GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / torna al sommario / torna homPage
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a cura della biblioteca della cassa di risparmio di parma e monte di credito su pegno di busseto
ANNO 2 - 1971
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SOMMARIO
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CORRADO MINGARDI |
Un altro anno di lavoro |
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GABRIELLA CARRARA VERDI |
Preliminari di “Aida” |
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GUSTAVO MARCHESI |
Aida, nuova sfinge |
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CORRADO MINGARDI |
Una nuova terribile lettera di Verdi contro i bussetani |
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AUGUSTA GHIDIGLIA QUINTAVALLE |
Busseto anno zero |
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FERRUCCIO BOTTI |
Toscanini a Busseto per il Falstaff nel 1913 e nel 1926 |
| FERRUTIUS | Un episodio dell'atmosfera verdiana nel parmense |
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BRUNA PEDERZANI PALTRINIERI |
Vocazione tradita – Storia quasi vera |
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CARLO MANZONI |
Spesso noi ci troviamo ancora, ricordo di Giovannino Guareschi |
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ALMERINDO NAPOLITANO |
Spigolature bussetane: cantanti e Le 10.000 lire di Verdi |
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VINCENZO BANZOLA |
Domenico Valmagini, ingegnere ed architetto di Ranuccio II Farnese |
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VITO GHIZZONI |
Papa Giovanni e il Millenario Pallavicino |
| Le immagini del volume | |
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LISETTA LONG |
La comunità israelitica di Busseto e il suo tempio ricostruito a Gerusalemme |
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PIERRE CHARLES BORLENGHI |
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ANTONIO MORONI |
Ferdinando Provesi maestro di Giuseppe Verdi |
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EMILIO MAZZERA |
Avventure e disavventure di un ministro ducale a Busseto nel 1707 |
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GIOVANNI GODI |
Nuovi contributi allo studio delle antiche pitture in Busseto |
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MIRELLA TRAMELLI |
La notte di sangue del 7 febbraio 1921 |
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GABRIELLA SARTORI |
Gli incunaboli delle biblioteche di Busseto |
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RECENSIONI E NOTE |
Don Ferruccio Botti: Spigolature Verdiane II |
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Anna Bianca Bavagnoli Viola: Il tempo passato – poesie |
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I disegni di Pupa Florio |
Il 1971, un anno di progresso per la biblioteca: aumento dei frequentanti, incremento degli acquisti librari, ammodernamento degli ambienti e degli impianti; 570 le opere nuove, 650 circa gli iscritti al prestito, 7200 i volumi usciti, rinnovata la sala E, da sembrare nuova, e arredato l'Ufficio con la bella serie di manifesti verdiani, alcuni più unici che rari - Anche lo scaffale che raccoglie la bibliografia verdiana, già prima così ben fornito, s'é ulteriormente arricchito di opere spesso reperite sul mercato antiquario.
Poi le mostre nel salone, e gli incontri, come nell'anno passato. Da ultimo, la mostra dei disegni di guerra di Giovannino Guareschi e la presentazione della sua Favola di Natale in collaborazione con la Casa Editrice Rizzoli.
Ma quanto ancora da fare, da migliorare, per far opera di servizio e di stimolo culturale!
Gli studenti in Busseto, universitari e medi, sono in aumento davvero considerevole. Buon segno, ma le loro giuste esigenze ci richiedono sempre di più, mentre rimanere al passo coi tempi, pur nell'ambito ristretto del paese, è un impegno quasi impossibile.
Ed eccoci infine al secondo numero di BIBLIOTECA 70, la pubblicazione che tanti favori ha riscosso nella sua prima edizione. Questa del '71 non sarà certo da meno: il merito va agli illustri collaboratori, che qui tutti ringrazio a nome della Direzione della Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto e da parte mia personale.
23 dicembre 1971
Corrado Mingardi
Il mondo teatrale francese ha riservato a Giuseppe Verdi troppe delusioni e amarezze, perché possa essere accettata una ulteriore proposta, proveniente da Parigi.
L'8 dicembre 1869, infatti, Verdi ha dichiarato all'amico Camillo Du Locle (autore, insieme al Méry, del libretto del Don Carlos e Direttore dell'Opera Comique), che da tempo lo assilla di richieste, proponendogli i soggetti più disparati:
“… io non sono un compositore per Parigi. Non so se ne ho il talento, ma so che le mie idee in fatto d'arte sono ben diverse dalle vostre. Io credo all'Ispirazione: voi altri alla Fattura; ammetto il vostro criterio per discutere, ma io voglio l'entusiasmo, che a voi manca, per sentire e giudicare. Voglio l'arte in qualunque siasi sua manifestazione; non l'arrangement, l'artifizio, il sistema, che voi preferite. Ho torto? Ho ragione? Comunque siasi, ho ben ragione di dire che le mie idee sono ben diverse dalle vostre, ed aggiungo inoltre, che non ho la spina dorsale, come tanti altri, tanto pieghevole per cedere, e rinnegare le mie convinzioni che sono profondissime e radicate…”.
Ma la via naturale di comunicazione tra il risorgente Egitto e il mondo culturale europeo passa da Parigi ; l'egittologo Mariette, divenuto Ispettore generale dei monumenti egizi e nominato Bey per la sua attività e le scoperte nell'antica Menfi, è amico di Du Locle e apprezzato consigliere del Kédivé; logico quindi che questi, pensando a una nuova opera per il suo teatro del Cairo, si rivolga a Mariette, e Mariette a Du Locle, che può servire da intermediario presso l'amico Verdi.
Nei primi mesi del 1870, tra l'accenno ai più diversi soggetti rappresentati a Parigi o pubblicati sulle riviste, Du Locle lancia la proposta. Verdi dapprima tace, poi rifiuta decisamente.
Il 7 aprile (ma la busta porta la data del 7 maggio) 1870, Du Locle torna alla carica: “... C'est grave !!! Ricevo lettere su lettere dall'Egitto. Il Vicerè non può rassegnarsi al pensiero di non avere un'opera vostra. Non vi domanda di andare in Egitto. Egli farà fare tutte le prove che voi vorrete, dove vorrete, ossia a Milano, a Genova, a Parigi, a Busseto a vostra scelta, con la compagnia che vorrete, quei direttori che vorrete. Non ho potuto rifiutarmi di scriverci ciò. Ora vedete e giudicate ...”.
Accenna quindi a “un libretto, al quale il Vicerè non è estraneo, a quel che sembra, e che non è assurdo (contiene anzi belle situazioni drammatiche). Volete che ve lo mandi? avete la curiosità di leggerlo? — libretto è una parola impropria, dovevo dire scenario. Pensateci e decidete. In quest'affare può esserci forse una bella fattoria o un bel palazzo a Genova ... E' grave!!...”
Insiste il 10 maggio: “... Attendo la vostra risposta alla proposta Egiziana per trasmettere il vostro ultimatum al proprietario delle Piramidi; se gliene domandate una (la più grossa ben inteso) sarebbe capace di donarvela ...”.
Forse l'insistenza di Du Locle, forse la curiosità per il soggetto, più che la iperbolica offerta di una piramide, soprattutto il desiderio di lavorare hanno affievolito la resistenza del Maestro, il quale chiede di esaminare il « programma ».
Con una lettera del 14 maggio 1870, Du Locle glielo manda: “Caro e Illustre Maestro, ricevo in questo momento la vostra lettera e non ho che un minuto per rispondervi ... Ecco il piano del libretto proposto dall'Egitto. Questo piano è stato stampato al Cairo in 4 esemplari. Eccone uno che il Vicerè mi ha fatto spedire. Scrivo oggi anche a Mariette che mi avete autorizzato a spedirvi il piano del libretto e che può darsi che vi decidiate. — Domando nello stesso tempo le condizioni pecuniarie dell'affare ...”.
E per premere sulla volontà di Verdi, unisce anche una lettera scrittagli qualche giorno prima dal Mariette.
Il Mariette gli aveva scritto il 28 aprile: “Mio caro amico, lascio ora S.A. il Vicerè, al quale ho comunicato la vostra lettera. Non vi nasconderò che S.A. è rimasta vivamente contrariata e dispiaciuta all'idea di rinunciare alla collaborazione del M. Verdi ...” del quale ha tanta considerazione; ripete che Verdi potrà disporre a suo piacimento per le prove e per gli artisti, anche per quelli del Teatro del Cairo, che riceveranno l'ordine di recarsi dove Verdi vorrà. Non ha tempo di dilungarsi per non perdere il corriere, ma trova il minuto necessario per tracciare un frettoloso post scriptum: “Un'ultima parola. Se il M° Verdi non accettasse, S.A. vi prega di trovare un altro ... Il Pr. P. [si tratta probabilmente del Principe Poniatowski] avrebbe poche possibilità di essere gradito. Si pensa a Gounod o anche a Wagner…”.
Verdi ha ricevuto le lettere e il « piano » stampato in Egitto; non si occupa delle prime, ma studia il secondo. Il 26 maggio scrive “Car. Du Locle ... Ho letto il programma egiziano. — E' ben fatto; è splendido di mise en scène, e vi sono due o tre situazioni, se non nuovissime, certamente molte belle. Ma chi l'ha fatto? Vi è là dentro una mano molto esperta, abituata a fare, e che conosce molto bene il Teatro. Sentiremo ora le condizioni pecuniarie dell'Egitto, e poi decideremo. Il libretto italiano chi lo farebbe fare? Naturalmente bisognerebbe che lo facessi fare io stesso ...”.
“… Il libretto Egiziano è opera del Vicerè,” risponde a giro di posta il Du Locle il 29 maggio, “e di Mariette Bey, il famoso antiquario, nessun'altro vi ha messo mano ; è stato redatto e stampato in Egitto, come vi ho detto”.
Il 26 maggio aveva già sollecitato una decisione: “Caro e Illustre Maestro. Mi si bombarda di lettere e di telegrammi per domandarmi se ora vi è qualche probabilità che voi accettiate l'affare d'Egitto. In caso affermativo, mi si dice che le vostre condizioni saranno accettate tali e quali. Se dunque vi lasciate tentare e se il libretto Vicereale non vi sembra impossibile da arrangiare e mettere in musica, dite ciò che volete sia fatto, e la cifra che vi sarà dovuta ...”.
Successivamente insiste “Parigi 29 maggio 1870... Spero che una prossima lettera mi porti, come vi ho chiesto, le condizioni che desiderate per l'affare d'Egitto. Le trasmetterò immediatamente al Cairo per telegrafo, e vi manderò la risposta definitiva, che del resto non è dubbia. Mariette mi scrive che il Vicere desidera assai che l'affare si faccia ...”.
“Parigi, 31 maggio 1870... Vi ho chiesto, in confidenza, le condizioni che desiderate siano fatte per l'affare d'Egitto. Mi scrivono e telegrafano senza tregua per domandarmi queste condizioni, si dichiarano pronti a tutto. Il Vicerè desidera concludere l'affare. — Mi domandano che mi incarichi già dei costumi e scene, ecc. ecc. Non manca che il vostro Sì ...”.
Il 2 giugno Verdi invia una lettera precisa, stringata, senza frasi alate: “Car. Du Locle. Eccomi all'affare d'Egitto: e prima di tutto bisogna che mi riservi tempi a comporre l'Opera, perché si tratta di lavoro a vastissime proporzioni (come se si trattasse della Grande Boutique) e perché bisogna che il poeta italiano trovi prima i pensieri da mettere in bocca ai personaggi e ne faccia la poesia. Ammettendo dunque ch'io possa arrivare in tempo, eccovi le condizioni:
1) Farò fare il libretto a mie spese.
2) Manderò pure a mie spese persona a concertare e dirigere l'opera al Cairo.
3) Manderò copia dello spartito e lascierò l'assoluta proprietà del libretto e della musica pel solo regno d'Egitto, ritenendo per me la proprietà del libretto e della musica per tutte le altre parti del mondo.
In compenso mi si pagherà la somma di centocinquantamila franchi pagabili a Parigi dalla Banca Rotschild al momento in cui verrà consegnato lo spartito.
Eccovi una lettera asciutta e secca come una cambiale: si tratta d'affari e mi perdonerete, mio caro Du Locle, se per ora non mi dilungo in altre cose. Scusate e credetemi Vos. Aff. G. Verdi”.
Si può affermare che il dado è tratto: accetti o non accetti il Kedivé le proposte del Maestro, questi pensa di mettersi al lavoro e perciò si rivolge a Giulio Ricordi.
Giulio così gli scrive il 4 giugno: “Illustre Maestro. Si figuri un cotale, senza un soldo in tasca, cui si annunci una impensata eredità! ... Si figuri un cotale che guadagni il premio di 500 mille franchi del prestito di Bari, oppure quello di 600 mille dell'Emprunt Ottoman! ... Ella può immaginarsi tutte le gradazioni della gioia, della contentezza, della felicità dipinte sul viso di que' fortunati mortali ... Ebbene tutte queste sono un O x O = 0, in confronto al mio stuporone di stamattina nel ricevere quella benedetta di lei lettera, colla quale si riapriva il nostro cuore alla più cara delle speranze ! ... Rinuncio a dirle la nostra allegrezza, e passo al concreto. — Ghislanzoni non è a Milano, ma fuori, alla campgna; ma io sono autorizzato a dirle ch'esso è disposto a fare per Lei tutto quanto Ella crederà d'ordinare, ben felice di mettersi ai di Lei comandi: e ciò le garantisco, essendovi autorizzato dai vari discorsi che varie volte tenni col Ghislanzoni intorno a tale argomento: infine egli sarebbe felicissimo, ed io spero ch'esso vi metterà tale una cura ed uno studio da riuscire a fare eccellenti versi. — Adunque, nel caso ch'Ella lo reputi utile, io non faccio che avvertire Ghislanzoni, ed ove la nostra presenza non sia inutile, o di peso, io accompagno costì subito, subito il nostro poeta, e di presenza Ella dirà, farà, comanderà, e tutti ubbidiranno a Lei ...”.
Intanto Du Locle ha « ... mandato un dispaccio al Cairo, precisando le condizioni e domandando una risposta immediata e ufficiale » e accenna, lui pure, a un suo viaggio a S. Agata (6 giugno).
Verdi ne è contentissimo: “... Se si combina per l'Egitto, Voi verrete dunque qui. Questa è la cosa che mi fa maggior piacere. Ora desidero veramente che si combini, e fra noi c'intenderemo subito sugli accomodi a fare. Cercate solo di avere il tempo più lungo possibile ...”.
A Busseto non c'è telegrafo: il filo arriva solo fino a Borgo S. Donnino, le comunicazioni proseguono poi per posta. Attraverso questa via arriva la risposta dell'Egitto, che nel francese approssimativo dell'impiegato, in data 10 giugno 1870, dice: “Verdi — Borgo s. Donnino per Busseto — Recois depech suivant: suis autorises a vous annocer que la proposition cent cinquante mille francs est acceptée seule condition opera sera pret fin janvier Mariette — respondez enverrez response definitive au Caire — amities — Du Locle “.
Immediatamente Verdi telegrafa e risponde anche per lettera: “St. Agata 10 giugno 1870 — Car. Du Locle. Come v'ho detto nel telegramma, ho ricevuto il vostro dispaccio. Prima di fissare un'epoca bisogna assolutamente che il libretto sia finito. Potrei altrimenti trovarmi in grave imbarazzo senza colpa mia. Il tempo è sufficiente per arrivare alla fine di Gennaio ma bisogna mettersi subito al lavoro. Se voi siete autorizzato a fare gli accomodi necessari procurate venire qui presto, e disponete del più lungo tempo possibile. Sarà un doppio piacere per noi ...”.
Du Locle, prima di partire, vuole ottenere alcune informazioni, ma assicura che “... il Vicerè tiene a quest'affare più di quello che potete immaginare. Mi ha fatto dire che scriverà all'Imperatore perché io vada al Cairo, e possa andare laggiù —in mancanza vostra — per le ultime prove di messa in scena. Immaginatevi lo sbalordimento dell'Imperatore nel ricevere una simile lettera! ...”.
Il 18 giugno Du Locle non è ancora arrivato a S. Agata. Nel frattempo Verdi, con la collaborazione preziosa della Peppina, ha curato una stesura del dramma giunto dal Cairo, ne ha approfondito le situazioni, ha dato una personificazione a quello che finora è stato soltanto « L'affare d'Egitto »; si è interessato alle vicende di Emanuele Muzio e ha pensato alla stampa con i relativi immancabili commenti sul contratto e gli altrettanto immancabili confronti, sempre odiosi, anche se i tempi sono cambiati:
“St. Agata 18 giugno 1870. Car. Du Lode. Non vedo l'ora di vedervi, prima per il piacere di vedervi, secondo perché credo che in brevissimo tempo ci combineremo sulle modificazioni, che, parmi, sarebbe bene di fare ad Aida. Io vi ho già studiato sopra, e vi sottoporrò le mie idee. — Domandai a Muzio se sarebbe disposto di ritornare al Cairo caso mai facessi un contratto. Ora che lo so in trattative con Bagier non vorrei che per tutto l'oro del mondo rinunciasse ad un affare di Parigi, che per lui è molto più utile. Godo che questo contratto d'Egitto non sia ancora stato strombettato sui giornali. Pare impossibile che il Figaro non l'abbia sognato! Certo non si potrà tenerlo sempre segreto, ma sarà cosa inutile far sapere le condizioni. Almeno bisogna tener segreta la cifra perché servirebbe a pretesto per disturbare tanti poveri morti. Non si mancherebbe di citare i 400 scudi pel Barbiere di Siviglia; la povertà di Beethoven; la miseria di Schubert, il vagabondaggio di Mozart per vivere, etc etc ...”.
Tra il 20 e il 25 giugno Du Locle è a ,S. Agata: traccia un frettoloso abbozzo delle scene e dei dialoghi, a matita; corregge, cancella, confonde Ramfis con Radames; lo intitola « Scenario »; poi, attraverso il Sempione e il lago di Ginevra, rientra in Parigi.
Il 25 giugno Verdi chiede a Giulio Ricordi: “Caro Giulio. Siete alle acque di S. Pellegrino? Se non vi siete, potete dilazionare di qualche giorno per venire qui con Ghislanzoni?” e spiega — riassumendo i fatti: “Ecco di che si tratta: Fin dall'anno passato fui invitato a scrivere un'opera in paese molto lontano. Risposi di no. Quando fui a Parigi, Du Locle fu incaricato di parlarmene di nuovo e di offrirmi una forte somma. Risposi ancora di no. Un mese dopo, egli mi mandava un programma stampato, dicendomi essere fatto da un personaggio potente (cosa che non credo), che gli pareva buono, e che lo leggessi. Io lo trovai buonissimo, e gli risposi che l'avrei musicato alle condizioni ecc. ecc. Tre giorni dopo il telegramma mi rispose: « Accettato ». Di più venne subito qui Du Locle, col quale estesi le condizioni, studiammo insieme il programma, ed insieme facemmo le modificazioni credute necessarie. Du Locle è partito colle condizioni e colle modificazioni da sottoporsi al potente ed ignoto autore. Ho studiato ancora il programma, e vi ho fatto e sto facendovi nuovi cambiamenti. Bisogna ora pensare al libretto, o, per meglio dire, a fare i versi, perché oramai non abbisognano che i versi. Ghislanzoni, può egli e vuole farmi questo lavoro? Non è un lavoro originale, spiegatelo bene; si tratta soltanto di fare i versi; i quali, ben s'intende (cioè lo dico a voi) saranno pagati molto generosamente. Rispondetemi subito, e preparatevi a venire qui con Ghislanzoni appena sia partito da S. Agata il Sig. Rogier che aspetto a giorni. Vi telegraferò. — Studiate intanto con Ghislanzoni il programma che vi mando. Non perdetelo, perché non ne esistono che solo due copie: l'una è questa; l'altra è nelle mani dell'autore. — Non dite niente, perché il contratto non è ancora segnato. Poi è inutile parlarne ... ne parleremo a voce ...”.
Ricordi e Ghislanzoni si precipitano a S. Agata: 1'8 luglio Giulio ringrazia “dell'accoglienza sempre benevole e squisita” e assicura: “... Credo inutile dirle che io mi occuperò in ogni modo per tutto quanto riguarda il noto affare, e tanta è la mia soddisfazione ed allegrezza che ancora mi domando se non è un sogno ! . . . e fortunatamente non lo è! ... Ghislanzoni, felicissimo dell'incarico avuto, se ne occuperà con tutto lo zelo, e con tutta l'anima, ed io spero ch'Ella si troverà pienamente soddisfatta del di lui lavoro. — Domandai al Ghislanzoni circa al compenso, e come prevedevo esso non mi volle dir nulla, dichiarandosi completamente contento di quanto Ella crederà di fare. — Intanto mi informerò di quanto Ella desidera circa a' varj dati storici, e Glie ne scriverò ...”.
A sua volta Du Locle comunica in data 9 luglio: “Mariette è a Parigi, è qui mentre vi scrivo; arriva con i più ampi poteri da parte del Vicerè. — Gli ho domandato prima di tutto le informazioni che desiderate intorno alla danza sacra degli Egiziani. Questa danza era eseguita in vesti lunghe e su un ritmo lento e solenne. La musica che l'accompagnava era una specie di canto fermo, formante il basso, con un canto acutissimo in alto, eseguito da giovani soprani (ragazzi). Gli strumenti che accompagnavano le danze sono delle arpe (a 24 corde), dei doppi flauti, delle trombe, dei timpani, dei tamburelli, delle castagnette enormi (crotali) e dei cembali… “.
Le indicazioni acquistano un'importanza enorme nella quiete e nel silenzio di S. Agata, anche se sono succinte: “St. Agata 15 luglio 1870. Car. Du Locle. Non v'ho scritto prima perché fu qui Giulio Ricordi col poeta che verseggierà Aida. Ci siamo accordati su tutto e spero di ricevere presto i versi del primo Atto, che così potrò io stesso mettermi a lavorare. Abbiamo fatto qualche modificazione al Duetto del Terzo Atto tra Aida e Radames. Il tradimento non riesce più così odioso senza togliere nulla all'effetto scenico. Ve lo manderò. Vi ringrazio delle istruzioni che mi date sulli istromenti musicali Egizi che potranno servire in diversi punti. — Io vorrei anche farne la Fanfara dell'Atto terzo nel Finale, ma l'effetto, temo ci mancherà. V'assicuro che mettere p.e gl'istromenti di Sax mi ripugna orribilmente. E' tollerabile ciò in un argomento più moderno ... ma fra i Faraoni!! ... Ditemi anche « V'erano Sacerdotesse d'Iside, o d'altra Divinità?. — Nei libri che ho scartabellati trovo anzi che questo servizio era riservato agli uomini. Datemi queste nozioni e pensate seriamente ai costumi. Oh in questo bisogna far bene, e farli veri che serviranno anche per l'Europa ...”.
Anche Giulio Ricordi si occupa per trovare informazioni e notizie: l'antico Egitto è all'ordine del giorno. Da S. Pellegrino il 15 luglio: “Illustre Maestro ... Le mando il libro del Fétis: a pag. 187 ho trovato quanto può interessare: lessi attentamente tutto il brano relativo all'Egitto; molte cose si sapevano, altre no, ma infine credo che anch'Ella lo leggerà con piacere; in quanto alle altre memorie da lei lasciatemi, ho incaricata persona capace, e le farò sapere quanto avrà trovato su tale proposito ...”.
La « persona capace » ha trovato. “San Pellegrino 21 luglio 1870. Ill. Maestro. Accludo le risposte a' varj quesiti da lei fatti: sono di un valentissimo letterato mio amico, il quale poi è ad intera nostra disposizione per tutto quanto Ella può di nuovo desiderare, essendo pronto a sfogliare libri, a rovistare biblioteche etc. etc....”.
“Non si potrebbe asserire con assoluta certezza,” — dichiara l'ignoto dotto amico — “che in Egitto il culto degli Dei fosse esclusivamente riservato agli uomini; perché se nessun autore ammette positivamente delle donne sacerdotesse, nessuno anche lo esclude. Quel che sembra più probabile è che nel culto agli Dei, le donne avessero una parte secondaria; cioè non fossero messe a parte dei riti e dei misteri religiosi, ma si limitassero all'ufficio di danzatrici nelle processioni sacre, di apparecchiature di cibi, di custodi degli animali sacri. Nei riti di Pitagora che ricordano i tratti principali del sistema religioso egiziano, le donne hanno una parte distinta, ed un autore (non ne ricordo più il nome) racconta il fatto di una sacerdotessa che per non tradire i segreti della religione, si strappò la lingua. — Ecco in proposito una nota importante di Creuzer. Erodoto nega formalmente che vi fossero delle sacerdotesse; invece Giovenale e Persio affermano che sì (Sat. VI, 488 = V, 186) e l'iscrizione di Rosetta ricorda delle sacerdotesse. Altri indizi per es. una figura nel bassorilievo di Médinat—Abou, e certi passaggi di antichi scrittori a proposito di donne sacerdotesse di Giove in Tebe fanno credere che anche sotto gli antichi Faraoni delle donne fossero impiegate nei templi senza essere però per questo precisamente sacerdotesse
Dopo i misteri d'Iside e d'Oro, ammettevasi il candidato a quei di Serapide, e poi a que' d'Osiride, i meno noti. Quei d'Iside erano i misteri minori ...
I misteri d'Iside si celebravano forse nelle costruzioni sottoposte a templi, palagi, necropoli etc. ...
Tempio di Serapide a Canopo, vicino al mare, sulla riva occidentale del braccio del Nilo che ne porta il nome — fabbricato dai Tolomei — le ruine di Canopo, immense, son poco lungi da Abouqir
I sacerdoti — veste bianca di lino, scarpe di papiro, interamente raso il capo — regole speciali di vita ...
La musica più pura e più morale, ove il suono degli istrumenti a corda accompagnava un canto grave e maestoso, era riservata esclusivamente al culto sacerdotale; mentre il culto popolare, tutto materiale e sensibile, per le sue orgie strepitose, esigeva canti e strumenti di natura analoga — Creuzer —Religione d'Egitto III. 7 ...
L'indicazione — Etiopia — è un po' vaga, però si può ritener corrispondente alle regioni dell'Abissinia. Le terrazze dell'Abissinia formano una regione alpina. ... Riguardo alle foreste, non mancando né acqua (fonti del Nilo) né calore, la vegetazione è lussureggiante ...”.
Da Parigi, silenzio. La Francia si avvia con entusiasmo incosciente verso il disastro di Sédan, il crollo dell'Impero, la Comune ...
Il 23 luglio Verdi chiede notizie: “Car. Du Locle. Dal vostro silenzio comincierei quasi a sospettare che il delirio della guerra avesse spinto anche i Direttori dell'Opera-Comique a precipitarsi alla frontiera! Ahimè! gran sciagura per tutti questa guerra, che quantunque prevista da lungo tempo, non avrei creduto potesse scoppiare tutt'ad un tratto come una folgore a ciel sereno. Che ne dite voi mio caro Du Locle?
Non ho più sentito nulla del nostro contratto. Forse la guerra stravolge la testa anche ai nostri Orientali, o per meglio dire, le devia da idee teatrali. — Per me sono indifferente: se non si potrà fare ora lo faremo più tardi, od anche più. Soltanto bisognerebbe pensare al libretto di cui è fatto presso a poco la metà. — Scrivetemi dunque. Datemi prima notizie vostre; poi del vostro teatro; poi della guerra; poi del contratto Egizio ...”
“Non crediatemi morto”, gli risponde Du Locle da Parigi il 26 luglio, “né partito per Berlino, e non accusatemi di avervi dimenticato! Stiamo vivendo giorni da folli, tutti abbiamo perduto la testa. I nostri fratelli, gli amici che partono per la frontiera, la Marsigliese che risuona in tutte le strade, cantata nei teatri ... non ho avuto un quarto d'ora di libertà di spirito.
Mariette vi fa dire che potete mettere quante sacerdotesse d'Iside o di Vulcano vi piacerà. Si preparano i costumi e le scene ...”
Ghislanzoni, da parte sua, compone versi su versi per adempiere degnamente il compito affidatogli, corregge, ricorregge. Ricordi manda altre notizie ricevute dal colto amico: “Una preghiera funebre originale egiziana è impossibile trovarla tanto più che non è certo se gli Egizii recitassero dei requiem in suffargio dei loro morti ... Credevano all'immortalità delle anime ... Credevano che presso le necropoli esistesse un impero vasto, eterno, governato da Osiride e da Iside ... questo regno funebre conosciuto sotto il nome di Amenthi è un luogo di purificazione: le anime vi sono liberate dalle sozzure. Niuno può sottrarsi a questa specie di purgatorio, perché niuno è senza macchia: però i più virtuosi sono più presto liberati ... ritornano alle sfere celesti dalle quali sono discese le anime ... attraversando gli astri ed i segni dello zodiaco celeste. Le più virtuose giungono agli astri fissi (ed è la perfezione e la più alta glorificazione dell'anima); le meno — agli astri erranti. Il sole è la dimora più eccelsa ...”.
In Francia la situazione precipita.
“St. Agata 22 agosto 1870. Car. Du Locle Ho il cuore straziato dalle notizie di Francia, e vorrei non essere un individuo, ma governo e nazione ad un tempo per fare quello che non si fa ... e forse ahimè, non si può fare!!
Aveva aperto l'animo alla speranza ieri, oggi sono annientato! Vi è finora qualche cosa di fatale in questa guerra intrapresa, bisogna pur dirlo, con troppa spensieratezza ... Io non oso domandarvi una linea, ma se volete e potete scrivermela per dirmi solo, che voi, vostra moglie, quelli che amate stanno bene io ve ne sarò proprio grato! Addio mio caro Du Locle. Coraggio, e vogliate sempre bene al vostro G. Verdi”.
L'opera da comporsi sembra dimenticata. travolta dalla guerra, ma Du Locle manda il contratto da firmare. Il Maestro così risponde il 26 agosto: “Nei momenti tristissimi in cui versiamo io non avrei osato affatto parlarvi del contratto del Cairo. Voi me lo domandate ed ecco ve lo mando colla mia firma, colla riserva però di due articoli, che troverete giusti, e farete approvare dal Sig. Mariette.
Voi avrete la bontà, spero, di esigere per me i cinquanta mila franchi di cui mando la ricevuta. Togliete da questa somma duemila franchi, e dateli, in quel modo che credete migliore, in soccorso dei vostri valorosi e poveri feriti ...”
11 7 settembre Mariette ratifica le due modifiche proposte da Verdi; i duemila franchi sono così distribuiti: mille alla sottoscrizione aperta dal Gaulois, mille per un'ambulanza, il cui servizio sarà fatto dall'Opera.
Verdi, dunque, ha seguito la tragedia della Francia con profonda commozione e con la viva preoccupazione per il futuro espressa anche nella famosa lettera a Clarina Maffei della stessa epoca; ma il suo carattere equilibrato lo tiene sempre a contatto con la realtà. Ha preso un impegno, ha cominciato un'opera; anche se la sua esecuzione è precaria, la porterà a termine.
Infatti è dell'8 settembre la sua lettera a Ghislanzoni “Signor Ghislanzoni. Dopo la sua partenza ho lavorato pochissimo, non ho fatto che la marcia la quale è molto lunga e dettagliata. L'ingresso del Re colla Corte, Amneris, sacerdoti; il canto del popolo, delle donne; un canto ancora di sacerdoti (da aggiungere); l'entrata delle truppe con tutti gli arnesi di guerra, danzatrici che portano vasi sacri, cose preziose ecc.; Almée che danzano; finalmente Radames con tutto il bataclan, non formano che un pezzo solo, la marcia.
Ho bisogno però ch'ella mi aiuti facendo che il Coro canti un po' le glorie d'Egitto e del Re, un po' quelle di Radames.
Bisogna quindi modificare i primi otto versi; gli altri otto delle donne vanno bene, e bisogna aggiungerne ancora otto per i sacerdoti: — Abbiamo vinto coll'aiuto della divina provvidenza. Il nemico si è reso. Iddio ci aiuti anche per l'avvenire. — (Vedi i telegrammi del re Guglielmo). Mi spiegherò meglio tracciando la scena:
POPOLO. Gloria all'Egitto, ed Iside
Al Faraon
Luce ...
Sull'orbe manderà.
Gloria al guerrier
…..
S'intrecci al mirto il lauro
Sul crin
DONNE. Cogl'inni ecc. (come stanno)
SACERDOTI…..
“Aggiusti ella il senso e la rima; possibilmente nel coro dei sacerdoti e del popolo il tronco al quarto verso ...”
L'11 settembre segue la risposta di Ghislanzoni
“Maestro Pregiatissimo. Le confesso che ho lavorato pochissimo anch'io, a causa di quei maledetti prussiani ed anche un poco — mi perdoni — a causa di quei matti di francesi. —Da una parte e dall'altra, quale spettacolo rivoltante! Che vuole? Amo Napoleone. Quanta ingratitudine in tutti! e quanta viltà! — Ora è un mese, tutta la Francia urlava il guerra guerra come un solo uomo ... ed oggi si imputano all'imperatore, al solo imperatore le disgrazie avvenute. Il tradito si chiama traditore ... Vedremo come finirà. Napoleone è vivo — e a suo tempo la storia giudicherà fra lui e i repubblicani. In ogni modo, sono fatti che avviliscono l'umanità.
Eccole le strofe pel Coro atto Secondo. Ho mutato anche i versi delle Donne, perché il metro riesca uniforme. Lei farà ciò che vuole.”
POPOLO. Gloria all'Egitto e ad Iside
Che il sacro suol protegge!
Al Re che il Delta regge
Inni festosi alziam!
Vieni, o guerriero vindice,
Vieni a gioir con noi!
Sul passo degli eroi
I lauri e i fior versiam !
DONNE. S'intrecci il mirto al lauro
Sul crin dei vincitori!
Nembo gentil di fiori
Stenda sull'armi un vel.
Danziam, fanciulle egizie,
Le mistiche caròle,
Come dintorno al sole
Danzano gli astri in ciel!
SACERDOTI. (al popolo)
Della vittoria agli arbitri
Supremi il guardo ergete;
Grazie agli Dei rendete
Nel fortunato dì.
Così per noi di gloria
Sia l'avvenir segnato,
Nè mai ci colga il fato
Che i barbari colpì!
Aida pian piano prende vita, quella vita che da cento anni chiama ovunque intorno a sé milioni di ammiratori in tutte le parti del mondo.
Gabriella Carrara Verdi
Questo dramma ampio, a sfondo pseudostorico, bisognoso di vasta e imponente cornice scenica, nasce un centinaio di anni fa — tra l'inverno del 1870 e l'autunno del 1871 —, in un'epoca piuttosto favorevole alla ripresa di un genere abbastanza monstre che noi ancora oggi battezziamo come un derivato del grand opéra francese, in parte rossiniano e in gran parte meyerbeeriano.
Gli anni '70 vedono già compiuto almeno musicalmente il Sansone e Dalila di Saint-Saéns (preceduto dall'insostituibile Faust di Gounod), nonché l'apparizione del Mefistofele, di Boito, della Walkiria e soprattutto dei Maestri cantori di Wagner, mentre il giovane Massenet elabora già gli ingredienti del Re di Lahore e in Russia esplode, quasi all'insaputa di tutti, il fenomeno anticipatore del Boris di Musorgskij. Il nuovo lavoro teatrale era stato commissionato a Verdi nientemeno che dall'Egitto, e precisamente da Ismail Pascià che governava l'antichissimo territorio come vassallo formale del sultano turco, dal quale aveva ricevuto, dietro pagamento di una somma adeguata, il titolo di vicerè. Ismail non badava troppo a spese, inseguendo il suo sogno di ingrandire e potenziare lo stato, e cercava con ogni mezzo di stabilire solidi contatti con la civiltà europea. Nel 1869 l'apertura del Canale di Suez gli aveva dato l'illusione di essere giunto al culmine delle proprie imprese, favorendo un incontro storico fra occidente e oriente. Egli non misurò tuttavia la portata dei costi che imponevano la costruzione e la gestione della importante via d'acqua e coinvolse il paese in un rovinoso deficit, causato soprattutto dai prestiti stranieri. Vittima di una fiduciosa e quasi patetica inesperienza, fu deposto nel 1879 e sostituito da due commissari nominati dalla Francia e dall'Inghilterra, le maggiori potenze interessate al Canale e rappresentanti della cosiddetta « Commissione internazionale del Debito ».
Fra i progetti di Ismail — realizzati per nostra fortuna prima di cadere nelle fauci degli speculatori — ci furono i grandiosi festeggiamenti organizzati per il taglio di Suez. Delle solennità venne chiamato a far parte anche Verdi, con un'opera lirica da rappresentarsi nel maggior teatro del Cairo, costruito nel 1869 appunto all'inaugurazione del celebre opus hydraulicum. Il compositore italiano, nel ricevere l'invito, fu preavvisato dell'importanza dell'avvenimento e del fatto che gli egiziani non avrebbero lesinato sul compenso, intenzionati com'erano a mettere in scena « qualche cosa di grandioso » e disposti perciò ad interpellare altri musicisti (Gounod, Wagner) qualora Verdi non avesse accettato.
Questi dunque sapeva di entrare in un piano concorrenziale molto impegnativo, affrontando un tipo di produzione spettacolare che oggi si definirebbe, quasi in gergo cinematografico, colossal. Il soggetto di ambiente egiziano, come è comprensibile, gli era stato suggerito da Auguste Mariette, un archeologo francese nominato dal governo cairota direttore dei servizi di antichità e insignito, per i suoi grandi meriti di studioso e ricercatore, del titolo di bey (principe). Mariette fungerà anche da consulente per la scenografia di Aida, disegnando personalmente i costumi e fornendo al compositore numerosi dettagli sull'Egitto dei faraoni.
Verdi ritorna così al filone « esotico » che già aveva saggiato, anche se parzialmente, in Nabucco, Lombardi, Alzira e Corsaro. Ora egli avrà la possibilità di estendere questo modulo estetico, tanto fortunato in ogni ramo dell'arte, anche nel teatro in musica, dove conta moltissimi esempi dal tardo barocco al grand opéra. Per esotico si intendeva soprattutto qualsiasi descrizione delle usanze di popolazioni da noi lontane, senza precisi contorni geografici o etnici, in cui almeno vi fossero dei requisiti che mescolassero il barbarico e il selvaggio col raffinato e il prezioso. Verdi, con la natura pratica che lo distingue, priva di simpatia per le cose fantastiche, o quasi, e anacronistiche — per giunta non troppo incline al descrittivismo fine a se stesso (che si diverte a riprodurre fogge e abitudini suggestive eppure incompatibili col ritmo di vita occidentale) — non sembrava il musicista più adatto per sonorizzare un argomento che prevedeva molti quadri in costume africo e tocchi fin troppi insistiti di colore locale. Nonostante le previsioni, egli si pose al lavoro con molto riguardo alla mise en scène e al suo corrispettivo musicale, intuendo che anche la riesumazione di un antico Egitto avrebbe sortito una grossa presa sul pubblico. Le condizioni storiche e di gusto erano mature per accogliere un'opera così ambientata dove, come sappiamo, figurano spunti folcloristici fuori dell'ordinario (e quindi capaci di stimolare la curiosità) insieme a visioni globali che testimoniano la grandezza di un popolo quanto a organizzazione progredita e capacità di potenza.
Naturalmente, pur facendo il possibile per riuscire gradito al viceré Ismail — agendo cioé con lo stesso scrupolo che aveva riservato ai committenti passati —, Verdi non si preocupava tanto di ottenere successo in quel remoto angolo del Mediterraneo, ma piuttosto in Italia e poi di conseguenza in Europa. Possiamo immaginare che abbia formulato le debite considerazioni sul momento politico dell'Italia, desiderosa di mostrarsi dopo l'unità — avvenuta di fresco soltanto con la breccia di Porta Pia — come una nazione con le carte in regola, interessata perfino ai problemi coloniali e ai rapporti anche pacifici con le popolazioni indigene dell'Africa (la Società Rubattino si servirà del Canale per raggiungere la baia di Assab e tra il 1871 e il '72 si discusse molto al governo sulla necessità o meno di intensificare una politica di espansione italiana nel continente nero).
Inoltre, grazie anche alle sue caratteristiche latine e mediterranee, illuminate da una chiara tradizione giuridica e morale, il nuovo stato avrebbe dovuto contrapporsi alla crassa invadenza degli Imperi germanici: le lettere di Verdi durante la composizione di Aida e realtive alla tremenda sconfitta della Francia per opera dei tedeschi ne sono una testimonianza sufficiente. La trasposizione di caratteri italici in terra d'Egitto, quasi una migrazione, conciliava le diverse esigenze di un uomo di teatro smaliziato, attento allo smercio dei propri prodotti, e rilanciava al tempo stesso l'interese per la decorazione egizia che stava tornando di moda dopo l'evento di Suez, seguendo una linea di gusto che potremmo definire neo-retour d'Egvpte, simile cioè a quella che si verificò quando Napoleone condusse la sua spedizione alle Piramidi.
Spectaculum quindi, illustrazione, cosa da guardare o da sentire guardando, più che dramma di contrasto a sfondo psicologico, Aida divenne in tempi di acceso nazionalismo italico (anche dopo il risorgimento) un pasto d'obbligo per i teatri di massa, dove il popolo italiano specchiava le sue ataviche, orgogliose memorie di origine romana. O non piuttosto fiaba per i molli divani orientali? O illusione di grandezza negata dal tragico destino di due sepolti vivi? Che cosa si nasconde dietro la solennità grandiosa? è ancora il sorriso della sfinge?
Gustavo Marchesi
UNA NUOVA TERRIBILE LETTERA DI VERDI CONTRO I BUSSETANI
Dopo due anni di caccia, proprio quando ci eravamo rassegnati alla rinuncia, ecco pervenire in nostro possesso la fotocopia di una lettera inedita di Verdi, terribile contro Busseto. La trascriviamo senza citarne — per impegno preso — la provenienza: chi infatti la possiede ne è ancora gelosissimo, convinto che i bussetani, se potessero, la brucerebbero.
Milano 1 Dicembre 1839
St.mo Sig. Pretore.
Con quale piacere io abbia ricevuto la carissima sua è più facile immaginarlo, che dirlo. So per prova quanta bontà egli aveva per me fin dal tempo in cui sgraziatamente mi trovavo a Busseto, e gliene sono grato. Contavo di venire per Natale ad abbracciare i miei e gli amici, ma quei che sparlano ancora di me mi trattengono qui. Io non temo questi, ma non voglio posporre gli onori che ricevo tutto giorno in Milano agli insulti che potrei ricevere a Busseto da quei tali miei compatriotti. Oh Patria Patria! Dicono che l'amor patrio sia una virtù: Sia pure; ma proprio io chiamerò Busseto mia patria?
Mia moglie con me riverisce distintamente Lei, suo figlio e la Sig. Irene.
Con tutta la stima mi protesto
Suo sincero ed aff.mo amico
G. Verdi
Lo stimatissimo Pretore, a cui la lettera è indirizzata, è Ferdinando Galuzzi che fu rappresentante del Podestà nel Consiglio della Fabbrica Parrocchiale e nel Consiglio del Monte di Pietà all'epoca della gran battaglia per il posto di Maestro di musica, resosi vacante alla morte di Provesi. Il Galuzzi aveva avuto parte assai attiva nella contesa di quegli anni, assumendo posizioni che poterono ad alcuni apparire talora antiverdiane. Il verdianissimo Giuseppe Demaldè in una sua lettera lo gratifica del titolo di « anfibio ». Barezzi, e con lui Verdi, avevano avuto però in seguito la certezza del suo retto agire, della sincerità dell'affetto che portava per il giovane maestro, ed i rapporti erano tornati assai stretti, assai cordiali.
1 dicembre 1839: Verdi risponde da Milano ai complimenti del Galuzzi. Si trova infatti nel pieno delle quattordici repliche dell'Oberto, andato in scena per la prima volta il 17 novembre. E' in un momento quindi di comprensibile euforia e, perché no, di lusingato orgoglio: la prima opera, il primo successo, il primo riconoscimento del gran mondo musicale, di quelli che contano. Le preoccupazioni economiche e familiari si son fatte per poco meno urgenti, anzi stanno nelle sue speranze per finire. A Milano è al centro d'una benevola, ammirata attenzione, maestrino festeggiato all'inizio d'una scalata così bene intrapresa: l'impresario Merelli gli ha già fatto firmare, o lo farà fra poco, il contratto per tre opere da scrivere, d'otto in otto mesi, con un lauto compenso per la Scala o il Teatro di Vienna. A Natale dunque non farà ritorno a Busseto, e non, come scrive, perché lo trattengono a Milano le maldicenze dei bussetani. Altro, seppure non esclusivo, è il motivo per noi più vero: il successo cioè, e le esigenze della carriera. Tuttavia questa letterina gli dà l'occasione - perché non approfittarne? - di strigliare per bene i suoi concittadini, di « snobbarli » dall'alto della novella gloria. Oh Patria Patria! come in un recitativo d'opera, con enfasi, soddisfatto più che risentito. I suoi cari e gli amici possono attendere ancora un poco. Con lui, tutta per lui, c'è la Margherita, che trova nella buona sorte del marito un poco di consolazione dopo la recentissima morte di Icilio, avvenuta il 22 ottobre, solo poco più di un mese prima. Anche la piccola Virginia era morta, il 12 agosto 1838.
“Proprio io chiamerò Busseto mia Patria?”. Un anno prima stabilendosi a Milano Verdi aveva scritto al Podestà del suo « infelicissimo paese »: “Porterò meco e conserverò sempre l'affezione per la mia patria e la riconoscente stima di quelli che mi amarono, m'incoraggiarono e mi giovarono”. E' tra questi due poli, di odio amore, che si situa il dialettico rapporto di Verdi con la sua terra. Ma approfondire ora questo argomento ci porterebbe troppo lontano.
Corrado Mingardi
L'amico Mingardi mi chiede di parlare per « Biblioteca '70 » della città di Busseto: argomento vasto e ricco di spunti, troppi, direi, soprattutto per me che non riesco a tacere, neppure a me stessa, i lati positivi e negativi delle cose: e Busseto è, da sempre, nel panorama del mio lavoro, un paesaggio corrusco. Vogliamo fare onestamente il punto?
Busseto, prima di essere il paese natale di Verdi, per cui è oggi soprattutto famosa, è stata sede, fin dal X secolo, di un antico e pingue marchesato, quello dei Pallavicino, in cui si sono svolti, come tutti sanno, eventi storici di grande interesse, come l'incontro tra Carlo V e Paolo III nel 1543 (che doveva portare alla istituzione del Ducato Farnese), quando il paese è stato proclamato città; ma di tali eventi io amo soprattutto ricercare le tracce nelle opere di cui nei secoli si è arricchita: grandiosi monumenti, dalla rocca al palazzo, che portano entrambi il nome della famiglia che li ha fondati, alla chiesa parrocchiale, di struttura gotica quattrocentesca, alle altre minori e a quella del contado, anch'esse ricche, sia per l'architettura che per le pitture, sculture, oggetti d'arte di altissimo interesse che ne testimoniano l'antica civiltà; un tesoro non solo da conservare, ma, in molti casi, da valorizzare, restaurare e, magari, riportare in luce; è quello che da sempre il nostro ufficio doverosamente fa, senza tregua e senza interruzione.
Cataloga le opere d'arte; le restaura, a spese dello Stato: ritrova e valorizza affreschi già nascosti sotto l'intonaco, pubblica dipinti ignorati, mettendone in risalto l'importanza, spesso scoprendo la nobile paternità di trascurati trovatelli: sovvenziona gli enti affinché provvedano alla salvaguardia di questo prezioso patrimonio. E che cosa risponde, o per lo meno che cosa ha risposto Busseto — ecclesiastica e laica — a tutto ciò?
Quando va bene, col più completo assenteismo: quando va male, ed è il caso più frequente, con la incosciente dispersione di questo patrimonio, che è per tutti e di tutti. L'elenco di tali danni, qualche volta irreparabili, potrebbe essere lunghissimo, ma citerò solo alcuni casi limite: nella cappella della Concezione della Collegiata di San Bartolomeo è un ciclo di affreschi di Michelangelo Anselmi, uno dei più importanti artisti parmensi della prima metà del '500, il cui rapporto col Correggio e col Parmigianino è stato di debito e di credito: in quanto, se ha osservato e assimilato il fare dei due massimi artisti parmensi, ha precocemente portato a Parma l'eco dell'arte di Siena ove è stato educato specialmente dal Beccafumi; tali affreschi sono stati eseguiti da lui documentatamente tra il 1538 ed il '39 ed ecco la descrizione del loro stato di conservazione quale era nel 1960: “già rovinatissimi perché, a causa di infiltrazioni di acqua, erano tutti coperti di salnitro: il restauro ha riguadagnato in toto le sette figure di cui due sembravano quasi scomparse”. Da quando ho scritto queste righe sono passati circa dieci anni e, in così poco tempo, il lavoro di recupero da noi operato è andato si può dire completamente perduto, in quanto il parroco di allora, nonostante le mie reiterate, pressanti richieste, non ha creduto opportuno ovviare al rimediabilissimo inconveniente di una grondaia che faceva acqua; non si tratta di incuria, ma di una precisa e, vorrei dire, freudiana opposizione, incosciente come la alienazione fatta dallo stesso parroco di quadri importantissimi, ceduti a prezzi irrisori, tra i quali un Malosso, tutte opere che abbiamo potuto recuperare solo grazie al concorso ed alla abnegazione dell'Arma dei Carabinieri, nonché di un gruppo di giovani miei valenti collaboratori: appartenenti a Italia Nostra, Ispettori onorari o, comunque, cittadini di buona volontà.
Che cosa posso dire poi del duplice aspetto di qualche prete che ama, di sviscerato amore, la sua chiesetta: è felice che vengano recuperati e restaurati a cura della Soprintendenza affreschi del '400 e del '500, già coperti di intonaco e, nello stesso tempo, si libera dai « vecchi » confessionali e dalle panche sostituendole con orribili mobili moderni, lucidi e stonati con la struttura e l'antica decorazione?
Dobbiamo fermamente dichiarare che questi sono reati perseguibili per legge; che, della loro gravità, deve, a tutti gli effetti, rispondere chi, per la carica che ricopre, non può ignorare che nulla, neppure il conclamato mutamento nelle funzioni liturgiche, giustifica il continuo, incosciente dissanguamento di questo prezioso patrimonio.
Purtroppo neppure la situazione di quello civico è rosea: nel Museo, arricchito da non molto tempo per l'eredità Seletti con opere di notevole interesse e ordinato con competenza ed amore nella bellissima sede del Palazzo Pallavicino, le collezioni schedate e fotografate in toto a cura degli incaricati della Soprintendenza sono state oggetto, a distanza ravvicinata, di due furti che denotano la trascuratezza degli organi responsabili, i quali evidentemente pensavano — e parlo qui non solo del caso di Busseto ma di tanti altri nella provincia e in Italia — che un Museo sia una specie di onorificenza di cui fregiarsi e non un delicato organismo da curare, seguire e proteggere da tutti i pericoli di ogni specie: furti, sfregi, incendi ecc. Per tutto questo chi è responsabile di una chiesa, chi dirige un Museo deve provvedere alla sorveglianza che deve essere ininterrotta, diurna e notturna, con personale efficiente e sufficiente e, nello stesso tempo, deve munire il Museo stesso di tutto il materiale necessario a prevenire ed ovviare tutti gli altri pericoli che si possono presentare, con apparecchi antincendio, antifurto ecc. Nel caso specifico di Busseto, come per altri Musei ed Istituti, la nostra Direzione Generale ha provveduto ad assegnare un congruo contributo che annuncia anticipatamente; nonostante ciò si è ritardato ad ordinare i relativi apparecchi e intanto i ladri hanno provveduto a ... liberare il Museo di alcune opere.
Nonostante le accurate ricerche da parte dei Carabinieri e degli organi di polizia, i colpevoli sono rimasti finora impuniti, ma è necessario continuare a indagare senza false remore e pudori e colpire i colpevoli chiunque siano.
Sembra che ora Busseto — sono ottimista per natura e spero sempre nel meglio — stia avviandosi ad una più responsabile collaborazione. Questa nobile città, nella opima bassa padana, ove sono importantissime vestigia d'arte emiliana e lombarda, deve essere comunque custodita e protetta: sono chiamati a fare ciò, coi legittimi consegnatari, globalmente tutti i cittadini di buona volontà che devono sentire, come in effetti è, che queste opere appartengono a loro e a quelli che verranno e che ogni perdita costituisce una diminuzione di civiltà, un'offesa irrimediabile ad un patrimonio molto più importante del suo vero valore venale, che non deve essere disperso o rovinato, ma valorizzato e, possibilmente, accresciuto.
Augusta Ghidiglia Quintavalle
TOSCANINI A BUSSETO PER IL FALSTAFF NEL 1913 E NEL 1926
Circa l'edizione del Falstaff del 1913 abbiamo la testimonianza-ricordo di Arnaldo Furlotti il quale ne parlava con gli amici con entusiasmo e in occasione della morte del mago della bacchetta scrisse alcune righe rievocatrici pubblicate sulla Gazzetta di Parma, l'11 marzo 1957:
“Toscanini fu l'artista dell'equilibrio, della precisione, della purezza, della luminosità che non acceca, ma affascina e versa con dovizia regale i doni di cui il cielo lo volle colmare. Molto si è scritto di lui e talvolta con enfasi esagerata confondendo il carattere dell'uomo con la sua arte. Non è il caso di dover esagerare! Toscanini non ha bisogno di confronti che sono sempre odiosi, né di gonfiature che possono svisare la sua figura già tanto nobile e radiosa. Quasi per tutti una partitura è una cosa muta se non morta: è un castello chiuso immerso in un profondo sopore e il direttore ne apre la porta, illumina ogni angolo più remoto, sveglia le mille voci, le pesa, le misura, le tonizza e mette l'opera d'arte creata nel mistero della ispirazione, nella perfetta sua efficienza. Per l'intuito profondo, per il cumulo delle doti naturali e acquisite, per lo studio indefesso, per il senso di scrupolosa e religiosa serietà che lo guidava nella sua nobile missione, Toscanini può ben chiamarsi il grande patriarca degli interpreti del suo tempo”.
Dopo questa nobile presentazione il Furlotti ci racconta il suo incontro con Toscanini a Busseto nel 1913: “Una sola volta mi fu dato di avvicinare Toscanini e fu nel 1913 a Busseto durante la commemorazione del centenario della nascita di Verdi. Eravamo in cinque: il sottoscritto, i maestri Copertini, Frazzi, G. Silvani ed il poeta Guazzi. Dopo il primo atto di Falstaff il sindaco Lino Carrara ci conduce dal maestro che era in palcoscenico. Toscanini era raggiante per la eccezionale esecuzione dell'opera. Ci stringe la mano e in dialetto parmigiano ci chiede: « Cò n' in ziv ragas? ». « Che vuole, maestro, non si sa che cosa risponderle, siamo semplicemente stupiti ». « A ghì ragion nè's sa cosa dir! Torniv a Parma stanotta? Ben, salutàm la me Parma » e ci congedò sorridendo. Non ho mai dimenticato quella sera e penso che anche Toscanini in teatri lontani più vasti avrà qualche volta pensato al piccolo teatro bussetano dove con la sua meravigliosa interpretazione fece palpitare la gloria del capolavoro di Verdi”.
Circa l'esecuzione del 1926 abbiamo la testimonianza preziosissima del violoncellista Orlando Ferrari che per ben dieci anni suonò nell'orchestra de La Scala, condotta da Toscanini in alcune capitali dell'Europa e anche all'estero con trionfi indimenticabili. Il Ferrari già nel 1967 ha raccontato episodi interessantissimi riguardanti il mago della bacchetta, da me pubblicati nella GAZZETTA DI PARMA del 31 luglio, 14 agosto e 21 agosto 1967, dove tracciai anche un profilo del Ferrari, un parmigiano che ha onorato la sua Parma, e che ora vive di ricordi, nel silenzio della casa guidata dalla figlia sposata in quel di Cormano di Milano.
Ma cediamo a lui subito direttamente la parola:
“Ad una domanda rivoltami da Don Ferruccio Botti, se io non avessi mai visto il Maestro Toscanini sorridere, risposi già in un articoletto sulla Gazzetta di Parma, in cui appunto parlai del Falstaff rappresentato nel maggio del 1926 nel Teatro di Busseto. Di questo eccezionale avvenimento ad alto livello artistico voglio riparlarne ancora non come critico teatrale o spettatore, ma quale componente di quell'ottima se pur minuscola compagine orchestrale scelta dallo stesso Maestro Toscanini.
Avevo allora 23 anni e da poco tempo facevo parte dell'orchestra della Scala di Milano.
In quel meraviglioso teatro partecipai per la prima volta ad una esecuzione del Falstaff sempre diretto dal Maestro Parmense, e fui letteralmente preso da questo miracolo musicale.
Contrariamente a quello scaligero, il golfo mistico del Teatro di Busseto posto quasi all'altezza della prima fila di poltrone ci mise un po' in difficoltà data la sua ristrettezza, e la bacchetta del Maestro roteava sulle nostre teste quasi a toccarle.
La concertazione dell'opera fu come sempre minuziosa ed interessantissima. Le stupende bellezze di questa splendida partitura furono dal Maestro messe tutte in evidenza ed in perfetta sincronia coi cantanti.
Sono certo che se Verdi avesse ascoltato quell'esecuzione, ne sarebbe stato felice come lo eravamo tutti noi.
Sul palcoscenico, pure in miniatura, agiva una compagnia di artisti di primissimo ordine. Mariano Stabile protagonista eccelso ed ineguagliabile, un Ser John dal gesto fine e dal passo leggero come una piuma, con una voce chiara ed espressiva che contrastava con la sua enorme mole.
Due grandi occhi sempre in movimento ammiccavano con arguzia.
Badini, Autori, Dominici e credo il Nessi formavano il quartetto maschile, mentre le Signore Liopard, Casazza, Stignani e l'altra donna di cui ora mi sfugge il nome il quartetto femminile. Menescaldi e la Ferrari completavano il formidabile cast.
Esecuzione perfetta in ogni settore. Curatissimo l'allestimento scenico. Successo strepitoso. Da ogni parte d'Italia il pubblico affluiva verso la terra di Giuseppe Verdi per ascoltare questo suo grande capolavoro.
Il Maestro Toscanini era felice e sorridente come non mai.
Egli sapeva di aver reso un deferente omaggio al genio di Verdi. Lo dimostrano le fotografie scattate 45 anni fa alle Roncole davanti alla casa che diede i natali a Verdi, assieme a tutti i suoi collaboratori diretti, tra i quali il Maestro Antonino Votto, il compianto violino di spalla Bussetano Gino Nastrucci, ed il Sindaco di allora.
Chiudo queste mie righe dicendo che serbo tuttora e più al vivo nel mio vecchio cuore, felice di averlo vissuto da vicino con gioia ed entusiasmo grande.
Cormano (Milano) - 28-9-71.
P. S. Durante queste uscite del Falstaff, in un giorno di riposo, ne approfittai per recarmi a Milano su una motocicletta INDIAN guidata dal contrabassista Ario Tonini; ma mi presi una tale infreddatura che dovetti fermarmi a Milano per tutto quel giorno e così, quando il Maestro nelle prove notò la mia assenza, ne chiese al Tonini che gli raccontò del viaggio a Milano e della infreddatura formidabile. A che il Maestro osservò: « Mò che bela tésta tra tutt du »”.
Fin qui il Ferrari, ma poiché non c'è il due senza il tre ecco la testimonianza del maestro Gino Gandolfi, il quale ci fa sapere che Toscanini covava nell'intimo del cuore un gran desiderio di poter dirigere ancora il Falstaff a Busseto, possibilmente nel 1951, in occasione del cinquantesimo della morte di Verdi. Queste le sue precise parole tratte dal CORRIERE LOMBARDO del 17 agosto 1948, prima pagina: “Propositi per l'avvenire? ... Nel 1913 e nel 1926 per le celebrazioni verdiane diresse a Busseto il Falstaff; nel 1951 ricorrendo il cinquantesimo della morte di Verdi, si ripromette di dirigere ancora a Busseto il Falstaff. Il maestro ha concluso con questa espressione del suo desiderio, il suo dire ripetendoci che la sua predilezione è per la vita semplice, tranquilla, modesta e familiare, il suo odio per gli applausi, le cerimonie. Del resto, ha soggiunto con un sorriso, al pubblico io volto sempre le spalle”.
a cura di F. Botti
Alle testimonianze raccolte da Don Ferruccio Botti, ci piace far seguire quella di una signora bussetana ch'ebbe modo, come nessuno in paese, di essere vicina al Maestro nel settembre 1926. La Signora Cina Orlandi nata Barezzi ebbe ospite nel suo palazzo Arturo Toscanini per tutta la durata del lungo soggiorno bussetano.
Quando le si parla dell'insigne direttore, ecco che subito le si affollano alla mente vivissimi ricordi: di quando ad esempio se lo vedeva girar per casa senza scarpe, in calzette, e raggiungere il salone per unirsi alla compagnia di Nastrucci, di Minardi, di Montacchini, talvolta di Ricordi e di Boito. Era allora l'ospitalissima casa Orlandi il centro di ritrovo degli illustri forestieri convenuti a Busseto per le celebrazioni verdiane. Toscanini vi era stato ospite anche nel 1913. Il primo ricordo toscaniniano della Signora Cina risale proprio a quell'anno lontano, quando, ancora ragazzina, il padre la tolse una sera dal letto per portarla in teatro, a far numero, perché la platea, come spesso a Busseto, era mezzo vuota, essendosi sparsa da più giorni la falsa voce di un tutto esaurito. Nel 26 fu lei, colla zia Irene, a fare gli onori di casa. Toscanini si mostrava sempre sereno e gioviale, anche sul lavoro: il burbero, temuto in ogni parte del mondo, aveva ritrovato a Busseto quell'ambiente rispettosamente cordiale e tranquillo che lontano dalla sua terra non aveva forse mai incontrato. Nei pomeriggi in cui non si tenevano prove, egli amava recarsi alle Roncole in carrozza colla Signora Irene, e là mangiare pane e salame tra i contadini, affabile e pronto alla battuta. La sera poi la gran tavola imbandita s'animava tutta delle numerose illustri presenze; c'erano anche i familiari del Maestro, la Signora Carla, le figlie Wanda e Wally, il cognato Polo, la segretaria Colombo e gli amici parmensi. “Queste sono le minestre che faceva la mia mamma!” e ritrovava il sapore del tempo passato, delle cose semplici e buone gustate da ragazzo.
A Busseto stava davvero a suo agio. Sapeva, e questo era importantissimo, di avere nel piccolo nostro teatro e nei cantanti che allo scopo si era prescelto, gli elementi ideali per raggiungere la difficilissima perfezione del Falstaff, per ricrearne la stupefacente freschezza, la miracolosa vitalità.
La Signora Orlandi conserva gelosamente colle memorie numerosi, cari cimeli: una serie bellissima di fotografie, alcune firmate, e quel che più conta, la bacchetta del Maestro. Alla padrona di casa che, attraverso il Prof. Gino Nastrucci, aveva osato, quasi senza contarci, richiederla in ricordo, egli rispose: “In America mi hanno servito con piatti d'oro; qui ho trovato in più tanta cordialità”. E, presa la bacchetta gliela firmò: «Arturo Toscanini ultima rappresentazione di Falstaff settembre 1926».
Nel 1951 Toscanini espresse il desiderio di ritornare a Busseto a dirigervi ancora il Falstaff e il Macbeth: poco prima il Comm. Stefanotti gli aveva presentato la Callas e il Maestro, entusiasta, già aveva pensato a lei come a Lady Macbeth. Non se ne fece poi nulla anche perché, ci assicura la Signora Cina, Toscanini sarebbe tornato solo nel palazzo di via Roma, allora chiuso per la morte del Comm. Orlandi, e mai altrove.
C. M.
UN EPISODIO DELL'ATMOSFERA VERDIANA NEL PARMENSE
Dopo aver letto le mie prime SPIGOLATURE VERDIANE, il cav. Orlando Ferrari, che già ci ha forniti preziosi ricordi toscaniniani, mi scriveva testualmente:
“Le sue pagine di Spigolature mi hanno fatto ricordare che mia madre aveva una vera venerazione per Verdi e tra le gioie più belle e più affascinanti della sua vita annovera quella di aver visto e conosciuto Giuseppe Verdi. Da quel giorno ella cominciò a tenere su un comodino della sua stanza da letto una fotografia del Bussetano e davanti la medesima un lumino acceso, come davanti a un santo. E quando entrava in quella stanza si avvicinava a quel ritratto e dopo averlo baciato amorosamente diceva: « Cara al me vec » e cantava qualche brano della Messa di Requiem, come per pregare Iddio per Verdi e insieme con Verdi.
Ogni sera anzi, in un certo periodo della sua vita non mancò di stampare un bacio su quella fronte illuminata dal genio e sorgente di felicità per tutta l'umanità. Quando cantava Fratti della Messa da Requeim spesso si commoveva e asciugava calde lacrime che le cadevano dagli occhi tanto era la sua ammirazione per il Sommo. E quando si sentì prossima alla morte chiese ai figli che quel ritratto verdiano, (« del suo Vecc »), fosse incluso nalla bara, anche se ormai opaco e sgualcito perché da trent'anni esposto allo sguardo suo e di tutti i familiari”.
Ferrutius
Milano, 2-11-1971
Egregio Professore,
grazie per avermi invitato a collaborare - quale bussetana - a « Biblioteca 70 ».
Tuttavia, pur avendo cercato di mettere a fuoco nella memoria un episodio bussetano, da inviarle per la pubblicazione, non sono riuscita a fermare la mia attenzione su qualche cosa che mettesse conto di raccontare ai suoi lettori: qualche cosa vista alla luce del rimpianto e del sorriso ...
Così ho deciso di mandarle l'acclusa novella che ha per protagonisti gente della nostra terra emiliana, con la speranza che possa far divertire almeno lei, che dovrà leggerla, per giudicarla.
Avrei dovuto avere più tempo a disposizione, per poter scrivere, che so? di quando assistetti alla rappresentazione della prima opera lirica della mia vita nel «nostro» Teatro Verdi (era la Favorita del re); o di quando ricordando il venticinquesimo della morte del nostro «Cigno» e il discorso celebrativo di Sabatino Lopez, sostenni un brillante esame di concorso magistrale a Bologna ...
Invece il settembre e l'ottobre sono stati forieri - anche quest'anno - di grossi problemi, per me che dirigo cinque plessi scolastici di un Circolo didattico di Milano; perciò non sono riuscita a fare un bel nulla.
La prego di scusarmi e di credere alla mia cordiale amicizia. Stia bene.
sua Bruna Paltrinieri Pederzani
VOCAZIONE TRADITA Storia quasi vera
Mi racconti l'origine, gl'inizi del suo magnifico complesso industriale - dissi alla fine del giro, quando il cavalier Salati mi fece servire un piatto di prosciutto, prodotto del suo rinnovato salumificio, accompagnato da pane casalingo e da una bottiglia di lambrusco che non vi dico.
Dato che sei figlio d'un mio compagno di ginnasio, ti racconterò una storia che nessuno conosce, perché mi sono sempre vergognato di confidarla a chicchessia. Però riponi il taccuino e non metterti in mente di scrivere le mie confidenze; questa non è un'intervista, bada bene. Via la penna e mangia; e bevi anche, finì con tono amabilmente ironico, dato che gli avevo appena spiegato ch'ero quasi astemio.
L'ex - condiscepolo di mio padre aveva il viso florido, rubizzo, da cuorcontento, sul quale i baffoni grigi e le sopracciglia sembrano cespugli incolti, sorti per caso su una superficie lustra, fittamente colorita da un intrico di venine a fior di pelle. Cominciò a raccontare:
“Un giorno, avevo vent'anni, decisi d'andare a bussare alla redazione d'un certo settimanale milanese, intitolato «Scintille». Ero partito dalla mia città con un volume di liriche, scritte di nascosto dei miei, che mi volevano dottore in legge e non poeta. Persino il custode dell'alto palazzo grigio, quando mi vide entrare con aria impacciata, mi guardò con occhi irridenti e si mise a sogghignare, allorché gli domandai a quale piano avrei trovato la redazione che cercavo.
— Lei è un poeta, signore? - chiese sottovoce, ammiccando.
Accennai di sì; ero un po' offeso che osasse ridere alle mie spalle.
— Al quinto piano, signor poeta. L'ascensore è guasto, ma lei è giovane e ha fiato da vendere ...
Nel salire le scale semibuie, andavo ripetendo fra me ciò che avrei detto al direttore della rivista, presentandomi.
«Signor Heros Thanatos (ah, che pseudonimo! Amore Morte. Tutto un sistema filosofico racchiuso in due parole!), sono un fedele lettore della sua rivista; seguo con passione tutte le polemiche artistiche che lei suscita e le approvo incondizionatamente. E' ora di finirla con le rime e con i versi obbligati. E' giunto il tempo della libertà di forma e di contenuto. Vuole pubblicare queste mie liriche, se le sembrano degne di tanto onore?».
Toccai timidamente il campanello e sentii un «avanti» roco, dopo un certo tempo d'attesa. Spinsi l'uscio a vetri ed entrai. Una donna di mezza età, spettinata e occhialuta - col grembiule nero da impiegata - mi salutò con un cenno di capo, senza aprire bocca, e continuò a correggere bozze di stampa. Rimasi impalato in mezzo all'ufficio; infine posai il cappello sull'orlo d'una sedia, trepestai un po', tossicchiai, mi feci animo:
— Scusi - dissi, - potrei parlare con Heros Thànatos?
— E' impegnato. Se vuole aspettare, s'accomodi. Costì c'è una sedia sgombra.
La donna continuò ad ignorarmi per un bel po'; ma ad un tratto mi chiese, guardandomi fissamente:
— Poeta?
— Sì - risposi, con un tentativo di sorriso cordiale.
— Non credo che il direttore accetterà i suoi lavori. Ormai sono troppi i collaboratori. Sapesse quanta gente scrive poesie. Un fenomeno incredibile, ecco. Lei è milanese?
— No. E le dissi il nome della mia città natale.
— Ah, ah - sogghignò - formaggio stravecchio, prosciutti, profumi, violette e belle ragazze. Ma perché non alleva maiali, invece di scrivere poesie?
Non ribattei un'impertinenza, per non inimicarmela; ma pensai di lei cose poco generose.
Alfine la donna si alzò e scomparve dietro la porta, ch'era di fronte a quella d'ingresso.
Sentii di là un borbottìo confuso, il rumore d'un pugno picchiato sulla scrivania, d'una sedia smossa con impazienza, e passi pesanti, affrettati. L'impiegata rientrò con finta aria desolata e mi spiegò:
Il direttore è andato in tipografia. Lasci a me le sue liriche: le consegnerò io a Thànatos. Ripassi fra tre giorni - finì, mentre già scompariva dietro le sue carte, che sollevava fino all'altezza del naso, per poterle leggere.
Tornai per tre volte in redazione. La prima, il direttore mi passò davanti correndo e gridando:
— Ho fretta, amico mio. Un'altra volta sarò tutto per lei ...
Feci in tempo a vedere la sagoma d'un grosso uomo calvo e baffuto, come un tricheco. Allora mi sfogai con l'impiegata, che mi disse di chiamarsi Borlacchi.
— Dev'essere un superbo e un gran villano il direttore. Peggiore di certa gente di Roma, ai ministeri, che ti fa fare anticamera, solo per darsi importanza. E le mie poesie? Che cosa ne ha fatto?
— Ecco le sue poesie - disse la donna, la terza volta che tornai in redazione. Il direttore mi ha incaricata di restituirgliele. Sotto a ciascuna lirica, ha scritto alcune annotazioni ...
Feci passare nervosamente i fogli e lessi: « Povero bamboccio! ... Deve mangiare ancora molte pagnotte ... Deve conoscere il dolore vero, per poter cantare ... Tenti l'allevamento dei suini: farà più fortuna che non con la poesia ...
— Fu lei a parlare con Thànatos dei maiali, vero, signorina Borlacchi? - le soffiai furente sul naso. - Che donna cattiva! Infine, che cosa le ho fatto di male?
— Io non ho nessuna colpa, scusi - balbettò quella, indietreggiando. Forse ebbe veramente timore che la schiaffeggiassi. Invece mi slanciai come un torello infuriato contro l'uscio della direzione, lo spalancai con una pedata, ma lo studio era deserto. Quel vigliacco di Heros, fiutando il vento infido, se l'era squagliata per la scala di servizio ...”.
Il cavalier Salati tacque per un poco, ridacchiò fra sé e sé, scosse la testa con aria di compatimento.
— Be', ci credi? Per un po' di tempo non riuscii a consolarmi, perché mi sembrava davvero di essere un poeta predestinato. Poi la vita d'ogni giorno mi costrinse a vivere nella realtà. Mio padre morì e non potei conseguire la laurea. Sposai una ragazza, una brava ragazza della mia città, che mi portò in dote, vedi combinazione, un salumificio, un modesto salumificio senza pretese. Mi ci buttai con impegno, per farlo rifiorire, per farlo ingrandire. Tu hai visto i magazzini di stagionatura del prosciutto: sono fra i più grandi e razionali d'Europa ... Ma la parte inaspettata della mia storia sta nel finale.
Qualche tempo dopo la mia delusione letteraria, venni a sapere che Heros Thànatos era semplicemente lo pseudonimo della Borlacchi stessa. Il direttore non esisteva. Da sola faceva le due parti: riceveva gli aspiranti alla gloria e poi decideva della loro sorte. L'uomo grasso, con i baffoni, era un suo fratello, che l'aiutava nella speculazione. Perché ogni nuovo poeta lanciato da «Scintille» doveva pagare fior di quattrini, per poter provare il piacere di leggere il proprio nome e cognome stampati. Ci fu chi rivelò la cosa e le «Scintille» ... si spensero. Non so perché la Borlacchi a me non domandò denaro e mi respinse. Forse ebbe pietà della mia giovinezza ingenua e provinciale e non volle spennarmi, come aveva sempre fatto fino ad allora, con gli altri aspiranti-poeti ...”
Salati sollevò il bicchiere colmo di lambrusco ed esclamò:
— Brindo alla poesia!
Bevve d'un fiato e, dopo uno schiocco di lingua, completò ridendo il brindisi:
— E bevo ai prosciutti!
Bruna Paltrinieri
SPESSO CI TROVIAMO ANCORA Ricordo di Giovannino Guareschi
Si sta un mucchio di tempo senza vederci, ma poi finiamo sempre per incontrarci.
In un posto o in un altro non importa.
Una volta era qui: in Piazza Carlo Erba o lì intorno, oppure alle Roncole, o a Cademario, o sulla riviera Ligure, o magari a Garessio, o in mille altri posti dove si stava insieme poi per poche ore per giorni interi a fare un mucchio di cose, a parlare con gente, o anche a guardare in silenzio ognuno coi suoi pensieri.
Adesso lo ritrovo ancora, e spesso anche, quando la nostalgia dei tempi passati insieme ritorna.
Lo ritrovo nei miei cassetti in mezzo a tante carte. Lo incontro sfogliando un grosso album di ritagli, in mille e mille fotografie, arrampicato su uno scaffale, al volante del suo trattore, tra le bottiglie di Nebiolo, o tra la folla davanti a San Francesco.
Faccio spesso queste lunghe passeggiate fra le pagine di quell'album, tanto spesso che la polvere non fa in tempo a posarsi come invece si posa su tanta altra cartaccia.
Lo ritrovo tra i manifesti e i programmi teatrali di quella lontana rivista che avevamo combinato insieme.
TUTTO PER TUTTI NIENTE PER NESSUNO. Tutte stupidate di Guareschi e Manzoni, con quella famosa «Radiocronaca di una partita di formaggera» e il finale tutto scope di saggina che aveva indignato il povero Totò.
Rivedo insieme a lui gli altri amici, Ermanno Roveri e Vera Worth, Tilde Mercandalli e Gianni Cajafa, il balletto Viennese. Poi subito dopo eccolo con Paynet a Bordighera e nella pagina successiva nel giardino della villa dell'amico Bonelli sul lago di Lecco, con Palermo, Simili e me Fil di Ferro. Così mi chiamava tanto ero magro.
Ci ritroviamo insieme al festival dell'Unità al parco di Lambrate, e poi eccoci sotto l'ombrello con Minimo Carraro in Val Brembana, e ancora nelle gallerie delle condotte forzate delle centrali della Valtellina, e a bere Sassello in crotti di Chiavenna, e su a Trepalle con Don Alessandro, a Livigno, a Sondrio.
Basta voltare una pagina per saltare dieci anni, e tornare indietro di quindici la pagina dopo.
Eccoci tutti a tavola da Giannino, con l'editore Angelo Rizzoli, Leo Longanesi, La Mura, Metz, Mosca, la Nanda!
Un sacco di amici, si rivedono, si incontrano ancora stando insieme, e un mucchio di cose dimenticate riaffiorano qua e là da una fotografia, da un ritaglio di giornale, da un breve appunto sul bordo di un foglio.
Tò guarda chi si rivede! Peppino Marotta, Mario Bazzi, Alberto Cavaliere.
Un bicchiere di Lambrusco, una fetta di culatello, una scheggia di Parmigiano.
Tutto ritrovo fra le pagine di questo grosso album che mi conserva un sacco di cose che avrei potuto dimenticare.
La passeggiata comincia sempre con l'ultima foto che mi ha mandato: luglio 1962.
Sorride felice in questa foto, tra i suoi figli Alberto e Carlotta.
E subito dopo ecco un'altra foto che mi ha mandato qualche mese fa un nostro comune lettore, suo compagno di prigionia in Germania.
Qui, accovacciato ai piedi di un palizzata, sta ripulendo con la sabbia una gavetta.
Da quella foto mi guarda e non vi è ombra di sorriso nello sguardo, ma guardandolo, mi sembra di sentirlo parlare e ripetere quel suo lontano proposito di prigioniero di guerra:
“Non muoio nemmeno se mi ammazzano”.
E infatti nessuno è più vivo di lui tra noi che gli vogliamo bene.
Carlo Manzoni
Cantanti
Busseto ha avuto in ogni tempo una fioritura di letterati, scienziati, medici famosi, pittori, musicisti ed artisti. Anche nell'arte lirica Busseto ha dato uomini che hanno raggiunto la celebrità: basta citare Bergonzi e Ziliani. Carlo Bergonzi, quasi bussetano di nascita e bussetano di elezione, perché qui egli si rifugia nei momenti di pausa della sua intensa attività artistica, in quell'albergo «I Due Foscari» che egli stesso vi ha creato e che, modernissimo com'è e signorilmente elegante, ha arricchito enormemente Busseto nella recettività del forestiero, è oggi universalmente conosciuto ed applaudito di qua e di là dall'Atlantico come uno dei più grandi tenori esistenti. Alessandro Ziliani nella prima metà di questo secolo aveva raggiunto altezza non comune e grande celebrità.
Ma noi non vogliamo parlare qui dei viventi, troppo conosciuti perché occorra parlare di loro, ma di alcuni cantanti scomparsi da poco o molto tempo, di cui si è perduto o si va perdendo il ricordo.
Rievocheremo per primo il baritono Edmondo Grandini, riportando qui quanto la rivista «Falstaff» nel suo ultimo numero (IX-X) del 25 dicembre 1913 riportava a sua volta da un autorevole giornale teatrale.
“Il giovanissimo baritono Edmondo Grandini non ha bisogno di presentazione: il suo nome s'è imposto nella famiglia lirica, sia come cantante che come attore. La sua potentissima voce, di metallo dolce e argentino, si piega con la più grande facilità a tutte le esigenze musicali e dalla grande invettiva passa al singhiozzo più tragico dell'anima, affascinando, e lusinghieramente fu giudicato e apprezzato nei più grandi teatri di Italia e dell'estero tanto da paragonarlo ai tanti celebri cantanti che prendono paghe favolose. La sua voce trascina, conguide, porta al fanatismo, tanto che in ogni sua opera è costretto fra gli applausi insistenti e calorosi unanimi, bissare i punti più salienti della sua parte, e le accoglienze e il delirio a cui si trascina il pubblico è così possente che commuove e trasporta lo spirito in una sfera di entusiasmo, che difficilmente si riscontra anche nei più bravi artisti. La gloria e l'apoteosi che i più grandi cantanti sognano attende a questo giovanissimo e simpatico baritono e prestissimo, tanti sono i pregi di cui è circondato questo valoroso campione dell'arte lirica. Rifulse al Comunale di Bologna, al Regio di Parma, al Grande di Brescia, al Comunale di Ferrara, al Comunale di Pesaro, al Verdi di Pisa, al Verdi di Firenze, al Goldoni di Livorno, al Metastasio di Prato, alla Lizza di Siena, al Costanzi di Roma, al Nuovo di Spoleto, all'inaugurazione del Chiarella di Torino, dove fu prescelto dal Maestro Zandonai e dall'editore Comm. Tito Ricordi, per eseguire l'opera nuova Il grillo del focolare, al Bellini e al Mercadante di Napoli, al Massimo di Palermo, al Comunale di Treviso, al Filarmonico di Verona, al Politeama Genovese e al Carlo Felice di Genova, al Dal Verme e alla Scala di Milano e tanti altri teatri che ora è inutile ricordare. Ultimamente poi cantò in tutti i teatri principali della Spagna a fianco della celebre diva Barrientos e in soli quattro anni di carriera eseguì con successo le seguenti opere: Pagliacci, Cavalleria, Boheme, Amico Fritz, Nave Rossa, Isabeau, Grillo del focolare, Amica, Andrea Chenier, Vally, Gioconda, Faust, Lucia, Salomè, Carmen, Aida, Guglielmo Tell, Forza del Destino, Ballo in Maschera, Barbiere, Rigoletto, Traviata ecc. e pronto in altre quindici opere ancora”.
L'articolo è evidentemente encomiastico; ma se pensiamo che fu scritto dopo soli quattro anni di carriera artistica, possiamo dire che Grandini ebbe presto un posto eminente fra i cantanti e che merita di non essere dimenticato.
In Busseto il baritono Grandini ha cantato, forse per la prima volta, nel giugno 1916 in concerti vocali e strumentali diretti, nel Teatro Verdi, dal M° Del Campo ed a beneficio delle famiglie dei richiamati; ed ancora nel 1919, sempre nel Teatro Verdi, nel Rigoletto, pure sotto la direzione di Giuseppe Del Campo. Quasi al termine della sua carriera, partecipò infine nell'agosto 1939 alla stagione lirica celebrativa del centenario dell'Oberto, Conte di S. Bonifacio, rappresentando in Piazza Verdi il Figaro nel Barbiere di Siviglia, la cui Rosina fu la celebre Mercedes Capsir.
Altro cantante che prometteva assai bene fu Angelo Bisagni, nato a Busseto nel 1891. Cominciò anch'egli, come tanti altri, piuttosto tardi gli studi, ed ebbe anch'egli bisogno di aiuti e di beneficenza. Nel settembre e nell'ottobre 1914, a richiesta della signora Clelia Stradivarius di Milano, assai probabilmente sua insegnante, la Commissione concedeva l'uso gratuito del Teatro Verdi «per un Concerto vocale-strumentale a favore del giovane Angelo Bisagni di questo Comune, alunno della Scuola di Canto, onde riceverne aiuto per compiere i suoi studi, nei quali dà lusinghiere speranze».
Di lui scriveva C. Alcari in Parma nella musica (Parma - Fresching 1931): “Deve alla munificenza del bussetano dott. cav. Temistocle Orlandi l'aver potuto compiere gli studi di canto a Milano sotto la guida del valentissimo maestro Giuseppe Mandolini. L'11 novembre 1919 debuttò con la Tasca al Dal Verme di Milano. Cantò nei principali teatri italiani, riportando buoni successi. Al Regio di Parma cantò nel Carnevale 1923-24 la Carmen. Aveva però già cantato anche a Busseto il 24 giugno 1922 in un concerto nel teatro Verdi insieme con C. Voltolini, E. Grandini ed R. Federici”.
La carriera del tenore Bisagni non durò a lungo, ma egli rimase sempre a contatto con tutto il mondo lirico teatrale. A lui venne affidata dalla «Pro Busseto», nel 1938 e nel 1939, l'organizzazione degli spettacoli lirici all'aperto, che risultarono sotto ogni punto di vista eccellenti e che ebbero fra gli artisti nomi come, oltre al Grandini ed alla Capsir già ricordati, Giuseppe Manacchini, Iva Panetti, Gilda Alfano ed il quasi debuttante Giuseppe Momo, che l'anno 1940 fu portato in trionfo dai loggionisti di Parma dopo l'esecuzione eccezionale della Forza del Destino.
Ma io vorrei ricordare qui altri due cantanti bussetani di cui si è perduto il ricordo («involve-tutte cose l'oblio nella sua notte»): il baritono Giuseppe Gabbi ed il basso Marco Arati. Del Gabbi troviamo una breve notizia nel libretto su Emanuele Muzio, che il prof. Alfredo Belforti pubblicò nel 1895. Parlando del Muzio che “alternava il tirar dello spago con quei canti di musica ora sacra ora profana, che avevano colpito la sua precoce natura di artista non per anco rivelata a se stesso”, il Belforti aggiunge: “Qualche volta lo accompagnava nel canto il distinto baritono bussetano Gabbi Giuseppe, a cui il servizio di 40 anni nella società filarmonica non ha fruttato, nemmeno nell'atto di scendere nella fossa, una parola di compianto od un modesto ricordo”. Ed è tutto quello che sappiamo del Gabbi.
Molto maggiore notorietà e forse celebrità ebbe, a suo tempo, il basso cantante Marco Arati, che almeno dal 1849 al 1854 ha cantato al teatro San Carlo di Napoli e di là provvedeva ad inviare denari alla vedova sua madre a Busseto. Lo confermano alcuni documenti. Il 26 novembre 1853 il «Dipartimento degli Affari Esteri degli Stati Parmensi» pregava il Podestà di Busseto «di far consegnare prontamente la qui allegata lettera del sig. Marco Arati alla Signora Luigia Fagnoni vedova Arati madre dell'anzidetto cantante, facendo osservare alla medesima per opportuna sua intelligenza che quantunque siffatta lettera fosse acchiusa in altra del Regio Console generale parmense in data 4 Ottobre pross.° pass.° non pervenne insieme con la trasmissiva al sottoscritto che ieri soltanto, giorno 25 del volgente Novembre».
La vedova Arati non era però una Fagnoni, bensì una Bertoloni, come si rileva dai successivi documenti. Il 2 ottobre 1954, infatti, essa indirizzava al Ministero degli Affari Esteri di Parma la seguente lettera:
“ Eccellenza
La Bertoloni Luigia vedova Arati di Busseto Serva Umil/ma dell'Eccel. V., madre di Marco unico suo Figlio, di professione Basso cantante, il quale attualmente ha domicilio in Napoli, artista nel Teatro San Carlo. Col 23 Agosto 1853 Supplicava Sua Eccell.a incaricato degli affari esteri, in allora, per aver notizia e soccorso dal sunominato suo unico Figlio, come in effetto ebbe lettera col g° 28 7bre dello stesso anno, nella quale assicurava l'afflitta Madre che fra dieci, o dodici giorni avrebbe ricevuto cinque Napoleoni d'oro da franchi venti col mezzo del Negoziante Meloni in Parma; ma fin al giorno d'oggi la povera vedova non ebbe niente, nè dal nominato negoziante, nè da nessun altro: e quello che di più l'accora, si è, che non ha ricevuto riscontro da più lettere inviate a Napoli impostate e dirette al domicilio del figlio stesso per avvertirlo della cosa.
Ed è perciò che l'Umile sottoscritta si rivolge di nuovo all'Eccell.° V. rispettosamente supplicandola affinché possa, mercé di Lei mezzo far sapere le cose come si trovano all'incaricato degli affari di nostro Stato, e questi possa far consapevole il sunnominato Marco Aratti che la di lui Madre vive non solo in bisogno, ma eziandio in un sommo fastidio per non aver ricevuto quanto lo stesso prometteva.
Colla fiducia pertanto d'essere esaudita, anticipa i più vivi ringraziamenti di viva riconoscenza e di Ossequio, mentre col più profondo rispetto e stima distinta ha l'onore di segnarsi
Di Vostra Eccellenza Umil/ma e Devot/ma Serva
Bertoloni Luigia vedova Aratti”.
Il 6 ottobre il Podestà di Busseto, con oggetto «Risposta alla lettera del 26 Novembre 1853», inoltrava al Ministro di Stato pel Dipartimento degli Affari Esteri la lettera della vedova Arati, concludendo: “alle preghiere della Bertoloni le proprie rispettosamente aggiunge per l'esaudimento”.
Il 17 novembre successivo lo stesso Ministro degli Affari Esteri di Parma G. Pallavicino scriveva al Podestà di Busseto:
“Il sottoscritto fece conoscere col mezzo del Regio Console generale in Napoli al Sig. Marco Arati il contenuto della lettera qui sul margine citata, e gli fece anche consegnare una lettera a tal uopo spedita a quest'ufficio dalla Madre sua.
Ora il Regio Console summenzionato nel rendere conto dell'eseguimento degli incarichi a lui dati ha soggiunto che il suddetto Arati è tuttora cantante in un teatro di quella Metropoli coll'assegno di ducati cento al mese; che è rimasto sorpreso apprendendo essere andato smarrito il denaro che aveva inviato alla propria Madre; e che si proponeva di scriverne tosto ad un suo corrispondente per venire in chiaro dell'accaduto e per riparare al succeduto inconveniente”.
Quanto all'eccellenza nell'arte lirica del bussetano Marco Arati basterà citare quanto scrive Mario Ferrarini a pag. 192 del suo «Parma Teatrale Ottocentesca» (Parma 1946): “Verdi sente che Parma è una città di musicisti e di cantanti e li predilige e li vuole spesso vicini quali collaboratori preziosi e devoti ... per il tenore Gardoni scrive i Masnadieri; per il baritono Ferri l'Araldo; per Antonio Superchi l'Ernani; per il basso Arati l'Alzira e la Miller”.
Marco Arati non era però solo di Parma, ma di Busseto, quindi compaesano ed amico di Verdi. Non sappiamo se l'amicizia fra i due sia sorta al tempo dell'Alzira od anche prima. Certo è che essi si trovano insieme a Napoli nel 1849, al tempo in cui Verdi sta per darvi la Luisa Miller. Riportiamo in proposito alcune notizie tratte dal secondo volume del «Verdi» dell'Abbiati. Il 23 luglio del 1849 Verdi da Parigi scriveva a Salvatore Cammarano, suo librettista, raccomandando un'accurata scelta dei cantanti: “Arati farà Wurm”. Verdi va ad assistere, a Napoli, ad «alcuni spettacoli al Teatro dei Fiorentini ove si rappresentava Il Bugiardo di Goldoni, ed erano con lui la Gazzaniga e l'Arati». E l'amicizia dura anche in seguito. Da Busseto due anni dopo, il 29 marzo 1851, scrivendo all'amico ed ammiratore Cesanino De Sanctis, Verdi concludeva: “... Mille cose a Sebastiani, Arati, De Bassini e a tutti quelli che si ricordano di me”; e sei mesi dopo Cammarano, scrivendo a Verdi, «Offriva i saluti del basso Arati». Nel '53 il De Sanctis scriveva a Verdi: “Il 6 ottobre con immensa aspettativa va in scena il Trovatore con la Penco, la Borghi, Fraschini, Ferri e Arati. Quest'ultimo credo che divenga matto per la cavatina d'introduzione ...”, cavatina che non è improbabile che Verdi vi abbia aggiunto proprio per far piacere all'amico. E l'amicizia è diventata così cara che, scrivendo da Parigi il 4 dicembre 1953, Verdi ha un inconsueto slancio affettuoso e scrive: “Salutate la Penco e Fraschini, se li conoscete. Un gran bacio a Sebastiani ed Arati”.
Le 10.000 lire di Verdi
Giacché abbiamo parlato or ora di Giuseppe Verdi, vogliamo rievocare qui un noto episodio, per l'aggiunta di una postilla inedita.
E' noto lippis et tonsoribus che, durante la costruzione del Teatro che si voleva intitolare al già celebre Maestro, erano sorti contrasti fra lui e gli amministratori di Busseto, al punto che Verdi, che non pose poi mai piede nel teatro, rifiutava anche di consentire che gli fosse dato il suo nome. Infine, per i buoni uffici del Dott. Angelo Carrara suo notaio, il 17 agosto 1865, Verdi ne accettava le dedica e - scrivono gli autori dei Copialettere - «depositava presso il Municipio di Busseto una cartella di L. 10.000, stabilendo che questo ne sarebbe andato in possesso il giorno dell'apertura del teatro».
Il Gatti, nel suo «Verdi» (vol. II, pagg. 175 e 177) racconta in verità in quest'altro modo la faccenda delle 10.000 lire: “L'Ongina, il torrente che passa davanti alla casa di Sant'Agata, era straripato travolgendo il ponte che dalla strada provinciale, sulla sinistra del torrente, metteva sulla strada comunale da cui si accede alla casa. Poiché il Municipio (allora Sant'Agata dipendeva amministrativamente da Busseto), a corto di denaro, indugiava nel rifarlo, Verdi s'era assunto il carico di anticipare la spesa, col patto che gliel'avrebbero rimborsata. Ma a cose compiute, il Municipio cercava pretesti per differire il pagamento ... Soltanto (nel 1865 Verdi) chiedeva di ricambiare il dono del palco, con l'offerta di abbonare al Comune le 10.000 da lui prestate in precedenza per rifare il ponte sull'Ongina”.
Ma è da credere che il Gatti sia in errore. Il fatto certo è che, sia per un doveroso atto di omaggio al Grande sia per rabbonirlo, gli amministratori gli avevano offerto il palco, sempre tramite il Dott. Carrara; e Verdi, pur accettando l'offerta con intento conciliativo, non volendo obbligazioni di sorta, com'era nel suo fiero costume, fece depositare in Municipio, in contraccambio, le 10.000 lire (1).
Ne dà conferma la deliberazione presa dell'amministrazione del Teatro Verdi il 10 gennaio del 1875 (quasi sette anni dopo l'inaugurazione del teatro) e che è la seguente:
«La Commissione Amministrativa del Teatro Verdi si è oggi riunita alle ore 11 antimeridiane in una sala del palazzo municipale sotto la presidenza dell'illustrissimo Signor Carrara Cav. Dottor Angelo, coll'intervento degli illustrissimi Signori Barezzi Giovanni (2) e Godi Avv. Carlo delegati e coll'assistenza del segretario Accarini Dottor Italo.
Aperta la seduta il Presidente annunzia che il Municipio ha deliberato la restituzione a questa Amministrazione di quelle lire diecimila che piacque al Maestro Verdi di versare nella Cassa del Comune in contraccambio del dono di un palco nel Teatro. Avverte che l'accennata somma sarebbe chiesta a mutuo dal Signor Giovanni Sivelli (3), persona solvibilissima, con obbligo di restituirla a breve termine, non prima però di 6 mesi dal 1° del corrente, a richiesta dell'Amministrazione, e di corrispondere sulla somma medesima l'interesse del 6% a partire dal suddetto giorno 1°.
Ritenuta la convenienza di tale partito.
Delibera a voti unanimi di accettarlo, con autorizzazione al Signor Presidente di disporre tutto in proposito».
In tal modo le 10.000 lire date da Giuseppe Verdi per il palco ritornarono all'amministrazione del teatro.
(1) Verdi poi, qualche anno dopo, vendette per 2.000 lire il palco, che gliene era costato 10.000.
(2) Era figlio di Antonio Barezzi e fece parte fin dall'inizio della amministrazione del teatro.
(3) A Giovanni Sivelli era stata affidata, dieci anni prima, la costruzione. del Teatro Verdi.
Almerindo Napolitano
DOMENICO VALMAGINI, INGEGNERE ED ARCHITETTO DI RANUCCIO II FARNESE
Non può certamente dirsi illustre il nome dell'ingegnere ed architetto ticinese Domenico Valmagini se, per essere definito tale, occorre avere una certa parte nella storiografia ufficiale.
In verità non sono molte le fonti dalle quali possono attingersi notizie sulla vita e sulle opere dell'artista. Il suo nome figurava, fino a poco tempo addietro, appena citato, e non sempre con esattezza ortografica, nelle storie e nelle guide dell'arte di Parma e di Piacenza.
Si sa che è nato nel 1649 da Antonio e Caterina a Brusimpiano, paesino sul ramo occidentale del lago di Lugano, e che è stato battezzato nella Chiesa parrocchiale di S. Maria il 1" Agosto di quell'anno (1).
E' venuto alla luce proprio in riva a quel lago che vide i natali dei più insigni architetti del barocco seicentesco.
Sul ramo orientale infatti, a Bissone, nacquero Carlo Maderno (1556-1629) e Francesco Borromini (1599-1667). A poca distanza, a Melide, era nato anche Domenico Fontana (1543-1607) presso cui il Maderno fu accolto al suo arrivo a Roma.
Non mancava certamente una buona scuola al Valmagini per imparare l'arte del costruire per cui è lecito supporre che il suo arrivo presso la corte di Ranuccio II Farnese sia stato preceduto dalla fama delle sue opere giovanili le quali ci sono putroppo tuttora sconosciute.
La prima notizia della sua attività, a servizio del Duca, è del 1677 (2). Il 26 Agosto di quell'anno, a Piacenza Mons. Zandemaria pone la prima pietra di un tempio, con annesso monastero, che viene eretto su disegno del Valmagini, sotto il titolo della Immacolata Concezione di Nostra Signora e destinato alle Monache benedettine della più stretta osservanza.
La costruzione fu voluta dal Duca per voto fatto a Dio perché proteggesse la sua terza moglie, Maria d'Este, la quale il 19 Maggio 1678 darà alla luce un bimbo, battezzato col nome di Francesco Benedetto.
I Piacentini accolsero con giubilo universale la notizia ed il Duca inviò una lettera di ringraziamento.
Il tempio, che fu consacrato l'8 Ottobre 1681, è l'opera più importante, fra quelle che si conoscono, dell'artista. E' a forma di croce greca con una maestosa cupola ergentesi su un tamburo ottagonale, sulla cui lanterna è collocato il giglio farnesiano.
Il Duca fu molto grato al suo architetto tanto che non mancò di compensarlo, per questo e per altri servigi, donandogli nel 1688 una proprietà terriera detta i Balzarelli sita in località Carmiano, frazione di Vigolzone (3).
La forma del tempio, imponente ma nel contempo agile, richiama nettamente gli schemi cinquecenteschi.
La sua pianta è estremamente simile a quella della Madonna di San Biagio di Montepulciano, iniziata nel 1519 da Antonio da Sangallo il vecchio, ed a quella della Madonna di Campagna in Piacenza di Alessio Tramello del 1528.
Anche le dimensioni dell'invaso non sono molto diverse dal tempio del Sangallo. Solo la marcatura degli elementi esterni e l'adozione più libera e più vigorosa di qualche elemento della classicità possono denunziarne l'epoca di costruzione. E' risaputo d'altronde che l'architettura lombarda resta legata alla tradizione manierista per tutto il '600; ciò non può che confermare che il Valmagini è di estrazione culturale lombarda.
Il Convento ed il tempio furono tenuti in uso dalle Benedettine fino al 1810 poi, con la soppressione napoleonica degli Ordini monastici, furono destinati ad uso profano. Ora sono usati come magazzini e laboratorio e si trovano in uno stato di deplorevole abbandono.
Mentre il Valmagini era intento alla costruzione del Monastero delle Benedettine moriva in Parma l'Ingegnere della comunità Giuseppe Barattieri, piacentino, colui il quale nel 1676 aveva eretto la torre del Palazzo del Governatore nella piazza Grande di Parma (4).
I Duca in data 1° Settembre 1679 ne nomina successore il Valmagini, colla solita provisione et emolumenti che aveva l'accennato suo Antecessore (5).
Il 12 Dicembre dello stesso anno iniziano i lavori di costruzione della fabbrica del Monte di Pietà di Busseto, appaltata con istromento rog.to dal N. Bernardino Quaglia Cancell.e Episcopale 8 Ottobre 1679 (6).
Nel libro delle delibere del pio Ente si rileva come il 26 Marzo 1679 i reggenti decidessero di costruire di nuovo la casa, secondo un Dissegno da farsi fare a Don Matheo Rossi intelligente d'architettura e prattico.
In data 25 Giugno successivo il Duca permette si facci la nuova fabrica nel sito ora tenuto ad affitto da Moise Ottolenghi hebreo, alla porta di mezzo si per inherire alla mente della Coità (Comunità). .. Don Matheo Rossi ne ha già fatto un dissegno, disegno che non deve aver incontrato nè il favore del Duca nè quello dei reggenti se, quattro giorni dopo, viene deciso che ... Il Tesoriere si contenti parlare a M° Antonio Capomastro della fabrica de MM.RR. PPri Giesuiti di Busseto per appoggiare la fabrica all'istesso, anzi si ne procurerà anco un dissegno di altri periti per fare una fabrica degna con un porticato nobile.
Maestro Antonio Rusca di Lugano (7), Capo muratore, contribuì certamente ad orientare la scelta dei reggenti sul conterraneo Architetto di S.A.S. Domenico Valmagini, il quale non è improbabile fosse in qualche modo impegnato, in quegli anni nelle citate fabbriche dei Gesuiti. Il portico ed il coronamento dell'edificio del Monte e del Collegio dei Gesuiti presentano infatti non poche affinità formali.
Le notizie sull'andamento dei lavori di costruzione mancano poi fino al 25 Luglio 1681 quando i Reggenti scrivono al Duca che ... il stato della fabbrica è puramente secondo il dissegno inviato da S.A.S. fatto dal Suo Architetto et prossimo alla perfettione ... (8).
Restavano da farsi le stabilliture (intonachi), vari abbellimenti, le imbiancature ed i pavimenti.
L'Architetto, il 4 Novembre successivo si reca a Busseto (9) e redige un esatto stato dei lavori, con grafia nitida e con chiarezza di linguaggio tecnico, contenente prescrizioni precise e dettagliate per la ultimazione dei lavori (10).
Solo il 17 Settembre 1682 i Reggenti, essendo finalmente la fabrica nuova in stato di potersi principiare il trasporto dei pegni, ne chiederanno autorizzazione al Duca, anche se la solenne benedizione da parte del Vescovo di Borgo S. Donnino Gaetano Garimberti non avverrà che il 3 Novembre dello stesso anno, col solenne intervento del Capitolo e della Collegiata, e con l'esecuzione di musica scritta per la circostanza (11).
Quasi contemporaneo con la Chiesa delle Benedettine, il Palazzo del Monte di Busseto è opera assai matura e maggiormente in linea coi tempi. La fantasia barocca si estrinseca, anche qui, più nei particolari che nell'insieme. L'impostazione planimetrica infatti è sempre molto contenuta ed austera. Ovviamente la parte di maggior rilievo è la facciata sulla Via principale ove si continua il discorso volumetrico legato strettamente all'ambiente. Il suo colore, che durante il corso dei recenti restauri è stato rinvenuto in un risvolto di finestra murata ed è quindi l'originale, si inserisce con vigore nel tessuto di quella che fu la capitale dello Stato Pallavicino.
L'edificio fa parte di quella parte di edilizia seicentesca che comprende anche la Chiesa di S. Ignazio e il Collegio dei Gesuiti e che fu voluta dai Farnese per far da contrappeso alla Rocca, alla Collegiata, al convento di S. Maria degli Angeli ed alla stupenda villa Pallavicino, ricordi dell'antico feudo.
Esso è stato edificato ove sorgeva la porta di mezzo della cittadina (nel sottotetto esistono tuttora i resti delle antiche merlature) e sporge infatti sia pur leggermente rispetto la restante cortina di case della Via Roma.
Le doppie lesene dei due pilastri angolari alleggeriscono, col gioco d'ombra, il loro massiccio impianto e le finestre del primo piano rappresentano un bell'esempio di disegno barocco dalle proporzioni agili se pure dalle linee volutamente ricercate. Il motivo dei capitelli, ionici con festoni, sarà ripreso come vedremo nell'oratorio di San Cristoforo a Piacenza.
Notevole è la decorazione interna della sala principale con lo stupendo camino e gli stucchi che lo sovrastano.
I due affreschi delle lunette sotto il portico, ora opportunamente staccati e collocati all'interno, ad evitare la loro totale perdita, sono del pittore cremonese Angelo Massarotti che li dipinse nel 1682 e rappresentano il martirio di S. Bartolomeo e Gesù staccato dalla Croce.
Abbiamo altre notizie che ci indicano il Valmagini a Busseto. Esse sono contenute in due lettere autografe entrambe in data 24 gennaio 1686 spedite dalla cittadina ed indirizzate al Principe.
La prima è la relazione sulla visita fatta ad un tratto di mura, appena ricostruito, e trovato conforme alle disposizione da lui impartite il 10 aprile dell'anno precedente.
Ne espone la misura e la relativa contabilità finale, secondo i patti precedentemente intercorsi fra il Priore, i Deputati della Comunità e il maestro Antonio Rusca. Informa S.A.S. che attiguo alla muraglia rifatta vi è una torre adibita a colombara la quale deve essere rifondata essendo cadente. Inoltre vicino alla torre vi è un altro pezzo di muraglia, che sta per cadere, al cui consolidamento occorrerebbe provvedere sollecitamente ad evitare che lasciandola diroccare la spesa per il ripristino diventi quadruplicata.
Nella seconda lettera dice di avere visitato la fabbrica dell'Hospitale di Busseto ... alla quale non mancano quelle comodità che si richiedono, ad un, si bene piccolo, buono Hospitale e ne progetta un ampliamento per una spesa di lire 6522,13.
Allega alla lettera una pianta dell'edificio con la indicazione dell'ampliamento proposto (12).
Ma il Valmagini, Ingeniero della Comunità non ha limiti qualitativi alla Sua attività, comprovando la poliedricità della sua mente anche nel campo della Ingegneria dei trasporti; infatti il 16 Giugno 1681 il Duca lo manda a Piacenza per provvedere al rifacimento del ponte sul Gratarolo, vicino ad Alseno.
L'anno prima, nell'agosto, aveva espresso il suo parere favorevole, quale Architetto della Riparazione, ad una richiesta avanzata dai PP. Carmelitani tendente ad ottenere il permesso di ingrandire, per quattro braccia verso la mura della Parma, la Cappella di S. Maria Maddalena dei Pazzi, in quanto ciò non avrebbe arrecato alcun pregiudizio al passaggio delle Artiglierie (13).
Una grida del Governatore di Parma Gio. Carlo Santi del 4 Maggio 1684 lo dice occupato a verificare la conformità delle opere di derivazione delle acque del Canale Naviglio Taro, che ispezionerà dalla sua imboccatura in Opiano fino entro la città, fornendo quindi esatte prescrizioni sul modo di fare le platee avanti li bocchelli, per i quali si cava l'acqua del Naviglio del Taro.
Altra grida del Governatore di Piacenza Gio Paolo Cesarotti, Gov. e Magg. Magistrato di Piacenza, in data 3 Luglio 1686 lo vedrà impegnato a progettare le opere necessarie per l'accomodamento della Strada Romea, dai confini di Borgo San Donnino fino a Piacenza, reputando necessario oltre l'ingerratura (inghiaiata) la costruzione di tre ponti di pietra, sopra li Valloni (14).
Ancora una notizia che conferma la versatilità dell'ingegno del Valmagini è quella che riguarderebbe la sua collaborazione, nel 1687, coll'Architetto bolognese Stefano Lolli alla costruzione del nuovo teatro ducale di Parma (15). Lo Scarabelli Zunti invece non lo cita espressamente (16).
Di nuovo però ecco il Valmagini all'opera nella erezione di un edificio sacro a Piacenza: l'Oratorio di San Cristoforo e dell'Arciconfraternità della morte iniziato il 19 Gennaio 1687 in stretta collaborazione con il pittore Ferdinando Galli detto il Bibiena (17). La cupola fu affrescata dallo stesso Bibiena, mentre le altre parti sono della sua scuola. Gli stucchi, all'interno, sono del Frisoni, lo stesso che lavorò anche nel Palazzo Farnese. L'Oratorio fu solennemente aperto al culto il 30 Ottobre 1690.
E' indubbio che, l'Oratorio di San Cristoforo è l'edificio più aderente allo spirito del seicento, e più lontano dal classicismo della Chiesa delle Benedettine.
Forse si fece particolarmente sentire l'influenza del Bibiena il quale nella cupola espresse mirabilmente le sue doti di prospettivista teatrale.
La pianta dell'edificio secondo quelle linee curve che tanta importanza ebbero nelle espressioni architettoniche dei contemporanei, ha l'asse longitudinale posto in diagonale fra le due vie che lo contornano. La facciata smussa l'angolo fra le strade stesse. Veramente bella la decorazione interna, dei paliotti d'altare, delle tribunette, e soprattutto dei capitelli, coerenti questi ultimi con quelli posti sulle lesene della facciata e con quelli degli esterni del Monte di Busseto.
Il portale di ingresso in pietra bianca è talmente vivo che potrebbe ben figurare in certe espressioni del barocco meridionale.
La semplice tonda lanterna sul tiburio, riecheggia vagamente, con le sue paraste binate, quelle del Borromini.
Il Valmagini ed il Bibiena in seguito alla loro opera ottennero di far parte della Congregazione della buona morte (18).
Ma il Valmagini fu anche uomo pratico e seppe ben amministrare i proventi della sua opera, infatti dopo avere accettato la munifica donazione della possessione di Carmiano acquista, il 18 Settembre dello stesso anno, dalla S. Ducale Camera pertiche 12 di terra culta e gerosa nel luogo della Riva in prezzo L. 552 (19) e l'anno successivo, ai 4 di Maggio, ancora pertiche 10 di terra giarosa dentro il Muraglione della Riva in prezzo di L. 200. Lo stesso giorno ottiene anche Assegno dalla Ducal Camera di pertiche 57 tav. 20 in una partita e pertiche 16 tav. 15 in altra a Carmiano, giudicate di pertinenza della Possessione dei Balzarelli, già donata dal Sovrano a detto Architetto (20).
Nel 1692, il 9 di Febbraio, prende in affitto la Fornace della Riva con suo sito da scavar terra con canone annuo di L. 150. Nel 1693 con rogito A. Fugazza acquista una casa nella Parrocchia di S. Maria di Gariverto, mentre il 20 Marzo del 1694 acquista pertiche 12 di Giara nelle Mura alla Riva per L. 240 (21).
Il completamento delle operazioni immobiliari avviene il 7 Agosto 1694 con la donazione da parte della Ducal Camera, d'ordine Sovrano ... di due osterie e loro esercizio col prestino e macello poste rispettivamente in località Riva e Carmiano e di una Fornace sempre nella località Riva (22).
Nel 1689, l'11 di giugno, dà il proprio benestare, agli Anziani del Comune di Parma, perché si paghino al maestro Francesco Pittori lire 290 a saldo del suo credito per avere egli costruito su disegno del Valmagini, un ponte sul canale Naviglio Taro, nella Villa di Scarzara, sulla stradella che va alla strada maestra di Collecchio (23).
Isabella Sozzi (m. il 18 Luglio 1694), con le entrate personali e con quelle di una sua sorella maggiore, volle si erigesse in Parma il nuovo campanile della Chiesa di San Paolo. Lo Scarabelli Zunti descrivendo la Chiesa di San Ludovico, alias San Paolo dice che la bella torre che prospetta la Strada di S. Lucia fu innalzata nel 1690 dal bravo architetto Domenico Valmagini, mentre la facciata della Chiesa in disaccordo con l'attuale interno venne eseguita nel 1785 sopra disegno di Antonio Bettoli che aveva studiato sotto Adalberto della Nave, del quale volle con così poco senno abbandonare i precetti per seguir quelli della scuola francese venuta co' Borboni in voga fra noi (24).
Lasciamo allo Scarabelli Zunti la responsabilità di tale giudizio, che ci pare un po' parziale, per soffermarci brevemente sulle linee della torre di San Paolo quali erano prima dell'attuale rimaneggiamento. E' un'opera misurata e contenuta la quale riflette l'equilibrio dell'artista che l'ha disegnata e, più che preludere al neoclassicismo settecentesco, ricorda anche quì i modelli di maniera del '500.
Il cupolino è l'unico elemento di chiara impronta barocca.
Nel complesso però, si può senz'altro affermare che la torre è stata sapientemente inserita nell'ambiente come fondale della Strada S. Lucia (ora Via Cavour). La sua altezza non incombe sull'osservatore ma nello stesso tempo è tale da far alzare lo sguardo oltre le cortine murarie delle costruzioni che la contornano o la inquadrano.
Un avvenimento, diremmo oggi mondano, di grande risonanza, come le nozze del Principe Odoardo, primogenito di Ranuccio II, con Dorotea Sofia di Neoburgo, vede, nello stesso anno 1690, l'Architetto ducale all'opera per preparare le apparecchiature delle feste grandiose che dureranno ben nove giorni. E' sempre lo Scarabelli Zunti che ce ne informa (25), aggiungendo che la gran peschiera del giardino ducale fu fatta costruire proprio ad opera del Valmagini e servì per la rappresentazione di un combattimento, episodio de Le glorie d'amore, opera del poeta veneziano Aurelio Aureli, con musica di Marco Sabadini.
Intorno alla peschiera fu innalzato un vasto anfiteatro che, a stento, potè contenere gli spettatori. Sull'isoletta sorgente al centro della peschiera, si innalzò un palcoscenico improvvisato, dipinto e decorato dai Fratelli Gaspare, Pietro e Domenico Mauri pure veneziani (26).
La magnificienza con cui il Duca Ranuccio II, scrive il Muratori, celebrò queste nozze in Parma empiè di meraviglia chiunque ne fu spettatore e superò l'aspettazione di ognuno, sì sontuose riuscirono l'opere in musica fatte in quel gran teatro e nel giardino della Corte, sì ricche di livree, sì straordinarie le macchine, i caroselli, i balli, le illuminazioni, i conviti e il concorso dei nobili e dei principi forestieri (27).
Fra i compiti dell'Architetto soprastante alla Riparazione ed alla Fortificazione di Parma era anche quello, come abbiamo visto, di esaminare e giudicare, prevalentemente sotto il punto di vista della sicurezza, tutte le richieste di nuove opere edilizie da eseguirsi nei pressi delle mura della città.
Il 17 nov. 1690, con lettera indirizzata al Cav.re Tarquino Bondani, Commissario della Riparazione, il Valmagini esprime parere favorevole alla concessione, in via precaria, a certo Gio. Batta Silva abitante nella Vicinia di Santa Cecilia, nella parte che si dice di là dall'acqua, di coprire con tetto, per proteggere parte della propria casa un tratto del Cammino di Ronda sulla muraglia di fortificazione verso il Torrente. E' probabilmente, l'inizio del processo di costruzione della cortina di case che tuttora prospetta sul torrente, che vedrà il suo compimento fra la fine del XVIII e l'inizio del XIX sec.
Sempre nel suo ufficio di Architetto delle fortificazioni come si firma l'11 giugno 1691, ritiene si possa concedere ai VV. « Confrati » dell'Oratorio di N.D. delle Grazie di Capo di Ponte, dietro alle loro tre case dirimpetto a detto Oratorio, verso la Parma, di coprire con fabbrica la Strada della Ronda a ben precise condizioni fra le quali, importante, quella che tutti tre li siti debbano essere sempre di ragione della fortificazione e che siano conservate aperture per il passaggio delle milizie in caso di necessità. Le costruzioni sono concesse a mero titolo precario. La lettera è indirizzata come la precedente e le due che seguono al Cav.re T. Bondani, Commissario della Riparazione (28).
Un parere sulla vendita a Mastro Abondio Baini di un appezzamento di terreno per la costruzione di una casetta contigua l'asta del Canale del Naviglio, vicino al terrapieno, valutata sulla base di lire settemilla e doicento la Biolca, viene fornito il 4 agosto 1691.
La muraglia verso la testata del Ponte nuovo nei pressi della Rocchetta, minaccia rovina a causa del carico eccessivo trasmesso dalle case sucostruttevi. Ne progetta la riparazione l'11 agosto 1693 con precisi dettagli tecnici e propone che i proprietari delle case che si appoggiano su di essa, contribuiscano alla spesa per metà essendo asioma infallibile, che chi sente il comodo debba subire l'incomodo ancora.
Il riparto della spesa proporzionalmente al fronte delle singole proprietà sarà fatto dal Perito Giacinto Sicuri l'8 ott. 1693 a nome del suo Sig. Padre Giulio, misuratore dell'Officio della Riparazione.
Il Valmagini fino al 1693 alternò i suoi soggiorni a Parma, dove abitava nella parrocchia di S. Alessandro, con quelli a Piacenza dove fu sempre assai operoso e dove possedeva gran parte dei suoi beni.
Dopo tale anno, come osserva il Fiori, pare fissasse definitivamente la sua dimora a Piacenza nella Parrocchia di S. Fermo e di S. Martino in Foro.
L'anno successivo, il 16 Maggio 1694, è infatti occupato a Montechiaro in rilievi per la ricerca di pozzi petroliferi, per incarico di Morando Morandi (29). Se la notizia è esatta si ha una dimostrazione in più della preparazione tecnica completa dell'Ingegnere di S.A.S. e del suo ingegno veramente versatile.
Sul finire del 1694, 1'11 Dicembre, il Duca Ranuccio lascia la vita terrena ed i suoi fedeli sudditi; per il Valmagini, probabilmente inizia un periodo non facile, risiedendo lontano dalla corte e non avendo pertanto quei costanti contatti personali che sono tanto importanti nei rapporti con chi governa.
Anche al tempio della B. V. della Steccata in Parma fu dedicata dal nostro qualche cura, come risulta da una frase contenuta nella lettera dei Congregati il 19 Ottobre 1695 indirizzata al Duca Francesco Farnese in merito alla costruzione del nuovo altare maggiore: Varij Dissegni in carta e modelli in legno, formati già in altri tempi da valenti uomini sono presso l'Architetto Valmagini consegnatili d'ordine preciso del clefonto Ser.mo S.r Duca (30). Si trattava probabilmente di un parere chiesto da Ranuccio al suo Architetto primario, tenuto da lui in grande considerazione.
Per tutto il 1695 il Valmagini è ancora a servizio della Comunità come risulta dal volume della Riparazione 1695-1710, già nell'archivio comunale, e riceve il 25 Maggio L. 135 per suo salario del presente anno 1695. Il 30 Giugno riceve ancora L. 135, per il secondo trimestre, ed ugual somma il 31 Disembre (31).
In quell'inizio d'anno il Valmagini è certamente a Piacenza, come osserva lo Scarabelli Zunti, impegnato non si sa a quale fatica; che sia assente da Parma, risulta dalla lettera che il Duca Francesco invia al Commissario della Riparazione il 22 Marzo (32).
Una serie di quattro lettere autografe del Valmagini nel periodo che va dal 15 al 29 luglio 1695, risultano però spedite da Parma ad un amico probabilmente piacentino. Ciò fa supporre un suo precedente richiamo per necessità straordinarie di difesa mentre ai confini del ducato si svolgevano le operazioni belliche dei piemontesi e dei congregati della Lega di Augusta contro Luigi XIV ed i francesi (33).
Il Duca Francesco infatti dispone, con lettera da Piacenza, il 9 maggio 1695, indirizzata agli Anziani, che siano fatte riparare le mura della città dove sono diroccate, e così pure i Ponti morti di San Michele e San Barnaba nonché la sponda del canale del Naviglio. Ordina pure riparazioni al terrapieno del Carmine, allegando al tutto una pianta di mano del Valmagini (34).
Nelle quattro lettere sopracitate il Valmagini ci fornisce, fra varie indiscrezioni e pettegolezzi, anche la notizia di una sua causa pendente, non si sa per qual motivo, per la quale si augura che si possa infine ridurre la giustizia in trionfo.
Dice inoltre, in una di esse, di essere stato convocato a Corte per fare delle mem.rie intorno alli conti che insieme con le suddette vorrebbero anche un lume magg. di quello io sò e posso dare.
Il 16 giugno si reca a Borgotaro per sistemare, entro la Rocca, il quartiere del Comandante. Al suo rientro informa che continua la mutazione delli Colleghi e ci conferma con questo il clima mutato in seno alla Corte. Nutre serie preoccupazioni per il raccolto che si presenta assai scarso.
Nell'ultima delle quattro lettere informa che S. A. al solito fa dei giri, et al solito si ammazzano delli cavalli.
... La principessina è aggravata da febbre e da flusso e fa dubbitare; aggiunge che non si sono ancora perfezionate le pratiche per il matrimonio onde non sarà così facile che si facciano li sponsali a sett.re come dice la piazza.
A parere del Fiori alla fine del 1695 il nostro abbandona definitivamente non solo Piacenza ma anche il Ducato trasferendosi a Milano, dove era stato chiamato forse da altri incarichi o da ragioni che non ci sono note; potrebbe anche trattarsi di motivi familiari: un suo fratello infatti era parroco della Chiesa di S. Calimero di quella Città.
Il Fiori cita anche un rogito a ministero del notaio A. F. Prati di quell'anno col quale il Valmagini fa procura al Conte Ignazio Rocca perché gli venda tutti quei suoi beni di Carmiano che aveva ricevuti in dono dal Duca Ranuccio. L'operazione fu perfezionata il 22 Marzo 1698 con rogito Pizzati.
Da altro atto del Notaio G. M. Tammi si apprende che il 25 Febbraio 1696 l'Architetto abitava già a Milano (35).
Infatti, il 7 gennaio di quell'anno il Duca Francesco aveva inviato al suo amat.mo Com.rio della Reparaz.ne di Parma Giuseppe Giunti la seguente lettera:
Molto Mag.co nro amat.mo
Avendo domandata ed ottenuta buona licenza dal nostro servigio l'Architetto Valmagini abbiamo noi appoggiata l'incombenza ch'egli avea di servire all'officio della Riparazione di questa città a Giuseppe Ruta, ordiniamo però a voi di valervi del medesimo Ruta in tutte le occorrenze del med.o officio spettanti alla di lui professione e di fargli correre lo stesso salario, o stipendio che aveva il detto architetto Valmagini, che così vogliamo e v'ordiniamo, e vi preghiamo per fine da Dio ogni bene (36).
Il diciottenne Duca Francesco instaurò probabilmente rapporti e sistemi nuovi coi suoi funzionari che forse non piacquero eccessivamente ad essi. Furono altri i funzionari che poco dopo l'avvento del nuovo Duca abbandonarono le loro cariche (37). Ranuccio, Duca splendido e munifico, aveva lasciato una ben triste eredità al giovane principe: pietosa era la situazione economica dello Stato, gli argenti della corte e dei ricchi impegnati alla Zecca di Milano, le gioie della famiglia ducale al Monte di Bologna, ingenti debiti presso i banchieri genovesi (38).
Una serie di sei lettere, dal 4 luglio all'8 agosto sono scritte da Milano al solito amico sconosciuto di Piacenza.
La prima di esse comincia così:
Son ritornato in Mil.o sano per grazia di Dio, e sono quiz col Curato mio fratello, che è per andare al concorso della Chiesa di San Calimero una casa quiz in Milano che ottenendola sarebbe quello che io desidero per fare una sol casa col med.o mio fratello, havendo la detta casa capace per tutti, se Vs. Ill.ma vedesse il P. e D. Pietro Pugnetti, e che quelli volesse favorirmi di scrivere due righe al P.o Segretario dell'Era. Caccia ... non sarebbe che bene...
Il 1° agosto, al rientro da Como, scrive che ha visto il passaggio di diversi reggimenti di Dragoni e di fanteria che vengono d'Alemagna per passare in Piemonte ... lò che non pare sia troppo buono per la sognata pace d'Italia.
E' molto in ansia per quel che succede e ne tiene minutamente informato l'amico. Trova però anche il tempo per riferire notizie di cronaca nera:
La signora Lucia Pallavicini, moglie del sig. Cademolti lodiggiano fu hieri uccisa dal proprio marito, restando feriti tre della servitù dal med.o prima d'ammazzare la moglie, si dice a causa d'honore, essendoci già stati dei dubbij altre volte (39).
A Milano, come si apprende da un rogito del notaio milanese Carlo De Cristofori del 18 Gennaio 1713 nonché dal testamento Guadrupani cit. a nota (1), il Valmagini abitava nella Parrocchia di S. Giovanni alle quattro faccie. L'atto conteneva una procura al conte Rocca per la vendita di una casa nella Parrocchia di S. Maria di Gariverto, operazione che fu eseguita il 20 Febbraio 1713 con rogito C. P. Guarnaschelli (40).
Dell'attività milanese del Valmagini ben poco si sa. La notizia più interessante è quella dell'incarico ricevuto dopo Francesco Bibiena, di progettare il nuovo Teatro Ducale (41).
Gravi difficoltà economiche ne differirono l'esecuzione fino a che con la venuta a Milano del Governatore austriaco Massimiliano Carlo, principe di Lòwenstein, ai primi del 1717, fu accordato alla aristocrazia milanese di ricostruire il Teatro, a proprie spese, nel cortile del Palazzo Ducale.
Il Valmagini ne curò la rapidissima costruzione, che durò dall'Aprile al Dicembre di quell'anno.
Del Teatro, ora distrutto, restano le incisioni curate dal parmigiano Gio. Domenico Barbieri che si firma pittore ed architetto teatrale (42).
Null'altro si è potuto sapere dell'operosa attività del longevo Valmagini.
Interessante per alcune curiose disposizioni il testamento, raccolto dal notaio Antonio Guadrupani il 13 novembre 1730 in Arcisate presso la casa forese dell'Architetto (43).
Egli, presago dell'imminente fine, sano per la Dio gratia di mente, di vista ed intelletto, abenchè languente di corpo, vuole essere sepolto nella Chiesa Parrocchiale in cui si troverà al momento della morte e prescrive che la pompa funebre sia fatta con tutta la modestia e non altrimenti.
Fra le altre cose dispone quanto segue:
... lego et per ragione di legato lascio alla B. V. del Rosario di S. Vittore del luogo di Arcisate un vestito di spolino servito per una mia figlia l'anno che si è fatta monaca, qual vestito ... voglio che detti miei figli et eredi l'abbino a consegnare al Sig. Prevosto della Chiesa acciò che esso lo presenti e faci mettere à detta Vergine, subito dopo la mia morte.
Ed ancora:
... lego et per raggione di legato lascio alla Confraternità del SS.mo Sacramento e Rosario della Parrocchiale del luogo di Brosino piano (Brusimpiano) il credito che io tengo verso della communita ...
Nomina quindi suoi eredi universali i figli:
Don Pietro Antonio, Clerico Theologo dell'insigne collegiata di San Tomaso in Terramara di Milano, Dott. Carlo Ranuccio, Dott. Don Giulio Cesare, Architetto ed Ingegnere Mauro Ignazio e Don Giovanni Nicola della Congregazione dei MM. RR. Signori Oblati, figli legittimi e naturali nati e procreati dal testatore e dalla fu Signora Catterina Mazij figlia del fu Cavall.re Giacomo, già dilettissima sua moglie.
Inoltre svincola ed assolve il figlio Dott. Carlo Ranuccio da un debito verso di lui di lire novemila.
Alle due figlie, monache nel monastero di S. Lucia in Milano, lascia una rendita annua di L. 50 imperiali ciascuna, oltre una brenta e mezza di vino a testa e qualche pietanza di tempo in tempo.
Nei registri parrocchiali della Chiesa di San Vittore in Arcisate risulta poi che il Valmagini morì il 23 novembre 1730 e che fu sepolto in quella Chiesa con l'intervento di diciotto sacerdoti compreso il Capitolo e la scuola, curioso modo di eseguire le volontà di un testatore che desiderava una pompa funebre con tutta modestia ... (44).
Il 10 gennaio 1732 gli eredi Valmagini fanno trascrivere nelle carte del Comune di Parma gli estremi del testamento del loro defunto padre per avanzare diritti su un Capitale di luoghi di Monte presso il Comune di Parma .
Sempre lo Scarabelli Zunti ci fornisce inoltre una notizia, riguardante il figlio Architetto Ingegnere Mauro Ignazio, rilevata dalla guida di Vienna stampata nel 1803 circa da Ios. Vinc. secondo la quale l'Imperatrice Maria Teresa nel 1754 affidò la costruzione del Palazzo di Schinbrunn al Valmagini figlio, su disegno del Pacassi.
Esprimere un giudizio complessivo sull'opera artistica di Domenico Valmagini Architetto non è semplice perché molte delle sue opere, come abbiamo rilevato, ci sono certamente ancora sconosciute. Tutto quanto fece nei primi 28 anni di vita non ci è noto. Più semplice è giudicare della sua operosità e quindi della sua versatile vena di Ingegnere della Comunità nel periodo in cui fu a servizio del Duca. Non vi fu praticamente limite alla sua azione: passò dalla costruzione di ponti alle ricerche di pozzi petroliferi, dalla riparazione di opere idrauliche alla ricostruzione di strade. Lo stesso solido impianto degli edifici da lui costruiti mostra quanta importanza attribuisse alla stabilità delle sue opere per cui può definirsi più ingegnere che architetto.
Ma la sua attività artistica non è da sottovalutarsi, anche se legata in gran parte, come abbiamo già rilevato, agli schemi dei modelli di maniera del '500, cui fu peraltro soggetta l'architettura Lombarda del XVII sec.
Non è improbabile che il suo modo di disegnare edifici derivasse da una impostazione severa del gusto del Suo Signore, VI Duca di Parma e Piacenza di quei Farnese che si attennero sempre nelle linee di governo, pur con largo mecenatismo artistico, su un piano di rigorismo morale assai severo.
O forse la Sua preparazione tecnica non lasciava largo spazio allo sbrigliarsi della fantasia per cui nelle sue opere la misura e l'equilibrio hanno il sopravvento sull'estrosità allora così diffusa.
Indubbiamente se escludiamo l'impostazione dell'Oratorio di S. Cristoforo a Piacenza, ove certamente si fece sentire, come dicemmo, l'influenza del Bibiena, e qualche elemento della facciata del Monte di Bussetto non pare che il Valmagini guardasse molto (forse non ne ebbe l'opportunità) alle esperienze romane dei suoi grandi predecessori conterranei, né a quelle piemontesi dei Vittozzi, dei Castellamonte e dei Guarini.
D'altronde a Parma in quel periodo ben poco anche da parte degli altri Architetti, si guardò alle opere locali di G. B. Fornovo e di G. Rainaldi nell'Annunziata, dell'Aleotti e del Magnani nella Chiesa del Quartiere che rappresentano impianti architettonici chiaramente precursori del barocco seicentesco.
Per concludere, dobbiamo sinceramente ringraziare il Prof. Corrado Mingardi il quale oltre ad averci fornite preziose notizie ci ha dato l'opportunità di aggiungere un po' di luce alla penombra nella quale finora era stato tenuto il ticinese Domenico Valmagini.
Vi sono tanti altri architetti che furono attivi nel rinascimento classico e nel periodo barocco la cui vita e le cui opere dovrebbero essere meglio esplorate.
E' un invito ed un augurio.
Vincenzo Banzola
Appendice
Riportiamo in calce allo studio sull'Architetto Domenico Valmagini una sua descrizione in data 4 nov. 1681 dei lavori fatti e da farsi all'edificio del Sacro Monte di Pietà di Busseto.
Per una esatta comprensione del presente documento ricordiamo che stabilitura equivale alla nostra «intonacatura» e selegatura o silegatura corrisponde a «selciatura» o «pavimentazione».
Lavori da finirsi, che si sono misurati per finiti nella fabbrica del Sacro Monte.
Dovrà il capom.o Antonio Rusca finire di tutto quanto ciò che aspetta al suo mestiere la scala principale, facendovi settantadue scalini, con mattoni tagliati, e fregati, a' quali dovrà tagliare il cordone, e quadreli, stabilire li muri, li volti, facendovi sotto le sue cornici, con suoi capitelli nel modo che mostra la pianta eccettuati per le lesenne, che dovrà finire sotto il capitello, per lasciare la scala più larga, facendo il selegato stilato neili ripiani di detta scala.
Dovrà finire le stabiliture delle camere e sala, androne, et altre nel piano nobile, si come tutti li selegati, cornici, ornam.ti delli quadri nelli volti nel modo delli già fatti, si come fare il rosone doppio nel volto della camera sul cantone, e finire d. apartam.to compiutam.te, con porre in opera il Cam.o di marmo della d. a Sala.
Dovrà stabilire il Portico fare i capitelli, i sottoarchi la base l'ornamenti già detto sop. li quattro Pilastri sotto li detti portici, la Porta per la quale s'entra in d. a fabbrica, con due scalini, con cordone tagliato come quelli della Scala, le due finestre dalli lati di d. a Porta, e silegare d. portico di mattoni in cortello, murati in calcina.
Dovrà stabilire le due Camere corrispondenti sotto d. o Portico. ci dovrà fare le cornici l'ornamenti delli quadri come sod. e li selegati stillati, farci le due camini, per il telaro att.o sagomata, e li voltini sotto al pavimena, si come finire l'androne, con sua stabilidura, selegati Cornice, nelle forme delle altre di sop.o.
Dovrà similmente finire le Cam.e per il Fattore le scale per detto con scalini ordinari, farci l'Armario con spartimenti, e silegati, si come nelle due stanze a terr.o sotto alli due mezzanelli per d. o fatt.re.
Selegherà il Cortile di matt.ni in cortello, e vi farà in mezzo il bottino con la chiavichetta che porti l'acqua in strada si come fare il Luogo Com.e sotto alla scala grandi, con il schiaro per l'urina.
Dovrà imbiancare tutta la d. a fabrica con una o più mani di bianco, acciò le stabiliture restino polite, e senza macchie, e Tutti li sud.i Lav.ri dovranno essere perfettamente fatti, e finiti nel modo che sono li già compiti à spese per la manifatt.ra dal sud. maestro, quale dovrà lasciare nelle mani de Ill.mi Regenti per sicurezza di d.e fatture lire trè milla di quelle che importano la stima, che hò fatto di d.a fabrica sotto il presente giorno, in fede, etc.
Busseto li 4 Novembre 1681.
(1) Che il Valmagini fosse nato a Brusimpiano lo aveva rivelato G. Fiori, in un breve ma succoso articolo apparso nel quotidiano « La Libertà » di Piacenza il 24 novembre 1967 (E' opera del Valmagini la più bella cupola di Piacenza), il quale lo aveva desunto da rogito del notaio Schizzati del 14 giugno 1693. Inoltre ci è stato confermato da quanto contenuto nel testamento ricevuto dal notaio A. Guadrupani, in data 13 novembre 1730 e conservato presso l'A. S. di Milano nei fondi dell'Arch. Not. a filza 41750. In esso il Valmagini disponeva, fra l'altro, che gli eredi offrissero ... vita loro durante lire sei Imperiali di elemosine ai poveri di Brosino piano, sempre preferendo i suoi parenti. La notizia esatta sulla data del battesimo ci è stata cortesemente fornita dal M. R. Don Lino Riboldi Parroco della Chiesa Parrocchiale « Mariae Nascenti » di Brusimpiano (Varese).
(2) La notizia risale al Poggiali (C. Poggiali, Memorie storiche della città di Piacenza, Piacenza 1757-1766), il quale -aggiunge che il Duca fu spinto a realizzare l'opera, dandone incarico al primario Architetto suo Domenico Valmagini, dalla monaca Madre Donna Maria Buonaventura Bevilacqua la quale per inspirazione, e lume particolare del Cielo, compreso aveva, che, se Sua Altezza compiaciuta si fosse di fondare un Monastero dell'Ordine Primitivo di S. Benedetto, la Serenissima Duchessa non solo ricuperata avrebbe la perfetta salute, ma ancora favorita sarebbe stata della cotanto sospirata successione.
La fondatrice del Monastero fu proprio Donna Maria Buonaventura Bevilacqua, modenese, ma monaca nel convento di S. Vitale di Bologna, la qual° in attesa dell'ultimazione del nuovo monastero fu alloggiata, con altre consorelle della nuova regola, in Piacenza presso alcune case già del convento di S. Bartolomeo dei Gesuiti.
Pochi mesi dopo l'arrivo delle monache, la Duchessa dava alla luce Francesco Benedetto, così chiamato in memoria di Francesco I di Modena, avo materno, e per gratitudine verso il gran Patriarca del Monachesimo d'occidente, dalla cui intercessione il riconoscevano i pii genitori. Francesco succederà a soli 16 anni al padre Ranuccio nel governo del Ducato.
(3) Emilio Ottolenghi, nel n. 4 de La Rivista di Piacenza, Piacenza 1938 (pag. 157) ha pubblicato per intero la lettera che Ranuccio II inviava, in data 9 agosto 1688, al Governatore di Piacenza e nella quale esprimeva l'aggradim.to della servitù che ci ha prestata per molti anni e che tuttavia ci presta nel nostro attual servigio.
(4) Il Sitti afferma in uno studio sulle torri della piazza (nella rivista Aurea Parma, anno 1929, fasc. n. 5, pag. 26) che l'erezione ebbe luogo nel 1676 mentre il Pelicelli in tutte le edizioni della sua Guida (dal 1910 in avanti) ed il Testi (L. Testi, Parma, Bergamo, 1905) la datano al 1673.
(5) Lo Scarabelli Zunti, nel prezioso manoscritto conservato presso la Galleria Nazionale di Parma (E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle arti parmigiane vol. VI), trascrive la lettera di nomina trasmessa al Cav.e Borri Comm.rio dell'Uff.cio della Reparat.ne.
Molto Mag.co nro amat.mo Havendo Noi destinato l'Architetto Valmagini al posto in cui serviva il defunto Barattieri in cotesto ufficio della Reparatione, ordiniamo a voi di farlo assentare nel medesimo colla solita provisione et emolumenti ch'aveva l'accennato Antecessore; et Vi preghiamo da Dio ogni bene. Colorno p.mo Settembre 1679. Soscritto Vostro Ranuccio Farnese. La lettera è conservata all'A.S.P., fondo del Comune di Parma, busta n. 751.
(6) In data 4 novembre 1681, un documento autografo di Domenico Valmagini, conservato nell'archivio del Monte di Pietà di Busseto, reca la misura e stima delli lavori di muro, et altri, fatti in erriggere la nuova fabbrica del Sac.ro Monte della Pietà, e Depositi della Città di Busseto, con ord.e di Mons. Ill.mo Co. Garimberti Vescovo di Borgo S. Donnino e dalli Agenti di d.o Luogo pio, fatti da mro Antonio Rusca murad.re, misurati da me sottoscritto Arch.o di S.A.S., alla quale Altezza in occasione, che lò Supplicai per parte de D.e Carlo Rossi e Camillo Dordoni, regenti, come sod. accio S.A. li gratiasse di poter inserire nel sigillo di D.' Sac. M.te le Arma di S.A. nel modo, che ha fatto l'Archivio di Piacenza, e ottenutala in voce lò partecipai a d.i Ill.mi che lò posero in esecutione; mostrai i disegni di d.ta fabrica fatta da me, che non solo piacquero all. A.S. che mostrò anco gradimento dell'attenzione di d.ti Ill.mi si come nel mentre fui ricercato per parte di Monte Ill.mo e de Sud.ti Ill.mi à tornar qui à fare la d.a mis.a, fui da S.A., che mi gratiò della licenza ...
Fra le opere e prestazioni valutate erano le demolizioni delle fabriche vecchie nel sito, che si è fatta la nuova compresa la muraglia Castellana e le spese per maestro Antonio dalli 12 Dbre 1679 a tute li 12 del fut. 1681 in ragione di lire 60 il mese così accordati da Mons. Vescovo.
Il consuntivo dell'opera da muratore misurata compita, come gli era stata comandata, era di L. 21.893,8. Allegato al computo era una esatta descrizione di mano del Valmagini per i lavori ancora da farsi che si riporta in appendice al presente studio.
(7) Cfr. E. Seletti La Città di Busseto, capitale un tempo dello Stato Pallavicino, Milano, 1883, vol. II, pag. 25.
(8) A.S.P., Sezione Luoghi Pii, buste intestate al Monte di Pietà di Busseto, L 22, nn. 15 e 16.
(9) V. nota (6).
(10) Documento che per la sua chiarezza e la sua somiglianza agli attuali capitolati abbiamo ritenuto interessante trascrivere, come abbiamo detto a nota (6), in appendice al presente studio.
(11) Registro delle delibere del Monte di Pietà di Busseto. Cfr. anche E. Seletti, op. cit. a nota (7), pag. 26.
(12) A.S.P., Chiese di Busseto, L 22, busta 83.
(13) A. Repetti, La Chiesa delle Benedettine e il suo Architetto, Piacenza 1939, pag. 7, e G. Fiori nell'articolo citato a nota (1) sul quotidiano « La Libertà ». Cfr. pure A.S.P., Ufficio della Riparazione, busta n. 751.
(14) A.S.P. Gridario, vol. 50 e volume di aggiunte 1684-1691.
(15) N. Pelicelli sulle Guide di Parma dal 1913 (pag. 76) alle ultime edizioni, anagrammando il nome del Valmagini in Malvagini, lo presume compagno del Lolli nella erezione del Teatro pubblico entro il Palazzo di Riserva ora sede, come è noto, del Museo Lombardi. La stessa notizia è riportata da F. Carpanelli nel suo studio sull'Architettura dei Teatri di Parma, contenuto nel volume a cura di I. Allodi I Teatri di Parma, dal Farnese al Regio, Parma, 1969, pag. 29.
(16) E. Scarabelli Zunti, nel suo Materiale per una guida artistica storica di Parma ms. presso la Galleria Nazionale di Parma, vol. III, pag. 115, dice, a proposito di uno spettacolo del 1688, che Le scene bellissime furono dipinte da Ferdinando Galli detto il Bibiena ed aggiunge che il Teatro, architettato dall'Architetto di S.A.S., ed il palco, palchetti e macchina furono architettati dal Sig. Stefano Lolli, valorosissimo Ingegnere di S.A.S.. G. Drei, nella sua fondamentale opera I Farnese, Roma, 1954, attribuisce il disegno del Teatro al solo Lolli.
(17) Notizie rilevate dalle indicazioni contenute in un tabellone collocato all'interno del tempio. Dalla cortesia del Prof. Ernesto Cremona di Piacenza abbiamo inoltre avuto le seguenti informazioni inedite: in un documento della Confraternita della morte si apprende che il 14 febbraio 1685 era attesa a Piacenza la visita del sig. Domenico Malvagini (nome evidentemente anagrammato) per affidargli il disegno e la costruzione della nuova Chiesa. Il Valmagini (sempre detto Malvagini) giunse il 25 marzo successivo. In altro documento del 15 marzo 1695 il Valmagini (questa volta scritto esattamente) non solo non pretende nulla ma aggiunge denaro proprio onde formare un piccolo capitale per far celebrare un ufficio funebre e SS. Messe per sé e i suoi defunti.
Sulla Chiesa di San Cristoforo a Piacenza è stato pubblicato uno studio di E. Nasalli Rocca in « Arte Cristiana » n. 520.
(18) Cfr. G. Fiori in articolo cit. a nota (1).
(19) A. Rapetti in op. cit. desume la notizia dal Torno I pag. 901 n. 62 dell'Inventario delle scritture e documenti riposti nell'Archivio della Regia Duca! Camera di Piacenza, ms. di Torni due compilati da Girolamo Saliani conservato presso la Biblioteca Comunale di Piacenza.
(20) A. Rapetti op. cit. da G. Saliani, ms. cit., Torno I, pag. 904, nn. 94 e 95.
(21) Id. come a nota (20), Torno I pag. 933, n. 98 e pag. 945 n. 72. Cfr. inoltre G. Fiori, articolo cit. a nota (1).
(22) Id. come nota (20), Tomo I pag. 947, n. 86.
(23) A.S.P., Autografi illustri del Comune, busta n. 4403.
(24) E. Scarabelli Zunti materiale per una guida ms. cit., pag. 131 e pag. 118, vol. II.
(25) E Scarabelli Zunti, a pag. 297 del vol. VI di Documenti e memorie di belle arti parmigiane, ms. cit. a nota 5, riporta i compensi che il Comune pagò al Valmagini per le sue prestazioni desunte da carte 694 del libro Spese ordinarie e Straordinarie 1674-1679 dell'Arch. Com.ie (A.S.P.).
(26) E. Scarabelli Zunti, a pag. 115 di materiale per una guida... ms. cit.
(27) L. Muratori, Annali d'Italia, Lucca, 1764, T. XI, pag. 304.
(28) A.S.P., fondo del Comune, Riparazione, busta n. 751.
(29) A. Repetti, in op. cit. pag. 7, rileva la notizia da Strenna Amici dell'arte, Piacenza, 1926, pag. 28.
(30) L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, pagg. 91 e 99.
(31) Cfr. E. Scarabelli Zunti, a pag. 297 del vol. III di Documenti e memorie di belle arti parmigiane, ms. cit. a nota (5).
(32) E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane ms. cit. a nota (5), vol. VI, pag. 259. La lettera, indirizzata al Commissario della Riparazione di Parma, Giunti è la seg.:
M.to mago n.ro amat.mo
Abbiamo intesa con dispiacere la caduta d'una parte delle mura della città verso la Salnitrara. Converrà, che pensiate a farle riparare, approvando che in assenza del Valmagini vi vagliate del Perito Giulio Sicuri. Lascerete aprire al Serg.te Magg.re il corpo di Guardia sul Pante Caprazucca per mantener le sentinelle al muro dirupato, e farete somministrare la legna per i soldati del d.o Corpo di Guardia, sinché durerà il freddo, che ormai comincia à cessare, mà sopratutto procurate di vigilare, e far vigilare, che la reparazione delle mura dirupate sia ben fatta, e vi preghiamo per fine da Dio ogni bene.
Parma 22 Marzo 1695. Vostro Francesco Farnese.
(33) A.S.P. Autografi illustri del Comune, busta n. 4403.
(34) A.S.P., fondo del Comune, Riparazione, busta n. 751.
Sempre all'A.S.P., la raccolta di mappe e disegni, Vol. 10 n. 27, contiene un disegno assai schematico delle mura dal Bastione San Gabriele o del Diavolo al Baloardo S. Croce con una annotazione nel verso in data 20 maggio 1697, di grafia assai incerta, che lo definisce dissegno del Sig. Architetto Domenico Valmagini per un ripezzo cortina di Castel Piombino. Nel recto del disegno esiste una nota di mano dell'estensore del disegno stesso che dice: Le mura de Baloardi sono buone, si come quelle delle cortine fra San Gabriele e S. Francesco e quelle da Castel Piombino à S. Croce; Ma le due cortine fra S. Francesco e S. Domenico, e Castelpiombino sono di pessima qualità, tanto per la struttura d'esse quanto per la difesa, e li loro Baloardi troppo piccoli.
(35) Le notizie sono tutte di G. Fiori in art. cit. a nota (1).
(36) A.S.P., fondo del Comune, busta n. 751.
(37) Francesco Banzola (1645-1700) quasi coetaneo del Valmagini, dapprima Maestro dell'Entrate (1680) e Soprintendente alla Zecca poi Questore della Camera Ducale ed infine nominato da Ranuccio, per la sua fede, abilità e sufficienza, Tesoriere Generale in data 9 Giugno 1693, dopo poco più di quattro anni, il 24 Settembre 1697 desiderava per certe sue urgenze particolari d'essere sgravato della carica, che con molta soddisfazione ha sin qui esercitata (A.S.P. Patenti, vol. 48, pag. 123 e pag. 134); morirà dopo soli tre anni.
(38) Cfr. G. Drei, I Farnese, op. cit. a nota (18).
(39) A.S.P. Autografi illustri del Comune, busta n. 4403.
(40) G. Fiori, in art. cit. a nota (1).
(41) G. Bascapè, Il Regio Ducal Palazzo di Milano, Milano, 1969.
(42) G. Domenico Barbieri, fu anche argentiere e lavorò nella Chiesa di S. Maria della Steccata in Parma (Cfr. L. Testi, op. cit. a nota (30), pag. 103).
(43) Cfr. nota (1).
(44) Il signor Architetto Domenico Valmagini, morto hieri dopo una lunga malattia, dell'età anni ottantaquattro, avendo ricevuti tutti i SS. Sacramenti e raccomandazione dell'anima a Dio, é stato sepolto in questa Chiesa parrocchiale con l'intervento di diciotto sacerdoti compreso il capitolo e la scuola. Anno 1730, 24 Novembre.
Il Sacerdote che ha fatta l'annotazione non era probabilmente a conoscenza della vera età del defunto (anni 81). La notizia ci è stata cortesemente fornita dal M. Rado don Giuseppe Macchi, Prevosto della Chiesa di S. Vittore M. di Arcisate.
(45) E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, ms. cit. a nota (5), pag. 297, vol. VI. Presso 1'A.S.P., nella busta n. 4403, autografi illustri del Comune, cit., sono contenute quattro lettere dall'agosto 1789 al febbraio 1791 di tale Ferdinando Valmagini, nipote dell'Architetto, ed indirizzate al Sig. Don Giuseppe Zunti, Tesoriere della Comunità, contenenti espressioni di ringraziamento per l'invio delle rendite di un capitale di luoghi di Monte ancora esistente presso il Comune di Parma.
PAPA GIOVANNI E IL MILLENARIO PALLAVICINIO
960-1960: Mille anni di storia, per Busseto e per i Pallavicino.
Le celebrazioni del 1960, avvenute in Roma, terminarono con l'udienza in Vaticano e le parole di papa Giovanni, che questa «noterella» rievoca.
Se la storia di Busseto è in gran parte storia pallavicinia e se la figura di papa Giovanni sembra ingigantire con il passare degli anni, forse queste righe interesseranno i lettori e soprattutto i bussetani.
«Anch'io, tanti anni fa, ho scoperto in una vecchia casa di campagna, facendo certi lavori, uno stemma su un camino, e sullo stemma una torre. E poi, leggendo vecchie carte, mi sono convinto che quello stemma doveva essere proprio della mia famiglia ...».
Così parlava, nel 1960, al tempo del Millenario Obertengo, (1) Giovanni XXIII.
Fin da allora la figura del «Papa Buono» aveva qualcosa di mitico e, udendo quelle parole, io me ne stupii profondamente. «Nato da poveri e onesti contadini», «umile gente di campagna»: queste erano le frasi correnti, scolpite nell'animo di tutti.
In una simile cornice, lo stemma con la torre sembrava, invero, un po' in contrasto.
Ma più in contrasto semibrava - anche se in realtà non era - quella affermazione così candida: «Anch’io…».
Come a lasciare intendere: «Chi lo crederebbe? Voi - dite la verità - l'avreste pensato?»
Tanta però era la spontaneità con cui il Santo Vegliardo inseguiva quei lontani e cari ricordi, che dalle sue parole si coglieva ancora la gioia stupita di quella scoperta: «O poca nostra nobilità di sangue» (2) anche papa Giovanni avrebbe potuto dire con Dante: un camino, uno stemma, la torre, la torre dei Roncalli!
— In quella vecchia casa, rimessa a nuovo, aperta sulla campagna, odorante di fresca calce.
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico». Così, forse, Gesù raccontava le sue parabole.
E poi il papa buono parlò dei suoi studi storici (condotti avanti negli anni giovanili), come quelli sulle visite pastorali di S. Carlo Borromeo, e delle dolorose scoperte emerse da essi (gente immersa nel peccato e nei vizi, gente violenta, situazioni che apparivano insanabili, ma sanate, come per miracolo, dal Santo).
Papa Giovanni, tuttavia, non usava termini crudi nè dava giudizi severi.
Era come se tutto comprendesse nell'ambito di una sapienza superiore e di una immensa comprensione umana. Tutto, anche il male più oscuro, confluiva secondo il racconto giovanneo, nella grazia misteriosa che la Provvidenza infonde alle vicende dei mortali.
«Anche nella vostra famiglia non saranno mica stati tutti buoni, eh? - Proseguiva il papa. - «Pagine oscure, come le tenebre accanto alla luce». (E invece della famiglia Obertenga gli era stata presentata poco prima la « luminosità).
«Ebben, seguiamo gli esempi buoni. Ringraziamo Dio dei beni che ci dà. Usiamoli nel modo migliore; ne saremo contenti in questa vita e nell'altra».
Questo, pressapoco, il suono e il significato di quelle parole che mi duole di non aver trascritto subito, e che ritrovo ora nella memoria ripensando alla indimenticabile giornata.
Parole per me tanto profonde nella loro semplicità quanto più approfondisco la conoscenza delle vicende di Casa Pallavicino e, accanto alla luce, intravedo talvolta come un sabba di lussuria e di violenza: opposte a una generosità sconfinata e a un macenatismo sublime, passioni rovinose, liti interminabili (anche fra i rami della stessa famiglia), processi infamanti, altere e atroci vendette, E, al di là di questo oscuro e mutevole scenario, al di là di Cadalo antipapa e di Ferrante monaco ribelle, la sofferenza di umili persone: famigli, servi, popolazioni intere.
Parole che mi fanno ripensare però, anche, alle immagini del Beato Orlando, macerato nel lungo silenzio e nel lungo digiuno, in muta preghiera presso il castello di Bargone orrendo nel male, e di quel buon Pallavicino che morì, come dice una iscrizione, per i peccati dei Bussetani (dove forse, aggiungo io, per Bussetani si devono intendere i suoi).
E, altre il Beato Orlando e il santo Frate, ai cardinali, ai vescovi, agli abati, ai monaci e alle monache, del gran ceppo pallavicinio.
E, ancora, non solo alle abbazie, ai monasteri, alle chiese, ma soprattutto alle grandi opere sociali che i Pallavicino vollero (basti ricordare, fra le tante, la «Casa dei poveri» di Cortemaggiore e il Monte di Pietà di Busseto) dal 1000 in poi, per 1000 anni, testimonianza immensa di fede e di carità.
C'è davvero una «comunione di santi» e c'è una «comunione di peccatori», come dice Marcel. Ambedue le comunioni - dove finisce l'una e dove comincia l'altra? - rimarranno sempre connaturate alle vicende dell'umanità e quindi di ogni famiglia. Quell'Oberto, che sobilla Arrigo a ribellarsi al Papa dopo Canossa, non è lo stesso che fonda nell'Aucia Chiaravalle della Colomba per compiacere a S. Bernardo?
I poeti, che di una stirpe cantano le lodi, tessono un peplo di Pallade - per dirla con il poeta pallavicinio del '500 Giorgio Anselmi Nepote - cioè opera serena, luminosa, olimpica. Ma spesso quel peplo - come dice lo stesso Anselmi - assomiglia al velo della Veronica. Copre, cioè, tanto dolore, tanti errori, tante amarezze.
Dalla storia il cristiano sappia dunque trarre incentivo ed esortazione a bene vivere e a bene operare nel breve giro dei suoi giorni.
Dopo avere impartito la benedizione, il Papa uscì.
Ma prima si volle intrattenere affabilmente con una nobildonna «pallavicinia» che, nonostante il peso degli anni, aveva voluto recarsi quel giorno in Vaticano (3). E il Papa trovò modo di celiare sugli anni - tanti ormai sia per lui che per lei - («Siamo più di là che di qua, vero, Signora? ... Cerchiamo di vivere bene quel poco che ci resta ... Speriamo di ritrovarci in Paradiso...»).
Era affettuosissimo e quasi giulivo.
E la nobildonna, curva sotto il peso degli anni, rispondeva sicura e serena, pur con le lacrime agli occhi.
Tutti gli altri, intorno, ammiravano la scena.
Era una magnifica mattina di maggio.
Sembrava che il sole di Roma, illuminando la candida veste del Papa, irraggiasse intorno a lui l'aureola dei santi.
Vito Ghizzoni
(1) Il Millenario fu celebrato in Roma, nel maggio 1960, dai discenden ti di Oberto: Pallavicini e Pallavicino, Malaspina, Hannover.
(2) Paridiso - c. XVI verso I.
(3) Era, come seppi in seguito, la m.sa Irene Avogadro di Collobiano Ved. Pallavicino-Mossi (1867-1963).
LA COMUNITA' ISRAELITICA DI BUSSETO E IL SUO TEMPIO RICOSTRUITO A GERUSALEMME
Anche Busseto, come tanti centri della Padania (Monticelli d'Ongina, Soragna, Cortemaggiore, Fiorenzuola d'Arda, Guastalla, Colorno) fu una piccola, ma fiorente comunità ebraica. Recenti ricerche hanno appurato che la maggior parte di questi nuclei si sparse nella Padania proveniendo da Trieste, punto di arrivo dei profughi ebrei spagnoli nel periodo dell'Inquisizione. «Le più vecchie notizie intorno agli Ebrei pei nostri annali (scrive il Seletti nelle sue «Memorie storiche su la città di Busseto») sono del 1470 in una lettera del 6 Ottobre e in un'altra del 6 Novembre con le quali il Duca di Milano, si faceva a proteggere la persona di certo Salomone, figlio di Abramo, di Zibello, che pare fosse stato danneggiato dai gabellieri di Busseto, e lo Sforza invita i fratelli Pallavicino a fargli giustizia».
Don Paolo Franchi, (vedi a questo fine l'articolo «Gli Ebrei a Fiorenzuola» della Prof. Carmen Artocchini in «Pagine storiche di Fiorenzuola d'Arda») autore di una storia di Cortemaggiore, scive che il marchese Gerolamo Pallavicino, che benevolmente aveva accolto nel suo stato (forse per avere prestiti vantaggiosi) gli Ebrei, espulsi da Piacenza e Cremona nel 1545, dovette pentirsi presto della sua «poco provvida condiscendenza in quanto, prima a Busseto, poi in altre terre pallaviciniane, si dovette pensare a disfarsi di quei negozianti arruffoni e ricettatori, spietati, riusciti a trarre in mano propria tutto il commercio e tutto il denaro di quei luoghi».
Gli Ebrei ricorsero alle suppliche e non invano; i Pallavicino li richiamarono, ma promossero l'erezione del Monte di Pietà di Busseto a favore dei cittadini contro l'usura esercitata dagli Ebrei.
Smembratosi lo stato Pallaviciniano e passate le sue terre a far parte dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, sotto il dominio dei Farnesi, nella seconda metà del secolo XVI, fu permesso agli Ebrei, nonostante l'avversione verso di loro di Paolo III, di istituire ben 16 banchi feneratizi (o di prestito ad usura) di cui uno anche a Busseto.
Ancora si ricorda (e desumo questo notizia dal Seletti) che nel 1636 il Marchese Alessandro Pallavicino conchiuse un trattato con Amandolino da Padova per il libero traffico degli Ebrei in Busseto e questi vi fecero prosperare col capitale le industrie e il commercio.
Sotto Napoleone gli Ebrei conobbero un periodo di tranquillità.
Il consigliere Moreau di Sain Mery in una lettera del 31 Marzo 1803 al Presidente del Supremo Magistrato scriveva che tutti i cittadini erano ugualmente sotto «la protezione della Legge nello stesso modo che erano sotto la sua spada».
Dopo la caduta di Napoleone, Maria Luigia rispettò ciò che era stato concesso e gli Ebrei continuarono a vedere riconosciuti i loro diritti come uomini e come cittadini.
Nel 1881 gli Ebrei in Busseto erano 53 (notizia tratta dal «Censimento degli Israeliti esistenti nel Regno alla fine del 1881» del Ministero di Agricoltura Industria e Commercio) di cui 29 maschi e 24 femmine.
Oggi di questa Comunità non è rimasto che il Cimitero e il Tempio.
Il Seletti annota che anticamente gli Ebrei usavano seppellire i loro morti nei prati così detti «della monta» oltre la fossa che gira a ponente la città di Busseto; oggi invece il cimitero si trova lungo la strada che porta a Piacenza; qui, tra gli altri, è sepolto il pittore Gioacchino Levi. Per quanto riguarda il Tempio sembra che anticamente sorgesse in via del Ferro, successivamente, nei primi anni del 1700 fu trasferito di fronte al Monte di Pietà, per essere riportato di nuovo in via del Ferro nel 1878 in casa di una certa Levi.
Gli arredi del Tempio sono stati trasportati in Erez Israel, a Gerusalemme nella Bet-ha'-Keneset (sinagoga) Komemiyuth in via Chovevè Zion (Amanti di Sion).
Un articolo apparso nel giornale «Israel» del 12-6-1969 del Prof. Umberto Nahon, presidente della Comunità degli Ebrei Italiani a Gerusalemme, ricorda come il Tempio fu salvato nel periodo delle recenti persecuzioni razziali dalla fedeltà della custode non ebrea Caterina Orsi di v.m.
La figlia Elena, recentemente scomparsa scriveva ad Alice Muggia: «Non ti so dire la soddisfazione che ho provato nel sentire che tutto il Tempietto di Busseto è stato ricostruito e collocato proprio a Gerusalemme. Se fossi un po' in salute farei proprio un pellegrinaggio laggiù perché mi sento un po' orgogliosa d'aver contribuito a salvare questo patrimonio di ricchezze della tua religione, ed è anche un onore che Busseto venga ricordato in Terra Santa. Ricordo la triste vicenda quando i fascisti ci imposero di disfare il Tempio e bruciare tutto perché volevano il locale per i profughi, ma la mia Mamma rispose che la custode era lei e nulla si doveva toccare, ed ha offerto in cambio le nostre camere da letto e così noi siamo scese a dormire nella stanza delle donne unendo nell'altra tutta la roba. Finita la guerra abbiamo rimesso tutto a posto e così si è potuto salvare tutto».
Ora in questo Tempio, rimasto chiuso per tanti anni al culto, mancando Minyan (s'intende con questo termine il numero di dieci uomini circoncisi che abbiano compiuto i tredici anni di età) quasi ogni giorno vengono cantate le lodi al Signore.
Gli arredi, spediti in Israele comprendevano: L'Aron-ha-Kòdesch (Arca, Armadio sacro) contenente i Sifrè Torà (Libri della Legge scritti a mano su rotoli di pergamena); esso consta di quattro pannelli inseriti in una cornice settecentesca; la data della sua costruzione si ricava dai versi sovrascritti: «Scrivi questo per ricordo come scolta dinnanzi all'Aron: anno 5487. Il giusto gioirà della gloria dell'edificio nei giorni finali». L'anno ebraico 5487 corrisponde all'anno 1727 E.V. Sul frontone sovrastante le portelle superiori l'affermazione di fede: Ha-Shem Hu Elohim (Il Signore è Iddio) che non è stata vista mai su altri Aronot.
Le porterelle superiori finemente lavorate, sono divise in quattro riquadri al centro di ognuno dei quali una delle parole: «Zichrù Torath Moshè Avdì» («Ricordate la legge di Mose mio servo» usate in altri Aronot Italiani). Sulle portelle inferiori, quasi a conferma della professione di fede sul frontale: Ha-Shem Elohenu (Il Signore nostro Dio) ha Shem echàd (Il Signore é uno).
La tenda che ricopre l'Aron è detta. Paroketh.
Di fronte all'Aron-Ha-Kodesh brilla il Ner Tamid (Lampada perenne) a ricordo del lume che Aronne doveva sempre tener acceso all'interno della cortina posta davanti alla tenda del Convegno dove era custodita l'Arca del Patto che a sua volta conteneva le tavole della Legge di Mosè. Il Rabbino o il Chazan (cantore) si poneva di fronte alla Tevà (pulpito) dove viene recitata la Tefillà (preghiera).
La Tevà è posta dietro il Ner Tamid di fronte all'Aron-ha-Kodesch.
Intorno erano disposti i diversi banchi destinati agli uomini (intendendo membro della Comunità ogni maschio circonciso superiore ai tredici anni).
Le donne invece sono relegate nel matroneo diviso dal tempio da artistiche grate.
I lampadari bellissimi e le lampade votive, di squisita fattura artigianale illuminavano suggestivamente il Tempio.
Anche gli arredi sacri, tallethot (manti quadrangolari) e i tefillim (Filatteri) in buone condizioni sono stati spediti in Israele; quelli inservibili sono stati sepolti nel Cimitero secondo il rito.
A fianco dell'ingresso esisteva una elemosiniera, anche essa spedita a Gerusalemme, la quale portava all'esterno la scritta ebraica: «La carità salva dalla morte». All'interno tre cassettine con le scritte ebraiche: carità, mantenimento del Tempio, poveri della Terra Santa.
Per molti anni il Tempio è rimasto deserto, sebbene tenuto sempre in modo come se i fedeli dovessero entrarvi da un momento all'altro, ma ora ha di nuovo riacquistato la sua funzione di fiaccola, segno di una fede che non potrà mai morire.
Lisetta Long
Pierre Charles Borlenghi ha compiuto quest'anno gli ottantasei anni; a Busseto è ormai un'istituzione, anche se è tornato a vivere fra noi da meno di due lustri, dopo una vita trascorsa in qualità di cantante lirico e di maestro di canto in Francia, Svizzera, Belgio e Germania. Sottotenente volontario garibaldino nelle Argonne, cavaliere al merito interalleato, socio fondatore dell'Associazione AMICI DI VERDI, autore di pubblicazioni sulla tecnica vocale, è stato nel 1971 insignito dal Comune di medaglia d'oro quale «attestato di benemerenza per i suoi meriti artistici e per aver tenuto alto ovunque il nome di Busseto».
Noi, per festeggiarlo, gli abbiamo chiesto qualche paginetta di ricordi; sapevamo infatti che la sua lunga carriera lo aveva messo a contatto con celebrità dell'arte e della politica: con Massenet; con Dubussy e D'Annunzio all'epoca del Martyre de St. Sébastien, con Caruso, la Tetrazzini, Titta Rutto, Scialiapin coi quali cenò più volte al Ristorante Ferrari di Parigi, celebre per le tagliatelle brevettate; con Honneger con cui nella Giovanna d'Arco fu in tourné in quarantasei teatri d'Europa; con Nenni esule a Parigi; con Aristide Briand antesignano dell'europeismo e premio Nobel per la pace; con Eduard Herriot; con altri. Tuttavia egli ha preferito ritornare alle memorie d'infanzia e di gioventù, quando ancora recente era il distacco dalla cara Busseto. Con lui ritroviamo in quei lontani anni Alberto Secchi, da poco scomparso, caratteristica figura locale, che viveva nel culto di Verdi, anche per averlo conosciuto da ragazzo.
Mi sono accorto che Busseto era una città importante nel 189..., il primo giorno di scuola dai Salesiani a Nizza dove mia zia Marietta m'aveva iscritto poco dopo che ero giunto con loro di ritorno dalle vacanze che avevamo passato a Busseto e a Fidenza, un po' da mia madre, un po' da mio zio Alberto (chiamato Caronte) che stava a Busseto ed aveva il figlio in seminario a Fidenza, un po' dagli altri zii e dalla nonna Giovanna e dalla zia Carolina.
Avevo già fatto la terza a Busseto, ma mi misero in classe B francese. Dagli zii che per un mese mi avevano sempre parlato in francese avevo afferrato qualcosa, ma quel primo giorno di scuola le sole parole che avevo capito erano Busseto con l'accento sulla o, il mio nome Borlenghi con l'accento sulla i, e il nome di Verdi con l'accento sulla i.
Capii che c'erano altri italiani nel mio caso, perché, dopo aver parlato alla scolaresca in francese, il maestro spiegò in italiano che io venivo da Busseto, il paese del grande compositore Verdi e continuò dicendo che avremmo imparato anche noi a cantare la musica di Verdi, come quella dei grandi compositori francesi. Mi venne la smania d'imparare subito la musica e, appena ebbi in mano il 1° Cahier De Devoirs De Musique Par Edmond Mayeur, lo divorai leggendolo in poche ore ma senza capirci gran che.
Mi applicai altrettanto a dire Bùssetò con l'accento circonflesso sulla u e l'accento semplice sulla o. Da allora appena mi domandavano di dove fossi, da dove venissi, rispondevo: da Bússetò, le pays de Verdì, celui qui a fait Rigolettò (Le bouffon bossu), c'era anche scritto sui manifesti quando davano il Rigoletto in italiano al Politeama, un teatro di legno proprio nel quartiere degli italiani.
Fu quando tornai in vacanza a Busseto che cominciai a frequentare dei ragazzi più grandi di me che volevano sentirmi parlare francese. Con Alberto Secchi, che aveva il padre in casa di Verdi, eravamo sempre insieme, andavamo in giro e anche a pesca nell'Ongina. Parlavamo francese; lui era impiegato in una famiglia del luogo, ma d'estate era libero quando i padroni andavano in villeggiatura o viaggiavano. Era in vacanza anche il cugino Pietro, seminarista. Mia sorella studiava bene da maestra a Pavia e gli zii erano contenti. Ed anche mia madre rassegnata alla sua sorte di vedova.
Passai in classe C. Vi fu un bel saggio a Natale e, oltre ai canti nella bella chiesa di San Giuseppe, ci fu un saggio in cui cantai per la prima volta da solo un'aria che suonavano anche gli organetti per la strada. Era «Lo spazzacamino», musica di Verdi. Così mi avevano detto quando all'armonium me la fecero imparare. Qualche parola la ricordo: Spazzacamino ho freddo, ho fame, son piccinino, spazzacamin! Ma la voce era così sottile che non me la riconoscevo. Era la timidezza, perché a casa avevo un vocione.
Altro bell'avvenimento da ricordare quando un giorno, tornando da scuola, trovai, seduto nel panchetto accanto a mio zio, Alberto Secchi. Era già un uomo, con due bei baffetti. Era venuto da Busseto a Nizza per lavorare.
Raccontò che voleva fare un mestiere e non il servitore, nemmeno fosse stato in casa Verdi. Raccontò come aveva risposto alla frontiera mostrando il libretto di lavoro ma non il passaporto. Cosa hai risposto? chiese lo zio. Ho detto: vado da mon oncle pour travailler. Era la risposta che insegnavano agli emigranti. E passò anche senza passaporto. Ma io non voglio fare il calzolaio! rispose Alberto.
Poco distante, vicino alla Brasserie Rubens, c'era la tipografia degli artigianelli, succursale di quella di Torino. Dopo pochi giorni Alberto Secchi aveva cominciato a lavorare. Era capitato bene, la tipografia (anche quella era di Don Bosco come la scuola) aveva molto lavoro.
Anche a lui mia zia trovò una famiglia che gli dava da dormire e da mangiare. Con quello che aveva di paga si manteneva, ma suo padre gli mandava anche qualche vaglia, tanto che pochi mesi dopo, dal sarto della via Arson (che faceva anche il barbiere), si fece fare un bel vestito. Anche il mio della domenica era stato fatto da quel sarto.
Lo zio, corista di prima fila, anche nel Teatro di Via Cassini, ci faceva sempre entrare come figuranti, e nel Faust di Gounod, quando nel primo atto eravamo studenti in calzamaglia, Alberto Secchi sembrava un vero artista, alto, con due bei baffetti, cambiava tre o quattro volte di donzella durante il valzer.
Anche perché mio zio ci aveva presentato, molti in teatro sapevano che eravamo del paese di Verdi: Bùssetò. E naturalmente quando capitava l'occasione dicevamo che anche a Busseto c'era un teatro quasi uguale all'Opera di via Cassini, sebbene un po' più piccolo (l'Opera di Nizza aveva certamente almeno milleduecento posti), ma a me sembrava piccolo in mezzo a quei grandi alberghi che parevano cattedrali, mentre il teatro di Busseto, pensandoci da Nizza, mi sembrava grande come tutta la Rocca dei Pallavicino.
Con Alberto Secchi eravamo spesso insieme. Anche nella gelateria che frequentavamo la domenica, sapevano che eravamo del paese di Verdi, e quando entrava l'ometto con l'organino a spalla, chiedevamo le arie di Verdi: Tutte le feste al tempio, La donna è mobile, Di Provenza il cielo e il mar. Ogni due pezzi l'uomo faceva un giro col piattino. Col gelato avevamo già speso un franco peruno, ce ne andavamo.
Ma l'avvenimento più memorabile fu quando arrivò la notizia della morte di Verdi. Quando mio zio lo raccontava diceva che aveva addolorato gli italiani molto più dell'anno prima, quando era morto Re Umberto. A parte che mio zio era mazziniano, egli diceva (gliel'ho sentito ripetere anche in piena osteria del Monferrato di fronte ai fedelissimi piemontesi): morto un re, se ne fa un altro, ma un altro Verdi non lo farà nemmeno il Padreterno. E qui intonava: Va pensiero sull'ali dora.a.a.te ... che tutti, ed anch'io riprendevamo in coro. Alla fine mentre tutti parlavano dell'avvenimento, mio zio con le dita si asciugava le lacrime che gli erano cadute sui baffoni.
Pochi mesi dopo Alberto Secchi dovette tornare a Busseto, per presentarsi al Distretto. Era ormai un tipografo e di tanto in tanto avevamo sue notizie e non ci meravigliammo quando, tornando a Busseto, lo vedemmo padrone di una tipografia.
A mio zio non sembrava vero che Verdi fosse morto; di tanto in tanto lo sentivamo cominciare «Cortigiani vil razza dannata ...» poi si fermava e tirava in ballo che Nizza gli faceva schifo. La gente andava meno a cavallo, perché si compravano l'automobile e lui non faceva quasi più stivali. I dragoni non gli davano più lavoro e lui non voleva diventare un ciabattino. Alle corse era sfortunato, era un po' che non vinceva. Si mise in corrispondenza con un amico installato a Lione e fu in quell'anno dei miei quindici che ci annunciò che saremmo andati a Lione, se gli fosse andato bene un affare. Non tirerò più lo spago, compreremo il negozio dell'amico Franceschino. Lione è una grande città dove ci sono tre teatri. Poi c'é la ferrovia che porta diretta a Busseto con minor spesa. Mia zia taceva ma io che conoscevo Lione dai libri, ero del parere dello zio: là avrei potuto continuare la musica, come infatti feci.
Pierre Charles Borlenghi
FERDINANDO PROVESI MAESTRO DI GIUSEPPE VERDI
Il bicentenario della nascita di Ludwig van Beethoven ha fatto dimenticare, o passare in secondo piano, tutte le altre ricorrenze. Così noi parmigiani abbiamo dimenticato di ricordare il bicentenario della nascita del maestro di G. Verdi, Ferdinando Provesi.
Nel maggio del 1970 avevo parlato di un concerto di musiche provesiane col M°. Gerelli, da tenersi nell'autunno, ma l'improvvisa scomparsa nell'estate dello stesso maestro fece naufragare il ventilato progetto. Però siccome si è sempre a tempo per ricordare uno scomparso, desideriamo farlo modestamente con questa memoria e ci auguriamo più avanti di farlo anche con un concerto di sue musiche tanto a Parma, quanto a Busseto.
Ferdinando Angelo Maria Provesi nacque a Parma il 20 Aprile del 1770 da Davide e Brigida Ferraia ed ebbe due fratelli e due sorelle. Proveniente da una famiglia di popolani risiedente nella vicinia di S. Maria Maddalena è molto improbabile che avesse tra i suoi protettori il duca di Parma D. Ferdinando, poiché il padre, morto all'età di trentatre anni circa, era servitore, mentre il nonno faceva il macellaio.
Non sappiamo nulla sugli studi da lui compiuti in Parma, però possiamo arguire che oltre alla musica compì anche quelli letterari.
Il ritratto conservato nel Museo di Busseto fu forse opera dello zio Noè che a Parma esercitò commercialmente, nella vicinia di S. Quintino, la calcografia e l'incisione in rame.
Compiuti i suoi studi venne nominato organista a Scandolara, indi a Soresina, poi a Cremona e infine a Busseto nel 1816. Secondo il cav. Ascanio Alessandri, che fu l'unico a interessarsi dei fatti biografici del Provesi, egli esercitò anche a Milano, ad Asola (Mantova) e a Sissa verso il 1799.
Nell'Archivio di Stato di Parma il prof. Arnaldo Barilli ritrovò un manoscritto in quarto di una ventina di pagine, contenente una raccolta di epigrafi e di strofe di autori vari, esaltanti il duca di Parma D. Ferdinando e l'imperatore d'Austria Francesco II, intitolato «Gli evviva festeggianti del popolo di Sissa nella sera del 5 giugno 1799 celebrandosi con magnifica illuminazione la gloria di S.A.R. Don Ferdinando I di Borbone Inf. di Spagna Duca di Parma, Piac. e Guast. etc. componimenti consacrati alla medesima R.A.S. da Ferdinando Provesi Organista di detta terra». Il manoscritto contiene 16 componimenti, i quali, tranne i primi due, furono posti a caratteri cubitali in varie zone del paese in festa. Di essi il 3, il 10 e 1'11 sono in volgare, mentre i rimanenti sono in latino. Essi vennero composti in occasione di una visita del Duca a Sissa. Il secondo è del prevosto di Sissa Don Giovanni Bussoni; dal 12° al 15° di Don Pietro Rizzardi di Vidalenzo, anche il 16° è del Rizzardi, però lo scrisse a nome del vecchio e decrepito Don Giuseppe Scapuzzi, sacerdote in Sissa. Tutti i rimanenti componimenti dovrebbero essere del Provesi stesso.
Come letterato il Provesi scrisse i libretti dei suoi melodrammi ed ebbe fama di pronto, arguto e mordace epigrammista. Inoltre a Busseto istituì una Società poetica con annessa scuola di recitazione che egli diresse e «pur insegnando agli allievi della scuola musicale e ai filarmonici, chiese ed ottenne di tener cattedra di rettorica nel ginnasio» (Gatti - G. Verdi, pag. 27).
Come poeta Provesi riecheggia il verseggiare frugoniano, con movenze e stile metastasiano, di scarso pregio e imperfettamente rimato, ma, a confronto con la poesia melodrammatica a lui contemporanea, egli non sfigura. La sua produzione andò totalmente perduta, salvo due manoscritti conservati presso la Biblioteca Palatina di Parma.
Il primo è un foglio volante in 4° segnato B.R. Parma Ms. 570 e trattasi di una supplica in versi intitolata «A S.A.R. - Il Signor Infante Duca di Parma, Piac., Guastalla» ove «Con profondissima umiltà Ferdinando Provesi espone la seguente Elegia».
L'altro manoscritto è un fascicoletto di 11 pagine in 16° intitolato: «Alcune Poesie Di Ferdinando Provesi scritte in tempo di sua carcerazione in Sissa», comprendente 17 composizioni in volgare e una in latino. Scorrendo il fascicolo si apprende che il musicista mentre era organista a Sissa venne incarcerato per aver commesso un furto sacrilego nella detta chiesa. Il fatto dovette avvenire all'inizio del 1800 o alla fine del 1799, infatti nel luglio del 1800 Don Spotti, reverendo di Sissa, che amorevolmente aiutava la moglie e la figlia del Provesi, rivolgeva al Duca di Parma una supplica a favore dei detti congiunti del musicista per ottenere un sussidio a loro favore, poiché «accolse da sei mesi in propria casa la moglie e la bambina del povero Provesi detenuto in queste carceri». Però la domanda venne rigettata.
Alcuni componimenti vennero anche diretti al giudice di Sissa, dott. Antonio Cattucci, al fine di poter vedere i propri familiari. Il detto giudice fece vari favori al nostro Provesi, tra cui la somministrazione quotidiana di due minestre e un boccale e mezzo di vino a far tempo dal 3 dicembre 1800 al 10 giugno 1801.
Poiché solo il duca D. Ferdinando poteva graziarlo e liberarlo, il Provesi gli indirizza quella supplica-elegia alla quale accennavamo più indietro, che però venne respinta.
Altro tentativo andato a vuoto fu quello fatto nel marzo del 1800 quando il compositore fece omaggio, peraltro respinto, di una sua messa al Duca, accompagnando il dono con un « Epigram. ma latino nell'inviare una di lui messa in musica a S.A.R. D. Ferdinando Duca di Parma etc. », conservato a pag. 20 del detto manoscritto.
Anche il Bargello di Sissa (Giuseppe Peccini) ebbe di lui pietà somministrandogli cibo a volontà (2 minestre!).
La moglie dello sfortunato musicista, Rosa, fece più di un tentativo in favore del marito. Dal 1800 al 1801 inviò suppliche ma sempre invano. In quella de 18 maggio 1800 chiese che «al detenuto di lei marito», fosse «condonata la facoltà» ...«di occuparsi della musica, sua professione », ma le fu risposto che questa domanda « non può ascoltarsi».
Il 14 agosto 1801 arriva la condanna: «Ferdinando Provesi carcerato in Sissa, da relegarsi in perpetuo nella Terra di Compiano». E' una condanna grave e pesante, ma si consideri che a quei tempi il furto sacrilego era punito con l'impiccagione! Il 22 dello stesso mese il musicista scrive una lettera «perché gli sia commutata nell'esilio la di lui relegazione in Compiano». In attesa della risposta sparisce dalla circolazione e il 15 settembre si registra che è fuggito. Siccome la Polizia è venuta a conoscenza che il Provesi è stato visto a Busseto, il 29 settembre il Podestà di Sissa è invitato a prendere contatti col Podestà di Busseto per arrestarlo. Ma il musicista dovrebbe essere rientrato nell'ovile docile e dimesso, se il 2 ottobre 1801 scrive una lettera «perché gli sia cambiato il luogo di sua relegazione» e il 4 dicembre si legge nel registro dei Memoriali di Grazia e Giustizia: «Ferdinando Provesi, cui rimane commutata la relegazione in Compiano in quella nella Terra di Bedonia. Al Commissario di Compiano, cui ciò si notifica per sua intelligenza e norma». Finche nel 1802 arriva la sospirata liberazione e il permesso di lavorare e soggiornare a Busseto, il tutto dovuto forse alla morte del Duca e agli sconvolgimenti politici nel frattempo verificatisi.
Qualcuno desidererà avere un saggio delle doti poetiche del nostro organista ed ecco due componimenti dell'anzidetto manoscritto.
ALLA SUA SPOSA preceduta dai seguenti versi metastasiani:
«Fedeltà non si trova: in ogni loco
Si vanta assai, ma si conserva poco».
SONETTO
Donne, che fede e amor tanto vantate
Per chi vi fe' sue spose e in cento guise
L'affetto vostro ognor dimostrate
Dal fianco maritai non mai divise;
Di guai pregi risplenda ora mirate
Costei che sposa il Ciel mi permise
Qual ne palesi il cor rara pietate
Quali di salda fe' prove decise.
Ell'è che, accinta a procurarmi il varco
Ond'esca a libertà tenta ogni via;
Tutto s'ha tolto il faticoso incarco,
Ne' vento o pioggia la può far restia;
Brama vedermi dagli affan(n) i scarco:
Donne, che dite or della sposa mia?
CONFESSIONE DEL SUO FALLO - preceduto dall'aforisma metastasiano:
«... scema d'orrore la colpa a un reo che la detesta».
SONETTO
Tremò la man, e poscia immobil stette
Gran pezza all'atto irreligioso ed empio:
D'orror gelossi, e al profanato Tempio
La giust'ira del Ciel il cor temette.
Vinse la colpa, e la ragion cedette
Al cieco oprar. Il gran misfatto adempio;
E fuggo, e torno, e di terror mi riempio,
E i passi incerti il piè dubbioso mette.
Gran Dio! che mai non puote in uman core
Se in te negli ardui eventi ei non confida
La voce del bisogno e dell'onore?
Nave che in mar si resti, e senza guida,
Dei venti esposta al barbaro furore,
Père nel seno poi dell'onda infida.
Uscito da questa brutta avventura, il maestro Provesi seppe rifarsi una reputazione e seguire la diritta via. Passato a Busseto come organista, nel 1820 venne nominato maestro di cappella della chiesa di S. Bartolomeo, riorganizzò e recò nuova linfa alla locale Società Filarmonica, che si riuniva nella casa di Antonio Barezzi e dalla quale fece eseguire molte sue musiche, fra cui una sua bellissima Messa da Requiem.
Durante il suo lungo soggiorno a Busseto ebbe numerosi allievi, tra i quali, oltre al celeberrino Giuseppe Verdi, si ricordano la di lui moglie Margherita Barezzi; il Lamberti, organista a Monticelli di Ongina ancora nel 1870; il cieco Donnino Mingardi, organista e eccellente suonatore di viola; il dott. Ottavio Boni e Emanuele Muzio, che in seguito diverrà l'unico allievo di Verdi, il quale ricevette da Provesi i primi rudimenti musicali e il soprannome di Rossetto, dal colore dei suoi capelli.
Quando nel giugno del 1832 Verdi andò a Milano per sostenere il famoso esame di ammissione al Conservatorio, Provesi lo raccomandò caldamente al vecchio, ma tanto stimato Alessandro Rolla, che si interessò, ma inutilmente, perché Verdi venne respinto. Allora fu lui a consigliare al giovane bussetano un buon maestro a Milano, il Lavigna.
Il Barezzi alla morte del Provesi scrisse nel suo «Libro di Casa»: «Oggi 26 luglio 1833, è morto Ferdinando Provesi, parmigiano, maestro di musica, poeta spontaneo, da fortuna obliato». Verdi é a Milano a studiare e non torna a Busseto per le esequie del maestro e nemmeno si muove quando due settimane più tardi riceve la notizia del decesso della sorella Giuseppa, semi incosciente e offuscata mentalmente.
La successione al posto del Provesi, sappiamo che divise i bussetani in «coccardini» (sostenitori di Verdi) e in «codini» i quali ultimi vinsero la partita facendo nominare Giovanni Ferrari e per Verdi e per la musica lirica forse fu un bene.
Antonio Moroni
Opere
Per la produzione provesiana il fondo più consistente è quello bussetano della Biblioteca della Cassa di Risparmio e Monte di Credito su pegno, costituito in massima parte dal lascito di Giuseppe Demaldé, cassiere del Monte stesso e primo biografo di Verdi, che alla morte del Provesi acquistò tutto l'archivio musicale del compositore. Da questo fondo rileviamo che Provesi compose le seguenti opere liriche e ci rammarichiamo di non possedere una cronologia degli spettacoli rappresentati nel vecchio Teatro Comunale di Busseto, per poter dare qualche ragguaglio su quelle rappresentate e quando.
1) La Clemenza di Cesare dramma serio - (partitura e parti di canto e orchestra);
2) Una difficile persuasione - farsa in 2 parti (partitura);
3) L'Ebrea di Livonia - piccola farsa per musica - (partitura con il libretto per il suggeritore coi « Recitativi Parlanti »;
4) Euriso e Camilla - ossia La costanza alla prova - melodramma semiserio in 2 atti (partitura in 2 vol.);
5) Le nozze campestri - farsa - (Partitura);
6) Pigmaglione - melologo, ossia declamazione con commento musicale. Tratto dall'opera ononima del celebre Rousseau.
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OPERE DEL FONDO BUSSETANO (secondo la classificazione fatta dal cav. Ascanio Alessandri):
1) Adagio (partitura e parti di incerta attribuzione, però al Provesi);
2) Adagio a flauto obbligato (parti strumentali);
3) Adagio in Pastorale per l'Elevazione e per violoncello obbligato (parti strumentali);
4) Adagio obbligato a Flauto, Clarino, Corno e Fagotto
5) Adagio per la Benedizione (attribuito)
6) Adagio per l'Elevazione obbligato ai Flauti e violoncello;
7) Alma Redemptoris, per Basso solo (partitura e parti strumentali);
8) L'Amore - La Preghiera - Due melodie per piccola orchestra - (partitura);
9) Antifona a due voci per il Primo dell'Anno (partitura);
10) Beatus vir a due Tenori e Basso - Organo - (esiste un esemplare datato 1823 e un altro 1815);
11) Chirie (partitura);
12) Chirie a 4 concertato (parti d'orchestra);
13) Chirie a 3 voci (Busseto 1820) (partitura e parti staccate);
14) Chirie e Gloria a 3 voci concertato per organo, ma ridotto per orchestra);
15) Chirie, Gloria e Credo (parti strumentali);
16) Cantantibus organis - Antifona a 4 voci per S. Cecilia per canto e organo - (di attribuzione incerta);
17) Confitebor a 4 voci concertate (partitura, parti vocali e strumentali);
18) Coro in memoria del Sig. Merli per 2 tenori e Basso;
19) Credo a 4 voci (Partitura e parti vocali e strumentali);
20) Credo a 4 voci a Cappella con organo (Idem);
21) Credo a 3 voci (Idem);
22) Credo Breve a 9 voci - Concertato (Idem) la copia è datata 1820;
23) Credo per I strumenti da Fiati (Datato 6-11-1832);
24) Cum invocarem a 4 voci - Breve - (Partitura e parti vocali e strumentali);
25) Cum Sancto Spiritu a 4 voci (Idem);
26) Dixit a 4 voci - Breve - Concertato - sull'esemplare la data 1821 - (Parti vocali e strumentali);
27) Dixit a 3 voci - Breve - Concertato (Partitura e parti vocali e strumentali). Esiste un esemplare datato 1800 e uno 1825;
28) De Profundis a 3 voci concertato - Datato 1820 (Idem);
29) De torrente. Tenore solo con violoncello obbligato (partitura);
30) Domine ad adjuvandum a 3 voci e anche a 4 voci - Concertato - (Nota di Ascanio Alessandri: « La scrittura sembra del Verdi »);
31) Laudate pueri a 4 voci - Concertato Brevissimo -;
32) Domine e Dixit a 3 voci con organo (Datato 1808);
33) Domine probasti me a 4 voci (Organo e Parti staccate vocali e strum.);
34) Ecce nunc a 4 voci (Parti staccate vocali e strumentali);
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35) Ecce nunc a 3 voci (Partitura e parti staccati voc. e strum.);
36) Ego sum panis vivus - Cantata a voce sola di contralto coll'accompagnamento del Cembalo - (Partitura);
37) Fricandò - Sinfonia (Partitura e parti staccate);
38) Fuga grande a otto Reali - Kyrie eleison;
39) Gloria a 4 voci concertanti (Partitura e parti vocali e strumentali);
40) Gloria a 3 voci (partitura-parti vocali e organo);
41) Gloria Patri a 3 voci - (partitura);
42) Giovedì Santo - Primo notturno - Secondo notturno - Responsorio Primo - Secondo - Terzo - (partitura);
43) Gloria in excelsis a 4 voci (Idem);
44) Gloria in excelsis a 3 voci (Idem);
45) Gloria solenne a 3 voci (Idem);
46) Gratias agimus a 3 voci (Idem);
47) In convertendo a 4 voci concertate (Idem);
48) In convertendo a 3 voci concertate (Idem);
49) Inno a S. Margherita a 3 voci (Idem);
50) Inno del Sacro Cuore di Gesù a 3 voci concertate (Idem);
51) Inno di Sant'Ignazio a 3 voci con l'accompagnamento dell'organo (Idem);
52) Inno a S. Rocco a 3 voci (Idem);
53) In te Domine a 4 vochi (Idem);
54) Introito e Chirie della Messa da morto a 4 voci concertate;
55) Invitatorio e Responsorij completi dei tre Notturni dell'Ufficio da morto a 4 voci concertati con orchestra e che possono eseguire anche col solo Accompagnamento dell'organo (Idem);
56) Jesu Jesu;
57) Laetatus Breve a 3 voci concertato con orchestra (Idem);
58) Laetatus, Nisi e Lauda Jerusalem - Salmo a Cappella a 4 voci con organo (Idem);
59) Laudamus a solo Tenore, violini, viola e Bassi (Idem);
60) Laudamus sino al Domine a Soprano solo. Con violino obbligato;
61) Laudate pueri a 4 voci (Idem);
62) Laudate pueri a 3 voci (Idem);
63) Laudate pueri a voce sola con strumenti (Idem);
64) Laudate Dominum a 2 voci (Idem);
65) Laudate Dominum a 4 voci - Anno 1823 (Idem);
66) Litanie a otto voci (Partitura);
67) Litanie della Beata Vergine a 8 voci - Brevissime (Parti vocali e organo) Datato 1817;
68) Litanie a 3 voci;
69) Litanie a 4 voci
70) Magnificat a nove concertato coi duetti rispettivi (per esercizio scolastico);
71) Magnificat Breve a 3 voci concertato - Datato 1800 (Idem);
72) Magnificat Breve a 4 voci con orchestra 1823 (Idem);
114
73) Memento Domine David. Salmo a 4 voci a Cappella con violini unisoni (Partitura) (di attribuzione incerta);
74) Messa Breve a 3 Concertata (Partitura e parti staccate);
75) Messa da morto a 3 voci concertate (Idem);
76) Messa da Requiem (Partitura);
77) Miserere, Benedictus, Cristus a 4 voci con orchestra - 1831 - (Idem);
78) Nisi Dominus a 2 voci (Idem);
79) Nisi Dominus a 4 voci (Idem);
80) Nisi Dominus a 3 voci concertate per orchestra - 1815 - (Idem);
81) 0 Crux a 3 voci - Concertato (Idem);
82) Ora pro nobis;
83) Pange lingua a 3 voci con organo (Idem);
84) Per la mattina del Venerdì Santo (Idem);
85) Qui sedes - Alto solo - (partitura);
86) Qui tollis (Idem);
87) Quoniam - Basso solo (Idem);
88) Sancta Maria
89) Sinfonia (attribuita dal bibliotecario Benacci a Verdi giovanetto);
90) Sinfonia in re maggiore (partitura e parti staccate) Una nota a margine della partitura dice testualmente: « Le parti d'orchestra son scritte da Gius. Verdi»;
91) Sinfonia in si bem. (parti strumentali);
92) Si quaeris miracula a 3 voci concertato (partitura e parti staccate);
93) Idem con Organo e corni;
94) Si sospenda per poco il calar della tenda » Ringraziamento - Coro (Partitura e sole parti vocali);
95) Soggetto esprimente la Passione di Cristo (parti staccate' strum.);
96) Soggetto sacro per il Venerdì Santo (partitura e parti staccate vocali e strumentali);
97) « Su compagni versate da bere » Brindisi incompiuto per tenore primo e secondo e Basso;
98) Tantum ergo a due voci Tenore e Basso con obbl. d'organo (partitura e parti staccate strumentali);
99) Idem a basso solo con flauto obbligato (parti cantate);
100) Idem a due voci (organo e parti staccate vocali) attribuito al Provesi;
101) Idem a due voci Tenore e Basso (partitura e parti staccate vocali e strumentali);
102) Idem a due voci Tenore e Basso con obbl. dell'organo, flauti fagotto e corni (partitura e parti vocali e strum.);
103) Idem a 4 voci con Orchestra (Idem);
104) Idem a 4 voci concertato con Alto Clarinetto e viola obbligati Violino in mancanza di Clarinetto (Idem);
105) Idem a solo tenore (Idem);
106) Idem - Tenore e strumenti obbligati (Idem) La parte del tenore è datata 1798;
107) Idem a 3 voci (organo e parti vocali);
108) Idem a 3 voci, a Cappella per le domeniche - 1823 - (partitura);
115
109) Idem a 3 voci con Orchestra e organo obbligati (partitura e tutte le parti);
110) Idem a 3 voci (datato 5 aprile 1810) ad uso di Gio. Ferrari. (parti staccate voc. e strum.);
111) Idem a 3 voci - Pieno (Partitura e parti staccate vocali);
112) Idem in Pastorale con organo obbligato e orchestra (Idem);
113) Idem Tenore solo con oboe e clarino obbligati - Scandolara 1804 -(parti staccate vocali e strum.);
114) Tenebrae factae sunt (partitura);
115) I tre Domine (partitura e parti vocali e strum.);
116) Tre Domine a Tenore solo con violini e organo obbligati;
117) Venerdì Santo - Primo notturno, Secondo, Terzo. Responsori Primo -Secondo - Terzo;
118) Vespro della B.V. Maria - Breve a 3 voci concertato, coi violini unisoni (Idem);
119) Chirie, Christe, Laudamus, Adoramus, Gratias dalla Messa Corale (in margine sta scritto: « Regalato dall'Autore a Gio. Arduzzoni l'anno 1828 »).
Altre opere:
MESSA DA REQUIEM (molto apprezzata ai suoi tempi ed eseguita dalla Soc. Filarmonica di Busseto per i funerali dell'autore);
AVE MARIS STELLA - Inno a 4 voci (Archivio Parrocchiale di Monchio); LITANIE A 3 VOCI UGUALI con basso strumentale, partitura e parti cantanti, presso il Conservatorio di Parma. Siccome su ogni parte vi sono i nomi degli esecutori, tutti giovani allievi della antica scuola del Carmine, è presumibile che il manoscritto servisse per qualche saggio scolastico. L'Alessandri, sulla rivista Parma per l'arte (1957 fasc. I°, pag. 21), ebbe a scrivere: « A me questo pezzo sacro è sembrato notevole; vi ho rilevate alcune frasi felici ».
Nel Conservatorio di Musica di Firenze si conservano manoscritti ALCUNI PEZZI SACRI e due libri di SONATE PER ORGANO, appartenuti a certo Pietro Antonio Assandri e poi al direttore d'orchestra e compositore Angelo Borlenghi, nato a Guzzola (Cremona).
Uniche musiche pubblicate dalla Carisch di Milano nel 1941 le seguenti due sinfonie:
a) La Clemenza di Tito (come abbiamo visto si tratta della Clemenza di Cesare);
b) Sinfonia in do (forse del melodramma Euriso e Camilla), revisione del M° Ennio Gerelli. Questi pezzi vennero eseguiti al Teatro Regio di Parma la sera del 24 febbraio 1941, durante un concerto sinfonico vocale, diretto dallo stesso MO Gerelli nel quale vennero eseguiti esclusivamente pezzi del Provesi e di Verdi. Inoltre la sinfonia della Clemenza di Cesare venne eseguita nel 1960, sempre sotto la direzione dello stesso M° Gerelli, nel saggio finale del Conservatorio di Parma al Teatro Regio.
AVVENTURE E DISAVVENTURE DI UN MINISTRO DUCALE A BUSSETO NEL 1707
Fra i manoscritti della Biblioteca Palatina di Parma si trova contrassegnata col n. 1319, una raccolta di lettere dell'anno 1707, spedite da Busseto a Parma ed indirizzate al Farnese, che allora era Francesco, l'ultimo duca degno di questo nome della sua casa, anche se la dinastia si estinse poi con il fratello Antonio.
Le lettere sono 68 ed abbracciano un periodo che va dal 9 febbraio al 19 settembre, e sono opera di un ministro di Francesco, un funzionario inviato a Busseto con compiti di rappresentanza dell'autorità ducale e di controllo sulle forze militari stanziate nella città e nei paesi limitrofi: tale controllo, infatti, si estende su un'area piuttosto vasta, comprendente gli attuali comuni di Cortemaggiore, Monticelli, Castelvetro, Villanova, Polesine, Zibello, Roccabianca, Soragna e Fontanellato.
Le lettere sono scritte con una grafia abbastanza chiara, ma non è possibile decifrare la firma del ministro, che rimane così sconosciuto: di lui, tuttavia, si viene a sapere che è un funzionario di carriera, avendo prestato servizio anche presso la Corte di Vienna, che ha il grado di maggiore, che si è sposato a Milano con una figlia di tal «Muzio Pusterla, Regio Feudatario del Borgo di Fregarolo» ed ha una prole numerosa. Si tratta di un funzionario molto ossequioso verso il duca, a cui rimanda ogni decisione, che descrive con solerzia ed efficacia alcuni aspetti della vita bussetana e che cerca in ogni modo di meritarsi la stima e la fiducia della Serenissima Altezza, lavorando indefessamente, anche fino alle 3 di notte. Il materiale contenuto nella raccolta, ci permette quindi di inquadrare un po' la vita di Busseto di quell'anno, simile, forse a tanti altri di quella epoca, almeno per molti aspetti, anche se l'eseguita e la limitatezza delle notizie non possono che fornirci una visione parziale e limitata, sul piano cronachistico, non certamente storico.
Da sette anni circa, l'Europa e l'Italia sono insanguinate dalla guerra di successione spagnola, nella quale sono impegnati eserciti di moltissimi paesi. Dal 1706, il principe Eugenio di Savoia, generale dell'esercito imperiale e principale avversario delle truppe franco-spagnole, dopo fortunate battaglie nell'Italia settentrionale, ha stanziato i suoi soldati in diversi punti del ducato di Parma e Piacenza, senza preoccuparsi delle lamentele del duca stesso e del papa, che vanta antichi diritti sul ducato. Il comportamento dei soldati prussiani non è certamente esemplare e la città ed i cittadini di Busseto sono costretti a subirne le conseguenze. Quando il ministro giunge per prender possesso della sua carica, trova la Rocca, nella quale deve essere il suo appartamento, «occupata dai Prussiani, aperti gli usci delle stanze ... devastato il giardino e tutto in rovina», per cui deve passare la notte in casa del podestà. D'altra parte, anche tutto il resto della cittadinanza soffre per la loro presenza, sempre pericolosa, di giorno e di notte. Le lamentele dei soldati addetti alla sorveglianza e dei privati cittadini. davanti al rappresentante del duca, si fanno sempre più insistenti, anche per fatti successi fuori Busseto, svaligiamenti di abitazioni, devastazioni di campi, arresti arbitrari «iniquità praticate con le zitelle nubili e eccessi d'una troppo militare licenza». A. S. Rocco, in casa d'un tal «Angelo Dotti, soldato ..., si trovava acquartierato un Prussiano, tamburro del Cap. Baròf, il quale praticando le solite insolenze, contristava sovente con la povera moglie e minacciava in appresso di batterla, se non gli veniva subito somministrato quanto la gola ed il capriccio sapevan richiedere. S'abbatté un giorno, tra gli altri, presente il marito, in tempo che il Prussiano le correva dietro per maltrattarla onde gli andò incontro, per trattenerlo; ed impugnando il Prussiano la spada contro di lui, si trovò in obligazione di por la mano sopra un badile e darglielo in testa; così che lo gettò balordo a terra e lo ferì». Fatti del genere sono purtroppo abbastanza frequenti e se c'è Chi sa farsi giustizia da solo, c'è chi subisce accontentandosi di lamentarsi poi con il ministro. Del resto, l'osare affrontare i soldati con le loro stesse armi può costare caro, come vediamo dalla continuazione dell'esposizione: «il caporale della medesima sua compagnia, hà spogliato la casa di tutti gli utensigli, e mobili, lasciando solo intatte alcune botti nella cantina»; una volta guarito «il tamburro accorse alla medesima abitazione in S. Rocco a far gli ultimi eccessi dell'insolenza, spargendo circa 20 brente di vino da quei vasselli, e protestando unitamente, ogni qual volta non avesse potuto vendicarsi col sangue del suddito di V.A. di volergli dar fuoco alla casa».
In tutti è vivo, naturalmente, il desiderio che i Prussiani partano e la speranza che il risarcimento dei danni subiti sia equo e pronto, mentre, da parte di quelle autorità militari c'è il tentativo di accordarsi con i singoli bussetani, anche con la forza, su una cifra certamente inferiore alla dovuta: nessuno accetta, protestando tutti di riconoscersi sudditi solo del duca, (sia detto per inciso che la questione dei risarcimenti fu spinosa e controversa e non soddisfece nè il duca nè tantomeno, dobbiamo pensare, i cittadini). Fra l'altro, tra gli oggetti rubati, bisogna annovare anche «quadri di buona mano e di qualche considerazione» come quelli rubati nelle case del Can. Pallavicini e del dott. Faliva. Che la presenza delle truppe fosse nociva alla popolazione, lo si deduce anche dal consulto medico o «fisico», come si trova scritto, al quale presero parte medici di Busseto, Cortemaggiore, Borgo San Donnino, Zibello, «per purgar l'aria infetta» che faceva temere lo scoppio di qualche epidemia. Finalmente, la notizia è riportata nella lettera del 2 giugno, i prussiani se ne vanno e lasciano il loro ultimo ricordo presso il ministro, portandogli via il servitore viennese sedicenne che egli teneva come futuro insegnante di tedesco per i suoi figli.
I tempi sono duri per tutti e le indigenze dei bussetani non possono che accrescersi con la presenza dei soldati, anche se non dipendono esclusivamente da essa. Il pane è scarso, a volte si fa molta fatica a trovarlo anche con i soldi alla mano (le stesse autorità prussiane se ne lamentano, minacciando perquisizioni per averlo e promettendo la restituzione all'arrivo dei soccorsi o il pagamento) la comunità di Busseto, giunta «in ultima miseria» espone al ministro, perché riferisca al duca, «la deplorabile condizione, in che si trova, esausta affatto di grano, e senza modo, nè speranza di poterne ritrovare». A Busseto si trova un solo fornaio o «Prestinaio», un certo Fagnoni, che vende pane di pessima qualità «di composizione veramente dannabile» e può farlo appunto perché è solo; egli si difende col dire che la siccità dell'anno ha quasi asciugato il canale che porta l'acqua alla ruota del mulino ed è difficoltoso macinare il grano. Quasi tutta la popolazione vive «a pan di Prestino» poiché sono pochi quelli, almeno nella città vera e propria, che provvedono a farsi il pane in casa; ne consegue che le lamentele sono molte, e chi può, come il ministro, qualche volta fa acquistare il pane fuori dalla giurisdizione di Busseto, mentre gli altri si arrangiano in qualche modo.
Fuori dalla cerchia cittadina le strade sono pessime, praticabili solo per chi ha i cavalli, quasi inservibili per chi deve camminare a piedi, le campagne sono battute sovente da malfattori, che danno molti grattacapi ai soldati; si deve addirittura notare il fatto successo nel contado, di due «sicari montani» che minacciano la vita di un certo Giulio Tagliasacco se permetterà il matrimonio di una sua parente, Catarina, con il giovane Filippo Plaboni. Una vicenda di sapore manzoniano di cui, purtroppo, non si può conoscere l'epilogo.
Il 1707 è un anno particolarmente disgraziato per i bussetani «sopra tutti gli altri calamitoso»: partiti i prussiani i guai non sono ancora finiti, perché, come già accennato, una notevole siccità tormenta le campagne ed anche i cittadini ne sono augustiati. Il ministro si rammarica di non aver «potuto raccogliere fieno, per esser tutto rimasto calpestio dalle truppe e pascolo delle Bestie Prussiane» e per poter rimediare in qualche modo nell'agosto successivo, chiede al duca il permesso di incanalare, almeno per una notte, le acque del canale che scorre attraverso Busseto (detto comunemente, ai nostri giorni, «del mulino») e che serve appunto per far «girare le ruote del mulino», come già visto, nelle Fosse che sono attorno alla città e su cui il ministro ha giurisdizione. Egli, contrariamente ai suoi predecessori che ritenevano quello «jus ... riservato a chi gode le Fosse» chiede dunque al duca il permesso, permesso che viene accordato, ma che non può essere utilizzato perché l'acqua manca ed il Fagnoni gli vieta di «far venir l'acqua» stessa. Evidentemente le Fosse portano male al Nostro dato che egli, secondo il costume, cerca di affittarle, evidentemente per il taglio dell'erba, ma non trova nessuno disposto a rischiare; inoltre «sessanta Alberi grossi di Salice», disposti lungo le Fosse, sono stati in precedenza tagliati e proprio dai soldati che avrebbero dovuto cutodirli, per farne uso personale. Lungo le mura della città crescono poi «piante d'Alberi di moroni» che gli abitanti delle case di fronte hanno reso proprie «cavandone ... l'utile delle foglie» con grande scandalo del ministro che verrebbe per sé tale utile, come gli sembra legale dall'essere le radici di dette piante nella giurisdizione del duca.
Un'attività alquanto praticata a quei tempi, in tutto il circondario di Busseto, è il «contrabando», cioé il trasporto abusivo da un paese all'altro, da una giurisdizione all'altra, solitamente di generi alimentari, vino, frumento, fave, o animali, per il quale è necessaria una particolare licenza che evidentemente non tutti hanno o possono avere.
Se ne parla sovente nelle lettere, ed il ministro espone le difficoltà sopportate dai soldati in servizio di sorveglianza per arrestare i trasgressori e le differenti interpretazioni che vengono date circa la divisione da fare delle rendite ottenute dalla vendita della merce sequestrata. Un luogo di notevole traffico è il Po, allora confine di stato, e sulle sue acque passano spesso «burchielli» contrabbandieri carichi di «vegiole» di vino. La vigilanza è attenta, ma dobbiamo ritenere anche che gli «sfrosatori» abbiano un buon guadagno dalle loro attività.
Problema di allora come d'oggi quello dell'occupazione di manodopera, soprattutto giovanile: ne traviamo traccia in alcune delle nostre lettere, da cui sappiamo che un certo «prete agente del Tondù» chiede al ministro di poter insediare in un'ala della Rocca «un nuovo quartiere di femmine d'ogni sorta, per tirare la seta». La proposta, che dal ministro è giudicata in modo non favorevole, passa al duca che ben presto fa sapere la sua risposta, che è invece positiva: al ministro non resta che accordare le stanze, avvertendo l'agente di «non permettere nelle femmine libertine quelle solite tresche, le quali non consonarebbero troppo bene dove soggiorna una grossa famiglia, che apprezza la modestia ed è amica della quiete». A parte questa divagazione particolare, si può annotare che, per non avere a che fare con tali donne, il ministro le vorrebbe indirizzare «in un altro luogo, poco distante dalla città, fuori appena della Porta inferiore di Busseto, chiamato al Paradiso, dove sono molte stanze approposito, spaziose, e chiare che non sono abitate da alcuno, di ragione dei Rossi, che stanno in Piacenza».
A proposito delle porte della città si può rilevare che ogni notte esse vengono chiuse, ad un certo orario: «come s'è costumato sempre di fare», ed il ministro vuole attenersi scrupolosamente alla norma.
I bussetani, invece, chiedono ripetutamente di averle aperte
«per entrare ed uscire a loro piacimento», nonostante il ministro, d'accordo come al solito con il duca, abbia fissato l'orario di chiusura al «suono del Pater dei morti», mentre rimane aperto «il portello dietro la Rocca sino verso le tre della notte». Il malcontento dei bussetani verso il funzionario ducale aumenta, ed egli si accorge che la sua condotta onesta ha suscitato risentimenti nei cittadini, evidentemente abituati a ministri più tolleranti e comprensivi. Se ne dimostra diaspiaciuto, ma non intende derogare e denuncia al duca tutto quanto gli sembra non vada per il verso giusto, rispondendo col disprezzo al livore altrui. Consiglia l'elezione di un portinaio che presieda alla sorveglianza delle porte stesse, ma la Comunità bussetana non pare gradire tale sollecitazione, dovendo stabilire «un qualche salario» e preferisce lasciare una certa libertà d'iniziativa ai privati cittadini, che, infatti, di notte vanno e vengono ugualmente, scalando le mura in punti particolari, dove sono praticati i pertugi adatti.
Nel mese d'agosto termina la costruzione «del nuovo ponte di pietra, dietro la Rocca, che servirà per condurre o levare con più facilità il grano» del duca, mentre s'inizia il rifacimento del «Ponte levatore di legno verso la piazza». Interessante è anche leggere che già allora la pietà religiosa dei bussetani solenizza la ricorrenza del Venerdì Santo con una processione per le vie cittadine: «è solita la Scuola di S. Maria del Riscatto ... di fare una Processione la sera del Venerdì Santo con qualche magnificenza e pompa e con grande concorso di popolo». In quell'anno, la presenza dei Prussiani di religione luterana può far temere il peggio, il sorgere di qualche inconveniente, ma il ministro può riferire che la cerimonia è giunta alla fine «senza che accadesse alcun scandalo». Addirittura «fu numerosa di cere, quasi oltre al consueto» ed il ministro si sente spinto ad invitare i suoi Ufficiali a fargli compagnia con la torcia, in una funzione così pietosa, e gli stessi prussiani che vi assistono sembrano provare « internamente qualche compunzione». Oltre la processione, anche la fiera di S. Bartolomeo è già una festa importante per i bussetani ed il contado. Avendo avuto notizia della prossima ricorrenza, il ministro, per evitare disordini e confusione di sorta, si preoccupa di «mettere custodia alle Porte e di far montar la guardia» nella Rocca. Il concorso di folla è notevolissimo in ogni dove; specialmente la casa del Prevosto è centro di molti incontri, di nobili, in genere, che poi sciamano per le vie pubbliche. La partecipazione popolare non provoca nessun incidente e tutto si svolge in maniera perfetta, con soddisfazione comune dei cittadini e del ministro stesso.
I rapporti del funzionario ducale con i bussetani non si presentano mai buoni; essi gli appaiono disonesti, taccagni, attacabrighe, calunniatori, abituati a far «notomia di gesti e di passi» degli altri; gli rifiutano i mobili per l'alloggio, la biancheria, non accettano le sue decisioni; gli impediscono, perfino, con raggiri ed imbrogli, di procurarsi una serva. Qualcuno si accanisce particolarmente, «qualche spirito detrattore» diffonde malignità e maldicenze sul suo conto, finché «il fiato della lingua» si concretizza «nei caratteri della penna» e alcune lettere informano il duca di qualche lato riprorevole nel comportamento del suo ministro. L'accusa è duplice e pesante «l'una di parlare sconcio ed immodesto in presenza di monache, l'altra di atti impuri praticati ad una zitella savia in publica strada». La reazione del ministro è rabbiosa, ma anche contenuta, in attesa di un regolare processo che tolga ogni dubbio e faccia trionfare la verità.
La sua tentazione sarebbe quella di andarsene, ma si trattiene ed anzi chiede al duca di lasciarlo ancora a Busseto per non dare ulteriore esca alle mormorazioni pubbliche e così difenderlo. L'ultima lettera tratta appunto di questo argomento e possiamo quindi supporre che il ministro sia stato poi rimosso dall'incarico. I suoi scritti, comunque, ci hanno permesso di aprire uno squarcio su un momento del nostro passato, dandoci l'opportunità di fare un tuffo indietro e ripensare un attimo alla vita condotta in Busseto, un anno qualsiasi della sua storia.
Emilio Mazzera
NUOVI CONTRIBUTI ALLO STUDIO DELLE ANTICHE PITTURE IN BUSSETO
Già nel Settecento il pittore bussetano Pietro Balestra redigeva uno studio manoscritto (oggi perduto) sulle antiche pitture del territorio comunale, che servì in parte da guida a Pietro Vitali per le sue Pitture di Busseto, date alle stampe nel 1819, opera di indubbio valore, specie per la citazione di fonti e documenti oggi scomparsi, sui quali possiamo senz'altro fare affidamento per la serietà dell'autore. Tuttavia l'opera rimane lacunosa dal punto di vista critico, anche perché mancava al Vitali la possibilità odierna di confronti fotografici e bibliografici.
Questo mio studio vuole in parte contribuire ad una migliore conoscenza delle opere pittoriche di Busseto con la presentazione di un interessante inedito e con due precisazioni.
Prima, per interesse ed importanza, la tela rappresentante la Vergine in gloria col Bambino, adorati dai Santi Francesco e Chiara, nella sagrestia della Collegiata di San Bartolomeo. Il dipinto proviene dalla soppressa chiesa di Santa Chiara in Busseto. Il Vitali lo dice fatto eseguire da Pietro Pettorelli nel 1611 (epoca in cui furono portati radicali cambiamenti alla chiesa), attribuendolo al cremonese Francesco Superti, mentre in precedenza il Balestra lo aveva dato ad Ermenegildo Lodi, sempre cremonese. Nell'inventario del Santangelo (1934) lo si reputa di pittore cremonese del principio del secolo XVII.
L'opera è per noi con certezza assegnabile a Camillo Procaccini (nato a Bologna nel 1550 circa, morto a Milano nel 1629).
La composizione, tra l'altro, si ritrova quasi identica nella tela con Madonna in gloria e Santi in San Sisto a Piacenza (quarta cappella a destra), come identica è la mano rampante
della Vergine dal capo dolcemente ovaleggiante e dalle palpebre abbassate, e identico è il paesaggio nel centro in basso fra i due Santi. Sempre in Piacenza, in Santa Maria di Campagna, nel San Francesco implorante il perdono della Porziuncola ritroviamo lo stesso Santo nella posa ed atteggiamento del nostro, ma con il panneggio del saio meno ampio; ancor più significativo è il confronto col medesimo Santo ai piedi della croce nella tela con il Crocifisso del Collegio Alberoni in Piacenza, in cui il panneggio risulta trattato con uguale semplicità di linee e larghezza di piani; nello stesso dipinto un altro lampante confronto: il languore dello sguardo del Santo Vescovo è quello della nostra Santa Chiara. Si vedano poi il ricciolo di panneggio che avvolge il bimbo, che è tipico del Procaccini degli antoni d'organo del Duomo di Milano, e la gamba a mezzaluna, che ferma la luce e ingolfa d'ombra il grembo della Madonna, nella pala con Vergine, Bambino e Santi della Pinacoteca di Brera, in deposito alla Prepositura di San Marco in Milano.
La nostra è opera chiaramente avvicinabile all'attività piacentina di Camillo Procaccini, che si suppone svolta nei primi decenni del Seicento. E' probabile che il Pettorelli l'abbia personalmente ordinata in Piacenza; la data fornitaci dal Vitali calza infatti benissimo ed è di grande importanza per la cronologia dell'artista.
Camillo Procaccini, pittore tardomanierista riformato, vissuto fra Emilia e Lombardia, non occupa il posto che gli spetta nella storiografia dell'arte, essendosi appuntata l'attenzione della critica sulla sua produzione tarda, sovraccarica di opere ed involuta rispetto a quella giovanile, spesso esemplificata su modelli classici e tardomanieristici romani, non senza suggestioni parmensi, e degna di competere coi più alti raggiungimenti del coevo manierismo europeo. Il Procaccini anticipa inoltre l'esplosione del classicismo a Bologna e rappresenta in seguito il degno trampolino di lancio per la nuova generazione lombarda (il fratello Giulio Cesare, il Cerano, il Morazzone), nonché il cremonese Malosso, attivo a Piacenza e negli anni della sua maturità nel circondario milanese.
La pala di Busseto si inserisce in un periodo di produzione un poco inflazionata, ma si caratterizza per la notevole compostezza compositiva (il dipinto infatti è costruito e scandito in forme triangolari di ricordo raffaellesco), e per la mirabile intonazione grigio brunastra delle nubi e dei sai, dalla quale emergono i tipici colori grigio cinerini del panno del Bimbo, il rosa violetto della veste della Vergine e il gialletto del velo, legati dal blu profondo del manto.
Questa scoperta colma una lacuna, anche perché è l'unico dipinto di Camillo Procaccini esistente nella nostra Provincia (la Pinacoteca di Parma ne possiede soltanto un disegno e le sue opere più vicine si trovano a Reggio e a Piacenza).
Della pala con la Madonna Immacolata incoronata da due Angeli e adorata dai Santi Paolo, Pietro, Francesco e Chiara, ubicata sul fianco della cappella a sinistra del presbiterio, sempre nella Collegiata di San Bartolomeo, il Vitali dice: - Nel rimuovere che si fece alcuni anni addietro dall'ornamento suo messo a oro bisognevole di riattazione un tal quadro, mi ricordo essere stato detto che egli era di mano del Chiaveghino, non so se per cagione di essere stato letto nel medesimo un cotal nome, che oggi non si è potuto trovare, o altramenti. - La scheda pubblicata dal Santangelo la pensa opera di anonimo pittore cremonese dei primi anni del secolo XVII, influenzato da Bernardino Campi. E' senz'altro invece da condividere l'opinione del Vitali. Infatti, analizzando l'opera e confrontandola con altre certe di Andrea Mainardi detto il Chiaveghino, nato a Cremona nel 1550 circa e documentato sino al 1613, si riscontrano affinità indiscutibili quali la tipica composizione scalata in profondità dei Santi, il dialogare delle mani, e specialmente lo sguardo rivolto verso lo spettatore della figura di San Paolo, rilevata da una luce radente e soffusa che lo avvolge in una atmosfera incantata e sognante, motivo questo ripetuto tanto da divenire quasi una sigla, come nella pala del Redentore compresso sotto il torchio nella Chiesa di Sant'Agostino in Cremona, in quella col Crocifisso e Santi della Collegiata di Monticelli di Ongina, ed in altre. Altrettanto tipica la nota di rosso squillante del mantello del San Paolo, che emerge sui toni piuttosto pacati delle restanti figure; identico il viso reclinato della Vergine, contornato dal velo, a quello della Madonna in gloria col Bambino e Santi e identiche le erbe al suolo a quelle del Battesimo di Cristo, pitture che sono entrambe in Sant'Agostino a Cremona.
Il nostro quadro si riallaccia anche alle altre opere del Chiaveghino presenti nel nostro territorio, quali la Pentecoste nella Chiesa di San Giuseppe a Cortemaggiore, datata 1576, l'Annunciazione datata 1591 e firmata della Chiesa di Santa Maria a Castellina di Soragna, e la Circoncisione del Duomo di Fidenza firmata e datata 1600.
Andrea Mainardi è tipico esponente della cultura eclettica cremonese facente capo ai Campi, ma con più marcati influssi dal Malosso. Talvolta si rivela però di vedute più vaste: sorprendente è infatti qui a Busseto il trapianto di una Immacolata del pittore romano Scipione Pulzone, quella della pala dei Cappuccini di Ronciglione presso Roma, secondo lo Zeri del 1581. Ma non solo la Vergine vi è ricalcata: si notino i due Angeli volanti che reggono il mantello e la corona dell'Immacolata, derivati da quelli del Pulzone, di cui ripetono anche più minuti particolari quali gli stessi bottoni fermapanneggio e gli stessi nastri svolazzanti alle cintole. Il contatto è perlomeno singolare, tuttavia spiegabile come derivazione da una stampa o disegno: discreta fama dovette certo circondare la pala del Pulzone che fino ai primi del seicento rimase sull'altare maggiore della Chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma. Prima di giungere nell'attuale sede, l'Immacolata del Chiaveghino era forse nella Chiesa bussetana dei Cappuccini, ora distrutta: la pala del Pulzone ornava proprio la più importante Chiesa cappuccina di Roma.
Sfortunatamente non essendo la nostra tela firmata e datata, come la maggior parte delle opere del Chiaveghino, possiamo avanzare solo l'ipotesi che sia stata eseguita nell'ultimo lustro del Cinquecento, per le tante affinità con il Battesimo di Cristo in Sant'Agostino a Cremona, firmato e datato 1593.
La presenza di questo pittore viene a rinforzare la schiera di artisti cremonesi operanti nel tardo Cinquecento nella zona di Busseto, schiera monopolizzante se si esclude l'intenvento di Michelangelo Anselmi, senese naturalizzato parmigiano: Vincenzo Campi è presente con tre capi d'opera, Giulio Campi con un affresco, unico di una serie andata distrutta, il Molosso con una piccola pala recentemente recuperata dalla Sovrintendenza, Bernardino Campi a Frescarolo, Francesco Pesenti detto il Sabbioneta a Spigarolo e Francesco Superti con una grande pala su cui desideriamo soffermarci.
La grande tela rappresenta la Madonna in gloria col Bambino adorata da San Giminiano e da San Francesco d'Assisi: firmata e datata al centro in basso Franciscus Supertus Faciebat An. 1599.
Come ci informa il Vitali proviene dalla scomparsa chiesa cappuccina di San Geminiano fuori porta, fu già nella cappella del coro di San Bartolomeo ed ora si trova nei ripostigli della Collegiata.
Il Balestra, che non era riuscito a leggerne la firma, lo attribuiva ad Ermenegildo Lodi per la grande somiglianza della figura del San Giminiano con quella di San Pietro indicante la Vergine nella paletta del Malosso, anch'essa erroneamente attribuita da lui al medesimo Lodi.
Il rapporto fra le due opere è senz'altro stringente, ma solo in fatto di dipendenza da parte dell'artista meno dotato quale è il Superti, che qui ricalca i tipici schemi malossiani e ricopia pari pari in immagine speculare la Madonna in gloria e Santi n. 150 della Pinacoteca di Cremona.
In questo contesto tipicamente malossiano il Superti inserisce la figura del San Francesco, di un realismo vibrato e toccante, che, anche per il suo chiaroscuro accentuato, si stacca notevolmente dal resto del dipinto: cosa che il Balestra, da buon pittore, aveva già notato, giudicandola la figura migliore. Tale impronta realistica è impensabile senza la suggestione del naturalismo anticipatore di Vincenzo Campi. Nel disinvolto eclettismo del Superti, emerge, brioso, piacevole, personale, il paesaggio che lega la composizione, tutto giocato su toni verdi e azzurrini, immediato nel piccolo miracolo del Santo al centro.
Di questo artista poco si conosce, salvo la notizia fornitaci dallo Zais e dal Grasselli, che lo dicono allievo del Malosso e fiorente verso il 1600.
Tra le presenze di cremonesi in territorio Pallavicino, vogliamo citare nella chiesa parrocchiale di Zibello un dipinto raffigurante i due Santi titolari Gervaso e Protaso, firmato e datato Julius Calvus dictus Coronarius Cremonensis F. MDLXXXVI.
L'opera sinora passata inosservata è inedita ed è appunto di Giulio Calvi detto il Coronaro, pittore cremonese che ha lasciato pochissimi lavori anche nella sua città. In questo dipinto, partendo dalla lezione di Giulio Campi, egli innesta modi alla Bernardino Campi, riuscendo inoltre particolarmente piacevole per il colorito cangiante ed acceso dei panni.
Giovanni Godi
BIBLIOGRAFIA
G. B. Zais, Notizie Istoriche de' Pittori Scultori e Architetti Cremonesi, Cremona 1774.
G. Grasselli, Abecedario dei Pittori Scultori e Architetti Cremonesi, Milano 1827.
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M. Valsecchi, Una pala del Duomo ritrovata, in Arte Lombarda.
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G. Zerboni, La chiesa di S. Sisto in Piacenza, Piacenza 1969. A. Gervasoni, La Collegiata di Monticelli d'Ongina, Fidenza 1971.
LA NOTTE DI SANGUE DEL 7 FEBBRAIO 1921
La notte di sangue del 7 febbraio 1921 è, nella mente dei bussetani di oggi, avvolta nelle spesse nebbie della leggenda. Hanno concorso a crearla il carattere straordinario degli avvenimenti, la reticenza prudente dei testimoni, un lungo processo carico di zone d'ombra profonde, l'intenzionale ritualismo di venti e più celebrazioni fasciste e, da ultimo, la quasi totale scomparsa dei protagonisti a cinquant'anni dai fatti. Resta poco più di un'eco favolosa, e in molti il desiderio di saperne di più, di riviverne momento per momento gli episodi, di conoscerne le motivazioni prossime e remote, desiderio che abbiamo raccolto, fatto nostro ed esaudito, come poteva farsi a distanza, con questa ricostruzione quanto più fedele ed esatta.
Il rivangare un terreno per certi aspetti ancora scottante, il riaprire, forse, piaghe mal rimarginate dal tempo, comporta sempre un qualche pericolo, e tuttavia ci sentiamo di correrlo: la ricerca della verità, la denuncia della violenza da qualsiasi parte provenga, la lezione che la storia può dare, sono motivi più che validi per giustificare la nostra fatica.
Le fonti documentarie (otto volumi di atti processuali, i giornali dell'epoca, alcune altre pubblicazioni) sono state integrate dalle confidenze degli ultimi testimoni viventi, così che il più grave, il più drammatico fatto di sangue che mai abbia toccato Busseto, ne è uscito, a parer nostro, sufficientemente illuminato.
« Bergamaschi Vittorio fu Adamo di anni 24 possidente da Mercore di Besenzone uscì la mattina del 7 febbraio 1921 circa alle ore 5 e 30 dai locali della Società Sportiva in Busseto ed insieme col cugino Luigi accompagnò fino all'abitazione l'amico Balestra Giovanni. Nel ritornare i due furono improvvisamente aggrediti a colpi di moschetto, uno dei quali ferì il Bergamaschi Vittorio al collo producendone la morte quasi immediata. Mentre il cugino Luigi cercava portar soccorso al caduto, egli fu ancora bersagliato con numerosi colpi di moschetto e di pistola, fortunatamente senza conseguenze, sicché dovette poco dopo abbandonare il caduto e correre per soccorso. Accorse prontamente il fratello Ferdinando, tali Carrara e Grecchi i quali provvidero al trasporto dell'ucciso all'Ospedale. Il Bergamaschi Vittorio presentava una ferita nella regione antero-interiore del collo al disopra dell'articolazione sterno clavicolare destra, prodotta da arma da fuoco con foro di uscita all'angolo superiore della scapola destra ». (Così nella relazione del Procuratore del Re, stesa alla fine della lunga istruttoria).
Quali i precedenti che portarono alla morte di Bergamaschi Vittorio?
I Bergamaschi, ricca e numerosa famiglia di agrari della Bassa Piacentina, erano stati fin dal '19 al centro delle contese politiche della zona. Il 4 ottobre 1919 la Camera del Lavoro di Piacenza aveva proclamato uno sciopero agricolo per ottenere più sensibili aumenti salariali. Frequenti furono i luttuosi incidenti che si verificarono durante questo sciopero in quasi tutta la provincia, perché si lavorava in molti centri nonostante che i leghisti cercassero di ostacolare l'attività delle macchine agricole, incendiassero fienili, lasciassero il bestiame senza foraggio. L'episodio più grave si ebbe a Mercore di Besenzone nel podere Casa Bianca dei fratelli Bergamaschi. « Erette barricate, i Bergamaschi, aiutati da militi e carabinieri montati su camion e armati di mitragliatrici, alla vista di una folla di scioperanti che li minacciava tentando di oltrepassare le barricate, spararono uccidendo cinque dimostranti e ferendone numerosi altri ». (dal quotidiano Libertà di Piacenza 12-10-1919). Con sentenza 6-4-1920 la Ecc. Sezione di Accusa presso la Corte di Appello di Parma dichiarò non doversi procedere contro i Fratelli Bergamaschi, il cugino Romeo, Grecchi Giovanni e Giuseppe e Gravaglia Fiorenzo, nei confronti di alcuni per inesistenza di reato, avendo agito in istato di legittima difesa, e nei confronti di altri per non aver concorso nel fatto. Da allora però i Bergamaschi furono boicottati, perseguitati in ogni modo con minacce ed intimidazioni anonime e additati nei comizi e nei giornali socialisti all'odio popolare « siccome sanguinari e assassini ».
Si era intanto costituita anche in Busseto una sezione dei Fasci Italiani di Combattimento alla quale aderì Bergamaschi Vittorio. Egli viene ricordato da quanti lo conobbero come giovane robusto ed audace, generoso e facile all'entusiasmo, uso al comando, pronto di mano, irresistibile seduttore. Non è quindi da stupirsi che contro di lui in particolare si appuntasse l'odio degli avversari politici.
Pochi giorni prima la sua morte, Bottarelli Gina, contadina al servizio dei Bergamaschi, s'incontrò presso la stazione tramviaria di Busseto con Cerri Vito, il quale ebbe a dirle come non sarebbero passati otto giorni che Vittorio sarebbe stato ucciso.
Eccoci così alla fatidica domenica di carnevale. Cielo bigio e freddo pungente, nevischio nell'aria, gioventù turbolenta, animi divisi, accesi dal vino, dal risentimento, paura e baldanza sotto le maschere, occasioni attese e piani di congiura. Una sequenza notturna di fatti, che siamo in grado di seguire quasi ora per ora, attraverso la relazione del Pubblico Ministero, ci porterà alla tragica alba insanguinata da tre cadaveri e da numerosi feriti.
La sera del 6 febbraio si svolse nel Teatro Verdi di Busseto un veglione organizzato dai socialisti ma con carattere apolitico, sicché poterono parteciparvi alcuni fascisti. La maggior parte di questi e i signori del luogo tuttavia si riunirono per una festa privata nei locali della Società Sportiva, sopra il Caffé Roma, dove furono anche Bergamaschi Vittorio col fratello Ferdinando, il cugino Luigi e alcuni loro contadini. Verso le ore 22 e 30 si presentava alla porta del circolo Ugolini Massimo pretendendo di entrare, ciò che gli fu impedito, oltreché per il fatto che non era socio ed era conosciuto come elemento turbolento, anche perché Grassilli Luigi consigliò di non riceverlo essendo armato di coltello.
Alle ore 4 circa la contadina Bottarelli Gina coi fratelli Albino ed Emilio abbandonò la festa per recarsi presso lo stallo di Massera Gigina a ritirare i suoi abiti ed a provvedersi di un mezzo di trasporto per raggiungere la Casa Bianca. Lungo la strada s'imbatterono in un individuo mascherato che essi riconobbero senza esitazione per Cerri Vito. Costui si appressò a loro non appena ebbero raggiunto lo stallo e, minacciandoli colla rivoltella, disse che non dovevano partire, che erano gentaglia dei Bergamaschi ed altre frasi del genere. I Bottarelli spaventati ritornarono al circolo e riferirono l'incidente. Secondo le dichiarazioni di Bergamaschi Luigi sembra che il Cerri, ritornato in teatro dopo l'episodio, avesse dichiarato che alcuni li aveva messi a posto, e che poi avrebbe messo a posto gli altri. Intanto i Bergamaschi ed altri soci del circolo, dopo aver accompagnato i Bottarelli sin fuori le mura, fecero un giro per il paese onde sventare eventuali e temuti agguati; ma, siccome tutto appariva tranquillo, raggiunsero il circolo dove la festa continuava lietamente a svolgersi.
Alle ore 5 e 30 circa il ballo ebbe termine. I Bergamaschi uscirono dal circolo che si trovava in Via Roma e lunghessa si avviarono con altri verso la piazza Affò (ora Piazza Matteotti), dove si divisero: Sagliani Rino colla fidanzata si fermò all'imbocco di via Provesi, Bergamaschi Vittorio e Luigi proseguirono questa strada per accompagnare all'abitazione Balestra Giovanni, mentre i contadini Agnoli Corinno e Rizzi Alberto, quasi guardie del corpo, li attesero di ritorno all'inizio di via Ghirardelli. Secondo un'altra versione, non solo il Balestra, ma anche due signorine furono riaccompagnate a casa.
Lungo la via Roma era stato notato dal Sagliani un gruppo d'individui, uno dei quali si staccò e prese a camminare presso i Bergamaschi nella stessa loro direzione. Era alto ed aveva un lungo mantello e fu da tutti esattamente riconosciuto per Cerri Vito. Lo scorse il Balestra che ne fu così impressionato da pregare gli amici d'accompagnarlo a casa; lo scorse Bergamaschi Luigi seguendolo con gli occhi fino all'altezza di via Piroli dove lo perse di vista, senza peraltro poter affermare se avesse svoltato in quella strada, nella quale si trovava allora la Camera del Lavoro.
I contadini Agnoli e Rizzi erano rimasti come si è detto ad attendere i Bergamaschi e da circa mezz'ora si trovavano in quel luogo quando videro passare tre giovani con una donna, quindi un individuo alto coi capelli arricciati ed avvolto in un mantello, ed infine un'altra persona pure ammantellata.
Quest'ultima che aveva sotto il mantello un moschetto, di cui i due contadini scorsero esattamente la canna volta a terra, li avvicinò e poterono riconoscerla per Braibanti Luigi detto Siton.
I Bergamaschi di ritorno dall'aver accompagnato il Balestra s'imbatterono nella donna e nei due giovani che non riconobbero; un quarto invece, perfettamente riconosciuto per Cerri Vito, si fermò un istante alla loro altezza: dalla destra dove si trovava passò a sinistra presso il muro di cinta dell'odierno Asilo infantile, con un movimento che parve dovesse celare qualcosa che portava sotto il mantello. Ma i due Bergamaschi non si preoccuparono: raggiunsero Sagliani che dalla porta della casa della fidanzata aveva pur egli poco prima visto passare il Cerri, e proseguirono insieme la strada. Pochi passi prima di arrivare all'incrocio tra via Povesi e via Ghirardelli, essi videro passare e riconobbero il Braibanti Luigi. In quella stessa guisa lo avevano pochi passi prima riconosciuto i due contadini Agnoli e Rizzi, i quali assistettero pure alla scena seguente: incrociato il gruppo dei Bergamaschi, ecco il Braibanti proseguire pochi metri e quindi improvvisamente volgersi ed esplodere un colpo di moschetto contro di loro. All'improvvisa aggressione Sagliani, Agnoli e Rizzi, presi dalla paura, si dettero alla fuga, continuando però ad udire il rumore di altri colpi che al primo seguirono numerosi. Alla prima esplosione i Bergamaschi si volsero e mentre Vittorio estraeva la rivoltella, il Braibanti sparò un secondo colpo che forse per Vittorio fu il fatale.
Vittorio quella sera, come faceva da alcuni mesi, indossava sotto la camicia una speciale corazza antiproiettili ed aveva in tasca una rivoltella: è questo il ricordo lontano ma indelebile di una signora che ballò con lui le ultime danze.
Mentre Luigi cercava di soccorrere il cugino ferito alla gola, ed il Braibanti si allontanava rapido, altri colpi di moschetto furono esplosi contro di lui, questa volta da Cerri Vito. Egli non interruppe l'opera pietosa e riuscì a trascinare il cugino morente sino a via Ghirardelli, lasciandolo poi per correre in cerca di soccorso. Intanto dal giardinetto isolato che si trovava, e ancora si trova, se pur mutato, di fronte all'Albergo Sole, nuovi colpi erano sparati, probabilmente da persone diverse. Quante con precisione? Si volle coprire la fuga del Braibanti o uccidere ancora? C'è chi afferma che spari arrivarono anche dai tetti e da alcune finestre. Forse il colpo mortale fu veramente sparato dall'alto: anche la perizia d'altronde sembra supporlo quando afferma che il foro d'uscita del proiettile fu più basso di quello d'entrata. Chi può dire che il colpo mortale sia stato proprio quello del Braibanti? Anche egli tuttavia è rimasto ferito, di striscio alla guancia sinistra, forse quando s'è riparato nel vespasiano dell'odierno viale Affò, dove le pallottole gli fischiano sul capo forandogli il cappello. Egli corre stravolto all'Ospedale, bussa a gran colpi, atterrito: Aprite in nome di Lenin, aprite, sono Siton! Poi s'allontana al sopraggiungere di ignoti. E' a casa, in Codalunga: c'è chi lo sente bestemmiare con la madre; la sua bicicletta è rotta, non utilizzabile; un vicino rimasto sconosciuto gli presta la sua, e subito alla macchia, verso Spigarolo, lontano dal paese, dagli spari, sotto il nevischio che ora s'è fatto più fitto.
Anche il Cerri è fuggito, nascondendosi nel forno di Moroni, in via Provesi. Bergamaschi Luigi è ritornato presso il morente Vittorio con un materasso requisito in via Roma. Non è più solo, c'è chi lo aiuta; il ferito è portato sotto il primo portico di sinistra sulla via principale: lì Vittorio esala l'ultimo respiro. Poco dopo all'Ospedale ne registreranno la morte.
Tutto il paese ha sentito gli spari, forse non son già più quelli dell'agguato, ma di gruppetti isolati a caccia degli aggressori; s'aprono le finestre, la voce dell'assassinio è sulla bocca di tutti, mentre s'annunciano le prime scarse luci dell'alba.
Riprendiamo il racconto dei fatti seguendo la relazione del Procuratore del Re. « La notizia dell'omicidio si diffondeva rapidamente in città. L'appuntato dei RR. CC. Alessandrucci Orlando, Comandante interinale della stazione di Busseto, avvertito del fatto da persona sconosciuta, si recò col milite Tavani all'Ospedale, constatò il decesso e, avuta notizia che l'autore materiale dell'omicidio era Braibanti Luigi, ne dispose immediate ricerche accompagnato da Merli Giovanni che si offrì di essere guida. I due militi ed il Merli da via dell'Ospedale tornarono in via Roma dirigendosi verso la Caserma, ma, giunti all'altezza di via Vitali, uscirono dai portici di destra una trentina d'individui i quali investirono il Merli con ingiurie e minacce ».
Ha inizio qui il secondo conflitto a fuoco, al centro del paese, di fronte e sotto il portico del Monte di Pietà. « L'appuntato cercò quietare i violenti, ma inutilmente ché da essi partì un primo colpo di rivoltella. Il Merli si allontanò fuggendo, ed i carabinieri aggrediti dovettero fare uso delle armi. Su questo secondo gravissimo episodio le risultanze istruttorie sono scarse e parzialmente discordi: ciò ben si comprende in quanto, di fronte alle dichiarazioni pressoché concordi dei militi e del Merli, contrastanti sono le deposizioni degli altri e particolarmente dei feriti. Il Merli, amico del Bergamaschi Vittorio, aveva preso parte alla festa, ne era uscito subito dopo gli altri ed aveva sentito i colpi di arma da fuoco. Passando lungo il corso principale udì ch'era stato ucciso Vittorio dal Braibanti: colui che gli avrebbe dato questa notizia era Balestra Giacomo. All'Ospedale, dove ebbe la conferma della ferale notizia, si offrì di guida ai Carabinieri. Quando questi con lui vennero aggrediti, il Merli riconobbe senza errore Balestra Giacomo; Ugolini Gino; Demaldé Gino; Rizzi Luigi e Curtarelli Alfredo, ed ebbe la sicura impressione che fossero tutti armati. Si allontanò fuggendo seguito dal Carabiniere: vide cadere Curtarelli, ma non sa se fu ferito dall'appuntato o dal milite. Nega di aver sparato colpi di rivoltella.
L'appuntato Alessandrucci racconta come furono circondati da numerose persone che ingiuriavano e minacciavano il Merli, come avesse cercato inutilmente di calmare gli aggressori, come infine rimase solo, ché Merli e il Carabiniere erano fuggiti, come gli venne strappato il mantello dagli uni, afferrato da altri il moschetto, sicché dovette sparare il primo colpo a mitraglia, e successivamente, siccome i violenti non disarmavano ed anzi lo ferirono alla testa, esplose ancora quattro colpi: vide cadere colui che poco prima gli teneva il moschetto. L'Alessandrucci riportò lesione superficiale alla regione frontale destra prodotta da arma da fuoco, presumibilmente pistola o rivoltella, dichiarata guaribile in quindici giorni e guarita in effetto in sette. Il Carabiniere Tavani dichiarò che furono circondati da numerose persone imprecanti contro il Merli; che, quando questi fuggì, si udirono numerosi colpi di arma da fuoco; che egli si trovò lontano dall'Appuntato e si celò dietro il portico.
Nel conflitto rimase ucciso Ugolini Massimo fu Pietro d'anni 36 da Busseto, lo stesso che la sera aveva preteso entrare al Circolo Sportivo. Fu raccolto nel luogo del conflitto Fragni Attilio di anni 23, il quale presentava ferite multiple, alcune delle quali penetranti la cavità polmonare sinistra. Interrogato, il Fragni disse che col fratello Domenico aveva partecipato al veglione e all'uscita era capitato per caso nel mezzo del conflitto e che l'Appuntato lo aveva preso di mira col moschetto. Il Fragni morì il 16 febbraio successivo per le ferite riportate.
Rimase pure ferito Curtarelli Alfredo di anni 21 da Busseto: egli presentava lesioni da arma da fuoco al collo. Guarì in circa 30 giorni. Egli fu trovato in possesso di rivoltella senza permesso e di coltello a lama fissa a punta acuminata. Interrogato da prima come parte lesa, dichiarò che, essendo uscito dal veglione, si era indirizzato lungo la via Roma per fare un piccolo giro in paese; che sotto i portici aveva trovato alcuni giovani sconosciuti coi quali si era unito; che presso la Caserma aveva scorto due Carabinieri con alcuni borghesi che non gli parevano in atteggiamento aggressivo; che, fatti pochi passi oltre, uno di quelli che stava coi Carabinieri e che riconobbe per il Merli gli puntò contro la rivoltella esplodendo un colpo. Sono dichiarazioni evidentemente false ed il motivo della falsità è fatto palese dalle già ricordate dichiarazioni del Merli il quale scorse Curtarelli armato tra gli aggressori, lo indicò siccome quello che per primo tentò raggirarlo e lo vide cadere colpito mentre aggrediva l'Appuntato. Il Curtarelli fu altresì visto poco prima del conflitto al Caffè Centrale maneggiare minacciosamente una rivoltella imprecando ai fascisti. Rimase infine ferito di arma da fuoco alla gamba destra Racchi Eligio di anni 22. Sottoposto a primo interrogatorio come parte lesa, disse di essere stato ferito in via Roma da un colpo che non doveva essere diretto a lui che era estraneo al conflitto, non ne conosceva le cause, né i partecipanti ».
Chi erano dunque le persone che vennero a conflitto colla forza pubblica? Un gruppo eterogeneo capitato lì per caso? Gli stessi che dal giardinetto di Piazza Affò coprirono sparando la fuga del Braibanti e del Cerri? Quale legame tra le due sparatorie a poco meno d'un'ora di distanza l'una dall'altra? Le indagini non riuscirono a stabilire con prove la connessione, anche se la intuirono.
Da prima furono arrestati per questo secondo gravissimo fatto i tre feriti: Fragni Attilio (una settimana dopo defunto); Curtarelli Alfredo e Racchi Eligio, quest'ultimo presto scarcerato. Successivamente i Carabinieri denunciarono come partecipanti all'aggressione altre undici persone, alcune ancora viventi.
Tutti gli imputati negarono gli addebiti, cercando di giustificare la loro presenza sul luogo del conflitto. Non si procedette invece nei confronti dei Carabinieri per aver agito in istato di legittima difesa. Al Merli fu contestato il delitto di lesioni qualificate in persona del Curtarelli. In seguito tutti furono prosciolti e beneficiarono anche delle amnistie intervenute inutilmente in quei mesi a pacificare gli animi degli italiani. Alcuni però subirono la vendetta fascista e dovettero lasciare il paese. Il Curtarelli, ad esempio, qualche mese dopo essere stato prosciolto, fu aggredito da una squadra fascista nel letto di sua madre, in cui s'era celato sotto una montagna di coltri: pugnalato in più punti, fortunatamente in modo non grave, guarì e riparò in Francia clandestinamente.
Le lettere anonime, che pervennero alle Autorità inquirenti e che sono allegate agli atti giudiziari, parlano esplicitamente di complotto preordinato ai danni dei Bergamaschi e non solo di loro, e sono ricche di nomi e circostanze forse fantasiose: ci fu congiura, divisione di compiti, occultamento di armi presso famiglie bussetane, favoreggiamenti nelle fughe con preparazione di documenti falsi e passaporti per l'Estero. Oggi ancora le voci parlano di complotti a scopo di vendetta politica: una fonte sicura ci ha precisato anche questo romanzesco particolare, che cioè tra i congiurati ci fu estrazione a sorte del sicario nella persona del Braibanti che fra le lacrime accettò il compito crudele. Ad aggravare la posizione del Braibanti e del Cerri furono raccolte allora alcune testimonianze atte a stabilire la loro premeditazione. « La teste Grandini disse di aver saputo che il Braibanti deteneva due moschetti; Benda Pietro, vecchio garibaldino, portiere del Circolo di Lettura e Conversazione, fu il 29 gennaio aggredito dal Cerri; Bottazzi Fermo alle ore 4 circa del 7 febbraio trovò sulle gradinate del Teatro Verdi il Cerri mascherato che gli disse di aver incontrato i Bergamaschi (voleva riferirsi alla Bottarelli e fratelli), che li aveva minacciati colla rivoltella che ancora mostrava, e che dovevano essere uccisi; i testi Aimi, Carrara e Gardella, che si trovarono al veglione nel Teatro Verdi, ebbero l'impressione che qualcosa si andasse tramando ».
Cerri Vito, inseguito da alcuni fascisti, fu tratto in arresto dai Carabinieri la mattina stessa del fatto. Il Braibanti, come s'è visto, riuscito a fuggire, fu arrestato a Pianello Val Tidone 1'8 marzo successivo. All'atto dell'arresto dette da prima false generalità, favorito dai contadini che lo ospitavano, ma finì per essere scoperto e al Maresciallo dei Carabinieri ammise di aver ucciso il Bergamaschi per legittima difesa. In seguito, interrogato più volte negò ogni addebito, come aveva sempre negato il Cerri. Il processo a loro carico ebbe termine solo il 17 novembre 1923 e vide condannati Braibanti e Cerri, rispettivamente ad anni venti e mesi dieci, e ad anni dieci e mesi cinque, di cui quattro condonati. Ma solo il Cerri uscì di carcere, essendo nel frattempo impazzito il Braibanti.
Finora abbiamo seguito le risultanze dell'inchiesta giudiziaria integrandole con i ricordi e i si dice raccolti in paese. I giornali, Gazzetta di Parma e Libertà di Piacenza, furono in proposito assai stringati, limitandosi ad una scarna incompleta ricostruzione dei fatti. Elementi nuovi, e in parte contrastanti con la versione giudiziaria, ci vengono dati da G. A. Chiurco nel 3° volume della sua Storia della Rivoluzione Fascista (Firenze 1929). Vi appaiono personaggi e circostanze degne di attenzione, ma tali da chiarire solo in parte le zone d'ombra non illuminate dal processo.
« Il 7 gennaio del 1921 per le vie di Busseto, nelle prime ore mattutine, si svolgeva uno dei più gravi eccidi che abbiano segnato tappe luminose nella evoluzione del Fascismo parmense. Era appena stato costituito il Fascio di combattimento di Busseto, che però non portava ancora tale denominazione ufficiale, e figurava essere in quel primo tempo una semplice società di carattere sportivo. Ricorrendo il carnevale, i bolsevichi, che tenevano in completo potere la regione, avevano organizzato il tradizionale veglione danzante nel locale Teatro Giuseppe Verdi. I fascisti, per non confondersi con i rossi, avevano organizzato per proprio conto un'altra festa danzante nei locali della sede della società sportiva.
Le due feste si svolsero durante tutta la notte senza che le inevitabili provocazioni dei rossi portassero a tristi epiloghi. Nel Teatro Giuseppe Verdi infatti il fascista Alcide Aimi, che allo scopo di vigilare i movimenti degli avversari partecipava alla loro festa, durante un intervallo fra un ballo e l'altro, era stato minacciosamente provocato da alcuni elementi mascherati, dai quali era stato appostato in un punto adatto del teatro stesso. Il camerata Aimi con un rapido movimento potè sottrarsi alla cerchia degli avversari riuscendo ad avvisare i suoi altri amici partecipanti alle danze del serio pericolo che stavano per correre. Erano ormai le sei del mattino ed ai sovversivi urgeva di svolgere un'altra importante azione che doveva appunto compiersi a quell'ora. Cessarono così le danze e la folla evacuò.
L'Aimi e gli altri si recavano al Caffè Centrale, sostando intorno ad un tavolo. Improvvisamente una ciurma schiamazzante di bolsevichi entrava, ed uno fra i più notori scalmanati, estraendo una rivoltella carica, la puntava decisamente contro il gruppo dei fascisti, tenendola spianata, finché un animoso non potè improvvisamente deviarne il braccio. Ma intanto era stato ucciso Vittorio Bergamaschi, agricoltore, ex combattente, capo fascista della zona, di 24 anni ». E qui il Chiurlo ci racconta nel modo che già conosciamo l'agguato e la morte del Bergamaschi, proseguendo poi:
« Frattanto la squadra sovversiva che aveva tentato precedentemente le sopra descritte provocazioni, scendeva da una via laterale verso la sede del Fascio, con proposito di cogliervi all'improvviso i rimanenti fascisti e massacrarli. Fortunatamente i fascisti, fra i quali Peppino Verdi, segretario politico, Giovanni Merli, Arturo Lodigiani, Francesco Carrara, Aldo Porcari ed altri, erano già usciti, cosicché lo scontro poté effettuarsi in campo aperto fra fascisti e carabinieri da una parte e sovversivi dall'altra. La battaglia fu oltremodo violenta. Nella mattinata plumblea, cadendo la neve, crepitarono a lungo i moschetti e le rivoltelle. Inseguimenti e scontri. Alla fine giacevano sul terreno tre morti e vari feriti.
Così si concludeva quel triste mattino in cui altri fascisti, secondo i piani preordinati del sovversivismo locale, avrebbero dovuto perdere la vita.
Fra questi indubbiamente Alcide Aimi, il quale già nell'ottobre del 1920, alle tre di notte, di ritorno da un convegno cui avevano partecipato Vittorio e Luigi Bergamaschi, nei pressi di Vidalenzo, e precisamente di fronte alla Villa Verdi, era stato seriamente aggredito da tre sovversivi, poi individuati, e precipitato in un fossato.
L'eccidio ebbe, come il sangue di tutti martiri, a generare la santa violenta reazione fascista, che della regione parmense piacentina fece immediatamente un campo di distruzione di tutto ciò che era sovversivismo, iniziando poi uno dei più brillanti esperimenti politici e sindacali che formano di quella terra un titolo di alto orgoglio ». E qui lasciamo il Chiurco al suo trionfalismo fascista.
Qualche attenzione merita la figura di Braibanti Luigi. C'è chi lo ricorda in paese come giovane e attivo muratore, di famiglia povera, forte bevitore, esaltato dalle idee politiche, strano fin da ragazzo, un misto talvolta di violenza e gentilezza, inquieto sempre, a trent'anni già incorso nella Giustizia per piccoli furti e per diserzione. Il suo arresto avviene come si è detto a Pianello Val Tidone in casa di anarchici. Grida « Viva la rivoluzione! » Ha alla guancia sinistra una ferita non ancora rimarginata d'arma da fuoco, il cui proiettile si nota tra carne e pelle presso l'orecchio sinistro. In tasca gli vengono trovati una tessera del partito socialista e una della lega proletaria, alcune cartoline illustrate della società editrice Avanti e cinque mezzi fogli di taccuino da cui trascriviamo alcune frasi, quasi sicuramente citazioni di stampa. « prodi e martiri debbono sacrificarsi tutto alla causa del proletariato, la loro azione momentanea consiste nel togliere la vita a tutti quei borghesi parassitari che fanno propaganda per la distruzione del proletariato stesso e trucidare senza pietà tutti coloro che osarono uccidere i nostri compagni ... procurare armi per il giorno della riscossa, fare rappresaglie verso quei padroni e crumiri che non si piegano. Imitate le gesta dei figli della Russia ». C'è poi l'abbozzo di una lettera scritta all'amico Swich Luigi militare a Milano: « ... appresi la triste vita che stai trascorrendo sotto l'infame divisa dei difensori della ricchezza borghese ... sì o caro compagno, purtroppo voi soldatini altro non siete che l'istrumento reazionario che ... » Sull'ultimo foglietto un breve pro memoria contro una maestra che male ha parlato di fronte agli scolari del socialismo, accusandolo « di voler i denari dei ricchi e di aver fatto la spia durante la guerra ».
Il Braibanti sconterà pesantemente il suo delitto, sconterà per tutti, i mandati se ci furono, i collaboratori che ci furono, morendo pazzo in un manicomio criminale. La perizia sul suo stato "mentale, stesa dal Direttore del Manicomio di Reggio Emilia, lo dice normale prima e durante il processo. Solo in seguito ci fu simulazione di pazzia. Che cosa provocò la profonda e progrediente alterazione della sua personalità dal novembre 1921 in avanti? A Busseto circola ancora la voce che, oltre la predisposizione di carattere anche famigliare, la causa prima fosse la violenza subita in carcere, le botte continue per fargli confessare i nomi dei compagni. Chi può ormai più saperlo? E' con emozione profonda, mista a pietà, che oggi ripensiamo a tempi così vicini e così oscuri.
Anche il funerale di Vittorio Bergamaschi merita di essere ricordato. I fascisti si proposero di fare del funerale del giovane capo una dimostrazione di forza e di esaltazione patriottica.
« Appena giunta a Parma la notizia del vile assassinio, il Fascio si pose a disposizione dei camerati bussetani. Per i funerali con un tram speciale, disposto dal Comm. Giuseppe Muggia, giunsero centinaia di fascisti della provincia, ai quali vennero tesi agguati lungo il percorso, specialmente nelle zone di Roncocampocanneto e di Soragna. Venne fatta esporre la bandiera nazionale dal Municipio, occupato dai fascisti piacentini, fra i quali trovavasi anche il valoroso squadrista Vladimiro Bruschi di Soragna. Al martire Vittorio Bergamaschi vennero tributate in Busseto solenni onoranze con la partecipazione di numerose rappresentanze dei Fasci primogeniti di Milano, Bologna, Ferrara, Parma, Piacenza, Cremona » (Chiurco, Storia ecc., cit.).
Anche Roberto Farinacci, che tra breve diverrà una delle figure di primo piano nella storia del fascismo italiano, partecipò ai funerali e pronunciò un discorso. Farinacci tornerà a Busseto anche nell'ultima celebrazione ufficiale svoltasi, quella del 1944.
Mussolini inviando alla famiglia Bergamaschi un telegramma di condoglianze, si scusava di non aver potuto essere presente come aveva sperato:
« Mi duole ancora di non aver potuto onorare coi fiori della mia gratitudine e della mia fede fascista la fossa di uno dei primi e dei più intrepidi martiri piacentini. Me ne è mancato il tempo, non la volontà. L'ho fatto spiritualmente. Mussolini ».
Stralciamo ora alcuni brani della stampa piacentina i cui cronisti lasciarono una descrizione della cerimonia, che testimonia del clima politico tinto in quella circostanza di sacralità patriottica e di misticismo ideologico.
« Sul feretro è il fascio mandato dai fascisti piacentini con questa dedica: Al martire di Busseto i fascisti piacentini. Avvolge il feretro un'ampia bandiera dai colori nazionali ... Dopo lo stuolo dei parenti seguono í fasci con le loro bandiere. Un gruppo di giovani punteggia il corteo con gagliardetti tricolori ... Al suo passaggio tutti si scoprono. Finestre e balconi sono affollatissimi. Molti piangono. Il quadro è imponente. Nel corteo vi sono molte rappresentanze di associazioni agrarie venute dal difuori. Nel cielo compare un aeroplano su cui si trova Mario Cantù venuto da Piacenza a rendere omaggio all'amico scomparso. Dal velivolo getta mazzi di viole sulla bara e sul corteo ... Il feretro è preceduto da un raggruppamento di fascisti che formano una massa imponente prima che la salma da Busseto si diriga verso il cimitero di Mercore, ove verrà sepolta. I vessilli e i gagliardetti si rinserrano intorno alla spoglia mortale e la coprono in un rito che pare un giuramento. Parlano fra i singhiozzi di molti Roberto Farinacci a nome del Comitato Centrale dei Fasci Italiani, il Prof. Anchise Vagnotti, Luigi Michelazzi .... Dopo i funerali i fasci si raggruppano in una sola falange sul piazzale della scuola eppoi percorrono, in serrate fila, tutto il corso e giungono alla sala del Municipio cantando l'inno dei fascisti » (dal quotidiano Liberta 11-2-1921).
L'affermazione di forza impressionò enormemente tutta la zona. Conclude il Chiurco: « Ne seppero trarre profitto il capitano Bruschi che fu fra i primissimi a prendere il comando delle squadre d'azione, ed Alcide Aimi che fu il primo regolare segretario politico, poi seguito da Peppino Verdi, e che comandò a lungo le squadre d'azione della bassa provincia fondando poi il sindacalismo fascista di questa regione ».
L'eloquenza dei fatti non ha bisogno di commento, ma vano sarebbe oggi giudicare uomini e situazioni: il passato ci domanda piuttosto comprensione e concordia.
Mirella Tramelli e Corrado Mingardi
GLI INCUNABOLI DELLE BIBLIOTECHE DI BUSSETO
a cura di Gabriella Sartori
Busseto vanta non una, ma due biblioteche di prestigio: oltre alla nostra risalente al 1768 e ricca di oltre 24.000 volumi, c'é quella del Convento Francescano di Santa Maria degli Angeli, fondata dai Pallavicino nell'ultimo scorcio del secolo XV. Pur non essendo di solito aperta al pubblico, vi hanno libero accesso studenti e studiosi. Dotata di circa 7.000 volumi, non ancora tutti modernamente schedati, si segnala per la notevole raccolta di corali miniati del XIV e XV secolo, capolavori simili a quelli posseduti dalla Collegiata di San Bartolomeo. Numerose sono le cinquecentine, 450, e di gran pregio gli incunaboli. Ma molto più numerosi dovettero essere, se già l'Affò deplorava la perdita di alcuni, tra cui un, Lattanzio del 1468, e qualche decennio dopo, a tempesta napoleonica passata, altri ne erano venuti a mancare, secondo Pietro Vitali, che più non reperiva un Plinio stampato a Roma nel 1470 e uno a Parma nel 1476, oltre all'Astronomicon di Marco Manilio (Milano 1489) e al Giovenale (Venezia 1478) entrambi emendati e postillati dall'umanista bussetano Stefano Dolcino. Nella seconda metà dell'Ottocento scomparvero anche il De Civitate Dei di Sant'Agostino (1470) e gli Annales di Tacito (1488). Tuttavia, nonostante le manomissioni, gli incunaboli erano allora circa cento.
L'Annuario delle Biblioteche Italiane (Roma 1969) ne segnava 78, ma è da credere sia caduto in errore, perché oggi la Dott.sa Gabriella Sartori ne ha trovato solo 29. A lei che si è laureata da poco con una tesi sulla biblioteca dei nostri Francescani, e ne ha schedato tutta l'antica dotazione, abbiamo chiesto di fornirci, coi dati storici sopra riportati, anche l'elenco completo di tutti gli incunaboli del Convento e del Monte.
Gli Incunaboli della Biblioteca Francescana
di S. Maria degli Angeli
1 ALBERICUS de Rosate
Super statutis.
Milano, tip. Filippo da Lavagna, ed. Pietro Antonio Castiglione, 13 giugno 1493. 2°, got.
I.G.I. 142
2 - ANGELO (F.) da Chivasso
Summa Angelica.
Venezia, Nicolò da Francoforte, 30 ottobre 1487. 8°, got. I.G.I. 561
3 ANGELO (F.) da Chivasso
Summa Angelica de casibus conscientiae.
Venezia, Giorgio Arrivabene, 22 ottobre 1487. 8°, got. I.G.I. 560
4 ANTONINO (S.) da Firenze
Confessorum refugium atque naufragantium poi tus tutissimus defecerunt, titulus de restitutionibus. Segue: ANGELUS de Periglis: De societatibus.
Brescia, Angelo Britannico, 27 febbraio 1500. 8°, got.
I.G.I. 655
5 - ASTESANUS
Summa de casibus.
Venezia, tip. Leonhard Wild, ed. Nicolò da Francoforte, 28 aprile 1480. 2°, got.
I.G.I. 926
Volume incompleto, contiene solo i primi 4 libri, da cc. a1° -
- x10, 3,12. Mancano le seguenti parti: yy12, 1 - 91°, 108.
6 - BARTOLO (F.) da Sassoferrato
Super secunda Infortiati cum additionibus antea positis: additis etiam apostillis Andree Barbatie. Cum additionibus Do. Alexandri de Imola, Venezia, Battista Torti, 24 novembre 1500. 2°, got.
I.G.I. 1392
7 - BIBLIA [in latino]
Venezia, Giorgio Arrivabene, 27 febbraio 1487. 4°, got. I.G.I 1671
8 - BIBLIA [in latino]
Cum glossis ordinariis et interlinearibus, com. Valafridus Strabo, selmus Laudunensis, Nicolaus de Lyra, Guillelmus Brito. Segue: NICOLAUS De Lyra: Contra perfidiam Iudaeorum. Parti I - IV. Venezia, Paganino Paganini, 18 aprile 1495. 2°, got,
I.G.I. 1691
9 - BIEL, Gabriel
Expositio sacris canonis missae.
Lione, Jean Crespin, ed. Guilleaume Boulle, 1494. 4°, got.
10 - BONAVENTURA (S.)
Opuscula.
Brescia, Bernardino Misinta, ed. Angelo Britannico, 17 dicembre 1495. 4°, got.
I.G.I. 1933
11 - BONIFACIO VIII, Papa
Liber sextus Decretalium. Comm. Bartolomeo da Brescia. Venezia, s.t., 26 giugno 1498.
12 - BUSTI, Bernardino Rosarium sermonum.
Venezia, Giorgio Arrivabene, 31 maggio 1498 e 16 agosto 1498. 4°, got.
e rom. 2 esemplari. I.G.I. 2285
13 - DURAND, Guilleaume
Rationale divinorum ofificiorum.
Venezia, tip. Boneto Locatelli, ed. Ottaviano Scoto, 7 aprile 1491. 2°, got.
I.G.I. 3641
14 - GAETANO (S.) da Thiene
Expositio super libros Aristotelis De Anima; Quaestio de sensu agente; Quaestio de sensibilibus communibus; Quaestio de intellectu. [Segue: ] YOHANNES de Gandavo: Quaestiones super librum Averrois De Substantia orbis.
Venezia, tip. Boneto Locatelli, ed. Ottaviano Scoto, 23 dicembre 1493. 2°, got.
I.G.I. 2341
15 - GRATIANUS
Decretum seu concordantia discordantium canonum, cum apparatu Bartholomei Brixiensis.
Venezia, Gisberto de Sontenburch, ed. Adam Rotweil, (non prima del 25 gennaio 1480). 4°, got.
I.G.I. 4399
16 - GREGORIO IX, Papa
I.G.I. 4399
Decretales, cum glossa.
Venezia, Bartolomeo de' Blavi, Andrea Torresani e Maffeo de Pater-
bonis, 22 giugno 1482. 4°, got.
I.G.I. 4459
17 - GREGORIO IX, Papa
Decretales, cum glossa.
Venezia, Andrea Torresani, 4 marzo 1498. 8°, got. I.G.I. 4475
18 - HUGO (Card.) di Santo Caro
Postillae super totum Psalterium.
Venezia, tip. Gregorio e Giovanni Gregori, ed, Stefano e Bernardino de' Nallis, 12 novembre 1496. 2°, got.
B.M.C., V, 349
19 - LEUWIS, Dionisius de, de Rickel
Specula omnis status humane vite. Norimberga, Peter Wagner, 1495. 4°, got. B.M.C., II, 465
20 - MAGISTER, Johannes
Quaestiones super tota philosophia naturali cum explanatione textu Aristotelis secundum mentem Scoti.
Venezia, tip. Boneto Locatelli, ed. Ottaviano Scoto, 30 maggio 1487. 4°, got.,
I.G.I. 5940
21 - MAGISTER, Johannes
Summule. Comm. Petrus Hyspanus.
Venezia, Ottaviano Scoto, 9 settembre 1490. 4°, got.
22 - MAYRO, Franciscus de
Sermones de' Sanctis; Tractatus.
Venezia, Pellegrino Pasquali, 11 novembre 1493. 4°, got. e rom. I.G.I. 6311
23 - MAYRO, Franciscus de
Sermones de tempore; Sermones quadragesimales. Venezia, Bernardino Rizzo, 20 gennaio 1491. 4°, got. I.G.I. 6313
24 - NICOLAUS (F.) de Lyra Postilla. Parti II,- III s.n.t. 2°, got.
25 - NICOLAUS (F.) de Lyra
Postilla cum Additionibus magistri Matthei super Job. Parte I. s.n.t. 2°, got. Volume lacunoso.
26 - NICOLAUS (F.) de Lyra
Postilla super Bibliam. Parti I - II
s.n.t. 4°, got. Volume con iniziali decorate.
27 - NICOLAUS (F.) de Lyra
Postilla. Parte II
s.n.t. 4°, got. Iniziali miniate.
28 - ORBELLIS, Nicolaus de
Logica una cum textu petri hyspani.
Venezia, Albertino Vercellese, 10 marzo 1500. 4°, got.
Short title Cat. = pag. 360, sotto la voce: John XXI, Papa.
29 - TUDESCHIS, Nicolò de
Lectura super primo, secundo, tertio, quarto et quinto decretalium. Cum apostillis Antonii Corseti et Antonii de Butrio. [Lectura super secundo: cum additionibus Bartholomaeus de Bellenzinis]. Venezia, Gabriele da Brescia e Dionisio de' Bertochis, 30 gennaio 1493, 29 marzo 1492, 26 maggio 1492, 28 novembre 1492, 20 agosto 1492. 2°, got.
Gli INCUNABOLI della Biblioteca della Cassa di Risparmio
di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto
1 - ALBERTUS (S.) Magnus
De secretis Mulierum cum commento Henrici de Saxonia. Roma, s.t., 8 luglio 1499. 4°, rom. e got.
I.G.I. 231
2 - ALIGHIERI, Dante
La Comedia. Comm. Cristoforo Landino. Emendata da Pietro da Figino, coll'aggiunta del Credo, Pater noster e Ave Maria. Venezia, Matteo Codeca, 29 novembre 1493. 2°, rom.,
I.G.I. 365
3 - AMBROSIUS (S.)
Epistolae: De Vocatione omnium gentium. De edificatione urbis Mediolani. De Isaach et anima. De fuga saeculi.
Milano, Antonio Zarotto, I febbraio 1491. 2°, rom.
I.G.I. 425
4 - ANGELO (F.) da Chivasso
Summa Angelica de casibus conscientiae.
Venezia, Giorgio Arrivabene, 2 maggio 1495. 8°, got. I.G.I. 568
5 - ANTONINO (S.) da Firenze
Summa confessionis.
Venezia, Filippo Pinzi, 2 giugno 1495. 4°, rom. I.G.I. 650
6 - AUGUSTINUS (S.), Aurelius
De civitate dei.
Venezia, tip. Boneto Locatelli, ed. Ottaviano Scoto, 10 febbraio 1486. 4°, got.;
I.G.I. 974
7 - BIBLIA. [in latino. Precede: ] Gabriel Brunus, Tabula. Venezia, Simon Bevilaqua, 22 novembre 1494. 2°, got. e rom. I.G.I. 1677
8 - CAPELLA, Martianus
De nuptiis Philologiae et Mercuri libri duo, de Gramatica liber tertius, de Musica liber nonus.
Modena, Dionisio Bertocchi, 15 maggio 1500. 2°, rom e got. I.G.I. 2427
9 - CASSIANUS, Johannes
De Institutis Cenobiorum. De Origine, causis et remediis vitiorum. De Collationibus patrum.
Basilea, [Jo. Amerbach], 1485. 2°, got.
I.G.I. 2545
10 - FILELFO, Francesco
Orationes cum quibusdam aliis eiusdem operibus. [Seguono: ] ARISTOTELES, Rhetorica [in latino], trad. Francesco Filelfo; PLUTARCUS, Apophthegmata [in latino], trad. F. Filelfo; GALENUS, Introductorium [in latino], trad. Giorgius Valla.
Milano, Leonhard Pachel e Ulrich Scinzenzeler, 1483 - 1484 4°, rom. e got.
I.G.I. 3905
11 - GERSON, Johannes
De contemptu omnium vanitatum mundi.
Firenze, Giovanni di Pietro da Magonza, 10 novembre 1497. 8°, got. B.M.C. VI, 619
12 - GILLES de Corbeil
Carmina de urinarum judiciis.
Venezia, tip. Bernardino Vitali, ed. Gerolamo Durand, 16 febbraio 1494, 4°, got.
I.G.I. 57
13 - HUGO (Card.) di Santo Caro
Postilla super Psalterium.
Norimberga Anton Koberger, 31 gennaio 1498. 2°, got. I.G.I. 4928
14 - MUHAMMAD IBN ZAKARIYA
Ad Almansorem.
Venezia, tip. Boneto Locatelli, ed. Ottaviano Scoto, 18 settembre 1497. 2°, rom.
Short title cat. pag. 456
15 - NICOLO' (F.) da Osimo
Supplementi= Summae Pisanellae. [Seguono:] ALEXANDER DE NEVO, Consilia contra Iudaeos foenerantes; ASTESANUS, Canones poenitentiales.
Milano, Leonhard Pachel e Ulrich Scinzenzeler, 30 aprile; 22 aprile 1479. 4°, got.,
I.G.I. 6876
16 - NIGER, Franciscus
Modus epistolandi.
Venezia, Iacopo Ragazzoni, 10 aprile 1494. 4°, rom. I.G.I. 6913
17 - PLATINA, Bartolomeo [Sacchi Bartolomeo]
Liber de Vita Christi: ac Pontificum omnium. Treviso, Giovanni Rosso, 2 febbraio 1485. 2°, rom. I.G.I. 7859
18 - SIMONETTA, Bonifacio
Persecutionum Christianarum.
Milano, Antonio Zarotto, gennaio 1492. 2°, rom. B.M.C. VI, 722
19 - SIMONETTA, Giovanni
In Commentarios rerum gestarum Francisci Sphortiae. Libri XXXI. Milano, Antonio Zarotto, 23 settembre 1486. 2°, rom.
B.M.C. VI, 719
20 - STATIUS, Papinius
Sylvae. [Segue:] Papinii vita. Interpretatio Domiti Calderini.
Volume incompleto. Mancano: Thebais, Achilleis, Calderini Sappho Ovidii et in quaedam Propertii loca elucubratio.
[Milano, Antonio Zarotto, 5 giugno 1483]? 2°, rom.
Graesse, p. 479. Edizione dubbia.
BIBLIOGRAFIA E ABBREVIAZIONI
B.M.C. - Short title catalogue of printed in Italy and of Italian in other countries from 1465 to 1600 now in the British Museum. Vol. I-VII. Londra, 1958.
GRAESSE, Théodore - Trésor de livres rares et precieux. Milano. G45rlich.
I.G.I. - Indice Generale degli Incunaboli delle Biblioteche d'Italia. Roma, Libreria dello Stato, 1943 - 65.
SHORT TITLE CATALOGUE printed of Italy in the British Museum. Vol. unico. Londra, 1958.
D. FERRUCCIO BOTTI (FERRUTIUS), Spigolature d'Archivio. Quinta serie. NUOVE SPIGOLATURE VERDIANE, Parma, Battei 1971
Il molto rev. don Ferruccio Botti è ritornato nel corso dell'anno a pubblicare una nuova serie di spigolature verdiane per l'interesse e la felicità di quanti, come lui, sono insaziabili curiosi e fedelissimi innamorati del Cigno di Busseto. Ferrutius è davvero, tra il molto altro, un benemerito degli studi verdiani. La sua bibliografia sull'argomento è quanto mai ricca: GIUSEPPE VERDI, una vita giunta nel 1968 alla quarta edizione, studio rigoroso e amoroso come solo lui poteva darci; VERDI E LA RELIGIONE, 1940 (seconda edizione); VERDI E L'OSPEDALE DI VILLANOVA, (1952); VERDI NEL GIUDIZIO DEGLI INTIMI, 1952, tutti esauriti meno il primo; ed inoltre inediti Verdiani in ECCLESIA, in altre riviste e le Spigolature del 1963. Se agli studi verdiani volessimo aggiungere le altre opere dedicate a Parma, alla sua storia, ai suoi personaggi, non ci basterebbe una pagina: ricordiamo solo la sua GASTRONOMIA PARMENSE, un volume insostituibile con cinquecento ricette, cento illustrazioni, una vera summa del costume e della pratica culinaria della nostra terra.
Don Ferruccio dunque, dal suo nido rustico e selvoso di Talignano, ha voluto ancora commemorare Verdi, e questa volta nel settantesimo anniversario della morte, pubblicando le nuove spigolature. Lo ha fatto da par suo, raccogliendo con commossa attenzione anche la briciole del gran mondo verdiano. Alla presentazione di interessanti inedite lettere al Dott. Ercolano Balestra, al Maestro Tebaldini e al Marchese Pallavicino ministro di Parma, fanno corona testimonianze dirette di chi conobbe il Compositore, insieme ad un gruppo di piccoli studi dedicati a Verdi contadino delle Roncole, ai suoi genitori, ai rapporti con i giornalisti, con Italo Pizzi, con Giuseppe Vigna, con altri. Lo stile semplice e colorito dell'autore, l'immediatezza delle voci chiamate a riproporci i molteplici aspetti dell'inesauribile personalità verdiana, rendono questo fascicolo una lettura piacevole oltre che utile.
Don Ferruccio è ancora sulla breccia, attento a cogliere tra le reliquie del passato remoto e vicino, quei tesori di verità e bellezza che occorre conservare. Glielo impone come un dovere il suo animo generoso d'uomo e di sacerdote. Da lui ci attendiamo ancora tanto nuovo lavoro.
C. M.
ANNA BIANCA BAVAGNOLI VIOLA — IL TEMPO PASSATO (POESIE), Milano, Ed. Convivio letterario, 1971.
Anna Bianca Bavagnoli Viola è da pochi anni lontana da Busseto: la conoscevamo e stimavamo come moglie di un noto professionista bussetano e come madre, ma non come poetessa. E' stata quindi una gradita sorpresa leggere IL TEMPO PASSATO.
In un'armonia di toni ora lieti, ora, e forse più spesso, tristi e malinconici, troviamo nei versi la persona che « dice » se stessa, ,il suo destino di creatura umana. I misteri come il dolore e la morte, i perché della vita, la sua vita stessa di donna e di madre diventano oggetto della riflessione e fonte d'ispirazione per le sue liriche. L'uso d'immagini colte dalla natura è frequente: a volte un paesaggio, un luogo, a volte un albero o un breve intenso momento di identificazione che le fa scrivere: « Fra le lacrime vedo la natura, / ch'è una tristezza sola / col mio cuore ».
Alle liriche di ispirazione personale, alle confessioni di privato abbandono fanno riscontro componimenti di più universale impegno, così che parte rilevante hanno nella raccolta temi quali la famiglia, la Società, la Patria, la Religione, il mondo, « cordialmente intesi come carne della propria carne, alito del proprio spirito, essenza viva, vitale della propria esistenza », come è detto nella prefazione di Filippo Fichera.
Il volume è diviso in cinque parti.
IMMAGINI — Qui troviamo il maggior numero di liriche ispirate da occasioni e momenti vari della vita della Bavagnoli Viola. Il mare, la terra di Liguria « aspra e dolce », giorni di festa come il Natale, il carnevale, le stagioni, ed altro, diventano spunto di poesia. La fragilità e la piccolezza della vita umana di fronte all'universo e a Dio sono espresse nei versi di « Se guardo il capolavoro del cielo »: non vi si avverte un senso di paura o di tristezza, anzi c'è, direi, la gioia di un'anima che scopre nell'universo « l'impronta immortale di Dio ». La fede dunque fa sì che l'uomo non disperi, pur tra i dolori e le miserie: « Ricordo di Pasqua »; « L'ultimo volo ». Il dolore è sempre vivo in noi e attorno a noi, ma nell'animo umano esiste una speranza, « speranza di bene e giustizia / di pace, letizia ed amore »; « Ardiamo come candele / in fiammelle d'amore / di _speranza / di pena ».
CRONACA — Rifacendosi ad avvenimenti o personaggi del nostro tempo e dell'ultima guerra, la Bavagnoli Viola ripresenta due temi già incontrati e che direi essenziali della sua poetica, l'amore e il dolore: è l'amore del Dottor Schweitzer, di Rose Kennedy, di una madre per il figlio in guerra, l'amore per la libertà dei giovani di Budapest e di Praga, l'amore di Cristo. E il dolore e la morte: « la vita ci fa morire, I ma prima ci dona l'amore / la dolce speranza e il dolore ».
Seguono POESIE D'AMORE, A MIO PADRE E A MIA MADRE, AI MIEI FIGLI.
In quest'ultima sezione traspare evidentissima la qualità materna dell'autrice. S'incontrano immagini liete, gioiose, nei versi dedicati alle sue creature. E' quello un amore fatto di tanta tenerezza, di comprensione e di timore per il loro domani di uomini adulti. Significativi sono i versi di « Una piccola preghiera », poiché racchiudono tanto mondo poetico della Bavagnoli Viola.
Infanzia giuliva, che passi
teneramente serena,
fragile, luminosa e tanto breve,
infanzia dei miei figli,
ti posi, dolce, sulla mia vita,
sulle mie piaghe, sulle mie pene.
Vivere per veder loro gioire,
gioia di non morire
fin quando il loro aprile non dia frutti.
Fa che li veda ridere e giocare, Dio,
liberi e vivi come l'aria e il mare,
fa che gioendo imparino ad amare,
puri e felici come uccelli in cielo. -
D'una freschezza tutta particolare è La trecciolina:
C'era una volta una bimba piccina,
sandali rossi ,la trecciolina,
la trecciolina sottile sottile,
come d'erbetta che cresce d'aprile.
Metteva indosso un allegro grembiule,
con un disegno di primule e viole
e ogni mattina, la mamma aiutava
nelle faccende. Ed intanto cantava...
Cantava allegra, la bimba piccina
e le ballava la trecciolina...
Con il Fichera concludiamo: « La Bavagnoli Viola è una savia amministratrice del linguaggio, del quale si giova dosando i toni e le tele in rispondenza delle singolari colorazioni ch'ella scopre o avverte nelle cose vicine o lontane da lei viste o sentite con il suo intuito fatto di comprensione squisitamente muliebre e illimitato ».
I DISEGNI DI PUPA FLORIO
Nello scorso novembre sono stati in mostra nel salone della Biblioteca i disegni della pittrice bussetana Pupa Florio. Da ben otto anni i bussetani, che l'avevano seguita di successo in successo, di premio in premio dall'Italia fino a New York, non avevano avuto l'opportunità di vedere esposte in paese cose sue. L'opera grafica di Pupa Florio ha trovato così una degna ospitalità' presso di noi, richiamando numerosissimi visitatori.
Volentieri trascriviamo qui di seguito il lusinghiero giudizio che di lei ha dato il critico SANDRA GIANNATASIO:
« ... Ci troviamo di fronte a una pittura romanticamente impegnata a definire la condizione di solitudine ed estraniazione dell'individuo dalla società. E' per questo che la Florio sceglie il proprio strumento espressivo in una direzione ben precisa: quella dell'impressionismo, sia pure caricato di accenti più violenti, quasi espressionistici.
Ecco i personaggi e i paesaggi di Pupa Florio. Donne sole coi loro bambini al margine della strada di provincia, donne ritratte nel pauroso squallore dell'isolamento provinciale.
E su questi personaggi umani che tutti conosciamo, ecco vibrare un'atmosfera di luce sconvolta e meridiana, acczcante e disperante, come la chiarezza che inutilmente si sovrappone al buio d'una coscienza sopraffatta e avvilita.
Dall'« AVANTI! » Roma, 29-2-1970.