Mostra a Parma


 

 

L’amicizia che da tanti anni mi lega a GIANFRANCO CAMMI, mi consente ora di estendere un quadro abbastanza esauriente della sua figura di uomo e di artista. Una personalità comunque difficile da spiegare in termini semplicistici, soprattutto perchè, date certe particolari contingenze che ne condizionano il sistema di vita, temo di scivolare nel groviglio di certi pietismi inopportuni.
Quella di Cammi potrebbe essere una esistenza normale come ce ne sono tante, se non ci fosse il dramma della sua infermità: la anchilosi congenita agli arti. Una condizione fisica e morale dai risvolti assurdi, amari; legati ai misteri del destino che troppo spesso è cieco e non guarda in faccia a nessuno. A parlargli dice: « per me la pittura è il dono più grande, è tutto E aggiunge: « non potrei più smettere di dipingere: la mia vita non avrebbe più significato ». Una vita, dunque, che deve correre di pari passo con l’arte. Solo il connubio può alimentare la speranza.
Quattordici, quindici anni: l’età in cui si comincia a capire che la vita di una persona non può essere circoscritta da quattro mura domestiche; fuori ci sono gli svaghi, i divertimenti. Fuori ci sono le ragazze…
Solo, col suo disperato amore per la vita, pure così avara con lui, Cammi si accosta alla pittura.
I primi, sono sempre passi difficili. Gianfranco lo capisce, ma forse ha già imparato ad amare questo modo nuovo, costruito nel silenzio, dalle prospettive varie ed imprevedibili. Forse se ne compiace e prosegue nelle infinite variazioni possibili, alla ricerca di una impronta che non sia di nessuno, ma di lui soltanto. Anche se poi comincia come molti altri e manifesta il suo estro nei primi dipinti di paesaggio, dalle campiture cromatiche pesanti e grossolane. Ma poi li abbandonerà. L’armonica perfezione della natura non lo colpisce. E forse si capisce perché. Passa alla espressione figurativa, accentuando i tratti e riducendoli ad uno schema fitto di linea e chiaroscuri. E’ ancora pittura embrionale. ma si vede che « qualcosa » c’è.
Nel 1962 frequenta con profitto un Istituto d’Arte di Milano. I risultati parlano a suo favore: lo stile, adesso si è fatto meno involuto, i toni meno inespressivi e molto più personali. Si diploma anche in cartellonismo e partecipa alle prime « collettive ». E intanto viaggia, si distrae.
Sono i primi contatti con la gente, quella dell’altra « sponda » che esce dal grappolo di amicizie di « casa sua ». E’ gente che non lo conosce e che gli parla ancora con un linguaggio forzato, ostentando fiducia e felicità proprio come si fa in genere parlando a chi non ha mai avuto nè l’una cosa, nè l’altra, dalla sua.
Frequenti sono i suoi viaggi sul treno « Rosso-Bleu » di Lourdes. Pellegrinaggi di fede e di speranza. Cammi vorrà ripeterli ogni anno. E se rimane colpito da certe esperienze di dolorosa rassegnazione, è perchè, evidentemente, queste trovano in lui intima risposta. Tutto, in questo ambiente di amore e di dedizione lo vivifica, conducendo a maturazione la sua natura intimamente triste senza tuttavia contaminarla. Perchè, nell’arte, Cammi è certo un uomo felice.
Ama la vita e lo dimostra: quando ne condanna gli aspetti più deteriori e tramuta sulla tela la violenza in meditate armonie di colori. L’ama soprattutto quando trova la forza e la serenità di esaltarne i valori spirituali più alti, per lui spesso irraggiungibili. E si man-festa così, in un linguaggio lirico accorato, tranquillo, ma non privo delle vibrazioni che danno alla materia onde comunicative e penetranti e giustificano infine le ragioni della sua pittura.
lo non so se la sua sia arte; potrebbe anche essere. Non spetta a me giudicare; il mio discorso tocca altre corde. Per me quella di Cammi è ancora « pittura » fatta di disegno e di colore e assolve, certo più di altre, la sua funzione comunicante e distensiva. Contemplativa del suo stesso pensiero, del suo dramma di uomo, del suo amore per la vita. Ma forse arte non è ancora e se è « amore » lo è in un modo così diverso da tutti gli altri che non si può proprio dire cosa esso sia in realtà. Ricordo che una volta mi disse: «io penso che solo nella mia pittura si possa scorgere il lato felice di me stesso».
lo credo che sia vero: la sua autentica felicità si sprigiona soltanto sulla tela. Non è quella che abitualmente gli leggo sul volto aperto al sorriso, alla battuta pronta. Si capisce subito che è l’altra, quella vera. A dispetto forse di certe sue « opere » velate di profonda tristezza, di certe tele dai tramonti intensi vissuti col presagio di un evento che si spegne. Ma è una sensazione fugace; ben presto l’equivoco si dissolve e rivela la realtà di una luce soffusa. E’ il rosso sfuocato della tempera, che si traduce in un barlume di vita e di speranza. La sua speranza, soltanto la sua. Un accenno che potrebbe sembrare egoistico, ma non lo è. Perchè, è bene precisarlo, Cammi dipinge soprattutto per sè stesso.
A tutto il resto è rimasto insensibile, compresa l’ingerenza di quel certo tipo di arte frettolosa e strumentalizzata a scopi commerciali.
E anche le « opere » vendute restano sempre « sue », sono ancora parte della sua vita. Perchè — mi diceva — acquistando un mio quadro non compreranno mai l’essenza che mi ha spinto a crearlo, la forza che ha guidato la mia mano.
Ha avuto un inizio difficile, ma il tempo fa giustizia di tante false situazioni. E gli ha dato ragione: cole prime «personali » sono arrivati i primi attestati di merito. La conferma che Cammi ha via via perseguito un’essenzialità di ricerca efficace e costruttiva.
Adesso che la gente ha imparato a conoscerlo, Gianfranco si presenta al giudizio dei critici con la sicurezza di chi sa di aver lavorato con autentico amore. E’ evidente che nel suo isolamento psicologico l’artista è riuscito profiquamente a produrre, conservando integre le energie della sua giovinezza malata ma così straordinariamente viva. E in fondo è molto bello che sia così.
Anche se c’è da sentirsi un po’ a disagio a dire queste cose, con questo ragazzo che vive solo di pittura e ripropone, con sé stesso, il suo intimo dolore su una tela; ogni giorno di più. Per continuare a credere nella vita.

ASCANIO CASALI

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