GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole coseGRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature  / torna al sommario / torna homPage

a cura della biblioteca della cassa di risparmio di parma e monte di credito su pegno di busseto

ANNO 1 - 1970

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 SOMMARIO

CORRADO MINGARDI

Biblioteca '70 un anno di lavoro

GABRIELLA CARRARA VERDI

Giuseppe Demaldé e il Maestro di Cappella della Collegiata di S. Bartolomeo : appunti

ALMERINDO NAPOLITANO

La devozione di Emanuele Muzio a Verdi

ALMERINDO NAPOLITANO

La famiglia Muzio-Delfanti

VITO GHIZZONI

Et in Arcadia ego - Un'Accademia Bussetana del `700: L'Emonia

ADRIANO CONCARI

Giovannino Guareschi o dell'invenzione sul reale

CORRADO MINGARDI

Composizioni giovanili di Giuseppe Verdi in quattro programmi inediti della Filarmonica Bussetana del 1838

  Le immagini del volume

CORRADO MINGARDI

Verdi e Berlioz: in margine al viaggio della rappresentanza Bussetana alle feste centenarie di La Cote Sainte-André

ANNINA SUSANI

Riascoltando il Macbeth di Verdi

GILBERTO GHEZZI

Una scuola di mutuo insegnamento a Busseto nella prima metà dell'800

ANDREA PETTORELLI

Il gonfalone oltraggiato - Bussetani e Fidentini in guerra nel poema incompiuto del Canonico Bussetano

VINCENZO BANZOLA

La nuova casa di riposo “A. Pallavicino” di Busseto

ANGELA GIORDANI

Indagine sulla situazione religiosa del Comune di Busseto

 

NOTE 

 

C. M. Busseto da salvare

 

Cineforum, arte e politica

 

Bilancio e prospettive delle stagioni concertistiche dell'Associazione Culturale Artistica « Amici di Verdi »

BIBLIOTECA 70 UN ANNO DI LAVORO
Un anno di lavoro in Biblioteca dall'ottobre '69 al novembre '70, un anno intenso di attività riguardanti tutte la cultura e l'informazione, a servizio d'un paese intellettualmente vivace e attento.
Prima delle parole, meglio le cifre: 450 volumi entrati per acquisto o per dono, con un valore di copertina pari a L. 1milione 500.000; una presenza di frequentanti relativamente alta, con 420 iscritti al prestito e un'uscita di 5.500 libri. Le cifre acquistano significato se rapportate a quelle dell'anno precedente, perchè quasi si raddopiano. E poi ambienti rinnovati, per meglio valorizzarne i pregi architettonici: spazi e colori in armonia con le bellissime scaffalature.
In duecento anni e più di storia, dal lontano 1778 ad oggi, la Biblioteca ha lasciato nella vita del paese una traccia ben profonda: sono a disposizione di tutti ventiduemila volumi, di cui più di quattromila aggiunti negli ultimi dieci anni, da quando cioè la nuova amministrazione della Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto ha quasi triplicato il sussidio per gli acquisti, permettendo quel necessario aggiornamento bibliografico che fa di un ente culturale uno strumento giovane e vivo, al passo coi tempi.
Dallo scorso autunno 1969, ho raccolto io l'eredità del Prof. Almerindo Napolitano, che alla Biblioteca aveva dedicato un quarantennio di amoroso lavoro, lasciandola ricca, ordinata ed efficiente. E il compito m'è parso impegnativo, e tuttavia foriero di soddisfazioni. Mi proposi subito, senza uscir troppo dal solco della tradizione, di richiamare sulla Biblioteca l'interesse dei Bussetani, con attività collaterali, intese a farla meglio conoscere, a farla sentire necessaria nel contesto culturale del nostro paese. Le sue sale divennero più volte sede ideale per incontri e dibattiti di associazioni e gruppi bussetani, quali la Pro Loco, gli Amici di Verdi, Italia Nostra, il direttivo del Cineforum, i Bussetani Pittori, i giovani interessati ai problemi civici e amministrativi presente il Sindaco, le scolaresche, anche dei comuni limitrofi, in visita d'istruzione; e non solo gruppi bussetani, ma altri quali gli illustri partecipanti al Congresso Internazionale di Studi Verdiani, e i giudici pure illustri del X Concorso Internazionale di canto.
Da ultimo, quasi a sigillo di un'annata positiva, questa pubblicazione che la Direzione della Cassa ha prontamente appoggiato. Argomenti di storia, arte, vita culturale offerti all'attenzione di quanti amano il passato di Busseto e ne sperano un futuro migliore. Articoli e illustrazioni contengono preziosi inediti, il cui interesse spesso va al di là dell'ambtio locale. Ho trovato valida collaborazione tra i Bussetani meglio qualificati, giovani i più, che volentieri mi hanno messo a disposizione il frutto delle loro ricerche e scoperte. Li voglio qui ringraziare vivamente.

Corrado Mingardi

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 GIUSEPPE DEMALDE' E IL MAESTRO DI CAPPELLA DELLA COLLEGIATA DI BUSSETO: APPUNTI
Mi è gradito ricordare, in questa sede, una figura del primo 800 bussetano, non salita ai fastigi della celebrità, ma vivace partecipe della vita cittadina, attento osservatore e brillante cronista delle vicende di Busseto, primo biografo, inedito e non completo, di Giuseppe Verdi.
Si tratta di Giuseppe Demaldè, detto Finola o Finone, Cassiere del Monte di Pietà e di Abbondanza. E' nato a Busseto il 31 dicembre 1795; il passaporto, rilasciatogli in data 7 gennaio 1842 « in nome di Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia, Arciduchessa d'Austria, duchessa di Parma, Piacenza, Guastalla, ecc. ecc. », lo descrive di 46 anni, di statura media, capelli grigi, barba nera, occhi castani, fronte alta, bocca larga, volto lungo, colorito bruno, mutilato della gamba sinistra.
Noto a personalità dell'ambiente governativo di Parma, scambia con esse notizie politiche e amministrative; amico di Pietro e di Giuseppe Piroli (quest'ultimo coetaneo e condiscepolo di Verdi, diventerà Senatore del Regno d'Italia), e di Lorenzo Molossi, tratta ampiamente con essi delle comuni aspirazioni alla libertà e alla indipendenza nazionale.
La sua grande passione, però, è la musica. È egli stesso un buon suonatore di contrabbasso e fervido affiliato alla Società Filarmonica; intimo di Antonio Barezzi, riconosce con lui nel ragazzo Verdi il genio nascente, cui ottiene, come cassiere, la borsa di studio del Monte; si batte in seguito in prima linea per il concorso al posto di Maestro di musica e istruttore della gioventù, essendo escluso dal Sovrano Rescritto del 25 giugno 1835 quello di Maestro di Cappella; stende nelle sue lettere una cronaca viva, anche se non proprio spassionata, degli anni 1834, 1835 e 1836, anni « ruggenti » per i bussetani musicofili e non musicofili.
Esulta per la vittoria del giovane Verdi, il « Figlio del Monte » come lo definisce, tramandandoci, nella sua lettera del 3 marzo 1836, il giudizio di Giuseppe Alinovi, Presidente della Commissine giudicatrice del concorso: « (Verdi) ha tanta scienza da fare il Maestro a Parigi, a Londra, nonchè a Busseto... ».
Accompagna con il cuore e i consigli i difficili avvii teatrali di Verdi stesso, il quale, il 22 aprile 1839, annuncia proprio a lui la prima timida, ma fondata speranza: “Il mio spartito (si tratta dell'Oberto Conte di San Bonifacio) è ancora impacchettato, ma però non dorme. In segreto le dico queste poche parole: Si eseguirà forse al Teatro la Scala con Moriani, Ronconi, la Strepponi e la Kemble. Non posso assicurarlo, ma sperarlo...”.
Assiste di persona al trionfo del Nabucco; segue costantemente l'ascesa gloriosa del « figlio del Monte » e ne scrive una prima sommaria biografia.
Ma conserva nel cuore una profonda ferita: la soppressione delle musiche in tutte le Chiese del Comune di Busseto, in seguito al Sovrano Rescritto del 29 agosto 1835, e non rinuncia a muovere le sue pedine per ottenere la revoca dell'ordine tassativo.
A(mico) C(arissimo), — risponde il 14 aprile 1838 il funzionario governativo Lorenzo Molossi a una sua sollecitazione, — ho riveduto il C/e Cantelli, il quale mi ha detto di nulla poter assicurare, giacchè l'Impresario è di mala voglia e sconcertato per modo che ei teme di non poter più soddisfare a' suoi impegni. E qui non avremo questa estate nemmeno S.M. perchè allora sarà in Germania. Per altro mi ha detto che non perderà di vista la raccomandazione.
E dove andarono mai i vostri Miserere, le vostre luminarie, le vostre bande, le vostre notturne processioni del Venerdì Santo? Ah! veramente povera Busseto!...”.
Potrà fare qualche cosa Verdi a Milano? interessare forse l'opinione pubblica attraverso la stampa?... La risposta non è, purtroppo, confortante nella sua logica: “Milano, 1° Maggio 1840. Amico Caris(simo) Non sarebbe forse difficile far mettere nel Pirata un articolo, se non che l'Estensore avrebbe piuttosto difficoltà per il soggetto. Difatti che interesse può destare alli associati del Pirata un articolo sull'Organo di Busseto? In tutti i modi, se crede di mandarlo, vedrò quello che si potrà fare. Mi saluti la famiglia a nome anche di mia moglie e mi creda L'amico vero G. Verdi”.
Passano gli anni; muore Maria Luigia; la storia incalza.
Stiamo guardando da lontano le nubi tempestose che si vanno ingrossando sull'orizzonte politico, ed aspettiamo con ansietà la prossima primavera che forse vedrà impegnarsi una gran lotta... decisiva di una grande causa!” scrive all'amico Finola Demaldè l'avv. Giuseppe Piroli il 29 gennaio 1848.
Il 18 marzo dello stesso anno Milano insorge e scaccia gli austriaci; Venezia proclama il governo provvisorio il 22; Carlo Alberto lega le sorti della sua Stirpe a quelle dell'Italia alzando la nuova bandiera — il Tricolore con lo scudo di Savoia — e il 26 marzo varca il Ticino con il suo esercito; l'11 aprile il successore della Duchessa Maria Luigia, Carlo Lodovico di Borbone, abbandona Parma.
E a Busseto...? Demaldè deve aver fatto noto a Parma che qualche cosa non funziona, perchè il 24 maggio 1848, Giuseppe Piroli, ora membro del Governo provvisorio, gli comunica: “C(aro) A(mico), La reggenza va a provvedere immediatamente perché l'ordine sia stabilito, e siano attivati lavori per dar pane alla povera gente. Verrà posta a capo della Municipalità persona che sia amata e rispettata. Ordine, confidenza nel governo, e tutto terminerà in bene. W Italia”.
Intanto l'infaticabile Demaldè, cinquantunenne e privo di una gamba, segnala a Colonnello Regalia a Parma che “anche i due fratelli Cesare e Israele del Sig. Finzi Lazzaro, caldi come tutta questa nostra gioventù per la causa comune, vorrebbero far parte della 1 colonna mobile Parmigiani già da tempo al campo di Sua Maestà Sarda in Lombardia. Essi vengono pertanto a Parma... disposti di partire dopo l'accettazione, assieme a quel Gianbattista Garbi ed a mio figlio Alberto, di cui mi fu cortesissimo perchè fossero accettati come facenti parte della sudd.a l colonna....”.
Tali avvenimenti hanno un'importanza così rilevante da far passare in secondo piano ogni altro problema.
Ma il cuore del combattivo filarmonico Finola non disarma: governo nuovo, speranze nuove. La minuta di una sua lettera, diretta con ogni probabilità al Piroli, dice:
Domenica mattina 18 corrente fu pubblicato a suon di Tromba il decreto del 5 corr. con cui sono date in dono al Comune dal Governo Provvisorio Rocca, Porte e fosse.

“Il pubblico festoso echeggiante di evviva il Gov°. Provvisorio, dimostrava il desiderio suo che l'Autorità rendesse grazie al Governo pel grande favore impartitogli, il che fu fatto, come vedrete dalla qui annessa, di cui mi son preso l'incarico, perchè a quella sia pure unita la 2' grazia, prima che il Governo rimetta lo Stato al Piemonte.
“Bastano due righe del tenore seguente:
“Visto il rapporto del Commissario Straordinario rappresentante il Podestà di Busseto in data di ieri,
“sulla proposizione del Delegato alle funzioni proprie dell'Interno, Grazia e Giustizia,

“Il Governo Provvisorio
“ha decretato

art. I - Saranno riattivate le Musiche in tutte le Chiese della Città e del Comune di Busseto, le quali, in virtù di un Sovrano Rescritto del 29 Agosto 1835, furono tolte per controversie, che in allora esistevano costà, siccome costà tolte sono definitivamente.
Art. II - Il Delegato alle Funzioni del Ministero dell'Interno è incaricato per l'esecuzione del presente Decreto.
“Parma 21 Giugno 1848

“Il Governo Provvisorio”

 La risposta del Pinoli non si fa attendere: lo stesso giorno scrive: “ C(aro) A(mico). Anche il vostro desiderio relativo alle musiche nelle chiese sarà esaudito e forse oggi stesso...”-
Breve soddisfazione! Sopravviene la sconfitta di Custoza e poi l'infausta giornata di Novara. Tornano nei loro Stati, al seguito delle baionette austriache, i tirannelli locali, con le loro meschine reazioni, le loro vendette, Ogni ideale sembra un'utopia; ogni speranza un sogno.
Ma Demaldè ha ancora una carta in mano, forse quella buona: Giuseppe Verdi, ora non più solo il « figlio del Monte » da difendere dai soprusi, ma l'autore acclamatissimo della Battaglia di Legnano, di Rigoletto, del Trovatore; chi potrà non ascoltare la sua richiesta?
Verdi si interessa; ottiene l'apertura del concorso per il posto di Maestro di Musica nella Collegiata di S. Bartolomeo; suggerisce al suo unico allievo, il fedele Emanuele Muzio, di concorrere.
Ecco la conclusione: il 22 settembre 1853 Muzio scrive a Verdi:

“Pregiat/mo Sig. Maestro
“Appena ricevuto il di Lei avviso mi affrettai a portarmi in Busseto, onde fare la dimanda per ottenere il posto di Maestro di Musica in quella Collegiata. Credevo che dopo tanti ostacoli superati, le cose dovessero presentarsi in un aspetto meno nero. Ma mi ingannai perchè esaminatone il Capitolato vidi che gli obblighi sono tanti e sì straordinariamente gravosi, che mi forzerebbero a rinunziare alla mia carriera teatrale avvenire, senza parlare dei contratti già stipulati, stante il gran ritardo impiegato alle pubblicazioni del Concorso.
“Da queste disgraziate circostanze io mi vedo costretto a pregarla di tenere come non avvenuta la promessa che le feci con piacere, di concorrere al posto di Maestro.
“Spero ch'ella troverà la mia determinazione ragionevole e giusta. Mi pare siavi qualche differenza dall'assumere degli obblighi, al sottoporsi ad una specie di schiavitù che reca danno all'amor proprio ed alla borsa! Ma questi obblighi tanto gravosi, queste schiavitù sono state messe forse espressamente nel Capitolato, persuasi ch'io non avrei avuto il coraggio di porgere il collo al sacrifizio. Hanno indovinato e possono andar gloriosi. - Amen -
“Dia l'assoluzione a chi ha l'onore di dirsi con stima e rispetto
“Suo Dev/mo ed affezionato servo Emanuele Muzio
”.
Verdi, il giorno stesso, rispedisce agli interessati la risposta di Muzio, accompagnata dalla seguente lettera indirizzata alla Società Filarmonica:

“Signori!
“Sono molti mesi che alcuni di voi a nome dell'intera Società veniste da me, onde mi interessassi perché fossero ripristinate le musiche in Busseto, ed ottenessi un Concorso per il Maestro. Accettai con piacere l'incarico, e, presentatomi a S.E. il Presiderite di Grazia e Giustizia ottenni un decreto che rimetteva le musiche, ed ordinava un Concorso.
“Mancava il Maestro, e pregai Emanuele Muzio perché concorresse. Vi era disposto, ma, visto il Capitolato, Egli si rifiuta, come vedrete dalla qui acclusa lettera.
“La mia missione è finita. Voi chiedeste le Musiche ed il Concorso e voi aveste le musiche, ed il Concorso. (Forse era meglio, e forse dovevate interessarmi per un maestro senza concorso). Ora vi prego di tenermi esonerato da miei impegni verso di voi, e duolmi dire che io non m'immischierò mai più in Busseto di cose musicali. In qualunque altro paese avrei avuto l'appoggio dell'autorità civile ed ecclesiastica: nel mio non mi è stato possibile. — Forse altrove si ha un poco più di stima e rispetto pel mio nome. Sta bene: ciò è in perfetta regola, nè io me ne lagno.
“Nulla dirò delle mene praticate per attraversare quanto si voleva fare lealmente alla faccia del sole pel bene e pel decoro del paese.
“Nulla dirò del Capitolato che si è rifatto nell'ora scorso Agosto!!!
“Dirò solo che mi spiace sinceramente di non aver potuto che in parte appagare i vostri desideri. Altrove, lo ripeto, sarei riuscito, a Busseto (è cosa fin da ridere!) non ho potuto. È vecchio il proverbio: Nemo propheta in patria!!!

“ Ho l'onore di dirmi di questa Società
“ Um. ser. G. Verdi”.

Possiamo soltanto immaginare l'amarezza di Giuseppe Demaldè nel constatare il radicale cambiamento degli animi e degli uomini, che lo circondano, nel vedere la fervida attività della sua Busseto spegnersi a poco a poco nelle invidie, nelle gelosie, nelle beghe di un qualunque piccolo paese, senza passato, e, cosa peggiore, senza avvenire.

Gabriella Carrara Verdi

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LA DEVOZIONE DI EMANUELE MUZIO A VERDI
La devozione di Emanuele Muzio, fatta di riconoscenza e di affetto, a Giuseppe Verdi, suo benefattore e suo insuperabile maestro di musica e di vita, è stata immensa, infinita, sconfinata in ogni momento della sua esistenza, da quando il Maestro, a cui lo aveva affidato Antonio Barezzi, lo accompagnò a Milano, lo tenne quasi tutto il giorno con sé, lo istruì e lo guidò, fino al giorno della sua morte, nel novembre 1890.
La riconoscenza, la gratitudine, la devozione traspaiono intense e sincere sia nelle centinaia di lettere scritte da Muzio nei primi anni da Milano, da Firenze, da Londra ad Antonio Barezzi, benefattore di lui come lo era stato di Verdi, sia nell'oltre un migliaio di lettere scritte da Muzio al Maestro, dense assai spesso di notizie teatrali, musicali e politiche e di sagaci e talvolta caustici giudizi su autori di teatro e sulle loro opere, e soprattutto su quelli francesi, dato che egli ha vissuto per moltissimi anni a Parigi.
Muzio, che curava con gelosa cura e con grande impegno gli interessi del Maestro in Francia, che ne era il rappresentante autorizzato e che non mancava di dare suggerimenti e consigli pratici anche al Maestro per la tutela dei suoi interessi, non s'inquietava mai tanto come quando si faceva, o credeva che si facesse un torto a Verdi. E la sua devozione fu tale che perfino nel suo testamento, dopo aver detto che “non a tutti è dato nascere col genio di Verdi, grande di cuore e del quale porto con me l'amicizia, sua e della sua buona e cara moglie”, Muzio dispose :
In quanto alle lettere del M° Verdi che sono riunite in pacchi legati è mia assoluta volontà che siano tutte bruciate, perché non voglio né che se ne faccia regali, né col tempo si faccia commercio di autografi per trarne profitto”.
Ma ci sembra che nulla possa meglio dimostrare la devozione al Maestro di Emanuele Muzio delle parole che a 40 anni gli scriveva il 19 marzo 1861:
Car.mo Maestro,

E' un bel giorno oggi che è il giorno della sua festa e della Sig.ra Peppina, ed io non potrò mai dimenticare d'augurare a tutti e due le più grandi felicità e tutto ciò che può rendere felici, beati e contenti due persone che amo più di me stesso e quanto la madre mia. Siano entrambi benedetti, si ricordino di me, mi amino sempre e quando hanno qualche minuto di tempo le Loro notizie arriveranno sempre care a me lontano dalla mia patria, dalla famiglia, dagli amici e dalle persone che amo di più in questa terra
”.
Ed infine il 1° ottobre 1889, a 68 anni, avendogli il Maestro scritto “Duolmi abbiate sempre delle noie a cagion mia” (si trattava dei bollettini della Società degli autori) gli risponde: “Egli lo sa bene che ogni cosa che possa fare per Lui, ogni passo che faccio da casa mia alla Società sono uno dei più grandi piaceri della via vita e, solo come mi trovo, non mi sento in vita che quando penso a Lui ed a sua moglie, per la quale ho un sentimento profondissimo di gratitudine perché raccolse le ultime parole di mia madre morente”.
E Verdi e la Signora Peppina gli volevano sinceramente bene.

Almerindo Napolitano

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LA FAMIGLIA MUZIO-DELFANTI
Silvestro Muzio e Maria Stagnaro, i genitori dell'allievo ed amico di Verdi Emanuele Muzio, erano stati molto prolifici: avevano messo al mondo otto figli. Si potrebbe credere, secondo la lapide sotto trascritta, che fossero nate prima due femmine : Maddalena, nata a Zibello il 13-12-1823 (ma all'anagrafe risulta chiamata Caterina) e Monica, nata pure a Zibello il 20-1-1825, e poi altri cinque maschi, oltre Emanuele: Antonio, Domenico, Luigi, Giuseppe e Giulio. Considerato, però, che nessuno dei figli di Silvestro, tranne Giulio, risulta nato a Busseto (Emanuele era egli pure nato a Zibello nel 1821), noi propendiamo a credere (è così difficile accertarsene) che gli altri quattro fratelli maschi siano tutti nati a Sestri Levante prima che Silvestro si trasferisse con la moglie di là a Zibello e poi, nel 1826, a Busseto; crediamo anzi che siano rimasti a Sestri i primi tre e che da essi discendano i Muzio che ancora vi risiedono.
I genitori di Emanuele erano poveri in canna; non altrettanto si può dire di Emanuele e almeno di Giuseppe, che è sempre vissuto ed è morto a Busseto, mentre l'altro fratello, Giulio, si è trasferito nel 1887 da Busseto a Milano. Fu certamente Emanuele, d'accordo coi due fratelli e dopo aver raggiunto una certa agiatezza, e voler far erigere nel cimitero di Busseto una cappella di famiglia, oggi intitolata Cappella Muzio Delfanti ; e in essa furono sepolti i Muzio, compreso Giulio, e i loro discendenti vissuti in Busseto.
La Cappella Muzio era, forse, già eretta nel 1871, come si può desumere dalla seguente lapide : 

Alla cara e santa memoria
di Silvestro Muzio e Maria Stagnaro
e dei loro venerati figli
Maddalena Monica Antonio Domenico Luigi
i superstiti figli e fratelli
Giuseppe Emanuele Giulio
Q. M. P.
1871

 Il primo dei tre superstiti fratelli a rendere l'anima a Dio fu proprio Emanuele, che, pur essendo morto a Parigi, volle — e lo lasciò scritto nel testamento — essere sepolto nella cappella di famiglia, a Busseto, accanto a sua madre. Nella cappella, sotto un busto che lo raffigura e che lo fa quasi troneggiare in mezzo alla parete centrale, i due rimasti fecero apporre una lapide con la seguente iscrizione: 

A 69 anni il 28 9mbre spirava cristianamente in Parigi
Emanuele Muzio
unico allievo ed amico prediletto del Maestro Verdi
Ebbe comuni col vegliardo glorioso
le gioie e i dolori dell'arte
D'animo nobile e riconoscente
legò a questo Monte di Pietà l'annua rendita di L. 600
a benefizio del giovane Bussetano
avente speciale vocazione
alle arti belle, alle scienze o alla carriera ecclesiastica
i fratelli Giuseppe e Giulio
D. M. P.

 Emanuele Muzio ebbe dalla moglie Lucia Simons un figlio, che morì dopo un mese e di cui non ci è pervenuto neppure il nome. Pertanto Emanuele non lasciò eredi. Ne lasciarono invece i fratelli Giuseppe e Giulio. Quest'ultimo, nato nel 1834 e morto nel 1910, si sposò una prima volta con Maria Forzani e ne ebbe due figli : Emanuele, che morì anch'egli bambino, ed Anita, che in casa chiamavano col secondo nome, Enrichetta. Questa, maestra elementare, nel 1887 insegnava a Caltagirone, in Sicilia; nel 1888 ottenne il posto, statale, al Pireo, in Grecia, e l'anno successivo il trasferimento a Susa, in Tunisia, dove nel 1891 si sposò con tale Rocchi Augusto; ne nacquero due figli : Mario e Marta. Ma già qualche anno prima Giulio Muzio, rimasto vedovo di Maria Forzani, che era morta a soli 35 anni, si era risposato con Angela Zaninoni, anch'essa vedova, dalla quale non pare che abbia avuto figli.
Giuseppe Muzio, maggiore di età di Emanuele, morì otto anni dopo di lui. Egli aveva sposato Carolina Onesti, dalla quale ebbe due figli: Marco, nato nel 1845, sempre vissuto a Busseto e quivi morto nel 1929, e Luigia, nata nel 1848 e morta a 92 anni, nel 1940.
Marco, a sua volta, sposò Teresa Gelmetti, nata anch'essa nel 1845 e morta dieci anni prima del marito, nel 1919: i due non ebbero figli.
Unica superstite dei Muzio in Busseto, dopo il 1930, rimase la figlia di Giuseppe, Luigia, che insegnò a lungo nelle scuole elementari di Frescarolo di Busseto. Con lei la famiglia Muzio s'intreccia con quella dei Delfanti. Luigia, infatti, sposò Pietro Delfanti, nato nel 1843 e morto esattamente cento anni dopo, nel 1943. Sono perciò ancora molti i Bussetani che ricordano questo arzillo vecchietto che quasi ogni giorno veniva dalla sua casa, all'angolo di Via Muzio, al Caffè Centrale, in Piazza Verdi, ad assistere alle partite a carte ed a fare le sue grasse risate sugli errori e le discussioni dei giuocatori.
Alla frazione di Frescarolo i Delfanti furono doppiamente legati, poiché vi fu curato un fratello di Pietro, Don Eugenio Delfanti, del quale si occupò, per raccomandarlo, Giuseppe Verdi, certamente sollecitato dall'antico allievo e diletto amico Emanuele Muzio, familiarissimo di casa Verdi e di Villa Verdi, dove passò tante volte le sue vacanze. Nel gennaio del 1882 il Maestro scriveva infatti da Parigi, ove si trovava appunto con Emanuele Muzio, all'amico intimo senatore Giuseppe Piroli, anch'egli bussetano:
Ed ora vengo per darvi, come al solito, una seccatura! Il parroco della chiesa di Pescarolo (sic) presso Busseto, che ha soltanto L. 600 annue, aspirerebbe ad altra parrocchia (Castelletto di Monticelli) rimasta ora vacante e che rende L. 2.000 annue. Il Vescovo di Borgo ha permesso a questo prete di indirizzare una petizione al Re col mezzo del R. Procuratore di Parma ... Se voi poteste dire una parola favorevole per il prete al Ministro di Grazia e Culti ...”,
Le pratiche presso i ministeri, anche per il trasferimento di un parroco, andavano allora, si sa, per le lunghe : si fecero indagini e si venne ad appurare, o almeno potè sembrare, che Don Eugenio era un mezzo sovversivo. Piroli ne scrisse a Verdi, che in autunno gli rispose, rassicurandolo:
Il Delfanti è amico del canonico Avanzi e fu a Vidalenzo suo coadiutore. Amico d'Avanzi, mi sorprende che il Delfanti , sa essere di principi politici avversi allo Stato. Che non un'aquila d'ingegno, non ho fatica a crederlo: ma dove sono i preti dei villaggi e dei piccoli paesi che sappiano qualche cosa? Avanzi è un fenomeno ed i preti dovrebbero accusarlo di troppo sapere ... Dunque se potete ottenere a questo Delfanti il posto che desidera, voi non avrete a pentirvene ed io sarò grato al Ministro ed a voi”.
E così, per intercessione di Verdi, D. Eugenio Delfanti poi ottenere il trasferimento. Egli, prima che il Maestro rispondesse a Piroli, era stato ricevuto da Verdi stesso, al quale Muzio il 20 settembre 1882 scriveva:
Il prete di Frescarolo mi scrive per pregarmi di ringraziarlo delle accoglienze sì affabili che ebbe da Lui”.
Nel 1887 Emanuele Muzio sollecitò di nuovo l'appoggio, a cui però dovette rinunziare, di Verdi e di Piroli anche per la nipote Enrichetta, che desiderava trasferirsi dalla lontana Caltagirone a Milano, dove risiedeva da poco il padre Giulio, e partecipare ad un concorso; ma Emanuele venne a sapere che il concorso si faceva « pro forma » e che il posto era già destinato.
Fu invece proprio il senatore Piroli che fece ottenere ad Enrichetta Muzio, nel 1888, il posto al Pireo e l'anno seguente il trasferimento a Susa.
La religiosità delle famiglie Muzio e Delfanti non può essere messa in dubbio. Dei Muzio la figlia di Enrichetta si fece suora e lo stesso Emanuele, morto poi assai cristianamente ma che in vita era stato tutt'altro che praticante ed anzi quasi miscredente, da giovane doveva andare in seminario. Quanto ai Delfanti, anche prescindendo da Don Eugenio, Pietro Delfanti e Luigia Muzio ebbero quattro figli : Maria, Giuseppina, Anna ed Emanuele. Delle tre figlie la primogenita, Maria, nata nel 1880, si fece suora e tale, dopo essere stata a Forlì, morì a Massa nel 1956; e suora si fece anche Giuseppina, morta invece a Parma. La terza, Anna, nata nel 1886, fu donna di chiesa ed è morta nubile nel 1961, dopo essere sempre vissuta a Busseto. Rimane ancora in vita, ed ancor vegeto ed attivo, l'ormai ottantaseienne ing. Emanuele, che vive coi familiari a Milano.

Almerindo Napolitano

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ET IN ARCADIA EGO
Una Accademia Bussetana del '700: l'Emonia

Per chi voglia rievocare la vita di Busseto nell'Età Barocca, elemento di prim'ordine è anzitutto l'aspetto architettonico, che prese forma in quella età e che dà ancor oggi un aspetto inconfondibile alla piccola e illustre cittadina padana.
Ben si può dire che, fra i centri maggiori della Bassa Parmense, l'architettura di Busseto primeggi per una spiccata nobiltà di linee, per una peculiare armonia di volumi.
Ogni epoca, dal tardo Medio-Evo in poi, ha lasciato in Busseto le sue tracce, ma se l'impronta urbanistica bussetana è ancora in gran parte marcatamente medioevale, i monumenti più solenni e grandiosi sono indubbiamente quelli dell'Età Barocca: 

la villa Pallavicino
l'ex Collegio dei Gesuiti con l'annessa chiesa di S. Ignazio il Monte di Pietà
alcuni palazzi patrizi
la chiesa della SS. Trinità.

Il tempo, che tutto cambia e consuma, i gusti mutati degli uomini, che spesso vogliono tutto rinnovare, anche senza motivo, e sostituire in ogni epoca l'antico al moderno, non ultimi i maldestri e pacchiani rifacimenti di questi anni, contribuirono in larga misura a svisare l'aspetto di Busseto barocca.
Rimane tuttavia questa architettura solida, euritmica, elegante, che ci attesta come, nel '600 e nel '700, i Bussetani volevano dar lustro agli edifici sacri e profani della loro fiorente e attiva cittadina.
Nobili e borghesi arricchiti gareggiavano nella costruzione di palazzi, in cui i cortili e gli scaloni d'onore avevano un posto preminente.
Ricchi e poveri esprimevano nel fasto opulento delle chiese, colmandole di quadri, di stucchi, di argenti preziosi, il trionfalismo della Controriforma.
Non esistono più in Busseto, che io sappia, interni di palazzi o di case rimasti com'erano nell'Età Barocca.
Anche le chiese hanno subito varie trasformazioni, ma gli interni di S. Ignazio (pur nello squallido abbandono in cui giace attualmente), di S. Bartolomeo, della SS. Trinità ci dànno tuttavia una immagine assai viva dell’Età Barocca. Da non dimenticare, infine, la sagrestia di S. Bartolomeo, con il suo fasto austero e spagnolesco.
Numerosi pure i quadri dell'Età Barocca ancora oggi esistenti negli ambienti sacri e profani di Busseto : basti pensare alle tre grandi e belle tele del pittore bussetano Antonio Balestra nella chiesa della SS. Annunziata, dove furono trasportate dopo aver ornato a lungo il salone di Casa Bocelli. (1)
Detti quadri — nel disegno lievemente ondeggiante e nelle increspature dei panneggi, nei colori a pastello chiari, luminosi e sapientemente sfumati (bellissimi e delicati azzurri, verdi, grigi, rosa) sono molto interessanti ai fini di questo studio perché. ci presentano immagini idilliache e « pastorali », tutte soffuse di evidente ispirazione arcadica.
È da tenere presente che questi quadri furono dipinti negli anni in cui fioriva a Busseto l'Arcadia, con il nome di Accademia Emonia e che, essendo l'Emonia formata soprattutto da sacerdoti e da canonici della Collegiata, il Balestra viveva in un ambiente colto e raffinato, dove l'Arcadia era di casa.
Forse il prevosto stesso di Busseto — quel Fabio Vitali che era Gran Pastore d'Emonia con il nome di Idalmo Talaride — o qualche confratello del Balestra diede al pittore l'idea della natura come sfondo ideale dei quadri religiosi, oppure il Balestra stesso, che doveva indubbiamente conoscere la poetica di Arcadia, che sapeva ammirare con la sua profonda sensibilità d'artista i paesaggi solcati dal Po o dall'Ongina, ricchi di acqua, di pace, di alberi verdi e frondosi, trasse — sia pure nell'inconscio — dall'atmosfera spirituale in cui viveva allora Busseto, quella linfa vitale che fu nutrimento della sua arte.
Certo, per una ricostruzione ideale di Busseto nell'Età Barocca, accanto all'architettura e alla pittura, gioverebbe conoscere la produzione letteraria di quell'epoca, che trovò sicuramente la massima espressione nell'Arcadia, ma che è però, in gran parte, purtroppo perduta.
Anche fra i libri della Biblioteca di Busseto e fra i manoscritti conservati presso il Monte di Pietà ben poche sono le opere rimaste, di tutta quella produzione degli Arcadi che dovette essere copiosissima. 

È bello per noi, uomini del '900, che abbiamo perduto il senso della natura non toccata e non guasta dalla civiltà, ma che, al pari e più degli Arcadi, vorremmo un ritorno alla natura e gradiremmo poter sognare come sognava Rousseau, leggere vecchie e polverose carte della Emonia, riscoprire quei libri che per tanti e tanti anni, forse, furono da tutti dimenticati.
Ritroviamo così l'eco un po' spenta, ma estremamente suggestiva, di quella età lontana da noi, non tanto per gli anni trascorsi, quanto per il modo di pensare e di sentire: Busseto ritorna ad essere la « Valle di Tempe » sacra alle Muse, dove pastori venerandi celebrano, con religiosa solennità, i loro misteri letterari.
E, al di là delle pastorellerie, forse un po' leziose e apparentemente vacue, pur sentiamo vibrare l'anima di quegli uomini che ricercavano, anche nelle esercitazioni poetiche, una più alta e intensa eticità.
Se pensiamo a tutte le Arcadie che pullularono in Italia e nel Parmense (come a Parma e a Fontanellato) e consideriamo il loro carattere spensierato, lievemente sensuale e godereccio, l'Emonia di Busseto sembra distaccarsi da tutte le altre Arcadie per una sua peculiare serietà e austerità di intenti.
I pastori d'Emonia ritenevano infatti — quasi come in una sorta di umanesimo in ritardo-- che il culto appassionato e approfondito della lingua contribuisse in sommo grado non solo ad ingentilire, ma anche a migliorare i costumi.
Aborrivano dall'ozio e volevano creare qualcosa di nuovo e di vivo.
Il bello era insomma per essi via per giungere al buono, proprio secondo l'ideale dell'antica Grecia che prendevano a modello : xocov xocì ayaaov.
La palestra delle Muse diventava così per gli Emóni palestra di quelle virtù che noi chiamiamo civiche.
Quello, che tratto Egisto Mantide, e Me, e con noi Aldonio Capso a formare cotesta Adunanza di Poeti con Nome di PASTORI EMONI (2) non è venuto da ambizione, né da alterezza, ma, e da desio di veder coltivata una bell'Arte, la quale, e per se stessa, e per le cognizioni, che debbono andarle finanzi, accompagnarla e seguirla, è stata, è, sarà sempre l'ornamento d'ogni ben nato Cittadino, e da giusta brama di allontanare da Noi l'ozio di sì gran mali, come ogniun sà, ahi troppo sempre feconda cagione”, diceva il gran pastore Idalmo Talaride, cioè Fabio Vitali, nell'atto solenne di nascita della Emonia (24 settembre 1755) e nella partecipazione del Sovrano Ferdinando di approvare le leggi dell'Accademia si scriveva, fra l'altro, del duca: “prendendo in veduta la felicità, l'onore, la gloria di questa vostra Città, che non è una delle gemme meno preziose della sua Real Corona” e si continuava esprimendo l'auspicio di Ferdinando che gli Emóni fossero utili allo Stato, alla società e a se stessi.
La fiducia del duca (o forse, meglio, dei suoi intelligenti collaboratori quali il ministro Du Tillot) non era mal riposta.

Quei pastori Emóni che « raunati nella VALLE DI TEMPE presso il FIUME PENEO, (3) vicino alla grande Capanna, luogo a ciò destinato, il giorno quattresimo del Mese settesimo dell'Anno pur settesimo dalla Fondazione » (4) avevano voluto dare il decalogo all'Accademia, bene meritarono di Busseto.

— Anche se le loro poesie non raggiunsero mai vette sublimi, anche se l'Accademia di Busseto e tutte le Accademie d'Italia sarebbero state ben presto destinate e scomparire travolte dai tempi nuovi. —

Questi pastori rifulsero tutti per virtù civiche altissime: si dedicarono alla chiesa, alla scuola, al miglioramento continuo delle condizioni di vita del loro paese.

Accolsero nell'Emonia molti corrispondenti di altre città e instaurarono così rapporti di stima e di amicizia con persone illustri e lontane (forse mai viste, data la grande difficoltà dei viaggi in quei tempi), ma conosciute e apprezzate attraverso gli scritti: in questo culto dell'antico e del bello, in questa ricerca della parola esatta e armoniosa, che accomunava tutti nell'ideale repubblica delle lettere.

Purtroppo molti scritti degli Emóni sono andati perduti: rimangono i documenti di una seduta, quella del 24 dicembre 1755 (quando l'Emonia ebbe, come ho già detto, il suo decalogo) e alcuni fogli, sparsi qua e là, manoscritti o a stampa, sul tramonto dell'Emonia stessa negli anni intorno all'800.

Non mancano, è vero, le poesie dei corrispondenti, come quelle della poetessa Gaetana Secchi Ronchi di Guastalla.

La Secchi Ronchi fu molto apprezzata da un Bussetano di eccezionale statura morale e intellettuale, Ireneo Affò, arcade egli stesso e discepolo di Fabio Vitali, che scrisse per lei:

-           il « discorso » o prefazione alle « Rime » (Guastalla, Comunità 1776)

—        la « Festevole dedicatoria » premessa alle « Rime facete » del cav. Alessandro Pegolotti Guastallese (Guastalla, 1766).

La poetessa, acclamata nell'Arcadia di Roma con il nome di Erbistilla Argense, fu fatta segno agli strali del Frugoni, che disse di lei: “nasuta e rugosa figlia di Apollo, non donna ma fantasma”.

La Secchi Ronchi fu davvero, a giudicare dai ritratti, donna di bruttezza non comune. Ma non ebbe, a quanto pare, « complessi di inferiorità », come si direbbe oggi. Fu arguta, cordiale, simpatica, attiva e anzi infaticabile; seppe scrivere poesie sui più disparati argomenti (seri e faceti, sacri e profani) con accenti non mediocri.

Ridotta, negli ultimi anni di sua vita, in povertà, seppe affrontare la dura sorte con dignità e fermezza, né le venne mai meno quella amabile e sorridente arguzia, che rimase un tratto precipuo della sua forte e bella personalità.

Di alcuni arcadi bussetani ci rimane un libretto di poesie scritte in onore di padre Cherubino da San Girolamo, dopo il suo quaresimale del 1800.

L'opuscolo è interessante, sia come unica raccolta antologica a stampa della produzione poetica di Emonia, sia perché ci dà un quadro vivissimo, anche se filtrato attraverso le immagini poetiche, di un quaresimale d'eccezione in S. Bartolomeo a Busseto.

Il predicatore doveva saper attanagliare gli uditori e commuoverli con visioni apocalittiche dell'aldilà.

Certo la sua arte oratoria doveva essere molto efficace, se alcuni colti e intelligenti Emóni andarono a gara nel tessere gli elogi di questo CHERUBINO e furono tutti concordi nel presentare un uditorio sempre attento, emozionato, commosso e soprattutto trasportato dall'oratore sacro sulle ali dell'immaginazione più fervida e del sentimento più appassionato.

 

Il tuo parlar — dice, di Cherubino, Polinio Clitoneo —

armonioso, splendido, soave,

or minaccioso, veemente e grave

il cuor dell'uditore e punge, e molce”.

 

E l'emone N.N.P.E., in un sonetto squisitamente arcadico pur nella riffigurazione, studiata e raffinata, di un paesaggio orrido, canta:

 

O mi conduca in cavo orrido speco

Per sentiero da belve appena usato,

O sieda opposto a un masso dirupato,

Ove mia voce sol ripeta l'eco”;

 

Delicate reminiscenze petrarchesche si notano invece in un sonetto di Pietro Vitali:

 

Voi, che cercando pur diletto e gioia,

Siete in donar sì larghi il vostro affetto,

E discorrendo d'uno in altro obbietto,

Certo affanno cogliete, e lunga noja”.

 

Notevole di Elimanto Doricrenio (Benedetto Fulcini) il sonetto:

 

Come un fiume di molte onde sonante

Nato da alpestri fonti cristalline

Irriga l'arse sterili vicine

Campagne, e innaffia le infeconde piante;

 

Per lui esulta il prato verdeggiante

Gemon le piante da be' frutti chine,

Veston il suol le rose porporine,

Ed è la messe bella ed abbondante;

 

Tal la tua voce, il gesto, il zelo ardente,

O CHERUBIN, lo stil chiaro e sublime

Scorre limpido, e inonda dolcemente.

 

Ogni affetto terren frena e reprime,

L'error sbandisce dalla cieca mente,

Ed orme di virtù rare v'imprime”.

 

Il componimento poetico è forse il più bello di tutta la raccolta perché vivo ed immediato nella sua agile eleganza.

E, infine, degna di nota una canzone dell'abate Marco Pagani:

 

D'aurate corde eoliche

Armo la cetra, e tento

Su nuovo plettro armonico

Di laudi un bel concento.

 

Lungi profane Vergini

Del vocal Pindo, e il Dio,

Che lava i crini lucidi Dell'Aganippe al rio.

 

Oggi tonar dal Pergamo

Tal Orator s'intende,

Che al lido Greco e Ausonio

L'intatto onor contende.

 

Esso le vie dell'anima

Chiusa in suo cor penétra,

E forte al par del fulmine Ogni difesa spetra.

 

Tal fiume piomba indomito

Dalla montana cava;

Tal forse un dì la Grecia

Pericle rovesciava”.

 

Sembra di sentire riecheggiare nella canzone la lezione del Monti. Termino questa rapida rassegna citando ancora Polinio Clitoneo:

 

Di dolci accenti fabro

Queste alte verità dell'Oratore

Scorrean sul dotto labro.

E tu diletta al Ciel, Busseto mia,

Allumasti per lui opra e valore

La mente al ver restia”.

 

Dove è bello l'appassionato indirizzo a Busseto:

 

E tu diletta al Ciel, Busseto mia”.

 

Molto ci sarebbe da dire su Ireneo Affò e sulla sua formazione culturale in Busseto.

L'Affò fu il discepolo prediletto di Fabio Vitali, che per primo ne scoprì e valorizzò la singolare e geniale attitudine agli studi letterari; può considerarsi il segno sicuro della serietà di impostazione culturale che l'Emonia ebbe. Anche se poi, per lunghi e operosi anni, l'Affò visse al di fuori della Emonia, sia per gli interessi più disparati sia per la sua stessa gigantesca personalità di studioso: vir omnigenae eruditionis, come giustamente si diceva allora. L'Affò infatti, come tutti sanno, fu letterato, storiografo, critico d'arte e poeta.

Ma sull'Affò tanto è stato già scritto, anche da parte di valentissimi saggisti.

E d'altra parte l'argomento sarebbe così            vasto, da richiedere uno studio a parte.

Per tornare alla Emonia, sentito in essa fu il rimpianto per la morte di quei pastori che dell'Accademia erano stati i fondatori e l'anima:  

Idalmo Talaride (Fabio Vitali)     

Egisto Mantide (Buonafede Vitali)         

Aldonio Capso (Francesco Eletti).          

Quei pastori che di Busseto, anche presso lontane città, erano stati i degnissimi rappresentanti.

Con la loro scomparsa l'Accademia si svigorisce, avviandosi all'inesorabile declino.

Le solenni celebrazioni in S. Ignazio — nell'ottobre del 1814 — sono come un grandioso e corale epicedio, in cui già vibra qualcosa della poesia cimiteriale, tanto in voga in quegli anni, ma in cui si cantano per l'ultima volta i motivi più cari d'Arcadia: la pace della natura, la musica che commuove gli animi, la profonda religiosità di certi miti pagani.

L'orazione detta dal gran pastore Vietro Vitali fu alta e commossa.

Ricordando i cari scomparsi, Pietro Vitali non volle dimenticare i Bussetani “in ogni tempo delle dolci Muse grandi amatori” e “dotati dalla benefica natura di un ingegno non ignobile ed assai svegliato” e citò le glorie passate di Busseto nel campo delle lettere: Stefano Dolcino, Bernardino Cipelli, Tiburzio Sacco, Antonio Droghi. “Felice disposizion naturale de' Bussetani per le poetiche cose” — sottolineava il Vitali.

E, dopo aver delineato la storia dell'Emonia e dei suoi benemeriti fondatori, proseguiva:

 

Qui i culti campi e le valli fiorirono

Quando questi che piango in terra apparvero;

E i colli di verd'erba si coprirono,

E i foschi nembi e le procelle sparvero;

…………………………………

Talor vidi d'Idalmo al lamentevole

Canto piegare i pin le cime mobili,

Ed il sonante fiumicel scorrevole

Le pure onde tener fisse e immobili;

 

Appassionata e poetica rievocazione, tutta squisitamente arcadica, dove le immagini vanno intese e gustate nel loro valore morale: Busseto visse allora la sua Età dell'Oro, la sua età felice!

Analoga ispirazione ha anche l'idillio di Antonio Andreoli modenese:

 

Ogn'anno allor, che riconduce Autunno

Di pampinosi tralci inghirlandato

I doni di Pomona e di Vertunno

 

Mesti veniam di questa tomba a lato

E ricorda piangendo ogni pastore

D'Egisto nel cantar l'alto valore.

 

L'eterne Ninfe che han le selve in cura

Piene d'affanno dall'opposto speco

Memori anch'esse di sì gran sventura

Con fioca voce al lamentar fan eco,

E all'innocente gemito risponde

Il rio col lento sussurrar dell'onde.

 

E con l'immagine del « rio », che scorre con il « lento sussurrar dell'onde », (ogni parola è musica nel canto dell'Andreoli, ogni immagine è nitida e pacata anche di fronte al mistero della morte) chiudo questo mio studio, che vuol essere un piccolo omaggio a Busseto e alla sua storia, ricca di fascino e di poesia.

Vito Ghizzoni

 

 (1) I tre quadri rappresentano: Le Marie al Sepolcro - La Resurrezione - Il « Noli me tangere ».

(2) Emoni: nome grecizzante, indica coloro che vivono in Tessaglia presso l'Olimpo.

(3) La valle di Tempe e il fiume Penéo ricorrono frequentemente nei miti e nella poesia della Grecia antica.

(4) L'Emonia era già sorta, pur senza un regolamento e senza l'approvazione sovrana, fino dal 1749.

 

BIBLIOGRAFIA

AA. VV.: Rime (Compiendo con universale applauso l'apostolico suo ministero nell'insigne Collegiata di Busseto il molto reverendo Padre Cherubino di San Girolamo rEsprovinciale de' Carmelitani Scalzi la Quaresima dell'anno MDCCC). Parma, Carmignani 1800.

GHIDIGLIA QUINTAVALLE AUGUSTA, PIETRO BALESTRA e GRISANTE CASSANA: Pittori inediti - in « Aurea Parma » - III - luglio-sett. 1956.

LEGGI E CATALOGO DE' PASTORI EMONI DI BUSSETO, Urbino, Stamp. Carnerale 1757.

SECCHI RONCHI GAETANA: Rime (con prefaz. di I. Affò). Guastalla, Allegri 1776.

SELETTI EMILIO: La città di Busseto, Milano, Bertolotti 1883. VITALI PIETRO: Le pitture di Busseto, Parma, Stamp. Ducale 1819.

VITALI PIERO: Orazione e stanze sdrucciole in morte di Buonafede e di Fabio Fratelli Vitali e di Francesco degli Eletti fondatori dell'Emonia, Parma, Stamp. Imperiale 1816.

...................................................................................................................................

Presso il Monte di Pietà di Busseto ho potuto consultare alcuni manoscritti inediti sull'Emonia (verbali di sedute, lettere e poesie; tra le poesie l'idillio di A. Andreoli).

INIZIO PAGINA

GIOVANNINO GUARESCIII O DELL'INVENZIONE SUL REALE

Stralciamo dal lavoro di tesi di Adriano Concari « La vita e le opere di Giovannino Guareschi » alcune pagine indicative per una traccia che deve stare a cuore a chiunque s'accosti al mondo di Guareschi.

Intendiamo riferirci alla traccia che porta alla comprensione del mito guareschiano, un mito semplice e per questo difficile da penetrare, costituito dalla compresenza di storia e di favola, di una storia che ha tutto il sapore del bozzetto romanzescamente tramato, di una tavola, la quale, perché « inventata sul reale », è sempre il necessario supporto del dato storico.

Ci sembra pertanto opportuno offrire al lettore le pagine riguardanti la prima infanzia del Nostro, « allo scopo di conoscere il primo ambiente nel quale visse, crebbe, sì formò, e che restò coi suoi vari elementi nella memoria dello scrittore ». Le completano alcune spigolature rivelatrici della sua formazione mentale.

Inoltre, giacché a questo « mondo piccolo » Guareschi scrittore rimase sempre fedelissimo, presentiamo alcune altre pagine che costituiscono un importante momento di riflessione critica intorno all'« invenzione sul reale », ovverossia intorno a quel processo artistico per cui Guareschi « trova, ricrea, caratterizza un dato della realtà noto a tutti, ma che tutti vogliono riscoprire proiettato in una dimensione artistica, nell'alone della poesia o nel torpore, caro alla gente padana ».

Inizio il racconto della vita di Giovannino Guareschi naturalmente dalla sua nascita, e lo inizio con le parole di Alessandro Minardi, il suo più intimo amico, che, all'indomani della morte di Guareschi, ne ha tracciato sul « Giornale di Bergamo » un'ottima biografia, che comincia così:

 

« Era nato a Fontanelle di Roccabianca il primo maggio 1908 Quel giorno i socialisti tenevano il comizio per festeggiare la "Festa del lavoro". L'oratore era il barbuto On. D'Aragona che parlava dal balcone della casa di teodosio Guareschi, il capo di una famiglia patriarcale di agricoltori.... A un certo momento l'On. D'Aragona venne interrotto. Sul balcone era salito il famoso organizzatore di cooperative agricole socialiste Faraboli.

Teneva in mano un fagottino che con qualche parola sommessa consegnò all'oratore. Fra lo stupore dei lavoratori l'On. D'Aragona alzò il fagottino fino alla testa e disse "Compagni, proprio oggi, festa dei lavoratori, in questa casa che ci ospita, è nato un altro lavoratore, un nuovo socialista. Bene. Auguriamogli vita lunga e felice". E così la nascita di Giovannino Guareschi venne annunciata al  "mondo piccolo" di Fontanelle ».

 

Questo episodio, che i figli di Guareschi da me ìnterpellati dichiarano autentico, ha la freschezza del bozzetto e il sapore favoloso del mito. Prima però di definire i contorni di questo mito, considero i certificati attestanti la nascita di Giovannino Guareschi. Dall'analisi dei certificati di nascita e di battesimo messimi gentilmente a disposizione dal sindaco di Roccabianca, Angelo Tonna, e dal parroco di Fontanelle, don Ermenegildo Pesci, è emersa una discordanza cronologica: mentre cioè l’atto di nascita, redatto in comune, dichiara che la nascita di Giovannino Guareschi (non Giovanni, come si preoccupò di far notare lo stesso Guareschi al Presidente del Tribunale, durante il famoso processo intentatogli da De Gasperi) avvenne il primo maggio 1908, il certificato parrocchiale di battesimo reca come data di nascita il dieci maggio (« ... natum die decima huius mensis »). Verrebbe da gridare al caso fortunato per questa discordanza; verrebbe da considerare come voluta dal destino e dalla penna profetica dell'amanuense del comune la sùbita entrata di Giovannino nell'alone del mito, il mito del primo maggio. Ma l'attento esame dei documenti testimonia che Guareschi è entrato nel mito legalmente. Infatti l'atto di battesimo è stato a compilato da un sacerdote diverso dal battezzante; capitava — dice il parroco di Fontanelle — che la trascrizione dei battesimi sul registro parrocchiale avvenisse in modo affrettato e si commettessero parecchi errori ; è probabile che anche in questo caso sia successo così. Esaurito il commento alla documentazione ufficiale, ritoniamo al racconto di Minardi.

Il compito a questo punto si presenta arduo e gradevole allo stesso tempo. Si tratta di delineare i contorni di un mito, che ha un notevole margine d'inedito e un sapore di favola, appunto, « guareschiana ».

Entriamo in argomento e diciamo subito l'attinenza di questo « excursus » alla biografia di Guareschi, riservandoci di precisarla meglio alla fine. Il Nostro nacque il primo maggio 1908, nella cosidetta « villa rossa », dove teneva gli uffici Giovanni Faraboli. Una data, una casa, un nome : elementi significativi di una storia, che ora narreremo. (')

È la storia del socialismo che esordì nelle plaghe della Bassa Parmense ai primi del Novecento, mosso dai sentimenti di riscatto sociale; è la storia del movimento cooperativistico della Bassa Parmense, il secondo esperimento del genere in Italia, dopo quello di Ravenna, animato da Nullo Baldini. Il socialismo — secondo quanto riferisce il Bertoluzzi — voleva avere nelle zone della Bassa un carattere antiretorico e concretizzarsi, per educare i lavoratori ad amministrare le loro aziende e poi la cosa pubblica. Ma procediamo con ordine, riferendoci a quanto scrive Taddei, nel suo libro citato in nota:

 

« La prima generosa seminagione delle idee socialiste fra il proletariato agricolo dei comuni parmensi rivieraschi del Po venne compiuta dal Dottor Luigi Musini, anima eroica di garibaldino, uno dei "settanta di Villa Glori”… L'apostolato di Luigi Musini si iniziò dopo il 1880, un mezzo secolo fa, e le leghe di resistenza deì contadini della Bassa Parmense sorsero soltanto dopo il 1900... Il 7 aprile 1901 si costituì, in Fontanelle, frazione del comune di Roccabianca, la "Lega dei contadini", che nominò suo segretario il bracciante Giovanni Faraboli ». (2)

 

Dopo aver parlato della nascita della cooperativa di consumo diventata presto la Casa dei Socialisti, il centro di un complesso meraviglioso di istituzioni operaie nei comuni di Zibello, Polesine, Roccabianca, S. Secondo, il Taddei innalza un entusiastico peana alla Festa Rossa. Seguiamo le sue parole:

 

« Era il giorno della Festa Rossa, un bagno di fede e di entusiasmo per migliaia di lavoratori accorrenti da ogni parte della provincia di Parma... i braccianti intervenivano in massa, ed ovunque passavano (in tram, in bicicleletta, in camions o pel Taro traghettando) erano canti di ardenti giovinezze, e Fontanelle tutti accoglieva con le note alte e squillanti, incitatrici all'inno dei Lavoratori. Poi nella mattinata piena di sole, per le strade dalla piccola borgata, stretta dal verde delle siepi e delle messi, il corteo delle organizzazioni procedeva fiammeggiante di rossi vessilli; e dalla letizia della gran folla, inebriata dì canti, di luci, dì fede sì innalzava ripetuto e possente, il grido di evviva al socialismo. Al corteo seguiva, nel pomeriggio, il Comizio, e la tribuna, fasciata di rosso, si ergeva sulla pubblica piazza. Nel susseguirsi delle celebrazioni, centinaia di oratori, fra modesti e grandi, salirono a quella tribuna, ove mai fu detta parola d'odio contro l'avversario e contro il fratello dissenziente ». (3)

 

L'anima del cooperativismo della Bassa Parmense fu Giovanni Faraboli, che appunto da Fontanelle estese il raggio dell'azione cooperativistica ai comuni limitrofi: S. Secondo, Sissa, Soragna, Zibello, Trecasali, ecc.... Tutta l'attività amministrativa e organizzativa delle cooperative, la cui importanza (4) crebbe di anno in anno fino al 1922, anno dell'avvento al potere del fascismo e della distruzione del tentativo socialista, si svolgeva nella « villa rossa ». Il padre di Giovannino, che era proprietario di questa casa situata nel centro di Fontanelle, aveva affittato i locali a pianterreno ai socialisti cooperatori, mentre egli abitava al primo piano. In questa casa, nel giorno della « Festa Rossa », che segnò il trionfo del famoso sciopero agrario, iniziatosi un anno prima, nel 1907 (5), nacque Giovannino Guareschi, che sempre si onorò d'aver visto la luce nella « villa rossa ».

Ma Guareschi non fu un socialista, anzi abbracciò posizioni politiche nettamente contrastanti — si potrebbe affermare, per trovare una contraddizione. Ebbene, occorre precisare alcuni punti, per non cadere in equivoci. Guareschi non fu mai socialista, almeno a livello ideologico, ma amò il socialismo della sua terra, il socialismo umano, dove il valore delle persone era tenuto in gran conto. Guareschi accettava questo socialismo come la componente di un tempo ormai passato: amava dunque non un socialismo ideologico, ma idealizzato. Guareschi trasporterà figure di questo passato nei suoi libri. L'attenzione si posa su un nome: Giovanni Faraboli, il cui busto è ora nella piazza principale di Fontanelle, vicino alla « ex-villa rossa ». Giuseppe Saragat, inaugurando questo monumento a Faraboli, tessé un elogio della bonaria e popolaresca ma energica figura di contadino cmiliano il cui cappello a larga tesa era diventato leggendario » (6). Tratti esteriori e interiori del « patriarca della Bassa », come venne dipinto Faraboli, si troveranno in molti personaggi del « Mondo piccolo » guareschiano. Ed anzi il defunto Giovanni Poli, amministratore dei beni di Guareschi e suo caro amico, riferiva al parroco di Fontanelle che Guareschi ebbe presente Faraboli nel creare il personaggio Peppone.

 

 

*****

 

Adesso vi racconto tutto di me..., scrive Guareschi nella sopracopertina del secondo volume della serie "Mondo Picco" : “Doti Camillo e il suo gregge" — Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio. Sono un lavoratore tenace... Da parte mia sono profondamente grato ai miei genitori d'avermi messo al mondo. E gratissimo sono al Padreterno perché non m'ha fatto né peggiorare né migliorare di quello che sono. Io volevo essere esattamente così come sono. Diverso di così mi andrei largo o stretto”. Giovannino ha in questo modo lasciato il suo ritratto fedele, un ritratto da cui traspaiono i lati eccezionali del suo carattere: la semplicità, la freschezza, la caparbietà, la dirittura morale, la fedeltà al suo mestiere e alle sue idee.

Guareschi è stato definito un « uomo di carattere », « l'unico autentico, irriducibile spirito contestatario degli anni Cinquanta e Sessanta » (7) lo fu, e tuttavia, pur seguendo una sostanziale coerenza di fondo, seguì spesso gli umori a sbalzo del suo temperamento, vivace, passionale, come s'addice a un uomo della Bassa. Giovannino fu sempre innamorato dei ricordi, e più accentuatamente col procedere degli anni, un nostalgico. I signori Frondoni dì Busseto, che il Nostro praticava spesso, mì hanno narrato diversi episodi che mostrano l'attaccamento di Guareschi alle cose antiche: il suo rimpianto per le spiepi di pruniolo scomparse; le lunghe trattative per comperare una villa vicino a Salsomaggiore, tuffata in un mare di verde, ricca di querce secolari, di cespugli d'alloro, tappezzata da un glicine che entrava nelle finestre.

Consideriamo ora un altro aspetto di Guareschi: l'uomo tuttofare.

Le molteplici attività del Nostro non erano un semplice hobby, ma rispondevano a un'esigenza « vitale ». Quando poteva « faceva », tanto che in ogni sua casa c'è un'officina con innumerevoli ferri di mestiere (meccanico, idraulico, falegname). Quando era costretto a « far fare » si preoccupava di eseguire i progetti e seguiva con passione e competenza i lavori. Solo che, essendo per lui uno svago preso veramente sul serio, si arrabbiava moltissimo, quando gli facevano qualcosa che non andava.

Raccontava lo stesso Giovannino agli amici più intimi che, durante gli anni del « Maria Luigia », quando lo prendeva lo sconforto, era solito recarsi in un suo podere della Bassa, sedersi sopra una grossa pietra e riflettere ai casi suoi. Pensava in quei momenti ai suoi compagni di collegio, ricchi e blasonati; pensava alla sua famiglia disunita, al padre disinteressato alle domestiche finanze, alle madre che si sforzava col suo magro stipendio di tenere in piedi la baracca. Giunse poi, a mandare definitivamente in rovina il padre, la « quota 90 ». Giovannino, che aveva sempre reagito da par suo alle precedenti difficoltà, anche questa volta dimostrò di essere pronto ad entrare nella fornace della vita.

Tale infatti l'interesse: prese a considerare l'esistenza come lotta, e tale concezione diede il marchio a tutte le sue attività. Guareschi fu un grande lavoratore. Inoltre, il suo futuro anticomunismo, prima ancora di essere una presa di posizione ideologica (forse non lo fu mai, ché Guareschi non si curò mai troppo di penetrare le ideologie), era un fatto esistenziale, personale: Guareschi non riusciva a concepire, lui che aveva tanto faticato per crearsi una solida posizione, come si potesse portar via quello che uno otteneva coi suoi meriti.

Scriviamo ora di Guareschi agricoltore. Egli la pensava esattamente come il suo antico e illustre concittadino, il quale diceva spesso che non v'era niente di più elevato che fare il contadino, acquistare terreni, svilupparli, amministrarli e preoccuparsi del loro progresso tecnico e della maggiore produttività. Così proprio come Giuseppe Verdi, Guareschi volle migliorare i suoi fondi, poiché in essi è « qualcosa che sopravvive e pertanto vale la pena di farlo ». La prima preoccupazione di Guareschi agricoltore fu anzitutto per gli uomini che lavoravano la terra: le case dei suoi coloni, tutte bianche con le finestre verdi (color « verde Guareschi »), sono state rinnovate o costruite sulla scorta dei più moderni princìpi e secondo i dettami dell'igiene, delle comodità, della funzionalità. Poi vengono gli animali, sistemati in stalle saggiamente disposte, asciutte e pulite, comode e luminose. Ultimo viene il reddito. (8) Si può affermare a questo punto, e questo è importante per le opere, che Guareschi sapeva di essere un uomo tipico della Bassa e intendeva questa sua particolarità con molto orgoglio, con la schiettezza, la fierezza, la testardaggine dei contadini della sua terra (quelli d'una volta).

 

*****

 

Trattiamo i due volumi della serie « Mondo Piccolo ». Per quanto riguarda questi racconti, che hanno dato tanta celebrità a Guareschi, e che definisco racconti « inventati sul reale », è difficile stabilire una interna priorità tematica. Dalle schede di lettura, che ho riempito, si può ricavare essenzialmente un'analisi basata sui nuclei tematici più importanti. Il primo nucleo tematico che esamino è quello ambientale ed è un nucleo che si può definire con un solo nome, la Bassa, ma che è diffuso, in varia guisa tangibilissima, in tutti i racconti. Questo nucleo si raccomanda all'attenzione soprattutto, perché, analizzato, spiega la definizione di « racconti inventati sul reale », data alla serie di « Mondo Piccolo ».

Il clima della Bassa, col suo caldo che è « roba che si vede e si tocca », con la nebbia « da tagliare col coltello »; l'ambiente fisico della Bassa, con località, ville e poderi tipici (Castellina, Torricella sono paesotti realmente esistenti nella Bassa Parmense; molti cascinali portano il nome di quelli descritti da Guareschi: la Bruciata, la Torretta, i Pilastri, il Crocile); la gente della Bassa, vista nella sua semplice (non semplicistica) psicologia, considerata nei suoi umori, nella sacralità del suo odio e del suo amore, nel superamento di questi sentimenti profondi mediante l'innato buon senso; tutti questi sono dati realistici del racconto guareschiano. Ma Guareschi « inventa » il reale, e lo inventa nel senso genuino del termine, mediante l'operazione artistica: quand'egli descrive gli afosi pomeriggi dell'estate padana, quando narra delle processioni dirette al Po per la benedizione delle acque, lo fa trovando, ricreando, caratterizzando un dato della realtà noto a tutti, ma che tutti vogliono riscoprire proiettato in una dimensione artistica, nell'alone della poesia o nel torpore, caro alla gente padana, della favola. Passando al secondo nucleo tematico, riferito alle figure di Don Camillo e di Peppone, possiamo tranquillamente affermare che anch'esso è frutto d'« invenzione ». Non è lungi dal reale, la realtà della Bassa, il rinvenimento del prete di campagna che fuma il « toscano », che con parabole tiene sermoni toccanti diretti al cuore della « sua » gente, che rimprovera o blandisce il suo gregge conoscendolo, che va a caccia, manesco e matto, ma con cuore immenso. D'altro canto la figura di Peppone è tuttora emblematica di un certo tipo di sindaco « rosso », zuccone, istintivo, che tiene discorsi sgrammaticati, ma purtuttavia discorsi di una « persona » che parla col « cuore » alla « sua gente ». Guareschi « inventa » questi due personaggi e « inventa » il loro dialogo. I due si conoscono a fondo (Don Camillo capisce la psicologia di Peppone e usa con lui ragionamenti semplici, concreti; Peppone comprende la necessità di non impuntarsi col focoso deuteragonista), trovano spesso l'accordo, diventano complici per l'interesse del paese, si uniscono per infondere coraggio alla popolazione, come nel caso dell'alluvione del 1951, dialogano « da uomo a uomo », lasciando « perdere la politica ». Ed è un dialogo il loro fra galantuomini, fra persone oneste: “la politica non c'entra — dice Peppone (9) — qui si tratta di un cristiano che viene a chiedere consiglio a un prete”. Trattando del dialogo fra Peppone e Don Camillo, veniamo a considerare un altro nucleo tematico, quello che ha come oggetto la politica. La politica, intesa in senso ideologico e storico, cede davanti ai casi umani « personali »; il democristiano e il comunista passano in sottordine di fronte alla « persona »: è il valore umano di questa che conta. Abbiamo già considerato nella biografica della trattazione questo aspetto della « Weltanschaung » guareschìana, parlando del « socialismo idealizzato ». Ora possiamo dire che, partendo da questo giudizio sulla politica, partendo da considerazioni negative sul presente e da posizioni sentimentali nostalgiche sul passato, un passato indubbiamente esemplificativo, Guareschi fa sì che i due, Don Camillo e Peppone, si ritrovino sulla base di una speranza che tutti vorrebbero fosse tradotta in realtà.

Un altro nucleo tematico riguarda quelle che io definisco le « storie »: si tratta di storie di guerra, della Bassa (bello è il racconto che ha per oggetto la chiesetta sommersa in una gora del Po), di storie animali (commovente è quella del cavallo Bianco che muore quando crede di sentire il fischio della tramvia, a cui era stato aggiogato per tanto tempo), raccontate a modo di favola, e che servono a creare il clima narrativo caratteristico guareschiano, clima in cui volutamente sono sfumati i confini del reale col fantastico. A conclusione, lo sguardo si posa su un ultimo nucleo tematico, che noi esporremo scarsamente. E’ il nucleo che ha maggiore attinenza colla biografia di Guareschi e che si può intitolare: il nucleo dei ricordi. Spigolando nei racconti, troviamo vari accenni alla maestra, al re, a Faraboli (non nominato direttamente, ma facilmente individuabile lo stesso) agli scioperi del 1908, alla tramvia sulla « provinciale » passante per Fontanelle, ai carrettieri (bello è il racconto che ha per protagonista Giaròn).

Esaurito lo spoglio dei motivi di « Mondo Piccolo », facciamo ora qualche considerazione di natura stilistica. Riproponiamo la dicotomia comicità-umorismo (10), affermiamo che nei racconti di « Mondo Piccolo » l'elemento umoristico prevale su quello comico. Resiste — è vero — una certa strutturazione caratteristica del comico: quasi tutti i racconti, ad esempio, iniziamo « in medias res », presentano un corpo centrale chiarificatore, terminano con la battuta scintillante e spesso fine a se stessa. Ma il tono generale di questi racconti, in cui dal rapporto sapiente fra realtà e fantasia si origina la favola, in cui la favola niente altro è che la trasposizione artistica di una realtà vera, è decisamente umoristico. E l'umorismo nasce dal rapporto fra stile e psicologia, e lo stile alla fine risulta definito dalla sintesi del fatto umoristico. A titolo esemplificativo, vediamo la descrizione che Guareschi fa di Don Camillo:

 

Don Camillo era una spropositata macchina di ossa e di muscoli e dalla pianta deì piedi alla cima della testa era alto come un uomo normale su uno sgabello, mentre dalla testa ai piedi era alto almeno una spanna di più: il che significa che, mentre gli altri lo vedono in un certo modo, lui vedeva in un altro perchè il coraggio di Don Camillo era appunto una buona spanna di più della sua statura. E anche se gli spalancavano davanti uno schioppo non perdeva un filo di pressione. Ma quando inciampava in un sasso o gli facevano un tiro da birichino si smontava e gli venivano le lacrime agli occhi per l'umiliazione. In quei momenti sentiva una specie di compassione per se stesso e l'anima gli si riempiva di malinconia”. (")

 

Considerando il brano in questione e generalizzando tale considerazione, non è fuori luogo parlare di approfondita caratterizzazione psicologica dei personaggi, resa narrativamente nel modo più adeguato, secondo un sapiente intreccio dell'elemento fisico e morale, nell'uso di un linguaggio semplice ed efficace al tempo stesso. Ma non è la parola, l'idioma che fa lo stile umoristico; « sarebbe erroneo dimenticare Cervantes dietro Don Chisciotte (12) », così come sarebbe sbagliato non tener conto che tutto il mondo dei libri del Nostro è un mondo vivo, nel presente e nel passato, nel dipanarsi storico e soprattutto nell'animo di Guareschi. L'umorismo di Guareschi è qualcosa di profondamente « vitale », « come il velo sotto cui il pudore impone a quest'uomo timido e scontroso di nascondere il suo pathos (13) ». Un pathos che spesse volte prorompe ed induce il lettore alla commozione, a far vibrare il suo cuore all'unisono col cuore dello scrittore. Gli esempi per illustrare questo finale raggiungimento dell'arte di Guareschi non mancano. Concludo con uno di questi esempi, colla citazione dcl racconto « Triste domenica » (14), dove compare una acuta caratterizzazione situazionale di un ragazzo non cretino, che però non vuole studiare: Don Camillo, mandato dai genitori dcl ragazzo in collegio per rimproverarlo, finisce con lui nei prati a giocare: Guareschi, il vero protagonista del brano, ritorna a giocare nei prati della sua fanciullezza.

Adriano Concari

 

(1) Abbiamo desunto le Linee di questa storia dalla viva voce di un protagonista, Paolo Bertoluzzi, collaboratore di G. Faraboli, sindaco di Roccabianca dal 1912 al 1922, fuoriuscito in Francia, dopo essere stato aggredito dai fascisti, fino al termine della seconda guerra mondiale. Il Bertoluzzi molto gentilmente ci ha fornito anche di questa essenziale bibliografia, cui ci riferiremo:

P. TADDEI, Fontanelle in patria e in esilio (Cenni Storici sul movimento operaio socialista della bassa parmense), edito per cura della Federazione Regionale del sud-ovest « G. Matteotti » del Partito Socialista Italiano, Tolosa, 1932.

G. SARAGAT, Giovanni Faraboli apostolo di socialismo e di italianità (discorso pronunciato dall'On. G. Saragat per l'inaugurazione del monumento a G. Faraboli a Fontanelle il 4 settembre 1955), Reggio Emilia, 1955.

Un suo dattiloscritto dal titolo: La fortuna e la rovina di un audace esperimento cooperativo nella Bassa Parmense.

(2) P. TADDEI, op.            pp. 18, 22, 24.

(3) P. l'Amo, op« cia pp. 27-28.

(4) L'importanza si ricava dall'eloquenza delle cifre: v. P. Taddei, op. cit. pp. 44-46, che elenca lo « status » dell'organizzazione operaia-socialista di Fontanelle nel 1922, cui facevano capo le seguenti iniziative: Circolo Socialista, Organizzazione Sindacale, Cooperativa di Consumo 'Casa dei Socialisti', Cooperativa Agricola, Cooperativa Terrazzieri, Cooperativa l'Emancipazione, Biblioteca Popolare 'Edmondo De Amicis' (ricca di oltre sette-mila volumi, fu bruciata dai fascisti nel '22; Bertoluzzi, che raccolse buona parte di questi volumi, dice che i Guareschi dotarono la biblioteca), Sezione Risparmio 'Credito e Lavoro'.

(5) La bibliografia su questo sciopero è assai ricca. L'importanza dell'avvenimento è testimoniata inoltre dalla lucidità dei ricordi. Ad esempio, la moglie del sindaco di Roccabianca, Angelo Tonna, rammenta ancora con dovizia di particolari lo stazionamento della cavalleria per più di due mesi sull'argine del torrente Stirone, con lo scopo di proteggere gli agrari.

(6) G. SARAGAT, op. Cit. p. 16.

(7) L. Rizzi; Era un patriota e un uomo 'vero', ín 'Gazzetta di Parma 22 Agosto 1968.

(8) Guareschi aveva amato l'agricoltura, ma ne fu mal ripagato; v. B. Molossi, Guareschi agricoltore, in « Gazzetta di Parma », 9 agosto 1968.

(9) G. GUARESCHI, Mondo Piccolo (Don Camillo), p. 54.

(10) Abbiamo assunto tale schema d'interpretazione, dopo aver letto 'Il riso' di Bergson e dopo aver considerato la natura dell'umorismo di Pirandello.

(11 G. GUARESCIII, Mondo Piccolo (Don Camillo e il suo gregge), p. 75.

(12) A. PAOLUZZI, La morte di Guareschi, in « I1 Popolo », 23 luglio 1968.

(13) I. MONTANELLI, I rapaci in cortile, Milano Longanesi, 1952, p.

(14) G. GUARESCHI, Mondo Piccolo (Don Camillo e il suo gregge) pp. 217-226.

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COMPOSIZIONI GIOVANILI DI GIUSEPPE VERDI
IN QUATTRO PROGRAMMI INEDITI DELLA FILARMONICA BUSSETANA DEL 1838

La gran pila di carte varie conservate, o meglio abbandonate, tra ragnatele, polvere di carbone, rifiuti in una stanza a terreno di Villa Pallavicino adibita a magazzeno, legnaia e ripostiglio del Civico Museo, attirò la mia preoccupata attenzione l'indomani della nomina a direttore del Museo stesso. Quell'ammasso di documenti, avanzo scampato alla distruzione dell'archivio comunale, effettuata nei primi mesi dell'ultimo dopoguerra con inconsiderata decisione o colpevole dabbenaggine, si rivelò ben presto ricco, se non ricchissimo, di testimonianze preziose per la storia di Busseto: tra l'altro lettere con firma autografa di alcuni duchi di Casa Farnese, lettere pure autografe di Ireneo Affò, incartamenti riguardanti alcune vecchie e illustri famiglie bussetane, mischiati ad una serie cospicua di gride, ordinanze, editti, datati dalla metà del secolo XVII al Risorgimento, farnesiani, borbonici, napoleonici, numerosi di Maria Luigia e del governo provvisorio del 1831, tutti interessanti Parma o in particolare Busseto. Ma la sorpresa più piacevole fu ritrovare quattro programmi teatrali, manoscritti, d'accademie musicali tenute nel Teatro Comunale durante il febbraio 1838 dai filarmonici bussetani: la loro importanza deriva dalla presenza in essi di composizioni di Verdi in parte ignote, in parte note solo attraverso citazioni frettolose di alcuni biografi quali il Garibaldi (1904) che fece in tempo a vedere lc musiche allora conservate al Monte di Pietà e da tempo sparite; il Neisser (1914) che vide forse uno di questi programmi, quello del 27 febbraio (ma trascrisse male la data perché lesse 1835); il Gatti (1931) che trovò i titoli negli autografi di Giuseppe Demaldè e di Antonio Barezzi ; e da ultimo l'Abbiati (1959) che riportò una lettera del Demaldè con unito programma musicale per l'Accademia di Casa Barezzi del 12 ottobre 1934.

 

Il programma del 25 febbraio fu inviato a Torino nel 1941 per essere esposto alla Mostra di cimeli verdiani organizzata dal quotidiano La Stampa.

 

Nel pubblicarli integralmente qui di seguito so di fare cosa gradita ed utile non solo ai bussetani. La fantasia ricostruirà con l'ausilio dei documenti il sapore festoso di quelle lontane serate, immaginandone la commozione e gli entusiasmi.

 

I quattro programmi sono su carta a mano, il cui formato è di cm. 20x30 circa, scritti con discreta calligrafia ad inchiostro, tre dei quali portano il visto per l'affissione del Podestà Cavalli: venivano forse esposti nei pubblici locali e alla porta del teatro. Il Teatro Comunale era, come ricorda il Seletti, nella vecchia rocca, nel luogo ove si trova l'attuale: « Teatro che per la sua costruzione non avrebbe il merito di una parola di ricordo, ma che però fu palestra ad esercitazioni filarmoniche, a drammatiche musicali rappresentazioni, sia di cittadini dilettanti, che di valenti compagnie ». E ricorda in nota come vi recitasse giovinetta la grande Adelaide Ristori, come Provesi vi rappresentasse le sue opere buffe e come Verdi vi facesse conoscere le sue prime composizioni. Tra le quali queste eseguite nel 1838, in tempo di carnevale, tre domeniche e il martedì grasso, un anno circa prima dell'Oberto, quando, con il Duca di Rochester chiuso nel cassetto e sei romanze pronte per la pubblicazione, oscuro ancora maestro dì provincia, già sognava in cuor suo di liberarsi dal giogo bussetano. E quelle serate furono forse le ultime che Verdi dedicò interamente a Busseto, perché di lì a poco annuncerà le dimissioni di Maestro di musica al podestà con la lettera famosa che inizia: « A codesto infelicissimo mio paese ben m'avveggo ch'io non posso essere di quella utilità che avrei pur bramato ... ».

Corrado Mingardi

 

ACCADEMIA

ISTROMENTALE E VOCALE

per questa sera

 

PARTE PRIMA

1° Sinfonia nuova del Maestro Verdi

2° Aria del M° Mercadante eseguita dal Sig. Macchiavelli

3° Aria del M° Rossini eseguita dal Sig. Guernieri

4° Duetto del M° Rossini ridotto per clarino e fagotto, ed

eseguito dalli Sig.' Arduzzoni e Bottarelli

5° Gran Duetto nella Camilla del M° Paer, eseguito dalli Sig.' Macchiavelli e Guernieri.

 

PARTE SECONDA

1° Aria del M° Verdi eseguita dal Sig. Guarnieri

2° Divertimento per Tromba delle chiavi estratto da diversi motivi del M° Bellini eseguito dal Sig. Garbi

3° Duetto del M° Coccia eseguito dalli Sig.' Macchiavelli e Guarnieri

4° Sinfonia del M° Majerberg.

Busseto, 4 Febbraio 1838

 

Visto per l'affissione

Busseto, 4 febbr. 1838

Il Podestà C. Cavalli

 

Questa sera dai dilettanti Filarmonici verrà eseguita

un'Accademia vocale e strumentale, ed una Farsa

per intermedio, verrà recitata dai d.ti Filodramm.ci

 

DISTRIBUZIONE DEL TRATTENIMENTO

 

PARTE PRIMA

1° Sinfonia nell'Aureliano in Palmira del celebre Cav. Sig. Maestro Rossini

2° Coro, scena ed aria nel Belisario del Sig. M° Donizetti eseguita dal Signor Luigi Macchiavelli

3° Introduzione nella Cenerentola del pred.° Sig. Rossini ridotta per Istromenti

4° Coro ed aria del ridetto Sig. Rossini eseguita dal Sig. Giusep. Guernieri.

 

PARTE SECONDA

 

FARSA - INTITOLATA

I BRAVI

 

PARTE TERZA

1° Divertimento per Tromba delle chivi eseguita dal Sig. Pietro Garbi

2° Recitativo ed aria eseguita dal Signor Giulio Rusca

3° - Sinfonia Finale.

N.B. - Questi tre ultimi pezzi musicali sono dal Sig. M° Verdi.

 

Si darà principio alle ore Sette

Il viglietto d'ingresso è fissato a c.m 20

 

Busseto, 18 Febbraio 1838

Veduto per essere affisso

 

Busseto, 18 Febbraio 1838

Il Podestà: C. Cavalli

 

Questa sera dai Dilettanti Filarmonici verrà eseguita

un'Accademia vocale e istromentale,

ed una Commedia

per intermedio verrà recitata dai Dilettanti Filodrammatici

 

PARTE PRIMA

1° Gran Sinfonia nella Semiramide del Sig. M° Rossini

2° Capriccio per Corno del Sig. M° Verdi eseguito dal Sig. Dilettante Vincenzo Magnani

3° Recitativo ed aria del Sig. M° Verdi eseguita dal Sig. Rtisca

4° Introduzione nell'Eduardo e Cristina del S. M° Rossini ridotta per Istromenti.

 

PARTE SECONDA

 

COMMEDIA DI EUGENIO SCRIBE

intitolata

LA SOFFITTA DEGLI ARTISTI

 

PARTE TERZA

1° Introduzione, variazioni e coda per Fagotto del Sig. M° Verdi eseguita dal Dilettante Sig. Luigi Bottarelli

2° Duetto buffo del Sig. M° Verdi eseguito dalli Sig.ri Dilettanti Macchiavelli e Guernieri

3° Sinfonia del Sig. M. Mayerber.

 

Si darà principio alle ore sette

Il viglietto d'ingresso è fissato a c.mi 20

 

Busseto, 25 Febbraio 1838

 

Questa sera dai dilettanti Filarmonici verrà eseguita

un'Accademia vocale e strumentale, ed una Farsa

per intermedio, verrà recitata dai d.ti Filodramm.ci

 

DISTRIBUZIONE DEL TRATTENIMENTO

 

PARTE PRIMA

1° Sinfonia del M° Rossini

2° Capriccio per Corno del Sig. M° Verdi eseguito dal Sig. Dilettante Vincenzo Magnani

3° Aria del M' Pavesi eseguita dal Sig. Dilettante Giuseppe Guarnieri

4° Introduzione nella Cenerentola del M° Rossini ridotta per ist romenti.

 

PARTE SECONDA

Farsa intitolata Un Poeta ai campi Elisi

 

PARTE TERZA

1° Duetto del M° Rossini ridotto per Clarinetto e Fagotto eseguito dalli Sig.ri Arduzzoni e Bottarelli

2° Duetto Buffo del M° Verdi eseguito dalli Signori Macchia-velli e Guarnieri

3° Sinfonia del M° Verdi.

 

Si darà principio alle ore Sette

Il viglietto d'ingresso è fissato a c.rn 20

 

Veduto per essere affisso

Il Podestà: C. Cavalli

 

INIZIO PAGINA

 

LE IMMAGINI DEL VOLUME

1

La scala d'accesso alla Biblioteca, costruita l'anno di fondazione 1768

2

Alcune sale della Biblioteca

3

Incisione raffigurante l'impresa dell'Accademia Emonia di Busseto, dal rame conservato in Biblioteca

4

L'arcaico Cristo giardiniere dipinto da Antonio Balestra per il Noli me tangere, in S. Maria Annunciata di Busseto

5

Particolare del Miracolo di S. Nicola, tela di Antonio Balestra. L'opera appartenente alla Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto, è esposta al Museo Civico

6

Giovannino Guareschi a Roncole Verdi in uno dei suoi ultimi inverni

7

Autoritratti di Giovannino Guareschi in un originale biglietto d'auguri disegnato per gli amici e i conoscenti

8

Uno dei quattro programmi della Filarmonica Bussetana del 1838, ora esposti al Museo Civico di Busseto

9

Lettera di Hector Berioz a Verdi, conservata a Villa Verdi

10

L'ingresso della nuova Casa di Riposo "Alfonso Pallavicino" costruita su progetto dell'ing. Vincenzo Banzola

11

Particolare della facciata ovest della nuova Casa di Riposo di Busseto costruita dalla Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su Pegno di Busseto

12

Veduta posteriore della vecchia Rocca di Busseto. Acquerello del 1852, conservato a Villa Verdi

13

Ecco come appariva fino a pochi anni or sono Villa Pallavicino, solenne e isolata tra alberi e prati alle porte di Busseto

14

Busseto da salvare: la stupenda volta settecentesca di S. Ignazio ornata di stucchi e di affreschi del genovese Giovanbattista Draghi

15

Croce processionale in lamina d'argento con figure dorate. Capolavoro di oreficeria della fine del XV° secolo. Custodita tra i tesori della Collegiata di S. Bartolomeo

 

INIZIO PAGINA

 

VERDI E BERLIOZ: IN MARGINE AL VIAGGIO DELLA RAPPRESENTANZA BUSSETANA ALLE FESTE CENTENARIE

DI LA COTE SAINTE-ANDRE'

 

Il 1969 fu l'anno centenario della morte di Hector Berlioz, il massimo compositore francese del secolo XIX, il più grande con Verdi della tradizione romantica latina. Busseto inviò nel luglio alla volta di La Còte Sainte-André, paese natale del musicista, una piccola delegazione a presenziare, in nome del Comune e degli Amici di Verdi, alla solenne conclusione delle celebrazioni. Ne facevano parte il M° Pierre Charles Borlenghi, la Professoressa Anna Foglia ed io. Fu un viaggio indimenticabile, come indimenticabili furono l'accoglienza delle autorità, il concerto serale alle Halles, e, perché no, il pranzo in fattoria, alle porte del villaggio, con lieta brigata internazionale, presto accumunata attorno ad una mensa rustica e ricca ad un tempo, nella dolce valle prealpina, bionda di messi e verde di boschi, là nell'Isère tra il Rodano e il Delfinato. Del concerto, straordinario in un luogo così fuori mano, è presto detto: la grande orchestra dell’O.R.T.F. diretta da Pierre Michel Leconte ci diede, tra l'altro, della Sinfonia Fantastica una esecuzione limpida e razionale, eppure appassionatamente romantica: concorreva all'eccezionalità della serata l'ambiente quanto mai suggestivo, un vastissimo mercato capace di tremila persone, dalla possente struttura in legno, capo d'opera della fine del Medioevo, quando ancora si costruivano immense le gotiche cattedrali di Francia. Fu bello in quel viaggio legare con vincoli d'amicizia il paese di Verdi e quello di Berlioz, al di là delle sterili, dannose polemiche che nei decenni passati scavavano solchi d'incomprensione tra la musica italiana e quella francese, tra Verdi stesso e Berlioz, contemporanei ed amici, uniti dalla stima reciproca, anche se non da vera e profonda comprensione.

Vale la pena di riproporre alla lettura, senza eccessivo commento, le parole stesse dei due protagonisti come le ho colte in una breve ricerca fra i loro scritti. Quando già credevo d'avere materiale sufficiente per testimoniare dei loro rapporti, ecco che mi si offre l'occasione di far conoscere due lettere inedite di Berlioz, di cui una a Verdi stesso, conservate a Sant'Agata. Ringrazio vivamente la Dottoressa Gabriella e il Dottor Alberto Carrara Verdi che ne permettono la pubblicazione. L'Abbiati nella sua monumentale opera su Verdi, le ebbe al giusto momento presenti, ma non citò che un passo della seconda. Verdi medesimo le considerò degne di essere conservate nell'album degli autografi illustri. Le leggeremo fra poco. Intanto ecco Berlioz a proposito di una scena del Trovatore: “C'est une douleur immense, magnifiquement exprimée”; e nel 1855 a proposito de I Vespri Siciliani:  “Per i "Vespri Siciliani" Verdi si sollevò altissimo in questo suo nuovo lavoro. Senza nulla voler detrarre al merito del suo Trovatore e di tanti altri commoventi spartiti, fa d'uopo convenire che nei Vespri l'intensità penetrante dell'espressione melodica, la sontuosa varietà, la sapiente sobrietà dell'istrumentazione, l'ampiezza, la poetica sonorità dei pezzi d'assieme, il caldo colorito che brilla dappertutto e quella forza appassionata ma lenta ad esplicarsi che forma uno dei tratti caratteristici del genio di Verdi, comunicano all'opera intera un'impronta di grandezza, una specie di sovrumana maestà, più caratterizzata che nelle precedenti produzioni di questo autore”.

Forse dello stesso anno è la lettera inedita di Berlioz a Verdi, un invito a pranzo confidenziale e rispettoso ad un tempo:

 

Jeudi Soir 4

Mon cher Monsieur Verdi,

Voulez vous nous faire le plaisir de venir diner à la maison Lundi prochain à 6 h. 1/2 avec quelques uns de vos amis. Je serai bien heureaux qu'il vous soit possible d'accepter cette invitation toute sans cérémonie.

Voutre bien devoué

H. Berlioz

 

Poco precedente è l'altra lettera indirizzata da Londra al segretario di Liszt Belloni che gli aveva dato particolari sulla prima dei Vespri. Berlioz gioisce per il successo di Verdi ed informa l'amico d'avere passato le felici notizie a diversi giornalisti di Londra; lui stesso è in un momento particolarmente felice perché il suo concerto ha avuto un successo senza precedenti.

 

13 Margaret Street (Cavendith Square)

Samedi Soir 16 Juin

Mon cher Belloni,

Je vous remercie des nouvelles brillantes que vous me donnez de la lre Réprésentation des Vépres; mais je suis désolé de n'avoir pu étre témoin de ce succès si cruellement acheté par l'auteur, au prix de tant de tracas, d'inquietudes et de lutters indignes de lui contre des misérabilités (pour parler comme les anglais). Enfin voilà Verdi hors du guépier, du moins pour le moment. J'ai montré votre lettre à Willert Beale qui m'a prié aussit6t d'écrire à son père à Brighton pour lui communiquer les details qu'elle contient ; ce que j'ai fait. Je viens aussi de la montrer à M. Hogarth qui etait, je crois, occupé à écrire son feuilleton du Daily News quand je suis entré. Il a paru fort aise de connaitre ces détails le premier. Demain je dine chez Chorley, j'en ferai autant auprès de lui. J'ai rendez vous avec Davijon Lundi; je lui ferai la méme communication. Mais M. Hogarth m'a donné à entendre qu'il y a dans une partie de la presse anglaise une espèce de prévention invincible contre Verdi.

Je ne sais quand je pourrai voir Glover, que je viens tàcher de faire revenir de la sienne.

Le concert de Mercredi dernier a été d'une ardeur exceptionelle; je veux dire que le public s'est montré à mon égard d'une chaleur bienvaillante à nulle autre pareille; car l'exécution a beaucoup souffert de l'absence des premiers sujets de l'orchestre qui avaient été engagés ailleurs et s'etaient fait remplacer par des mediocrités. Neanmoins l'ensemble a été satisfaisant pour tout ce qui n'etait pas de ma composition. Mozart ni Beethoven n'ont rien eu a souffrir. En outre mon morceau de la Féte chez Capulet a été rendu avec une telle verve, une si incroyable inspitation, qu'on l'a bissé (pour la Ire fois depuis qu'il existe) au milieu de tris et d'applaudissement dont vous ne vous faites pas d'idee a Paris.

Cette immense salle d'Exeter Hall en etait bouleversée.

Il n'y a encore eu qu'un article (excellent) dans le Morning Herato et la constatation d'un succès sans précedent pour moi dans le Morning Post.

Davijon m'écrit que son article du Times n'a pu passer à cause des nouvelles de Crimée et m'engage a lire le Musical World que je n'ai pas encore lu.

Adieu mille amitiés à nos amis de Paris. Marie vous remercie de votre bon souvenir.

Hector Berlioz

 

La lettera è interessante perché ce lo mostra intento a far propaganda verdiana, con una generosità che non sembra sottintendere ragioni nascoste. Lettera, per lo stile, tipica dell'immediatezza di Berlioz scrittore, vivacissimo sempre nella corrispondenza, negli articoli teatrali, nelle bellissime Memorie.

Verdi nel 1860 non aveva ancora scordato la simpatia che il Francese gli aveva espresso. Lo dimostra una lettera all'Escudier di quell'anno: « Salutate tanto tanto Berlioz, che stimo come compositore ed amo come uomo ».

Passarono gli anni. Arrivò il Don Carlos: Berlioz non partecipò alle reazioni chauviniste della critica francese e Verdi, a dir dell'Abbiati, gliene fu grato. Due anni dopo moriva, amareggiato dall'incomprensione dei suoi compatrioti, ridotto in povertà, dopo tante battaglie, tanto lavoro, tante accese polemiche condotte dalle pagine dei Débats con una penna talvolta feroce e intinta di risentito livore.

Berlioz ritorna nelle lettere della vacchiaia di Verdi in giudizi sintetici sull'uomo e sull'artista, giudizi ricchi di acute intuizioni critiche, rivelatori però di una istintiva, invincibile incompatibilità di carattere. Verdi a Gino Monaldi: “Berlioz! Ah! un grande artista, ma uno di quegli artisti eccentrici, veri flagelli, che bisogna lasciar passare. Egli era così cattivo che avrebbe detto male di se stesso, qualora avesse saputo di far dispiacere a qualcuno. Arrivato alla gloria in gran parte con le forze del suo ingegno poderoso, non ebbe rispetto per coloro che lo aiutarono, compreso il Meyerbeer che gli fu benefico e che il Berlioz ricambiò d'ingratitudine. Il solo contemporaneo che rispettò fu Paganini, che, del resto, se l'era meritato”.

A Ferdinand Hiller nel 1879: “Dunque avete eseguito un po' di Berlioz con un gran fiasco! Povero Berlioz ora diventato di moda e tanto maltrattato in passato! Io pure l'ho conosciuto molto, e sentii l'Infance de Christ la prima volta eseguita sotto la sua direzione, credo alla Sala Herz. Certamente vi sono bellissime cose! aspirazioni elevate e manifestazione contorta, imbrogliata e senza naturale”.

Ad Opprandino Arrivabene nel 1882: “Berlioz era un povero ammalato, rabbioso con tutti, acre e maligno. Ingegno moltissimo ed acuto; aveva il sentimento dell'istromentazione ed ha preceduto Wagner in molti effetti d'orchestra. I wagneriani non ne convengono, ma è così. Non aveva moderazione; gli mancava quella calma, e dirò così quell'equilibrio che produce le cose di arte complete. Andava sempre al di là, anche quando faceva cose lodevoli. I successi attali di Parigi sono in gran parte giusti e meritati; ma la reazione vi è dentro in più gran parte ancora. È stato tanto maltrattato quand'era vivo! Ora è morto! Hosanna!!”.

Corrado Mingardi

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RIASCOLTANDO IL MACBETH DI VERDI

 

Il Macbeth, tra le opere giovanili di Verdi, è forse quella che fu a lui più cara, l'unica infatti che dedicò al suocero Antonio Barezzi e nella quale cercò di realizzare quel tipo di melodramma di profonda espressione tragica, poetica e musicale che era nelle sue aspirazioni. Si tratta di un'opera indubbiamente nuova, nuova nella vicenda di melodramma senza amore, nuova per la concezione drammatica: la partitura del Macbeth è singolarmente ricca di indicazioni come « sottovoce », « marcato e fiero », « leggero », « con slancio », « con voce naturale » etc.; il recitativo forma veramente il sostrato drammatico della vicenda, mentre fino ad ora era ridotto al minimo, spiegazione necessaria dello svolgersi degli avvenimenti, ma musicalmente inutile, ora declamazione vocale e accompagnamento strumentale sono armoniosamente fusi a commentare l'azione. Per la prima volta forse Verdi riuscì a seguire un carattere in tutte le sue manifestazioni e sfumature, nel graduale trapasso da una passione all'altra, da un'emozione all'altra e non soltanto vedendone i poli estremi, colorando e curando alcune situazioni culminanti.

Tutta la vicenda, anche ciò che è preparazione e informazione, è trattata con impegno e cura e si mantiene allo stesso livello di dignità musicale.

Infatti l'orchestrazione è più raffinata che nelle opere precedenti, la sostanza musicale più densa, vi si nota una certa inflessione beethoveniana soprattutto in certe forme di accompagnamento. Quest'ultimo si fa più plastico ed espressivo e sottolinea il canto con movimenti di colore a volte veramente densi e complessi.

Non mancano nella partitura alcuni tratti realistici come ad esempio il lamento che esce dalla stanza dell'assassinato re Duncano, che ricorda il « Salce » dell'Otello e il violento bussare a porta subito dopo il delitto, quando Macbeth è preso dal rimorso e vorrebbe retrocedere.

La musica di Verdi riesce a scolpire meravigliosamente la diversa psicologia dei personaggi, la volontà cinica e imperiosa di Lady già ben delineata nel Duetto del primo atto da quel « Follie » ripetuto più volte quasi con derisione, e poi, con tocco felice, nella bellissima aria del secondo atto « La luce langue ».

La critica (1) è generalmente concorde nello svalutare l'elemento soprannaturale dell'opera, il così detto fantastico, al quale invece Verdi attribuiva una notevole importanza, come risulta dalla lettera (2) a Lèon Escudier_ dell'8 febbraio 1865, nella quale afferma che i ruoli dell'opera sono tre: Lady Macbeth, Macbeth, il Coro delle Streghe che, sguaiate e pettegole nel primo atto, sublimi e profetiche nel terzo, dominano il dramma.

Giovanni Ugolini, nel suo articolo « Macbeth: un melodramma soprannaturale » (3) attenua, anzi critica tale punto di vista, notando come nell'opera vi siano più momenti di suggestione fantastica in intimo rapporto col dramma dei personaggi: “La scena delle apparizioni costituiva un impegno preciso quanto a rappresentazione musicale del soprannaturale. Ma il compositore… riuscì ad imprimere a quasi tutta l'opera un carattere misterioso e sfuggente. Sono poche le battute che restano fuori dal colore tenebroso e "maligno" che Verdi inventò con mezzi tanto poco straordinari quanto perentoriamente efficaci…”      

Anche noi propenderemmo per questa opinione soprattutto per quanto riguarda il secondo Coro delle Streghe all'inizio dell'atto terzo, il cui ascolto trasporta veramente in un clima soprannaturale, profetico, di ineluttabilità. Si può forse affermare che qualche volta la tragedia si spezza in episodi interessanti, ma isolati e frammezzati da pagine convenzionalmente grigie e decorative. Sono appunto tali pagine che frantumano l'azione e abbassano il livello drammatico, ma si tratta di momenti sporadici, isolati, del tutto secondari.

Si può concludere nella considerazione che, nel complesso, le grandi « invenzioni » musicali, sia dei personaggi, sia delle situazioni, sono un frutto che risale in pieno alla prima stesura del 1847, rivelante di per sé una salda coerenza e unità stilistica. Del resto basterebbero a dar valore. alla prima versione: il Duetto del primo atto, la scena delle apparizioni e soprattutto la Gran Scena del Sonnambulismo di una potenza drammatica eccezionale.

Le parti aggiunte rivelano una maggiore raffinatezza di linguaggio, in correlazione con il cammino fatto da Verdi nel periodo tra il '47 e il '65, ma non accentuano, ad accezione dell'aria « La luce langue » e del Coro degli « Scozzesi », l'interesse drammatico dell'opera.

Ad approvare la validità di tale affermazione potrebbe servire la considerazione che il culmine dell'opera è costituito dalla Scena del Sonnambulismo, capolavoro di raffinata psicologia e drammaticità, dopo la quale l'interesse drammatico scade. In essa Verdi raggiunge forse le maggiori altezze dell'opera. Tale scena tiene il posto di una grande Aria con preludio e recitativi, ma non è in realtà né aria, né cavatina, né romanza. Verdi ha spezzato la forma consueta e ne ha creato una nuova. Già la lunga introduzione dell'orchestra ci introduce in un clima magico, assente, quasi di attesa. I bisbigli degli archi e gli arpeggi del clarinetto accentuano tale atmosfera, nella quale si stende una melodia struggente e nostalgica (violini, clarinetto e corno inglese su arpeggi del fagotto), che Verdi ci ha già preannunziato nel preludio dell'opera. Il medico e la Dama, testimoni del lento precedere di Lady in scena, con i loro interventi ed interiezioni quasi irrilevanti, intensificano il senso di mistero e di irrealtà.

L'andante assai sostenuto ci introduce al centro della scena. Una scala cromatica ascendente delle viole e dei violoncelli e una specie di gemito del corno inglese si alternano con ossessiva insistenza. Essi dànno la sensazione di un incedere ansioso e spettrale. L'arco melodico che sembra a volte voler prendere quota, finisce col ricadere improvvisamente, procede fra incertezze tonali e urti dissonanti fino a dissolversi in un sussurro alla conclusione della scena.

Si potrebbe forse pensare che Verdi abbia voluto ritrarre in questo brano il dramma interiore di Lady, cosciente della propria criminosità, però in un momento incontrollato di sé, oppure si sia preoccupato di dimostrare lo stato d'animo vero, reale del suo personaggio, nella paura, nel rimorso.

Lady Macbeth non è qui, per Verdi, una creatura irresponsabile, inconsapevole e insensibile, ma è ben viva invece, nello spasimo del dramma effettivamente vissuto e sofferto. La battaglia aggiunta da Verdi in forma di fuga non è a nostro parere, molto convincente, ad eccezione forse del Coro delle donne che s'innalza a guisa di preghiera riprendendo un poco l'atmosfera del Coro iniziale dell'Atto « Patria oppressa ».

A proposito della revisione un critico americano, George Martin (4), afferma che i cambiamenti non toccarono parti essenziali dell'opera, come il duetto del primo atto e la scena del sonnambulismo, che Verdi sentiva come « the heart of the opera » (il cuore dell'opera).

Si può dire che una delle impressioni più immediate ed evidenti, tra quante se ne possono cogliere all'audizione o alla lettura del Macbeth, riguarda senza dubbio il senso di unità, di ordine, di proporzione, che emana dalle sue pagine.

L'analisi della partitura conferma questo « ritmo estetico » presente e vivo in ogni parte dell'opera, e perticolarmente notevole nella sua divisione esterna: quattro atti di validissima costruzione (cioè interamente « pensati ») culminati nelle tre grandi scene: Duetto, Apparizioni, Sonnambulismo.

Il secondo atto non solamente è il più ricco di musica, ma anche il più significativo ed essenziale, il più denso di psicologismo, quello dove la musica ha più diretto riferimento con l'animo dei personaggi e meno con l'ambiente esterno.

Quest'opera ci appare più che una tappa del divenire artistico di Verdi, un punto di riferimento essenziale del suo atto creatore.

A distanza di tanti anni il Macbeth mostra un nuovo volto, un nuovo valore; e già da tempo si è affacciato al critico il dubbio che essa rappresenti nella produzione di Verdi molto di più di quanto non si sia sino ad oggi creduto.

Questo spiega come mai il Macbeth abbia avuto tante rappresentazioni nel corso dell'800 in tutto il mondo e come mai ora, dopo un periodo di tenebre, sia stata ripresa e ristudiata con grande interesse.

Annina Susani

 

(1) A. BASEVI, Studio sulle opere di Giuseppe Verdi, Firenze, Tipografia Tofani, p. 100.

C. GATTI, Verdi, Milano, Alpes, 1931, vol. I, pp. 285-286.

F. ABBIATI, Storia della musica, Milano, Garzanti, 1957, Vol. IV, p. 164.

M. MILA, Giuseppe Verdi, Bari, Laterza, 1958, p. 181: « Per quanto Verdi vi attribuisca la più grande importanza, è un fatto che la parte soprannaturale del Macbeth, a base di streghe, caldaie, civette, gatti neri

e              ridde infernali, è miseramente fallita ... ».

(2) Lettera a Escudier, Genova 8 febbraio 1865, in « La rassegna musicale », III, 3, p. 260.

(3) G. UGOLINI, « Macbeth: un melodramma soprannaturale » in « Rassegna Musicale », XXXII, Torino, 1962, p. 69.

(4) G. MARTIN, His music, lite and times, New York, 1963, p. 150.

 

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UNA SCUOLA DI MUTUO INSEGNAMENTO A BUSSETO NELLA PRIMA META' DELL'800

 

I diversi governi del ducato di Maria Luigia dimostrarono un discreto interesse per l'educazione popolare sia in considerazione dei vantaggi sociali che ne sarebbero derivati sia per il pericolo che l'educazione del popolo rappresentava per l'autorità costituita, che vedeva nella scuola pubblica un'alleata della reazione. Non si deve dimenticare che il ducato di Maria Luigia comincia dopo il Congresso di Vienna, in tempi difficili, pervasi di sospetto e di timore quali erano appunto gli anni della Santa Alleanza. Per questo, nonostante gli aspetti positivi, l'amministrazione del Ducato conserva i caratteri tipici di quel triste periodo.

Maria Luigia, con intuito felice si contornò spesso di amministratori valenti che, dando prova di capacità e saggezza, furono in grado di superare tante situazioni delicate. Durante il suo ducato si pensò spesso all'educazione: il 2 novembre 1814 fu emanato il Piano degli Studi, cui fecero seguito numerose disposizioni sovrane ; il 30 luglio 1819 un Rescritto Sovrano istituì la scuola di mutuo insegnamento e, nel 1831, entrò in vigore il nuovo Regolamento Generale.

La maggiore lacuna delle istituzioni scolastiche del Ducato fu la mancanza di una scuola di metodo per la preparazione dei maestri. Di conseguenza gli insegnanti scarseggiavano e, per far fronte alle richieste, nel 1819, per iniziativa del Governo, furono introdotte nel Ducato le scuole di mutuo insegnamento che, con modesta spesa, erano in grado di fornire a molti i primi elementi del sapere. Questa, forse, fu la principale iniziativa metodologica di tutto il periodo di Maria Luigia, ed ebbe il suo banco di prova nella scuola di Borgo San Donnino (l'attuale Fidenza), affidata alla direzione del sacerdote don Paolo Gandolfi. Il metodo del mutuo insegnamento si diffuse rapidamente sia per l'appoggio governativo che per la sua facile applicazione, che consentiva anche una rapida preparazione del personale insegnante. Dopo l'esperienza di Borgo San Donnino, Parma, Piacenza ed altri centri chiesero ed ottennero l'istituzione della scuola scambievole e, nel 1820, l'ebbe anche Busseto. (1)

La delibera dell'Azianato del Comune con la quale si proponeva la persona che avrebbe dovuto recarsi a Borgo San Donnino per imparare il metodo di mutuo insegnamento contiene anche la statistica dell'insegnante, una specie di rapporto informativo sul candidato, che tende ad accertare il possesso dei requisiti politici e morali del maestro designato a dirigere la scuola. L'Anzianato di Busseto scelse Pasquale Bottazzi ed espresse di lui il seguente giudizio: “Persona di buone opinioni religiose, morali, politiche; gode buona reputazione ed è fornito di quei talenti e scienza che necessarj sono per insegnare con zelo, attività e precisione l'impiego per cui viene proposto”.

Pasquale Bottazzi era nato a Busseto il 6 novembre 1775 ; all'epoca della nomina a maestro della scuola di mutuo insegnamento aveva 45 anni, aveva esercitato la professione di maestro di leggere, scrivere, aritmetica e principi di lingua « lattina » dall'età di 18 anni, era ammogliato, senza figli e non fruiva di rendite proprie. (1).

Trovato il maestro, si dovette provvedere al locale ed alle attrezzature per la nuova scuola. Un altro foglio d'archivio riporta le seguenti notizie in proposito: « Il Consiglio degli Anziani, (3) vista la decisione Presidenziale, vista la lettera governativa del 17 novembre 1820 che accompagna la sovraindicata decisione; vista la deliberazione presa nel dì 20 dicembre 1819 intorno al luogo in cui aprire la scuola di scambievole insegnamento; vista la nota delle spese necessarie pel primo stabilimento della suddetta scuola in Busseto presentata dal Podestà, confidando che, essendovi già nell'ex collegio de' Gesuiti il locale necessario per aprirvi la scuola summenzionata, decide di far estendere la perizia relativa agli effetti necessari per il suddetto stabilimento ». Pertanto « ha inviato il Signor Demaldè, Perito Geometra, dimorante a Busseto, ad estendere la sovrindicata perizia. che è stata approvata e segnata dagli Anziani intervenuti alla seduta ».

Al fine di ricostruire, sia pure approssimativamente, il numero dei frequentanti la scuola mutua di Busseto che, come s'è visto, fu sistemata in locali dell'ex collegio dei Gesuiti, è utile esaminare l'elenco del materiale richiesto dal M.o Bottazzi « pel primo stabilimento » della scuola (4). Eccolo:

 

« Otto banchi provvisti di leggio, sedile e sottopiedi; un tavolo in noce con cassetto e con predella;

seggiola con 'braccialetti' d'appoggio con telaietto ricoperto di "palviera" ;

quattro portaquadri o tabelloni di legno;

72 tavolette di legno;

44 lavagne di piccole dimensioni (da cm. 18x12

a cm. 30x12);

Kg. 32 di matita nera;

8 semicerchi in metallo con otto piccoli gangheri da fissarsi nel muro ;

piccola sega per matite ;

2 lime mezzane da ferro per appuntire le matite;

un calamaio di peltro con spolverino e canetta per la penna ».

 

Fra tutto il materiale elencato, riveste particolare importanza per il fine che s'è detto il numero dei banchi, dato che in altri documenti è specificato che essi dovessero contenere dodici alunni ciascuno ed avere una lunghezza di m. 5.

La spesa di Ly 290,57 necessaria per l'apertura della scuola fu approvata dal Governatore dei Ducati il 16 dicembre 1820.

Il maestro Bottazzi, per imparare il metodo, dovette recarsi a Borgo S. Donnino dal Direttore di quella scuola mutua, allora famosa in tutto il Ducato. Il ciclo di lezioni era, di solito, molto breve. Scrive in proposito don Gandolfi: “Posso in quattro o cinque giorni, con otto o dieci lezioni, dare tali allievi che siano atti ad insegnare col metodo della scuola scambievole. I militari, spediti alla mia scuola, ne hanno appreso in quattro lezioni il metodo, e l'hanno esattamente praticato in altre cinque lezioni, eseguendo i doveri di monitori nelle varie classi”.

Il maestro Bottazzi, frequentò un « corso » di soli tre giorni, dal 28 al 30 novembre. In verità era stato occupato anche il 24 di novembre, ma, « per aver trovato assente il Direttore » aveva fatto « ritorno immediato » a Busseto. In totale il suo corso di aggiornamento costò alla comunità Ly 57 che egli giustificò scrupolosamente in un elenco delle « spese sostenute »:

 

« 24/XI/ 1820 - primo trasporto e ritorno immediato per aver trovato assente il Signor Direttore, al vetturale Vecchia di Parma . Ly 12

28/XI/'20      secondo trasporto, al vetturale     . Ly 10

vitto, fuoco e letto . . Ly     9

29/XI/'20      vitto, fuoco e letto . . Ly     9

30/ XI/20      vitto e fuoco .           . Ly     5

mancia al cameriere .         . .         . Ly     2

Ritorno a Busseto, al vetturale .   . Ly 10

 

Ed ora alcuni cenni sul metodo di mutuo insegnamento e sulle scuole. Queste scuole furono diffuse nel XIX secolo in Inghilterra da due filantropi, Joseph Lancaster e Andrews Bell, con eccellenti risultati per l'insegnamento elementare. Il metodo era detto di mutuo insegnamento, perché i ragazzi più maturi erano messi in grado di aiutare gli altri ad apprendere, così che un solo maestro poteva dare le prime cognizioni a molti ragazzi contemporaneamente mediante una completa scala di sottomaestri scelti fra gli alunni più dotati. Il programma che si svolgeva in queste scuole era limitato al sapere strumentale: leggere, scrivere e far di conto; dall'aiuto reciproco scaturiva una larga possibilità di sviluppo di sentimenti di solidarietà e di socievolezza. Negli Stati Parmensi, come del resto in Francia e in Inghilterra, si ricorse all'insegnamento mutuo per la difficoltà di trovare un numero di maestri sufficiente per l'istruzione primaria, e per la deficienza di mezzi necessari per aprire nuove scuole. Nel 1819 si pensò di introdurre nel Ducato questo metodo che era già stato sperimentato con buoni risultati nel Regno di Napoli, nel Regno di Sardegna e, nel 1819, per iniziativa di Federico Confalonierì, a Milano. E' giusto rilevare come negli Stati Parmensi sia stato il Governo, anzi, proprio la Sovrana, ad introdurre questo nuovo metodo d'insegnamento che, nelle province finitime, era diffuso, attuato e difeso solo da benefattori, liberali e patrioti. Maria Luigia si dimostrò tanto entusiasta di questo metodo che volle estenderlo a tutte le scuole primarie dei suoi Stati, e diede incarico a don Galdolfi di istruire, a tal fine, i maestri necessari. Così la scuola di Borgo S. Donnino divenne in breve una specie di scuola « pilota » che servì a preparare i maestri per le altre scuole.

Il metodo seguito da don Gandolfi rispecchiava fedelmente quello del Lancaster; egli conosceva anche l'applicazione che del sistema era stata fatta in Francia. Vi è tra i documenti d'archivio (5) una relazione sull'arredamento delle scuole di mutuo insegnamento di Parigi che ci permette di ricostruirne le attrezzature necessarie.

In ogni scuola le classi di scrittura e lettura erano otto, quelle di aritmetica dodici, il metodo era il seguente: i ragazzi più intelligenti e diligenti erano monitori di ciascuna classe; ogni 40 giorni si faceva gli esami per le promozioni, per impedire che gli alunni avessero modo di annoiarsi sopra cose già studiate e imparate. Il corso doveva durare 18 mesi, solo per i più tardi poteva durare 2 anni. Nella scuola vi era un solo maestro e parecchi coadiutori scelti fra i migliori scolari in quest'ordine: i due ottimi erano i monitori generali, rappresentavano il maestro ed erano responsabili di tutta la scuola; otto fra i più distinti erano monitori particolari ed insegnavano alternativamente nelle varie classi; i due più esatti erano i monitori d'ispezione e sedevano alle due estremità d'ogni banco. L'insegnamento comprendeva la lettura, la scrittura e il far di conto. I rapporti disciplinari erano stabiliti da convenzioni prefissate e da uno stretto legame d'autorità sul modello di una società bene organizzata. I castighi corporali erano banditi, mentre un sistema di ricompense e privazioni, risvegliando l'emulazione, suppliva opportunamente la sferza e la tortura, senza offesa per l'umanità degli scolari.

Una delle cause per cui il metodo Lancaster si diffuse così favorevolmente dovette essere la sua formale somiglianza con il governo della scuola in uso nelle scuole gesuitiche, ove erano eletti i decurioni, e in uso pure nelle scuole La Salle, ove i migliori fungevano da ispettori.

Purtroppo anche queste scuole seguirono il destino di tutte le cose umane: a poco a poco diminuì l'entusiasmo e le scuole cominciarono ad essere poco frequentate fino ad essere disertate. Il loro tramonto è dovuto anche a cause politiche e perfino religiose (le scuole di mutuo insegnamento erano sorte in Inghilterra, ragion per cui non mancarono coloro che le ritennero pericolose per la purezza della Fede); fu tuttavia predominante il motivo politico, se si pensa che esse erano sorte soprattutto per l'azione dei liberali e, nel Lombardo-Veneto, ad opera del Gonfalonieri e della Setta dei Federati che valsero a rafforzare, nei rappresentanti della Santa Alleanza, la convinzione che la cultura popolare fosse una temibile forza reazionaria. L'esempio dell'Austria fu seguito da parecchi Stati Italiani. Le scuole del mutuo insegnamento si mantennero ancora qualche decennio in Toscana, in Piemonte e nel Regno Borbonico, ma, prive di impeto pregressivo, decaddero. Questo tramonto era anche legato al fatto che tali scuole non avevano, in effetti, corrisposto pienamente alle aspettative dei fondatori, soprattutto perché si trattava di un sistema che si reggeva sull'opera di insegnanti sommamente capaci, attivi e intelligenti; e di questi insegnanti il numero era ridottissimo. Ciò spiega perché di un tale metodo non si fa cenno alcuno nel Regolamento Generale del 1831.

Gilberto Ghezzi

 

(1) Archivio di Stato di Parma, Presidenza dell'Interno, cart. 180, anno 1820.

(2) Archivio di Stato di Parma, Presidenza dell'Interno, cart. 180, anno 1820.

(3) I consiglieri erano: Pietro Sacca, Giacomo Allegri, Pietro Bonatti, Angelo Vignali, L. C. Alessandro Campana, Genesio Demaldè, Zaccaria Fontanella, Andrea Bisagni; M. Bogliani presidente.

(4) Archivio di Stato di Parma: Presidenza dell'Interno, c. 180, a. 1820.

(5) Archivio di Stato di Parma, Presidenza Interno, cart. 138. Mutuo insegnamento.

 

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IL GONFALONE OLTRAGGIATO

Bussetani e Fidentini in guerra nel poema incompiuto di Andrea Pettorelli

 

Andrea Pettorelli, nato e morto a Busseto (1779-1862), sacerdote, laureato all'Università di Parma, professore di belle lettere in patria e fuori, canonico in Castell'Arquato e Monticelli d'Ongina, canonico-parroco nella Collegiata di Busseto, membro della bussetana Accademia di Greche Lettere, pastore arcadico in Emonia col nome di Olmero Idnuride, traduttore di Orazio, poeta lirico, satirico, tragico e comico, autore fecondissimo e dimenticato. Dimenticato quasi del tutto, non senza ragione, dal Tempo che spesso è buon giudice, dimenticato come tantissimi altri, abati, professori, canonici, dilettanti, persone degne e onorate, poeti tuttavia mancati, cui le Muse concessero, non la grazia, non il fuoco sacro dell'arte, ma dolci illusioni e caparbia tenacia. Eppure alla sua morte fu onorato di « pubblici funebri », e il Seletti lo collocò fra i cittadini illustri del suo secolo, e Busseto gli ha dedicato una via.

Andrea Pettorelli deve oggi la sua modesta fama all'essere legato alle vicende della giovinezza di Verdi: personaggio non secondario nel coro a più voci di quei bussetani che, per luce riflessa, hanno fatto giungere fino a noi il suono, il ricordo del loro nome. Egli fu della schiera dei combattenti, più o meno accesi, che s'accapigliarono nella gran polemica sorta all'indomani della morte di Provesi per la successione dell'organista e Maestro di Cappella in San Bartolomeo: combattenti per Verdi o contro Verdi, col Prevosto Ballarini o col filarmonico Barezzi, « codini o coccardini ». E Pettorelli fu tra i « codini », ma mellifluo com'era (l'aggettivo è dell'Abbiati) non dovette completamente e apertamente inimicarsi Verdi, se di lì a poco ne benedisse le nozze con Margherita Barezzi, il dì 5 maggio 1836, nella Chiesa della SS. Trinità; e più tardi compose un sonetto panegirico in onore del Maestro.

La contesa paesana lo ebbe non solo quale attore, ma anche quale testimonio e cronista di singolare specie: di lui ci resta in nove canti di ben 650 sestine, un poema allegorico intitolato gli Uccelli Accademici o l'Accademia degli Uccelli, che, con partigiana acredine, presenta sotto le spoglie, o meglio le penne, d'un pappagallo, d'un merlo, d'una gazza, d'un cucù, d'un oca e così via, i protagonisti della incruenta guerra che divise i filarmonici dai « pretini ». E Verdi come pappagallo è più volte bistrattato dalla lingua pungente del Canonico. Ma son cose queste già note, da che Enrico Carrara prima e Franco Abbiati poi hanno dedicato agli Uccelli Accademici pagine definitive.

Perché tornare allora al Canonico Pettorelli, o « Peto-relli » come scriveva per scherno nelle sue lettere Giuseppe Demaldè, detto Finola, cassiere del Monte di Pietà, suonatore di contrabbasso nella Filarmonica Bussetana e acceso sostenitore del giovane Verdi? Eccone la ragione: molte sue opere, — manoscritte, s'intende — sono entrate, dono della famiglia Cavitellì, nella nostra Biblioteca, quando già erano date per disperse. Se ne lamentava nel 1951 il Carrara, con una punta di ironia, quando le dichiarava « tutte oggi sventuratamente perdute ».

 

Sfogliando quei fogli ingialliti, quelle sudate carte, mi sono imbattuto in un poemetto incompleto, senza titolo, né data, in ottave di non proprio ariostesca fattura, degno tuttavia d'attenzione per l'argomento: un oltraggio terribile, sconcio, di Fidentini alla bandiera bussetana, con relativa dichiarazione di guerra e conseguenti preparativi. Nulla di epico in verità, perché il genere suo è eroicomico: il frammento ha nella Secchia Rapita l'evidente alto modello. Lo pubblico per intero, come cosa curiosa e in parte gustosa, augurandomi che diverta un poco i lettori.

Il campanilismo, che divise per secoli Bussetani e Fidentini, oggi giustamente è quasi tramontato del tutto, per cui non saranno le ottave del Pettorelli a rinverdirlo.

Corradi .Mingardi

 

CANTO I°

ARGOMENTO

Nella notte profonda un grave oltraggio

di Borghigiani a Bussetana insegna.

Spedito a Borgo è Gianni accorto e saggio

a far querela dell'offesa indegna

e benchè abbia, parlando, alto coraggio,

nulla di quello ottien che in cuor disegna;

onde guerra sdegnoso egli dichiara

e Busseto a pugnar l'armi prepara.

 

Un prurito mi sento, un pizzicore

come nei vecchi suol produr la tosse

o in lieto cuor quel cattivel d'amore,

cantar sulla chitarra a note grosse

l'armi e gli eroi e la cagion che mosse

di tante stragi a insanguinare i piani

il popolo di Borgo e i Bussetani.

 

O Musa, tu che cantasti in Elicona

delle rane e dei topi il crudo sdegno

e d'allori immortal festi corona

a un'infelice e vil secchia di legno

m'ispira il canto e ardor febeo mi dona

e sian al dubbio piè guida e sostegno

un sì bel soggetto e nobil tanto

del nativo splendor non perdi il vanto.

 

Fu tra il popol di Borgo e di Busseto

fino a quei tempi inimicizia fiera.

E benché spesso uscisse alcun decreto

ogni voglia a frenar malvagia e altera,

né l'un né l'altro mai non stette cheto.

Ora un oltraggio fatto a una bandiera

tanta ira accese in questa parte e in quella

che guerra nacque sanguinosa e fella.

 

Non ancora a coteste genti imposto

era a regnar Pallavicin sovrano,

ma d'alma libertà godean il posto

come un dì Atene e il popolo romano.

Dei più illustri il Senato era composto

che della plebe il freno aveva in mano;

e per ogni anno era al governo eletto

un fra i più saggi che Prior fu detto.

 

Fu in Busseto Prior per avventura

un vecchio del contado Andrea Rubino

germe di nobiltade inclita e pura

che di Castione antica avea il domino;

uom saggio e accorto che mettea gran cura

di mai non immischiar l'acqua col vino;

Quando il gran caso e memorando avvenne

che della fama poi stancò le penne.

 

Aprile che di fiori ha sparso il crine

sull'ali a un venticel facea ritorno

e il pigro gelo e le canute brine

scotea dei primi onori il pino adorno

e già le prime rondinelle pellegrine

fean lor nido all'alte travi intorno

e le pulci affannate sulle gonne

scorrean saltando a pizzicar le donne;

 

Quando spuntò sul ciel quel dì funesto

che diè principio al sanguinoso sdegno;

quel giorno che vuol dolente e mesto

dello Stirone e dell'Ongina il regno;

un Borghigiano stuol empio, e molesto,

che pronto ad opre infami avea l'ingegno,

in quel dì, come in ciel stava segnato,

venne festoso al Bussetan mercato.

 

Sorge Busseto fra pianura amena

dove sparge abbondanza i suoi tesori;

fra l'aquilone e dove il giorno viene

il mondo a rallegrar i suoi splendori

le sparge i campi d'infeconde arene,

quando superba è d'acquistati onori,

Ongina e mostra spesso umile e stretto

in tiepida stagion l'arido letto.

 

Gli scherni e le pungenti aspre parole

chi dir potrebbe e i velenosi motti

che in biasimo di 'Busseto adoprar suole

quella brigata di malvagi e ghiotti?

Non ha il prato in aprii tante viole,

Né tanti i Bussetani han pomi cotti

né tanti Borgo, o forse tanti appena,

contar potrebbe pazzi da catena.

 

Già dell'astro diurno il lume spento,

disteso avea la notte il nero velo,

e sui dipinti fior d'ostro e d'argento

spargea dal grembo il rugiadoso gelo;

tacean le greggi né d'umano accento

né di canto d'augel suonava il cielo;

ed il villano in sulla paglia lasso

apria dormendo alla correggie il passo.

 

I Borghigiani in sull'oziose piume

sol giacean; ma in questo ed in quel loco

errando della luna al dubbio lume

empieano il cielo di rozzo canto, e roco;

e seguendo l'antico aspro costume

dei Bussetani si prendeano gioco,

finché per empia sorte alzar lo sguardo

in sulla piazza al Bussetan stendardo.

 

Dell'antico castello in sulla porta

pendea la nota Bussetana insegna

ove pinto è l'augel temuto e forte

che al sommo Giove in ciel, qualor si sdegna,

le folgori ministra ardenti e torte;

d'un'aurea croce il nobil petto segna

e tien l'artiglio ove feconda pianta

spiega le verdi foglie onde s'ammanta.

 

Luna, perché fra tenebroso velo

non ascondesti de' bei raggi il vanto?

Notte, perché non ravvolgesti il cielo

d'ombre più folte e di più oscuro ammanto?

onde mercé di sì pietoso zelo

quella bandiera che d'umano pianto

cagion fu poscia dolorosa, e trista,

i Borghigiani non avrebbe vista.

 

Non è sì pronto e sì veloce il gatto

il topo ad inseguìr timido e snello,

né mai con tanta fretta il frate al piatto

correr suole al suonar del campanello,

che dove era l'insegna assai più ratto

rivolse il piede il Borghigian drappello

e di tosco la lingua infetta e pronta

mosse ciascuno a farle oltraggio, ed onta.

 

Era fra questi Tomasin Brunello

gobbo scrignuto e senza l'occhio destro

tagliato di Margutte in sul modello,

a dar la baia a motteggiar maestro.

Dei Bussetani proprio era un flagello

questo avanzo di forca e di capestro;

or colto il tempo a quei che stangli intorno

così fe' noto un meditato scorno.

 

— « Poiché d'amor di Lete il sonno tinto

su d'ogni Bussetan spiegò le penne,

in sì bella occasion mi sento spinto

a narrarvi un pensier che or or mi venne.

Benché non abbia in vita mia dipinto,

di far questo mestiero or mi sovvenne

e vo' provar, compagni, se riesco

questa bandiera colorire a fresco ». —

 

Distesa al suolo ebbe l'insegna appena

che alzò la tenda e il deretan scoperse,

piegò il ginocchio ed incurvò la schiena

e all'importuno peso il varco aperse;

e l'infame cacar fu di tal lena

che in breve tutta quanta la coperse;

Onde il vario color, ch'avea in avante

nell'abito cangiò d'un zoccolante.

 

Come suon d'oricalco o di tamburro

invita a guerreggiar campione ardito;

come sulla minestra il cacio e il burro

al lasso villanel move appetito;

poiché d'applausi udissi alto sussurro

così quel suo cacar mosse il prurito

negli altri tutti, che fra l'ombre opache

chinarsi giuso e si calar le brache.

 

Soffristi, come il fato aveva prescritto,

misera insegna, oh quanti oltraggi ed onte

ma i tristi del commesso empio delitto

già non andran con baldanzosa fronte.

Preveggo il sanguinoso aspro conflitto

E veggo l'armi a vendicarti pronte;

e ben vedranno s'io non t'ho fallata

quanto dovrà costargli una cacata.

 

Ma per nemica sorte al grave odore

fu chi notò l'atto villano e tristo,

che dove l'ascondea notturno orrore

più sentì, che non scorse, e non fu visto,

e ne diè avviso al Colonnel Maggiore

che di soldati essendosi provvisto

ratto gli giunse all'improvviso sopra

onde li colse sul più bel dell'opra.

 

Parvero per fuggir quelli aver l'ale

dei Bussetani all'improvviso assalto;

trovar chiuse le porte e senza scale

fuor delle mura si gettar con salto,

né arrestar gli poté siepe o canale,

sia questa folta e quel sia largo ed alto,

poiché il timor li caccia in modo strano

colla camicia e con le brache in mano.

 

Qual cacciator che nella rete stretto

avea quell'augellin che all'esca venne,

se ad uscirne ei trovò varco negletto,

onde il vegga pel ciel spiegar le penne

si meraviglia e sete ira e dispetto,

e poiché vide ove fuggir gli avvenne,

se stesso incolpa e di se stesso ha sdegno

che all'uopo non usò cura ed ingegno.

 

Così ripieni di vergogna e rabbia

tornano indietro i Bussetani mesti

che si credean d'averli posti in gabbia

e li han visti a fuggir sì pronti e lesti.

Benché desio di seguitarli abbia

de più veloci ognun, forza è che resti,

che il mondo ancora è in cieco orrore involto

ed essi han preso obliquo calle ed incolto.

 

Dal chiuso albergo appena uscì il pastore

a ricominciar la gregge al pasco usato,

che al dondolar del campanon maggiore

tutto adunossi il Bussetan senato.

Era ognun pien di rabbia e di furore

E udivansi minacce in ogni lato

E il Priore all'udir l'orribil caso

ruppe gli occhiali che portava al naso.

 

La gioventù di cor pronta e sicura

né soffre indugio né consiglio aspetta.

Già prende l'armi e dalle patrie mura

esce ardita alle stragi, alla vendetta.

Ma il maggior senno dell'età matura

si oppose a tanta furia e a sì gran fretta

e tanto seppe oprar colle preghiere

che si frenar l'alme sdegnose e fiere.

 

Quelli cui di vecchiezza il peso e i danni

gli ardenti spirti intiepidir nel petto

si posero a sedere in sugli scanni

or questo ravvolgendo or quel progetto,

finché levossi in piedi un certo Gianni

che un avanzo parea del cataletto,

il qual fatto un inchin grave e modesto

Signori — disse — il mio parere è questo.

 

Da noi si mandi ai Borghigiani un messo

a dir liberamente in quel Senato

che per ammenda al grave error commesso

nuovo vogliamo uno stendardo ornato,

che poi da tutto il nobile consesso

solennemente in procession portato

sia alle nostre mura e al loco posto

ove prima solea restarsi esposto.

 

Piaoque a tutti il progetto e fu spedito

del consiglio l'autor senza intervallo,

dottor di legge e uom tant'erudito

che nella scelta non si fece fallo,

sapea tutto Bertoldo a menadito

ed avea commentato il Cazzaballo

poeta singolar, grand oratore

e le pianse col fiasco a far l'amore.

 

In certo loco affumicato e nero,

colla broda dipinto e col carbone

unissi il borghigian Senato altero

per ascoltar di Gianni ogni sermone,

Qui il vento la facea da buon corriero

perché era aperto ogn'uscio, ogni balcone

ed il muro così fesso e negletto

onde entrava ed usciva a suo diletto.

 

Dalle scomposte travi il ragno quieto

spargea de' fili suoi, la sottil pioggia

che poi raccolti a guisa di tappeto

copriano la stanza in varia foggia.

Ivi sicura dal fanciullo inquieto

la vaga rondinella il nido appoggia

e il sorcio nelle mura poco sane

può ben con agio rosicare il pane.

 

Oh felici que' tempi in cui non anco

erasi visto il folgorar dell'oro,

e l'avido mortal non era stanco

vegliar le notti accanto al suo tesoro.

La povertà colla virtude al fianco

viveva allor col rustico lavoro,

né cibo artificioso o molli piume

avevan di qua bandito il buon costume.

 

Il dottor Gianni al par facondo e saggio

di ogni illustre oratore datino e greco,

di lor narrò che alla bandiera oltraggio

fu nella scorsa notte all'aer cieco.

Poi in alto stile e con maggior coraggio,

volgendo intorno il guardo oscuro e bieco,

dei Bussetani la pretesa espose,

e il Priore a lui così rispose:

 

Vi pigliaste, messer, tropp'aspro intrico

a impor qui leggi, a farla da sovrano,

come se tutti ci stimaste un fico

o fossimo in poter vostro e in vostra mano.

Non siam tagliati in sul modello antico,

qui ognun la vista ed id cervello ha sano,

e che non si conviene ognun l'intende

a privato cercar pubbliche ammende.

 

Colui che v'oltraggiò la pena aspetti,

o Bussetani, e ne convegno io stesso,

e i rei vi spedirò fra i lacci stretti

se trovarli dal ciel mi sia concesso:

ma degl'insulti dor, dei loro detti

non si pone il 'Senato in compromesso,

chè posti non abbiam tutti i sugeili

sulle malvagie lingue e sui cervelli.

 

Pur affinché si tolga ogni questione

né siano fra di noi odii e contese

dei fregi usati adorno il Gonfalone

da voi si faccia e noi farem le spese.

Ma che il Senato il porti in processione

son queste, o Bussetan, stolte pretese.

Troppo siete in error se lo sperate

che Borgo non discende a tal viltate.

 

« Pur converrà che inchini a suo dispetto —

Gianni rispose— l'orgogliosa testa,

poichè in vostra presenza io son costretto

di cangiar stile e farvi una protesta

se ricusate far quant'io v'ho detto.

La Patria pel mio labbro vi protesta

che la bandiera dell'oltraggio insano

ella vuol vendicar con l'armi in mano ».

 

Tutti applaudir d'approvato sorriso

de' compagni l'astuzia, il senno, e l'arte

e fu il duolo alcun punto, e conquiso

che il ciel nol volle in quell'impresa a parte

ed or vedendo il minaccioso viso

di Gianni, che li sfida a crudo Marte

ognun dié in nove risa, ognun si prese

gioco di lui, ed a schernirlo attese

 

È ben d'invidia e maraviglia degno

— disse Grispino un giovinetto ardito —

dei nostri Borghigiani il bel disegno

onde fù il popol Bussetan schernito,

che se mi stuzzicate un po' l'ingegno

sento accrescermi in cor certo prurito

di venire a cacar in sulla toga

nella fetente vostra sinagoga.

 

« L'orgoglio vostro e le minacce inique,

Buon vecchio, io non le curo, anzi le sprezzo

come il cavallo l'abbaiar del cane,

e negl'estivi dì come disprezzo

il gracidar dell'importune rane.

Ma se, Messere, non cangiate vezzo

noi vi farem vedere qual danno apporti

il voler lite cogl'arditi e forti ».

 

Gianni a quel dir s'accende d'ira,

cne d'accordi non vuol più intender verbo,

e intima guerra; ed il Prior, che mira

star nell'empio pensier fisso e superbo,

anch'ei vanta bravura, anch'ei s'adira

e poichè le risponde in viso acerbo:

— Tu vuoi con noi la guerra ad ogni patto;

ebbene ad accettarla anch'io m'adatto —

 

Così accettato il bellicoso invito

partì Gianni da Borgo il dì seguente,

e in Bussetano concistoro unito

ogni detto narrò, ogn'accidente.

Rimase dei Patrizi ognun stupito.

che si credean trovare buona gente,

persone, voglio dir, facili e pronte

alle pretese lor chinar la fronte.

 

Parvero quei vecchioni al primo tratto

sanguanacci caduti in sulla brace.

Già vorrebber disfar quel ch'era fatto,

Perdonar gl'oltraggi e starsi in pace.

Ma col ceffo deforme e contraffatto

scotea il cieco Furor l'orribil face

e poiché in lor ogni bell'ira è spenta

ai giovinetti cor l'incendio avventa.

 

Come in arida paglia o secca stoppia

cresce l'occulta fiamma e si distende,

in quei superbi cor così d'addoppia

il fiero ardor che un empio sdegno accende.

Gridano guerra: e già chi al giogo accoppia

i fervidi destrier, chi al suolo stende

a fabbricar di morte empio strumento

le piante avvezze a contrastar col vento.

 

Chi all'aggirar della volubil cote

affida il brando, ed agli oziosi elmetti

chi aggiuge fregi, e chi la polve scuote;

né più sui cari solchi ed or negletti

i tardi buoi il villanel percuote,

che della dea sicana al culto eletti

or si cangiano in uso iniquo ed atro

il lucido bidente, il curvo aratro.

 

Poiché vano riesce ogni contrasto,

né il giovanil furor cede o s'arresta,

piglian quei vecchi in sulla schiena il basto,

abbassan gli occhi e grattansi la testa.

Così sotto d'un faggio ombroso e vasto,

mentre cade dal cielo aspra tempesta

stavvi il pastor ad aspettar che passi

quell'impeto che svelle arbori e sassi.

 

Lettere e messi alle soggette ville

tosto recaro il bellicoso avviso

che ovunque pubblicato a suon di squille

fù con applauso accolto e lieto viso:

allor gli ameni campi e le tranquille

sedi lasciar la bella pace e il riso,

né più si vide in sulle penne d'oro

l'innocente gioir scherzar fra loro.

 

Accorron pronti al bussetano impero

gli abitator delle campagne apriche,

né li può ritener cura e pensiero

dei cari frutti e delle bionde spiche,

che già ripieni dell'ardor guerriero,

tutti obliano i sudori e le fatiche,

né più fra l'ire ardenti è chi favelli

di fagiuoli, cipolle e ravanelli.

 

Musa, che stai sul collo ove fan nido

gli augei diletti a Febo in bianco ammanto,

e sull'eburnea cetra in ogni lido

a gloria degl'eroi spiegasti il canto,

se a te mai giunse della fama il grido

narrami i nomi eccelsi, i pregi e il vanto

dell'alte schiere in cui si mosse il grillo

di seguitare il bussetan vessillo.

 

Di fango aspersi trentasei marrani

Samboseto spedì rozzi e affamati

che a pié scalzi sen gian sui verdi piani

e di scorze di zucche erano armati.

Lo stendardo spiegar con due fagiani

del cacciator fra i lacci avviluppati;

candido tutto e con bei fregi d'oro

e fù il Giulio Rivelli il duce loro.

 

Fu questi un capitan bravo, e valente

rotondo di persona e piccolino

onde imitava assai perfettamente

la figura gentil d'un Babbuino;

ebbe sempre le man timide e lente

ma vincea nel vantarsi un paladino;

ed ora armato venne alla battaglia

col stocco al fianco e un •capellin di paglia.

 

Col signor di La Brè vennero dopo

Roncole, Simoriva e ,Spigarolo:

Roncole avea sulla bandiera un topo,

Simoriva un piccion che spiega il volo,

Spigarolo dipinto un sozzo etiopo

che giacca dormendo al verde suolo

e il signor di La Brè, fu allor contento

di portare un pallone gonfio di vento.

 

Fu questi un cavalier pien di bravura

detto Don Diego a meraviglia ardito

che a pranzar dagli amici alla sicura

andava a sua posta e senza invito,

ebbe le labbra fuor d'architettura

e fu d'orgoglio a larga man fornito,

famoso distruttor del buon formaggio

e solea poetar solo nel maggio.

 

Da Franceschin Guinigi eran condotti

dietro l'insegna di vermiglie palle

con certi lor giubboni antichi e rotti,

quei di San Rocco e quei di Chiaravalle,

e un suo caro scudier Pier Dei Merlotti

gli portava la lancia in .sultle spalle

e chiusi dentro una 'valigia grande

una camicia e un paio di mutande.

 

Venne dopo costui Anfiero Marra

il famoso inventor dei 'maccheroni

sotto l'insegna d'una aurata sbarra

con ottantadue suoi mangiapetoni.

Portavano il cappello alla bizzarra

E ferree acute punte in sui bastoni

che abbandonaro pronti il fertil suolo

di Sant'Andrea, Crocile e ,Frascherolo.

 

Era Gherardo Tuzzi un giovinetto

d'alto valor e di leggiadro viso,

ma di pianto or bagnato e pallidetto

un fior parea dal crudo arator reciso;

bassa la fronte ed in brune spoglie stretto

lento venia sul destriero assiso

e di Clarina in sul destin crudele

spargea sospiri e flebili querele.

               

Seco l'afflitto giovine conduce

di Mercore la gente e San Martino,

che pieni di pietà pel loro duce

veniano a tardi passi e a capo chino;

nell'insegna che d'or tutta riduce

un'aquila spiegar sopra ad un pino

e cento ne mandar col buon guascone

Casteldardo, Bersano e Besenzone.

 

Non era quel castel come al presente

sepolto fra l'ortiche e nel pantano

ma noto allora e a sostener possente

i duri assalti di nemica mano.

Viveri in copia e molta scelta gente

entro vi chiuse il popol bussetano

onde di guerra ad ogni evento incerto

sicuro scampo ivi trovasse aperto.

 

Di Villanova ove lascio io la gente

fra cui Pomona i suoi tesar diffonde,

ove tra i fior della stagion ridente

scherzano l'odorose auree gioconde?

Venne anch'essa e :l'insegna avea un tridente

E seco Vidalenzo ove con sponde

più ampie e ricche Ongina corre all'acque

in cui del Sole il figlio estinto giacque.

 

Fur centodieci avvezzi al caldo e al gelo

che per coraggio non avean gli eguali

che dormiro di notte al freddo cielo

e rassodati ed unti han gli stivali.

Sopra un bel destrier di bianco pelo

veniva il capitan Gianpietro Sali

che avea ,pel raffredor la voce fioca,

famoso in armi e nel giocare all'oca.

 

L'umida Soarza e ,Fontanazza uniro

il popol loro bellicoso e fiero

e sulla verde insegna coloriro

un ladroncel che saccheggiava un pero.

Quei di San Pietro in Cerro in mostra usciro

con lo stendardo a scacchi, un bianco e un nero;

fur centotrenta e sen venian cantando

e il sir di Polignano ebbe il comando.

 

Era di Polignano, allora signore

il Marchese Lorenzo Lombardieri

uomo cortese e di giocoso umore

che dava la merenda ai forestieri.

In troppo studio non perdeva l'ore

ma fu di Febo amico e dei bicchieri

e quando avea danari e il capo sano

i versi tempestava a largamano.

 

Venne costui con certo saio indosso

pochi dì prima da un ebreo comprato

che per vecchiezza avea smarrito il rosso

ed in strano colore era cambiato;

s'aveva di guerrier sdegno acceso, e mosso,

di rugginosa spada il fianco armato

e per impresa di portar fu in uso

sotto un ampio gabbione un gatto chiuso.

 

Polesine spiegò l'insegna anch'esso

d'un diavolo arrabbiato in un convento

a cui un fraticel santo, e dimesso

con franca mano gli pelava il mento.

Promettean le sue truppe un buon successo

ripiene di valore e d'ardimento

fatte apposta per fare altrui paura;

e allor Moscatellone aveale in cura.

 

Era Moscatellone ardito e forte

di vaste membra e di crudele aspetto

che d'orsa fiera, a cui già diè la morte,

l'orrido teschio in cambio avea d'elmetto,

e dalle guance affumicate e smorte

l'ispida barba gli cadea sul petto.

A piè sen gia né avea d'altre armi impaccio;

sol di ferrata mazza armato il braccio.

 

Ne te della consorte il largo pianto

Erminio figlio di Rubin, ritenne;

percosse il petto, il crin stracciossi e il manto,

col tuo partir la misera si svenne

ma tutto invan ché di guerriero vanto

troppo crudele in cor desio ti venne,

poiché a far dell'insegna aspra vendetta

la gente armasti di Castion sogetta.

 

E seco loro il suo minor fratello

cui nell'alto valor niuno è simile

vivace ha il guardo, il viso ornato e bello

piè veloce, cor franco, alma gentile.

Sull'insegna è un lione altero e fello

che infrange coi gran denti un dardo ostile.

Son cinquanta i soldati esperti e fidi

tutti pronti a seguirlo ov'ei li guidi.

 

Da Gibel, Ohe il (paese è dei ranocchi,

tanto n'abbonda e d'ogni fossa è piena,

duecento che di legno hanno gli stocchi

vennero a piedi eli condusse Niena.

L'insegna è un lupo e 'di lasagne e gnocchi

la pancia a più non posso avevan ripiena;

e trenta in sella guida Antonio Redi

che avendo le moroidi andava a piedi.

 

Monticelli che giace in sulla riva

dell'ampio Po, terra feconda e bella

cui tanto amica è la sicura Griva

armò trecento fanti, e cento in sella

che avevan dipinta una ferace oliva;

parte eran del paese e parte della

campagna. I cavalier guida Viterno,

dei pedoni Armidoro ebbe il governo.

 

INIZIO PAGINA

 

LA NUOVA CASA DI RIPOSO "A. PALLAVICINO" DI BUSSETO

 

L'esigenza di una vecchiaia tranquilla e di un giusto periodo di riposo per chi ha lavorato tutta la vita è ormai inserita fra le cure di primario ordine di tutti i popoli socialmente più avanzati.

Nel Nord, nell'Est e nell'occidente europeo il problema è dovunque affrontato con impegno sempre maggiore, perché la società moderna tende sempre più ad emarginare le persone anziane dalle famiglie per collocarle in residenze collettive.

E' compito delle Pubbliche Amministrazioni provvedere ad adeguate strutture ricettive soprattutto nei luoghi più vicini ai centri di residenza degli interessati.

Anche Busseto ha potuto risolvere questo problema grazie all'intervento della Casa di Risparmio di Parma che ha costruito per quella comunità una casa di Riposo capace di 48 posti.

Essa sorge in angolo fra Via XXV Aprile e Via Muzio su di una area adiacente all'ospedale, in una zona che pur essendo centrale è tranquilla, luminosa ed arieggiata.

E' opportuno osservare che la scelta della ubicazione è stata particolarmente felice ed è stata oculatamente prevista dagli Amministratori di Busseto per due ordini di motivi.

Prima di tutto essa risponde all'esigenza psicologica di non isolare dalla società attiva gli ospiti della casa, i quali devono trovarsi ancora inseriti nel contesto sociale da cui derivano. Questa è una delle norme fondamentali raccomandate dagli studiosi dei problemi connessi all'assistenza delle persone anziane. Proprio in questi giorni, nel corso di una tavola rotonda svoltasi a Fontanellato, il Prof. Butturini, Direttore dell'ospedale geriatrico « Stuard » di Parma, ha detto “... che occorre trasformare le case di riposo in "case aperte", addirittura "senza porte", da edificarsi nel mezzo dei centri urbani perchè il vecchio che soffre il distacco dal mondo attuale, abbia a sentirsi ancora inserito e non estraniato in questo mondo ...”.

In secondo luogo l'edificio, pur costituendo una unità funzionale a se stante, è stato concepito con impianti centralizzati di cucina e di lavanderia che sono in grado di servire anche la limitrofa comunità ospedialiera, con spese complessive di gestione assai più ridotte.

La dimensione non tropo ampia dell'edificio, coi suoi due piani, risponde più all'idea della casa che a quella dell'ospizio o dell'ospedale.

Tutta la concezione architetonica del complesso, dal caldo colore esterno ai confortevoli arredi delle camere e dei soggiorni, risponde proprio alla esigenza di creare l'idea della residenza in antitesi a quella del nosocomio.

La rampa esterna, con dolce pendìo, consente un accesso senza eccessiva fatica anche ai paralitici in carrozzella i quali possono percorrere anche tutti gli spazi comuni interni, dal seminterrato al 1° piano, grazie all'impianto di ascensore-montalettiga di opportuna dimensione.

Si è seguita, con l'adozione di questi criteri, purtroppo assai poco considerati negli edifici pubblici, la raccomandazione della Associazione Nazionale degli Spastici che ha bandito una vera e propria crociata contro le cosiddette « barriere architettoniche » costituite da dislivelli, superabili con rampe di scale, e da porte troppo strette che tagliano praticamente fuori dalla società le persone colpite negli organi motori.

Il primo piano è collegato, con un corpo di fabbrica a ponte, all'antico edificio dell'ospedale. Tale corridoio, opportunamente riscaldato, è dotato di ampie e luminose finestre ove gli ospiti possono passeggiare o sostare anche d'inverno, mentre il cortile è sistemato a verde. A verde è pure sistemata una striscia di terreno in fregio alla Via Muzio, accessibile dal soggiorno del piano terreno.

Tutto intorno all'edificio un'ampia intercapedine a cielo aperto consente una buona aereazione ed isola dalla umidità i locali del piano seminterrato.

La distribuzione interna dei locali risponde a requisiti di funzionalità e di confortevole permanenza.

Nel piano seminterrato sono ubicati i servizi generali.

La sala da pranzo, contornata da pareti di nudo e caldo mattone, è arredata con tavole e sedie in legno ed è illuminata da ampie finestre.

Attigui sono la cucina e l'office, attrezzati coi più moderni impianti, che vanno dalla friggitrice alla lavastoviglie, dal pelapatate automatico alla pentola a gas, ai tavoli caldi ed all'armadio frigorifero. La cucina può arrivare a far fronte fino a 150 presenze.

In altro locale è sistemata la dispensa dotata di doppia cella frigorifera per la conservazione differenziata dei cibi.

Servizi igienici distinti, per uomini e per donne, sono a disposizione di chi ne necessita a questo piano.

Altri ambienti ospitano l'impianto di lavanderia e di disinfezione, a servizio anche dell'ospedale, con possibilità di accesso, per ragioni igieniche, direttamente dall'esterno. Essi sono attrezzati con impianti di sterilizzazione in autoclave, lavatrice automatica con programma elettronico, idroestrattore, asciugabiancheria e sala da stiro.

Il locale della centrale termica, costruito secondo le recenti disposizioni di legge contro l'inquinamento atmosferico, direttamente accessibile dall'esterno, è dotato di due caldaie tipo Marina, una ad acqua calda, per l'impianto di riscaldamento a termosifone, ed una a vapore a bassa pressione, per la produzione dell'acqua calda dei servizi e di vapore per gli impianti di disinfezione e lavanderia. L'acqua calda in circolo nell'edificio è decalcificata da apposito depuratore.

Tutto il piano seminterrato ha il pavimento con camera d'aria per l'isolamento della umidità.

Il piano terreno, ove è sistemato l'ingresso dall'esterno, comprende, oltre a due ampi locali di soggiorno, arredati con moderni e comodi divani dal caldo colore arancione, dotati di un terrazzo coperto che guarda verso la Via Muzio, cinque camere a tre letti, quattro camere a due letti, due delle quali con bagno completo indipendente, ed una camera ad un letto per un totale di 24 posti letto.

Tre gruppi di servizi igieni e bagni, divisi per sesso, sono al servizio degli ospiti delle camere comuni con un rapporto pari ad un w.c. per ogni due persone circa. Ogni camera è dotata di proprio lavabo con acqua calda e fredda.

Al primo piano la disposizione è la stessa di quella del piano sottostante, pertanto i posti letto assommano ad un totale di 48.

Ogni ospite ha un proprio armadio e comodino. Gli arredi sono di tipo più alberghiero che ospedaliero e di colore variato e riposante.

Le porte delle stanze non sono bianche ma di colore bruno.

E' stata costante la ricerca, nei limiti dei costi e della praticità, di elementi che servissero a creare ambienti caldi ed accoglienti e che ricordassero il meno possibile il ricovero e l'ospizio.

Il piano di sottotetto è amplissimo e servirà come magazzino e ripostiglio.

Una scala ampia e luminosa, collega i quattro piani con comodi gradini e larghi pianerottoli per le soste, necessarie a riprendere il fiato durante la salita, e dai quali è possibile guardare nel cortile attraverso le finestre che vi prospettano.

La costruzione, progettata dall'Ufficio Tecnico della Cassa di Risparmio, e studiata nei requisiti funzionali, in costante accordo, cogli Amministratori della Casa di Riposo, è stata realizzata quasi integralmente da Tecnici, Maestranze, Imprese e Ditte artigiane del Comune di Busseto, in omaggio alla consuetudine dell'Istituto che vuole, quando è possibile, l'apporto delle forze lavorative e produttive delle località ove realizza opere edilizie.

Pure gli arredi sono stati forniti per il tramite di Ditte locali.

Si ha motivo di ritenere che il nuovo complesso sia stato inserito nel contesto urbanistico dell'antico capoluogo con linee architettoniche attuali, ma con estremo rispetto dell'ambiente circostante, ambiente che merita davvero un più vigile ed attento rispetto da parte di ogni nuovo intervento di quanto non sia avvenuto nel passato, quando anche Busseto, come la maggiore parte delle località italiane più vive e produttive, ha risentito del « boom » edilizio senza potere opporre validi strumenti di programmazione urbanistica.

La città di Busseto conta ora una moderna attrezzatura sociale di più.

Ciò è di buon auspicio per il suo avvenire di centro in progressivo sviluppo, non dimentico delle tradizioni di cultura e di operosità dei propri abitanti.

Vincenzo Banzola

 

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INDAGINE SULLA SITUAZIONE RELIGIOSA DEL COMUNE DI BUSSETO

 

Una parte dei dati raccolti nel corso della ricerca, svolta per preparare la mia tesi di laurea, riguarda il problema religioso nel comune di Busseto.

Si presentano qui il pensiero dei sacerdoti del Vicariato, le risposte del questionario relative alla religione e alla chiesa locale e alcune ipotesi su aspetti del problema.

La ricerca di tesi si proponeva di rilevare possibili diversità di atteggiamento di fronte ai valori, in due gruppi ben definiti di persone, all'interno di una stessa comunità, quella di Busseto.

Gli indigenti, cioè gli iscritti all'Elenco dei poveri, in particolare coloro che sono assistiti dall'ECA e ricevono sussidi dalla Cassa di Risparmio e dal Monte di Credito su pegno di Busseto costituivano il primo gruppo (gruppo A), mentre persone scelte a caso negli elenchi elettorali formavano l'altro gruppo (gruppo B). Ad un campione di cento persone è stato sottoposto un questionario anonimo con domande strutturate e non strutturate, che riguardavano la politica, la cultura, i giovani, ecc.

Si ritiene interessante riportare integralmente le domande relative alla religione e alla Chiesa con le percentuali di scelta da parte dei due gruppi.

 

Gruppo A

Gruppo B

 

Questionario                     

I. . ……………………………….                       

4) Con gli amici di quale argomento preferisce parlare:                    

a) di religione

b) di politica

c) del lavoro

d) degli avvenimenti del paese

e) delle donne

f) di sport

g) di problemi sindacali

h) di problemi culturali

i) di attualità

1)…………………………

 

II                            

1) Chi per lei è un buon cristiano?            

a) chi segue i consigli del sacerdote

b) chi segue i valori, le credenze e gli usi

tradizionali

c) chi, anche non frequentando la chiesa, vive cristianamente                       

d) chi frequenta assiduamente la chiesa                 

2) Lei vede la religione come:                      

a) un freno al progresso sociale

b) una spinta al progresso sociale

c) un fattore di rassegnazione all'ingiustizia

d) una guida morale (ci fa più buoni)

•             •             •             •             •                            

12) Quale funzione, a suo parere, deve avere la Chiesa nella vita sociale del suo Comune:                             

a) difesa dei costumi e della morale

b) attività di assistenza e carità

c) attività ricreative          offrendo               sani       passatempi

d) guida spirituale                          

e) impegno politico

 

 

 

 

 

27 %

--

27 %

16,3%

2,7%

8,1%

--

--

10,8%

8,1%

 

 

 

33,4%

8,3%

 

25 %

 

25 %

 

 

--

--

34,7%

65,3%

 

 

 

 

46,4%

32,2%

3,5%

 

17,5%

--

 

 

 

 

 

12,9%

9,7%

24 %

19,4%

5,1%

5,8%

4,5%

3,3%

12%

3,3%

 

 

 

16,6%

59,2%

 

5,7%

 

 

 

 

4,5%

17,6%

7,3%

70,6%

 

 

 

 

26%

23,3%

13%

 

33,7%

4%

Nel gruppo A, formato dagli indigenti, si rileva una preferenza spiccata per l'argomento religioso, e un disinteresse, un rifiuto per gli argomenti politici, sindacali e culturali. Sono per il 90% donne, che hanno dichiarato argomento preferito la religione, mentre nel gruppo B, lo stesso argomento è stato scelto dal 50% delle donne e dal 50% degli uomini.

Il rifiuto dell'argomento politico potrebbe convalidare l'affermazione che varie persone, di ambedue i gruppi, ma in modo particolare le casalinghe, accettano di essere consigliate al momento del voto politico dal parroco o da qualche rappresentante politico locale, con cui ci può essere un rapporto per questioni diverse, ad esempio di pensione.

Riguardo al gruppo degli indigenti la visione del parroco, come autorità religiosa e sociale, sembra emergere dalla definizione a) di « buon cristiano ».

Durante l'intervista alcune persone di Busseto (gruppo A) hanno messo in evidenza il fatto di essere ricorse spesso al consiglio del sacerdote per problemi non spirituali e sottolineavano la mancanza, nel periodo in cui è stata fatta l'intervista, di un parroco a cui rivolgersi, poiché non era stato ancora nominato un successore al parroco da poco scomparso; e ciò nonostante la presenza di due sacerdoti nella parrocchia.

I due preti avevano assunto atteggiamenti di rottura rispetto all'indirizzo dato alla parrocchia dal parroco scomparso. La figura del parroco-consigliere potrebbe manifestare il bisogno di una persona comprensiva e disponibile, capace di ascoltare, offrendo un senso di sicurezza a chi per l'età non è più inserito attivamente nella vita sociale.

Il 25% di risposte a d) sottolinea l'importanza attribuita alle cerimonie religione soprattutto da parte degli anziani della comunità.

L'età media degli intervistati del gruppo A è di anni 58,5, ma il 57,1% ha oltre 60 anni.

I più giovani invece (vedi gruppo B che ha un'età media di anni 43,3), scegliendo nel 59,2% la risposta c), rifiutano la vita della Chiesa nelle sue manifestazioni più tradizionali ed esteriori.

La scelta può essere di coloro che vedono interiorizzati i rapporti tra l'individuo e la chiesa con un maggior bisogno di autenticità, abbandonando il formalismo. Sono ipotesi che, come sempre, sorgono dalla analisi dei dati raccolti.

Le risposte a) e b) del gruppo A alla domanda 12a del questionario, cioè la Chiesa impegnata nella difesa dei costumi e della morale o in attività assistenziali e caritative, manifestano una visione della Chiesa alle prese con funzioni che non le spettano ed a cui è stata per lungo tempo legata, e sembrano richiedere l'accentramento nel parroco di una attività spirituale e sociale.

Il parroco membro del consiglio dell'ECA, del Monte di Pegno, del Patronato scolastico, promotore dei Comitati Civici nell'imminenza delle elezioni, impegnato, in apparenza indirettamente, con la DC, od in altre attività di cui era promotore ancora indiretto, è stato accettato fino ad ora dalla comunità. Ma la scelta del 33,7% alla risposta d) della domanda 128 da parte del gruppo B, potrebbe indicare l'esigenza di trovare nel sacerdote solo un'autorità religiosa.

Nell'insieme i dati del gruppo B, relativi alla domanda 128 sembrano mettere in evidenza un sintomo di sfaldamento delle forme tradizionali di vita della Chiesa.

I rapporti tra parrocchia e comunità esigono di essere sistemati su basi nuove per impostare forme di vita religiosa diverse dalle attuali.

Lo scomparire delle organizzazioni laiche all'interno della parrocchia significa che nella comunità sono penetrati altri interessi culturali, che allontanano gli individui dalle forme tradizionali di vita religiosa e li avvicinano a modelli più moderni e facilmente comprensibili, a cui adeguano la vita dello spirito. La scomparsa delle associazioni, ad esempio l'Azione Cattolica, all'interno della parrocchia, prima in Busseto e poi nelle frazioni, è un fenomeno che si è attuato gradatamente, lasciando soprattutto nei giovani, che hanno rifiutato quelle forme di vita associata, un'esigenza che fino ad ora non ha trovato alcuna realizzazione. Ci sono aspettative riguardo alla Chiesa, soprattutto ora che essa sta cercando un suo rinnovamento interno.

Dai sacerdoti in particolare si attende un giudizio preciso sulle « novità » da cui la comunità è invasa, e si cerca di cogliere nella loro attività, che spesso manifesta ben evidenti contraddizioni, i contorni delle funzioni nuove, che si vanno sovrapponendo alle antiche e che mutano il modo di vedere ed attuare i rapporti tra parrocchia e comunità.

Il gruppo degli indigenti e degli anziani sembra richiedere ancora una Chiesa e un prete impegnati in attività di carattere sociale, forse per quel ruolo secondario che essi sono venuti ad assumere nella vita, per quel senso di insicurezza, notato in loro e per lo stato di abbandono in cui li lascia la società oggi.

I parroci alla richiesta di definire l'aspetto religioso della comunità hanno risposto: “La gente è tradizionalista e apatica”, “la religione in pratica si riduce ad un dovere che è forma e che fa sentire a posto davanti a Dio”.

Gli abitanti del centro sono stati così definiti da un sacerdote: “Il ceto borghese è indifferente, il ceto inferiore è conservatore”.

La popolazione in generale è di « principi sani »” ha detto un parroco.

Pochi sono i casi di situazioni irregolari nel Comune e spesso riguardano famiglie di immigrati. Tutti sono battezzati e si sposano in Chiesa; un unico caso di matrimonio civile da parte di un benestante. “L'opinione pubblica incide molto sul comportamento delle persone” ha affermato un altro sacerdote.

La media di frequenza alle funzioni in Chiesa è del 35% della popolazione con una maggioranza di donne e bambini, pochi i giovani e gli uomini.

Nelle frazioni la frequenza maggiore è nel periodo invernale. Esistono difficoltà di contatto tra il sacerdote e la popolazione soprattutto nel centro. E' più facile un incontro con gli studenti e con gente che ha studiato che con gli operai. I ragazzi frequentano l'ambiente parrocchiale sino ai quattordici anni circa, poi se ne allontanano.

Il benessere con la conseguente disponibilità di denaro e con il facile spostamento in altri centri per mezzo della macchina è visto come una delle cause di un minore impegno religioso.

Rispetto all'evoluzione in atto nella Chiesa, un sacerdote diceva “sono pochi quelli che hanno compreso il processo di trasformazione attuale della Chiesa, anche se le innovazioni sono state accolte bene”.

Sentita è ancora l'autorità del sacerdote. Ed è una autorità che riguarda non solo il dominio spirituale, ma che si estende anche agli altri settori della vita associata.

Il parroco di una frazione ha detto: ”spesso i ragazzi vengono da me per i loro compiti di scuola”.

Inoltre sono ancora numerosi coloro che chiedono l'aiuto del parroco per trovare un lavoro.

Concludendo si può affermare che nella comunità predomina un aspetto di ufficialità e di formalismo, ma l'indifferenza che si rileva, come allontanamento dalla Chiesa, non porta ad una mancanza di rispetto verso la religione. La tradizione che vorrebbe il mondo contadino particolarmente religioso appare svalutata.

Inoltre si rilevano i sintomi di un passaggio, non facile, da una religione imposta dall'ambiente ad una religione frutto di scelta meditata e di personale riflessione, con la tendenza a concepire e a dimensionare i contenuti religiosi, secondo un'interpretazione personale.

Angela Giordani

 

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NOTE

 

Busseto da salvare

Busseto da salvare e Busseto che non si può più salvare. Il lamento è vecchio e del pari inascoltato. Già il Seletti nel 18&3 intonava le dolenti note del rammarico per la distruzione della Rocca e delle porte-torri: “Non senza tema a dicer mi conduco. Sebbene la Rocca di Busseto, trascurata dai diversi Governi che ne furono padroni, andasse in alcune parti rovinando, e fosse stata smantellata dai fortilizi esterni, pure ai nostri giorni sorgeva ancora bella ed elegante da renderla il più cospicuo edificio della città per l'arte medioevale. Di quella mirabile Rocca intorno alla quale si rannodavano le memorie della nostra terra, e che stava monumento delle gesta, del gusto e della antica sua potenza, di quella oggi non resta che un travisato ricordo. Ceduta al Comune insieme alle fosse e alle porte per sole lire 36.000, quel Consiglio, dimentico del proprio dovere di conservatore, deliberò di manomettere l'antico per far luogo a un nuovo edificio, e nel 1857 lo scalpello e la mia incominciarono l'opera loro distruggitrice. ... In quel torno di tempo (1859) va ricordato con nota dolente come il popolo di Busseto a far mostra di patriottismo e di odio al casato Pallavicino, avendo il marchese Giuseppe seguito la Duchessa nella terra d'esilio, pretese che fossero atterrate le Torri-Porte della città ricordanti un'epoca del dominio Pallavicino. Se l'agitazione politica poteva essere un pretesto all'inconsulto operato, non si deve tacere come il cieco esempio di distruggere i monumenti era stato dato dal Seniorato (cioè l'Amministrazione Comunale), che prima portò il ferro parricida contro le sacre mura; e così anche quelle antiche torri, che chiudevano la cerchia di Busseto, e le davano nobile aspetto di città, più non sono”.

Se oggi tornasse, il nostro storico avrebbe ben altra materia di biasimo. Tra le due guerre mondiali si cominciò a costruire a ridosso delle mura, ad abbatterne alcuni tratti e ad interrare le fosse. Nell'ultimo dopo guerra lo sregolato progresso edilizio ha cancellato del tutto quella verde cintura che fino allora isolava il paese dalla circonvallazione. La guerra ci aveva risparmiato lutti e distruzioni, ma quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Venne poi negli anni sessanta l'irreparabile offesa a Villa Pallavicino, alla quale fu tolto l'indispensabile respiro spaziale di prati, di orti, di alberi, da cui traeva alimento il suo fascino di gran mole isolata e solitaria alle porte del paese. Attorno, fin quasi ai bordi della peschiera, son sorte a soffocarla, con disordinata e pretenziosa baldanza, numerosissime costruzioni. Ormai il contesto ambientale, atto a valorizzare la Chiesa dei Frati e la Villa è del tutto snaturato. Il dispetto aumenta quando si pensa che tale scempio è stato reso possibile dal concorso dell'Amministrazione 'Comunale, in dispregio della legge che vincolava e tuttora vincola quella zona. Quanto alla Villa poi auspichiamo che i lavori di restauro, gìà fortunatamente iniziati, proseguano a ritmo più sostenuto, altrimenti fra vent'anni l'opera sarà ancora da terminare.

Anche via Roma ha subito sfacciate intromissioni col pretesto di necessari rifacimenti: arcate divenute quadre, facciate rinnovate da pacchiani rivestimenti, attentati al ritmo e alla misura umana di una via per fortuna ancora nobilissima. E a lungo si potrebbe continuare nella amara denuncia: scomparse le facciate settecentesche, dalle belle inferiate e dai leggiadri stucchi, in via dell'Ospedale e in via Pasini, come la loggetta rinascimentale di via della Biblioteca; in rovina quasi completa Palazzo già Tedaldi ora Parolari pure in via della Biblioteca; distaccate sculture in terracotta assai pregevoli del Quattro e 'Cinquecento in via Provesi e in via Barezzi. Per non parlare poi della dispersione sconsiderata di opere d'arte, non sempre minori, esistenti fino a pochissimi anni fa nelle nostre chiese: corali miniati, suppellettili varie, quadri, oggetti di cui eravamo ricchissimi, forse troppo per apprezzarne il valore: di Sant'Ignazio non rimane più nemmeno un servizio d'altare, nella Collegiata i candelieri antichi si contan sulle dita. Eppure, così com'è, Busseto è ancora un bellissimo paese, dignitoso, accogliente, suggestivo nell'aspetto. Ma fino a quando? Basterà il nuovo piano di fabbricazione e la volontà dei giovani amministratori, senza la civica collaborazione di tutti i cittadini?

La Mostra che si tenne in giugno nelle sale della Biblioteca - BUSSETO 70/70 UN SECOLO IN FOTOGRAFIA - non voleva essere semplicemente la solita rassegna capace di ricreare attraverso 'vecchie immagini il volto e l'atmosfera di tempi remoti, oppure legati al nostalgico ricordo di molti che allora furono giovani. La Mostra pretendeva avere una funzione civile di richiamo, di appello, di meditazione 'attorno ai problemi della salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio ambientale, un bene comune, prezioso e inalienabile, affidato alle cure di ognuno. Il successo fu assai vivo: mai s'era vista tanta gente in Biblioteca. Il discorso è poi continuato attraverso un incontro di 'giovani bussetani con altri giovani fidentini appartenenti al direttivo di Italia Nostra, incontro dibattito, animato da vivace e interessata partecipazione.

Al Prof. NINO PONZI Presidente a Fidenza di ITALIA NOSTRA, abbiamo chiesto di riassumere le conclusioni di quella serata in una dichiarazione che volentieri qui ospitiamo:

Nell'ambito di quella che sarà la nostra regione ed in particolare il nostro comprensorio, la Bassa Parmense, è assolutamente necessario che, anche attorno ai valori artistico-culturali, si alimenti ulteriormente una opinione pubblica. Questo significa che dobbiamo popolarizzare la nostra attività. Popolarizzazione non significa solo conoscenza di ciò che si fa, ma partecipazione di altre forze e quindi disponibilità a mutare. Perché è evidente che un'azione condotta da cento persone di un certo ceto e di una certa cultura, muta e deve mutare quando è invece condotta da diecimila persone di diverso ceto e di diversa impostazione. Ma sappiamo che o i beni culturali si inseriscono nella coscienza e nell'uso di tutti o i beni culturali continueranno a morire con il pianto e il fiore dei loro cultori.

Occorre un'opposizione continua ai gruppi dominanti che, seguitando a distruggere natura e storia, impediscono il formarsi di una cultura basata su tali beni. Questo compito, che rientra senz'altro nella tradizione di Italia Nostra, è un compito conservatorista, non vi è dubbio, ma ricordiamoci che i distruttori (o i costruttori come spesso i distruttori amano farsi passare) non aspettano che noi abbiamo trovato la definizione giusta, per distruggere ciò che a loro serve distruggere.

Ogni cittadino deve riconoscere nell'ambiente naturale e storico nel quale egli cresce, vive e lavora, un tessuto di grande ricchezza e di esatta proporzione; un tessuto che è il riflesso concreto di una condizione umana non alienante nè eversiva, come sarebbe quella che un progresso disordinato fatalmente imporrebbe. Così la conservazione ambientale e culturale non è altro che un aspetto fra i tanti, ma certo il più importante, della tutela dell'individuo in una età di passaggio fra diverse ere storiche. La proprietà dello stato è la proprietà della comunità: la tutela culturale ed artistica è un interesse collettivo. Dalla salvezza della natura all'integrità dei centri storici, dalla tutela degli oggetti d'arte e dei monumenti alla registrazione delle tradizioni locali: tutto concorda in un nuovo concetto di conservazione, che si allarga oltre gli angusti confini tradizionali che prevedono il solo salvataggio delle « opere d'arte » e mira invece ad una accezione più vasta ed orizzontale di quel concetto.

Infatti quelle che noi chiamiamo opere d'arte non dovranno essere condannate e sopravvivere come frammenti solitari, in un mondo irriconoscibile, ma dovranno continuare a vivere in una serie di rapporti, di interrelazioni, di scambi, che solo la tutela più stringente esercitata urgentemente può garantire”.

La Biblioteca, in collaborazione con le altre associazioni culturali di Busseto, riprenderà presto questo tema, facendosi promotrice di iniziative concrete. Da tutti si attende appoggio e collaborazione.

 

Cineforum, arte e politica

films d'autore raggiungono difficilmente la provincia o, se; vi giungono, è quasi sempre per caso, in rare sere infrasettimanali, confusi fra le quotidiane banalità: insipide storie d'amore, violenze gratuite, volgarità da trivio, nel più completo disimpegno morale ed artistico.

I gruppi dei Cineforum reagiscono a siffatta situazione, pur tra mille difficoltà d'ordine organizzativo, pur tra mille resistenze d'ordine intellettuale. In tale senso il Comitato cittadino della SOCIIETA' NAZIONALE DANTE ALIGHIERI, guidato dal Prof. Napolitano, tenta a Busseto da tre anni una utile opera di sollecitazione culturale presentando, a primavera e in autunno, due cicli di proiezioni cinematografiche di film d'arte. Il successo ha arriso all'iniziativa dall'inizio: venti film fino ad ora, venti motivi di meditazione, di 'colloquio, di apertura. E forse la verifica che a Busseto il terreno è pronto e disponibile per più incisive azioni culturali.

Se ben presentato, se discusso insieme, un film ci apre prospettive vastissime sul mondo attorno a noi, sul mondo dentro di noi: i Bussetani sembrano in parte aver recepito la lezione che veniva loro proposta, soprattutto i giovani. Nessuna opera d'arte è fine a se stessa, nessuna opera dell'uomo è senza messaggio: Bergman, Bresson, Bunuel, Olmi, Pasolini, Richardson, Rocha e gli altri, le cui pellicole sono state oggetto del nastro interesse, hanno lasciato certamente un qualche segno al loro passaggio. Occorreva forse presentarle meglio, occorreva forse maggior partecipazione attiva degli spettatori; tuttavia il bilancio ci sembra positivo.

Mentre scriviamo sta per concludersi il ciclo autunnale dedicato a Giustizia, violenza e libertà nella società contemporanea, ed a riprova del fermento e della vivacità intellettuale che lo accompagna, riportiamo un contributo e un giudizio che due amici, FRANCO MAZZERA e ORIO SUSANI ci hanno fatto pervenire. Non ne condividiamo del tutto l'ispirazione, ma ne accettiamo la sincera tensione morale. Fra arte e politica esiste un rapporto che raramente trova la sua sintesi al di fuori del contingente, del provvisorio, del relativo. Le potenzialità umane, e il campo quindi dell'arte, sono di una ricchezza ben altrimenti straordinaria.

Il discorso sul Cineforum non avrebbe alcun senso se non ci rifacessimo ad un discorso teoretico di fondo, che è quello della funzione dell'arte in generale.

L'arte, secondo noi deve uscire da certi schemi di accettazione passiva del sistema, e invece porsi una funzione eversiva e continuamente dinamica della realtà (non è più concepibile insomma un'arte che manifesti una problematica esclusivista e individuale dell'artista, e non riesca o non voglia invece racchiudere in sé una dimensione sociale). Da questa funzione dialettica nasce un rapporto nuovo tra arte e uomo nella società, rapporto inteso come SERVIZIO, liberante per l'artista e costruttivo per la società; tenendo presente sempre la necessità di arrivare ad una mediazione tra l'indispensabile autonomia dell'artista e l'utilizzazione politica dell'opera d'arte.

La funzione politica dell'arte può manifestarsi e attraverso il LINGUAGGIO delle avanguardie (il cui valore dinamico ed eversivo è incontestabile, proprio perchè esse, nell'usare il nuovo linguaggio, mettono in discussione quello vecchio, espressione quest'ultimo di una società vecchia che le avanguardie, se genuine, rifiutano) e attraverso il CONTENUTO, cioè il tema, il soggetto. Ci sembra evidente infatti che la scelta di certi temi piuttosto che altri, l'analisi e la denuncia di certe contraddizioni, dipenda dalle scelte politiche di fondo cui l'artista (pittore, regista, scultore etc.) sottostà.

Linguaggio e contenuto dunque sono i due strumenti base con i quali l'artista svolge la propria funzione profetica; è infatti nella profezia che si inserisce tutto il discorso sulla espressione artistica, espressione che scaturisce da un ascolto profondo della problematica umana, e che propone alla società con un linguaggio nuovo che l'uomo ora riesce soltanto ad avvertire per il suo futuro, ma che non riesce ad esprimere costruttivamente, proprio per il dualismo cui è costretto dal sistema.

A questo punto il passaggio dall'arte vista nella sua possibilità di utilizzazione politica al cinema in senso lato, politico, come espressione artistica è brevissimo. E perché ci interessa il film politico? Perché è l'unico che, in definitiva, si preoccupi di rispondere a due domande; a parer nostro, importantissime: perché si filma, e per chi si filma.

Ed è proprio partendo dalla concezione dell'arte come scavo delle contraddizioni e limiti umani (peso dell'inconscio, paura della morte, del dolore, angoscia esistenziale) e come interazione tra l'esperienza individuale e quella collettiva, che si arriva ad una concezione dell'arte, e quindi del film politico, intesa come portavoce delle istanze delle masse e che nello stesso momento però si ponga il problema di affrontare e in qualche modo prevedere il momento futuro di identificazione socialista tra esperienza artistica e vissuto quotidiano.

Ed è proprio in questa realtà quotidiana, in questa emergenza di contraddizioni che noi viviamo (e ci riferiamo precisamente al contesto italiano e locale, senza per questo sminuire l'importanza di espressioni artitistiche che ci vengono proposte da altre culture) che il cinema politico evidenzia il contenuto e la materia specifica del proprio esprimersi. È proprio infatti per questo distacco tra l'opera filmica e l'esperienza dello spettatore che opere validissime come i due film del brasiliano Rocha (Dio nero e il diavolo biondo-Antonio das Mortes) proiettati recentemente al Cineforum di Busseto, non hanno trovato la loro giusta collocazione, e questo perché non sono riusciti a parlare a quella classe sociale a cui si rivolgevano e che era in definitiva la classe protagonista dei films. Vogliamo dire più precisamente i diseredati, gli sfruttati, tutti coloro che sono continuamente emarginati dalla società, e che solitamente nei film trovano una collocazione macchiettistica, più che problematica.

Del ciclo forse l'unico film che sia riuscito, seppur limitatamente, ad eliminare quel distacco fra contenuto e vita quotidiana, è stato quello di Giannarelli, « Sierra Maestra ». Appunto perché nell'introdurre allo interno della situazione Sudamericana i particolari problemi della Barbagia, è riuscito a dimostrare la vicinanza morale ed oggettiva del proletario sudamericano col proletariato sardo in particolare, ed europeo in generale, concretizzando con un discorso che toccava tutti noi in modo nuovo, l'ideale del film politico.

A nostro parere il primo ciclo autunnale è riuscito, seppure in parte, a portare per la prima volta il discorso sui temi che ci stanno a cuore: se non c'è stata vera e propria partecipazione attiva, i films tuttavia si sono imposti come elemento di rottura in un ambiente abitualmente passivo e conformista. Con questo nostro intervento abbiamo voluto semplicemente invitare i cittadini ad un approfondimento e ad una riflessione per dare a questa formula una maggiore incisività e utilizzazione politica”.

 

Bilancio e prospettive delle stagioni concertistiche

dell'associazione culturale artistica « Giuseppe Verdi »

Verdi non ha bisogno dei Bussetani, nè la sua musica ha bisogno di dianci o di propagandisti locali: sfida essa tempi ed ambienti, s'impone sovrana e diretta nella sua prepotente immediatezza. Sono invece i Bussetani ad aver bisono di Verdi, per raccogliersi all'ombra della sua gloria, e confermarsi, o illudersi, di contare così qualcosa. Sanno bene tutto questo coloro che sotto il nome improprio, ma non irrispettoso, di Amici di Verdi, frequentano da quattro anni le manifestazioni musicali alla Taverna de I Due Foscari. Quaranta concerti, lirici, da camera, organistici, corali, conferenze; audizioni discografiche; trasferte alla Scala e in altri grandi teatri; tante e tante serate di discreto e buon livello per noi della periferia culturale, al margine delle fucine musicali, immersi nella nebbia padana e distratti nel pigro vivere quotidiano. Ci voleva davvero, con pochi altri, un giovane ottuagenar'o venuto di Francia a godere fra noi la meritata vecchiaia, per pungerci nell'orgoglio: ecco infatti Pierre Charles Borlenghi, bussetano del secolo XIX, con entusiasmi garibaldini rifatti contemporanei, brigare, sollecitare, arrabattarsi e dar vita ad una associazione artistico-culturale, che ha nella musica, in tutta la musica vera, il suo scopo precipuo, e in Verdi il suo nume tutelare. E l'avvio è stato lusinghiero, il richiamo vasto all'intorno, in verità più vasto all'intorno che sentito all'interno: circa trecento soci nell'ultimo anno, alcune adesioni assai generose, ospiti illustri in sala e, tra comprensibili scogli, un'attività continua e dignitosa, sotto la presidenza prima del M° Angelo 'Pecchioni, del Dr. Giacomo Donati poi; attività che è ricominciata a fine '70 con rinnovata lena, a servizio dei Bussetani, e degli altri vicini e remoti.

E' proprio nel suo carattere di riaffermato servizio, che tale associazione .trova la sua validità; altrimenti correrebbe il rischio di rinchiudersi in se stessa, di divenire ristretta conventicola tra le dorate penombre de I Due Foscari.

Nel segno della disponibilità e dell'apertura, il nuovo anno sociale attuerà una ulteriore spinta in avanti. E a tale scopo: programmi sempre più validi; frequentazione di ambienti svariati, allacci con il mondo dei giovani e della scuola; collaborazione con associazioni ugualmente interessate alla diffusione della buona musica in provincia e fuori, per fare, nei limiti del reale, di più e meglio. Questo Busseto attende, mentre l'Associazione attende da tutti una partecipazione larga e popolare.

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