GIUSEPPE VERDI "genius loci" / STORIA E ARTE a busseto / PUBBLICAZIONI VARIE la cultura bussetana / GIOVANNINO GUARESCHI il grande delle piccole cose / GRAN CARNEVALE i nostri corsi mascherati / IL BISCIONEIDE le mie caricature / torna al sommario / torna homPage
|
SAN BARTOLOMEO |
SAN PASQUALE BAYLON |
SAN BARTOLOMEO
Il nome di Bartolomeo non figura nel
Vangelo di Giovanni, testimone attento dei fatti e della vita di Gesù; troviamo
invece un apostolo Nataniele, amico di Filippo, chiamato dal Signore dopo
Andrea, Simone e Filippo.
Con ogni probabilità Nataniele e Bartolomeo erano la stessa persona.
Nataniele doveva essere il suo nome personale e Bartolomeo (Bar Talmai significa
figlio di Talmai) il suo cognome.
Bartolomeo era un galileo e la sua vocazione viene così narrata:
Filippo aveva già incontrato Gesù e parlò del Redentore all'amico Bartolomeo. “Sai?
Abbiamo trovato colui di cui parlano Mosè e i Profeti! È Gesù figlio di Giuseppe
di Nazareth”.
Bartolomeo, che era di Cana, un paese vicino a Nazareth, a sentire che costui
proveniva da quell'ammasso di tuguri rispose dubbioso: “Da Nazareth può
venire fuori qualcosa di buono?”. Filippo rispose soltanto: “Vieni e vedi”.
Dal
racconto appare l'indole riservata e pensosa di Bartolomeo il quale condotto da
Gesù, ne ricevette questa lode: “Ecco un vero israelita in cui non c'è
malizia”. Bartolomeo al cospetto del Redentore rimase meravigliato e
ammirato pronunziando così la sua professione di fede: “Tu sei il figlio di
Dio, tu sei il re d'Israele”.
L'apostolato di Bartolomeo dopo la Pentecoste deve essere stato attivissimo
perché la tradizione gli attribuisce lunghi viaggi missionari; ma nulla di
preciso si può stabilire. Il martirio dell'Apostolo sarebbe stato consumato in
Armenia. Si racconta che fu scorticato vivo e poi decapitato o crocefisso.
San Gregorio di Tours narra della traslazione miracolosa del corpo di San
Bartolomeo a Lipari; da qui le reliquie avrebbero raggiunto la città di
Benevento e finalmente Roma. Oggi sono infatti venerate a Roma, nella chiesa
intitolata al suo nome all'isola Tiberina. Si disse anche che la sua pelle fosse
conservata a Pisa.
A San Bartolomeo furono consacrate altre chiese italiane: a Venezia, a Foligno,
a Pistoia e a Benevento e a Busseto.

In Germania la cattedrale di Francoforte
sul Meno — che aveva ereditato la sua calotta cranica — si pose sotto il suo
patronato; il giorno della sua festa segnava l'inizio della fiera d'autunno. A
Londra, la più bella chiesa romanica porta il nome di Bartolomeo il Grande.
Il modo in cui fu martirizzato il Santo, gli valse il patronato di tutte le
corporazioni che si occupano della preparazione della pelle, della fabbricazione
e della lavorazione del cuoio.
Bartolomeo godette della fama di Santo guaritore: lo si invocava, infatti,
contro le convulsioni, le crisi spasmodiche e le malattie nervose in genere.
Nel
580 le reliquie dell'apostolo san Bartolomeo, martirizzato in Armenia, giunsero
nell'isola di Lipari dove restarono per più di due secoli finché nell'838
Sicardo, principe di Benevento, accorso nell'isola per difenderla dalle continue
incursioni dei pirati saraceni, le traslò nella sua città.
Alla fine del X secolo Ottone III volle costruire sulle rovine del tempio di
Esculapio, nell'Isola Tiberina di Roma, una chiesa in onore del suo amico sant'Adalberto,
il vescovo di Praga che era stato ucciso nel 998 in Prussia dai contadini che al
cristianesimo preferivano le loro tradizioni religiose. Quando la chiesa fu
compiuta vi trasferì le reliquie dell'amico che erano state raccolte dal duca di
Polonia e poste nella cattedrale di Griesen. Accanto ad esse collocò quelle dei
martiri Paolo, Essuperanzio, Savino e Marcello insieme con il corpo di san
Bartolomeo che aveva voluto trasferire da Benevento. La prima memoria della
chiesa dedicata a sant'Adalberto risale al 1029. Ma a distanza di qualche anno
veniva già nominata come Sanctus Bartholnmeus a Domo Ioanni Cayetani per
l'adiacente fortilizio della famiglia dei Gaetani. Tuttavia i beneventani han
sempre sostenuto che l'imperatore avesse ricevuto delle false reliquie dai
sacerdoti che non volevano privarsi del loro patrono. La disputa tra Benevento e
Roma è continuata fino al 1740 quando si è convenuto che entrambe le città ne
avevano una parte.

Nel
frattempo il papa Benedetto XIII aveva consacrato l'8 maggio 1729 la basilica
beneventana di San Bartolomeo, costruita su progetto di Filippo Ragazzini,
portandovi a spalle i resti dell'apostolo che erano stati ospitati
provvisoriamente nel Duomo da quando, nel 1702, era stata distrutta dal
terremoto l'antica basilica che li aveva custoditi. Il teschio invece era
conservato fin dal 1238 nel Duomo di Francoforte: così perlomeno sostenevano i
tedeschi.
San Bartolomeo è popolare in tutta l'Italia: per i tanti miracoli che gli
vengono attribuiti dalle leggende è patrono degli indemoniati, degli ammalati di
convulsioni, di emicrania, di paralisi, di varici, di disturbi psichici.
Protegge anche i bimbi dai terrori improvvisi. Sicché ha legittimamente
ereditato nell'immaginario medievale le funzioni del dio guaritore sul cui
tempio romano fu costruita la chiesa che era destinata ad assumere il nome del
santo taumaturgo.
La sua festa al 24 agosto ha anche ispirato tanti proverbi meteorologici.
In Istria per esempio si dice: “La piova di san Bartolomeo no val un bugatin
sbusio”, cioè non vale un soldo bucato, nel senso che se non ha piovuto
prima, quella pioggia non serve più alla vigna. A Castelvetrano si temono gli
acquazzoni che possono scoppiare in questo periodo danneggiando le colture: “Preja
lu celu che ti libbri di l'acquazzi che vennu pj san Vartulu”. In ogni modo
nell'ultima decade d'agosto è raro che non piova, sicché i romagnoli dicono: “Per
san Bartulazz u s' bagna e' tinaz”, per san Bartolomeo si bagna il tino;
mentre i veneti: “San Bartolomio, ciò su la to arzeliva e va' con Dio”,
ovvero porta via il fieno e vai con Dio. L'arzeliva è il fieno della seconda
falciatura che in montagna si fa alla fine di agosto, quando si è in procinto di
abbandonare i pascoli di montagna. Sicché i montanari, vedendo arrivare giornate
piovose e sentendo la temperatura scendere, specie di notte, esclamano: “Bartolomé
non fai per me”.

Di san
Bartolomeo poco ci riferiscono i Vangeli sinottici se non il nome nell'elenco
degli apostoli, dove è associato a Filippo. Nel Vangelo di Giovanni è invece
assente, sostituito da Natanaele che è pure lui associato a Filippo. Questo
abbinamento induce a presumere che si tratti della stessa persona, sicché
Natanaele sarebbe il vero nome personale e Bartolomeo il patronimico.
Quest'ultimo nell'aramaico Bar Talmaj significava «figlio di Talmai».
Giovanni riferisce che Natanaele-Bartolomeo era nato a Cana, in Galilea. Un
giorno il suo amico Filippo gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno
scritto Mose nella legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”.
Natanaele, udendo che costui proveniva da un misero paesino vicino a Cana, che
conosceva bene, esclamò perplesso: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di
buono?”. Filippo, che aveva sperimentato quella presenza, si limitò a
rispondere: “Vieni e vedrai”.
Quando Gesù vide Natanaele venirgli incontro disse: “Ecco davvero un
israelita in cui non c'è falsità”. “Come fai a conoscermi?” domandò
meravigliato l'amico di Filippo. E il Cristo: “Prima che Filippo ti
chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Illuminato da una
improvvisa intuizione Natanaele pronunziò questa professione di fede: “Rabbi,
tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!”.
Dopo la Pentecoste non abbiamo più testimonianze certe su di lui; ma la
tradizione gli attribuisce lunghi viaggi missionari in vari Paesi dell'Oriente,
dall'Arabia Felix alla Partia alla Mesopotamia, e infine in Armenia dove fu
martirizzato: crocifisso secondo gli orientali, decapitato secondo i Martirologi
di Rabano Mauro, Adone e Usuardo. La morte per scuoiamento è sostenuta invece da
Isidoro di Siviglia e dal Martirologio di Beda; ed è proprio questo tipo di
martirio ad avere ispirato le leggende occidentali e l'iconografia.
Nelle
immagini popolari infatti il santo è raffigurato con i capelli sciolti e quasi
nudo mentre, legato a un tronco d'albero, sta per essere scorticato da un uomo
vestito rozzamente e con un enorme coltello fra le labbra.
Un altro topos iconografico Io rappresenta barbuto, con un libro e con il
coltello che allude allo scuoiamento, come nella pala trecentesca di Lorenzo di
Niccolò Germi al Museo Civico di San Gimignano. Con il XV secolo si diffonde
infine la rappresentazione di Bartolomeo che reca la propria pelle sul braccio,
come nell'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.
Questo suo leggendario martirio per scuoiamento ha ispirato macabramente il
patronato su tutte le corporazioni che si occupano della preparazione delle
pelli, della fabbricazione e dell'utilizzazione del cuoio.
Il
corpo fu traslato nel 410 dal vescovo Maruta a Martyropolis e Maiafarqin; poi
nel 507 dall'imperatore Anastasio I a Darae in Mesopotamia o, secondo altre
fonti, ad Anastasiopoli in Frigia. E di là giunse a Lipari verso la fine dello
stesso secolo.
Nel frattempo erano fiorite tante leggende su di lui, riportate dagli scritti
apocrifi del Nuovo Testamento. Nel Vangelo arabo sull'infanzia del Salvatore si
narrava che una donna aveva perduto un figlio mentre l'altro, molto malato, era
in procinto di morire. Lo portò allora alla Madonna chiedendole aiuto. Maria,
impietosita dal suo pianto, le disse di mettere il figlio sul letto in cui
dormiva Gesù Bambino e di coprirlo con le sue vesti. E subito quel fanciullo,
che si sarebbe chiamato nel Vangelo Bartolomeo, fu risanato.
Gli fu attribuito anche un Vangelo di Bartolomeo in varie redazioni greche,
slave, copte, siriache e latine in cui l'apostolo interroga Gesù, Prima e dopo
la Passione, sui misteri della fede. Ma il testo che ispirerà più tardi la
Leggenda Aurea di Jacopo da Varagirie sono le cosiddette Memorie apostoliche di
Abdia, il primo vescovo di Babilonia, consacrato dagli stessi apostoli: un testo
in lingua latina, composto in realtà in qualche monastero franco tra il VI e il
VII secolo. Vi si narra che l'apostolo giunse in India per predicare; una
nazione singolarmente estesa perché l'autore spiega che di Indie ve ne sono tre:
la prima rivolta verso l'Etiopia; la seconda si estende verso la regione dei
Medi: e la terza «è il termine dell'Asia».
Un
giorno Bartolomeo entrò in un tempio dove in una statua di Astaroth dimorava un
demonio che si diceva fosse capace di curare i fiacchi e di ridar la vista ai
ciechi. In realtà ingannava i poveri pagani che gli credevano: “infligge loro
dolori, infermità, menomazioni e pericoli” narra il fantasioso autore; “dà
responsi affinché gli si sacrifichi; allorché abbandona quelli di cui si era
impossessato tutti li pensano sanati da lui. Evidentemente agli stolti può
sembrare che egli guarisca, mentre ripara al male non sanandolo, ma cessando
dalla sua azione menomatrice”.
L'arrivo dell'apostolo paralizzò l'azione del demone che non poteva più dare
alcun responso né riparare al male che aveva fatto. Allora i malati che si
recavano al tempio decisero di trasferirsi in un'altra città dove si venerava un
demonio di nome Beiret. Il quale rivelò che responsabile di quella paralisi era
un tal Bartolomeo, uomo dalla pelle bianca e dai capelli neri e crespi, protetto
e servito dagli angeli di Dio.
Cercarono invano di rintracciarlo negli ospizi di pellegrini, ma dell'uomo dalla
pelle bianca non v'era traccia. Nel frattempo Bartolomeo aveva liberato
un'indemoniata. Quando il re Polimio, il cui nome non a caso apparirà nella
Passio di sant'Emidio di Ascoli Piceno, come il nostro lettore si accorgerà in
un prossimo capitolo, seppe della miracolosa guarigione lo mandò a chiamare
perché aveva una figlia lunatica. E Bartolomeo gliela guarì liberandola da un
altro demonio.
Il re per ricompensarlo caricò di oro e argento, di gemme e vestiti parecchi
cammelli, ma non riuscì più a trovare l'apostolo. Il quale ricomparve a Polimio
il giorno seguente penetrando prodigiosamente nella sua camera. “Perché mi
hai cercato tutto il giorno con oro, argento, gemme e vestiti? Questi doni sono
necessari a quelli che cercano le cose terrene; io invece non voglio nulla di
terreno e carnale”. E subito cominciò a istruirlo nella religione cristiana
rivelandogli gli stratagemmi dei demoni nascosti nelle statue degli dei.

Il
mattino seguente Bartolomeo alla presenza del re e del popolo riuscì a far
confessare il demone di Astaroth, poi lo costrinse a fuggire: “E quello
subito uscendo demolì ogni genere di idoli; fece a pezzi non soltanto il grande
idolo, ma anche le insegne ornamentali e distrusse ogni paura”. Allora il
re, la sua famiglia, tutto l'esercito e il popolo che egli aveva salvato
credettero e furono battezzati.
Frattanto i sommi sacerdoti di tutti i templi si erano riuniti presso il re
Astiage, fratello maggiore di Polimio, e gli avevano riferito: “Tuo fratello
si è fatto discepolo di un mago che usurpa per sé i nostri templi e distrugge i
nostri dei”.
Astiage indignato mandò mille uomini a catturare Bartolomeo perché voleva
convincerlo ad adorare gli dei pagani. Ma mentre stava parlando all'apostolo gli
annunciarono che il suo dio Vauldath (probabilmente la divinità semitica
Baal-Hadad) era caduto frantumandosi. Il re furioso si strappò la veste di
porpora e urlò paonazzo di bastonare Bartolomeo e infine di decollarlo.
Così moriva l'apostolo taumaturgo. Quando Polimio e la sua gente seppero
dell'accaduto, andarono a recuperare il suo corpo e lo portarono nel loro Paese
dove venne seppellito con tutti gli onori.
SAN PASQUALE BAYLON
Cominciamo col dire che
il nome Pasquale è di origine cristiana ed è molto usato anche nel femminile
Pasqualina; veniva dato ai bambini nati il giorno di Pasqua, ma le sue lontane
origini sono ebraiche (Pesah = passaggio) volendo indicare il passaggio del
popolo ebraico del Mar Rosso e il passaggio dell’angelo di Iahweh che salvò,
segnandone le case con il sangue sacro dell’agnello, i primogeniti ebrei per
distinguerli da quelli egiziani destinati alla morte nell’ultima piaga d’Egitto.
Il nostro Pasquale Baylon fu un concentrato di testimonianza di quanto la
Provvidenza può operare nella vita dei singoli uomini e Pasquale passò da
illetterato a teologo, dalla povertà assoluta alla ricchezza degli straordinari
doni dello Spirito Santo, fra cui quello della sapienza infusa, da umile
portinaio e fratello laico alla santità.

Nacque il 16 maggio 1540,
giorno di Pentecoste, a Torre Hermosa in Aragona, Spagna, da Martino Baylon e da
Isabella Jubera; fin da bambino dimostrò una spiccata devozione verso
l’Eucaristia, che sarà poi la caratteristica di tutta la sua vita religiosa.
Fu pastore prima del gregge della famiglia poi a servizio di altri padroni, la
solitudine dei campi favorì la meditazione, il suo desiderio di spiritualità, la
continua preghiera; prese anche a mortificare il suo giovane corpo con lunghi
digiuni e flagellazioni dolorose.
A 18 anni Pasquale Baylon chiese di essere accolto nel convento di S. Maria di
Loreto, dei Francescani Riformati detti Alcantarini, da S. Pietro d’Alcantara
loro ispiratore, non fu accettato forse per la giovane età.
Pasquale pur di rimanere nei
dintorni del convento, si occupò sempre come pastore, al servizio del
ricchissimo possidente Martino García, il quale ammirato di questo suo giovane
dipendente, gli propose di adottarlo così da poter diventare suo erede
universale, ma Pasquale diede un deciso rifiuto, perché più che mai era deciso
ad entrare tra i frati di s. Francesco.
Sebbene così giovane, si acquistò una certa fama di santità per le virtù
cristiane e morali, ma anche per fatti prodigiosi di cui fu l’artefice.
Dopo due anni nel 1560, venne ammesso nel convento di S. Maria di Loreto, dove
fece la sua professione religiosa il 2 febbraio 1564; non volle mai ascendere al
sacerdozio, nonostante il parere favorevole dei superiori, perché non si sentiva
degno e nella sua umiltà si contentò di rimanere sempre un semplice fratello
laico.
Fu per anni addetto ai vari servizi del convento, specialmente come portinaio,
compito che espletò sempre con grande bontà, anche nei conventi di Jatíva e
Valenza.
Fu davvero “pentecostale”, cioè favorito dagli straordinari doni dello Spirito
Santo, tra cui quello della sapienza infusa, benché illetterato era
costantemente richiesto per consiglio da tanti illustri personaggi.
Anche il Padre Provinciale degli Alcantarini di Spagna nel 1576, dovendo
comunicare con urgenza col Padre Generale risiedente a Parigi, pensò di mandare
con la missiva frate Pasquale, ben sapendo le gravi difficoltà del viaggio per
l’attraversamento di alcune province francesi, che in quell’epoca erano dominate
dai calvinisti.
Infatti fra’ Pasquale fu
fatto oggetto di continue derisioni, insulti, percosse e ad Orléans fu anche in
pericolo di morte per lapidazione, dopo aver tenuto una serrata disputa
sull’Eucaristia, tenendo testa agli oppositori e rintuzzando le loro false
argomentazioni.
Al ritorno della sua delicata e pericolosa missione, Pasquale Baylon compose un
piccolo libro di definizioni e sentenze sulla reale presenza di Gesù
nell’Eucaristia e sul potere divino trasmesso al pontefice romano.
Per il suo desiderio di maggiore perfezione, si sottoponeva a continue pesanti
mortificazioni e penitenze sempre più numerose, al punto che la sua salute era
ormai ridotta male. Aveva solo 52 anni appena compiuti, quando fu sorpreso dalla
morte il 17 maggio 1592 nel convento del Rosario a Villa Real (Valenza), era il
giorno di Pentecoste, così come fu per la nascita.


I funerali videro la
partecipazione di una folla di fedeli, che volle fare omaggio di una sentita
venerazione alla salma dell’umile fratello laico francescano, la cui santità per
i miracoli che avvennero, fu conosciuta in tutto il mondo cattolico.
Particolarmente venerato fu a Napoli, soggetta alla dominazione spagnola e il
cui culto si concentrò in due grandi e celebri conventi francescani alcantarini
ancora esistenti, S. Pasquale a Chiaia e S. Pasquale al Granatello, piccolo
porto di Portici; il suo nome fu dato a generazioni di bambini, come del resto
in tutto il Sud Italia.
Viene chiamato il “Serafino dell’Eucaristia”, di questa grande devozione
ci sono pervenuti i suoi pensieri personali e preghiere, che aggiungeva alle
raccolte di scritti su temi eucaristici che meditava.
Fu beatificato 26 anni dopo la morte, il 29 ottobre 1618 da papa Paolo V e
proclamato santo il 16 ottobre 1690 da papa Alessandro VIII; papa Leone XIII il
28 novembre 1897 lo proclamò patrono delle opere eucaristiche e dei congressi
eucaristici.
I suoi resti che si veneravano con grande devozione a Villa Real, furono
profanati e dispersi durante la famigerata Guerra Civile Spagnola (1936-39); una
parte furono successivamente recuperati e restituiti alla città nel 1952.
La sua appassionata devozione per l’Eucaristia, ha ispirato nei secoli i tanti
artisti che l’hanno raffigurato, infatti egli compare sempre nell’atto di
adorare l’ostensorio, come del resto compare nelle immaginette devozionali.
È considerato patrono dei cuochi e dei pasticcieri, secondo la tradizione
sarebbe l’inventore dello zabaione; è patrono anche delle nubili in cerca di
marito e popolarmente delle donne in generale, secondo un detto con la rima “San
Pasquale Baylonne, protettore delle donne”.
La sua festa si celebra il 17 maggio.