Lo Zibaldino


 

Nello Zibaldino Guareschi usò il più ovvio dei microcosmi disponibili: la famiglia. Chiunque saprebbe farlo.
Solo che lui sapeva ricostruirlo usando alcuni tasselli non regolamentari, e venando il tutto con improvvise scariche di irresistibile assurdità. Se vai a studiare gli ingredienti base trovi cose piuttosto prevedibili: una madre che vive in un mondo tutto suo, fatto di ragionamenti lunari e idee strambe, una bambina così ribelle da meritarsi il soprannome di Pasionaria, un bambino che ne combina di tutti i colori, e un padre che fa da paziente catalizzatore di tutto quel casino. Niente di straordinario. D’altronde anche l’universo dei Peanuts è assolutamente ordinario: Charlie Brown, Linus, Lucy sono bambini che, in partenza, non sono speciali.
Lo diventano quando un’inclinazione di fondo (l’aggressività, la genialità, la sfortuna) viene sintetizzata in mosse fulminanti, che mantengono le loro radici nel reale ma decollano a gran velocità verso l’orbita dell’assurdo, dove esplodono in comicità.
È sotto la pressione del gesto del narratore che la realtà assume i tratti essenziali e parlanti che di per sé avrebbe solo in modo disordinato e scomposto. (…) È solo il gesto del narratore che trasfigura il reale.
Quel gesto, Guareschi lo conosceva bene. Sapeva farlo con enorme leggerezza, e con esattezza da artigiano consumato.
Convogliava il caos dell’esistente nella confezione misurata di piccole storie in cui veniva a galla, limpido, lo statuto comicamente assurdo del reale, e certe sue venature sentimentali, da domestica, ma preziosa, saggezza.

ALESSANDRO BARICCO

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