Camilleri

 

 

 

VERDI E CAMILLERI: COSI’ LONTANI, COSI’ VICINI
di adriano concari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pure Andrea Camilleri nel suo romanzo intitolato “Il birraio di Preston” si richiama al nostro grande concittadino Giuseppe Verdi, chiamandolo ripetutamente “cigno di Busseto”.
L’autore della fortunata serie di romanzi polizieschi, incentrati sulla ormai leggendaria figura del commissario Montalbano, nel libro sopra citato abbandona comunque l’eroe prediletto per cimentarsi nella ricostruzione fantastica di un fatto storico avvenuto in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento, vale a dire l’incendio del teatro di Vigata in occasione della  rappresentazione appunto del melodramma di Luigi Ricci “Il birraio di Preston”.
La narrazione fa tesoro della lettura da parte di Camilleri dell’inchiesta parlamentare sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia nel 1875-1876, la quale riflette le problematiche del disagio della regione dopo l’unità d’Italia e in particolare del ruolo accentratore, onnipotente e spesso vessatorio dei prefetti che i Siciliani mal sopportavano (è un prefetto fiorentino che impone l’esecuzione dell’opera di Ricci per l’inaugurazione del teatro di Vigata).
Lo sfondo integratore del racconto è dunque il melodramma e, a questo punto, è il caso di sottolineare che Camilleri, così come mette nelle mani di un Montalbano avido, curioso lettore molte, valide, ricercate opere letterarie italiane e straniere anche d’epoca diversa, ostenta ne “Il birraio…” una cultura musicale di prim’ordine, in ispecie dell’opera ottocentesca.
Letterariamente parlando, a solo titolo esemplificativo, ci si è presa la briga di annotare, scorrendo sommariamente solo il volume “
Un anno con Montalbano”, gli autori citati da Camilleri ed evidentemente da lui conosciuti e “digeriti”: si va da Jacques Cazotte, autore del romanzo settecentesco “Il diavolo innamorato”, a Gérald de Nerval, dall’Edgar Allan Poe dei “Racconti” agli amati poeti triestini Virgilio Giotti e Umberto Saba, da Aulo Gellio e dalle sue “Noctes Atticae” alla lettura intensiva di Proust, Musil e Melville, quest’ultimo a proposito del “Benito Cereno”, da Jan Potocki e dal suo “Manoscritto trovato a Saragozza” a Pessoa e al suo investigatore Quaresima, da Leopardi che gl’ispira la “nottata…dolce e chiara e senza vento” al Gogol dei “Racconti di Pietroburgo”, per finire, passando attraverso le analisi di Roland Barthes, con le poesie di Dylan Thomas e “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. Non possono mancare in Camilleri i siciliani che ama. Di Leonardo Sciascia dice: “…se invece di fare il maestro elementare avesse fatto un concorso nella polizia, sarebbe diventato meglio di Maigret e di Pepe Carvalho messi insieme”. Ma chi predilige in sommo grado è Antonio Pizzuto, che aveva fatto il percorso inverso: “…Era uno che aveva fatto carriera nella polizia, questore, capo dell’Interpol. Di nascosto traduceva filosofi tedeschi e classici greci. A settant’anni e passa, andato in pensione, cominciò a scrivere. E diventò il più grande scrittore d’avanguardia che noi abbiamo avuto. Era siciliano”. Insomma, per concludere l’inciso, il senso ultimo dei riferimenti culturali di Montalbano-Camilleri può stare benissimo in questa battuta fulminante e illuminante: “Cristo santo! Ma come fa a sapere queste cose?”. “Leggendo” fece brusco il commissario.
Quanto sopra detto è una parentesi importante, che racchiude il significato di una fortuna letteraria, quella di Camilleri, che non è frutto del caso, ma si nutre di un “background”, di un retroterra di conoscenze ed esperienze (non scordiamo che il Nostro per una vita ha operato in qualità di sceneggiatore, regista teatrale e televisivo, producendo tra l’altro le serie del tenente Sheridan e del commissario Maigret per la RAI) di prim’ordine, in ciò degno epigono della grande letteratura siciliana dei Verga, dei Capuana, dei Pirandello, degli Sciascia, dei Bufalino e via dicendo. Con in più la sua “voce”, la sua lingua “bastarda”, una straordinaria mescolanza di dialetto siciliano e lingua italiana, di primo acchito indecifrabile, ma poi sempre più attraente, necessaria alla ri-creazione di ambienti e situazioni, capace d’inchiodarci alla lettura.
Ora però ritorniamo al nostro “birraio di Preston” e ai passi che più c’interessano.

Cominciamo da pag. 17, là dove si narra che nel Circolo borghese di Vigata “Famiglia e progresso” s’intavola un’animata discussione di natura musicale. Siamo attorno al 1870 e c’è tra i membri del club chi, il cavalier Mistretta, in omaggio anche alla modernità, mostra di conoscere e d’apprezzare l’arte di Uogner (leggi Wagner):
“C’è una fantasima che fa tremare tutti i musicanti d’Europa!”
La reazione del preside Cozzo a pag. 22 non si fa attendere ed è furente, basata su considerazioni solidissime, a suo dire inoppugnabili:
“Voglio solo parlare del ‘Trovatore’, l’opera somma del cigno di Busseto…………………….
E dunque, cavaliere, mi stia bene a sentire. Io piglio ‘Abbietta zingara’ e gliela infilo nell’orecchia destra, afferro ‘Tacea la notte placida’ e gliela sistemo nell’orecchia mancina, così non potrà più sentire il suo amato Uogner, come dice lei. Poi agguanto ‘Chi del gitano’ e gliela inzicco nel pirtuso di mancina del naso, impugno ‘Stride la vampa’ e gliela metto nel pirtuso di dritta, così manco può pigliare aria. Poi faccio un bel mazzo di ‘Il balen del tuo sorriso’, ‘Di quella pira’ e del ‘Miserere’ e glieli alloco tutti quanti nel buco del culo che, mi riferiscono, lei ha abbastanza capiente”.
Linguaggio colorito, anzichenò, quello di Camilleri, pittorescamente espressivo, per di più informato dal punto di vista musicale e acconcio nel suo crescendo, che sale infervorato dal primo al secondo fino al terzo Atto del “Trovatore” verdiano attraverso appunto le romanze richiamate dal preside Cozzo.
Da pag. 23 a pag. 26 continua poi la discussione nel circolo vigatese e, tralasciato Giuseppe Verdi, abbondano tuttavia ancora le citazioni musicali relative al melodramma ottocentesco, elencandone praticamente tutto il Gotha. Quasi come in una sorta di gara, in contrappunto, don Totò Prestia canta a fior di labbra ‘Una furtiva lacrima’, dall’“Elisir d’amore” di Gaetano Donizetti. Gli fa eco don Cosmo Montalbano, che intona ‘Una voce poco fa’ tratta dal “Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini. Si termina con i botti finali, con Giosuè Zito, il commendator Restuccia, il marchese Coniglio della Favara (espulso dal Circolo dei Nobili di Montelusa ed ammesso a quello borghese di Vigata), il medico Gammacurta che attaccano con tono basso le arie famose del loro grande conterraneo: ‘Ah, non credea mirarti…’, ‘Vi ravviso, o luoghi ameni…’ da “La Sonnambula”, ‘Qui la voce sua soave…’ da “I puritani”, per concludere in coro disposti a semicerchio con ‘Suoni la tromba e intrepido…’ sempre da “I puritani”. I convenuti allora diventano congiurati nel nome di Vincenzo Bellini, nel nome dell’Arte, contro l’insulsa opera di Luigi Ricci, “Il birraio di Preston”, dichiarando solennemente che non passerà.
Ah, Ricci Luigi! Nella sua folle conferenza di presentazione del compositore napoletano autore de “Il birraio di Preston”, che possiamo leggere a pag. 54 e seguenti, il professor Carnazza, “mbriaco come una signa”, ma si sa “in vino veritas”!, lo riporta a noi, cioè ancora una volta a Giuseppe Verdi. Sentite cosa dice:
“Ah, Ricci Luigi…A Trieste fece accanuscenza con tre fimmine di Boemia, no, detta accusì pare una cosa di vitro, di cristallo, no, meglio dire della, ecco, tre fimmini della Boemia che erano soro e che facevano Stolz di cognome. Ludmilla, Francesca e Teresa, erano. L’ultima, Teresa, è quella stessa angelica, questa volta sul serio, intreppete delle opere di Verdi, il cigno di Busseto. E pare che questa Teresa assai spesso per il cigno si sia cangiata in Leda…”.
Vi risparmiamo il resto, la sequela delle dissolutezze del Ricci medesimo con le tre sorelle Stolz. Non potevamo però tacere questo ultimo particolare piccante legato alla biografia verdiana, per altro ben noto. Camilleri, il quale, come abbiamo visto, è buon conoscitore del mondo musicale, non disdegna di propinarci l’episodio minore, curioso, il pettegolezzo salace, ovviamente rivisitandolo alla sua maniera. Il suo è un modo “soft”, leggero, per incontrare i grandi personaggi, questa volta il nostro Giuseppe Verdi.




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