Verdi note e noterelle

«Giuseppe Mazzini aveva il vizio, tra congiure, esili e liaisons con dame altolocate, di tuonare di tanto in tanto qualche profezia. Nel 1836 aveva dato alle stampe la Filosofia della musica: libello gonfio di sacro ardore, più che di crome e di biscrome. Pagine su pagine erano dedicate (sempre un po’ tra le righe) alla necessità che il melodramma, genere d’intrattenimento all’epoca diffusissimo, divenisse il mezzo per infiammare d’amor di patria nobiluomini e popolani. E siccome mancava un compositore che si prestasse alla bisogna, occorreva immaginarselo. Il dedicatario dell’operina era dunque un “giovane ignoto, che forse in qualche angolo del nostro terreno s’agita”. Mentre Mazzini, dall’esilio svizzero, profetizzava, a Busseto il Messia invocato e ancora ignoto si arrabattava per ottenere l’umile posto di Maestro di Musica del piccolo borgo rurale nel Ducato di Parma e poter così impalmare la fidanzata Margherita Barezzi».

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