Le parole


 

 

DA IL FOGLIACCIO n. 69 — Agosto 2013
LE PAROLE DELLA SPERANZA
GIOVANNINO GUARESCHI E I TEMPI MODERNI
di Stefano Mecenate

Se mi chiedono perché amo così tanto Guareschi e le sue opere, rispondo che pochi come lui sono stati faro e via maestra della mia vita.
Scoperto per caso tra i tanti libri della libreria paterna a poco più di otto anni, è diventato compagno di viaggio prima della mia adolescenza piena di curiosità e di voglia di scoprire il mondo e le sue “verità”, poi della mia maturità dove ho trovato conforto e risposte ai tanti dubbi, incertezze, rabbie che la quotidianità dispensa con generosità.
Nelle pagine della tetralogia di Mondo piccolo (ma non solo, poiché Giovannino ha scritto altrettante pagine ugualmente intense e piacevoli in tanti romanzi che spesso sono ancora poco conosciuti), ho sempre trovato le parole giuste per non arrendermi, per non «mettere il mio cervello all’ammasso» come Giovannino aveva fatto e invitava a fare ai suoi lettori, per dare un senso all’insensatezza di una società che cambiava prendendo una deriva sempre più lontana da un’etica che mi apparteneva e che sentivo giusta per l’uomo di ogni tempo.
Specie negli ultimi decenni, mi sono confrontato con quanto Guareschi scriveva, profeta coraggioso e controcorrente, già negli anni ’60: «Quale differenza fra l’Italia povera del 1945 e la povera Italia miliardaria del 1963! Tra i grattacieli del miracolo economico, soffia un vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna. Nell’Italia miliardaria della dolce vita, morta è ogni speranza in un mondo migliore. Questa è l’Italia che cerca di combinare un orrendo pastrocchio di diavolo e d’Acquasanta, mentre una folta schiera di giovani preti di sinistra (che non somigliano certo a don Camillo) si preparano a benedire, nel nome di Cristo, le rosse bandiere dell’Anticristo). L’attuale generazione d’italiani è quella dei dritti, degli obiettori di coscienza, degli antinazionalisti, dei negristi ed è cresciuta alla scuola della corruzione politica, del cinema neorealista e della letteratura social-sessuale di sinistra. Pertanto, più che una generazione, è una degenerazione…»
Potevano sembrare, allora, parole eccessive nei confronti di una società tesa a riscattarsi dalla povertà e dalla guerra e alla ricerca di un legittimo benessere; in realtà, insieme

con le macerie delle case bombardate, le ruspe del modernismo portavano via valori e princìpi senza i quali la società non sarebbe stata più la stessa. Persi quei riferimenti, la corsa a un benessere legittimo e auspicabile diventava sempre più una folle corsa all’egocentrismo e all’individualismo che autorizzava i più forti di turno a prevaricare, schiacciare, usare, chiunque per raggiungere i propri scopi.
Una società “povera di spirito” cresceva all’ombra dei nuovi grattacieli nelle megalopoli come nelle città di provincia, generando “mostri” che, subdolamente, si inoculavano nelle coscienze rendendo legittime quelle cose che, in altri tempi o con altro spirito, sarebbero apparse abominevoli.
Giovannino è morto nel ’68, proprio all’inizio di quell’ultimo scorcio di secolo nel quale questo effetto devastante ha raggiunto il parossismo interessando l’intera società compresa la Chiesa verso la quale Guareschi guardava con qualche residua speranza come baluardo allo tsunami valoriale.
Eppure, con il suo Don Camillo e i giovani d’oggi fa in tempo a lanciare un ultimo disperato messaggio di speranza anche se pieno di dubbi come ci appare da una frase contenuta in una lettera a un amico: «Io vivo isolato come un vecchio merlo impaniato sulla cima di un pioppo. Fischio ma come faccio a sapere se quelli che stanno giù mi sentono fischiare o se mi scambiano per un cornacchione?» Di quel libro, assieme a mille altre, merita ricordare una frase paradigmatica della hìcida oggettività di Guareschi che pure, in qualche modo, non si precludeva la volontà di una assurda speranza: «”Compagno” disse con voce pacata, “in questo mondo dove ognuno se ne infischia di tutti gli altri, in questo mondo dominato dall’egoismo e dall’indifferenza, noi continuiamo a combattere una guerra che è finita da un sacco di tempo. Non ti dà l’idea che noi siamo due fantasmi? Non ti rendi conto che, fra non molto, dopo aver tanto combattuto, ognuno per la sua bandiera, verremo cacciati via a calci, io dai miei e tu dai tuoi e ci ritroveremo miserabili e strapelati a dover dormire sotto un ponte?”. “E cosa significa questo?” rispose Peppone. “Continueremo a litigare sotto il ponte.” Don Camillo pensò che in uno sporco e pidocchiosissimo mondo in cui non è possibile avere un vero amico è una gran consolazione poter trovare almeno un vero nemico».
Del resto, l’intera vita di Giovannino Guareschi è contraddistinta da una ferma coerenza coi propri principi, incrollabili baluardi contro ogni tentazione di scendere a compromessi ma anche imprescindibili riferimenti per reagire alle situazioni più difficili. «Non muoio neanche se mi ammazzano» scriverà nei lunghi anni di detenzione nei lager tedeschi, e quella voce risuonerà con altrettanta determinazione anche nei corridoi della prigione parmense dove sarà costretto a scontare oltre 400 giorni di carcere per aver osato chiamare alle proprie responsabilità l’ex presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. «Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione».
Ma dentro quelle mura, come in quelle fredde e malsicure dei lager, Giovannino sente accanto a sé l’ala della Provvidenza, di cui, seppure può non comprenderne le scelte, si fida: «Completa è la mia fiducia nella Provvidenza che, per essere veramente tale, non deve mai essere vincolata da scadenze. Mai preoccuparsi del disagio di oggi, ma aver sempre l’occhio fisso nel bene finale che verrà quando sarà giusto che venga. I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe».

Coerenza, lealtà, fede: parole che pesano come macigni e che sono andate via via in disuso, sostituite da altre più morbide e allettanti, come le promesse che Battisti cantava nel 1973: «… avrai un’osteria dove tu puoi bere e poi il televisore da guardare…» .
TV guardata con preoccupazione, non già perché strumento negativo in valore assoluto ma come potenziale mezzo di coercizione psicologica da parte di un sistema già orientato verso un condizionamento subliminare attraverso una falsa politica dei bisogni indotti e di una stampa piena di pubblicità: «… La TV col suo incessante martellare, condito con piacevoli musichette e divertenti spettacoli di varietà, crea nelle famiglie problemi, bisogni, o addirittura necessità praticamente inesistenti. Così come crea dal nulla dei valori e degli idoli. Crea una mentalità, un costume, un linguaggio».

Coerenza, lealtà, fede: parole che per Giovannino Guareschi avevano un significato profondo e che sono presenti nei suoi scritti sia in forma esplicita sia, più frequentemente, attraverso le testimonianze dei personaggi dei suoi romanzi, perché a Giovannino piacevano più i fatti che le parole…
Certo, “Mondo piccolo” è un luogo fantastico, ma non un mondo impossibile: dentro c’è solo un’umanità che non ha ancora perso i riferimenti e, quand’anche sbaglia, è capace di comprendere e di “redimersi”.
Non è l’utopia che Guareschi rincorre, ma una società nella quale il rispetto dell’uomo e delle regole che Dio ha dato siano i fondamenti della vita pubblica e privata. Una società solidale, possibilmente non prigioniera delle ideologie e dei condizionamenti, una società di uomini “liberi” da tutto meno che dalle loro coscienze verso le quali vuole sia data l’attenzione che merita.
Una società che non mistifichi il giusto per l’ingiusto e dove “bene” e “male” siano ben chiari per chiunque, anche per chi sceglie quest’ultimo affinché lo faccia con consapevolezza e non fuorviato da un lassismo di comodo…
«Avrebbe continuato a difendere l’individuo dalla massificazione, a ricordare che ognuno è responsabile delle sue scelte, a combattere per rimanere sempre spiritualmente liberi di rifiutare i bisogni fasulli che il consumismo crea, a seguire la propria coscienza e a difendere la natura, bene che si deve salvaguardare per i posteri» ci dice uno dei figli nella nostra intervista quando gli chiediamo cosa avrebbe fatto Giovannino in questa società nella quale viviamo.
Una società dove si possa dire, abbattendo facili quanto inutili retoriche populiste, che: «La povertà è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno solo dei doveri».
Ciò che proprio non desiderava è una società dove «portare la barca nella lenta corrente del conformismo»: «L’italiano, come lo struzzo, ha nascosto la testa nella sabbia, ma il suo tondo ma poco rispettabile sedere è rimasto in superficie a contatto diretto della realtà. Quando una proditoria pedata turberà l’ottimismo di quel sedere, sarà troppo tardi. E converrà forse all’italiano di rimanere con la testa dentro la sabbia. Non sarà che la pedata è già arrivata e non ce ne siamo accorti ?».
Questo è il Giovannino Guareschi che ho conosciuto e amato, colui che, di fronte all’ingiusta e clamorosa condanna per diffamazione a mezzo stampa nel processo De Gasperi, ha saputo polemicamente descriversi come: «Monarchico in una repubblica; di destra in un Paese che cammina decisamente, inflessibilmente verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata in tempi di statalismo, assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo, io non sono stato — come poteva sembrare — un indipendente, bensì un anarchico. Non un uomo libero, ma un sovversivo. E perciò è giusto che mi venga tolta la parola e la libertà» . […]
Lo stesso Giovannino che ha saputo lasciarci pensieri come questo: «Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà con i nostri sogni, per non dimenticarci d’esser vivi. Bisogna sognare: e, nel sogno, ritroveremo valori che avevamo dimenticato, scopriremo valori ignorati, ravviseremo gli errori del nostro passato e la fisionomia del nostro avvenire».
Vorrei soffermarmi su un racconto che, per i suoi molteplici contenuti, è rimasto tra quelli maggiormente cari al mio cuore: parlo dell’Angelo del 1200, contenuto nel volume 2 Don Camillo e il suo gregge,’ secondo volume della tetralogia di don Camillo, che nel 1954 vinse il Premio Bancarella.
È un racconto intenso, come molti di questa fortunata serie nata nel dicembre del 1945 sulle pagine del «Candido», fondato e diretto proprio da Guareschi; come sempre il pretesto è semplice, quasi banale: «Morì il vecchio Bassini e sul suo testamento c’era scritto: “Lascio tutto all’arciprete perché faccia indorare l’angelo del campanile, così luccica e di lassù posso capire dov’è il mio paese”» .
Quell’angelo in cima alla torre ignorato da tutti viene identificato da un esperto, salito per valutare l’importo dell’operazione di doratura, come «… un arcangelo Gabriele in rame martellato. Una bellezza straordinaria. Roba autentica del 1200!» .
Da lì l’inizio del “calvario”: le foto, l’articolo sul giornale, i “pezzi grossi” della città e dell’arcivescovado in pellegrinaggio a quel monumento che nessuno aveva mai preso in considerazione, per giungere alla conclusione che «sarebbe stato un vero delitto lasciare lassù, a rovinarsi alle intemperie, quel prezioso capolavoro, che il patrimonio artistico appartiene alla cultura e alla civiltà e quindi deve essere tutelato e via discorrendo».
Ma: «Quale innamorato delle cose artistiche si sarebbe mosso per recarsi in un remoto paese della Bassa a guardarsi, dalla piazza, una statua ficcata in cima a un campanile?» .
Se non volevano che fosse portato via dal paese, quindi, che almeno «si portasse l’angelo nell’interno della chiesa, si facesse un calco e, quindi, un’esattissima copia da collocare, convenientemente dorata, in cima al campanile…» .
Una logica stringente alla quale, pur con mille mal di pancia, don Camillo deve dare atto. Dorati entrambi, la copia viene issata sul campanile e l’originale collocato in chiesa. Ma per don Camillo esiste qualcosa di più importante del turismo, dell’economia, della pubblicità; ci sono cose che hanno un valore incommensurabile ma che sfuggono alla logica di una umanità troppo centrata su se stessa.
«L’angelo era dentro la nicchia, protetto da un grande cristallo incorniciato che poteva essere aperto. (. ..) Gli venne in mente il vecchio Bassini: “Lascio tutto all’arciprete perché faccia indorare l’angelo del campanile, così luccica e di lassù posso capire dov’è il mio paese”. “Di lassù il vecchio Bassini non vede luccicare il suo angelo” pensò don Camillo. “Vede luccicare un angelo falso. Egli voleva vedere luccicare questo qui…” Gli venne lo sgomento: perché ingannare il vecchio Bassini ?»
Ecco il primo punto di riflessione: la fedeltà, in questo caso alla parola data a un uomo che è morto. Il valore di quell’uomo, seppure estinto, è per Guareschi, attraverso don Camillo, infinitamente più grande di ogni logica economica. Il mondo dei vivi e dei morti dialoga e vive in un unico universo dove i valori devono essere uguali e le regole rispettate.
Ma c’è qualcosa che va ancora oltre questa già grande cosa, qualcosa di imponderabile e allo stesso tempo fondamentale. Rivolgendosi a quell’angelo prigioniero nella teca, don Camillo non può fare a meno di dire: «Per trecento anni tu hai guardato questi campi e questa gente. Per trecento anni tu, silenzioso, hai vegliato su questa terra e su questi uomini. Forse per settecento anni perché, magari, questa chiesa è sorta sulle rovine di una vecchissima chiesa. Ci hai salvato dalle guerre, dalla fame, dalla peste. Quanti fulmini hai respinto lontano? Quante bufere hai fugato? Da trecento anni, forse da settecento, hai dato l’ultimo saluto del paese alle anime dei morti che salivano al cielo. Le tue ali hanno vibrato al suono di tutte le campane: campane tristi, campane liete. Secoli di gioie e di dolori sono chiusi nel tuo metallo. E adesso tu sei qui, senz’aria, in una gabbia dorata e non vedrai più il sole e non vedrai più il cielo azzurro».

Ecco l’anima di Guareschi, ecco la sua grandiosa anima che illumina il pensiero dell’uomo per ricordargli di non essere solo materia e superficialità. È un’esplosione che mette all’angolo e obbliga ad abbandonare, seppure per l’attimo della lettura di queste parole, ogni logica “moderna” per ritrovare, da qualche parte, quella parte di noi che risuona a quelle parole.
La radice antica di una Fede che è il legame tra gli uomini, tra le generazioni, tra i luoghi; una fede solare, aperta, naturale; una fede semplice e immensa che rende gli uomini più vicini a Dio, a quel Creatore che dialoga con le sue creature attraverso quelle piccole cose della quotidianità, proprio quelle che la società moderna e disincantata rifiuta o deride.
Parole che sconvolgono e che mettono i brividi: quell’angelo è improvvisamente accanto a noi o noi ci troviamo catapultati nel “Mondo piccolo” di don Camillo e cominciamo a capire. Capiamo meglio come le sue parole: «È qui, su questo pianeta, che il Figlio di Dio ha voluto nascere, soffrire e morire come Uomo. Qui sono il nostro passato e il nostro avvenire e qui – non sulla Luna – bisogna cercare la soluzione dei nostri problemi», tratte da un dialogo de La rabbia, il film del 1963 in cui si confrontavano Pier Paolo Pasolini e lo stesso Guareschi, significhino per il nostro Autore un impegno concreto e costante nella realtà in cui viviamo forti di questo legame che la fede ci offre con il Creatore.
E quand’anche il nostro essere uomini ci può far sentire soli e fragili: «Gli uomini oggi vengono sfiduciati ognuno al fioco lume della propria lampada. e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ombra dal loro pallido lume…», ecco che è la voce del Cristo che viene a darci la parola di conforto e a mostrarci la via giusta: «Intendimi don Camillo, non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l’insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala».

Per questo non posso fare a meno di parlare di Guareschi: leggerlo e rileggerlo è un modo per attingere a una fonte inesauribile, capace ogni volta di regalare meraviglie e sorprese; scriverne è un bisogno e un piacere. Il nuovo millennio ci vede sempre più prigionieri di logiche egoistiche e, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, autolesioniste mentre intorno a noi la finanza gioca con la vita delle famiglie e la politica dà segni di una follia senza ritorno. In un incomprensibile gioco al massacro, si continuano a perpetrare violenze e femminicidi mentre l’onda lunga di una sfiducia esistenziale si abbatte sulle nuove generazioni privandole di quelle speranze che tanto hanno contribuito a realizzare opere encomiabili.
Occorre, come giustamente dice il Cristo a don Camillo, «che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala», ma per far questo talvolta penso che occorra un miracolo e siccome ai miracoli credo, ma con prudenza, ritengo che leggere e scrivere su ciò che ci ha lasciato Giovannino possa essere un ottimo strumento per rendere più possibili questi miracoli.

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