dentro di noi, a portata
d'anima.
Beppe Gualazzini
ANCORA
SULLE ANTICHE PITTURE DI BUSSETO : LUCA GIORDANO E IGNAZIO STERN INEDITI
Ritorniamo quest'anno allo studio dei dipinti bussetani presentando alcuni
importanti inediti sei-settecenteschi.
La pala raffigurante «S. Pietro d'Alcantara che confessa S. Teresa d'Avila» (1),
posta all'altare della sagrestia di S Bartolomeo, è con sicurezza ascrivibile al
popolare Luca Giordano (Polignano a Mare 1634 - Napoli 1705). Così ne dice il
Vitali : «Venne questo quadro da Roma e
dal proposto Pietro Antonio de' Conti Casoni di Sarzana morto nel 1716 fu donato
alla Sagrestia suddetta» (2). Già dal tempo del Balestra, come oggi, il
dipinto giaceva negletto e incompreso. Continua lo storico : «Ignoto
si è pure l'autore di quello che è posto all'altare della Sagrestia di S.
Bartolomeo e mi ricordo però avermi alcuna volta detto il mentovato Balestra che
quest'opera quantunque bella non doveva essere originale», anche se «dipinta
in una maniera grande e pura». Quanto fallaci fossero i giudizi critici del
sacerdote-pittore già lo vedemmo nel precedente studio.
Il dubbio sostanzialmente neggativo del Balestra venne accolto dal Soletti, che
mal interpretando le testimonianze arrivò a dire: «avvi pure un altare con una buona copia del quadro del Cangiasi detto
Lucca, che si trova a Roma», ponendo arbitrariamente anche la data di
donazione dell’opera alla morte del Casoni (3). A rivelare l’assurdità di questa
affermazione basti la confusione che già il Seletti combina sul nome dell’autore
del presunto prototipo “Cangiasi detto Lucca”, che poi altri sarebbe se non il
manierista genovese Luca Cambiaso detto il Lucchetto (Moneglia 1527 – Madrid
1585); questo inventato quadro mai avrebbe avuto ragione di esistere sia per
evidenti ragioni stilistiche, che cronologiche: si pensi, ad esempio, che S.
Pietro d'Alcantara venne canonizzato solo nel 1669.
Il Pelicelli ricalcò l'errore del Seletti (4), mentre il Santangelo, pur con un
punto interrogativo, attribuì la tela addirittura a Francesco Superti (5), per
le somiglianze che secondo lui intercorrevano con la pala da me restituita al
Procaccini, da esso pure creduta del Superti.
La nostra attribuzione a Luca Giordano trova conferma puntuale nello stile del
quadro e nell'esame comparativo di numerosi particolari che sovente ricorrono
nei dipinti del maestro napoletano. La composizione delle due figure di Santi
che si curvano come ad arco gotico è la stessa del «S. Agostino e S. Monica» nel
Monastero della Encarnaciòn a Madrid, del «S. Filippo Neri e S. Carlo Borromeo
in preghiera» e del «S. Carlo che bacia la mano a S. Filippo» nella chiesa dei
Gerolamini a Napoli. La figura maschile, strutturata in diagonale, con la gamba
destra di prospetto, si ritrova nel «S. Pietro d'Alcantara in estasi» della
Pinacoteca di Bari e nel «S. Antonio che predica ai pesci» della chiesa del Gesù
delle Monache a Napoli (6).
Il volto reclinato della nostra Santa Teresa possiede la tipica fisionomia delle
bellezze giordaneschc, mollemente venuste, con gli occhi dalle palpebre
leggermente ombreggiate: valga per tutte il confronto con l'«Annunciata» della
collezione Molinari Pradelli a Bologna, in cui ritroviamo in speculare anche
l'inclinazione del busto c la disposizione delle mani morbide e delicate che
similmente sondano Io spazio in tante pitture giordaneschc. Anche la pedana in
primo piano e il soprastante sedile ritornano identici nella « Sacra Famiglia
con S. Antonio da Padova» nella Pinacoteca di Brera a Milano, nel «Marte e
Venere» delle Gallerie di Capodimonte a Napoli e in altre opere (7).
Luca Giordano, eclettico e laboriosissimo artista che portò il barocco
napoletano a raggiungimenti degni di competere con quello romano, nel nostro
dipinto rinuncia ad ogni accento piacevole o frivolo per impastare sulla tela
una materia coloristicamente povera ma modellata con rilievo e vigoria e giocata
su toni bruni e bianchi come in un grande monocromato. Anche la stringata
composizione aderisce in pieno al carattere religioso estremamente coerente dei
due Santi, diventandone ascetica esaltazione. Stupenda è la figura di S. Teresa
inginocchiata che viene investita dalla luce piovente dall'alto come l'inquieto
gesto che fa baluginare di riflessi argentei il manto bianco. Un effetto
prospettico efficacissimo viene creato dalla mano tremula che trapassando il
raggio divino si impregna di luce. Per il S. Pietro d'Alcantara il Giordano
riattinge alla fonte realistica dello spagnolo Ribera, di cui fu allievo a
Napoli fino al 1650 c. L'allampanata figura del Santo dagli occhi infossati e la
pelle rugosa, trova puntuali riferimenti col giordanesco «Filosofo» del Museo
Nazionale di Belle Arti di Buenos Aires (8) del pari riberesco: in entrambi la
deformazione espressiva diventa Carattere altamente naturalistico. Le
suggestioni del maestro spagnolo, del resto, affiorano spesse volte
prepotentemente nella pittura di Luca prima della sua partenza per la Spagna nel
1692 dove nei grandi affreschi che vi esegue trova invece una vena
fragrantemente chiarista. Infatti l'evoluzione stilistica del Giordano avviene
in modo poco lineare, sia per il suo temperamento eclettico che gli faceva
sperimentare tecniche ad imitazione di antichi maestri, che per l'infaticabile
capacità di esecuzione. Tipici sono i suoi dipinti «alla maniera di», nei quali,
a volte con veri e propri intenti contraffatori, dipinge con gli stili di
Tiziano, del Veronese o del Ribera. Le doti mnemoniche dell'artista erano
altresì eccezionali, per cui assimilava disinvoltamente dal Lanfranco, da Mattia
Preti, da Rubens, da Pietro da Cortona: ne scaturiva ugualmente una pittura
personalissima e coerente, forse troppo densa di opere e senza grande
concettualità, ma straordinariamente piacevole e sempre di buon livello. «E'
la sua pittura, il - Miracolo tecnico - del Seicento Napoletano: da valutare,
più che nelle singole opere, nella continuità e nella massa della sua produzione
d'immagini» (G.C. Argan).
Venendo alla datazione del nostro dipinto, faccio notare come sia difficile e
complesso situarlo cronologicamente non soccorrendoci a questo scopo né lo
stile, perché sono innumerevoli i ripensamenti e i ritorni formali nel percorso
del Giordano, né i documenti, riducendosi tutte le testimonianze a quella del
Vitali. E' probabile che l'opera sia stata ordinata da Pietro Antonio Casoni,
forse tramite il fratello cardinale Alessandro, direttamente all'artista, che
proprio nel 1680, anno d'ingresso del Casoni nella parrocchia bussetana, era a
Roma, da dove si recò a Firenze per affrescare la cupola della cappella Corsini
nella chiesa del Carmine. Se è logico pensare che il Casoni donasse il
prestigioso dipinto alla sagrestia di S. Bartolomeo per ingraziarsi i nuovi
parrocchiani, non è però da scartare l'ipotesi che la tela venisse acquistata
nell'Urbe in epoca successiva da mercanti d'arte, che molte volte trafficarono
quadri del napoletano.
Relativamente indicativa alla seconda ipotesi è la data 1702 marchiata a fuoco,
insieme alle lettere A M (9), sulla bella cornice che ora racchiude la tela;
certamente stampigliata dallo artigiano che la eseguì siglando così il proprio
lavoro. Relatività dovuta al dubbio che il dipinto venisse dotato della cornice
in un secondo tempo. Comunque porrei l'opera bussetana fra gli ultimi due
decenni del Seicento.
Ulteriori elementi critici potrebbero forse venirci dall'esame del «S. Pietro
d'Alcantara che confessa S. Teresa» e dal «San Pietro d'Alcantara che appare a
S. Teresa» nella chiesa di Santa Teresa a Chiaia a Napoli; schedati dal Ferrari
e Scavizzi (10), che però per la loro cattiva conservazione non ne diedero la
riproduzione fotografica.
L'opera bussetana non è certamente un capolavoro e si inserisce nella normale
produzione di Luca Giordano, ma la consideriamo ugualmente importante per
l'ascetico carattere controriformistico che la caratterizza; essa riveste pure
particolare importanza per l'unicità topografica che rappresenta nella nostra
provincia. E' da notare la presenza nella sagrestia del Duomo di Fidenza del
«Martirio di S. Andrea» di un allievo del Giordano: Gerolamo Cenatempo, la cui
ubicazione in zona è forse da far risalire a circostanze analoghe a quelle della
tela del maestro (11).
Ancora a Roma ci riconducono le quattro opere di Ignazio Stern (Mariahilf Dioz
Passavia 1680 c. - Roma 1748) che pubblichiamo per la prima volta con la
corretta attribuzione, una sola era nota ma non riprodotta. L'«Immacolata»
conservata in un corridoio del convento di S. Maria degli Angeli a Busseto (12),
venne pubblicata come opera di Galeazzo Rivelli detto «della Barba» da T.
Lombardi che la disse commissionata da P. Giovanni Antonio Majavacca nel 1538
(13). Da dove possa essere stata dedotta questa inconcepibile attribuzione resta
un mistero; basti dire che il Lombardi si avvicina alla realtà sbagliando di
soli duecento anni. L'appartenenza della tela alla mano dello Stern è
inequivocabile: lo sbattere del velo sollevato a mezz'aria ritorna nell'«Apollo
e Marsia», firmato, del Museo Civico di Piacenza, così come la struttura dei
panni e i colori diafani e leggeri torna anche nell'«Annunciazione» in S. Maria
di Campagna, sempre a Piacenza, dove ritroviamo pure il dolce viso della Madonna
con la piccola bocca rotonda semiaperta e la disposizione in diagonale della
gamba e soprattutto la mano che si appunta al petto, la quale ritorna quasi come
una sigla nella pala firmata di Paradigna e nell'«Assunta e Santi» di Zibello.
Quest'ultima opera (14), anch'essa finora incompresa, venne nel 1934 schedata da
A. Santangelo come di Clemente Ruta (15): a rivelarne l'autore basti il
confronto con il dipinto di Paradigna, in cui panneggi, colori, atteggiamenti e
particolari sono assolutamente identici.
Per la migliore comprensione delle opere e del loro autore situiamone
storicamente ora la figura, ponendo in particolare evidenza i dipinti esistenti
nel parmense e nel piacentino, rifacendoci principalmente alla voce di Thieme -
Becker (16); essendo tuttora la figura di Ignazio Stern ancora da scoprire e
rivalutare criticamente.
Nato intorno al 1680 (17) a Mariahilf (Passavia) in Baviera, ebbe una prima
formazione a Ingolstadt. Non molte attrattive poteva fornire al pittore
l'ambiente artistico tedesco della seconda metà del Seicento, essendo questo un
periodo di aspettativa non rinfrancato da personalità rilevanti. L'assimilazione
del nuovo stile barocco stava avvenendo negli ultimi decenni del secolo
esclusivamente grazie ad apporti stilistici esterni, in speciale modo italiani.
Le nuove chiese che Gesuiti, Teatini, Benedettini costruivano con manovalanza
italiana in Austria c Germania, sono i veicoli di diffusione della nuova
ricchezza ornamentale. Particolarmente importante per la formazione del barocco
tedesco diventa l'architetto stuccatore Giovan Battista Carlone, che già dal
1662 è a Passavia (vi morì nel 1708), con il fratello Bartolomeo e con Paolo de
Allio, alle dipendenze dell'architetto Carlo Lurago che curava la ricostruzione
del Duomo distrutto da un incendio; al cantiere partecipavano pure i pittori
Carpoforo Tencalla e Giovanni Splendore. Questo fervente focolaio di cultura
dovette fortemente attrarre lo Stern fin dai primi anni, fattostà che
nell'ultimo decennio del Seicento si trasferisce a Bologna, alla scuola di Carlo
Cignani rinnovando così la tendenza emigratoria verso il nostro paese di pittori
tedeschi come J. Heinrich Sch5nfeld e Joachim Sandrart, a varie riprese in
Italia, o Salomon Adler, morto in Lombardia, e J. Carl Loth, naturalizzatosi
veneto. L’ambiente bolognese carico di dotta cultura classicista derivata da
personalità artistiche passate come quelle dei Carracci, di Guido Reni, del
Guercino, segnò indelebilmente il temperamento di Ignazio, che qui
programmaticamente mette a punto la sua arte, che presenta anche, come vedremo,
notevoli punti di tangenza con la pittura del Gessi, del Burrini e del
Franceschini. Intorno al 1700 l'artista arriva a Roma: l'inserimento nel
cosmopolita mondo pittorico locale dovette avvenire agevolmente se egli vi
rimase fino alla morte; il trapianto avvenne forse con l'aiuto del pittore
connazionale, Jhoann Zupezky, che proprio nel 1700 apriva bottega a Roma. La
città all'inizio del nuovo secolo non mantiene più il primato culturale detenuto
nel Seicento, mancano grosse personalità artistiche locali e l'immigrazione dei
più svariati talenti è all'ordine del giorno : ne scaturisce così una multiforme
e confusionata dialettica.
Carlo Maratta continua ad accentrare su di sé l'attenzione con il suo
accademismo, divulgato dal Luti e dal Chiari, contrastato dal venetismo di
Francesco Trevisani, nel quale si amalgamano i giordaneschi Giaquinto e Solimena.
La vita del bavarese si svolge così durante il pontificato di Clemente XI Albani
e
di Clemente XII Corsini: nel 1702 si sposa e nel nove gli nasce Ludovico.
Nel 1712-14 ospita il pittore Johan Conrad Eichler e nel '17 nasce la figlia
Veronica, che diventerà come il fratello pittrice. Scarsi sono i riferimenti
cronologici dell'operare romano di Ignazio, suoi affreschi sono in S. Paolino
alla Regola e in S. Giovanni in Laterano, quadri in S. Maria in Campo Santo, S.
Prassede, S. Maria del Pascolo. La mancanza di una documentazione più ampia è
dovuta alla sfortuna che solitamente il pittore incontra presso la critica
moderna: è il caso del Poglayen-Neuwall che, spostando la sua attenzione su
Ludovico e Veronica, etichetta la pittura del padre come «insignificante» (18).
Così il nostro non figurò minimamente alla grande mostra del Settecento romano,
se non come genitore di Ludovico (19).
Come sia ingiusto questo atteggiamento critico lo testimoniano i dipinti
emiliani dello Stern: la prima data che incontriamo è quella vergata sul dipinto
di Paradigna raffigurante l'«Immacolata e Angeli con S. Brunone S. Tommaso
d'Aquino e il monaco donatore» (20) JGNAZIUS STERN INV ET PINXIT 1723, tela ora
conservata in S. Andrea Apostolo, ma proveniente dalla sopressa Badia
Cistercense di S. Martino. Dopo ventitrè anni di permanenza romana l'artista non
dimentica le esperienze giovanili di Bologna, egli distilla dal Maratta e dal
Benefial quello che di ammirazione c'è per Dornenichino e Reni, per perseguire
la sua idillica e personale visione dlassicheggiante. Del resto
l'imprescindibile componente bolognese del quadro ha fatto pensare al Santangelo
e alla Ghidiglia Quintavalle ad una esecuzione precedente alla sua andata a Roma
(21). La folta composizione è eccellentemente equilibrata dal rapporto sferico
delle figure imperniato sulla mezza luna ai piedi della Vergine, mentre il mosso
e fluttuante racconto si arricchisce in secondo piano a sinistra con l'angelo
che scaglia fulmini ad Eva che porge ad Adamo il frutto. Una ovattata atmosfera
nasce dall'eccezionale gamma cromatica registrata sui toni morbidi e diafani dei
grigi e dei neri, da cui appena si distaccano il gialletto dell'angelo che
sostiene la Vergine e le vesti rosa e azzurre di questa. I colori quasi di
pastello sono una peculiarità che noteremo anche nelle altre opere e ci
attestano il carattere fondamentalmente nordico dell'autore. Egli scandisce
volumetricamente gli sfaccettati panneggi e i profili precisi con una tecnica
che liscia e accarezza le forme diluendole in dolcissime penombre.
A questa significativa tela si connette il «Ritratto di monaco» proveniente dal
lascito Ponzone alla Pinacoteca di Cremona, dove ora si conserva erroneamente
assegnato a Domenico Pedrini per il bolognesismo che vi traspare (22). Il
ritratto è giocato sui grigi e i neri con dolci trapassi atmosferici tipici
dello Stern, e riproduce esattamente il viso del monaco presentato alla Vergine
da S. Tommaso d'Aquino nel quadro di Paradigna: i corti capelli, le pesanti
palpebre abbassate, il grosso naso, l'identità è perfetta. Ma come dobbiamo
considerare la teletta, studio preparatorio o replica parziale? Alcune
congiutture nascono spontanee: potrebbe lo Stern aver ritratto il giovane
personaggio durante un suo viaggio in Emilia, e, dopo aver avuta l'ordinazione
della pala, compirne a Roma l’immagine inserendola nel dipinto, per poi spedire
opera e modello a Parma; così come l'artista potrebbe aver avuto modo di
effigiare il giovane, forse priore della Certosa o nobile e ricco confratello,
durante una visita di questi a Roma per commissionargli il dipinto, sempre per
poi consegnare ambedue in un secondo tempo. Queste e altre ipotesi purtroppo
potranno essere chiarite solamente da documentazioni ora mancanti; comunque è
ovvio affermare che all'operetta cremonese compete la data 1723.
Nel '24 lo Stern esegue l'«Annunciazione» di S. Maria di Campagna a Piacenza
proveniente dalla chiesa di S. Maria Annunciata (23). E' questo il dipinto
solitamente più considerato dai lessici storico-artistici. Il suo bozzetto come
ci informa F. Arisi, era in vendita a Bergamo prima del 1960 (24). Il pittore
compone quest'opera snodando le figure in un'enorme zeta e riempendo la
superficie con una miriade di angioletti, se ne contano quattordici, che
invadono la stanza recandovi scompiglio. Alcuni in alto si affaccendano con le
tende, altri scherzano con le vesti del gioviale angelo annunciante, rubandogli
pure il giglio, mentre altri putti spargono da un canestro rose ai piedi di
Maria ed altri ancora sfogliano il libro da Lei abbandonato. L'evento perde così
ogni intimistico rapporto per diventare una gioiosa festa al limite dell'anedottica.
I panneggi sono più filiformi e strizzati in contrasto con le nubi aeree, tra le
quali si infiltra il raggio divino che crea luminosi bagliori e teneri anfratti
d'ombra.
Vicino all'«Annunciazione» piacentina porrei il «Pio V in preghiera per la
battaglia di Lepanto» del quale ho ritrovato la riproduzione su un vecchio
catalogo di vendita antiquaria, con l'errata attribuzione a Federico Barocci
(25); ne ignorò l'attuale esistenza e ubicazione. Il Papa vi è inginocchiato a
mani giunte in primo piano davanti ad un libro e al Crocifisso, nell'angolo a
sinistra sono abbandonati gli attributi pontificali; in alto, dalle nubi
squarciate, scende nella stanza un giovane Angelo armato di sciabola che si
appresta ad uscire attraverso l'apertura sul fondo verso le navi che si
intravedono in combattimento, sulle quali vari puttini scagliano fulmini. Il
morbido modellato del dipinto, la composizione zigzagata, la sfaccettatura dei
panneggi, gli sgambettanti angioletti e la stessa pedana e balaustra, che
ritornano identiche anche dietro l'«Annunciata» piacentina, attestano l'autore e
l'epoca del quadro.
Al 1725 daterei le due tele di Busseto e Zibello. Lo Stern dipinge
l'inevitabilmente oleografico tema dell'«Immacolata» con aggraziata fantasia,
raffigurandola al centro di un tumultuoso cumulo di nubi, sbattute da un gran
vento che le sconvolge le vesti, mentre le mani delicate trattengono il velo che
si perde in lontananza e il manto blu si aggroviglia in voluminosi ghirigori. Il
classicismo marattesco, si veda I'«Immacolata» in San Isidoro a Roma, e
l'ascendente bolognese, analogo tema del Burrini a Monghidoro, vi si stemperano
in una capricciosa sintassi, che con la delicata gamma pittorica crea una
deliziosa immagine tipicamente barocca.
La grande tela di Zibello proviene dal soppresso convento dei Domenicani e
rappresenta una vera e propria apoteosi dello Ordine: la Madonna Assunta al
centro ha alla sua sinistra Santa Caterina d'Alessandria e S. Maria Maddalena a
destra in posizione preminente a S. Domenico, alle cui spalle si intravedono S.
Pietro Martire e un Santo con ostensorio; un gradino più in giù S. Vincenzo
Ferreri accoppiato con S. Tommaso d'Aquino, poi S. Alberto Magno e S. Pio V con
un altro Santo che regge due chiavi; concludono la sfilata S. Rosa e S. Caterina
da Siena. Il magnifico dipinto mi sembra possa ambire ad essere considerato la
migliore delle opere emiliane dello Stern: non avrà l'intimità di quello di
Paradigna, sarà magniloquente ed appariscente, ma l'artista vi sfodera tutte le
sue risorse compositive e coloristiche con un ottimo risultato. Egli snoda le
sacre figure sulle nubi in una composizione a cerchio che ruota come in un moto
perpetuo: così la Santa Caterina d'Alessandria si connette alla Santa senese in
virtù del nome comune. Le forme diafane sono allo stesso tempo plastiche e
corpose ed evaporano nella sinfonia dei toni bianchi e neri delle tonache che si
armonizzano con i verdini e le ocre delle due Sante in alto e con il rosa e
l'azzurro della Vergine. Come note squillanti vengono a distin; guersi
nell'accordo generale la mantella e la mozzetta rosso porpora del Papa in
secondo piano. L'elaborata tela è perfettamente sostenuta da una tecnica
accuratissima, del livello qualitativo di quella di Paradigna. Ancora il
retaggio bolognese traspare nella Vergine a braccia spalancate, satura di
renismo filtrato attraverso Francesco Gessi, quello dell'«Immacolata» in S.
Nicolò a Carpi; e il Cignani trapela nella figura abbandonata di S. Caterina da
Siena, dal sensuale viso rivolto verso l'alto, che trova anche caratteristiche
rispondenze con le splendide figure muliebri di Francesco Trevisani, pure queste
variamente intessute di componenti bolognesi.
L'«Apollo e Marsia» del Museo Civico di Piacenza (26), donato all'Istituto
Gazzola dalla Contessa Rocca prima del 1842, è un bell'esempio delle storie
profane che lo Stern dipingeva per le committenzc private, ed è firmato IGNAZIO
STERN PINSIT. Con la solita grazia viene raffigurato il biondo dio che scortica
il malcapitato satiro in un ombroso bosco, mentre dai cespugli occhieggiano
divertite due giovani ninfe. La soluzione paesistica del quadretto presenta
sintomatiche affinità con quelle adottate da Marcantonio Franceschini. Per
questo dipinto penserei a una datazione attorno al 1726 in stretto rapporto con
la «Deposizione» di Castellarquato e con le pale parmensi, in contrasto con l'Arisi
che propende per il 1730-40. Qui il tema perde tragicità per via del colore
pastelloso che accondiscende a una gioiosità del tutto pagana. Ai temi profani
si connettono le «Quattro Stagioni» già in casa Morando a Piacenza (27) e i
diversi dipinti segnalati dal Thieme-Becker a Forlì in palazzo Albicini
raffiguranti «Minerva, Giunone, Venere, la morte di Didone, il sacrificio di
Ifigenia, Cassandra, la morte di Priamo, Enea nell'Olimpo, Enea e Anchise»;
nonché il «Fanciullo che fa bolle di sapone» del Museo Thorvaldsen a Copenaghen.
Nel 1726 lo Stern data e firma la «Deposizione nel Sepolcro» del Museo
Parrocchiale di Castellarquato, tela di ottima levatura, vicina a quelle di
Zibello e Paradigna. Il quadro è come sempre affollato di numerosi personaggi
garbatamente desolati intorno al cereo Cristo; la lente dell'obiettivo si sfoca
sui moderati accordi cromatici dei grigi, gialletti e violetti, ottimamente
risaltanti pur nel chiarismo dell'insieme. Nello stesso museo è anche un «S.
Francesco», piccola tela ovale. L'Arisi inoltre ci informa dell'esistenza in
collezione privata piacentina di una «Madonna» che figurò alla «Mostra di Arte
Sacra» del 1958 nella stessa città (28).
Completiamo il nostro itinerario settentrionale con il «San Giovanni Nepomuceno»
nella chiesa parrocchiale di Piedimulera (Domodossola) del 1727; e con il «S.
Tommaso» nella chiesa dei SS. Martino e Francesco d'Assisi a Verucchio (Rimini).
Ci si chiederà se il nucleo di dipinti dello Stern nel parmense e nel piacentino
possa attestare una sua permanenza in luogo; lo crediamo improbabile
considerando che all'epoca i pittori intrattenevano rapporti di lavoro con quasi
tutta Europa tramite intermediari spedendo i quadri a destinazione; a questo
riguardo si dimostra indicativa la testimonianza del Campori quando dice che il
«Davide che suona l'arpa» in S. Domenico a Modena incominciato da un'ignoto
pittore fiammingo, venne spedito a Roma per essere terminato dallo Stern (29).
La venuta dell'artista sarà forse da stabilirsi solamente per eventuali
sistemazioni delle opere inviate, oppure per trattare direttamente con i
committenti.
Proprio nel 1727 il Marchese Parisano ordinava allo Stern la decorazione del
soffitto della nuova cappella di famiglia nella chiesa di S. Marcello a Roma
mentre nel 1731 c. completava l'affresco dell'altare maggiore in S. Giovanni in
Laterano con l’«Ascensione della Vergine», lasciato incompiuto dalla morte di
Giovanni Odasi iniziatore dell'opera: a quanto pare il lavoro non fu gran che
apprezzato dai contemporanei, se così ne scriveva il Pascoli : «Fu scelto Ignazio Stern Tedesco che andò subito a ritoccarla, e la
ritoccò nel modo che presentemente si vede ... Dico bensì che meglio sarebbe il
lasciarle a volte imperfette cd avrebbero maggior pregio» (30). Sempre nel
1731 il pittore ospita come discepolo, fino al '35, Julian Eichler, figlio del
precedente; nel 1744 si rinnova a Roma la chiesetta di S. Anna dei Palafrenieri
c dopo due anni egli esegue le quattro lunette del presbiterio con «Storie di S.
Anna» (31), al presente ricoperte da ridipinture che però non ne impediscono un
giudizio. L'artista ancora non abbandona l'amato classicismo bolognese nel
tratteggiare le figure, molto simili a quelle delle pale bussetane anche nei
particolari: si veda ad esempio nella scena della «Glorificazione di S. Anna» le
solite sospensioni a mezz'aria dei lunghi panneggi arricciolati. Il pittore
secondo il Thieme-Becker morì nel 1748, mentre secondo il Galletti-Camesasca nel
1751; il Ticozzi invece dava per incerta la data 1744 (32).
La maniera pittorica dello Stern fu quindi un poco cristallizzata nel pur
personale intendimento di amalgamare il classicismo bolognese al pungente e
freddino barocchetto europeo, con un risultato che sintomaticamente prelude ai
nuovi sviluppi, in senso neoclassico, che la pittura romana stava maturando
tramite Pompeo Batoni e Antonio Raffaele Mcngs. Quest'ultimo fu nella Urbe dal
1741-44 al 47-50 e forse ebbe contatti, almeno come connazionale, con Ignazio o
con i suoi figli Veronica e Ludovico, questo già da allora apprezzato pittore di
opere chiesastiche e di fiori.
Particolare interesse investono i due dipinti lasciati nel bussetano dallo
Stern, per l'opera di Pietro Balestra (1711-1789). Se un'attrattiva si doveva
riconoscere al prete pittore, era quella della gamma pittorica registrata su
tenui toni grigi, giallini, verdini, che in prevalenza domina le sue tele.
Attrattiva che poteva far sorvolare sul disegno a volte zoppicante, modellato su
esempi cinquecenteschi, ma che trova a questo punto una smentita nella sua
originalità: dove poterono essere infatti estratte le atmosfere nordiche dei
suoi quadri se non dai modelli del pittore tedesco, agevolmente studiabili quasi
a casa propria?
Del resto si può comprendere quale interesse possa aver suscitato la venuta da
Roma di quelle opere per tanti versi così originali e dissimili dal locale gusto
provinciale.
Giovanni Godi
(1)Dipinto a olio su tela cm.
200x170
(2) P. Vitali. Le pitture di
Busseto, Parma 1819, p 48.
(3) E. Seletti: La città di
Busseto, Milano 1883, v.I. p 179.
(4) N. Pelicelli, Busseto
feste centenarie a G. Verdi, Parma 1913, p. 88.
(5) A. Santangelo, Inventario
delle cose d'arte d'Italia - Parma e provincia, Roma 1934, p. 183.
(6) Alla ricerca è stato
particolarmente prezioso il catalogo del pittore redatto da O. Ferrari e G.
Scavizzi: Luca Giordano, Napoli 1966, le opere citate sono rispettivamente
riprodotte nel Vol.
a ff. 58-523-524-336-270.
(7) Vedi O. Ferrari - G.
Scavizzi, op. cit., rispettivamente ff. 407-47-131. 126
(8) Vedi O. terrari - G.
Scavizzi, op. cit., f. 40.
(9) Devo la segnalazione
all'amico Corrado Mingardi.
(10) 0. Ferrari - G. Scavizzi,
op. cit., pp. 76-77.
(11) Per l'approfondita
conoscenza del Giordano si rimanda oltre all'opera più volte citata a W.
Vitzthum, Luca Giordano, de « I Maestri del colore » n. 172; e a S. Meloni
Trkulja, Luca Giordano a Firenze, in «Paragone» n. 267, Firenze 1972.
(12) Olio su tela cm. 210 x
134.
(13) T. Lombardi; I
Francescani a Busseto, Bologna 1963, p. 132, 1. a p. 97.
(14) Olio su tela cm. 230 x
160.
(15) A. Santangelo, op. cit.,
pp. 307-308.
(16) Thieme - Becker, Ki.instler Lexicon, Lipsia 1938,
v. XXXII, ad voccm.
(17) Il Ticozzi,
Dizionario dei Pittori, Milano 1818, p. 258, dava il 1698 come data di nascita
approssimativa.
(18) S. Posilayen-Neuwall in Zeitschr. ci. deutschen
Vereins f. Kiinstwissenschaft, 1940, e in « Emporium », Ottobre 1942.
(19) Il Settecento a Roma,
Roma 1959, pp. 204-205, f. 29.
(20) Olio su tela cm. 215 x
149.
(21) A. Santangelo, op.
cit., p. 221, A. Ghidiglia Quintavalle, schede ms. presso la Sovraintendcnza
alle Gallerie di Parma.
(22) Olio su tela cm. 54 x 42,
A. Puerari, La Pinacoteca di Cremona, Cremona 1951, p. 213,
265.
(23) Riprodotta da A. Corna,
Storia e Arte in S. Maria di Campagna, Bergamo 1908, p. 293, f. 289.
(24) F. Arisi, Il Museo
Civico cli Piacenza, Piacenza 1960, p. 280.
(25) Catalogo delle
Collezioni di Antonio dal Zotto, Venezia Agosto- Settembre 1919, l'. 30, dipinto
a olio su tela cm. 299 x 190.
(26) F. Arisi, op. cit.,
pp. 280-281, f. 168.
(27) Vedi G. Buttafuoco,
Nuovissima Guida della città di Piacenza, Piacenza 1842, p. 261.
(28) F. Arisi, op. cit., p.
281.
(29) G. Campori, Gli artisti
Italiani e Stranieri negli Stati Estensi, Modena 1855, p. 203.
(30) L. Pascoli, Le vite dé
Pittori, Scultori e Architetti moderni, Roma 1736, p. 398.
(31) Vedi A. Ciccinelli, S.
Anna dei Palafrenieri, de .« Le chiese di Roma illustrate », n. 110, Roma 1970,
pp. 67-72, ff. 11-12-13-14.
(32) Galletti -
Camesasca, Enciclopedia della Pittura Italiana, Milano 1951 Vol. III, pp.
2356-2357. S. Ticozzi, op. cit., p. 258. Per un'ulteriore bibliografia sullo
Stern, vedi P. Zani, Enciclopedia metodica-critico ragio- nata delle Belle Arti,
Parma 1824, Vol. XVIII, ad vocem. L. Lanzi, Storia pittorica d'Italia, Milano
1831, Vol.
V, p. 42. E. Benezit, Dictionnaire des Peintres
Sculpteur Dcssinateurs e Graveur, 1960, ad vocem.
RICORDI
BORBONICI A BUSSETO
Da una pomposa epigrafe
di stucco dorato
al vile « buttalà »
Esistono a Busseto due monumenti che ricordano l'infante di Spagna Ferdinando di
Borbone, duca di Parma, Piacenza e Guastalla dal 1765 al 1802.
Ferdinando di Borbone in una rarissima « Da sei doppie» d'oro della zecca di
Parma. (vedi immagine 23)
Il primo è un'iscrizione che si trova sulla parete prospiciente la prima rampa
dello scalone marmoreo di un palazzo (termine ora eulemistieo) dell'attuale via
Alberto Pasini.
L'iscrizione non e una vera e propria lapide marmorea o una targa in bronzo, ma.
secondo una pratica assai diffusa nell'età barocca, è incisa su di una
superficie a foglia d'oro, che finge il bronzo ma che in realtà è di stucco.
Parimenti di sinceri, in nano dorato, è la ricca cornice rococò, che con
cartigli, svolazzi e ornamenti ritornarti, la racchiude. Omaggio spontaneo,
onore e vanto — come dice il testo — del conte Sigismondo Marziani, allora
proprietario della casa in cui Ferdinando fu ospitato nella sua venuta a Busseto
il 24 agosto 1772.
Non spontanea, ma espressamente ingiunta è, viceversa, un'altra lapide, (vedi
immagine 24)questa volta marmorea, che dal 1768 fa bella di sè sulla porta
d'ingresso della Biblioteca pubblica. A tramandare ai posteri il munifico gesto
del sovrano, che determinò la prima origine dell'istituzione.
La lapide è modestamente decorata in alto e in basso da due piccoli fregi.
Curiosa è invece una decorazione al centro della tavola, composta di tre gigli
sormontati dalla corona ducale, attraverso i quali passa il testo, con qual
vantaggio per la sua lettura è da immaginare. L'atto di Ferdinando, come è stato
egregiamente illustrato da A. Napolitano (3), consistette nel destinare al Monte
di Pieta di Busseto, già benemerito della coltura e dell'istruzion pubblica, la
libreria dei Gesuiti di Busseto espulsi dal ducato nell'arricchire poi questo
primo nucleo della pubblica biblioteca con un'altra libreria gesuitica, quella
dei padri di Borgo S. Donnino. Ricorda anche il ripristino e il potenziamento
delle scuole secondarie.
Ouesti gli eventi ricordati in epigrafe che legano Ferdinando di Borbone al nome
di Busseto. Benché i documenti non ci aiutino molto in proposito è lecito
suppore che la memoria relativa alla formazione della biblioteca e al
rinnovamento scolastico volesse costituire un atto di propaganda politica nei
riguardi di una città che si comportava da suddita fedele, ma che non mancava di
far notare ogni tanto la sua personalità di antica capitale dello Stato
Pallavicino e di pretendere di conseguenza il riconoscimento almeno formale di
una certa autonomia e indipendenza, di cui già godeva anche durante il dominio
farnesiano e per cui conservava negli atti pubblici il sia pur platonico titolo
di stato.
Un sintomo di questo spirito di autonomia lo possiamo vedere nell'istanza
presentata al duca nel 1769 per ottenere indipendenza e separazione dalla città
di Parma nella giurisdizione dell'annona. Sotto lo stesso aspetto è da mettere
il riconoscimento del titolo di marchese dello Stato di Busseto che il tribunale
araldico di Milano dà nel 1771 a Giovanni Pio Luigi Caleazzo VII Pallavicino,
anche se questi non può esercitarne di fatto la sovranità, per ... mancanza di
cannoni. Anche nella fioritura letteraria, che trova espressione qui come
altrove nelle accademie, Busseto si vuoi distinguere dalla capitale sviluppando
le proprie istituzioni come l'Entonia (già fondata nel 1749) o dandosene delle
nuove come l'Accademia di lettere greche (1796)
Come esempio di fedele sudditanza possiamo invece citare la delibera degli
Anziani della Comunità con la quale si imponeva una tassazione per il donativo
della città in occasione (1769) delle nozze di Ferdinando con Maria Amalia
d'Austria. E ancora il giuramento di fedeltà delle milizie bussetane sulle reali
bandiere loro consegnate nel 1777 (4).
Un ultimo tenue legame fra Busseto e Ferdinando appartiene alla sfera delle
tradizioni popolari. E' infatti ancora vivo nei nostri vecchi il modo di
informare il valore di una determinata cosa dicendo «non vale neanche un "buttalà:"»!
E' questa un'allusione alla moneta piacentina di mistura da dieci soldi, coniata
nella zecca di Parma di Ferdinando (5), che col tempo si era andata svalutando.
Segno premonitore dello spegnersi sotto l'incalzare della potenza napoleonica
dei fasti borbonici nel ducato di Parma e Piacenza?
Luigi Massera
(I) Il pezzo. come quelli che seguiranno, fa parte della mia collezione
nurnisnimica riflettente Patina e Piacenza.
(2) L'epigrafe ricordata e trascritta da E. Sciatti (La città di Busselo
capitale un tempo dello Stato Pallarieina. Memorie storiche. Milano, 1883) è
stata recentemente inquadrata da V. Gbizzoni tra le espressioni del gusto
barocco in Busseto (Su alcuni aspetti di Busseto nell'età barocca in • Par• ma
nell'arte » 1971, I I pag. 82).
(3) A. Napolitano. La Biblioteca del Monte di Pietà di Busseto ed i suoi
bibliotecari Parma, 1965.
Le Biblioteche di Busseto in • Parma nell'arte» 1971, 11.
(4) E. Seletti: op. cit.
(5) I. Affò. La zecca e moneta parmigiana Parma, 1788 (ma Bologna, 1789).
L'ADOZIONE
DEL PIANO REGOLATORE PER IL CENTRO STORICO A BUSSETO
A Busseto come in quasi tutti i centri urbani dell'Italia settentrionale, nel
dopoguerra, è stata quanto mai sentita la necessità di migliorare le condizioni
abitative, attraverso l'adozione di nuovi impianti tecnologici e delle più
moderne tecniche di costruzione.
Quindi un modo di «abitare», che era rimasto invariato per secoli, veniva
rigettato e chi ne aveva le possibilità economiche abbandonava il centro storico
per la villetta in periferia o, se per vari motivi era costretto a rimanere,
sostituiva, con quanto di più «moderno e funzionale» era reperibile sul mercato,
tutto ciò che per lui aveva la patina del vecchio e del superato.
Da qui la sostituzione delle griglie a gelosia o degli scuri con le avvolgibili,
magari di plastica, dei portoncini ad arco in legno con cancelli a vetri di
alluminio anodizzato color oro, o la posa di zoccolature e di corniciature di
porte e finestre in marmo o l'arenino.
La mancanza di norme edilizie ben precise sul controllo di detti lavori, la
teoria del cosa vuoi che sia di molti amministratori e la mancanza di senso
civico di molti proprietari di casa che ritennero di poter modificare il
fabbricato di loro proprietà secondo il proprio esclusivo gusto,
disinteressandosi delle alterazioni all'ambiente che lavori sconsiderati
potevano produrre, hanno causato gravi perdite.
Molti palazzi, che avrebbero potuto essere il vanto dei Bussetani di domani,
sono stati irrimediabilmente compromessi da cervellotici lavori di
arnmodernamento.
Ora, in considerazione del fatto che l'ambiente ed il patrimonio artistico sono
beni da conservare anche nell'interesse di chi non li sa apprezzare,
l'Amministrazione Comunale ha inteso impostare un Piano Regolatore per la
conservazione del Centro Storico. Dove per conservazione dell'ambiente e del
patrimonio artistico non si intende una mummificazione del Centro Storico allo
stato attuale, ma una razionale sua sistemazione nella osservanza di determinate
e ben precise norme, onde favorirne un rilancio ed invertire così la tendenza.
Le attuali abitazioni malsane, infatti, potranno lasciare il posto ad edifici
funzionali ed igienici che attraverso l'adozione di particolari criteri
costruttivi si fonderanno perfettamente con l'ambiente circostante, valorizzando
i palazzi di cui Busseto va orgogliosa.
Per ora si è proceduto ad un censimento di tutti i fabbricati, poi, attraverso
le sue risultanze, l'Architetto progettista passerà alla classificazione di ogni
edificio stabilendone l'appartenenza ad una categoria.
Quindi, per gli edifici di nessun pregio artistico, l'Amministrazione Comunale
consentirà la demolizione e la ricostruzione, favorendo in questa la
costituzione di consorzi fra i proprietari cli case confinanti per un più
razionale sfruttamento dell'area. Per gli edifici invece, in cui fossero stati
individuati o valori ambientali o elementi architettonici di un certo interesse,
sarà autorizzata una ristrutturazione interna che non ne alteri l'estetica o li
privi di eventuali strutture di valore artistico.
Infine, per gli edifici di notevole interesse storico od artistico, sarà
consentito il solo restauro conservativo onde evitare che anche minime
trasformazioni ne alterino i preziosi elementi architettonici.
Molti diranno che si chiude la stalla quando i buoi sono scappati, ma anche se
in passato sono stati commessi degli errori, sarebbe imperdonabile per
l'Amministrazione Comunale consentirne o avvallarne dei nuovi.
Ciò che di pregevole è rimasto integro dovrà essere mantenuto tale e
addirittura, dove sia possibile, si dovrà rimediare, attraverso nuove
sistemazioni, agli errori commessi.
Pertanto, mentre l'attuale Programma di Fabbricazione è in continuo divenire per
le modifiche che vengono via via deliberate ad ogni Consiglio Comunale, il Piano
Regolatore per il Centro Storico, non avendo come unico fine una soluzione
urbanistica, ma tendendo anche alla conservazione di un patrimonio culturale
molto importante, dopo essere stato ben ponderato specie per la classificazione
degli edifici, non dovrebbe essere né cambiato né trasformato, per evitare che
il già sparuto numero dei monumenti rimasti intatti si assottigli ulteriormente
e che il volto di Busseto venga sempre più ferito da nuovi interventi
inconsulti.
Gianandrea Allegri
DUE
BUSSETANI AL CARNEVALE DI NIZZA
Non posso con certezza assoluta affermare se era la primavera del 1901 o del
1902. So che Verdi era morto da poco e se n'era parlato a Nizza alta come a
Nizza bassa, dove abitavano gli italiani tra il Politeama e il sobborgo di
Riquier, dove molti lavoravano nello stabilimento della Birra Rubens o nelle
fonderie dei Giordan, pere et fils. (Erano Giordani, ma infrancesandosi avevano
risparmiato una i al loro cognome).
A Nizza alta abitavano i francesi nobili o i borghesi benestanti che avevano «pignon
sur rue». Onesti mandavano i loro ragazzi alla scuola dei Gesuiti, dove si
pagava, e gli scolari avevano una divisa vagamente militare, con dei bei bottoni
dorati. Gli italiani andavano dai Fratelli delle Scuole Cristiane, dette degli «Ignorantins»
dagli alunni dei Gesuiti, che tributavano agli alunni delle scuole di don Bosco,
che frequentavo io, l'elegante nome di «Ignorantons»
Non avevamo bottoni dorati ma ci si distingueva quando sul nostro grembiule nero
spiccava una medaglia o una croce di Malta, che segnava il profitto dello
scolaro. Il colletto bianco doveva essere giornalmente di bucato.
E' con la prima medaglia o la croce che si faceva la prima fotografia ricordo da
inquadrare e mandare ai nonni. Io avevo lasciato da pochi anni Busseto, dove
ancora vivevano i miei, e nel cuore già s'agitava la passione del bel canto che
mi avrebbe condotto poi a calcare per una vita intera i palcoscenici di mezza
Europa.
Nizza, diventata francese ma meno di mezzo secolo, non la era in verità ancora
del tutto, tanto che i ragazzi di vecchie famiglie, alla domanda se erano
italiani o francesi, rispondevano in dialetto « Siu Nizzarde»
I ragazzi imparano presto, e quando con Alberto Secchi appena arrivato da
Busseto, andavamo sulla «prornenade des Anglais» per vedere la sfilata dei carri
e carrozze infiorati, sbalordivo l'amico parlando in «patois» nizzardo, più che
in francese, che era invece obbligatorio a scuola nella seduta antimeridiana,
mentre nelle lezioni del pomeriggio era obbligatorio l'italiano.
Imitando altri ragazzi, sul viale Massena, ci si era appollaiati su un albero
per meglio vedere. Passavano le celebrità: la Bella Otero, Cleo de Merode,
ballerine, Sarah Bernharel, Rejane sua rivale, Lina Cavalieri la donna più bella
del mondo, che debuttò al Tabarin Jovinelli di Roma, dove, dopo il «tour de
chant» le artiste andavano di tavolo in tavolo a fare la questua. Lina Cavalieri
seppe progredire al punto di diventare dieci anni dopo stella dell'Opera dove Fu
Giulietta e Cleopatra. Il marito tenore marsigliese di razza italiana, Luciano
Muratore, fu celebre della sua stessa celebrità, cioè più per bellezza fisica
che per talento vocale: c'erano nella sua carrozza altri grandi artisti di
prosa, in quei tempi più rinomati di quelli di canto e più rispettati, perché,
quando recitavano i grandi della «Comedie Francaise» al Casino, nessuno si
sarebbe azzardato a fischiare.
Alberto rimase poco su quell'acacia dove io mi ero sistemato: sceso dall'albero
ci vedeva benissimo dal suo metro e ottanta di statura. Quando, stanco
dell'incomodo balcone, misi anch'io i piedi a terra, l'amico aveva già
intavolato una difficile conversazione con due donne che da un pezzo
cinguettavano sotto il nostro albero, senza che capissimo nulla dei loro
discorsi. Infatti non parlavano tra loro né italiano, né francese. Una però
parlava il francese ed io la capivo bene quando rivolgeva delle domande ad
Alberto: era su per giù della nostra età, mentre l'altra era più anziana.
C'incamminammo affiancati badando a stare insieme, malgrado la difficoltà di
fendere la folla. A poco a poco, rompendo il ghiaccio e tenendoci per mano ci
capimmo meravigliosamente, e, senza averlo concordato, c'incamminammo verso il
Casino.
La roulette ci tentava e di tanto in tanto palpavo nel taschino del gilé i due
scudi frutto dei miei risparmi, che mi sentivo pronto a rischiare. Alla prima
giocata spari la metà della mia fortuna, invece Alberto vinse e vinse anche una
delle ragazze, quella che era con lui. Io e la mia compagna eravamo monilìcati e
certamente anche invidiosi. — Già che avete vinto, giocate ancora! — ma i due
vincitori non furono di tale parere e la compagna di Alberto, quella che parlava
francese e che tradussi all'amico, propose di comprare dello champagne e del
cibo, ed andare alla loro villa a cenare. Quando sentimmo parlare di villa,
pensammo di avere a che fare con ragazze ricche. Fendendo la folla, salimmo per
la strada vecchia della Turbie, quella in cui è la cappelletta con la lapide che
ricorda come re Carlo Alberto di Savoia, andando in esilio dopo la battaglia di
Novara, si fosse inginocchiato a pregare. Quella stretta e tortuosa strada era
fiancheggiata da ville e villini, con chioschi e terrazze, alcuni brillanti di
mille luci, altri appena rischiarati dai riflessi dei primi. L'oscurità
aumentava ed io mi stringevo sempre più al braccio condiscendente. Alberto avrà
fatto altrettanto e più audacemente forse. Finalmente girando attorno ad una
grande costruzione, ci fermammo. La ragazza disse che non si poteva mangiare al
freddo la roba comprata e saremmo entrati nella cucina della loro casa, a
condizione di promettere di restare saggi. Promettemmo tutto ciò che chiesero e,
silenziosamente tenendoci per mano, ci accompagnarono in una grande stanza del
semi-interrato.
Qui venne la spiegazione: eravamo nella villa di un grande ricco inglese, il
quale affittava parte dei locali a suoi connazionali che venivano a fare cure di
sole. Le due ragazze erano al servizio di due diverse famiglie. La
raccomandazione fu di stare silenziosi per sentire se qualcuno rientrasse.
Si mangiò e bevve meglio, e ci furono anche liquori. Senza avere nozione
dell'ora, le ragazze ad un dato momento capirono che era tardi e fecero diversi
tentativi per spingerci fuori. Finalmente senza accendere le luci del corridoio
ci lasciammo guidare verso l'uscita: ma solo quando fui sul marciapiede del
giardino, mi accorsi che quella che tenevo per mano non era la più giovane che
aveva mangiato vicino a me, ma l'altra più anziana. E qui giunti né Alberto, né
l'altra ragazza c'erano più. La mia compagna mi disse di attenderla mentre
ritornava per sollecitare gli altri. infreddolito mi stavo chiedendo cosa
dovessi fare, quando silenziosa me la risentii al fianco —
Vieni al caldo. Andrete via domattina presto. —
Fu così che dopo un sonno ristoratore, aperti gli occhi, vidi muoversi qualcuno
nel letto a fianco al mio. Guardando meglio la persona che alzava la testa dalle
coperte, riconobbi Alberto. La porta della stanza poco dopo si riaperse. Furono
messe due tazze di caffè e latte sul tavolo con un piatto di croissants. La
ragazza in cuffia che ci portò quella roba. non era nessuna delle due. Con
accento straniero ci intimò: - Mangiate
presto, salite in giardino e andate alla griglia. E' aperta. Non tornate più,
non troverete nessuno.
Senza una parola fra noi ubbidimmo, e dopo essere ripassati davanti alla
cappelletta di re Carlo Alberto, scorgemmo la lanterna del porto, giù fioca nel
primo mattino. Faceva freddo; ciò malgrado arrivammo sudati a casa. Avevo appena
messo la chiave nella toppa, che la porta si apri dall'interno: era la zia che
andava in chiesa per le Ceneri. — Non
svegliate lo zio che dorme. Oggi è ancora festa, ma è di magro e mangeremo
baccalà alla nizzarda. Domani lo zio presenterà Alberto alla tipografia Don
Bosco.
Rinchiusa la porta, salimmo adagio nella nostra stanza, rimandando a dopo più
ampie spiegazioni sulla indimenticabile notte di carnevale.
Pierre Charles Borlenghi
NOTERELLE
MUSICALI. BUSSETANE
La passione per la musica fu sempre viva a Busseto. Le presenti note
testimoniano ciò attraverso i secoli, ancor prima che si arrivasse all'acme
nell'Ottocento, quando, come disse il Seletti, ai tempi di Verdi quasi ogni
hussetano sapeva di musica. Queste testimonianze servano a riportare ogni
cittadino «al prisco valor».
Matteo Claretti musico di
Sforza Pallavicino
Emilio Seletti, a pagg. 153-54 del 3° volume della sua Storia indica il 20
gennaio 1627 quale giorno della fondazione della Cappella musicale di San
Bartolomeo di Busseto, per volontà testamentaria di Giuseppe Vitali e di sua
moglie Apollinarda Sanviti. Nel rogito relativo sono menzionati Annibale
Chinelli quale organista, e Annibale Fieschi di Hussein, quale primo maestro
della Cappella.
A questa antica testimonianza sulla musica a Busseto, siamo ora in grado di
aggiungere un'altra di oltre quarant'anni antecedente. La ricaviarno da una
lettera conservata nell'Archivio di Stato di Mantova, pubblicata negli Atti e
Memorie delle Province Modenesi e Parmensi - Nuova serie, vol. 3", p. 115. La
lettera indirizzata al duca Guglielmo Gonzaga dice:
« Serenissimo Signor mio et Padron Col (endissi)mo
Da M(aest)ro Gio. Battista
Marinone suo musico et mio compattrioto ho inteso la mente di S(ua) Mitezza) la
quale sarebbe servirsi di me per basso nella sua musica di camera, gli ho
risposto et dico a S.A. ancor con questa mia che io non saperia mai con che
occasione partire mi doversi dalla servitù dell'Il.mo et Ecc.mo Sig. Sforza
Pallavicino retrovandomi in questo luogo in buono trattenimento di un canonicato
et un altro beneficio semplice li quali sotto d'entrata di scudi 150 d'oro et
ben vero che già 4 anni sono io haveva animo di levarmi da Busseto per causa
d'alcuni emuli qual mi perseguitavano, sua dopo che S.E. Ill. ma ha bevuto
l'eresia, dell'Ill.mo Sig. Girolamo Pallavicino ho fermato il piede et
determinato di godere questi miei benefici si che supplico S.A. a perdonarmi
s'io non posso venire a servirla, secondo la volontà suo et desiderio mio non
resterò però già mai nello restante di mia vita poiché non 'n'è concesso di
poterla servire con la presentia ch'io non la servi almeno con la buona
divotione.
Di Busseto XXV di Agosto
MDLXXXIIII
humiliss(inr)o a devotiss(im)o
servitore
Matteo Claretti
Per quanti sforzi e ricerche abbiamo compiute non siamo riusciti a reperire
nessun'altra notizia su tutta questa faccenda. Così non sappiamo se il Claretti
e il Marinoni fossero bussetani, molto probabilmente no; se in epoca successiva
il Claretti andasse al servizio dei Gonzaga: sarebbe capitato a Mantova al tempo
del sommo Monteverdi, del Tasso e di Galileo Galilei. Sappiamo soltanto che già
nel 1580 Matteo Claretti era al servizio di Sforza Pallavicino, il grande
Generale delle guerre contro i Turchi, e che a Busseto aveva molti «emuli» che
lo perseguitavano. Alla corte pallavicina si faceva dunque musica davvero e gli
artisti vi erano rimunerati generosamente.
il compositore Girolamo
Casanova da Busseto a Torino e a Parigi
Di questo dimenticato e semisconosciuto compositore e musicista bussetano
possediamo ben poche notizie, ma ci sembra ugualmente meritevole di memoria e,
se possibile, anche di valorizzazione con ricerche approfondite sia in patria
che a Torino e a Parigi.
Don Girolamo Casanova non fu parente del celebre avventuriero e memorialista,
che altrimenti non avrebbe mancato di ricordarcelo nella sua celebre opera,
allorché parla della sua discendenza da un ceppo parmigiano. Sembra invece che
il nostro Girolamo sia nato a Busseto verso il 1670-80 e molto probabilmente si
formò alla scuola di Don Bartolomeo Casanova, del quale forse era nipote e che
fu organista e maestro di cappella della Collegiata di San Bartolomeo di Busseto
dal 1672 al 1700.
Ordinato sacerdote e perfezionatosi nella musica, sostituì lo zio in quel doppio
incarico, a far tempo dall'autunno del 1700 fino al maggio 1712. Forse in
quell'anno lasciò Busseto per recarsi a Torino presso la corte dei Savoia, ove
ebbe stima e favori, se nel 1717, nel frontespizio del suo melodramma Alessandro
Severo, egli si dice Maestro di Cappella del Principe di Carignano. A Torino si
affermò anche come compositore di drammi in musica. Nel settembre del 1716
rappresentò infatti sulle scene TEUZZONE, dramma in tre atti di Apostolo Zeno,
composto in collaborazione con S.A. Fioré, il quale scrisse il terz'atto, mentre
tutto il rimanente è opera del nostro Don Girolamo. Nel carnevale del 1717,
sempre al Teatro Regio, venne rappresentata l'altra opera ALESSANDRO SEVERO,
dramma in tre atti di Apostolo Zeno. Forse per il successo riportato in entrambe
le occasioni, venne chiamato a Parigi, non si sa se per ripresentare il suo
Alessandro Severo oppure per mettere in scena un'opera nuova. Ma colà
improvvisamente fu rapito dalla inesorabile morte che recise ogni sua speranza.
convenzione tra il maestro
Provesi e la Collegiata di san Bartolomeo
Nell'archivio dell'insigne Collegiata di San Bartolomeo di Busseto è stata
ritrovata la convenzione con il maestro Ferdinando Provesi. Siccome non fu mai
pubblicata, ma solamente citata dal Seletti a p. 98 del 2° volume, crediamo di
far cosa utile pubblicarla ora. Getta infatti nuova luce sulla tradizione del
far musica a Busseto, negli anni della formazione di Giuseppe Verdi.
convenzione musicale per le
funzioni della Colleggiata e delle altre chiese
Copia per il Sig. Maestro
Provesi / CONVENZIONE / Progettata li 25 Gennaio Anno 1822; dal Ma.) R.o Sig.
Cano. Par.o D. Carlo Pizzetti Presidente del Consiglio della V.a Fabbrica della
Insigne Calleggiata Parrocchiale Chiesa di S. Bartolomeo di Bussato qual
Delegato dallo stesso Consiglio.
Al Sig. Maestro Ferdinando
Provesi stabilito in Busseto.
Riguardante le Musiche da eseguirsi ognAnno nelle Funzioni Lede siasticne, e le
distribuzioni da farsi alli Sig.ri Musici per le medesime.
Accettata dallo stesso Sig. Maestro Provesi, e poscia approvata dall'Intero
Consiglio della Ven.a Fabbrica sudetta nella Seduta tenutasi colle debite
formalità li 12 Giugno dello stesso Anno 1822.
Bossolo 25 Gennaio 11'22.
Il Consiglio della Ven(eran)da Fabbrica della Insigne Collegiata Parrocchiale
Chiesa di San Bartolomeo di Busseto, avendo unite sotto la sua anuninistrazione
per Sovrano Decreto l'Entrate tutte delle Opere Pie, si delle Compagnie dette
interne della suddetta Chiesa, come delle Confraternite esterne, alla medesima,
è altresi incaricato a far eseguire tutte le Funzioni Ecclesiastiche, che si
devono fare ogn'Anno tanto nella Chiesa Collegiata, conte ne' rispettivi Oraturj
delle confraternite.
Per tutte le Funzioni da eseguirsi con Musica giusta la pratica di questa Città,
per le quali da molto tempo le diverse Opere Pie eransi lassate a pagare
separatamente al Sig. Maestro di Musica certe determinate somme da distribuirsi
dal medesimo ai Sig.ri Musici di sei in sei mesi, rendesi ora indispensabile
fare col Sig.r Maestro al male Ferdinando Provesi una Convenzione in totale,
ritenuta però norma dalle Convenzioni parziali fatte già col ora defunto Sig.
Maestro Pietro Ferrari.
Il M.0 Rev.do Sig.r Can(oni)co Par(roc)o D. Carlo Ti/letti Presidente del
Consiglio della V.a Fabbrica sud.a. e specialmente delegato dal medesimo ha
convenuto col Sig.r Maestro Provesi, come segue
Articolo I - MUSICHE A CAPELLA
Pel Legato Vitali accettato dalla Va Compagnia del Rosario si devono cantare in
Musica
1) 11 Vespro ogni prima Domenica del rese
2) 11 Vespro in tutte le Feste della 11. Vergine
3) Le Litanie della Beata Vergine in tutte le Domeniche alla seni dopo Compieta
4) Le Litanie in lune le Peste della IL Vergine
Per le dette Funzioni in Musica sono destinati nel Legato Vitali Quattro Cantori
coll'Organo e quattro Viole, e cosl una Capello.
Alli Sig.ri Musici per l'adempimento del detto Legato è fissata la somma di
scudi quindici da lire sette e mezza, e così in tutto da distribuirsi lire di
Parma vecchie cento dodici, e soldi dieci, ne' questa somma si può alterare
..... S. 112.10.
Si aggiungono le altre Musiche a Capella solite farsi in Collegiata:
I • Messa breve ogni prima Domenica del Mese e Palme lingua alla Processione coi
soli Cantori e l'Organo
2 • Messa nel giorno della Purificazione di Maria Verg.e
3 - Messa nel giorno della Natività di Maria Vergine
4 • Messa nel Giovedì Santo
5 • Messa e Vespro unite nel Sabbato Santo di Resurrezione, e Messa nel Sabbato
di Pentecoste
6 • Mutuo: ergo tutte le sere dell'ottava del Corpus D.ni e Messa breve nel
giorno dell'Ottava
7 • Vespro nella Vigilia di San Bartolomeo
8 - Litanie e nomini ergo tutte le sere della Novena della Immacolata Concezione
di M.a V.e.
Per tutte queste Funzioni aggiunte al Legato Vitali resta fissata da
distribuirsi ai Sig.ri 3.1usici l'annua somma di lire v(ecchi)e e di P(annia
cinquecento 500
E cosi la distribuzione alli Sig.ri Musici per le Musiche a Capella è fis• sala
in totale a lire vecchie di l'arma seicento dodici e soldi dieci.
612.10
160
Noia bene - Le Litanie tanto pel Legato, conte l'alhe aggiunte si m:
guiseono coi soli Cantanti e l'Organo. Così pure il l'annua ergo da can iartsi
sempre quando dopo le Litanie si dà la Benedizione del Santissimo Sacramento.
Articolo II - MUSICHE SOLENNI
- Vespro breve, e Minimi ago concertato l'ultima sera dell'anno -
Te deum coi soli Cantanti. Messa solenne, secondi Vespri e Taulmu ergo
concertato il primo dell'Anno - Qui habitat coi soli Cantanti. Per le dette
Funzioni vengono fissate da distribuirsi alli Sigsi Musici lire vecchie di Parma
cento trenta L. 13C
2 • Messa solenne secondi Vespri e Tannini ergo concertato nel giorno
dell'Epifania del N.S.G.C. - Distribuzione alli Sig.ri Musici lire vecchie
di Pa r.a novanta
L. 90
3 - Id. • Pasqua di Resurrezione L.
90
4 - Id. - Ascensione del Signore.
L. 90
5 - Id. - Penh-coste L. 90
6 - Id. - Corpus domini - Pangelingua coi Cantanti, e violoncello alla
Processione, per cui si aggiungono lire licei e così per questa Funzione
lire cento
L. 100
7 • Id. • Santi Giovanni e Paolo 26 Giugno
L. 90
8 - Id. - Santi Pietro e Paolo 29 Giugno
I..
90
9 • Id. - San Bartolomeo 24 Agosto - Ma solennità massima per cui si
aggiungono lire sessanta e così in totale
L. 150
IO • Messa solenne - Secondi Vespri litanie e TOMUM ergo concert(at)o
nella Festa del Rosario della B. Vergine - Distribuzione alli Sig.ri
Mu-
sici lire vec(chi)e di P(arm)a cento
L. 100
Il • Id. • Festa dell'Immacolata Concezione di M.a Vergine • L. 100
12 - Messa solenne Secondi Vespri e natimi ergo concertato nel giorno di Tutt'i
Santi e Messa da Requiem nel giorno dei defunti • Distribuztion)e alli Sig.ri
Musici lire v.e di P.a centotrenta L. 130
13 • Sinfonia, Litanie e Tantum ergo concertato in tutte le sere della Novena
del S.o Natale. - Messa alla notte, e Messa Secondi Vespri e 'fai!- /un: cargo
concertato nel giorno del Santo Natale • Distribuz(ion)e alli Sieri Musici lire
v.e di P.a duecento L 200
14 - Messa. Secondi Vespri. Litanie e Taulunt ergo concertato nella Festa dell'Assunz(ion)e
di M..a Vergine 15 Agosto - Distribuz(ion)e alli Sig.ri Musici lire v.e di P.a
novanta L. '90
15 - Messa solenne, Secondi Vespri e Tamum ergo concertato nella Festa della
S.S. Trinità nel suo Oratorio • Distribuz(ion)e alli Sig.ri Musici lire v.e di
Ra centoventi L. 120
16 Id. - Nell'Oratorio sud.° con litanie nella Festa del Carmine -
Distribuz(ion)e alli Sig.ri Musici lire v.e di 1'.a cento
L. 100
17 Messa solenne. 'Secondi Vespri. Responsorio dopo la Processione e Tainton
ergo concertato nella Festa di S. Rocco nel suo Oratorio • Distribuztionle lire
v.e di Ra centoventi L. 120
18 Venerdì Santo • Funzione della \La Confraternita di S. Maria pel S.o
Simulacro di Gesù Crocefisso - In Collegiata Cantata alla mattina dopo la
Predica della Passione Stabar Mater alla sera prima della Processione e Miserere
alla Processione coi Cantanti e violoncello - Distribuzione alli Sig.ri Musici
lire ve di Parma cento L. 100 E così la distribuzione alli Sig.ri Musici per le
Musiche Solenni è fissata a lire vecchie di l'arma millenovecento ottanta L.
1980
AVVERTENZE
- Il Sig. Maestro stabilirà i soggetti Caniartii. e Suonatori massime per le
musiche a Capella, onde cessa ma i imperfetti per le Funzioni già fissate.
2 Se nelle Musiche solenni il Sig. Maestro aggiunga qualche altro soggetto oltre
i stabiliti. questi saranno però sempre da Lui contemplati distintamente nelle
distribuzioni.
3 - La distribuzione da farsi alli Sig. Musici stabiliti per le Musiche a
Capella si esiggerà dal Sig. Maestro metà di sei in sei mesi, e gli verrà pagata
dal Sig. Tesoriere della V.a Fabbrica, e così lire vecchie di Parma trecento
sci, e soldi cinque per la Festa di S. Pietro, ed altrettante nel Santo Natale
di ogni anno.
4 - Così pure ogni distribuzioni fissate per le Musiche Solenni saranno pagate
al Sig.r Maestro per semestre dal Sig.r Tesoriere della Va Fabbrica, cioè lire
vecchie di Parma novecento novanta per San Pietro, e altrettante pci Santo
Natale.
5 - Se per qualche causa straordinaria si esigesse dal Sig.r Maestro la
distribuzione fissata per una u più Funzioni separatamente, il Sigs Tesoriere
della Va Fabbrica computeM le somme pagale nel semestre cui appartengono, ne
darà mai anticipazioni, se non per Musiche già eseguite.
6 • E' conservata alli Sig.ri Musici la distribuzione delle Candele nella Festa
della Purificaz(ion)e di M.a e nel giorno de' Morti e del Ros(ari)o.
7 - Verranno somministrati lumi, od altro occorrente per le Orchestre ad istanza
del Sig.r Maestro.
Articolo III • MUSICHE.
SOLENNI AGGIUNTE
- Messa secondi Vespri, o Completa e Temie, mio concertato nella Festa di San
Giuseppe.
2 - Messa, Secondi Vespri - O crea alla Benedizione mattina e sera
nella Festa dell'Invenzione della Santa Croce li 3 maggio queste due Fun. zioni
essendo di divozione, il Sig.r Maestro tarli che i Sig.ra Musici si con- tentino
di una piccola distribuzione.
Sono fissate lire vecchie di Parma sessanta per ogni Funzione, le quali verranno
pagate ogni volta al Sig.r Maestro dal Sig.r Sagrista della Collegiata.
Articolo 1V • BANDA MUSICALE
Il Sig.:. Maestro essendo Capo de' Sig.ri Filarmonici li unirà a suonare la
Banda Musicale.
- Nella Processione del Corpus Domini la mattina
2 - Nella processione del S.o Simulacro la sera del Venerdì S.o
Per la prima saranno date al Sig.r Maestro lire vecchie di Parma sessanta dal
Sig.r Tesoriere della Ven(eran)da Fabbrica.
Per la seconda lire vecchie quarantacinque dal Sig.r Delegato V.a Confraternita
di Santa Maria.
Fatto a Busseio il giorno mese cd anno come sopra.
Can(oni)co Parroco Carlo Pizzetti - Delegato R.
Ferdinando Provesi M.ro di Cappella accetto, e mi obbligo a quanto sopra.
Sig.ri Filarmonici formanti la Capella / i quali si obbligano d'intervenire a
tutte le locuzioni di detta Capella.
a Angelo Ferrari allt•rano / D. Pietro Soletti affer.mo / Can.eo Donnino
Slecconi alterino I Giuseppe Canochini affermo / D. Ubaldo Neri affermo /
Maurizio Galuzzi affermo / Rèmondini Giovanni afferma / Ugazzi Luigi affermo /
Carlo Carnevali affer.mo / Suncini Luigi affermo / Gaetano Demaldè affer.mo /
Galli Angelo affer.mo i..
Antonio Moroni
IL TEMPO QUASI RITROVATO
Villa
Pallavicino in un inventario del 1679
«Mais ou sont les neiges d'antan?
Villon
Il passato
è davvero irrecuperabile? La fuga degli anni, se talora conserva le cose, ce le
abbandona tuttavia fredde e mute alla curiosità inappagata. Un inventario
redatto con cura è pur sempre un elenco tremendamente chiuso: ogni cosa al suo
posto, com'era, ma attorno un silenzio di morte, la sospensione d'un
incantesimo: solo la fantasia tenta di infrangerlo.
1679,
giorno 7 di febbraio a Villa Pallavicino, il palazzo di Buffalora, a Busseto
fuori le mura: si può entrare e guardare dovunque, nelle sale, negli armadi, nei
cassetti, in una scatola con dentro trenta sette gambe di fiori finti di diverse
sorti. Ci apre ogni recesso l'inventario steso alla morte del marchese Alfonso
Pallavicino, trecentocinquanta pagine manoscritte, nelle quali mi sono imbattuto
frugando l'archivio di casa Pallavicino, che il marchese Pier Luigi ha donato
questo anno con gesto munifico alla Biblioteca. Fu un'emozione indicibile
tuffarsi nel tempo e ritrovarlo con l'immaginazione fermo, intatto, ed illudersi
d'averne colto, se non il segreto, almeno il profumo. A lettura ultimata la
certezza d'aver visitato non Villa Pallavicino quale noi conosciamo nelle sue
strutture architettoniche, ma la costruzione precedente ai restauri e
all'innalzamento barocco, quella cioè cinquecentesca, il cui disegno ebbe
l'onore di piacere e d'essere richiesto da Carlo V imperatore.
Morendo, il
marchese Alfonso del ramo di Zibello, fratello del famoso cardinale Sforza
Pallavicino, lasciava al figlio Alessandro, allora d'anni nove, il palazzo di
Buffalora, un palazzo a Parma e uno a Piacenza, case e mulini diversi in luoghi
diversi, 3012 biolche parmensi e 890 pertiche cremonesi di terre lavorate e
affittate, 223 biolche di bosco, la rendita di quasi 200 livelli ed i numerosi
censi fruttiferi, oltre ai crediti e ai beni feudali della Bassa e
dell'Appennino: un patrimonio ingente nonostante le rovinose spese per liti
protrattesi per quasi un secolo. Sarà Alessandro in seguito a modificare la
villa bussetana con gran dispendio, continuando pure i lavori del padre nel
grandioso palazzo di Santa Fiora a Parma.
I
Pallavicino del ramo di Busseto, non avendo rinunciato, come i cugini di Zibello,
ai loro diritti feudali sullo stato, non poterono più far ritorno in patria:
fuorusciti in Lombardia attenderanno invano una restaurazione sempre più
anacronistica. A Busseto i Pallavicino di Zibello rimarranno invece nella
Buffalora fino al 1949, quando si spense il marchese Giuseppe, colonnello
dell'Aeronautica, che tanti ancora ricordano.
Eccoci
dunque sulla soglia per iniziare la visita. Prima però di andar di stanza in
stanza, controlliamo insieme, seguendo i redattori dell'inventario, il contenuto
di un cassone di noce nel quale sono custoditi i gioielli e l'argenteria di
famiglia. Alcuni pezzi sono veramente favolosi: Un San Michele d'oro con tredici
diamanti grossi nel medesimo incastrati cioè uno nel petto, uno nel ventre, uno
per cosia, uno per gamba, uno per piede, due per braccio, uno nella man destra,
nella mano sinistra un rubino, un smeraldo verde nel ventre del demonio calcato
con i piedi di San Michele del peso di once 4 e denari 4; Una prospettiva d'oro
ovata d'appendersi nel petto straforata con una rosa nel mezzo e con 5 cascate
nel fondo d'un canto all'altro tempestata di 190 diamanti quasi tutti piccoli
dal peso di 8 once e 6 denari; Un fiore d'oro smaltato di diversi colori con 7
rami e una rosetta nel piede tempestato da un canto all'altro di 110 diamanti,
mancandone un solo nel mezzo della rosetta dal peso di 3 once e 21 denari; Una
croce d'oro smaltata dal di dentro di diversi colori e davanti tempestata di 57
diamanti dal peso di un'oncia scarsa. E poi un paio di pendenti d'oro con 44
diamanti, Un filetto d'oro da portare al collo con 72 diamanti piccoli, Uno
scorpione d'oro smaltato tempestato di 20 diamanti piccoli, un topazio lavorato
a punta di diamante che da solo pesa 11 denari, e anelli con corniola, diamanti
grossi, rubini (ben 24 in un solo anello) e una decina di medaglioni e medaglie
d'oro e d'argento, prima di passare all'argenteria di casa: grandi bacili con
l'arma pallavicina nel mezzo, vasi
da fiori lavorati a rilievo, brocche, fruttiere, decine di candelieri grandi e
piccoli con l'arma pallavicina nel rilievo del piede, mochette cioè smoccolatoi
a forbice, salini, calamai, posate, bussolotti, crocifissi, un reliquario con
l'osso di Sant'Alessandro, lampade, spade e pugnali dal manico lavorato, un paio
di speroni e una profumiera incisa e sbalzata, sormontata da una statuetta con
l'aquila fra le gambe, il tutto per un peso da me calcolato di un chilogrammo
circa di oro e pietre preziose e di più di sessanta chili d'argento.
Nella prima
sala dell'appartamento a mano destra nello ingresso al primo piano ci attendono
subito altre grandi sorprese: 29 quadri alle pareti, tra cui una serie di 15
ritratti uniformi di antenati, uno del fu Signor Marchese Alfonso in piedi con
un moro a mano destra vestito di turchino che li presenta un memoriale che viene
da Castel Madama suo feudo,. Un altro ritratto antico assai con sotto le parole
Sfortia Dux, nature morte con fiori, frutti, istromenti da sonare, animali
volatili, selvatici d'altre sorti, hortalie, pesci e qualche figure fiumane,
scene con La Virtù romana, Susanna, Lucrezia e Cleopatra; alle porte e alla
finestra tendaggi di damasco cremisi e raso giallo; un grande orologio da
camera, un tavolo, otto buffetti cioè consoles, due tavolini da gioco, quattro
sgabelli e nove poltrone tutti coperti di corame rosso con chioderia tonda
d'ottone, un grande camino e ... una chitarilia nova fatta a scatola con l'Arma
Pallavicina sul manico di dentro il scritto Ant.° Stradivarius Cremonensis F.
1678, Un violino di Cremona fatto da Nicolò Amati del 1666 come dimostra il
polizino di dentro, Una tromba marina da sonare col manico sotto, una altra
chitarra, Un clavacino a coda con la cassa dipinta e Un'altra spinetta dalla
coda più piccola fatta per mano di Giovan Lugarini: tutto un mondo di colori e
di suoni, senza più colore, senza più suono. Il mondo del marchese Alfonso:
l'orgoglio della millenaria stirpe parlante dalle pareti, l'ambizione feudale
ridotta al luogo di Castel Madama, nel Lazio, l'accettazione della realtà
farnesiana, la sicurezza economica, il lusso, la consolazione della musica. Uno
Stradivari e un Amati. Nicolò Amati, il più grande della gloriosa famiglia di
liutai, il più ricercato, nel 1666 all'apogeo. Antonio Stradivari, nel 1678
forse ancora nella bottega dell'Amati, nel periodo della sua prima produzione,
con una di quelle chitarre di cui restano oggi nel mondo tre soli esemplari.
La sala
contigua che risguarda verso mattina è una stanza da letto stipata di quadri e
di mobili. Uno specchio e 35 quadri, alcuni grandi con le figure in piedi di
Giuditta, Davide e Salomè, piccole nature morte e piccoli paesaggi, ritratti,
scene bibliche e Una presa di Cristo con molte figure assai stimala di grandezza
ordinaria. Due secretaires uguali intarsiati di tartaruga, ornati di colonnine e
piedi dorati, statuette d'ottone e tanti cassetti, sostenuti da due tavolini di
noce col piano di pasta cotta e dura a guisa di marmo neri lavorati con fregi
bianchi attorno e una battaglia a cavallo nel mezzo. E sedie e sgabelli e Una
lettiera dalle mezze colonne con sua testiera dorata con l'Arma Pallavicina nel
mezzo e un inginocchiatoio con cassetti pieni di lettere e scritture diverse.
L'affollamento delle stanze è davvero opprimente: l'orrore del vuoto è vinto
dall'intimità ossessiva di figure e ornamenti.
Anche la
stanza successiva è tappezzata quasi interamente di quadri. 31 pitture tra cui
spiccano tre quadroni a figure intere con scene tassesche: il battesimo di
Clorinda, Ertninia fra i pastori e un episodio marino che non riesco a
individuare. Seguono tra l'altro Una Pietà di Cristo notturna, 13 nature morte,
ritratti dei duchi Farnese, di Pier Luigi in pelliccia, di papa Alessandro VII,
del cardinale Sforza Pallavicino, d'una imperatrice con guardinfante, figure di
santi e una Adorazione dei Magi. Due sgabelli e due poltrone, un buffetto, la
lettiera a mezze colonne, un'acquasantiera, un inginocchiatoio, uno scrittoio,
Una figura in marmo a sedere senza capo sopra la quale sta un legno lavorato al
torno che serve per sigillar lettere, una gabbia piccola da uccello tutta di
legno — e l'uccello? —, un credenzone di noce. Nel credenzone è la biblioteca
del palazzo, un'altra fetta del mondo spirituale di Alfonso Pallavicino.
I Promessi
Sposi. Cap. XXVII: «Don Ferrante passava
di grand'ore nello studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco
meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in
varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato».
La
tentazione di un confronto, di un parallelo tra le due biblioteche, m'è venuta
davvero più volte. Tentazione maliziosa, da allontanare alla svelta. Come numero
i libri si corrispondono quasi, e spesso si corrispondono autori ed argomenti.
Tutta la cultura del tempo, se si escludono le scienze naturali e meccaniche,
tutta l'Europa cattolica tra Francia e Spagna. Molti libri di storia, anche
contemporanea, molti di politica. «Cos'è
mai la storia, diceva spesso don Ferrante,
senza la politica?». A Busseto non si trovavano le opere del
Machiavelli «mariolo sì, ma profondo»;
c'erano invece il Botero «galantuomo sì,
ma acuto», e il Boccalini con tanti altri. C'erano poi le numerose opere del
fratello del marchese, il cardinale Sforza Pallavicino, il celebre autore della
Historia del Concilio di Trento, e quelle di Padre Bartoli e di parecchi altri
gesuiti. Non mancavano i classici latini e italiani, quasi tutti i nomi più
grandi, compresi quelli del suo secolo, e opere giuridiche, morali, ascetiche,
agiografiche e di araldica. Tra i manoscritti: Conclusioni di filosofia diffesa
del marchese Alfonso Pallavicino in Roma; Diario del viaggio di Roma di quanto è
succeduto nella mia ambasciata d'obbedienza per V.A. Ser.ma alla Santità di Papa
Alessandro VII; Relazione a S.A.S. dell'Ambasceria del Marchese Alfonso
Pallavicino alla Maestà dell'Imperatrice Maria Teresa Austriaca a Milano;
Registro di lettere scritte all'Em.mo Sig.re Cardinale Pallavicino e al Serino
Sig.re Duca di Parma sopra gli affari degli Stati di Castro e Ronciglione.
Questi quattro volumi segnano momenti importanti nell'esistenza del marchese: i
suoi studi a Roma sotto la protezione del celebre fratello non ancora cardinale
ma già reputato scrittore, e i suoi servigi farnesiani in qualità di
ambasciatore: quasi una vita.
In quella
stanza, come numi tutelari, lo fissavano dalle tele il caro fratello famoso e i
duchi padroni, mentre l'uccello cantava nella piccola gabbia.
Ma usciamo
all'aperto, nella buffalora il locale centrale disposto ai quattro venti: è
l'unico che conservi ancora oggi l'aspetto originario. Gli dei e le grottesche
del soffitto tardo cinquecentesco erano allora di certo più vive. L'inventario
non segna che quattro panchette di noce, onde non è consigliabile sedervisi più
d'un attimo in quel rigido febbraio bussetano, sepolto nel tempo.
Rientriamo:
Altro appartamento a man sinistra all'ingresso dell'istesso primo piano. Forse è
un grande tinello il salone che si presenta adorno di 17 quadri, uno specchio,
sei consoles, sei sgabelli e cinque cassapanche, un armadio a muro con delle
maioliche e un apparato da fuoco per cucinare nel camino. I quadri non riescono
a lungo a richiamare la nostra attenzione che smania già di frugare nelle casse:
un ritratto grande in piedi del già marchese Alfonso vestito in abito nero con
un paggio in livrea turchina che alza una portiera, un ritratto del fratello
cardinale, Salomè, Giuditta, la negazione di Pietro, la caduta di San Paolo, un
cane grosso e un altro piccolo, quattro sante; nature morte e scene religiose.
Le cassapanche sono di noce scolpita con rosone intagliato al centro, figure
agli spigoli, piedi leonini e contengono abiti riccamente ricamati, stoffe
preziose, biancheria fina, tappeti, tovaglie, drappi e altro. Dovremmo scegliere
tra le cose più lussuose descritte in un elenco di 24 pagine, ma la scelta è
davvero imbarazzante. C'è tutta una serie di cuscini, drappi, giubboni di raso
paonazzo ricamato a fiori d'argento con pizzi e bottoni d'argento e fodere d'ormesino
color canella; quattro livree da staffiere guarnite di pizzi d'oro e d'argento;
una trabacca (padiglione per baldacchino da letto) col cappuccio alla romana
tutto in ricamo grosso di seta di diversi vivi colori con frangie di seta di
diversi colori cioè incarnato, giallo, bianco, perseghino, verde e turchino,
fodrata di un drappo di seta incarnatino rigato in piedi di diversi colori in
tutto di otto pezzi, fodrati all'istesso modo; pettiniere di raso o verde o
turchino con ricami parte d'oro, parte d'argento, di fiori, aquile e gigli con
pizzetti a trina d'oro; coperte di broccato d'argento rosso e bianco, con pizzi
d'argento all'antica; un drappo da tavola di seta verde e verde giallo a opera
con pizzi di seta fatti alla rocca di color d'Isabella; sedici braccia di
velluto turchino a pelo con le cimase rosse e bianche; 58 tovaglie di lino
ricamate o no; tappeti di damasco di seta e di lana; coperte da letto d'ormesino
color d'aria o foglia morta o cremisi o ranciato; e paia di lenzuola a non
finire.
Ci troviamo
dunque sulla soglia di un appartamento femminile: ce lo conferma d'altronde la
stanza successiva che ha una finestra verso mezzogiorno e l'altra verso mattino,
ed è forse la camera da letto della vedova marchesa.
Quattordici
quadri, tra cui Una regina di Spagna con la corona sopra il tavolino, il
ritratto di Donna Ersilia Malaspina, nonna del marchese e altri numerosi di
devozione. A capo del letto, a colonne rosse dorate, tre Agnusdei e quattro
immaginette. Ingombrano la stanza due poltrone, due tavolini, un grosso
crocifisso d'avorio con la croce d'ebano e ornamenti d'argento sbalzato, un
orologio da tavolo dorato con quattro pomi in capo, uno scrittoio con nove
cassetti di legno di pioppa con cornici inargentate dipinto a paese con dentro
diverse galanterie cioè Madonnine dipinte su rame incorniciate d'ebano
intarsiato di pietra turchina e rame dorato, figurine in terracotta, quattro
Agnusdei di cera, quindici braccia di pizzi neri di seta e altre cose di niun
valore. Sotto il letto sta una cariola ossia un lettuccio con ruote. Su tutto
domina un credenzone di noce pieno di scatole, casse e cassette che il tempo non
ci consente di aprire. Accontentiamoci di sollevare alcuni coperchi : gambe
a di fiori
finti, un cestino pieno di amido un manicotto di pelo di martorello con tre
code, un'ombrella piccola di zendede cremisi, una sfera di cristallo, due
piccoli abili completi per una Madonna che è nell'oratorio, verghette e boccette
di profumo,
vasetti di balsamo, molti Agnus Dei improntati al tempo di Papa
Alessandro VII e, in una cassa più grande, due pezze ri
di tela di lino e lino e stoppa di 106 e 120 braccia.
Non
dimentichiamoci prima di uscire l'inginocchiatoio che contiene nei suoi cassetti
una piccola biblioteca di libri religiosi tra cui la già classica Introduzione
alla vita devota di San Francesco di Sales. La presenza nell'armadio d'un
violino vecchio senza archetto, a cui non s'è fatto cenno prima, e
nell'inginocchiatoio di un libro da cantare e di tredici altri libricioli e
varie altre carte dell'istesso tenore di musica getta nuova luce sulla comune
passione musicale dei nobili coniugi.
Attraversiamo in fretta la dispensa che racchiude altre casse di biancheria per
la servitù, stoppa e lino grezzi da filare, mortai, stadere, scaldini, barilette,
cesti e vasi a decine, tavoli, a scale di legno, una moscarola e tante altre
cose. Passando per l'anditello all'istesso piano in cui sono un credenzone ossia
cassone di pioppa da dormirci dentro e una rastrelliera a cui s'appendono le
spade degli staffieri, scendiamo nei servizi sotterranei. Consistono questi
nella cucina, stalla, rimessa, cantina, pollaio, tinaia e credenza, tutto
l'intero sottosuolo della villa che ancor oggi mostra le sue alte e possenti
volte primitive.
La cucina
forse non è ampia come quella del castello di Fratta descritta da Ippolito
Nievo, e il camino, se è pur come credo quello che ancora si vede, non «apriva
le sue fauci» come «un antro acherontico», ma poco ci mancava. Tra gli arredi:
15 piatti grandi da capponi con l'arma pallavicina, un piccolo mortaio di bronzo
figurato di rilievo con angeli e cavalli, quattro spiedi di ferro, tre gabbie da
cappone con le colonne, cinque tavole, e credenze, mensole, treppiedi, tavolini,
lavelli, ogni genere di recipienti in rame e coccio, gratarole, un ceppo con la
sua mannaia, il forno con la sua pala, il pozzo e una trappola di ferro con i
suoi denti per pigliare i martorelli.
Nella
stalla: Una muta di sei cavalli morelli attempati assai e di poco valore uno
orbo, uno guercio e altri difettosi, con selle, finimenti e strumenti vari.
Nella rimessa: una carrozza vecchia ornata con l'arma gentilizia, una sedia
scoperta con il traverso per un altro cavallo, un sellino coperto di bazzana
nera e diverse travi e asse di legno, tante da rivelarci forse l'intenzione di
prossimi impegnativi lavori. Nella cantina: 15 botti, 16 botticelle, due barili,
due bigonci e quattro loretti. Nella polara: tre tacchini, un gallo, trentadue
galline e due oche. Nella tinaia: dieci tine e diversi colatoi. Nella credenza:
tavoli, bauli, cesti, un torchietto per piegare la biancheria da tavola e altre
cose.
Chi già s'è
annoiato, può interrompere la sua visita e non salire le scale che ci portano al
piano superiore del palazzo, diritti dentro l'oratorio.
Segnamoci
di croce bagnando la mano nel santarolo, ché qui siamo in un luogo santissimo:
l'inconcepibile devozione secentesca vi ha versato un profluvio di arredi,
immagini, reliquie e Agnusdei che ci chiediamo come possa un solo ambiente
averli contenuti: esemplare privato trionfo di spiritualità controriformistica e
d'ingenua superstizione. L'elenco ne è lunghissimo ma interessante, per cui, pur
sfrondando qua e là, non tralasciamo l'essenziale: quattro poltroncine ricoperte
di damasco cremisino a fiori turchini e due inginocchiatoi; due animali di
marmo, cioè un lione e un cane senza capo sopra i quali sono due gambe di
candelieri d'ottone; l'altare con i suoi servizi e un'Annunciata per ancona; un
crocifisso d'ebano avorio e argento; una ventina di piccoli quadri, incisioni e
pitture; due sonetti stampati su seta e incorniciati; due angeli con le ali di
paglia tinte; Agnusdei a forma di cuore con qualche ricametto; una Madonnina
vestita di zendale bianco e pizzetti d'argento; quattro reliquiari grandi con
sette reliquie ciascuno; due anelli di legno reggi torcera; quattro aquile
imperiali di pezza inargentata, vasi di legno con fiori finti, candelieri
d'ottone, una Madonna di Loreto in stucco. Ma il più è racchiuso in un
credenzone guardaroba e nel vano sotto l'altare, inesauribile miniera di sacri
tesori. Dall'armadio togliamo una sola pianeta, la più bella forse tra le tante:
ricamata con seta flossa di diversi colori a fiorami e fregii con frangie di
seta rossa e gialla listata di lavori di color simile e ricamata di dietro con
l'Arma Pallavicina in un campo, nell'altro un leone Sotto l'altare: un'arca
d'ebano e cristalli con i corpi dei martiri Faustino, Demetria e Servio, come
dimostrano i polizini; un'altra piccola arca coperta di seta d'argento con trina
d'oro, attraverso i cui cristalli si vedono la mascella di Santa Vittoria, e
ossa sparse dei Santi Prisco, Antimo e Crescenzio, legate con nastri di seta tra
piccoli fioretti finti; due busti reliquiari in legno dorato; una cassettina di
legno bianco con otto reliquie e tanti Agnusdei fatti a stella. Ma c'è ancora
qualcosa, perché il volto dell'altare è tappezzato di drappi, quadretti,
Agnusdei, trentasei reliquie piccole, un S. Antonio e una Maddalena di cera, due
pellicani finti. E altre reliquie sono in due credenzini di pioppo ai lati
dell'altare.
Ricordate,
nell'ultimo capitolo del Gattopardo la visita del Cardinale di Palermo nella
cappella privata delle sorelle Salina e la sorte delle loro reliquie? Don
Pacchiotti si scusava: «Mi sono permesso
di approppriarmi di questo cestino per riporvi la roba scartata: posso posarlo
qui?» E depose in un angolo il suo aggeggio che straripava di carte
stracciate, di cartigli, di scatolini contenenti ossami e cartilagini. — «Sono
lieto di dire che ho trovato cinque reliquie perfettamente autentiche e degne di
essere oggetto di devozione. Le altre sono lì, — disse mostrando il cestino.
— Potrebbero dirmi signorine dove posso spazzolarmi e ripulirmi le mani?
—».
Rifacciamoci uscendo il segno della croce ed entriamo nella prima camera al
piano superiore in capo alla scala.
Le pareti
sono rivestite da un addobbo di arazzi di sei pezzi con sopra diverse figure
humane e paesaggi. C'è poi un quadro grande con l'incendio di Troia, un ritratto
di Manfredino Pallavicino, quadretti di santi e madonne, una lettiera assai
ricca e i soliti mobili che trovano posto in quasi tutte le camere: tra questi
una sedietta di pioppo col suo vaso di terra. Oltre agli arazzi, le cose più
interessanti sono i due bauli coperti di vacchetta rossa fodrati di dentro di
tela sangallo verde. Contengono una ricca serie di abiti, giubboni, tabarri,
giustacuori, busti e vesti femminili in stoffe fini orliate di pizzi. Chi avrà
indossato il sottanino di stoffa bianca color di muschio d'aurora e turchino
listato davanti da pizzi d'argento larghi tre dita, e due altre liste in fondo
con cimasa bianca e verde?
Non attira
la nostra curiosità la camera contigua rivolta verso mattino e mezzogiorno: è
una specie di ripostiglio in cui si ammassano casse e cassette di documenti,
fiaschi impagliati, scatole di colori, attorno a una lettiera di noce con sue
colonne intere.
La seguente
è detta la guardarobba e risguarda verso sera. Anche qui di tutto un pò: sei
casse di lettere del marchese Alfonso dal 1643 al 1673 registrate in bell'ordine
a mese per mese, strumenti per buratare la farina, finimenti da cavallo, piatti
reali di peltro e maiolica in szran quantità, quattro bracciali da giocare al
balone con due baloni e suo gonfietto d'ottone, cesti di lana e di rottami di
rame, ottone e peltro. In un piccolo nascondiglio chiuso da un uscio di
cantinelle: recipienti a decine, una intera batteria da cucina, lucerne,
graticole e le catene per levare il ponte sopra la peschiera.
Si passa
ora attraverso l'andito in capo alla scala che rende comunione tra l'uno e
l'altro appartamento. Vi troviamo un credenzone pieno di armi: quattro sciopette,
sette carabine, un pistone, due pistole, gli acciarini e una balestra con suo
arco di ferro incassata di noce alla moda.
Ci restano
tre camere, una volge verso mattina da una parte e verso sera dall'altra, una
seconda verso settentrione e l'ultima verso mattina. Nella prima: tre lettiere,
alcune casse vuote e dei telai; nella seguente: sei quadri tra cui le Quattro
Stagioni, una lettiera, cassse, bauli, un inginocchiatoio e uno scrittoio
piccolo con dieci cassetti dalla parte d'avanti incrostati d'avorio ci fiorami;
nell'ultima una lettiera, due casse e un credenzone di noce con la cimasa ornata
dell'arma pallavicina, pieno zeppo di mazzi di scritture, più di 130, e un
bussolotto di latta contenente il testamento in cartapecora del marchese Sforza,
il gran generale delle guerre contro i turchi.
Una rapida
visita ai solai dell'appartamento che risguarda verso mattina e mezzogiorno non
ci riserva più sorprese: casse, sedie, assi, barili, ceste da piccioni, filatoi,
materassi, guindoli e molte stara di spelta, lava, veccia, frumentone e
frumento.
Conclude
l'inventario la nota aggiuntiva di alcune cose di poca importanza, tralasciate
negli elenchi precedenti. Osserviamo tra queste Un piccolo vestimento di panno
color di muschio fornito di pizzi d'oro e d'argento, habito del Marchese
Alessandro vivente e Uno spadino piccolo che serve per il suddetto Signore
Marchese Alessandro con pomo guardia e puntale d'argento in parte dorato:
l'erede fa qui capolino con la sua spada giocattolo, fanciullo di nove anni
gettato nel mare della vita.
«Godeva
intanto l'Italia un'invidiabile quiete» come scrisse il Muratori di
quell'anno di Cristo 1679.
Corrado Mingardi
L'itinerario percorso
seguendo l'inventario del 1679 ha suscitato in me alcuni dubbi che non mi è
stato possibile chiarire. Le stanze visitate corrispondono a solo tre dei cinque
corpi di fabbrica che formano oggi Villa Pallavicino, e precisamente ai due
rivolti verso mattino e a quello centrale. E gli altri due corpi posteriori
perché non vennero presi in considerazione? Non esistevano forse dall'origine? o
furono costruiti, completando il primitivo progetto che sicuramente li
prevedeva, solo durante il riadattamento operato più tardi a cavaliere del XVII
e XVIII secolo? Se fossero esistiti alla morte del marchese Alfonso e affittati,
come non credo probabile, l'inventario avrebbe fatto cenno di quegli
appartamenti nell'accurato elenco delle proprietà steso alla fine. In tale
elenco, che fa menzione di ogni immobile, tra cui sono due case situate entro le
mura bussetane, non si parla nemmeno delle vaste scuderie poste a sud della
villa, oltre la peschiera. Anche queste dunque dovevano essere ancora costruite?
Dubbi di minore
importanza riguardano l'ubicazione dell'oratorio: in capo alla scala o a metà
scala? E come era allora la scala interna, quella che oggi conduce alle sale
superiori de] Museo? Mi auguro che la soluzione di questi quesiti possa presto
venire dal ritrovamento dei documenti relativi alla fabbrica della villa. Troppo
poco si conosce sul tempo della sua fondazione, sull'autore del progetto, che
una tradizione non controllabile fa risalire al grande Vignola, sul tempo
preciso del restauro barocco, sui numerosi e valenti decoratori che la ornarono
in anni diversi di bellissimi stucchi e di buoni affreschi.
ALMERINDO NAPOLITANO E I SUOI «CINQUANT'ANNI E PIU' DI
VITA BUSSETANA»
Quando
sotto le Feste ebbi fra mano, fresco di stampa, elegante nella veste editoriale,
ricco d'illustrazioni, invitante nel titolo, il volume CINQUANT'ANNI E PIU' DI
VITA BUSSETANA, Parma, La Nazionale, ultima fatica di Almerindo Napolitano, mi
gettai nella lettura, ingorda e affrettata, di chi, sfogliando, intende cogliere
subito e tutto il succo d'una primizia, il sapore di un lavoro atteso e
desiderato. Il contenuto, ristretto per lo più all'ambito autobiografico, si
dimostrò alla prima impari al richiamo del titolo (la cronaca di mezzo secolo di
vita bussetana), ma solo alla prima, perché, a meglio riflettere, vita bussetana
e vicenda del prof. Napolitano coincidono quasi in questi cinquant'anni pieni e
turbinosi: se un protagonista racconta la sua storia, racconta tout court la
storia d'un epoca, d'un ambiente. E le sue impressioni, i suoi ricordi non son
mai soltanto espressioni private, ma specchio, immagine d'una situazione più
ampia e interessante. Perché davvero nessuno meglio e più di lui ha avuto nei
vari campi culturali, sociali, ricreativi del nostro paese un peso tanto
considerevole, tanto determinante. Nei vari campi, esclusa la politica: con
certi cattivi esempi passati e recenti, non è questo forse un demerito.
Insegnante presso la Scuola Media dal 1925, preside dal 1950, direttore della
Biblioteca del Monte dal 1929, presidente della «Pro Busseto» dal 1937 al 53,
segretario e poi presidente della «Dante Alighieri» dal 1935, membro dei
comitati e delle associazioni più importanti, organizzatore di svariatissime
manifestazioni, disponibile sempre ogni volta che si è trattato e si tratta di
dar lustro a Busseto e di onorarne le sue glorie. Proprio lui che bussetano non
era! Non lo era per nascita né per formazione, ma lo diventò: tanto da votarsi
completamente per cinquant'anni e più alla città d'elezione, che da parte sua lo
ha legato a sé con la considerazione e la stima profonde dei cittadini d'ogni
condizione sociale, non meno che con la famiglia, la professione, gli interessi
ideali. Quando, per raggiunti limiti di età, lasciò la presidenza della nostra
Scuola Media, in considerazione dei suoi meriti civici, il Consiglio Comunale lo
insignì all'unanimità del titolo del cittadino benemerito di Busseto.
Ma le
benemerenze, in questi ultimi anni, gli sono state riconosciute onorevoli da
ogni parte: il cavalierato, la commenda, le medaglie d'oro della Scuola, della
Dante, della Cassa di Risparmio.
Ma torniamo
al suo libro. Ora che l'ho riletto con più attenta calma, mi pare di giudicarne
meglio l'utilità o quanto meno l'opportunità. Gli argomenti, cui la prospettiva
autobiografica, per le ragioni che s'è dette, non toglie interesse, compongono
nel loro insieme un quadro obiettivo e completo della vita di Busseto: anche
perché i ricordi cercan sempre riscontro e conferma nella paziente
documentazione che non era agevole ricercare in rare pubblicazioni occasionali.
Ma in una tale opera di ricerca il prof. Napolitano era da tempo ferrato, già da
quando consegnava alle stampe i suoi volumi sulla Biblioteca e
sul Teatro Verdi e i suoi altri lavori, che si raccomandano tutti per la
ricchezza di dati e testimonianze d'un passato più o
meno recente. Non ancora pubblicata, da poco portata a termine, è una sua
monografia su Emanuele Muzio: centinaia e centinaia di pagine, con
l'utilizzazione di migliaia di lettere inedite del Maestro.
Non intendo
fare qui l'esame particolareggiato di CINQUANT'ANNI E PIU' DI VITA BUSSETANA, ma
solo esprimere alcune considerazioni. La successione dei capitoli è rivelatrice
della vastità dei temi trattati, che vanno dal culto di Verdi, alle scuole, alle
associazioni, alle manifestazioni turistiche, alle mostre, agli spettacoli, ai
personaggi. All'inizio sono le belle pagine dedicate a quel lontano 30 settembre
1926 in cui il Prof. Napolitano giunse tra noi: la descrizione trasmette intatta
nel lettore la felice impressione che Busseto gli fece, come pure è dato
cogliervi una punta di sincera nostalgia, che non gli impedisce però, nella
chiusa del libro, di fare lusinghieri apprezzamenti sull'odierno aspetto moderno
del paese. La storia delle onoranze a Verdi, delle battaglie per il Centro di
Studi Verdiani e per il Teatro Nazionale Verdiano costituiscono fra l'altro uno
stimolante motivo di riflessione su quanto fu fatto, o non fu fatto, su quanto
oggi si potrebbe e dovrebbe fare, pur in mezzo a tante difficoltà. I capitoli
sulle scuole sono i più ampi, i più ricchi di notazioni e riferimenti personali.
I personaggi, poi, sono ritratti dallo scrittore con giudizi talora taglienti,
d'una schiettezza mai, o quasi mai, credo, offensiva. Chi ha voluto vedervi
punte di malizia, deve forse imputare a sé un'intenzione che dal testo non
appare. Accanto agli eventi più rimarchevoli trovano posto gli aspetti minori,
anche minimi, a dar lume ad un fatto, a dar vivacità al racconto. In complesso
il libro è un panorama quasi esauriente, che resterà: e come presenza di una
personalità non comune e come omaggio sincero di questa a Busseto.
Corrado Mingardi
LE MURA E I TORRIONI DI BUSSETO
Nel 1972
l'editore Gérlich ha dato alle stampe il libro «Castelli e Rocche di Emilia e
Romagna» dell'arch. Carlo Perogalli professore presso il Politecnico di Milano.
L'opera, a
causa della vastità dell'argomento, può essere giudicata un poco superficiale,
anche se una trattazione più particolareggiata avrebbe rischiato di farla
divenire troppo specializzata ed indigesta; tuttavia l'ottima veste tipografica
e la pregevole iconografia ne fanno un discreto testo di consultazione per chi,
oltre alla descrizione delle strutture architettoniche, di ogni castello voglia
sapere storia e leggende.
Busseto è
citata fra le prime pagine, per una costruzione a cui i Bussetani non hanno
dato, purtroppo; finora, importanza alcuna: il torrione posto sullo spigolo
Nord-Est delle mura, nonostante, già dal lontano 1908, fosse stato menzionato e
citato ad esempio su un importante testo di architettura militare.
Il
Perogalli, come avevano già fatto altri prima di lui, attribuisce ad Oberto
Pallavicino, nel periodo che corre fra il 1220 ed il 1268, la costruzione di
questo torrione e di tutta la cinta muraria. Egli in particolare descrive con
ammirazione, riportandone addirittura la planimetria, il rivellino che collega
il torrione alle mura. Esso infatti risulta essere stato concepito con grande
genialità in quanto consentiva, con la sua forma a dente, un ottimo tiro di
infilata sugli eventuali assalitori delle cortine difensive.
L'autore,
però non tiene in considerazione che la suddetta costruzione, ad un attento
esame, presenta caratteristiche strutturali che dovrebbero farla risalire al
primo quarto del quindicesimo secolo (zoccolatura a scarpa molto pronunciata e
cannoniere ricavate nel corso della costruzione e non in rottura). Quindi viene
da sé chiederci se Oberto, seppure valente generale e geniale architetto, possa
aver fatto costruire circa 100 anni prima dell'avvento delle armi da fuoco un
sistema di difesa atto a resistere ai colpi delle artiglierie o se sia errato
attribuirgli la completa costruzione del sistema difensivo i cui resti sono
visibili tutt'ora.
Da una
ricerca su testi editi precedentemente si è appurato che la stessa attribuzione
è stata già fatta da Maggi - Artocchini ne «I castelli del Piacentino» e dal
Rocchi in «Fonti Storiche dell'architettura militare». Ora in considerazione che
ogni testo ricalca pedissequamente quanto scritto in precedenza, risulta facile
risalire ad Emilio Seletti, autore dell'opera «La città di Busseto» edita nel
1883, quale primo anello della catena.
Il Seletti
infatti afferma che nel '200 Busseto era già estesa dalla Porta S. Maria, dalla
Cassa di Risparmio per intenderci, fino al Monte dei Pegni e che Uberto la
ingrandì ulteriormente fino agli attuali confini con la cinta muraria visibile
in parte tuttora.
Questa sua
tesi è suffragata non da documenti certi, ma da supposizioni di Pietro Vitali e
da non meglio qualificate «diligenti ricerche» dell'archeologo Pietro Seletti.
Visto che
si deve restare nel campo delle ipotesi per mancanza di documentazione valide,
tanto vale formularne una nuova, suffragata da paralleli con costruzioni
analoghe.
Senz'altro
Oberto Pallavicino deve aver fortificato Busseto e molto probabilmente, sulle
sue esperienze di uomo d'armi, avrà adottato tutte le soluzioni più valide e
moderne per garantirne la sicurezza. Ma a meno di non attribuirgli anche qualità
divinatorie, è impossibile che abbia previsto l'impiego di armi da fuoco contro
le mura da lui progettate (siamo infatti solo nel 1200).
Oltretutto
nello stesso periodo per ordine dell'imperatore Federico II, di cui Oberto era
generale, furono costruiti in Puglia molti castelli tra cui quel gioiello di
architettura che è Castel dei Monte, il quale non presenta nessuna scarpa nei
muri perimetrali.
Ed è
pensabile che se Oberto fosse stato convinto, in base alle proprie esperienze,
dell'importanza della zoccolatura a scarpa, nelle cortine esterne, avrebbe
influenzato l'opera degli architetti al servizio dell'imperatore.
Ecco,
perché è più facile pensare che le fortificazioni di Oberto danneggiate durante
il sacco dei Cremonesi, successivo alla sua capitolazione ai Parmigiani, siano
state restaurate alla meglio dai suoi successori, ma che in seguito Orlando il
Magnifico nel sec. XV abbia allargato la cinta muraria fino al perimetro oggi
visibile.
Le mura d'Oberto
infatti dovevano descrivere la forma di un rettangolo ed essere munite di
torrioni merlati a pianta quadrata tre dei quali sono ancora visibili. Due verso
Est: in casa Lodola e nel cortile della Pubblica Assistenza.
Il terzo,
ignoto ai più, è stato incorporato nel fabbricato della Biblioteca e la sua
parte superiore, completa di merli, è ancora visibile nel sottotetto.
La rocca
era senz'altro completamente staccata dalla cinta muraria del paese e doveva
essere dotata di difese indipendenti isolate anche con un fossato.
Orlando
quindi dovrebbe aver incorporato nel paese l'area compresa fra l'attuale via
dell'Ospedale e la cinta muraria a sud ed ampliato l'abitato verso ovest facendo
divenire la rocca, ormai incastonata nello spigolo Nord-Ovest del paese, un
elemento difensivo dello stesso oltre che dimora e fortezza dei Pallavicino.
Orlando
inoltre, rafforzando le vecchie mura per adeguarle alle nuove necessità
belliche, dovrebbe aver fatto costruire il torrione rotondo ed il famoso
rivellino; essi infatti richiamano inequivocabilmente sia dal punto di vista
architettonico che costruttivo i tre torrioni bussetani posti a sud, in viale
della Repubblica e viale Affò, e la rocca di Monticelli d'Ongina che lo stesso
Perogalli attribuisce ad Orlando.
A questo
punto si rende quanto mai necessaria una accurata ricerca d'archivio onde
evitare che altre inesattezze si aggiungano a quelle precedentemente dette e
perché i bussetani abbiano finalmente idea dei successivi sviluppi urbanistici
della loro cittadina.
Gianandrea Allegri
DI ALCUNI ANTICHI MOBILI EMILIANI A BUSSETO
La
riproduzione a colori del monumentale armadio del Monte di Pietà di Busseto
sulla sovracoperta e nell'interno del bel volume di Luisa Bandera, Il Mobile
Emiliano — Gorlich Editore — Milano 1972, mi ha fatto un gran piacere: è davvero
meritevole di grande considerazione questo capolavoro quasi ignoto agli stessi
bussetani. L'autrice lo presenta nella didascalia in questi termini: «Grande
armadio a due corpi in noce. La fronte è divisa da lesene di forma Luigi XIV con
motivi intagliati. Gli sportelli hanno una decorazione a piccoli riquadri
ravvicinati che richiamano le decorazioni spagnole. La eccezionale qualità del
mobile è sottolineata dal ricco fastigio che porta incisa la data 1699». Nel
testo poi si fa notare come il mobile conservi ancora la divisione
cinquecentesca in due corpi, rara a quell'epoca e come gli intagli a pendenti di
frutta, posti sulle lesene, siano un motivo decorativo usato a quel tempo con
frequenza nelle città del Ducato.
A
integrazione di ciò, pubblico " qui alcune notizie che ho ricavate dai documenti
originali, tuttora conservati proprio nello interno dell'imponente mobile, le
cui notevoli misure sono metri 4,55 di larghezza, 5 di altezza e 0,83 di
profondità.
Dal Libro
delle delibere 10 marzo 1699. Essendo necessario provvedere d'un credenzone
capace di riporvi tutti i libri, e scritture vecchie del Monte e quelle che di
mano in mano si vanno terminando, s'è ordinato di farlo fare secondo il disegno
che è stato proposto da un Fratello Gesuita molto perito in quell'arte, e così
sia.
Non mi è
stato possibile trovare il nome del gesuita, certo un esperto di disegno
architettonico, come numerosi ne aveva la Compagnia di Gesù, impegnato forse nei
lavori del nostro Sant'Ignazio, allora fresco fresco di costruzione.
Dalla filza
dei mandati del tesoriere Giacinto Marziani. I lavori durarono da maggio fino a
novembre: Gioseffo Gaibazzi mastro di legname col figlio Battista, Angelo
Baretti, Bernardino e Giovanni Isè fa legnami e garzoni di Busseto;
Giovanbattista Perfetti intagliatore in Borgo San Donnino; Francesco Franzini
fabbro ferraio pure di Borgo San Donnino; Pietro Fanti dall'Asta per indorare,
dipingere e dar vernice.
In ottobre
Michele Rusca ruppe il cornicione e turò la lunetta nella parete a cui
l'archivio sarebbe stato addossato, mentre già dall'agosto la stanza era adorna
del bel camino in marmo rosso di Verona commissionato in febbraio ad Alberto
Oliva di Parma.
La Bandera
pubblica pure la foto della stupenda cornice parmense che si conserva nella
medesima stanza, vero trionfo rocaille di volute, tralci fioriti, amorini e
mascheroni scolpiti e dorati. (Si veda la nostra figura).
E' mia
intenzione ora dar qui di seguito un rapido cenno su alcuni arredi pregiati
presenti in paese. Ma desidero prima fornire una notizia non estranea del tutto
all'argomento.
Il Vitali
ne «Le Pitture di Busseto» ricorda come gli sia stato riferito che nelle carte
rimaste di Padre Affò si siano trovate memorie di alquanti intagliatori in legno
che furono di Busseto, e fiorirono nei vecchi tempi. Tra questi nomi era forse
magister Bartholomaeus de Busseto figlius quondam Leonardi carpentarii et
lignorum inagistri, cioè quel Bartolomeo Spinelli da Busseto che fu insieme a
Gian Pietro Pambianchi da Colonia l'autore nel 1514 del coro di San Sisto a
Piacenza, uno dei più belli del Rinascimento Emiliano per fini sculture e tarsie
(prospettive di edifici, di paesi, d'interni, strumenti musicali, nature morte).
Bartolomeo Spinelli fu però qualcosa di più di un intagliatore di legno,
professione quest'ultima che esercitò soprattutto in età giovanile: fu infatti
per tanti anni ingegnere e ufficiale dei ponti al servizio dei papi Alessandro
VI, Clemente VII e Paolo III. Anche suo padre Leonardo fu architetto, mentre suo
figlio, Andrea Spinelli, è considerato a ragione il più celebre scultore in
bronzo e in marmo e coniatore di monete che fosse a Parma nel secolo XVI: glorie
tutte bussetane, o di origine bussetana, che anche il Vitali e il Seletti
ignorano nei loro libri.
Restringendomi all'ambito della produzione emiliana, segnalo presso il Civico
Museo di Villa Pallavicino una grande madia di tipo bolognese (m. 2,15 di
larghezza, 1,62 di altezza e 0,80 di profondità), tutta a pannelli sovrapposti e
borchie metalliche, risalente alla fine del secolo XVII: è un capolavoro del
tutto sconosciuto, data la sua provvisoria ubicazione nei magazzini,
caratterizzato da una severa, rustica imponenza a cui si sposano senza contrasto
le delicate ornamentazioni bronzee della chiodatura, delle toppe e delle
splendide maniglie fuse. Questo mobile rivela mirabilmente il carattere di una
cultura minore costantemente alimentata nei secoli da umori terrestri,
realistici: la cultura dell'Emilia più genuina.
Emiliano è
forse anche il tavolo tondo di tipo fratino, coperto di cuoio spagnolo: per
dimensioni (diametro m. 1,42) e per eleganza di forme è opera di non comune
valore.
Di fattura
parmense, e più propriamente locale, esposti nelle sale del Museo, sono invece
il cassettone con ribalta appartenuto a P. Irenco Affò e un cantonale bombato
con intagli nella cimasa e nella fascia inferiore. Il primo di gusto pienamente
settecentesco, con cartouches incise a sgorbia e fini bronzi cesellati; l'altro
già segnato dal classicismo rinnovatore del Petitot: costituiscono esempi
squisiti d'una tradizione ricca e originale.
La Chiesa
Collegiata conserva tra gli arredi lignari degni di menzione, gli armadi
secenteschi della sagrestia; un tabernacolo cappuccino pure in sagrestia;
l'altare maggiore, scolpito in modo superbo dal cremonese Giovan Battista
Ferrari, e l'altare dei Pallavicino nella cappella del Crocifisso, entrambi del
secolo XVIII. Nell'ingresso della canonica è un banco rinascimentale con
schienale diviso da paraste scolpite a candelabre e con un cornicione aggettante
decorato con intagli ancora memori di motivi gotici. Nella Chiesa della Trinità
è una credenza da centro della fine del Seicento o del primo Settecento, con
pannelli e lesene, ad intaglio marcato nelle cornici, nelle mensole a ricciolo
nei rilievi fogliati, destinata forse a contenere messali e corali: notevole per
qualità e vicina a certi mobili chiesastici di Monticelli di Ongina e di Soragna.
Bellissimo
è poi il coro della Collegiata. I documenti, messi a mia disposizione dal
parroco Don Bolzoni, permettono di conoscerne finalmente l'autore e il tempo
dell'esecuzione.
Il
contratto fu stipulato il 23 ottobre 1800 fra i rappresentanti dell'Ill.mo e
Rev.mo Capitolo Antico dell'Insigne Collegiata e Parrocchia Chiesa di San
Bartolomeo e il Signor Francesco Galli abitante nella terra di Soragna. Il Galli
aveva precedentemente visto riconosciuto il suo disegno come il più proprio, il
più lodevole, il più vantaggioso fra quelli presentati.
L'opera in
legno di' noce ben stagionato e di buone e fine macchie, e di legno di rovere
stessamente di buona qualità e ben stagionato, completa di sedili, genuflessori,
lettorino o sia leggino e di tre porte, di cui una al centro, tolta in seguito
per far posto all'organo, formava un armadio, fu portata a termine nel maggio
del 1805 e venne a costare 32.000 lire di Parma.
I Galli
avevano da tempo un attivo e considerato laboratorio: di Giovan Battista, padre
del nostro, sono fra l'altro i magnifici confessionali della Parrocchiale di
Soragna. Francesco continuò con originalità l'opera del padre, adeguandosi al
gusto del suo tempo mutato in senso neoclassico. Nel coro di Busseto manifesta
la sua predilezione per un classicismo attento anche a richiami cinquecenteschi,
come alla lezione recente del Petitot, che in San Liborio a Colorno aveva
lasciato di quel genere un esemplare modello. Gli intagli negli scanni, nei
capitelli ionici, nel fregio, nelle mensole, illeggiadriscono il rigido schema
architettonico, senza togliere al complesso la sua austera coerenza. Il raro
rigore stilistico del coro di Busseto risalterebbe intatto se si potesse
ripristinare la parte centrale, togliendo l'ingombrante intrusione dell'organo.
A
conclusione di questo breve incompleto contributo alla conoscenza e
valorizzazione dei mobili emiliani in Busseto, voglio segnalare le scaffalature
della Biblioteca, quelle della sala grande provenienti dal Convento dei Gesuiti
e quelle della sala chiamata B. Le prime risalenti probabilmente agli inizi del
secolo XVIII, mostrano una struttura architettonica sobria ed elegante: tre
ordini di lesene sovrapposte, raccordate da cornici marcapiano, sostengono la
fascia del cornicione che è ornata di vasi torniti e di cimase scolpite. La
decorazione a finta tarsia chiara su un fondo di venature dipinte conferisce
all'insieme preziosistà e decoro. I due grandi tavoli lastronati e le otto sedie
di questa che è la sala d'onore della Biblioteca sono pure pregiati mobili del
Settecento, di pretto gusto parmigiano.
Gli
scaffali della sala B Furono disegnati nel 1868 da Ferdinando Accarini, pittore
di nature morte e scenografo del nostro teatro, e terminate nel 1872 dal
falegname bussetano Cesare Cagnoli. L'Accarini s'impegnò a seguire l'artigiano,
preparando anche tutti i modelli di terra per gli ornamenti, che sono molti, in
perfetto stile eclettico, intagliati e disposti con perizia e intelligenza, per
creare un ambiente di considerevole unità stilistica.
Corrado Mingardi