Teatro Verdi


 

 

Prof. ALMERINDO NAPOLITANO

IL TEATRO VERDI
DI BUSSETO

e le sue origini
in documenti dell’epoca

« LA NAZIONALE » – Tip. Editrice in Parma – 1968

PRESENTAZIONE

Come sindaco di Busseto e presidente della Commissione Teatrale esprimo il mio compiacimento per questo nuovo interessante contributo che il preside prof Napolitano reca alla conoscenza della storia di Busseto e dei suoi enti.
La ricostruzione, in occasione del centenario, delle origini e delle prime vicende di quell’insigne monumento cittadino che è il Teatro Verdi, fatta con scrupolosità di ricerca e con chiarezza di esposizione dal prof. Napolitano, merita il vivo plauso della cittadinanza bussetana e di quanti sono devoti a Giuseppe Verdi ed alla sua arte.

Gianfranco Stefanini

Busseto, maggio 1968

PREFAZIONE

Il prof. Napolitano non riposa. Fedele alla sua vocazione per la ricerca erudita e nell’encomiabile intento di illustrare il patrimonio culturale ed artistico di Busseto (non vanno dimenticati due suoi recenti lavori sulla civica Biblioteca) il prof. Napolitano ci offre un’altra breve ma succosa monografia sulle laboriose origini e le prime vicende del Teatro Verdi, di cui ricorre quest’anno il centenario dell’inaugurazione.
Ben pochi forse ricordano l’avvenimento rimasto memorabile nella storia della nostra Città: di qui l’opportunità e l’utilità del lavoro per chi conservi il culto delle memorie e l’amore per i monumenti artistici di Busseto, fra i quali il Teatro Verdi tiene un posto d’onore per signorilità, buon gusto ed eleganza di linee.
La scrupolosa ricerca della verità, l’abbondanza delle note esplicative e la limpida dizione del testo raccomandano al lettore questa nuova fatica del prof. Napolitano.
Siamo certi che tutti coloro i quali, nella distratta e frenetica vita di oggigiorno, amano raccogliersi a meditare su di un passato non troppo lontano, apprezzeranno attraverso queste pagine lo scrupoloso impegno con cui i nostri padri, erigendo quel gioiello d’arte che è il Teatro Verdi, vollero onorare nel modo più degno il nostro più grande Concittadino.

Fernando Demaldè

Fidenza, maggio 1968 8

PREMESSA

Ricorre quest’anno (1968) il primo centenario del Teatro Verdi, una delle gemme più preziose che adornano Busseto. Non sembra fuor di luogo rievocare, in tale circostanza, le origini di questo insigne monumento, il suo laborioso nascere, le sue prime vicende. Se ne trovano, è vero, alcune buone notizie nel secondo volume de « La Città di Busseto » di Emilio Seletti; ma la sua opera si trova solo in pochissime case di Busseto, da contarsi forse sulle dita di una mano, ed è divenuta quasi del tutto introvabile nelle librerie di antiquariato. Anche per questo è nostro desiderio e proposito che tali notizie, riflettenti uno degli avvenimenti più importanti della storia di Busseto, giungano in moltissime case, convinti come siamo che non dovrebbero essere ignorate almeno dalla parte più eletta della cittadinanza bussetana.
Ce ne offrono il destro, con assai più numerose e diffuse notizie, due, anzi tre fonti contemporanee: un opuscoletto, due articoli della Gazzetta di Parma e alcune lettere di Giuseppe Verdi. L’opuscolo, ormai introvabile, fu stampato a Cremona dalla tipografia Montaldi lo stesso anno, 1868, della inaugurazione del Teatro e composto nello stile del tempo da un fervido e devoto amico ed ammiratore di Verdi: Paolo Pio Demaldè (anzi De Maldè Paolo Pio), che ebbe, pare, parte non piccola nella vigilanza sulla costruzione ed ornamentazione del Teatro; ed è intitolato: « Cenni Storici e Tecnici sul TEATRO VERDI in Busseto ». Noi non ne possediamo una copia a stampa; ma nella Biblioteca già del Monte di Pietà di Busseto se ne conserva una copia manoscritta fatta da un custode della Biblioteca stessa, tale Antonio Calestani, che parecchi ancora ricordano, e che si dilettava di conservare le patrie memorie. I due articoli sono di un critico musicale, Alerano, venuto per assistere all’inaugurazione del Teatro; e furono pubblicati il 15 agosto ed il 7 settembre dello stesso 1868. Le lettere di Verdi furono pubblicate ne « I Copialettere ». Da queste tre fonti contemporanee trarremo le notizie, brevemente commentandole.

LE ORIGINI DEL TEATRO

L’opuscolo di Paolo Pio Demaldè (1), il quale fu in sostanza il primo storico del Teatro, è dedicato, con affettuose e deferenti parole, « All’Illustre Concittadino Cav. Maestro Giuseppe Verdi ». A scriverlo, come egli stesso professa, fu mosso dall’idea « che rimanga qualche cosa di scritto per rammentare ai posteri questo straordinario avvenimento della nostra piccola città »; e possiamo essere d’accordo col Demaldè che l’avvenimento, davvero straordinario, meritava di essere descritto e ricordato ai posteri, anche se « Non pochi furono gli articoli inseriti in diversi giornali relativi alla dedicazione ed apertura del Teatro Verdi ». Ma, evidentemente, tali articoli, di cui peraltro in Busseto non pare esister traccia, anche se « scritti da penne di gran lunga migliori » della sua, non soddisfecero del tutto il Demaldè, perché l’argomento non risultava « svolto nel modo che secondo le limitate mie viste dovevasi trattare ». Visti però gli articoli dell’Alerano, noi propendiamo a credere che non fossero piaciuti al Demaldè per qualche critica non risparmiata.

1) Lo ristampiamo integralmente in appendice.

Della biografia del « Celebre Maestro » non si occupa nel suo opuscolo il Demaldè, ma mette soltanto in risalto che « il Verdi sino da giovinetto coltivò la musica con tale passione da non potersi descrivere » e che « quando abbandonava la patria per recarsi a Milano a perfezionarsi aveva di già scritti tali lavori da cui si poteva argomentare qual doveva divenire un giorno ». E’ una profezia « post eventum »? Si potrebbe anche crederlo, se non si sapesse che Giuseppe Verdi aveva effettivamente dato, anche in gioventù, prove assai pregevoli del suo talento e che sia il suo primo vero maestro Ferdinando Provesi, sia molti altri, tra i quali principalmente il mecenate suo protettore Antonio Barezzi, avevano avuto piena fiducia nell’eccezionale ingegno di Verdi giovinetto.
Molti altri? Noi sappiamo bene che c’erano i fautori e gli avversari; ma il Demaldè nel suo affettuoso entusiasmo ce li mette tutti, ed afferma: « I Bussetani lo amavano assai »; a tal punto che « appena collo smisurato suo genio mise il piede sul primo gradino di quella scala che tant’alto doveva elevarlo, nacque nella mente di essi il pensiero di erigere un nuovo Teatro coll’intendimento di dedicarlo a questo loro concittadino cui preconizzavano di già una luminosa carriera ».
Il primo progetto di tale costruzione fu discusso nel 1845; ma tale progetto, non sappiamo da chi elaborato, « finì per naufragare ». Verdi a quell’epoca aveva già ottenuto clamorosi successi, ma le opere che gli diedero poi tanta fama e tanta gloria erano ancora di là da venire. Il progetto era quale i suoi ammiratori e sostenitori avrebbero voluto; ma esso fu ritenuto « da una gran parte » inattuabile « perché troppo grandioso »; donde il suo naufragio. Sarebbe però interessante conoscere qualcosa di piu di tale progetto e sapere se fu giudicato « troppo grandioso » in rapporto alla fama già raggiunta da Giuseppe Verdi o in relazione alle possibilità economiche di Busseto. E’, comunque, interessante rilevare che si parla sempre di un « nuovo Teatro »: infatti ne esisteva già uno, sebbene fosse, come afferma più avanti il Demaldè, « piccolo, indecente e quasi inservibile » (1).
Passarono così undici anni, durante i quali si era sicuramente continuato a parlare del progetto, tanto più che « la fama del Celebre Maestro » si era andata consolidando a tal punto da potersi nel 1856 « ritenere il Verdi uno dei primi Maestri dell’epoca »; sicché appunto nel 1856 il progetto « tornò in vita ». E vi tornò tanto più facilmente in quanto si era verificato un fatto favorevole:

(1) SELETTI (Op. cit., Vol. 2°, pag. 336) a proposito di quel teatrino scriveva: « per la sua costruzione non avrebbe il merito di una parola di ricordo, ma però fu palestra ad esercitazioni filarmoniche, a drammatiche e musicali rappresentazioni, sia di cittadini dilettanti, che di valenti compagnie ». Ed in una nota aggiunge: « Giovanetta la Ristori vi ha recitato, Provesi mise su quelle scene le sue opere buffe, Verdi le sue prime composizioni ».

il Municipio di Busseto aveva acquistato dal Demanio la Rocca. E qui appunto, in quella parte della Rocca dove esisteva già il vecchio quasi inservibile teatrino, si pensò di costruire il nuovo teatro (1)
Nel 1856 era sindaco di Busseto il Cav. Donnino Corbellini, il quale fece discutere del progetto.
I tempi erano questa volta maturi, Giunta e Consiglio comunale furono d’accordo e nella seduta del 19 luglio ne fu approvata « con deliberazione unanime » la costruzione e fu deliberato anche (2) di affidare la preparazione del progetto tecnico all’architetto Pier Luigi Montecchini di Parma (3).
Il progetto della costruzione del nuovo teatro aveva preso l’avvio: i Bussetani, e particolarmente l’amministrazione comunale e la commissione di vi-

(1) La Rocca di Busseto appare ai cittadini e ai forestieri ancora bella così com’è oggi; ma Emilio Seletti rimase molto amareggiato dallo scempio che a suo parere ne fu fatto allorché il Municipio l’acquistò. Nella pagina sopra citata così egli ne scrisse: « Sebbene la Rocca di Busseto, trascurata dai diversi Governi che ne furono padroni, andasse in alcune parti rovinando, e fosse stata smantellata dei fortilizi esterni, pure ai nostri giorni sorgeva ancora bella ed elegante da renderla il più cospicuo edificio della città per l’arte medievale.
Di quella mirabile Rocca intorno alla quale si rannodavano le memorie della nostra terra, e che stava monumento delle gesta, del gusto e dell’antica sua potenza, di quella oggi non resta che un travisato ricordo. Ceduta al Comune insieme alle fosse ed alle porte per sole L. 36.000, quel Consiglio, dimentico del proprio dovere di conservatore, deliberò di manomettere l’antico per far luogo a un nuovo edificio, e nel 1857 lo scalpello e la mina incominciarono l’opera loro distruggitrice ».
(2) Nel 1857, c’informa il Seletti.
(3) Il Montecchini è quello stesso al quale, poco più tardi, venne affidato dal Monte di Pietà il progetto dei lavori di ampliamento della Biblioteca.

gilanza, che venne appositamente creata, volevano il teatro bello, splendido, ben decorato, degno del Maestro a cui lo si voleva dedicare; ma quante limitazioni furono poste all’architetto…: « la conservazione di tutte quelle parti dell’edificio che avesse potuto e la massima delle economie »; motivo per cui — osserva il Demaldè — « sonvi piccoli difetti che l’architetto avrebbe sicuramente evitati, se non fosse stato legato a molti muri principali che si conservarono ».
Quali siano i difetti che « sonvi », il Demaldè non lo dice; ma di uno ci informa l’Alerano, il critico musicale della Gazzetta, il quale nel suo primo articolo, dopo avere parecchio lodato il teatro, scriveva: « Ma anche qui c’è il suo ma, una imperdonabile dimenticanza di chi tracciò il primo disegno (1) ne obbliga ad attraversare tutta la platea per recarsi ai posti riservati. Non una porta laterale che a quelli conduca ». Ed aggiunge: « Chiesi se si potesse ora rimediare: mi si rispose nientemeno che bisognerebbe atterrare il Teatro giacché i palchi di destra e di sinistra poggiano su volti che sostengono l’edificio! Giuggiole! » egli esclama; ma noi sappiamo che in seguito, pur senza « atterrare » il teatro, una porticina sul lato destro venne aperta, sia pur salendo in platea dal guardaroba.
Il progetto Montecchini venne approvato, co-

(1) L’Alerano ignorava certamente le limitazioni poste all’architetto.

me c’informa il Demaldè, nella seduta del 18 giugno 1857, e successivamente dalle « Autorità Governative »: si trattava quindi di appaltare i diversi lavori. Ma le aste per gli appalti restarono, chi sa perché, deserte, sicché si deliberò di affidare la costruzione del nuovo teatro al bussetano Giovanni Sivelli. Questi, « animato più dal desiderio di appagare i voti della popolazione che dal proprio interesse », eseguì nel tempo prefissogli (1) i lavori « di ossatura con quella solidità e precisione che non si sarebbe potuto desiderare maggiore ». Ed il Demaldè, che ne era assai soddisfatto e che non è parco di lodi, esclama: « Sia lode all’impresario Si-velli che si rese benemerito della sua patria ».
Terminati così i lavori « in ossatura », restava però ancora molto da fare e Giunta Municipale e Commissione si posero subito all’opera per stipulare i diversi contratti. I lavori più umili furono tutti affidati ad artigiani di Busseto, per quelli più delicati ed importanti si fece ricorso ad artisti di valore o almeno a competenti: al sig Giuseppe Carletti di Parma la parte d’intagliatore; ai sigg. Pietro Vasini e Germano Anfossi pure di Parma quella d’indoratore; al pittore Ferdinando Accarini di Busseto le scene e tutto ciò che si riferisce al palcoscenico; a Belletti di Parma, Macchiavelli di Busseto e Mainardi di Cremona le tappezzerie; alla ditta Pandiani

(1) Esattamente dal 22 maggio 1859 al 18 ottobre 1864, come precisa il Seletti.

La Rocca col Teatro Verdi com’è oggi

di Milano le lampade e gli apparecchi d’illuminazione; alla ditta Dolci di Piacenza la stufa russa e alla ditta Polloni di Cremona la tromba idraulica; a Gaetano Mastellari di Parma il meccanismo del palcoscenico. Ma più di ogni altra cosa importava, giustamente, ciò che è più appariscente e visibile e che costituisce agli occhi degli spettatori e visitatori uno dei pregi più notevoli del Teatro Verdi: la decorazione. Per questo si poteva disporre delle prestazioni di due insigni artisti bussetani: Gerolamo Gelati e Gioacchino Levi. Al Levi fu riservata la decorazione della volta, al Gelati tutte le altre. Senonché « il Prof. Gelati, nostro bussetano », poco dopo che si era messo all’opera « fu colpito da un improvviso malore che il condusse alla tomba » (1). Fu una iattura, sia perché il Gelati era assai esperto in lavori del genere, sia per la perdita di tempo che ne derivava. La decorazione del teatro venne poi affidata ai pittori parmensi Giuseppe Baisi e Alessandro Malpeli (2), che assolsero egregiamente il compito loro affidato, pur apportando, anzi proprio per avere apportato « modificazioni rilevanti » al progetto Gelati: modificazioni — osserva benevolo il Demaldè — « che all’atto pratico sarebbero state fatte anche dal defunto, se avesse potuto mandare ad effetto il progetto ». Ed aggiunge: « Al Sig. Baisi poi in particolare si deve una parola di encomio per

(1) « nel principio del 1865 », scrive il Seletti.
(2) Il Seletti aggiunge anche il Marasini.

la bella ed elegante Tela da esso dipinta in sostituzione del sipario, la quale ha incontrato il favore universale ». Di quale tela si tratti è difficile dire, dato che se n’è perduto il ricordo.
Gioacchino Levi era pittore talmente affermato che non gli si potevano porre limiti od imporre soggetti: si era perciò riservato di scegliere egli stesso l’argomento. Egli raffigurò, com’è noto, nei quattro grandi medaglioni della volta la Commedia, la Tragedia, il Melodramma e il Dramma romantico. « Che il Levi sia riuscito o no nell’ardua impresa, mi dichiaro incompetente a giudicare », scrive cautamente il Demaldè. « Quello che a me pare si è che il Levi ha fatto un grande tentativo; gli intelligenti sentenziino sul merito di esso ».
« Gli intelligenti »: il Demaldè ripete qui la parola usata dall’Alerano, che aveva scritto in proposito: « il velarium dipinto con medaglie allegoriche dal sig. Levi di Busseto se viene ammirato dai profani udrete gli intelligenti che tra i pregi di disegno vi scorgono mende non poche, fra cui la troppa vivezza dei colori la quale abbassa all’occhio la sala ». Ma i posteri — tutti profani? — hanno sentenziato nel tempo che Gioacchino Levi superò allora l’alta difficoltà del soggetto e contribuì egregiamente a dare al Teatro Verdi una splendida decorazione.

LA COMMISSIONE AMMINISTRATIVA

Terminati, o quasi, anche i lavori di decorazione e di arredamento, il Consiglio Comunale prese una deliberazione che segna il primo atto di vita del nuovo teatro: la nomina e l’insediamento di una Commissione amministrativa (1) del Teatro Verdi. Tale Commissione (che non è da confondere con la Commissione di vigilanza ai lavori nominata già da qualche anno e che stava per esaurire il suo mandato), eletta con atto del 13 aprile 1868 e composta dei signori Pietro Prayer Galletti, assessore facente funzione di Sindaco, Dott. Angelo Carrara, Giovanni Barezzi e Girolamo Accarini, fu insediata dallo stesso Prayer Galletti e tenne la sua prima riunione l’ 11 maggio del medesimo anno. In tale riunione (2) essa « nell’intendimento di dare esecuzione alle disposizioni già emesse dal Municipio per l’apertura del Teatro; valendosi delle facoltà attri-

(1) Anzi di una « Commessione « Registro delle deliberazioni della che abbiamo sott’occhio.
(2) E’ appunto col verbale di Registro di cui alla nota precedente, storia del teatro.

buitele dal Municipio stesso colla deliberazione del-1′ 8 Maggio corrente, n. 174; delibera ad unanimità:
«Si darà un corso di venti rappresentazioni in musica;
«Verranno rappresentate le due opere di cui appresso:

1° RIGOLETTO
2° BALLO IN MASCHERA

«La Commissione si propone di provvedere in via economica al servizio dell’Orchestra, della Banda, dei Coristi, agli spartiti, alla dipintura dei scenari, nonché all’illuminazione. Ogni altro servizio sarà dato ad impresa ».
Dunque « in via economica », e cioè direttamente, senza intermediari. Ma bisognava pure che qualcuno se ne occupasse; ed ecco che nella stessa adunanza « I Maestri signori Rusca Antonio e Bassoli Gaetano sono incaricati di passare intanto ad accordi coi diversi Professori che dovranno comporre l’orchestra nonché coi coristi d’ambo i sessi ».
Il maestro Rusca (e probabilmente anche il Bassoli) era bussetano: lo si ritrova maestro concertatore ed istruttore dei cori nella stagione lirica del 1890, in cui furono rappresentate Luisa Miller e Rigoletto; e i Bussetani anziani ancora lo ricordano con la barba bianca. Si vedrà poi dall’articolo dell’Alerano che anche in occasione dell’inaugurazione del Teatro Verdi ebbe le funzioni di maestro concertatore, mentre quelle di direttore d’orchestra furono svolte dal Bassoli.
La seconda riunione della Commissione amministrativa ebbe luogo il 24 giugno. Nella prima, come si è visto, era stato deliberato di provvedere «in via economica », oltreché all’orchestra, ai cori ecc., anche alla banda. Esisteva già dunque? Parrebbe senz’altro di sì. Ne era forse già direttore il maestro Rusca? Non risulta, ma si può crederlo, se si considera che egli ne fu per lunghi anni il direttore, anche dopo il 1900. Certo è che la Banda Cittadina, di cui da qualche anno compiangiamo la scomparsa, esisteva già almeno nel 1868, ma quasi certamente anche prima, giacché sono tutti bussetani i cognomi dei suonatori.
Lo strano è che la Commissione amministrativa del teatro in questa riunione sia lei a stabilire «che il personale della Banda musicale di servizio nella circostanza della prossima apertura del Teatro » debba essere composta di quei 17 suonatori nominativamente indicati, e cioè due corni, un ai-scorno, due trombe, tre tromboni, un bombardino, due bombardoni, uno zenij (oggi ricordato come «genis »), ai quali sarebbe stata corrisposta complessivamente la somma di L. 400. Quest’ultimo particolare ci induce a pensare che la somma sarebbe stata corrisposta alla banda e non ai singoli suonatori, come invece la stessa Commissione deliberò per gli aggregati. Infatti la banda, con solo quei 17 elementi, sarebbe stata incompleta; e perciò nella medesima riunione la Commissione prende altra deliberazione: delibera cioè l’aggregazione ad essa di altri 8 « individui » (anche i cognomi di costoro sono bussetani: Garbi, Carrara, Allegri, Rusca ecc.) e cioè un clarino, un’altra tromba, un fagotto, un altro corno, un altro trombone, un altro bombardone, una viola e un contrabbasso. Per questi ultimi la retribuzione fu fissata in modo diverso: lire tre al giorno ai primi due e lire due agli altri, clan’ 11 agosto (1) all’ultima rappresentazione. E’ dunque evidente che i primi 17 facevano normalmente parte della banda, così com’era allora; gli altri 8 furono aggregati per completarla (2).
Quale compito fu affidato alla banda? Certo non quello di prendere parte alla rappresentazione delle due opere; ma l’inaugurazione del teatro, con intervento di alte autorità e di invitati, era avvenimento talmente importante e festoso da giustificare pienamente anche la presenza della banda, che, tenuta in servizio fino al termine della stagione lirica, ebbe anch’essa la sua parte.

(1) L’inaugurazione del teatro avvenne il 15 agosto.
(2) Dodici anni dopo, il 3 settembre 1880, la Commissione amministrativa del teatro, « avuta notizia essersi costituita in questa Città una Commessione per raccogliere delle azioni con cui poter migliorare questa Banda musicale, facendo plauso al nobile pensiero », deliberò di sottoscrivere per un triennio dieci azioni, per l’importo annuale di L. 60.

IL TEATRO VERDI

Fra le personalità venute ad assistere, la sera del 15 agosto 1968, all’inaugurazione del nuovo teatro c’è l’Alerano, il critico musicale, il quale, nel suo primo articolo intitolato « L’apertura del Teatro Verdi a Busseto », prima di cominciare a descriverlo, faceva la seguente premessa: « Giuseppe Verdi non è l’orso di Busseto — come lo chiamavano per dispetto a Parigi perché non faceva lo strisciante — è il cigno, il cantore di Busseto; ecco dunque due nomi, Verdi e Busseto, che l’eco della pubblica fama ripercuote contemporaneamente nell’angolo più remoto d’Europa, e fin dove risuonano le armonie di quell’illustre. Ma Busseto non doveva accontentarsi di venir ricordata solo come la patria di un Grande: essa volle che la tromba della fama l’annunciasse come cultrice del bello musicale, e attestasse come sappia degnamente onorare il figlio suo, erigendo un elegante teatro, aprendolo ad un magnifico spettacolo.
« Poteva io mancare a questa festa? Un’apertura e in onore al Verdi? Mai più. Prima però che m’inoltri permettete, o lettori, ch’io paghi un tributo di gratitudine alla cortesia dei Bussetani che dal Sindaco sig. Galletti alla Commissione teatrale furono larghi a me (e come forestiere e come giornalista) di tante gentilezze, che prodigate in eguale misura agli amici miei e a quanti da Parma là accorsero, ci danno ora il dovere di rendere vive grazie pubblicamente ».
E ecco la sua descrizione.
« Il Teatro Verdi fabbricato in un fianco della cosiddetta Rocca di Busseto si presenta collo stesso stile architettonico della fabbrica a cui è annesso; e quantunque a primo aspetto stuoni quel nuovo fianco di edificio presso l’antico (1), ove interroghiate qualche terrazzano udrete rispondervi che in breve la rocca sarà riattata e il teatro avrà il suo pendant; sarà insomma a son aise più di quello che lo sia ora. Salite per una magnifica scala (la sala è al primo piano), e vi si presenta un’elegante atrio che vi conduce alla sala del teatro e al ridotto che composto di due stanze non troppo grandi è degno di nota per la ricchezza, il buon gusto con cui una di esse fu adornata (2). Forse vi spira un po’ troppo di severità, la scarsa tappezzeria — e argutamente aggiunge fra parentesi: « un po’ già bisogna criticare » — ed una piccola loggia forse troppo carica d’oro (3) rendono severa quella sala; ma una im-

(1) Si osservi la fotografia della facciata.
(2) Il ridotto è rimasto tal quale lo vide l’Alerano; il pendant alla facciata della Rocca fu fatto presto, con sdegno, come s’è visto, del Seletti.
(3) Non sembra, oggi. La loggetta può contenere tre o quattro persone, probabilmente suonatori in caso di piccolo trattenimento nel ridotto.

mensa ed elegante specchiera, un giardiniera che vi sta sotto il grazioso astrolampo, completano l’ornamento della sala; sicché le esclamazioni di ammirazione succedono ed interrompono le critiche (1). Ma entriamo in teatro: è piccolo (come dev’essere per Busseto) (2) ma elegante, negli ornati il bianco, l’argento, l’oro, si alternano con buon gusto e senza profusione; il velarium dipinto con medaglie allegoriche dal sig. Levi di Busseto se viene ammirato dai profani udrete gli intelligenti che tra i pregi di disegno vi scorgono mende non poche, fra cui la troppa vivezza dei colori la quale abbassa all’occhio la sala. I palchi uniformemente ornati sono comodi e guerniti con tappezzerie e frangie ricche ed eleganti. Il palco di mezzo riservato al Municipio (3) spicca per eleganza e ricchezza, bello l’astrolampo, ampio e comodo il palcoscenico ».
Questa la presentazione che ne fece l’Alerano, in complesso, come si è visto, assai favorevole ed entusiastica, nonostante qualche « menda ». Il Demaldè nel suo opuscolo si dilunga assai di più a descrivercelo. Dopo aver fatto rilevare che le quattro finestre che si affacciano sulla piazza sono « ornate delle decorazioni gotiche che appartenevano alle

(1) La grande specchiera c’è ancora ed è il miglior ornamento della saletta.
(2) Ma parrebbe che Verdi lo desiderasse altrove e più grande, forse perché presago che un giorno…
(3) Divenne poi e fu chiamato « il palco reale » dopo che vi sedettero (nel 1913) il Conte di Torino in rappresentanza del Re e la principessa Letizia.

finestre dell’antichissima rocca con cornici dello stesso stile (1) per conservare più che fosse stato possibile il primitivo carattere a quel fabbricato », enumera: « Al pian terreno evvi un porticato, l’alloggio pel portiere e custode, il vestibolo, la distribuzione dei biglietti, una sala d’aspetto, una trattoria, la sala per le prove, una stanza con ischata (sic: vuol forse dire « riservata » ?) all’orchestra, un’altra stanza con la stufa russa, vari altri ampi luoghi che non hanno ancora avuta la destinazione; pozzo dell’acqua viva con tromba per mandare le acque fino alla soffitta e farla girare in alcune parti del Teatro ».
Vediamo un po’. Si sa che, almeno al pianterreno, alcune cose sono cambiate: non si saprebbe più dire, per esempio, dove fosse la sala d’aspetto e meno ancora dove fosse allogata la trattoria. Probabilmente, come la sala per le prove e quella riservata all’orchestra, erano nel retro del teatro.
Una notizia interessante ci dà qui il Demaldè: il busto in marmo « del Celebre Maestro », che adorna la nicchia posta al sommo del « grandioso scalone », è opera del celebre scultore fiorentino (fiorentino in quanto visse e morì a Firenze) Giovanni Dupré, autore, fra l’altro, di una delle più celebrate « Pietà ».

(1)Le bifore ora in facciata e le decorazioni si trovavano, prima, nell’interno, verso il cortile della Rocca, come si desume da un quadro del Museo di Busseto, che la rappresenta com’era nel ‘700.

Interessante è anche venire a conoscere l’origine degli… appartamentini siti sopra il Teatro. Scrive in proposito il Demaldè: « Dal vestibolo parte un’altra scala che conduce al loggione, ad un piccolo caffè e ad un ampio salone che ha servito per lo Scenografo, e di cui intendesi ora ricavare alcuni alloggi per le Compagnie comiche ». Quegli alloggi, che erano allora riservati, almeno nelle intenzioni, alle compagnie comiche, sono da lunghi anni occupati da famiglie che vivono stabilmente in Busseto. Interessante è pure rilevare che i sedici « eleganti » gabinetti, detti comunemente « camerini » e riservati agli attori, erano già compresi tutti nel progetto dell’architetto Montecchini e pronti il giorno dell’inaugurazione.
In un punto, però, il progetto Montecchini fu modificato, durante l’esecuzione, suscitando discussioni in seno alla Commissione di vigilanza. Scrive infatti il Demaldè: « La parte rivolta a levante verso la piazza nel progetto Montecchini è ornata di un lastricato di marmo limitato in giro da tre gradini, che furono soppressi in onta al disparere di alcuni membri della Commissione, per sostituirvi un terrapieno a piano inclinato ». Qui sorge qualche perplessità. Il « terrapieno a piano inclinato farebbe più facilmente pensare che il Demaldè alluda alla parte a piano terreno (vestibolo ecc.); ma al pianterreno esso non poteva essere « limitato in giro » dai tre gradini. Ne può certamente trattarsi del piano superiore, dell’atrio cioè che dà accesso al bar e al ridotto, oltreché alla platea ed ai palchi. Probabilmente il Demaldè si è espresso male e le parole «in giro » vanno intese « nel senso della lunghezza ».
Il Demaldè faceva parte, evidentemente, della Commissione di vigilanza ed era stato uno degli « opponenti » (dei contrari) alla modifica del progetto Montecchini: lo si rileva dalla amarezza con cui si esprime: « Se un tale cambiamento al progetto si dovesse fare lo giudicheranno gli intelligenti; io non cito che l’avvenuto perché non se ne faccia un addebito all’Autore del progetto ed a quelli della Commissione che si trovavano opponenti a tale cambiamento ». Ed è chiaro che gli « opponenti » avevano ragione, se più tardi i gradini vennero messi.
La pubblicazione dell’opuscolo di Paolo Pio Demaldè venne alla luce l’anno stesso dell’inaugurazione del Teatro Verdi: stupisce perciò la constatazione che egli, che pure descrive così minutamente ogni locale e quasi ogni particolare « di questo Monumento destinato a tramandare ai posteri la memoria di uno dei più illustri nostri compatrioti », non faccia neppure menzione di quel gioiello ottocentesco che è la sala del ridotto. Ma la sera dell’inaugurazione il ridotto fu grandemente ammirato, come si è visto, dal critico della Gazzetta di Parma e dagli altri spettatori.

LA SERATA INAUGURALE

Il teatro fu inaugurato la sera del 15 agosto 1968. Perché fu scelta tale data? Non lo sappiamo; ma il 24 agosto ricorre la festa del patrono di Busseto, San Bartolomeo: è probabile che la ricorrenza abbia influito sulla scelta, considerato che anche in seguito le stagioni liriche, al chiuso o all’aperto, sono state inaugurate per gran parte in occasione di quella festività. La stagione lirica inaugurale fu lunga (l’ultima rappresentazione fu data il 15 settembre), ed il 24 agosto era una data intermedia.
L’inaugurazione di un teatro è un momento grandioso e solenne: furono scelte per l’occasione due opere di Verdi già trionfanti e che conservano tuttora freschezza e popolarità: Rigoletto e Un ballo in maschera.
Il Demaldè non ci dice chi fu il maestro concertatore e chi il direttore d’orchestra: ce lo dirà poi l’Alerano; egli afferma solo che « la scelta delle due Opere e di tutti quelli che dovevano concorrere per la loro interpretazione ed esecuzione era arra sicura » di successo. Ed il successo ci fu. Curioso è però che il Demaldè parli di « brillante successo » per le dieci sere del Rigoletto e di « trionfo completo » per le rappresentazioni del Ballo in maschera, mentre per l’Alerano, come si vedrà, potrebbe dirsi il contrario. Attori, cori, orchestra, sceneggiatori « gareggiarono di zelo », secondo il Demaldè, il quale conclude esclamando: « Lode adunque al Municipio, alla Commissione, agli Attori, all’Orchestra, al Corpo dei coristi ed a tutti quelli che concorsero alla degna rappresentazione delle due produzioni del grande nostro Concittadino ». Fra i lodati vi è anche la Banda Cittadina.
L’inaugurazione del Teatro Verdi doveva avvenire con la rappresentazione di quelle opere; ma per tale solenne occasione l’impresa « che nel suo contratto non aveva assunto altro obbligo che di dare il ballabile per le due Opere ed un passo a tre, volle spontaneamente aggiungere due balletti comici ». E così anche l’impresa meritò le lodi, anche se non le fu possibile « sgraziatamente ottenere quello che sarebbe stata in diritto di pretendere dal Coreografo! ».
Tutto qui quel che ci dice degli spettacoli il Demaldè: un po’ troppo poco per il nostro desiderio di conoscere. Viene però largamente incontro a tale desiderio il critico musicale della Gazzetta di Parma in entrambi gli articoli. Nel primo, del 15 agosto, egli scriveva, descrivendo la serata inaugurale: « Il teatro intitolato a Verdi è un vero bijou… Si scelse il Rigoletto; ma prima di darvi principio due cose avvertirono il pubblico che la festa era proprio pel Verdi. Alle 8 e mezzo si alzò il Sipario; e il busto del Maestro circondato da fiori, e da veli, coronato dell’alloro che gli fu regalato a Roma, apparve agli occhi del pubblico (1), il quale escì in uno scoppio d’applausi, omaggio spontaneo all’Eroe della festa. La orchestra intanto diretta dal maestro Gaetano Bassoli, primo violino al servizio del Municipio di Busseto, composta in massima parte di professori della nostra (2), eseguì la Capricciosa, graziosa Sinfonia che Verdi scrisse nell’età di dodici anni; a proposito di che mi piace riportare la epigrafe che figurava sotto il busto del Maestro — Onore a lui — che dodicenne ancora — inspirandosi alla « Capricciosa » — pressentiva — il Don Carlos — Eloquente sintesi della splendida via percorsa dal genio Verdiano! ».
Quindi, dopo aver detto di non voler parlare di tutti i pezzi in cui gli artisti furono applauditi, né della musica, né del « trionfale cammino percorso da quello spartito in tutti i teatri direi quasi del mondo », riassume il suo giudizio in queste parole: « l’esecuzione da parte degli artisti fu quale Verdi stesso avrebbe desiderato ».
L’Alerano non si limita, però, ad un giudizio complessivo, ma si dilunga a presentarci gli interpre-

(1) E’ evidente che il busto di Verdi, che il Demaldè ci descrive alla sommità dello scalone, dove era destinato e si trova, quella sera era su un piedestallo in palcoscenico.
(2) E’ chiaro che intende « della nostra orchestra di Parma ».

ti e tutti coloro che presero parte alla rappresentazione. Seguiamolo nel suo esame.
« Comincierò — egli scriveva — dalla Signora Enrichetta Berini, questa geniale e simpatica artista che i Parmigiani conobbero, ammirarono, ed applaudirono entusiasticamente. La Berini vien dalla Scala dove fu assai applaudita; e vi so dire che ella ha fatto dei progressi artistici non pochi. La è una Gilda affettuosa, gentile, appassionata; accoppiate al sentimento, il suo dolcissimo canto e vedrete che il publico (sic) (fra parentesi scelto assai) aveva ragione di applaudirla e di non saziarsi mai di rivederla al proscenio. Il tenore Prudenza e il baritono Bertolasi le fanno degna corona. Provetto artista il primo, è abbastanza noto perché io mi prolunghi in elogi. La sua bella voce la sua intelligenza vennero anche qui degnamente apprezzate. Del Bertolasi però, che non aveva mai udito, vi dirò francamente che a mio avviso s’immedesimò nello stupendo carattere del Rigoletto e ritrasse con l’azione e col canto tutte le passioni d’amore, di vendetta, di odio di che fu intessuta la vita di questo buffone, vita, che poeta e maestro ritrassero con vivi colori. Dove il Bertolasi trasportò il publico (sic) e dove la sua voce, la sua intelligenza spiccarono maggiormente si fu nel famoso duetto con Gilda vendetta, tremenda vendetta. Fu egli assecondato mirabilmente dalla Berini la quale completò quello stupendo quadro di domestica jattura e di giusto desiderio di vendetta. Le energiche note del Verdi, energicamente espresse

La Rocca col Teatro Verdi come si presentava nel 1868

e dalla Berini e dal Bertolasi provocarono uno scoppio di plausi iterati i quali non cessarono se non dopo averli più volte riveduti al proscenio.
« Il contralto Signora Gaggiotti, il basso Signor Zucchelli, i cori, tutti contribuirono al buon esito delle spartito (Ahi! Un luogo comune!). Ma dove ci accorgemmo che l’opera era stata perfettamente concertata dal maestro Rusca si fu al famoso quartetto ultimo; a quella stregua non fallirono direttore, orchestra, maestro concertatore, cantanti, che in una ammirabile armonia ci fecero gustare quella sublime anzi divina pagina dell’opera Verdiana; fu a quella stregua che i Parmigiani quanti eran lì, si riconfermarono nel desiderio più volte così espresso: « Oh avessimo sto Carnevale un consimile spettacolo! » (1).
« Il scenografo, il macchinista, il direttore della messa in scena, tutti meritarono encomi per avere così degnamente allestito lo spettacolo senza che esso venisse turbato da alcuno di quegli inconvenienti quasi inevitabili in una prima sera e più specialmente all’occasione di un’apertura » (2).
Qui l’Alerano passa a parlare del balletto comico, ma non del « passo a tre ». che si ha con la rappresentazione del Ballo in maschera. Abbiamo già letto la critica al coreografo fatta dal pur bene-

(1) Fa certamente piacere leggere un simile elogio e desiderio dei parmigiani, noti per la severità critica.
(2) I] giudizio dell’Alerano è una piena conferma del « brillante successo » della rappresentazione del Rigoletto, affermato dal Demaldè.

volo Demaldè; vediamo ora cosa ne scriveva l’Alerano: « Il balletto comico non meriterebbe che biasimo: e davvero che io me ne tacerei, se la coppia danzante non mi obbligasse invece ad un elogio sincero come corollario degli applausi loro tributati. Brava signora Virginia e bravo signor De Giovanni! peccato che siate stati sacrificati da un coreografo che proprio ha sbagliato carriera ». Più reciso di così il giudizio non potrebbe essere.
Serata veramente trionfale, dunque, in complesso, quella dell’inaugurazione del Teatro Verdi. Ben pochi ricordano, però, e forse oggi quasi nessuno conosce un particolare curioso di quella serata.
Ce ne informa con la solita scrupolosità l’Alerano: «Dulcis in fundo: i palchetti rifulgevano di beltà indigene e forestiere, quasi tutte le signore s’erano data la voce di fare una dimostrazione a Verdi vestendo in verde; la cravatta d’obbligo per gli uomini era pure la verde. Insomma il verde era all’ordine del giorno… o meglio della sera ». La quale sarebbe stata di piena soddisfazione per tutti, e la sala avrebbe risuonato di ben più scroscianti applausi, se non ci fosse stato un vuoto. « A completare la festa, però — osservava concludendo l’Alerano — mancava qualcuno; a tutti fece senso il non vedere nel proprio palchetto l’illustre Maestro che i concittadini e gli ammiratori avevano, in quella sera, così solennemente festeggiato ».

L’ASSENZA DI GIUSEPPE VERDI

L’Alerano aveva concluso così il suo articolo sulla inaugurazione del Teatro Verdi: « A completare la festa però mancava qualcuno; a tutti fece senso il non vedere nel proprio palchetto l’illustre Maestro che i concittadini e gli ammiratori avevano, quella sera, così solennemente festeggiato ». A tutti? Agli spettatori venuti di fuori, certo; ma i Bussetani, pur sperando che intervenisse, sapevano già prima che Giuseppe Verdi sarebbe stato assente.
Verdi infatti era stato ed era in forte, grave contrasto con gli ideatori ed i realizzatori del teatro, che non avrebbe voluto, giudicandolo non solo non necessario, ma inutile; un inutile dispendio di danaro in un piccolo centro. Scrive in proposito il Gatti: « Sta per inaugurarsi il Teatro di Busseto e Verdi non vuole assistere all’apertura. Troppi dispiaceri, e da troppo tempo, gli ha causato quel teatro » (1).
Da troppo tempo? Certo, dal 1845, quando ne sorse la prima idea, che il Gatti suppone promossa

(1)GATTI C., Verdi, Vol. II, pag. 175.

da Antonio Barezzi. Eppure tale idea in principio non gli era stata sgradita, tutt’altro! Ma e allora e quando l’idea rinacque i bussetani, pur esaltandolo a parole, non seppero avere per il Maestro i riguardi che egli meritava e che si attendeva e finirono con l’irritarlo al punto che egli era, nel 1865, risolutamente contrario a che si desse il suo nome al teatro già costruito. Ma procediamo con ordine.
Che l’idea non gli fosse stata sgradita nel 1845 e che anzi si fosse lasciato andare a qualche promessa lo ammette egli stesso in una lettera della metà di giugno di quello stesso anno ad Antonio Barezzi (1):
«Sig. Antonio Barezzi,
ho letto il progetto teatrale, e le dirò colla mia solita franchezza che ne sono assai malcontento. In verità non è cosa molto delicata spiattellare e compromettere il mio nome avanti le Autorità, per una parola detta ad amici ed una lettera di confidenza. Tutti i paesi del mondo hanno fatto un teatro senza avere chi scrivesse e cantasse l’Opera; e se Busseto aveva questo vantaggio (2), se ne doveva prevalere senza farne calcolo. Non ritiro la parola data, ma Ella sa che nel ’47 devo scrivere due Opere per Napoli e per l’Editore Lucca; né ho stomaco di bronzo per reggere a maggiore fatica. — In quanto

(1) CESARI e Luzto, I Copialettere di Giuseppe Verdi, pag. 14 e sgg.
(2) Il Maestro aveva dunque promesso di comporre un’opera per l’inaugurazione.

Teatro Verdi: interno

ai due cantanti (1) come posso promettere?… Io dissi a’ suoi fratelli queste precise parole: force forse potressimo (sic) avere la Frezzolini e Poggi. In un momento d’entusiasmo (poiché convengo che mi piacque l’idea del teatro) mi lusingai dire questo perché, oltre l’amicizia che passa fra me e quelli artisti, l’ultima volta nel congedarmi dalla Frezzolini mi disse: « Noi in questo autunno riposiamo e voi venite per una quindicina di giorni in campagna da noi, che noi verremo da voi a Busseto, e là faremo una beneficiata pei poveri ». Io le risposi: « Vi prendo in parola ma non per quest’anno perché non ho casa, però nell’anno venturo v’attendo senza fallo ». Ma se nell’anno in cui essi vogliono fare l’apertura, la Frezzolini avesse nelle mani una scrittura (che vuol dire 40 o 50 mille franchi) chi sarà quel pazzo che le farebbe la proposizione di venire a cantare gratis a Busseto?…
« Ripeto che non si doveva nella lor domanda per qualunque cosa nominarmi (2), molto più che il mio nome figura come d’ambizioso d’avere un teatro intitolato e un busto. E sì che la maggior parte delli Italiani sanno per prova come io mi opponga, quando possa, a questa pubblicità ».
Il progetto, che anche Verdi avrebbe approvato

(1) E aveva anche promesso di far venire gratis i due cantanti principali.
(2) Verdi era gelosissimo del suo buon nome. Ma quale domanda avevano fatto i bussetani? Forse della costruzione del nuovo teatro, abbattendo il vecchio, come poi si fece.

se non avesse scoperto che si servivano del suo nome « nella lor domanda » alle Autorità e non avesse temuto che lo facessero figurar male, da uomo ambizioso e frivolo, « naufragò » per allora, come scrisse il Demaldè. Ma nel 1857 il Consiglio Comunale deliberava la costruzione del teatro, nel 1864 esso veniva collaudato, e fin dal 1861 lo stesso Consiglio aveva deliberato di intitolare a Giuseppe Verdi il teatro e di fargli dono di un palco. D’accordo dunque col Maestro? Tutt’altro! E poiché si facevano su di lui pressioni non lievi ed in forma, forse, poco corretta o almeno poco adatta ad ammansirlo, il Maestro se ne indignò acerbamente e in una lunga lettera (1) così scrisse ad un amico carissimo, forse membro della Commissione di vigilanza:
« Rispondo subito alla tua lettera con tutta la calma e riflessione, e ne desidero altrettanta da te e da chi leggerà queste righe. Tu dici che i Bussetani credevano ch’io avessi la vanità di lasciar mettere il mio nome al teatro di Busseto? Quando mai io ho data la speranza? Quando ne ho fatto la promessa? Al contrario, saranno circa tre anni, rifiutai al Sig. Sindaco ed a Luigi Morelli quest’onore ed un palco che essi gentilmente mi offrivano a nome del Municipio (2). Se io feci questo rifiuto, se in tutte le circostanze io mi sono sempre dimostrato avverso alla costruzione di un teatro di troppa spesa e perché

(1) Copialettere citato, pag. 434.
(2) Il n. 8, avverte una nota nella stessa pagina del Copialettere.

riuscirà inutile nell’avvenire, come potranno vociare i Bussetani che io rendessi complice loro di una cosa, secondo me, mal Fatta? Bisogna essere logici in tutto. Io ho disapprovato sempre questa vostra opera, dunque non posso essere con voi. Non discutiamo se ho torto o ragione; è un’opinione che po’ e deve essere, se non ammessa, rispettata »
Ma non è soltanto il dissenso sull’opportunità o meno di costruire un nuovo teatro e farlo bello; sono altre cose che indignano Verdi, il quale prosegue:
« Il Sindaco nella Commissione di Domenica disse parola troppo grave: che egli aveva fatto fare il teatro per me, unicamente per me!! e dietro una mia pretesa domanda e promessa (fatta 9 o 10 anni fa). E’ veramente cosa troppo sconveniente che mi si voglia addossare la responsabilità di quest’opera! Discutiamo; e rispondete se un buon amministratore deve recar tante spese al suo Comune per appagare il capriccio (se fosse) di un solo? E come mai quest’amministratore, ottenuta l ‘approvazione del Municipio, non mi dirige una lettera officiale nella cui risposta io avessi a confermare le pretese promesse? Ma egli si guardò bene dal farlo perché la mia risposta avrebbe distrutto tutti i suoi progetti.
Non solo egli mai scrisse, ma ha scanzato poi in ogni circostanza parlarmene, e perfino quando venne da me col Sig. Morelli non disse parola di queste promesse, ed era quello il momento opportuno di farlo. E, cosa ancora più singolare, si fa un teatro per me, unicamente per me — aggiunge Verdi giustamente indignato — senza mai mostrarmi un progetto, senza mai consultarmi in nulla e per nulla? Converrai che ciò è molto ma molto strano ».
Ed è strano davvero. Ma Verdi non ha ancora smaltito tutta la sua indignazione, poiché su lui « cadono tanti aggravi, tante ciarle e tante ire », che ha la coscienza di non meritare. Sono le stesse autorità bussetane, è il sindaco stesso che lo accusa di non mantenere la promessa e Verdi controbatte, sempre più amareggiato ed indignato: « Il Sindaco disse ancora che io avevo promesso (1) di dare per l’apertura i primi tre cantanti d’Europa… e che fossi avvertito tre anni prima!!! Quante contraddizioni! Dunque aspettereste tre anni? Tutto ciò non è degno di discussione né degno di uomini seri.
Ma il Sig. Sindaco dovrebbe sapere che non è facoltà mia né di nessuno al mondo di disporre dei primi cantanti, e ciò che rende la cosa assolutamente ridicola si è l’avvertimento di tre anni! Per esempio io dovrei dire all’Adelina Patti, a Fraschini etc… badate bene che da qui a tre anni, non importa voi abbiate un’offerta di 200.000 fr. dall’America, di 100 dalla Russia etc., voi non accetterete perché verrete a cantare (da qui a tre anni) a Busseto!!! — Io domando non solo agli uomini pratici, ma a te stesso che conosci gli affari, se questa pretesa non è esorbitante e impossibile, e se è credibile che io pos-

(1) Verdi aveva già dimostrato al Barezzi, come si è visto, l’assurdità di chiedere il mantenimento di una simile promessa.

sa essere tanto imbecille da promettere l’impossibile ». L’indignazione, come si vede, è enorme e tale che si fa maldicente egli stesso e sbotta: « Il Sindaco ha avuto la vanità di lasciare una memoria che durasse dopo il suo regno: s’è servito dei denari del Comune e del mio nome, ed ha fatto il teatro… Ha avuto torto. Ecco tutto ».
Naturalmente in un piccolo centro come Busseto tutto vien risaputo e le « ciarle », i pettegolezzi si infittiscono. « Acri contese si scatenano — scrive il Gatti (1) — fra chi giustifica e chi disapprova il Maestro. Sembra che gli occhi e le labbra delle duemila persone che abitano Busseto (2) non possano esercitarsi se non sull’argomento del teatro e del Maestro. Questi non si cura di chi si scalmana per difenderlo: non ne ha bisogno. Peggio fa con gli adulatori: « non permetto la lode faccia a faccia », grida. In quanto agli avversari egli sa bene che gli fanno colpa di star da sé, di non essere alla mano, di disinteressarsi delle cose loro, di non considerarsi bussetano, prima che uomo di fama mondiale, e di non riconoscere che la sua gloria e la sua ricchezza « egli le deve a Busseto, a Busseto soltanto ».
La controversia non si placa: Verdi è troppo offeso per placarsi egli stesso ed in un’altra lettera (3) scritta poco dopo al solito amico torna alla carica con maggiore virulenza di argomenti:

(1) Op. cit., pag. 176.
(2) Il Gatti tiene conto, è chiaro, solo degli abitanti del centro.
(3) Copialettere cit., pag. 436.

« Ma io vado più oltre e voglio per un momento concedere a te ed al Sindaco tutte le promesse: promesse fatte al Sindaco su due piedi, nel suo primo giorno di regno quando egli non conosceva, per modo di dire, nemmeno la polvere del suo ufficio. Dopo, quando il progetto fu approvato, egli non me ne ha parlato mai, mai più, egli stesso lo dice.
« Come! si dispone di me, della mia volontà, dei mezzi miei e senza parlarmi, senza consultarmi? Ma questa è più che una sconvenienza: è un insulto. E’ un insulto — ribadisce — perché quel modo di agire significa: Che necessità di parlargliene? Oh! egli farà… egli dovrà fare! Con qual diritto si agisce così? ».
Una cosa soprattutto, ora che l’animo è così esacerbato e non soltanto per la questione del teatro, lo esaspera, ed egli si sfoga: « So bene che molti, parlando di me, van sussurrando una frase non so se più ridicola od indegna…: L’abbiamo fatto noi! Parole che mi sono balzate all’orecchio perfino l’ultima volta che fui a Busseto 8 o 10 giorni fa. Ripeto che è ridicolo ed indegno. Ridicolo perché io posso rispondere: « Perché non fate gli altri? » Indegno perché non si è fatto altro che eseguire un legato (1).
Ma se mi si rinfaccia questo benefizio io posso ancora rispondere: « Signori ho ricevuto quattro anni di pensione, 25 fr. al mese: 1200 fr. in tutto. Sono

(1) Si tratta della borsa di studio avuta, in gioventù, dal Monte di Pietà di Busseto.

trentadue anni; facciamo un conto del capitale, dei frutti e salderò la partita ». Resterà sempre il debito morale. Sì. Ma io alzo la testa e dico con orgoglio: « Signori, ho portato il vostro nome con onore in tutte le parti del mondo. Ciò val bene 1200 fr.! ».
Tale era lo stato delle cose, tale era l’agitazione degli animi nel 1865. In pericolo dunque la dedica del Teatro a Giuseppe Verdi? In realtà lo era stata. Ma Verdi in quella stessa lettera or ora citata accenna a « proposizioni conciliative che offro per mezzo del Dott. Angelo Carrara alla Commissione ed all’Amministrazione »; ed aggiunge, perentorio: « Qualunque ne sia il risultato è affare di cui desidero parlare mai più ». Per i buon uffici del Dott. Carrara, il 17 agosto 1865 Verdi accettava la dedica « e depositava — scrivono gli autori dei Copialettere — presso il Municipio di Busseto una cartella di L. 10.000, stabilendo che questo ne sarebbe andato in possesso il giorno dell’apertura del teatro » (1).

(1)In verità il GATTI (Op. cit., pagg. 175 e 177) racconta diversamente la cosa. « L’Ongina, il torrente che passa davanti alla casa di Sant’Agata, era straripato travolgendo il ponte che dalla strada provinciale, sulla sinistra del torrente, metteva alla strada comunale da cui si accede alla casa. Poiché il Municipio (allora Sant’Agata dipendeva amministrativamente da Busseto), a corto di danaro, indugiava nel rifarlo, Verdi s’era assunto il carico di anticipare la spesa, col patto che gliel’avrebbero rimborsata. Ma a cose compiute, il Municipio cercava pretesti per differire il pagamento… Soltanto [nel 1865 Verdi] chiedeva di ricambiare il dono del palco, con l’offerta di abbonare al Comune le 10.000 lire da lui prestate in precedenza per rifare il ponte sull’Ongina ». Niente cartella allora? Comunque sia, Verdi, che già aveva venduto il palazzo (oggi Orlandi) in Busseto, vendette presto per 2.000 lire anche il palco, che gliene era costato 10.000.

Composta quindi la controversia, ma l’animo del Maestro rimane esacerbato e, nell’agosto 1868, se ne va con la Strepponi a Tabiano, dove rimane per tutta la durata della stagione lirica; e il 15 di settembre Verdi informa l’Escudier (1): « Stassera il Teatro di Busseto si chiude ed io potrò domattina tornare a Sant’Agata a far colazione… e ne ringrazio il cielo » (2)
Ecco perché la sera dell’inaugurazione solenne del Teatro Verdi « mancava qualcuno ».

(1)Era il suo editore di Parigi.
(2) GATTI, Op. cit., pag. 178.

Teatro Verdi: Volta decorata da G. levi

LE RAPPRESENTAZIONI DEL
BALLO IN MASCHERA

Il critico musicale della Gazzetta di Parma, col suo primo articolo del 15 agosto 1868, aveva suscitato involontariamente del malumore in qualche bussetano ipersensibile e frettoloso, come se egli avesse recato offesa a Giuseppe Verdi; e la voce gli era giunta all’orecchio. Sicché egli, dopo essere venuto ad assistere anche alla rappresentazione del Ballo in maschera, così iniziava la sua « Appendice » di lunedì 7 settembre:
« Se v’ha cosa al mondo che rechi dispetto certo si è quella di essere fraintesi; accade talvolta che un’espressione innocentissima, anzi lusinghiera verso chi è diretta, venga interpretata a rovescio da qualcuno; e non passano poche ore che voi per bocca di questo qualcuno avete detto una marchiana sciocchezza per non dir peggio. Questo volli dire a proposito di alcune frasi espresse nella mia Appendice sul teatro Verdi di Busseto e che vennero malamente interpretate. Figuratevi o lettori che nelle prime righe di quel mio scritto trovarono nientemeno che io, Alerano, aveva dato una patente d’Orso all’illustre Giuseppe Verdi, che rispetto e venero come una nostra imperitura gloria. Abbiano la bontà di rileggermi e vedranno che io posso sfidare Richelieu stesso il quale diceva « datemi due righe d’un galantuomo, e ve lo faccio impiccare ».
Delle rappresentazioni del Ballo in maschera abbiamo visto che il Demaldé nel suo opuscolo non dice altro se non che fu un « trionfo completo »; ma l’Alerano, che era venuto ad assistere alla « beneficiata », ossia alla « serata d’onore », come si disse poi, della prima donna, Berini, ce ne parla anche questa volta molto più a lungo, esaltandone le eccellenti qualità. Ecco dunque il suo « pezzo » critico.
« La simpatica Berini …attirò uno sceltissimo e numeroso concorso di persone le quali da Piacenza da Parma, e da Cremona accorsero a far festa alla esimia artista. E che nel Ballo in maschera la si palesi proprio artista nel senso più stretto della parola è un fatto né incontestabile, né incontestato (sic); se la natura mentre le ha concesso una dolcissima voce non è stata tanto prodiga nella estensione, non vuoi dir nulla; un’Amelia così appassionata, difficilmente la si udrà ancora. La scena dell’urna fatta sotto gli infuocati sguardi del geloso e furibondo marito, venne da lei così magistralmente eseguita da strappare gli applausi, sincero tributo al suo squisito talento drammatico. Col suo dolcissimo canto ella seppe giungere al cuore, ella fu la vera incarnazione della onesta donna che si agita in una terribile lotta fra il dovere e l’amore. Secondata come fu dal tenore Prudenza che fece andare in visibilio tutto il publico (sic) per la potenza della sua voce vi posso dire che quello stupendo giojello musicale che è il duetto fra donna e tenore del 2° atto venne ritratto tal quale la fervida immaginazione del Verdi volle ideare. Quello immenso trasporto d’affetto, quel succedersi di frasi appassionate vennero da quei due artisti, specialmente dalla Berini, mirabilmente interpretati.
« Il baritono Bertolasi canta bene, la sua simpatica voce vien pur qui spiegata in tutta la sua pienezza; ma io lo trovava assai più a son aise sotto la variegata giubba di Rigoletto che non sotto il serio vestito di Renato. Ma del resto siccome è tale cantante da non guastare mai, egli divide coi compagni gli applausi che accompagnano sempre la sua bella Romanza. Io vorrei poter dire altrettanto bene delle Signore Peroni e Gaggiotti, e se la prima non è il furbo, vispo e disinvolto Paggio che la briosa musica del Verdi ha voluto creare, l’altra pure mi sembrò fredda non poco; si scuotino dunque e al pari dei compagni si ricordino del luogo dove si trovano, del personaggio che rappresentano, ed allora potranno con coscienza dire: ho fatto bene, ed io con coscienza batterò le mani ».
Ecco dunque servite a dovere queste ultime due cantanti superficiali e leggere; ma non furono, a giudizio dell’Alerano, le sole a lasciare a desiderare; e se « La Orchestra è la stessa del Rigoletto sempre precisa » e « il coro maschile non va male », quello femminile invece « pare l’abbia a morte colla intonazione, e per quanto il bravo direttore d’orchestra agiti l’archetto per condurlo sulla retta via, le ostinate coriste mantengono l’odio verso chi dovrebbero invece avere a fedele compagna ». Giuggiole! diciamo anche noi con l’Alerano. Ma allora le parole « trionfo completo » del Demaldè non si possono spiegare se non colla sua tendenza a concedere le attenuanti.
Ed eccoci ora al balletto comico intitolato Fioretta e Merlino e al passo a tre. « Qui — scriveva l’Alerano — a costo mo’ di attirarmi i rimbrotti del sig. Provinciali, non insulterò il buon senso e la verità per lodare; e dirò che quel balletto è fratello carnale del primo. Anzi dirò di più, se non ci fosse un passo a tre (che fra parentesi non è del coreografo ma del primo ballerino) io son certo non potrebbe reggersi in piedi. Il passo a tre è proprio bello, e se le ballerine signore Zucchi e Citerio vi raccolgono applausi meritati per le graziose variazioni, per le belle pose, anche il De Giovanni, l’autore del passo a tre, si merita un doppio applauso e come compositore e come esecutore ».
Il Demaldè, nella sua stringatezza circa gli spettacoli, non ci aveva parlato che dei due balletti, ma non aveva detto nulla né dello scoprimento del busto, né dell’esecuzione della « Capricciosa ». L’Alerano, a conclusione del suo secondo articolo, aggiunge un’altra notiziola di cronaca: « Prima di lasciare Busseto e il suo teatro non voglio dimenticare di dirvi che la signora Berini cantò il Bolero dei Vespri, con tale grazia e agilità da obbligarla a ripeterci quella brillante canzone. Non mancarono né i fiori né le poesie, vedete dunque che la fu una beneficiata in tutta regola, di cui Busseto per una parte, l’artista per l’altra, non dimenticheranno così facilmente ».

ECHI E STRASCICHI

Come sempre avviene quando si prende l’iniziativa di arricchire il proprio paese o la nazione di un’opera pubblica importante o si dà inizio ad una grande impresa straordinaria (si pensi alla spedizione in Crimea o allo scavo della galleria del Sempione), non mancarono neppure in Busseto i critici, i mormoratori, i « Bastian contrari »; e il Demaldè non manca di osservare con garbata amarezza: « Il favore universale non può non avere soddisfatto tutti quelli che presero parte alla costruzione, ed il Municipio e la Commissione possono essere pur soddisfatti, avendo la generale approvazione cancellato quella macchia che si voleva imprimere sulle persone destinate alla direzione e vigilanza dei lavori ». Quale macchia? Non pare che alcuno sia stato accusato di disonestà, di profitto personale ecc., no; ma si vociferava che si era speso troppo, che si era « sprecato » con tutti quei magnifici ornamenti troppo denaro; ed il Demaldè asserisce: « Essi veramente costarono una non tenue somma, che però non fu sprecata, come alcuni si erano gratuitamente fatto lecito di asserire ». Probabilmente, come parrebbe, le mormorazioni e le critiche c’erano state durante e prima della esecuzione dei vari lavori, più che dopo; e ne erano rimaste amareggiate le persone addette alla direzione e vigilanza, che « per sei anni continui, senza compenso di sorta, si occuparono, trasandando anche parte dei loro interessi, nel curare l’esecuzione delle opere ». Ma « la classe facoltosa e intelligente della Città » ne rimase assai soddisfatta, tanto che quando si trattò, anche per ricavar danaro, di vendere all’asta pubblica i trentun palchetti del nuovo Teatro, che erano stati valutati complessivamente dal Montecchini 17.000 lire, se ne ricavò la somma di L. 51.000, con grande soddisfazione dei promotori.
Il fatto, però, che i palchetti abbiano fruttato una somma tripla di quella calcolata non allevia abbastanza l’amarezza del Demaldè, il quale torna alla difesa: « E le lodi che imparziali escono dalle bocche dei forestieri e finitimi che, in numero straordinario che va crescendo ogni sera, accorrono ad ammirare e il Teatro e lo spettacolo, non sono una riprova dell’accuratezza e diligenza della Commissione in tutti i lavori che formano la pubblica ammirazione? ».
Erano due i gravi « addebiti » o, peggio, le «macchie » con cui si era tentato di « screditare la Commissione di. vigilanza »: di avere costruito «un Teatro troppo bello, spendendo perciò una somma assai cospicua » e di averlo fatto in tempi «che avrebbero richiesto si erogassero somme in tutt’altro che nella costruzione di un nuovo Teatro ».
Tali erano le mormorazioni in Busseto. Ma è curioso il fatto che il Demaldè, che dedicava il suo opuscolo a Giuseppe Verdi, non ignorava certo, non poteva ignorare che gli stessi « addebiti » aveva fatto già da tempo il Maestro. Questi infatti aveva inviato all’Amministrazione comunale la seguente lettera (1):
«Adempio un dovere come Deputato, ed aggiungo una preghiera come cittadino.
«L’Italia corre in gravi pericoli, non per minaccia del nemico, non per dissenzioni municipali, non per opere di partiti, ormai impotenti a nuocerle, ma per strettezze pecuniarie. Non voglia il cielo che l’istoria abbia un giorno a registrare che l’Italia fu disfatta per mancanza di denaro, con tanta ricchezza di terreno, ed in un tempo in cui s’abbelliscono città, s’innalzano dappertutto monumenti e teatri. Busseto sta costruendo un teatro, né si creda che io voglia ora osteggiare quest’opera, sia vana e cosa inutile come io credo. Questo non è momento di discussione ma di pensare a cose più alte ed importanti, ed è per questo che mi rivolgo a questo Municipio onde esortarlo a sospendere quel lavoro (2), ed imitando il nobile esempio di Brescia

(1) Copialettere cit., pag. 433.
(2) Il 7 febbraio 1871, circa tre anni dopo l’inaugurazione, Verdi scrive tra l’altro al Dott. Angelo Carrara: « Ella sa com’io non abbia veduta l’utilità di un teatro in Busseto ». (Copialettere cit., pag. 247).

ed altre molte città, impiegare quel denaro a ristorare le finanze patrie.

« Ho adempiuto il mio dovere come Deputato. Ripeto come cittadino la mia preghiera, ed ardentissima… e questa fia inutile forse, perché son certo che il sentimento che m’anima l’avrò diviso con tutti ». e le annessioni; era avvenuta la costituzione del Regno d’Italia; e di problemi da risolvere, anche per le amministrazioni degli enti locali, non ne mancavano. E per Busseto c’era stato, come s’è visto, il monito e l’invito di Giuseppe Verdi. Ma per la seconda accusa il Demaldè afferma che « si risponde più vittoriosamente ». Sì, è vero, e « i promotori » non lo negano: il teatro venne costruito in un’epoca
E’ questa una riprova del costante patriottismo di Giuseppe Verdi; ma il Demaldè non ricorda questa lettera o finge di non ricordarla. Egli e con lui la Commissione di vigilanza si sentivano colpiti ingiustamente dalle due accuse, ed egli si giustifica: essi non avevano fatto altro « che scrupolosamente eseguire quel progetto che era stato approvato ad unanimità dalla rappresentanza Municipale ». Si era speso troppo nelle decorazioni? Ma « una volta che era nella mente dei Bussetani di dedicare il Teatro al celeberrimo loro concittadino il Maestro Verdi, non si poteva senza rendersi ridicoli in faccia al mondo fare meno di quanto fu fatto », né « trasandare tutto ciò che era conveniente al lustro e alla finitezza del Monumento ». Si era spesa una somma assai cospicua? Niente di meno vero, « giacché la Commissione potrebbe provare che ad onta che il nuovo Teatro di Busseto non sia secondo agli altri della sua classe costò un terzo di meno di quelli ».
Più consistente poteva sembrare, ed era in effetti, l’altro addebito «d’aver costruito un nuovo Teatro in tempi che ciò non consentivano »; ed in vero, se non l’ideazione e la costruzione, le decorazioni così ricche e signorili del teatro erano state iniziate in tempi difficili anche per lo sconvolgimento che la carta politica dell’Italia aveva subito. Era infatti terminata da poco la seconda guerra d’indipendenza conclusasi improvvisamente con l’armistizio di Villafranca (1859); c’erano stati i plebisciti e le annessioni; era avvenuta la costituzione del Regno d’Italia; e di problemi da risolvere, anche per le amministrazioni degli enti locali, non ne mancavano. E per Busseto c’era stato, come s’è visto, il monito e l’invito di Giuseppe Verdi. Ma per la seconda accusa il Demaldè afferma che « si risponde più vittoriosamente ». Sì, è vero, e « i promotori » non lo negano: il teatro venne costruito in un’epoca « nella quale si sarebbe dovuto pensare a qualche cosa di più utile per questa nostra piccola città »; ma quando la costruzione del nuovo teatro fu progettata ed approvata « chi poteva sicuramente prevedere quello che avvenne poi in Italia? ». Quando tali avvenimenti si verificarono, alcuni cittadini «convinti da questa incontrastabile verità », avanzarono un progetto « consentaneo ai tempi », progetto dall’effettuazione del quale « si potevano trarre immensi vantaggi morali e materiali »; ma la proposta, accolta ed approvata « dalla rappresentanza Municipale », fu poi osteggiata — e non sappiamo da chi — « al punto da restare proposta morta ».
Qual’era, dunque, il progetto che avrebbe po tuto portare vantaggi immensi, morali e materiali? Quello di istituire nell’ex Collegio dei Gesuiti, « che va di giorno in giorno deperendo », un « Collegio-convitto con istruzione elementare, ginnasiale, tecnica e musicale ».
E’ forse opportuno rilevare che la proposta era di creare nell’ex collegio dei Gesuiti (1) un « Collegio-convitto », non le scuole; le quali, almeno per quanto riguarda l’istruzione elementare e ginnasiale, esistevano già: il Ginnasio, anzi, o « scuola d’humanità », come allora si diceva, era già in funzione nel ‘700, nel ‘600 e perfino nel ‘500, se, come dimostra il Seletti nell’opera citata, il capo della polizia di Carlo V, che fu a Busseto nel 1533 e nel 1543, dormì « nelle scuole ». Al tempo in cui scriveva il Demaldè si discuteva però molto, anche in Busseto, se conservare il ginnasio od istituire una scuola tecnica, che sembrava più consona al tempi (2). La proposta citata dal Demaldè chiedeva, evidentemente, che funzionassero contemporaneamente il ginnasio e la scuola tecnica; ed in effetti nell’anno scolastico 1873-74 cominciò a funzionare in Busseto anche la scuola tecnica, che però, informe ancora com’era, non ebbe vita felice né lunga. Più tardi, come è noto, furono portate nell’ex convento dei Gesuiti le scuole elementari e ginnasiali, che vi rimasero fino all’anno 1919, anno in cui fu inaugu-

(1) Sede, attualmente, del Ricovero e dell’Ospedale.
(2) Si veda, per più ampie notizie, l’opuscolo « Regio Ginnasio Giuseppe Verdi », Busseto, Tip. Fava, 1924.

rato l’attuale grande edificio scolastico appositamente costruito. Il Collegio-convitto, che avrebbe indubbiamente portato vantaggi morali e materiali, come li portò più tardi alle scuole ed alla cittadina il Pensionato Femminile istituito nel 1914 per iniziativa del prevosto Mons. Luigi Onesti, era già rimasto prima del 1868 « proposta morta », e tale rimase anche in seguito.
Nella conclusione del suo opuscolo il Demaldè accenna, senza parlarne, a « tante circostanze di fatto che pienamente giustificherebbero coloro che ebbero principale parte nella costruzione del monumento consacrato al Grande nostro Concittadino »; ma, poiché le tace, la nostra curiosità rimane insoddisfatta. Quindi, dopo aver fatto voti perché « ora che il teatro esiste, la rappresentanza Municipale si voglia seriamente occupare a promuovere tutto quello che può ridondare a lustro ed interesse di questa piccola Città », Paolo Pio Demaldè esorta — e l’esortazione rimane sempre valida anche ad un secolo di distanza « Uniamoci in una sola volontà di concorrere, fin dove il consentiranno le nostre forze, ad illustrare questa piccola Città che va superba d’aver dati i natali a uomini che onorano il mondo ».

CONCLUSIONE

Non possiamo chiudere questa rievocazione della nascita e delle primissime vicende del Teatro Verdi senza accennare ad almeno due, le più importanti e memorabili, fra le tante manifestazioni che in un secolo si sono svolte dentro di esso: le due grandi celebrazioni verdiane del 1913 e del 1926, nella ricorrenza, rispettivamente, del centenario della nascita e del 25° anniversario della morte del Cigno di Busseto. Esse assunsero il ruolo e la natura di manifestazione artistica eccezionale soprattutto per il fatto che, nell’una e nell’altra, la lunga stagione lirica, con la rappresentazione della Traviata e del Falstall nel 1913 e del solo Falstaff nel 1926, ebbe a maestro concertatore e direttore d’orchestra un devoto ammiratore di Giuseppe Verdi ed eccezionale e geniale interprete delle sue opere: Arturo Toscanini. « Tanto nomini nullum par elogium ». Il vanto, la gloria maggiore del Teatro Verdi di Busseto è appunto l’aver avuto tale privilegio, che ben poche città italiane possono vantare, l’avere visto per tante sere sul podio un direttore che aveva autorità per esigere che cantanti ed orchestra fossero più perfetti che alla Scala in questo teatrino, in questa “sala”, in cui neppure una nota sarebbe sfuggita. Ed è questa una gloria imperitura del Teatro Verdi e di Busseto.

APPENDICE

CENNI
STORICI E TECNICI
SUL
TEATRO VERDI
IN BUSSETO
per
DE-MALDÈ PAOLO-PIO

Cremona
Tipografia Montaldi
1868

All’ Illustre Concittadino
Cav. Maestro
GIUSEPPE VERDI
L’ Autore

I vincoli di sincera amicizia che a Voi mi legano fino dalla più tenera età, e l’affezione che sento per questo mio paese nativo mi eccitarono ad occupare alcune ore nello scrivere i cenni storici e tecnici del teatro di Busseto. Dalla mia pochezza nulla mi poteva ripromettere; né ebbi in animo di farmi credere più di quello che so di essere. L’idea che rimanga qualche cosa di scritto per rammentare ai posteri questo straordinario avvenimento della nostra piccola città, mi fu movente principale. E protesto di essere dolente di non aver potuto fare qualche cosa di meglio, giacché avendo in animo di farne a Voi la dedicazione, avrei amato fosse un lavoro degno dell’illustre al quale stimava obbligo dedicarlo e pel quale avrebbe sicuramente acquistato pregio.
Accogliete, Illustre Maestro, cotesto tenue lavoro quale dimostrazione non dubbia di quell’ossequioso affetto che nutrii in ogni tempo ed in ogni circostanza per Voi, e che la mano del tempo non potrà cancellare giammai.

De-Maldè Paolo Pio

Busseto, 8 settembre 1868

CENNI
STORICI E TECNICI
SUL
TEATRO VERDI
IN BUSSETO

Non pochi furono gli articoli inseriti in diversi giornali relativi alla dedicazione ed apertura del Teatro Verdi scritti da penne di gran lunga migliori della mia; e mi sarei assai di buon grado astenuto dal intrattenere i lettori su questo argomento, se lo avessi veduto svolto nel modo che secondo le limitate mie viste dovevasi trattare.
Nel 15 agosto 1868 ebbe luogo l’inaugurazione di un monumento innalzato dai Bussetani al celebre loro concittadino il Cav. Maestro Giuseppe Verdi. Di questa cittadina dimostrazione d’affetto, degli spartiti scelti per l’apertura, dei Virtuosi, dell’Orchestra e di tutto quello che contribuì a rendere veramente splendido lo spettacolo, se ne è diffusamente parlato, né potrei, né saprei aggiungere una parola senza ripetere quello che è stato già da altri stampato.
La scelta poi delle due Opere e di tutti quelli che dovevano concorrere per la loro interpretazione ed esecuzione era arra sicura del brillante successo che ebbe per dieci sere il Rigoletto, e del trionfo completo ottenuto nel Ballo in Maschera che venne rappresentato per la prima volta il 2 andante settembre. Gli attori gareggiarono di zelo unitamente ai cori, all’orchestra ed alle persone tutte incaricate della messa in iscena delle Opere, perché nulla fosse ommesso di quello che era indispensabile per ottenere quell’entusiastico successo che fortunatamente si ebbe. Lode adunque al Municipio, alla Commissione, alla Impresa, agli Attori, all’Orchestra, alla Banda Cittadina, al Corpo dei coristi ed a tutti quelli che concorsero alla degna rappresentazione delle due produzioni del grande nostro concittadino.
L’impresa che nel suo contratto non aveva assunto altro obbligo che di dare il ballabile per le due Opere ed un passo a tre, volle spontaneamente aggiungere due balletti comici. Peccato che coi materiali che aveva, non abbia sgraziatamente potuto ottenere quello che sarebbe stato in diritto di pretendere dal Coreografo!
Dopo una digressione troppo lunga, per non annoiare i lettori, entrerò nell’argomento facendo la storia succinta di quello che ha preceduto ed accompagnato la costruzione del monumento che ora si eleva nella piazza di Busseto per memoria immortale del nome di quel chiarissimo Concittadino che onora il mondo musicale.
Non intratterò sulla biografia del Celebre Maestro, giacché pochi sono quelli che non ne conoschono qualchuna delle tante già stampate; solo dirò che il Verdi sino da giovinetto coltivò la musica con tale passione da non potersi descrivere; e quando abbandonava la patria per recarsi a Milano a perfezionarsi aveva di già scritti tali lavori da cui si poteva argomentare qual doveva divenire un giorno.
I Bussetani lo amavano assai; ed appena collo smisurato suo genio mise il piede sul primo gradino di quella scala che tant’alto doveva elevarlo, nacque nella mente di essi il pensiero di erigere un nuovo Teatro coll’intendimento di dedicarlo a questo loro concittadino cui preconizzavano di già una luminosa carriera.
Nel 1845 si progettò la costruzione di un nuovo Teatro; ma il concetto dei proponenti essendo stato da una gran parte ritenuto inatuabile perché troppo grandioso, finì per naufragare.
Nel 1856 la fama del Celebre Maestro si era al punto consolidata da potersi ritenere il Verdi uno dei primi Maestri dell’epoca. Allora il progetto di un Teatro da consacrare quale monumento a questo Illustre tornò in vita ed essendo stata acquistata dal R. Demanio la Rocca di Busseto si progettò di erigere un nuovo Teatro in una parte di quel antico edificio, dove ne esisteva un piccolo, indecente e quasi inservibile.
Il Podestà d’allora Corbellini Cav. Donnino sottopose il progetto in genere al Municipio, che con sua deliberazione unanime 19 luglio 1856 lo approvò deliberando anche di affidare il progetto tecnico al Signor Prof. Pier Luigi Montecchini di Parma, al quale venne fra le altre cose raccomandata la conservazione di tutte quelle parti dell’edificio che avesse potuto, e la massima delle economie, motivo per cui sonvi piccoli difetti che l’architetto avrebbe sicuramente evitati, se non fosse stato legato a molti muri principali che si conservarono.
Presto fu ultimato il progetto tecnico, che si eleva sopra un quadrilungo dall’Est all’Ovest colla facciata rivolta alla piazza, e formata da tre occhi di portico, con torrione in angolo con quattro finestre ornate delle decorazioni gotiche che appartenevano alle finestre dell’antichissima rocca, Con cornici dello stesso stile per conservare più che fosse stato possibile il primitivo carattere a quel fabbricato sovra cui sta scritto a lettere cubitali T e a t r o Verdi. Al pian terreno evvi un porticato, l’alloggio pel portiere e custode, il vestibolo, la distribuzione dei biglietti, una sala d’aspetto, una trattoria, la sala per le prove, una stanza con ischata (?) all’orchestra, un’altra stanza con la stufa russa, vari altri ampi luoghi che non hanno anchora avuta la destinazione; pozzo dell’aqua viva con tromba per mandare le aque fino alla soffitta e farla girare in alcune parti del Teatro.
Si sale poi al piano della platea per mezzo di un grandioso schalone di fronte al quale si scorge una nicchia che conterrà il busto in marmo del Celebre Maestro, di già commesso al Chiarissimo Scultore Dupré di Firenze. Si entra quindi in uno splendido atrio che mette alle elegantissime sale di ridotto, al caffè, alla guarda roba, alle schale che conducono agli ampi corridoi dei palchi e relativi camerini e finalmente alla platea, sovra la cui porta sta scritta l ‘epigrafe :

BUSSETO
A
GIUSEPPE VERDI

Dal vestibolo parte un’altra scala che conduce al logione, ad un piccolo caffè e ad un ampio salone che ha servito per lo Senografo, e di cui ora intendesi ricavare alcuni alloggi per le Compagnie comiche. Una terza scala di accesso al sottopalco ed all’ampio palcho senicho, che ha sedici eleganti gabinetti per gli Attori, ed alla soffitta.
La parte rivolta a levante verso la piazza nel progetto Montecchini ornata da un lastricato di marmo limitato in giro da tre gradini, che furono soppressi in onta al disparere di alcuni membri della Commissione, per sostituirvi un terrapieno a piano inclinato. Se un tale cambiamento al progetto si dovesse fare lo giudicheranno gl’intelligenti; io non cito che l’avvenuto perché non se ne faccia un addebito all’Autore del progetto ed a quelli della Commissione che si trovavano opponenti a questo cambiamento. Unitamente al progetto techino (sic) il Professore compilava la perizia descrittiva ed estimativa dei lavori, che venne anch’essa sottoposta alla disamina Municipale. E nella seduta 18 Giugno 1857 sotto la presidenza della sullodata Autorità Municipale, venne il progetto Montecchini approvato. Dopo la conferma delle Autorità Governative poi si tentarono diversi esperimenti per potere appaltare l’esecuzione dei lavori. Ma essendo riusciti infruttuosi, per privata offerta, accettata ed approvata da chi di ragione, venne la costruzione del nuovo Teatro di Busseto affidata ad un nostro concittadino il Sig. Sivelli Giovanni il quale, animato più dal desiderio di appagare i voti della popolazione che dal proprio interesse, secondando la premura e lo zelo della Commissione di vigilanza di quell’opera, arrivò nel tempo che gli era stato prefisso, a dare compiuti i lavori di ossatura con quella solidità e precisione che non si sarebbe potuto desiderare maggiore. Sia lode all’impresario Sivelli che si rese benemerito della sua patria.
Ultimati i lavori del Teatro in ossatura, rimaneva la parte più difficile, la decorazione. Allora unitamente alla Giunta Municipale, la Commissione abilitata dall’intero Consiglio si occupò a stabilire alcuni contratti pei vari lavori che rimanevano a farsi. E quelli che si riferivano a muratori, falegnami e fabbri-ferraj, furono tutti affidati agli artieri della nostra Città che li condussero a fine con tale accuratezza da soddisfare pienamente coloro che ne li avevano incaricati.
Il Prof. Gelati, nostro bussetano, che s’era assunto il carico d’ideare e dirigere le decorazioni ed ogni cosa le concernesse, appena ebbe incominciato il lavoro, fu colpito da un improvviso malore che il condusse alla tomba. Questo doloroso incidente obbligò ad affidare l’esecuzione dei lavori ai pittori parmensi Sig. Baisi Giuseppe e Malpeli Alessandro, eccetto per le grandi medaglie che dovevano decorare la volta che erano di già state asegnate ad un nostro egregio concittadino, il Professore Gioacchino Levi.
Questi, avendo desiderato di fare egli stesso la selta dell’argomento, trattò un soggetto indubitalmente difficile, essendosi proposto di rappresentare in quei quattro medaglioni La Commedia, la Tragedia, il Melodramma ed il Dramma romantico. Che il Levi sia o no riuscito nella ardua impresa, mi dichiaro incompetente a giudicare. Quello che a me pare si è che il Levi ha fatto un grande tentativo; gli intelligenti sentenziino sul merito di esso. Ai signori Baisi e Malpeli poi, a parer mio, è dovuto un tributo di sincera lode per avere corrisposto alla fiducia che in loro aveva riposto la Commissione e la Giunta Municipale non solo per quello che si riferisce all’esecuzione, ma più ancora per le modificazioni rilevanti fatte al progetto.
Gelati, modificazioni che all’atto pratico sarebbero state fatte anche dal defunto, se avesse potuto mandare ad effetto il progetto da esso abbozzato. Al Sig. Baisi poi in particolare si deve una parola di encomio per la bella ed elegante Tela da esso dipinta in sostituzione del sipario, la quale ha incontrato il favore universale.
La parte d’intagliatore venne affidata al Sig. Carletti di Parma.
Quella d’indoratore ai Sigg. Vasini ed Anfossi parmensi.
Le scene e tutto quello che si riferisce al Palco scenico vennero affidate ad un nostro Bussetano il Sig. Ferdinando Accarini.
Quella di tappeziere ai Sigg. Belletti di Parma, Macchiavelli di Busseto e Mainardi di Cremona.
Le lampade e tutti gli apparecchi per l’illuminazione vennero affidate al Sig. Pandiani, bronzista in Milano.
La stufa russa è opera del Sig. Dolci di Piacenza, e la tromba idraulica del Sig. Polloni di Cremona.
Per la circostanza del apertura il mecanismo del palco scenico venne affidato all’ottimo macchinista di Parma Sig. Gaetano Mastellari.
Il favore universale non può non avere soddisfatti tutti quelli che presero parte alla costruzione di questo Monumento destinato a tramandare ai posteri la memoria di uno dei più illustri nostri compatrioti, ed il Municipio e la Commissione possono essere pur soddisfatti, avendo la generale approvazione cancellato quella macchia che si voleva imprimere sulle persone che erano state destinate alla direzione e vigilanza dei lavori. Essi veramente costarono una non tenue somma, che però non fu sprecata, come alcuni si erano gratuitamente fatto lecito di asserire.
Che la classe facoltosa ed intelligente della Città abbia accolto favorevolmente le premure ed i sacrifizi fatti dalle persone che per sei anni continui, senza compenso di sorta, si occuparono, trasandando anche parte dei loro interessi, nel curare l’esecuzione delle opere, è stato evidentemente provato dalla vendita dei trentun palchetti del nuovo Teatro, i quali valutati dal sig. architetto Montecchini L. 17.000 furono venduti all’asta pubblica per la rilevante complessiva somma di L. 51.000. E le lodi che imparziali escono dalle bocche dei forestieri e finitimi che in numero straordinario che va crescendo ogni sera, accorrono ad ammirare e il Teatro e lo spettacolo, non sono una riprova dell’accuratezza e diligenza della Commissione in tutti i lavori che formano la pubblica ammirazione?
Prima di porre fine a questo mio scritto, mi credo in obbligo di cancellare due altre macchie colle quali alcuni tentarono di screditare la Commissione di vigilanza. La prima di aver costrutto un Teatro troppo bello, spendendo perciò una somma assai cospicua. La seconda di avere eseguito quel lavoro in tempi che avrebbero richiesto si erogassero somme in tutt’altro che nella costruzione di un nuovo Teatro.
A questi due addebiti riesce assai agevole la risposta.
Al primo la Commissione risponde di non aver fatto altro che scrupolosamente eseguire quel progetto che era stato approvato ad unanimità dalla rappresentanza Municipale.
E se in materia di decorazioni si volesse credere da qualch’uno che si fosse andati troppo oltre nelle spese, si risponde che una volta che era nella mente dei Bussetani di dedicare il Teatro al celeberrimo loro concittadino il Maestro Verdi, non si poteva senza rendersi ridicoli in faccia al mondo fare meno di quanto fu fatto. Per compiere una cosa che dovesse essere, se non degna della persona alla quale si voleva offerire, almeno accettabile, la Commissione non poteva trasandare tutto ciò che era conveniente al lustro e alla finitezza del monumento. L’asserzione poi che sia stata spesa una somma assai cospicua non è punto una verità; giacché la Commissione potrebbe provare che ad onta che il nuovo Teatro di Busseto non sia secondo agli altri della sua classe costò un terzo meno di quelli.
Al secondo addebito poi d’avere costrutto un nuovo Teatro in .-tempi che ciò non consentivano, si risponde più vittoriosamente. I promotori non negano che il Teatro venne costrutto in un’epoca nella quale si sarebbe dovuto pensare a qualche cosa di più utile per questa nostra piccola città, ma chi poteva sicuramente prevedere quello che avvenne poi in Italia, quando si deliberò ed intraprese la costruzione di questo edifizio? Ed alcuni pure, convinti di questa incontrastabile verità, inoltrarono alla rappresentanza Municipale un progetto consentaneo ai tempi, ed era quello di stabilire nell’ex Collegio dei Gesuiti, che va di giorno in giorno deperendo, un Collegio convitto con istruzione elementare, ginnasiale, tecnica e musicale.
Questa proposta venne favorevolmente accolta dalla detta rappresentanza: ma fu in seguito osteggiata al punto da restare proposta morta. Non so, né desidero sapere da chi sia stata osteggiata; quello che non posso né debbo tacere si è che dall’effettuazione di quel progetto si potevano trarre immensi vantaggi morali e materiali.
Per non eccedere i limiti che mi era proposto in questi cenni debbo tacere di tante circostanze di fatto che pienamente giustificherebbero tutti coloro che ebbero principale parte nella costruzione del monumento consacrato al Grande nostro Concittadino. Solo mi limiterò a fare voti perché ora che il Teatro esiste, la rappresentanza Municipale si voglia seriamente occupare a promuovere tutto quello che può ridondare a lustro ed interesse di questa piccola Città, che non sarà seconda alle altre quando la volontà concorde di questi abitanti, vorrà prefiggersi per solo ed unico scopo il bene, il decoro di questa loro Patria. Una pietra adunque pel passato, se non vogliamo avere la vergogna d’essere creduti inferiori all’altezza dei tempi.
Uniamoci in una sola volontà di concorrere, fin dove il consentiranno le nostre forze, ad illustrare questa piccola Città che va superba d’avere dati i natali a uomini che onorano il mondo.

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