L’anno perduto


 

 

 

Lo statista e Io scrittore
Morì sessant’anni fa mentre Guareschi stava scontando, nel carcere di Parma, la pena per la vicenda delle lettere pubblicate su «Candido»

DE GASPERI e l’anno perduto di Giovannino

 In cella seppe dalla moglie della scomparsa del leader Dc:
«Non polemizzo con i morti»IMG

Sessant’anni fa, in agosto, moriva Alcide De Gasperi, proprio mentre Giovannino Guareschi stava scontando, nel carcere San Francesco di Parma, la pena irrogatagli per la famosa vicenda delle lettere pubblicate su «Candido». Dopo averlo sostenuto alle elezioni del 18 aprile 1948, Guareschi cambiò opinione nei confronti dello statista trentino e, pubblicando la prima delle due lettere a firma Degasperi, quella che chiedeva agli alleati il bombardamento della periferia di Roma, scriveva: «L’interesse del Paese e l’opinione pubblica non hanno nessuna importanza per i politicanti. Prima di ogni cosa importa l’interesse del partito. E neppur questo: perché qui non si tratta dell’interesse della Dc, ma di una determinata corrente della Dc. Non si trattava, come afferma erronea mente il Corriere, di «restaurare l’unità della Dc»: fosse stato per questo, l’azione avrebbe avuto una giustificazione. Ma qui s’è trattato soltanto ed esclusivamente di servire l’unità di De Gasperi. E dicendo unità io voglio alludere al fatto che De Gasperi vuol tornare a ogni costo a essere il numero uno che fu. […] La crisi si chiama De Gasperi: il quale non poteva tollerare l’esistenza di un governo funzionante tipo quello di Pella perché egli desidera al contrario dimostrare al Paese che senza De Gasperi non si riesce a governare».
Questo, secondo Giovannino, il De Gasperi dei 1954: lo stesso De Gasperi del 1944, che chiedeva il bombardamento dell’acquedotto e della periferia di Roma, usando carta intestata della Segreteria di Stato del Papa.
«Quando […] definisco De Gasperi un politicante spietato, non mi baso su mie personali impressioni. E quando dico che De Gasperi è un uomo che non si ferma davanti a nessuno e a niente, mi baso su qualcosa di concreto. Qui, per esempio, si vede il De Gasperi che, ospite del Vaticano, scrive tranquillamente su carta intestata della «Segreteria di Stato di Sua Santità» delle lettere contenenti richieste di bombardamento! Non è un gesto incosciente e stolto: è un vero e proprio sacrilegio. Non è un semplice gesto di uno che tradisce l’ospitalità, è il gesto nefando di un cattolico che tradisce il Santo Padre. È un foglio di carta da lettere sottratto, sì: ma in mano ai nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare una potentissima arma di denigrazione».
Il processo vide condannato Guareschi ad un anno di reclusione per diffamazione, così nel maggio del 1954 Giovannino si costituì al carcere di Parma dove, nell’agosto dello stesso anno, apprese della morte di Alcide De Gasperi e scrisse alla moglie: «Io son qui, muto e solitario, seduto sulla riva del fiume. Ma non aspetto che passi il cadavere del mio nemico. Non considero nessuno mio nemico. Nessuno è riuscito a suscitare il mio odio! Io aspetto solamente che passi il cadavere di un anno di vita perduta. E se, frattanto, passa qualche altro cadavere, né mi rallegro né mi angustio. Non mi riguarda: è Dio che regola queste faccende e Dio non sbaglia mai. Il mio cuore è sgombro e leggero. […] Io non polemizzo coi morti. […] Il “Premio Bancarella” mi ha colmato di soddisfazione e tu puoi immaginare bene il perché! […] Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno».
Da quel momento Guareschi non parlerà più di De Gasperi, sino a quando, pur con un pizzico d’ironia, ne rivalutò assolutamente la figura: «Non voglio rivangare vecchie storie che sono diventate polvere di tribunale e di galera: Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno. Né voglio rivedere posizioni che non possono essere mutate in quanto assunte per solo suggerimento della coscienza. Voglio semplicemente rendere omaggio alla verità e riconoscere che, al confronto dei campioni politici di oggi, De Gasperi era un gigante. […] Non mi risulta più tanto sgradito il monumento che gli hanno eretto a Trento. Rispetto a quello di Dante Alighieri rimane smisuratamente troppo alto. Ma, se il termine di paragone deve essere la statura degli eredi politici di De Gasperi, quel monumento dovrebbe essere alzato ancora di qualche centinaio di metri. De Gasperi non era né signore né affabile, né distinto né, tantomeno, d’animo mite come alcuni dei suoi eredi politici: però, anche se ciò dovesse costarmi altrettanti guai di quelli passati, vorrei sinceramente che tornasse». Un desiderio che, ancora oggi, probabilmente accomuna molti italiani…

Egidio Bandini


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *