Chiese_Palazzi


 

 

CHIESE E PALAZZI

COLLEGIATA DI SAN BARTOLOMEO
Riedificata nel’50 circa, presenta in facciata .una preziosa serie di decorazioni fittili lombarde, approntate probabilmente (verso il 1480-90) nella fornace di Jacopo de’ Stavolis con sede a Polesine, su prototipi precedenti di Rainaldo; coevi i tre bei pinnacoli edicola, ornati di busti in altorilievo. Più arcaico il cornicione sui fianchi, composto da mattoni a sporto messi “a goccia” e da archetti ricorrenti di tradizione romanica. A fianco dell’ingresso, lapide scolpita del 1584 che ricorda l’incontro fra Paolo III e Carlo V (1543).
L’interno appare ricoperto da raddinati stucchi rococò (1753-54), alla, maniera di Fortunàto Rusca (e di Carlo Bossi); ai pilastri, teoria di belle placche portacero, forse di Antonio Pallavicini (circa 1767). Nelle navate minori sei architettonici confessionali, compagni ad altri due ora nella Parrocchiale di Sant’Agata, firmati da Giacomo Rossi (1795). Nella prima cappella a destra, fornita d’altare in marmi (inizi dell’800), l’Assunta proviene (prima del 1819) dalla quarta dedicata al Rosario, ove la eseguì, in armonia cogli affreschi, Giovanni Evangelista Draghi (1704); ai lati, Madonna col Bimbo, i SS. Francesco e Chiara di Camillo Procaccini (circa 1611) e Gesù Bambino coi SS. Bernardino da Siena, Antonio da Padova, Francesco di Paola di Clemente Ruta (1734-41 circa).
Nella seconda cappella (in pendant con la dirimpettaia), altare in stucchi rococò e statua di S. Giuseppe col Bimbo; Madonna col Bimbo e i SS. Pietro e Giacinto restituibile a Ermenegildo Lodi (1598), Madonna col Bimbo e i SS. Geminiano e Francesco di Francesco Superti (1599).
Nella terza, decorata anch’essa da fini stucchi (1760), affreschi ovali con S. Giacomo minore e S. Bernardo (molto ridipinti) ritenuti di Pietro Balestra. Nella quarta, la cupola con l’Incoronazione della Vergine è di Giovanni Evangelista Draghi (1704), gli ornati alle pareti di Giovanni Motta (prima del 1819); mentre l’ancona in stucco rientra nel gusto di Antonio Rusca (prima del 1819) e contiene la statua della Madonna del Rosario di Angelo Piò (primi del ‘700). A lato, S. Isidoro Agricola di Giorgio Scherer (seconda metà del1’800). Nell’ancona ottocentesca sono inseriti quindici tondi coi Misteri del rosario, attribuiti a Giovanbattista Natali (XVII secolo), anche se sul retro di una delle tavolette di supporto sta scritto: “oppere del Sig.r Carlo Nattali accomodate da me Sigismondo Fran.co Boccaccino et (?) Cre…”; il quale Boccaccino pare li avesse ricavati (1704) da un dipinto più ampio. La tela di tipo tovaglia e le dorature sui bordi, prettamente cinquecentesche, assieme allo stile dei Misteri, conducono invece con sicurezza a Vincezo Campi, che vi ripete particolari da sue opere maggiori; mentre le luci radenti dall’alto ed il morbido modellato pittorico, sono quelli dell’Annunciazione nell’omonimo oratorio bussetano. Nella cappella a destra del presbiterio, altare intagliato ed ancona con a lato le statue della Fede e della Speranza (prima metà del ‘700); paliotto in scagliola (forse della bottega di Lodovico Leoni); balaustra marmorea coeva, nel gusto di Pietro Oliva, fornita di bel cancelletto in ferro battuto e bronzi dorati. Bellissimo l’altar maggiore, con figure dipinte a finto bronzo, opera di Giovanbattista Febbrari (verso la metà del ‘700); a lato, raro pancone con spalliera (primi decenni del ‘500) di forme ancora rinascimentali. Nell’abside S. Bartolomeo in gloria di Francesco Boccaccino, databile attorno al 1704, quando ebbe a sezionare l’accennata pala del Rosario. Il coro, che secondo il Seletti fu ingrandito nel ‘600, ospita maestosi sedili di Francesco Galli (1800-1805).
Il soffitto della grande sagrestia è stuccato con coppie di mensoloni (circa fine ‘600); coevi i credenzoni, nello stile di Giovanbattista Biazzi, e l’armadio a muro. Sopra l’altare, bel ciborio intagliato del medesimo periodo, proveniente dalla chiesa dei Cappuccini; S. Pietro d’Alcantara che confessa S. Teresa, opera significativa di Luca Giordano (ultimi decenni del ‘600), variante di quella in Santa Teresa a Chiaja a Napoli (dopo il 1667). Nella Pinacoteca di Cremona se ne trova copia in un disegno a sanguigna.
Alle pareti: S. Famiglia con S. Cristoforo di Francesco Lucchi (1614); Cena in Emmaus, copia antica (variata) da Antonio Campi; Processione di S. Rocco di scuola cremonese (prima metà del ‘600); S. Margherita da Cortona e Annunciazione giovanile di Pietro Balestra (seconda metà d della Vergine di Gi tonda metà dell’800). Ricchissima la collezione di oggetti provenienti anche da altre chiese bussatane; importante serie di otto corali (dello scorcio del ‘400), fra i quali un miniato dono del vescovo Carlo Pallavicino; pace in avorio con la crocifissione fra i SS. Paolo e Bartolomeo della bottega degli Embriachi (inizi XV secolo); croce professionale in argento, con figure a bassorilievo applicate (fine’400); altra eccezionale croce astile in argento dorato, con figure in altorilievo e a tutto tondo, di Jacopo Di Filippo e Damiano Da Gonzate (1524); reliquiario in argento sbalzato di Altobello de’ Cambi (1540); molti altri argenti casellati, fra i quali pezzi dei Froni (1783), di Angelo Filiberti (1785), di Luca Finelli (1794); e paramenti ricamati di ottima fattura, in prevalenza settecenteschi. Nei depositi, rimarchevoli tronetti espositivi (seconda metà del ‘700); coevo paliotto dipinto a riccioli rococò, di certo proveniente da Sant’Ignazio, poiché della stessa mano dell’affresco attorno alla pala maggiore; bella statua lignea di S. Rocco del Perfetti (circa fine ‘700). Nella quarta cappella a sinistra, gli splendidi affreschi con Padri e Dottori della chiesa di Michelangelo Anselmi (1538-39) appaiono in uno stato pauroso di degrado, a soli vent’anni dal restauro che non non si occupò di risanare l’ambiente; nella zona superiore, Virtù cristiane ed Eroine bibliche di Giovanni Gaibazzi, fra ornati di Giovanni Bavini (1865). Altare ed ancona in scagliola policroma (verso il 1820); con in nicchia statua lignea di Angelo Piò (primi del ‘700). Nella prima, bell’altare con lo stemma Pallavicino nello stile di Giulio Seletti (prima metà del ‘700). Il paliotto, in scagliola di Carpi, ripete quasi alla lettera quello datato 1705 in San Martino a Riva di Ponte dell’Olio (PC), ed entrambi sono dello stesso artista che realizzò i sette in San Sisto a Piacenza (cfr. R. Arisi, La chiesa e il monastero di San Sisto a Piacenza, Piacenza, 1977, p. 248; A. Colombi Ferretti, 1980, p. 235) e quello ora nel Museo Civico (recante lo stemma Pallavicino), attribuito (pur se non firmato) a Lodovico Leoni, di stanza a Cremona. Sopra l’altare, stilizzato Crocefisso di tipo quattrocentesco; a fianco, Immacolata fra i SS. Paolo, Pietro, Francesco, Chiara di Andrea Mainardi detto Chiaveghino (1589), che riprende l’analogo soggetto inedito presso i depositi di Palazzo Rosso a Genova (firmato e datato 1583) e l’Assunzione nella Parrocchiale di Pandino (1586). A1 primo pilastro, affresco tardoquattrocentesco, nell’ambito di Benedetto Bembo, con la Madonna e il Bimbo. In canonica lastre in rame per incisioni di Pietro Perfetti, Filippo Ricchi, Giovanni Silvestri (seconda metà del ‘700).

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI
Sorse, assieme al convento, fra il 1470 ed il’74 in tradizionale forma tradogotica (tipica dello stato Pallavicino) con absidi poligonali, ad imitazione della chiesa Parrocchiale. Il portale si fregia di belle terrecotte, formate attendibilmente a Polesine nella fornace di Jacopo de’ Stavolis, su modelli di Rainaldo. Nella retrofacciata, Madonna col Bimbo e S. Pasquale Baylon di Clemente Ruta (1732); rilievo policromo con la Madonna e il Bambino di tipo toscano (fine ‘400). All’imbocco della navata, maggiore, due pile per l’acqua santa in marmo (circa fine ‘600).
Alla navatella di sinistra sono innestate quattro cappelle comunicanti: le ultime due già approntate nel 1478, le prime in fase di costruzione nell’84; decorate da eleganti capitelli, formelle e nicchiette polilobate fittili. Nella prima, frammento d’affresco con la Madonna e il Bimbo (fine ‘400); nell’ultima, Santa Margherita da Cortona ovale, alla maniera di Antonio Bresciani (seconda metà del ‘700). Sulla fronte della grotta in capo alla navatella, stucco ad altorilievo con Angeli dolenti e stemma Marziani (verso la metà del ‘700); accoglie il superbo gruppo in terracotta policroma del Compianto sul Cristo morto, realizzato da Guido Mazzoni con straordinaria introspezione psicologica (circa 1476-77). Segue il cenotafio di Ireneo Affò, in marmi scolpiti (appena dopo il 1797). Nell’arcone trionfale due Angeli con blasone in stucco, analoghi ai precedenti; sopra l’altar maggiore, Crocefisso ligneo ben modellato (prima metà del ‘700). Nella navata a destra Gesù al Calvario, affresco frammentario di Antonio Campi (circa 1557); se ne trova lo schizzo preliminare presso la Fondazione Horne a Firenze, ascritto a Giulio Campi (ripr. in G. Bora, I disegni lombardi e genovesi del Cinquecento, Treviso, 1980, p. 33).
II chiostro fu oggetto di ampliamenti sino all’800: la loggetta è del 1924; mentre la sagrestia, costruita nel 1746 dai mastri fratelli Faroldi, possiede una delicata stuccatura ed affreschi con Santi e personaggi francescani di Pietro Rubini (i due ovali ai lati dell’altare) e del May. Nella stanza a destra, grande armadio (prima metà del ‘700); nel refettorio rozza Ultima cena di pittore locale (seconda metà del ‘600). Sul pianerottolo della scala che conduce al primo piano del Convento, un armadio ricomposto copre l’affresco ovale con le Stigmate di S. Francesco (verso la metà del ‘700); le tre cupolette del corridoio superiore recano ciascuna cinque piccoli monocromi con Virtù, probabilmente del Rubini. Altre opere: S. Felice da Cantalice che riceve il Bimbo dalla Vergine forse di frà Semplice da Verona (prima metà del ‘600); Immacolata di Ignazio Stern (1722 circa), proveniente dai Cappuccini di Fidenza; Beato Giovanni Buralli che celebra la messa di Carlo Angelo Dal Verme (1779). Nella cappella, S. Famiglia con G. Giovannino, S. Antonio da Padova ed altro Santo francescano di Antonio Campi (1579-80). In biblioteca, sono stati trafugati (qualche anno fa) quasi tutti i capilettera dai dieci importanti corali miniati di Francesco da Castello e aiuti (verso il 1474).

 

 

 

 

 

 

 

ORATORIO DELLA SANTISSIMA TRINITA’
È quasi parte integrante della Parrocchiale; la porta intagliata, datata 1794, pertiene di certo a Francesco Galli. L’interno venne rimodernato fra il 1766 ed il ’70 con deliziosi stucchi, probabilmente dalla stessa bottega attiva nell’adiacente San Bartolomeo; di qualche decennio dopo, i quattro Padri della chiesa di Bernardo Collini posti negli intercolumni. A destra, affresco con la Madonna e il Bimbo (prima metà del ‘400); di fronte, l’ancona delle reliquie, proveniente dalla Parrocchiale, intagliata nel gusto cremonese (circa metà del ‘600), e S. Biagio cresimante, firmato da Giuseppe Bravi a Roma nel 1885.
All’altare di destra S. Nicola da Bari che resuscita i tre bimbi di Carlo Angelo Dal Verme (1784-85), il cui schizzo preliminare ed il probabile studio per la figura del Santo sono nella Biblioteca Palatina a Parma. Sull’altare a sinistra, la statua lignea della Madonna col Bimbo di Giuseppe Febbrari (circa 1766-70). Molto bello l’altar maggiore in marmi vari (1749), che reca sul retro una elegante grata coeva in ferro battuto ed il notevole bassorilievo col Beato Rolando de’ Medicis e lo stemma Pallavicino (1464); mentre la credenza nel coro è ascrivibile a Vincenzo Biazzi (primi decenni del ‘700). Alla parete, l’intenso capolavoro di Vincenzo Campi: SS. Trinità con le SS. Apollonia e Lucia (1579).

 

 

 

CHIESA DI SANTA MARIA ANNUNZIATA
Fu progettata, diretta e decorata di stucchi all’interno da Giuseppe Cavalli nel 1804, in nitida forma neoclassica. Nella retrofacciata, Resurrezione di Pietro Balestra (il bozzetto è nella Pinacoteca di Cremona); l’arredano dodici belle placche portacero con lo stemma Marziani (seconda metà del ‘700) e confessionali in serie con quelli di Giacomo Rossi in Parrocchiale (1795).
All’altare di sinistra, Flagellazione, copia da Leonello Spada; a quello di destra, S. Giuseppe in gloria e i SS. Filippo Neri e Pietro Nolasco di Giuseppe Valari (metà del ‘700 circa); pregevole l’altare maggiore in marmi, di certo su disegno del Cavalli. Ai lati le Marie al sepolcro e Noli me tangere ancora del Balestra (1738 circa); al centro la smagliante Annunciazione di Vincenzo Campi (1581). In sagrestia, credenzone di artigianato locale (verso il 1760).

 

 

 

CHIESA DI SANT’IGNAZIO
La chiesa appare mimetizzata all’angolo dell’isolato occupato dal grande collegio dei Gesuiti a portico, ritmato da lesene doriche e robusto cornicione (seconda metà del ‘600). La parte alta del tempio emerge pertanto su piano arretrato, e ne funge da facciata il timpano tondo spezzato aggiunto alla fronte del collegio.
La fabbrica era terminata nel 1682, ma probabilmente l’importante stuccatura del vasto interno ad aula procedette fin verso l’87, ad opera di Domenico Dossa e Bernardo Barca (per la forte analogia stilistica con l’apparato in San Giuseppe a Cortemaggiore, del 1696-1701). Negli scomparti della volta, i Santi gesuiti in gloria e i Putti di Giovanni Evangelista Draghi ricordano i modi del maestro Domenico Piola; del Draghi pure le telette alle pareti con Storie dei SS. Ignazio e Francesco Saverio, poste sopra sei statue in stucco di Santi Gesuiti.
Quattro delle cappelle laterali sono affrescate a quadrature, forse da Giuseppe Natali (primi decenni del ‘700); le omogenee, coeve, ancone lignee vanno senz’altro attribuite a Vincenzo Biazzi, similmente a quelle compagne nella Parrocchiale di Polesine.
Nella prima a destra il fiacco S. Giovanni Francesco de’ Regis di Clemente Ruta giovane; nella terza l’altrettanto debole Arrivo di S. Francesco Saverio nelle Indie del Draghi (da una stampa di Ciro Ferri), contemporaneo agli affreschi e alle telette. Sopra l’altar maggiore la Gloria di S. Ignazio di Pier Ilario Spolverini, copiata da Giacinto Brandi, è contornata da una vivace finta ancona rococò (circa 1760).

 

 

 

CHIESA DI SAN GIROLAMO
A Frescarolo. Della chiesa settecentesca rimane il campanile (esclusa la cuspide) e la sola navata con cappelle; nella retrofacciata, frammento d’affresco con Gesù Bambino (fine ‘400). Nella seconda cappella a destra, elegante ancona intagliata (seconda metà del ‘700); nella prima a sinistra, pregevole fonte battesimale in marmo, datato “M. DDXXXIII” (1633).
Segue la Madonna col Bimbo e i SS. Girolamo e Giovanni Battista di Bernardino Campi (1574), che ebbe notevole fortuna iconografica nella zona bussetano-fidentina (si veda ad esempio l’affresco nell’oratorio della Madonna delle Grazie presso Roncole Verdi, copiato dal gruppo principale: ripr. in D. Soresina, 1979, coll. 910-911) e fu replicata a brani dallo stesso Campi e allievi nella Madonna col Bimbo e angeli sopra la S. Casa di Loreto della Galleria Tadini a Lovere e nella Madonna col Bimbo e tre Santi della Parrocchiale di Codogno. Un disegno presso gli Uffizi di Firenze (n. 13485-F), più che al quadro di Lovere (cfr. A Puerari, Museo Civico di Cremona, raccolte artistiche, Cremona, 1976, p. 144) combacia con questo di Frescarolo.
Nella seconda cappella a sinistra, S. Margherita da Cortona, con cornice originale, di Pietro Balestra (seconda metà del ‘700); L’Altar maggiore data verso la metà del ‘700. Vi si conserva pure un paliotto in scagliola a fiorami, purtroppo raccorciato.

 

 

 

 

 

 

 

CHIESA DI SAN GREGORIO
A Spigarolo. Nella cappella a destra, anconetta di tipo cremonese datata 1635, custodisce la modesta Madonna col Bimbo e i SS. Rocco e Biagio; il pregevole ex altare maggiore, è intagliato alla maniera di Giovanbattista Febbrari (prima metà del ‘700).
Nell’abside, Madonna col Bimbo e i SS. Gregorio e Bartolomeo di Francesco Pesenti detto Sabbioneta (1547), ispirata, a Boccaccio Boccaccino; fu ripassata da Pietro Balestra (seconda metà del ‘700), che vi aggiunse il cherubo. Nel locale a destra, affresco votivo reimpiegato con la Madonna e il Bimbo (fine ‘400).

 

 

 

 

 

 

SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE
A Madonna Prati. Eretto fra il 1690 e il ’95-96 dall’architetto don Francesco Callegari in proporzioni maestose, a pianta centrale absidata, che prevedeva inoltre una cupola non realizzata; restarono incompleti l’esterno e la facciata, affiancata da due corpi, ove si notano gli attacchi per il portico non attuato. Di proporzione elegante la coeva casa canonica posta a sinistra. Nella cappella di destra, bellissima cornice intagliata (fine ‘600) contenente la coeva S. Famiglia coi SS. Francesco, Antonio da Padova, Giovanni Evangelista, copia dal quadro di Girolamo Bedoli nelle Gallerie di Capodimonte a Napoli; l’altare sottostante (1703) era il maggiore.
Nella cappella a sinistra, una altrettanto importante cornice (fine ‘600) custodisce Dio Padre e la S. Famiglia recante lo stemma Pallavicino, inquartato, del donatore: non spetta di certo a Bernardino o a Giulio Campi, ma al veronese Pasquale Ottino (primi decenni del ‘600).
L’altar maggiore è in marmi (seconda metà del ‘700); assai notevole pure la monumentale cornice nell’abside (fine ‘600), con putti reggenti il gigliotto Farnese, probabilmente di Giovanni Setti, attivo a Piacenza nell’orbita ducale. Sono di appannaggio alla chiesa vari argenti, fra cui un bel vassoio sbalzato con figure (une ‘600), ed un ostensorio di Luigi Vernazzi (1815); nonché paramenti ricamati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CHIESA DI SAN MICHELE
A Roncole Verdi. L’antica chiesa subì rimaneggiamenti nel 1518, col rifacimento dell’abside poligonale sul tipo di quelle bussetane, e nel 1610, col rinnovo della semplice facciata, probabilmente del campanile (imitante quello della Parrocchiale di Busseto) e del tarchiato interno a tre navate, tramite lesene e cornicione. Alla parete della navatella e all’ultimo pilastro a destra, un interessante ciclo di affreschi votivi frammentari di scuola parmense (primi decenni del ‘500); fra i principali, l’Adorazione dei Magi (1523) e la Deposizione dalla croce con donatore (1525), la veneteggiante Madonna col Bimbo e i SS. Francesco e Antonio alla fine della navata. Notevole la decorazione unitaria della cappelletta in capo alla navata, con finta ancona sull’altare inscrivente la Madonna fra i SS. Donnino, Rocco, Sebastiano e Michele, a destra la Natività; opera di anonimo, sensibile all’influsso veneto dell’Araldi e del Caselli. Sotto alla mensa dell’altare, un interessante Cristo deposto ligneo (XIV secolo).
Sulla parete presbiteriale a destra è un altro “puzzle” di affreschi votivi, nei quali ricorre il tema dei SS. Rocco e Sebastiano: domina la Crocefissione (fine del ‘400); al centro, S. Vescovo ed altre due figure (verso la fine del ‘300); in basso a destra i due Santi suddetti, di buona qualità (circa metà del ‘500). Nell’abside, S. Michele di Pietro Balestra (1741); Immacolata fra i SS. Sebastiano, Rocco, Antonio da Padova e Margherita da Cortona dello stesso (1757), Crocefisso che appare a S. Pellegrino Laziosi di anonimo balestriano, forse Grisante Cassana (circa metà del ‘ 700). In sagrestia, bella statua lignea della Madonna del Rosario (prima metà del ‘700) nel genere di Jan Geernaert. In canonica, Riposo durante la fuga in Egitto di Giovan Paolo Pisani (primi decenni del ‘600).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VILLA PALLAVICINO
L’importante costruzione consta di cinque corpi,quadrati disposti a scacchiera, di cui quello centrale provvisto di portico su tutti i lati. L’originale impianto dovette già essere a buon punto nel 1532; mentre i, portici e il corpo centrale vennero affrescati, verso il settimo ottavo decennio del secolo, con grottesche e Deità nei clipei dall’ignoto decoratore che ne eseguì di analoghe nel castello di Torrechiara (cfr. G. Capacchi, 1979, pp. 199-201). La bella portineria che precede la Villa, ornata di eleganti stucchi e terrecotte, fu di certo ideata da Domenico Valmagini (verso la fine del ‘600), per gli stretti rimandi coi particolari del Monte di Pietà; gli stucchi forse competono a Domenico Dossa e Bernardo Barca. Nelle nicchie le statue in pietra della Primavera e dell’Autunno. Nel corpo posteriore di sinistra a pianterreno, le Allegorie del giorno e della notte nei soffitti vanno ritenute di Giovanni Evangelista Draghi (fine ‘600-inizio ‘700); i contorni a stucco sembrerebbero di Giacomo Mercoli. È decorata pure la grande sala adiacente, ora occultata da un soppalco. Dello stesso periodo, la scala nel corpo posteriore a destra (ristuccata verso la metà del ‘700), ed i tre affreschi in quello anteriore a destra con Due figure allegoriche, La Fortezza e 1’Abbondanza spettanti a Pier Ilario Spolverini; gli stucchi parrebbero di Domenico Dossa e Bernardo Barca. La Villa assunse l’aspetto barocchetto che maggiormente la carattèrizza poco prima del 1746, sicuramente a cura di Antonio Maria Bettoli, stipendiato da Alessandro Pallavicino, che “sembra siasi valso assai dell’abilità di questo suo architetto nell’ampliare ed abbellire le varie fabbriche che si in città che ne’ vasti suoi possedimenti che aveva fra noi” (Scarabelli Zunti). Al Bettoli compete anche il Palazzo di Parma: infatti particolari della facciata combaciano con elementi della Villa. La Villa fu alzata di un piano, provvista di bugnati agli angoli; di timpani e stucchi alle finestre; delle tre scale di discesa in giardino; della bella balaustra che lo recinge (ora in via di restauro) e che lo collega alla foresteria, eretta ex novo in analogia perfetta con la nuova veste architettonica della Villa.
La balaustra dovrebbe appartenere al milanese Andrea Polo, che alla morte del Pallavicino, nel 1751, attendeva ancora congrui pagamenti; forse aiutato da Domenico Ventura di Varano. La foresteria ora non presenta alcuna decorazione pittorica interna, però nella seconda metà del ‘700 dovette senz’altro mostrare del quadraturista-architetto Antonio Brianti quelle opere “stupende da lui travagliate in Busseto nel Palazzo di villeggiatura de’ Marchesi Pallavicino” (Scarabelli Zunti); decorazioni che non potevano trovarsi nella Villa stessa, affrescata interamente (oltre che da Draghi e Spolverini) da Pietro Rubini (verso il 1746) con freschissime Allegorie. Questi medaglioni nelle volte, sono contornati da raffinati stucchi di Carlo Bossi (pagato fra il 1747 e il ’52); suoi pure gli arconi delle due alcove, il relativo altarino e gli stucchi esterni (il Bossi fu di certo attivo anche nel Palazzo di Parma). Alcuni camini scolpiti completano gli ambienti. La Villa ospita il Museo Civico, nuovamente sistemato dopo il recente furto. La sala dell’alcova a pianterreno è dedicata al pittore locale Isacco Gioacchino Levi: vi primeggiano l’Autoritratto e due Ritratti della moglie (1850-60 circa); inoltre Ariel e Titania (1874 0 ’83); bozzetti con Vulcano che presenta a Venere le armi di Enea, S. Paolo predicante, quattro Studi di teste varie relative al Barbarossa che assedia i milanesi (1858); serie di acquarelli con Costumi romani (1848-53 circa) (della quale si conservano altri fogli in collezioni private parmensi): del Buttero in sella esiste una seconda versione nel Museo Lombardi a Parma con la sigla apocrifa di Meissonier. Altri acquarelli sono studi per quadri, ad esempio quello frammentario è per l’Ofelia nel ridotto del Teatro Verdi. Notevole la spinetta settecentesca in ebano e avorio (utilizzata da Giuseppe Verdi), custodita in cassa dipinta dei primi dell’800. Lo scalone, ornato di bellissima ringhiera in ferro battuto, conduce al primo piano, nella sala della Giustizia, arredata da: Ritratto di Don Filippo di Borbone entro cornice intagliata da Antonio Pallavicini nel 1767 (in deposito dal Monte di Pietà); Ritratto di Sebastiano Erizzo forse di scuola veneta (seconda metà del ‘500); due Paesaggi con mendicanti nel genere del Magnasco; Autoritratto di Pietro Balestra (1738); Martirio di S. Sebastiano copia antica dalla nota stampa di Callot; Quattro stagioni attribuite al Borghesi, ma probabilmente di scuola veneta (fine del ‘700); Villani a tavola di scuola lombarda (fine ‘600inizio ‘700). Bello lo stipo seicentesco in tartaruga, sopra tavolo ottocentesco; nelle vetrine, frammenti di predella con Profeti (appartenenti con probabilità alla pala già sull’altar maggiore della Parrocchiale) da ascriversi a Benedetto Bembo (seconda metà del ‘400), ed una collezione di maioliche faentine e bassanesi (‘600-800), fra le quali due splendide Figure orientali accosciate di grande dimensione in porcellana di Meissen (seconda metà del ‘700). Nella sala dell’alcova, ribalta lombardo-veneta in cineseria (prima metà del ‘700); Paesaggio romano di T. Knebel; Narciso (1864), Annunciazione e Natività (bozzetti per gli affreschi del 1871 nella Parrocchiale di Limbiate) di Gioacchino Levi; Moschea di Alberto Pasini (circa 1867-69); Paesaggio marino sotto la luna di Carlo Canella; due Paesaggi lombardi di Giuseppe Bisi (1853); due Paesaggi di G. Canella (1840), più un terzo. Nella vetrina, disegni con Testa di donna di Pietro Balestra; Vulcano che presenta a Venere le armi di Enea, S. Paolo predicante (preparatori per i bozzetti a olio nella sala Levi a pianterreno) e IL Barbarossa che assedia i milanesi (preparatorio per il quadro del 1858) di Gioacchino Levi. Nel corridoio, S. Antonio col Bimbo e Madonna col Bimbo alla maniera di Orsola Maddalena Caccia (prima metà del ‘600); mediocre Adorazione dei pastori di scuola veneta (prima metà del ‘500); Madonna col Bimbo di manierista veronese (seconda metà del ‘500); delizioso ricamo in seta con l’Assunta, entro cornice nel genere di Ignazio Marchetti (fine ‘700); due cassapanche emiliane (seconda metà del ‘600). Nella sala della Pace, Paolo III discute con Carlo V di Giuseppe Valari e Concerto, copie (molto importanti dal punto di vista iconografico) dagli affreschi di Tiziano Vecellio e Nicolò dell’Abate (1543) già sulla facciata di una casa presso la piazza; Incontro di Paolo III e Carlo V nella Rocca di Busseto di Biagio Martini (1827), per il quale esistono schizzi nella Biblioteca Palatina a Parma ed un grande studio complessivo in collezione privata a Busseto; madia emiliana seicentesca e sedie coeve.
Nella sala della Vittoria, alcuni Ritratti di personaggi bussetani del Levi, ed una ribaltina parmigiana (seconda metà del ‘700) appartenuta a Ireneo Affò.
Nella sala dell’Abbondanza, Madonna con S. Anna ed altro quadro di gusto balestriano da restituirsi al pittore-architetto Giuseppe Cavalli (fine del ‘700); cantonale di Francesco Galli (1785 circa) e vari mobili dell’800. Nel salone dei Giganti, Miracolo di S. Nicola da Bari iniziato da Pietro Balestra (verso il 1784) e terminato da Gaetano Bombardi (dopo il 1789); Apollo scortica Marsia di scuola veneziana attorno ai Liberi (fine ‘600); due armadi parmensi (fine ‘600-prima metà del ‘700); tavolo tondo a lira, grande madia bolognese e forziere (XVII secolo) in deposito dal Monte di Pietà. È in allestimento inoltre un’altra sala con: Cristo nell’orto di scuola del Cerano (fine ‘600); Orfeo ed Euridice di scuola veneta attorno ai Liberi (fine ‘600); Incontro dei SS. Gioacchino e Anna (proveniente da Sant’Anna), copia antica dal quadro del Chiaveghino in Sant’Agostino a Cremona; Addolorata e angeli stendardo di Antonio Bresciani, replica dalla tela nella Parrocchiale di Roncocampocanneto; due paliotti in scagliola, di cui uno proveniente dai Cappuccini ed assegnabile a Giovanni Massa (fine ‘600); S. Giovanni Battista (proveniente da Sant’ Anna), che corrisponde a un disegno di Bernardino Campi, datato 1575, presso la Biblioteca Ambrosiana a Milano (ripr. in G. Bora, Disegni di manieristi lombardi, Vicenza, 1971, p. 39), preparatorio per una pala perduta già in San Gallo a Cremona: il Campi forniva nel 1574 una tela a Frescarolo, ed è possibile che appena dopo (verso il 1576-77) non potendo evadere questa seconda commissione bussetana la passasse ad un suo allievo, che appunto replicò il soggetto cremonese del maestro; trattasi molto probabilmente di Cristoforo Magnani. Vi si conservano poi disegni in grande formato: di Gioacchino Levi, S. Bernolfo e S. Evasio per gli encausti nel Duomo di Mondovì (1859-60), Annunciazione e Natività per quelli nella Parrocchiale di Limbiate (1871); Psiche involata dagli zefiri, firmato da Giovanbattista Borghesi (prima metà del1’800), copia dalla nota invenzione di Benigne Gagneraux; due Scene per fregio classico di Carlo Bellosio; Allegoria di Carlo Zotti (seconda metà dell’800).
Nella cappella, anconetta in stucco (fine del ‘700), con Addolorata a pastello; ed il bel paliotto in scagliola di Lodovico Leoni (primi del ‘700), proveniente dall’Asilo Giuseppe Verdi. Nell’ufficio della Direzione, si conservano in un prezioso album le fotografie dei quadri più prestigiosi del Levi e molti suoi disegni; fra i quali Ritratti di ufficiali, Accademie di nudo, vari studi per dipinti: ad esempio per ArieL, Titania, Oberon, Puck nella sala Levi e nel Teatro Verdi. Nei depositi, una tavoletta molto rovinata con Contadini di Francesco Londonio (seconda metà del ‘700), ed una serie di quadretti del Levi: alcune copie dall’antico; bozzetti per Silvia e Aminta e per il Giobbe venduti a Costantinopoli (1873) (la fotografia del secondo quadro è nell’album); due Studi di teste per il Barbarossa che assedia i milanesi (1858); Studio di camino per il Puck nel Teatro Verdi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PALAZZO VECCHIO DEL COMUNE
L’imponente edificio ha perso il cornicione finale in terracotta, ma reca tre finestre ed il lungo cornicione mediano, composti da splendide formelle fittili lombarde con Amorini vendemmiatori ed Arpie affiancanti capitelli; uscite anch’esse, con probabilità, dalla fornace di Jacopo de’ Stavolis a Polesine, forse su modelli di Gian Gaspare Pedone (fine del ‘400). Da notare sulla facciata quattro lastre marmoree coeve, con Busti maschili e femminili, attendibilmente parti di una fontana.

PALAZZO MONTE DI PIETA’
Costruito fra il 1679 e l’82 (o ’84) dal mastro Antonio Rusca su progetto di Domenico Valmagini, è un esempio significativo dell’architettúra farnesiana in epoca barocca. L’arioso portico, fornito di panche, marmoree scolpite, si collega a quello del collegio gesuitico; mentre appare assai più plastico il primo piano a stucchi, il cui cornicione continua a richiamare il collegio adiacente.
All’interno, affreschi di Angelo Massarotti con Gesù deposto dalla dalla croce e il Martirio di S. Bartolomeo (1682), già nelle lunette del portico. La sala principale possiede un camino in marmo con ricca alzata, figurata in stucco (coevo alla facciata); quella dell’archivio il camino di Alberto Oliva (1699) ed il bellissimo credenzone intagliato di Giuseppe e Battista Gaibazzi, Angelo Baretti, Bernardino e Giovanni Isé, Giovanbattista Perfetti per la cimasa e gli intagli (1699). Completano l’arredamento alcuni Ritratti di casa Farnese (primi decenni del ‘700), fra i quali quello di Ranuccio II reca una memoria a tergo che lo indica opera di Giuseppe Gorla (1723); mentre il Ritratto di Ferdinando di Borbone fanciullo di Antonio Bresciani (1767), è custodito entro una splendida cornice, vicina ad Antonio Vernieri. Di Michele Plancher il Ritratto di Luca Balestra (prima metà dell’800), ora in deposito nella succursale della Cassa di Risparmio; di Gioacchino Levi La fondazione del Monte di Pietà (1852), il Ritratto di Napoleone da Gros (1848) e quello di Maria Luigia d’Austria, il Ritratto di Vittorio Emanuele II (1859), ed altre cinque copie da ritratti farnesiani (1843-46).
Infine alcuni busti in gesso: Pietro Fainardi di Giuseppe Carra (1830); Francesco Crotti di anonimo (1845); Gaetano Godi di Giocondo Viglioli (1865). Di Vincenzo Gemito quello in bronzo di Giuseppe Verdi. Nonché notevoli argenti liturgici (fine del ‘600-primi decenni del ‘700) provenienti da Sant’Ignazio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PALAZZI VARI
Si affacciano in prevalenza sulla via principale. A partire dalla piazza, si incontra a sinistra la semplice facciata di palazzo Barezzi, che reca una lapide dettata da Arrigo Boito; con vasto salone al primo piano, decorato nella seconda metà dell’800, fornito di camino (prima metà del ‘600). È stato risistemato di recente a cura dell’associazione “Amici di Verdi” con gli arredi originali, appartenuti al mecenate del grande musicista, ed un Ritratto di famiglia di anonimo milanese (verso metà ‘800). Di fianco casa Patroni, la raccolta facciata dell’ex Bargello (ultimi decenni del ‘400) è decorata nei tre cornicioni marcapiano e nelle quattro finestre da bellissime terrecotte in serie con quelle della Parrocchiale.
Avanti, a destra, il fianco dell’elegante palazzo Ziliani la cui facciata guarda via Pasini, decorata da stucchi (circa metà del ‘700). Sempre in via Pasini, la più modesta, analoga facciata di palazzo Marziani; notevole invece lo scaloncino ornato di stucchi a rocaille (datati 1772), vicini ai modi di Fortunato Busca.
Proseguendo in via maggiore, segue a sinistra palazzo Linati-Trabucchi dalla sobria facciata a cornici (seconda metà del ‘700); che conserva un bel salone dipinto ad architetture e trofei d’armi, firmato da Antonio Ferrari, e medaglioni di Carlo Angelo dal Verme (1787-88). Subito a destra, la stringata fronte neoclassica del palazzo Orlandi, appartenuto all’architetto-pittore Giuseppe Cavalli, a cui si deve il progetto, assieme a quello dell’atrio (fine ‘700 primi dell’800); è certamente sua anche la decorazione a candelabre nel salone. Dell’edificio fu proprietario Verdi, che vi compose “Rigoletto””.
Svoltando a destra, ai bordi del paese, il notevole palazzo Tedaldi, con tre lati ornati da armoniche trame di cornici culminanti nell’aggettante cornicione; sembra eretto da un architetto piacentino (seconda metà del ‘700); probabilmente lo stesso di palazzo Linati-Trabucchi. Il salone è affrescato a sfondati architettonici, ripassati nell’800.
Nella via principale si nota a sinistra palazzo Corbellini, con finestre a stucchi e delizioso balconcino in ferro battuto (1760-70 circa), scaloncino stuccato e dipinto (fornito di elegante ringhiera), ed altre salette decorate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROCCA PALLAVICINO, TEATRO VERDI E COMUNE
L’edificio si presenta oggi molto alterato da rifacimenti vari, che sono leggibili attraverso le numerose riproduzioni rimaste del monumento, in prevalenza ottocentesche. La conformazione rettangolare è assai probabile si debba ad una prima costruzione trecentesca posta a sinistra del mastio centrale (fornito di beccatelli a sporto), ampliata a destra nella prima metà del ‘400: infatti una pianta prospettica del ‘700 mostra con chiarezza l’innesto e il dislivello delle parti, nonché il terrapieno a cinque baluardi e il fossato circostanti, con due rivellini sui lati lunghi che collegavano al paese e all’aperta campagna. Il complesso appare ancora inalterato in una litografia del 1845. Un acquarello del 1852 mostra poi lo stato di degrado del rivellino posteriore e le marcate differenze dei due corpi di fabbrica (ristrutturati a modo di palazzo probabilmente nel ‘600): quello basso di sinistra recante una fila di merli accecati e quello di destra con la parte terminale leggermente sporgente su cornice di mattoni a scacchiera, proprio come nel torrione tondo a Sud della cinta attorno al paese ancor’oggi conservato. Terrapieno e rivellii furono spianati fra il 1857 e il ’68, quando nell’ala di destra venne ricavato il Teatro Verdi su progetto di Pier Luigi Montecchini. Egli creò ex novo, in stile neogotico, la corrispondente facciata e la torre angolare imitante il mastio; riutilizzando quattro delle splendide bifore quattrocentesche in terracotta site nel cortile, al secondo piano del lato corto a destra, ove era il cosiddetto “portico dei Paladini” che andò murato.
La facciata della Rocca a sinistra venne omologata a quella montecchiniana negli anni successivi, sempre rispettando il mastio con la sua sopraelevazione cinquecentesca (molto simile nei campanili della Parrocchiale e del Duomo di Fidenza); vi sono impiegate un’altra bifora del cortile, le due che in questa stessa parte della facciata si trovavano al primo piano ed altre due delle quali non è accertabile la collocazione originale, ignota anche per le due monofore sistemate a pianterreno. Al Teatro si accede dal portico in stile neoclassico salendo poi lo scalone ornato dal Busto di Giuseppe Verdi forse di Giovanni Dupré; la costruzione venne attuata fra il 1859 e il ’64 dal maestro Giovanni Sivelli e decorata entro il ’68. Nelle campiture della volta, la Commedia, la Tragedia, il Melodramma e il Dramma romantico di Isacco Gioacchino Levi (1865), i cui bozzetti si trovano nel Museo della Scala a Milano; i dipinti restanti sono di Giuseppe Baisi, Alessandro Malpelli e del Marasini su disegno di Girolamo Gelati; gli intagli in bianco e oro di Giuseppe Carletti; gli stucchi di Giuseppe Rusca.
Interessanti per omogeneità anche le sale del ridotto: la tribuna e la grande specchiera spettano senz’altro al Carletti; mentre la cornice intagliata più piccola sembra identificabile con quella di Giulio Alessandri che la Società d’Incoraggiamento di Parma sorteggiò al Comune nel 1890. Sono sempre del Levi le tele col Ritratto della moglie come Ofelia (dopo il 1865), Oberon e Puck (1874 0 ’83), Baccante (1893). Nel cortile, rilievo quattrocentesco in pietra con Aquila coronata che artiglia un coniglio, già sulla porta Sud del paese; dal portico, tramite lo scalone anch’esso ottocentesco, si passa alla sede del Comune, ove si trovano opere di Gioacchino Levi, Ritratto di fanciulla, Autoritratto e quattro schizzi per la volta del Teatro; Giuseppe Bojes, Scena classica di trionfo (disegno); Enrico Fanti, Paesaggio con mucche e contadini; Claudio Alessandri, Tralci d’uva (1890).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CHIESA DI SAN VIGILIO
A Samboseto. Il sobrio interno, ristrutturato con cappelle laterali verso il 1650, conserva nella prima a sinistra un pregevole fonte battesimale in marmo datato 1581; segue l’Immacolata di Clemente Ruta (circa quarto decennio del ‘700) e a destra i SS. Vigilio e Donnino di scuola parmense (verso la metà del ‘600). All’altar maggiore Madonna col Bimbo e i SS. VigiLio, Lucia, Teresa d’Avila attribuita a Girolamo Donnini (attorno al 1741-43), la cui parte centrale si trova ripetuta in una tela nella sagrestia di Sant’Alessandro a Parma; rimarchevole l’esotica, cornice laccata (fine ‘700).

 

 

 

CHIESA DI SAN GENESIO
A Semoriva. Nel presbiterio, Immacolata che appare a S. Genesio, buona tela neoclassica (1826 circa) vicina a Michele Plancher; e S. Francesco orante, copia da Guido Reni. In sagrestia, S. Margherita da Cortona ovale e S. Luigi Gonzaga rettangolare da ascriversi a Pietro Balestra: la prima tela proviene sicuramente da Sant’Ignazio a Busseto, la seconda va identificata con una delle tre eseguite rispettivamente per le Parrocchiali di Roncole Verdi, Sant’Andrea, Frescarolo.

 

 

 

CHIESA DI SANT’ANDREA
A Sant’Aandrea. Le fondamenta della navata maggiore paiono risalire alla prima metà del ‘400; verso la Fine del ‘600 venne aggiunta la profonda navatella a destra e la stuccatura della trabeazione in quella principale, con cherubi, cartelle e festoni alla maniera di Giacomo Mercoli; è invece moderna la navatella sinistra. L’arcone presbiteriale, elegantemente sagomato, ed il santuario appaiono rinnovati verso la metà del ‘700: la graziosa anconetta in stucco, sormontata da putti, è assegnabile a Carlo Bossi durante i lavori in Villa Pallavicino a Busseto; il S. Andrea di Pietro Balestra, pur databile nel medesimo periodo, vi appare reimpiegato.
Gli interessanti sedili del coro portano al centro “28 ottobre” ma non l’anno, da presumersi verso il 1780, per lo stile indeciso fra barocchetto e neoclassico; gli intarsi li indicano quale prodotto della zona fidentina. Nella cappella a destra del presbiterio, ancona intagliata (prima metà del ‘700); all’altare una teletta con Cherubi e ostensorio nei modi di Bresciani e di Dal Verme, ed uno sportello di tabernacolo (reimpiegato) dipinto col Cristo redentore (XVII secolo). La chiesa conserva inoltre alcuni paramenti ricamati del ‘700.

 

 

 

ORATORIO SANTISSIMA TRINITA’ A SANT’ANDREA
La parte anteriore e il campanile sono del XVIII secolo, la posteriore quattrocentesca. 2 quasi del tutto ricoperta da affreschi votivi riproducenti in preferenza la Madonna col Bimbo, variamente datati: 1479, 1485, 1500. Vi si trovava un bel paliotto in scagliola (seconda metà del ‘600) con riprodotta una Madonna col Bimbo di Raffaello.

CHIESA DI SAN ROCCO
A San Rocco. La sobria navata, scandita da lesene, risale al 1717; a destra dell’ingresso una pila dell’acqua santa coeva. Al secondo altare a sinistra, ancona intagliata (manomessa) con grandi volute laterali (prima metà del ‘700); al quarto, piccola ancona in stile cremonese (seconda metà del ‘600). Sopra l’altar maggiore, ricco baldacchino (fine ‘700) con applicata una tela più antica raffigurante l’Incoronazione della Vergine. Molto eleganti i sedili neoclassici del coro e le due porte laterali, firmati “Franciscus Galli e Soranea fecit anno MDCCXCV, Vincentio Campanini Huius Ecclesiae Archip.”; sue pure la cassa dell’organo e la cantoria, volute anch’esse dal Campanini nel 1791. L’anconetta soprastante, dall’esuberante intaglio, è della stessa mano del tronetto espositivo nel locale a sinistra del presbiterio, assai vicini al fare di Giulio Seletti. Vi si conservano inoltre alcuni paramenti ricamati, provveduti dal Campanini (entro il 1826).

CAPPELLA DELLA MADONNA ROSSA
La proporzionata edicola neoclassica venne progettata nel 1806 da Giuseppe Cavalli; l’interno, stuccato dal medesimo Cavalli, custodisce un bel rilievo in terracotta con la Madonna e il Bimbo (fine ‘400) ascritto a Gian Cristoforo Romano.

TORRIONI
Dell’antica cinta muraria (ristrutturata attendibilmente, assieme alla Rocca, verso la metà del ‘400) che circondava col relativo fossato il paese, oggi rimangono il torrione dell’angolo Nord Est (dietro le absidi della Parrocchiale), composto da due corpi quadrati ad alta scarpa sui quali se ne innesta uno rotondo più recente, ed una discreta parte del lato a Sud (occupato da case già all’inizio del ‘500); ove si conservano alcuni beccatelli a sporto e tre torrioni tondi angolari (di cui uno coronato da mattoni sporgenti a scacchiera e da merli, sopraelevati) sempre ad alta scarpa, proprio come le vedute dell’800 mostrano sulla facciata a sinistra della Rocca.

 

 

 

BIBLIOTECA DEL MONTE
La deliziosa scala con ferri battuti fu eseguita nel 1768 all’atto di fondazione dell’istituzione. Nella prima sala, scaffalature laccate a finto intarsio (provenienti dai Gesuiti) della prima metà del ‘700; nella volta, la medaglia con Minerva che aiuta Prometeo di Gioaeehino Levi (1873); tavoli e sedie del 1770 circa. Fra gli ampliamenti curati da Pier Luigi Montecchini, la seconda sala mostra scaffalature disegnate nel 1868 dal pittore Ferdinando Accarini e realizzate entro il ’72 da Cesare Cagnoli.

VILLA CALVI
A Samboseto. Semplice costruzione degli ultimi decenni del ‘700, reca, ai lati barchesse porticate poste a perpendicolo; conserva ancora i pilastri dell’ingresso alla corte. All’interno, elegante scala con ringhiera in ferro battuto e medaglione affrescato nel volto. (Ora ristorante)

 

 

 

LE PIACENTINE
A Roncole Verdi. Il vasto complesso costituisce quasi tutta la parte centrale di quanto progettato da Luigi Voghera prima del 1820, anno di inizio dei lavori; che videro la realizzazione dell’ala a destra (destinata alle case coloniche e a quella del fattore), dell’ala di fondo (alle stalle) e dell’ala a sinistra (sempre alle case coloniche). Mentre della superba facciata, ideata a modo di tempio palladiano, vennero attuate solo tre finestre entro bugnato a sinistra, sotto all’apocrifa torricella d’angolo. I lavori si fermarono poco dopo il 1834.
L’ala a destra fu la prima a sorgere conforme al progetto; con sobrio corpo centrale, bugnato verso la campagna, sormontato da doppio fastigio a scala, che un tempo reggeva 1’edicoletta scolpita oggi discesa nel giardino. Nell’atrio, pregevoli lunette a olio su muro con Scene di genere in paesaggi; mentre nei plafoni di due stanze superiori sono Figure mitologiche di scuola lombarda. Anche le stalle a portico risultano fedeli al progetto. Le volte sono rette da eterogenee colonne e capitelli tardoquattrocenteschi provenienti dal convento dei Serviti a Soragna (abbattuto verso il 1818), certamente reimpiegati dal Voghera stesso, attivo contemporaneamente per la Rocca e per la Parrocchiale soragnesi.
Dell’ala a sinistra venne invece costruita poco più della metà, ossia il chiaroscurato portico inferiore, retto da colonne doriche, e la “casa del Caciaio, e del Vaccaio” al centro; in pendant con quella dirimpettaia del fattore.

VILLA POLITI
A Semoriva. Edificio cubico di fine ‘600; verso la metà del secolo successivo sembra siano stati ricavati in facciata il loggiato a tre archi (ora accecato) e l’interessante atrio d’ingresso, dalle varie aperture mistilinee. Pregevole anche la scala, fornita di ringhiera in ferro battuto; nel volto S. Michele che scaccia Lucifero.

 

 

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