Verdi ambasciatore

 

 

Il 15 settembre di centocinquant’anni
fa il Maestro fu ricevuto a Torino
da Vittorio Emanuele II
VERDI AMBASCIATORE SPECIALE
Portò al re i risultati del plebiscito sull’annessione dell’ex ducato al Piemonte

 

Centocinquant’anni fa esatti un trenino rigava la strada ferrata da Parma verso occidente: portava sei uomini con un foglio da leggere e consegnare al Re di Sardegna, quasi Re d’Italia, sul quale era riportato l’esito della volontà di annettersi al Piemonte espressa per via plebiscitaria dai sudditi dell’ex ducato di Parma e Piacenza.
Non era un plebiscito ufficiale, quello definitivo sarebbe stata compiuto nel marzo successivo, ma il contenuto era di grande portata politica per manifestare pubblicamente le intenzioni dell’ex ducato: anche se i votanti erano solo i cittadini parmigiani, piacentini e pontremolesi maschi e alfabetizzati al di sopra del ventun anni, l’esito della consultazione del 21 agosto 1859 fu statisticamente inequivocabile, 63167 voti a favore dell’annessione contro 504, e al dittatore per le province emiliane Luigi Carlo Farini, che l’aveva organizzata, servì a decretare la formazione di un’assemblea democraticamente eletta con il compito di ratificare la mozione di deposizione del sovrano e l’annessione al Regno. Non è detto che il concorso di folla alle urne sia stato così gioioso come ce lo ha restituito la pubblicistica risorgimentale, condito da “lodi a Dio, alla Madonna e alla libertà“, ma è difficile negare che la volontà di cambiamento non prevalesse sulla sua stessa incertezza, ed è anche probabile che i cinque sacerdoti che ne uscirono eletti apparissero lì per lì in numero superiore a quello atteso dagli osservatori della Santa Sede, peraltro in quel momento presa da situazioni ben più rocambolesche.
I ventitrè giorni. che separarono l’esito referendario dalla partenza della delegazione diretta, a Torino -furono scanditi da un’accurata regia: mercoledì 7 settembre l’assemblea dei sessantatrè eletti fu benedetta solennemente in Duomo.
Farini rassegnò le dimissioni da dittatore provvisorio con un’allocuzione veemente sulla storia del ducato dalla fine della dinastia farnesiana alle iniquità degli ultimi Borbone, ma fu sùbito rinnovato in carica fino alla ratificazione dell’annessione.
La, domenica successiva in Cittadella furono esplose cannonate di giubilo per la compiuta stesura del verbale dell’esito referendario, a sancire la sensazione diffusa di essere a un crocevia storico, a un istante “che molti fratelli ci invidieranno, che i venturi ricorderanno benedicendoci” .. anche nel redattore della “Gazzetta” di allora l’entusiasmo della svolta prevaleva sull’ncosapevolezza delle trappole campanilistiche, ma forse, come a tanti altri, non sul timore che qualcuno stesse tramando un brutto tiro. Bisognava infatti fare in fretta e bene.

Evitare che l’opinione pubblica, cominciasse a pensare che il Piemonte anziché unire volesse conquistare e che Napoleone III stesse pensando di barattare con l’Austria pezzi d’Italia.
Così, mentre la delegazione dell’ex ducato preparava le valigie per Torino, da una parte si guardava alle inquietanti voci del “Moniteur Unversel” sugli strani patti di Villafranca (che sulla “Gazzetta” si spartivano lo spazio con le pubblicità, dei puranti – è la legge del mercato), dall’altra strani personaggi come un tal Carlo Beltrami battevano la zona mostrando “campioni di diversi fucili da Guardia Nazionale”.

La sera del 14 settembre 1859 la delegazione parmense arrivò ad Alessandria.
Era composta dai marchesi Giancarlo Dosi e Giuseppe Mischi, da Carlo Fioruzzi e Giuseppe Manfredi, dal conte Jacopo Sanvitale e da Giuseppe Verdi, cioè fra i più attivi sollecitatori del risveglio nazionalistico locale.

Conoscendo Verdi, non si fa fatica a immaginare quanto gli potesse costare un viaggio in treno che altri avrebbero potuto fare al posto suo. Nessun dubbio tuttavia che l’ideale di patria vincesse in lui su ogni quieto vivere. Dopo aver pernottato ad Alessandria la compagnia ripartì alle 10 del 15 settembre e dopo due ore e mezzo arrivò a Torino: breve sosta all’albergo Trombetta (non sempre il caso è all’altezza della Storia) e alle ore 15 a Palazzo Reale fu introdotta dal marchese Ferdinando Arborio Gattinara di Breme al re Vittorio Emanuele II.

Le parole pronunciate da Sanvitale a nome dei delegati, con abbondanza di enfasi (c’era pure un “vindice della libertà”) furono stampate su un supplemento della Gazzetta Piemontese la sera stessa: “Nell’annessione al Piemonte sta la futura grandezza e rigenerazione della patria comune. Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano deve volerla fortemente, costantemente“, a cui il re rispose con frasi da manuale (“la piena unanimità dei voti dell’Assemblea Nazionale che dall’urna uscirono senza macchia” e “speranza di una patria grande, forte, libera, indipendente“). Non si ha notizia che Verdi, certamente l’uomo più celebre presente in quella sala, abbia fatto granché di storico oltre a stringere mani, momento in cui Vittorio Emanuele si trovò per la prima volta a tu per tu con l’uomo che costituiva il suo acronimo popolare, e la cosa finì lì. Tuttavia i sei ambasciatori non lasciarono subito Torino. Sei giorni dopo Verdi fu ricevuto da Cavour nel suo feudo di Leri: la stima reciproca, costerà al bussetano l’impossibilità di rifiutare un anno dopo la proposta di Cavour a candidarsi alle elezioni del 1861, ma questa è un’altra storia. Verdi parlò anche con l’ambasciatore inglese James Hudson, attivo sostenitore di Garibaldi, che gli tratteggiò scenari ancora torbidissimi nell’Italia centro-settentrionale, timori di ritorni di vecchi regimi, governi provvisori in pericolo. Su suo consiglio poche settimane dopo Verdi, insieme al direttore d’orchestra Angelo Mariani, farà acquistare per il Comune di Busseto centosettantadue fucili. Così, tanto per star sicuri.

Giuseppe Martini, “Gazzetta  di Parma” -14/09/2009.

 

 


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