Nella sua terra

 

 

CON VERDI NELLA SUA TERRA

“… questa profonda quiete mi è sempre più cara. È impossibile trovare località più brutta di questa, ma d’altronde è impossibile che io trovi per me ove vivere con maggiore libertà”: così Verdi nel 1858 parlando della sua terra, la pianura del Po a metà via tra Parma e Piacenza. Uomo della Bassa per nascita e carattere, Verdi tenne con la sua patria un tenace rapporto di amore-odio risolto nella sua presenza costante ma sdegnosamente appartata.
A Busseto, capitale della Bassa, viva di storia, cultura e passione musicale, egli s’era riconosciuto, rivelandosi a se stesso, presto impaziente d’orizzonti più ampi, che l’angustia paesana gli pareva precludere.
Nel 1838, nello stabilirsi a Milano, col giovane cuore pieno di speranza, scriveva al podestà di Busseto: “Porterò meco e conserverò sempre l’affezione per la mia Patria e la riconoscente stima di quelli che mi amarono, m’incoraggiarono e mi giovarono”. Pieno di speranza, e di amarezza, dopo la bufera busse-tana che, al rifiuto di accettarlo come maestro di cappella della Chiesa collegiata, era sorta a lacerare la musicalissima e rissosa piccola città, e ad umiliare il fiero ed ombroso maestrino. Che di lì a poco, dalla capitale lombarda, nel bel mezzo del successo della sua prima opera, scriveva: “Oh Patria Patria! Dicono che l’amor patrio sia una virtù: sia pure; ma proprio io chiamerò Busseto mia patria?”
Eppure a Busseto coi primi guadagni si comprò palazzo Dordoni-Cavalli, il più signorile dei palazzi, cittadini, e a Roncole il podere Plugaro che poi permutò con la tenuta di Sant’Agata. E nel palazzo, il 1849 portò vivere con sè Giuseppina Strepponi, senza averla prima sposata, a scandalo dei benpensanti bussetani,  che fecero il vuoto attorno alla “libera” signora. Con Barezzi poi,  che nonayeratasi3to il suo rimprovero, Verdi parlò chiaro scagliandosi contro “un paese che ha il malvezzo di intricarsispesso negli affari altrui,  e disapprovare tutto quello_che non è conforme alle sue idee” e, rivendicando la  “libertà d’azione che si rispetta anche nei paesi meno concluse: “Ella, che in fondo è sì buono, sì giusto, ed ha tanto cuore, non si lasci influenzare e non assorba le idee di un paese che, a mio riguardo, — bisogna dirlo! — tempo fa non ha degnato d’avermi a suo organista ed ora mormora a torto e a traverso dei fatti e delle cose mie … Il mondo è sì grande, e la perdita di 20 o 30 mila franchi non sarà mai quella che mi impedirà di trovarmi la patria altrove”.
Non se la trovò altrove, ma nel vicinissimo ritiro di Sant’Agata, lasciando ai Bussetani le loro brighe: “io vivo benissimo senza curarmi di loro, ma sarebbe per lo meno decente ch’essi non s’occupassero di me, nè in bene nè in male”. Come in verità non avvenne, ad esempio quando si costruì il teatro per il quale i suoi compaesani tentarono di forzargli la volontà: “È un insulto perchè quel modo di agire significa: che necessità di parlargliene? Oh, egli farà … egli dovrà fare! … So che molti, parlando di me vanno sussurrando una frase che non so se più ridicola o indegna … L’abbiamo fatto noi!” E, ricordando il legato del Monte di Pietà che gli aveva permesso di studiare in gioventù per tre anni a Milano e che gli veniva rinfacciato, proponeva risentito di restituirlo accresciùto “dei frutti”: “Resterà sempre il debito morale. Sì. Ma io alzo la testa e dico con orgoglio: Signori ho portato il vostro nome con onore in tutte le parti del mondo. Ciò val bene 1.200 franchi! Parole acerbe ma giuste!” CONTINUA A LEGGERE >>>


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