Medico di piazza

 

 

Il libro

Simulatori, giramondo, gabbamondo, e chi più ne ha più ne metta. Ma gli uomini dai molti imbrogli erano anche gli uomini dai molti miracoli, gli empirici che praticavano toccamenti e toccasana, impomatavano e crocesegnavano, cavavano denti e dolori; acconciavano ossa rotte o slogate, vendevano rimedi in qualche modo lenitivi o di null’ altro carichi che di benefica suggestione, tanto da giustificare il detto che talora “arrivano le medicine degli empirici che non giunge Galeno con la dottrina”.
Mettiamola così: come in ogni altro mestiere del mondo, c’erano anche qui i buoni e i cattivi.
Buonafede Vitali — in extenso, all’anagrafe del comune di Busseto dove nacque il 13 luglio 1686, Buonafede Bonaventura Ignazio Vitali, figlio di Giuseppe e di Maria Carpi — fu un “saglimbanco” e un -pubblico operatore empirico”, come egli si definì, del tutto sui generis e svettante sulla massa dei suoi pari.

Giorgio Cosmacini

La medicina alternativa e popolare ebbe un esponente di gran prestigio in Buonafede Vitali, che ha pubblicato le sue opere come “Anonimo”. Lo illustra con la consueta perizia Giorgio Cosmacini, introducendone un prezioso scritto e togliendo dall’anonimato dei libri giacenti nei pur benemeriti scaffali antichi delle biblioteche.

Francesco di Ciaccia

Prefazione
di Francesco di Ciaccia

La medicina alternativa e popolare ebbe un esponente di gran prestigio in Bonafede Vitali, che ha pubblicato le sue opere come “Anonimo”. Lo illustra con la consueta perizia Giorgio Cosmacini, introducendone un prezioso scritto e togliendolo dall’anonimato dei libri giacenti nei pur benemeriti scaffali antichi delle biblioteche.
Il Vitali è un validissimo medico, che però ha scelto la metodologia popolare di approccio con il pubblico: quella del “medico di piazza”, detto spregiativamente saltimbanco.
A chi è avvezzo alla storia del cristianesimo viene da paragonarlo, per la metodologia della comunicazione, al “giullare” d’Assisi: Francesco “a volte raccattava da terra un pezzo di legno, lo posava sul braccio sinistro, prendeva nella destra un altro bastoncino, ve lo posava sopra a modo dell’archetto di una viola o d’altro strumento, facendo gesti appropriati, e così accompagnava, cantandole in francese, le lodi di Dio” (Specchio di perfezione, 93). Era una forma innovativa di predicazione. E la nuova forma di omelia sulla natività di Cristo fu la “messa in scena” di Greccio: il “presepe vivente”. Il paragone non è forzato. Di fatto, i medici “pratici”, che salivano sui banchi in piazza per comunicare con il pubblico anche mediante qualche espediente teatrale, facevano “spettacolo”.
Ma il problema delle scelte metodologiche pone quello della libertà individuale. È la prima riflessione del Vitali: il quale si rivela anche un buon filosofo. Egli ripropone la dottrina “umanistica” di Epitteto: il mondo è come una ‘rappresentazione teatrale; ad ognuno la vita assegna un ruolo, un ruolo che si fonda sulle attitudini ed inclinazioni personali. È sufficiente che ciascuno segua ciò cui si sente chiamato, per mettere a frutto i propri talenti a beneficio di sé e dei propri simili.
È notevole, nei primi anni del Settecento, una simile concezione di libertà, dopo tanti secoli in cui le vocazioni degli individui erano imprigionate entro rigidi schemi di ordine sociale e morale.
Anche la scelta professionale del Vitali poggia sulla filosofia di Epitteto. Per Epitteto, come per il “medico pratico” Vitali, il valore del sapere teoretico è secondario, rispetto al sapere pratico.
Tuttavia né la libertà individuale né il consenso popolare, sia pure su larga scala, fondano a livello etico la validità dei comportamenti umani: “non basta che la Comune del Volgo” giudichi onorata e lecita un’azione. Occorre che l’attività sia buona “intrinsecamente”, perché possa definirsi tale, “non essendo possibile mai, che il giudicarsi bene d’una cosa in sé mala la possi cangiar veramente dal suo essere, e farla-buona”. E chiara l’impostazione filosofica di matrice classica, a partire dal pensiero socratico-platonico, sostenuta poi da tutto il filone razionalista dell’età moderna.
L’Autore si prefigge dunque di dimostrare la bontà intrinseca della professione del medico di piazza.
La pratica è il criterio propriamente adeguato della medicina. La specificità teoretica del medico saltimbanco sta proprio nella concezione che egli ha della “pratica”. Non si può disconoscere che la scienza medica abbia tenuto sempre d’occhio il riferimento all’esperienza: senza il riscontro fattuale sugli effetti reali, le indicazioni astratte non servono. Su questa linea si erano mossi i medici che avevano ottenuto i migliori risultati e acquisito i maggiori successi. Lo abbiamo riscontrato, per riferirci ad un’opera edita da questa stessa Editrice, presentando il libro di Giovan Pietro Aduno sulla peste.
Ma il saltimbanco osteggia ogni ingerenza dell’apporto teorico, che pur era tenuto sempre in conto dai medici ufficiali, anche se orientati più alla pratica che alla teoria. Egli vuole che il “raziocinio” – così recita – stia lontano dalla medicina. Il pensiero teorico ha in sé un rischio, ineludibile: porta a “trascurare le osservazioni dell’Esperienza”, sicché la medicina “razionale” è più dannosa che vantaggiosa per i “corpi nostri infermi”. La condanna della medicina che insegue teorizzazioni astratte è quanto mai inequivocabile.
Portando in causa le più “disparate” teorie mediche, spesso in contraddizione tra loro, il teorico della “pratica” ha buon gioco. E intende dimostrare come la teoria sia pura “opinione”, cioè credenza fondata solo sul pensato del tutto soggettivo, e che sia quindi “fantasia”, come la denomina.
L’autentica professione medica è invece quella che si attiene alla nuda e pura “esperienza” dei mali: constata di volta in volta le manifestazioni morbose, e prescrive i medicamenti che, di volta in volta, di fatto sono stati accertati utili.
L’esperienza assurge a supremo, anzi ad unico, criterio di validità, in campo medico.
Altri aspetti della prassi del medico di piazza concernono l’ambito morale. Esercitare la professione in pubblico è indecoroso? Al contrario. Garantisce correttezza ed onestà.
Il Vitali ha inteso rivendicare la bontà della sua professione di “saltimbanco”. Ma nella sua difesa ha sollevato anche molti problemi relativi all’esercizio della medicina e ha offerto diverse indicazioni utili a livello generale. Una di queste, solo alla quale qui voglio accennare, è l’inopportunità di troppi farmaci. Bastano pochi, sicuri e validi! Con risparmio anche degli infermi, precisa il nostro “Anonimo”. Anche oggi il problema è stato più volte sollevato. LEGGI/SCARICA L’INTERO LIBRO

 


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