Sempre Verdi

 

 

SEMPRE VERDI
Viaggio nei luoghi della vita del maestro di Busseto,
dall’altare dove serviva messa alla
cassaforte dove sono custoditi gli ultimi segreti.

Giuseppe Fortunino Francesco Verdi è nato qui, alle 8 della sera del 10 ottobre 1813. «La madre Luigia Uttini, che faceva la filatrice, ha partorito nella camera al primo piano. Da sotto arrivavano le voci dei giocatori di carte perché questa casa era anche osteria. Il piccolo Giuseppe…».

Valerio Antolini, per conto della cooperativa Antea, fa la guida nella mecca dei melomani di mezzo mondo: la casa natale di Giuseppe Verdi alle Roncole di Busseto. «Sapete, ragazzi, che già a quattro anni il futuro “Cigno” voleva aiutare la mamma a grattugiare il formaggio? Ma la signora Luigia aveva paura che si grattugiasse anche le dita e allora lo metteva a “piegare” gli anolini».
Tante le scolaresche che arrivano qui con l’autobus, perché Roncole è come un santuario e i bambini ci vanno portati alla svelta. Così imparano presto ad amare quell’uomo con la barba bianca che appare nei quadri e nei monumenti. Da grandi – quando sentiranno parlare del Nabucco o dell’A ida – potranno dire: «Io ho visto la casa del Maestro».
Valerio Antolini è una brava guida. Sa che ai ragazzini – succede anche quando si raccontano le vite dei Santi – interessano più le piccole ribalderie che gli atti virtuosi. «Giuseppe era quello che oggi chiameremmo un bambino schietto e un po’ permaloso. Aveva 8 anni e faceva il chierichetto nella chiesa qui di fronte, San Michele. Si distrasse perché troppo impegnato ad ascoltare il suono dell’organo: doveva porgere le ampolline al prete e invece se ne stava fermo

Un visitatore al Museo nazionale Giuseppe Verdi di Busseto osserva un ritratto del compositore nella sala dedicata alle opere Luisa Miller, Stiffelio e Aroldo.

 

 

 

 

 

L’interno della Salsamenteria Baratta, luogo di cimeli e ricordi verdiani (sopra) a Busseto.

 

 

 

Il giardino di Villa Verdi a Sant’Agata, frazione di Villanova sull’Arda (Pc). Verdi acquistò questa ex casa padronale nel 1848, la ridisegnò e vi abitò dal 1851. Oggi la villa rischia di finire all’asta se gli eredi non troveranno un accordo.

 

come una statua. E allora il celebrante, don Giacomo Masini, gli diede un calcio nel sedere e lo fece ruzzolare dai gradini dell’altare. Il piccolo Verdi arrabbiò moltissimo e lanciò al prete un augurio non proprio benevolo: “Dio t’manda na Sajeta”, Dio ti mandi un fulmine.
A due chilometri dalle Roncole c’è il santuario della Beata Vergine, nella frazione Madonna dei Prati. Una lapide racconta – senza però citare il piccolo Verdi – che il 14 settembre 1828, cinque o sei anni dopo quel calcione sull’altare, nel santuario avvenne una disgrazia terribile.
I particolari sono descritti nella guida del santuario. “Nel pomeriggio d detto giorno si celebravano i sacri. Sacerdoti presenti erano: don Giacomo Masini, don Pietro Orzi, don Luigi Menegalli, don Bartolomeo Orioli. Con i suddetti preti erano presenti anche due cantanti in coro. Il santuario era gremito di fedeli devoti, quando un fragoroso baleno, dal catino dell’abside, precipitava un fulmine che facendo il giro dell’interno spogliava della doratura la gran Cornice della Beata Vergine, bruciava tutti gli ex voti appesi alle pareti e uccideva i sei del coro tranne il prevosto di Roncole don Pietro Montanari”. don Giacomo Masini, curato di Roncole, uno dei fulminati, era proprio il sacerdote che aveva dato un calcio al chierichetto Verdi. Anche il futuro Cigno avrebbe dovuto essere accanto ai preti. Era stato chiamato a far parte del coro ma a mezza strada fra Roncole e il santuario vide il temporale e si fermò a casa di amici di famiglia.
Dopo tale sciagura; scrive Riccardo Baudinelli in “Giuseppe Verdi, i luoghi della vita e della musica”, “il terrore per le maledizioni accompagnò Verdi per tutta la vita“. Roncole Verdi (il cognome del maestro è stato aggiunto il 24 maggio 1963 con decreto del Presidente della Repubblica) è il posto giusto per capire quanto l’autore di Va pensiero sia ancora presente in questa terra accanto al Po. E quanto “renda”, nel gran mercato dei pellegrini melomani e dei turisti. “Sono stato, sono e sarò sempre un paesano delle Roncole“, annuncia una scritta a fianco della casa natale. Ma la stessa piazza che sta fra la casa e la chiesa di San Michele (dove il piccolo Giuseppe fu battezzato e cresimato e dove prese le prime lezioni dall’organista Pietro Baistrocchi) è dedicata a un altro personaggio di questa terra, Giovannino Guareschi (1908-1968), autore di Mondo piccolo e inventore di Peppone e don Camillo. Lo scrittore, proprio nella casa a 20 metri da quella di Verdi, aprì un ristorante per rifocillare i pellegrini del Maestro. Qui abitano ancora i suoi figli Alberto e Carlotta e nell’ex ristorante, oggi bar, c’è una mostra permanente, “Tutto il mondo di Guareschi”.
Fra lo scrittore giornalista, nato sette anni dopo la morte del Maestro, e il Cigno ovviamente non c’è mai stata concorrenza. Fra i pellegrini-turisti e soprattutto fra tour operator la battaglia è invece ancora in corso. Il museo di Brescello, dedicato a Peppone e don Camillo, stacca 50 mila biglietti all’anno tutto da solo e ogni giorno arrivano pullman anche dalla Germania. Per Verdi questa stessa cifra forse verrà raggiunta, a fatica (mettendo assieme tutti i musei, case, ville a lui dedicate a Busseto, Roncole, Sant’Agata e gli altri “sacrari” delle terre verdiane) solo in questo 2013, duecentesimo anniversario della nascita. «Il prossimo anno», dice con amarezza Carlo Ambrogi, amministratore di villa Verdi a Sant’Agata, frazione di Villanova sull’Arda nel piacentino, «forse dovremo tirare i remi in barca e chiudere al pubblico. Il nostro è un museo privato e ogni anno gli eredi Verdi debbono sborsare 30-40 mila euro per ripianare il deficit. Dobbiamo pagare gli stipendi a sette guide e tre giardinieri. E i dipendenti si pagano anche quando non arriva nessun pullman».
Dal 1851 la villa di Sant’Agata è stata il «rifugio” di Giuseppe Verdi per 50 anni. «Chi vuol conoscere il vero Maestro», dice Carlo Ambrogi, «deve venire qui, dove Verdi è stato compositore e soprattutto agricoltore». Cinque stanze in tutto, quelle aperte ai visitatori. Ma l’atmosfera è quella giusta. Sembra che Giuseppina Strepponi e suo marito Giuseppe siano appena usciti dalle loro camere da letto e dai loro salotti. Ci sono i libri del soprano (Les fleurs de plein terre) e quelli del Maestro (la prima edizione dei Promessi sposi, “uno dei più gran libri che siano usciti dal cervello umano“), e poi decine di volumi, da Platone a Schopenhauer, da Pascal a Darwin…
Le opere di Palestrina, Bach, Handel, Corelli, Cherubini, Schubert, tutti i contemporanei fino a Wagner e Brahms. Ci sono il ritratto del cane maltese Lulù (sepolto in giardino, con una stele “alla memoria di un vero amico“) e il pappagallo Lorito, imbalsamato e messo in bella mostra. Sono stati portati qui anche i mobili, letto compreso, della camera del Grand Hotel et De Milan dove il Maestro spirò alle 2.50 del 27 gennaio 1901.
«Qui Verdi scriveva le sue opere e curava i suoi interessi da agricoltore», racconta Ambrogi. «Era famoso e ricco, e si faceva pagare bene per poter-comprare altri poderi e poi investire nella loro modernizzazione. Arrivò a possedere 1.000 ettari di terra. Nel 1889 per l’imposta di ricchezza mobile “Verdi comm. Giuseppe, Maestro compositore di musica” risulta il maggior contribuente della provincia, con un reddito netto di L. 40.000 tassato L. 25.000. È anche il quinto contribuente in Italia, e per questo viene nominato senatore per censo». Un giardino di sette ettari e attorno ciò che resta dei mille ettari, dopo le donazioni (per la Casa degli artisti di Milano, per l’ospedale di Villanova sull’Arda…) e le divisioni fra gli eredi. «Verdi ha inventato il latifondo poderato. In ogni podere metteva una famiglia, secondo la forza lavoro disponibile, e diceva loro cosa coltivare. Non aveva fattori, era lui stesso a controllare tutto. La stanza dove componeva ha una porta finestra sul giardino e da qui contava i sacchi di grano, le casse d’uva, i carri di foraggio. “Io qui sto respirando”, scriveva nel settembre 1880, “dell’aria fin che voglio, ma non ho da ammirare altro che le mie vacche, i miei bovi, cavalli, ecc. e facendo il contadino, il muratore, il falegname, il facchino se occorre… Addio libri, addio musica; mi pare di avere dimenticato e di non conoscere più le note”. Era attento al proprio interesse ma generoso con i suoi lavoranti. “Ho fatto costruire prima una cascina poi altre due. Sono lavori inutili per me perché queste fabbriche non faranno che i fondi mi diano un centesimo in più di rendita. Ma tanto tanto la gente guadagna e nel mio villaggio la gente non emigra”.
Per alimentare un laghetto nel giardino fece arrivare una pompa a vapore dall’Inghilterra. Acquisì i diritti d’acqua a Fiorenzuola e per irrigare i suoi campi fece costruire un canale di 12 chilometri. «Irredentista da giovane», dice Carlo Ambrogi, «e conservatore da vecchio. Le prime rivolte contadine gli mettevano addosso una grande paura. Ma per poter raccontare ogni aspetto del grande Verdi noi avremmo bisogno di nuovi spazi, in questa grande villa che deve essere messa in sicurezza. Abbiamo migliaia di lettere che non possono essere esposte e che rischiano di essere divorate dalle tarme e dalla muffa. Ci servirebbero quattro o cinque milioni, per sistemare tutto».
La statua di un Verdi accigliato domina la piazza di Busseto. Il Maestro con la barba bianca è su ogni muro e su ogni vetrina. «Giuseppe Verdi», Maria Giovanna Gambazza è un sindaco che parla chiaro, «è la nostra miniera, la nostra fonte energetica. Finalmente l’abbiamo capito. “Busseto ha un cuore e questo cuore è Verdi“,

Sant’Agata (frazione di Villanova sull’Arda, Piacenza). lqbal Singh, 50 anni, originario della regione indiana del Punjab, al lavoro nella stalla. lqbal è in Italia da vent’anni e da 15 lavora nell’azienda agricola di Giuliano Rainieri, a fianco di villa Verdi. Giuliano e il figlio Alberto coltivano da sempre la terra che era un tempo di Giuseppe Verdi.

 

 

Un violoncellista giovanissimo, il dodicenne Luca Giovannini di Rovigo, prova in una sala di palazzo Barezzi a Busseto prima di un concerto insieme al pianista Davide Furlanetto di Padova. Palazzo Barezzi fu l’abitazione di Antonio Barezzi, dapprima mecenate poi suocero di Verdi, che ne sposò la figlia.

 

 

 

nostro slogan. E ci sono i primi risultati: anche con la crisi, in questi ultimi anni i turisti sono aumentati dell’11 per cento».
Quasi non ci sono, giorni vuoti, in questo bicentenario. Concorso internazionale di voci verdiane, Messa da Requiem in piazza, spettacolo alla casa natale con la fondazione Ravenna festival, Falstaff al teatro Verdi… Ma la barba bianca sponsorizza anche “Il maiale in tavola, la migliore norcineria”, e il Trovatore stavolta non racconta la storia di amore e vendetta del Conte di Luna ma è più semplicemente un mercatino dell’antiquariato e del collezionismo. “Armonia nelle terre verdiane”, non ha bisogno di trombe e violini: trattasi infatti di un concorso d’eleganza per auto storiche. Per fortuna gli anniversari portano soldi. «Per i 200 anni dalla nascita», dice il sindaco, «la Legge 206 del 2012 ha stanziate 6 milioni e 1,4 milioni sono arrivati al Comune. Nel 2001, per i 100 anni dalla morte, erano arrivati altri finanziamenti, e così abbiamo potuto decidere buoni investimenti: la casa natale avrà un percorso musicologico multimediale e nelle scuderie recuperate del palazzo Pallavicino ci sarà il primo museo nazionale del Melodramma. Continueremo a organizzare il Concorso nazionale Voci Verdiane. Ma quest’anno siamo riusciti a partire con la Scuola di alto perfezionamento musicale, con 12 studenti arrivati dal Kazakistan, dalla Corea, dalla Cina, dalla Georgia…».
La statua di Verdi volta le spalle al municipio e sembra guardare casa Barezzi, dall’altra parte della piazza. «Qui il ragazzino Giuseppe», dice Fabrizio Cassi, direttore della Corale Verdi e degli eventi lirici e musicali della cittadina, «fece i primi passi, in questa “palestra” musicale organizzata a casa propria da Antonio Barezzi, commerciante di spezie e liquori, che

Nel foyer del Teatro alla Scala di Milano una donna scatta una foto ricordo. L’opera allestita è l’Oberto, Conte di San Bonifacio, la prima di Verdi rappresentata alla Scala, nel 1839.

 

 

Studenti a lezione di arte scenica del Conservatorio Verdi di Milano provano Rigoletto.

 

 

 

Verdi chiamerà “padre, benefattore ed amico”. In questo salone si è esibito pubblicamente per la prima volta». Il museo è molto bello. Una guida racconta Verdi bambino che gioca con i figli di Barezzi, poi diventa insegnante di Margherita e se ne innamora. Mostra il fortepiano viennese Tomashek sul quale il Maestro compose I due Foscari e suonò il Va Pensiero per consolare l’amico Antonio Barezzi in agonia. C’è anche un ritratto, davvero particolare, e non solo perché per la prima volta appare il volto del compositore. Si tratta di un carboncino, opera di Stefano Barezzi, fratello di Antonio, che mostra Giuseppe Verdi nei giorni del suo matrimonio, nel 1836, con la prima moglie Margherita. t l’unico ritratto nel quale il Maestro sorride. «Purtroppo», aveva raccontato Valerio Antolini, la guida della casa natale, «l’allegria sparì presto dal suo volto. La coppia ebbe due figli, Icilio e Virginia, che morirono, il primo per una bronchite, la bimba per morte bianca, quando avevano appena un anno. E la moglie Margherita se ne andò a soli 27 anni, a causa di una meningite».
Gli ultimi segreti di Verdi sono custoditi nella cassaforte dell’Istituto nazionale di studi verdiani di Parma. Alcuni sono stati rivelati nel Carteggio Verdi-Morosini, 1842-1901, pubblicato dall’Istituto assieme all’Archivio storico di Lugano. Si scopre, per esempio, che il compositore delle Roncole ammirava Beethoven. Aveva ascoltato la Quinta sinfonia nel 1847, quando viveva a Parigi. “Ieri ho sentito dalla tanto celebre“, scrive all’amica Emilia Morosini, “celeberrima, celeberrississsssssima orchestra del conservatorio la Sinfonia di Beethoven in do minore. L’Adagio lo suonano un po’ meglio che non lo suonavamo noi… Il minuetto fa il grande effetto e l’ultimo tempo un fracasso del diavolo, quasi più di quello che faccio io, che è tutto dire”. Le statue e i ritratti che mostrano il Maestro sempre serio e quasi sempre arrabbiato non sono un falso; storico. «Giuseppe Verdi», racconta Giuseppe Martini, lo studioso che ha curato il carteggio assieme a Pietro Montorfani, «è un cocciuto che da giovane si è visto sbattere in faccia troppe porte. Da qui il rapporto conflittuale anche con i luoghi che l’hanno visto nascere e crescere. A Busseto ci fu una guerra fra i “coccardini” che lo volevano Maestro di musica, con posto fisso, e i “codini” che invece lo osteggiavano.
Dal paese se ne andò a causa delle chiacchiere, perché viveva con Giuseppina Strepponi, che in passato aveva avuto tre figli e li aveva abbandonati negli istituti, quando ancora non l’aveva sposata. Quando divenne famoso, Busseto costruì il teatro Verdi, ma il Maestro non era d’accordo, dicendo che dopo l’Unità d’Italia i problemi erano ben altri. Comprò un palco con 10.000 lire ma non si fece mai vedere».

Parma da sempre si definisce “la città di Verdi”. In realtà il Maestro nasce francese (nel 1813 il Ducato di Parma è sotto il dominio di Napoleone) da genitori arrivati dal piacentino. E la stessa città rifiuta le prime opere del Maestro. Meglio puntare su Rossini, Bellini e Donizetti, e non sui lavori di un “esordiente dall’esito incerto”. A Milano si presenta a 19 anni, per studiare pianoforte e composizione al conservatorio e viene respinto, perché troppo avanti con l’età. Quando gli chiederanno di intitolare ‘il conservatorio al suo nome, risponderà con poche parole: “Non mi voleste quand’ero giovane, non mi avrete da vecchio”. Litiga poi con Ricordi e con la Scala e non si farà vedere nel teatro dal 1845 al 1869. «Anche la Scala», dice Giuseppe Martini, «voleva dedicargli una statua, lui vivente. Non accettò. Chi era davvero Giuseppe Verdi? Un autodidatta che ha studiato da solo e con qualche maestro, ma fuori dalle istituzioni. L’inizio per lui è stato davvero duro.
Oberto, Conte di San Bonifacio va benino, ma Un giorno di regno va malissimo. Del resto si trovò a comporre quest’opera buffa subito dopo la morte dei figlie della moglie».
Ci sono ancora tante carte da studiare, all’Istituto nazionale di studi verdiani. «Si calcola che le sue lettere siano fra le 20 e le 25 mila. Ogni tanto, nelle aste, ne appare ancora qualcuna inedita. In molte di esse emerge l’orgoglio di un uomo che si è fatto da solo ed è diventato compositore d’opera contro tutto e contro tutti. Appare la sua voglia di restare appartato. E quando arriva il successo – ancora oggi La Traviata è l’opera più rappresentata al mondo – ecco il Verdi che vuole controllare tutto: le scene, i cantanti, le luci, l’orchestra… Il Maestro nato in un’osteria esige di essere pagato molto bene. Deve investire nelle sue terre, nelle case coloniche, nelle nuove macchine agricole…».
Bisogna tornare qui, nella villa Verdi di Sant’Agata, che oggi rischia di essere messa all’asta, per ritrovare il sorriso del Maestro. Non in un ritratto, ma in un paio di fotografie. Sono state scattate nel giardino della villa dopo il 1897, pochi anni prima della morte. “Questa profonda quiete“, scrive in una lettera, “mi è sempre più cara. E impossibile ch’io trovi per me ove vivere con maggior libertà“.
Si mette in posa e sorride, il Maestro, perché ha avuto tutto. Forse felice, forse rassegnato. Sente che presto il consiglio comunale di Busseto – il manifesto è nel museo di Casa Barezzi – si riunirà in seduta straordinaria per annunciare “l’orribile notizia”.

L’interno del Teatro Verdi di busseto, inaugurato il 15 agosto 1868 con la messa in scena delle opere Rigoletto e Un ballo in maschera, in onore del Maestro le signore indossarono abiti di colore verde.

 

 

 

 

Il forte colosso è caduto. L’albero meraviglioso dai rami sempre verdi ci è rapito come da folgore. Voli alla salma del Grande Estinto il saluto reverente del loco natio“. Busseto, 27 gennaio 1901. Firmato: il sindaco F. Corbellini.

di Jenner Meletti
fotografie di Alessandro Gandolfi
NATIONAL GEOGRAPHIC – novembre 2013


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