Beato Orlando

 

 

 

IL BEATO ORLANDO DE’ MEDICI
breve compendio di sua vita
busseto 1886

BUSSETO TIPOGRAFIA DI G. PENNAROLI 1886

Nell’anno 1360, epoca in cui, per intestine discordie, per stragi e tu­multi, dilacerata, più che mai era questa nostra Penisola, apparve im­provviso, nei dintorni di Bargone, Tabiano, Salso e Rivarola, terre cir­costanti alla citta di Borgo S. Don­nino, un uomo di non ignobili sembianze coperto di nera lugubre veste, e riparatosi nelle boscaglie, che foltissime coprivano le valli ed i monti di que’ luoghi, pose in esse sua dimora.
Era costui Orlando de’ Medici.
Traeva Egli l’origine da famiglia di tale casato, illustre e nobilissima si per gesta, che per antichità, la. quale divisasi negli Stati di Milano e di Firenze, diè, a1primo un Console, all’al­tro molti Principi, ed alla Cattedra di S. Pietro quattro Pontefici, cioè Leone X. Clemente VII. Pio IV. e Leone XI. A qual ramo di questa famiglia appartenesse Orlando, se a quello che domimò in Firenze, od a quel che era in Milano non è con­corde la sentenza degli Autori; nulla­meno è or ritenuta più verosimile l’opinione di quelli, che il dicono discendere da quel di Milano: il che eziandio rilevasi da un’ antichissima sua vita, da vetusti documenti e dalla costante tradizione.
Dell’anno in che nacque, dei Geni­tori suoi nulla ci é noto; e della sua giovinezza sol questo é certo, che fuggendo i tumulti della Città ripa­rava alle Chiese, e trovava quivi ogni sua delizia nell’ assistere al S. Sacrificio della Messa e nell’ascol­tare la Divina Parola, dalla quale apprese a temere della propria fra­gilità e debolezza, a paventare le pene dell’ Inferno, a pensare seria­mente qual via gli convenisse seguire per assicurare l’affare più impor­tante, quello dell’anima. Chiesto lume a Dio, da interna voce si sentì chia­mato ad abbandonare la Patria, i Parenti, le ricchezze, il Mondo, e a vivere solitario in un Eremo. Obbe­diente alla Voce Divina si sottrasse alla casa paterna, e per occulte vie si ridusse nei luoghi sovraccennati.
Da quell’istante il novello Eremita si diede ad una straordinaria peni­tenza. Esposto alle intemperie delle stagioni non una volta riparò al co­perto, fè suo cibo frutti silvestri, crude erbe, amare radici, e solo allora che le nevi coprendo i monti e le valli gli impedivano di poterne raccogliere, accostandosi ai vicini villaggi, mendicava a cenni il neces­sario sostentamento. Caduta a brani la veste che aveva, lorché fuggì dalla Casa Paterna, ad essa sostituì un’al­tra intessuta di giunchi, e paglie di cui andò coperto, finché trovata a caso una pelle di capra, questa in­dossò e portò fino alla morte.
La maggior parte del giorno e della notte Orlando trascorreva nel­l’orazione, né mai toglieva lo Spirito dalle cose celesti. Egli era solito meditare per lo spazio di cinque o sei ore continue colle braccia, od elevate al Cielo, o unite a mo’ di Croce sul petto, sostenendosi su d’un sol piede, e tenendo fiso lo sguardo nel Sole e nella Luna; innalzandosi per tal modo dalla bellezza di questi a contemplare la bellezza del lor Facitore. Ed era in questa contem­plazione che spesse fiate veniva ra­pito in estasi, e vedeva nei due grandi luminari del firmamento la faccia di Gesù Cristo, che a Lui manifestavasi per confortarlo, come Orlando stesso depose poco prima della sua morte. Ricordevole della sentenza dello Spirito Santo = Non mancare la colpa nel molto parlare = s’impose per legge, il silenzio; e così l’osservò, che ne’ ventisei anni dell’ Eremitica sua vita non proferì una sola parola.
I rigori della vita penitente e con­templativa d’ Orlando, il ridussero a tale sfinimento di forze, che il fecero cadere in gravissima infermità, correndo l’anno 1386. In un luogo ingombro di bronchi e di sterpi, vicino ad una rupe scoscesa, steso sui nudi sassi, sotto il cielo aperto, se ne stava attendendo la morte lieto di morire siccome visse, ignoto e sconosciuto agli uomini. Ma quel Dio, che esalta gli umili, e si compiace glorificare i suoi servi, aveva altri­menti disposto, e voleva che fossero noti i meriti di Lui.
Trovavasi in quel tempo a Bargone la Marchesa Antonia Casati di Cortona moglie a Nicoló Pallavicino signore di quel Castello, colà ritiratasi per sottrarsi ai maligni influssi di un mor­bo, che disertava alcune città della Lombardia. Ora avvenne che recandosi Ella, secondo il: costume dei Signori e Nobili di quell’età a cacciare in que’ boschi, un suo famigliare s’in­ternasse in essi, e giungesse fino al luogo ove trovavasi l’Infermo. Mara­vigliato nello scorgere quest’Uomo languente, reconne tosto novella alla Marchesa, la quale, saputo esser Egli quel penitente, di cui si alta suo­nava già nei dintorni la fama, corse colà, e lo richiese se volesse essere trasferito a Bargone, ove sarebbesi provveduto ai suoi bisogni. Non avuta nessuna risposta, 1a buona signora temé fosse per morire senza gli ul­timi conforti della Religione, per cui di nuovo esortollo di recarsi a Bargone, ove Ella avrebbe chiamato, da Cremona il Padre Domenico dei Domenichi Carmelitano suo Confessore, uomo insigne per pietà e chiaro per dottrina, che fu poscia Vescovo di Sitia nella Grecia, il quale l’a­vrebbe confortato in quegli ultimi istanti. Alzò le mani al Cielo in così udire Orlando e piegando il capo mostrò aggradire l’offerta.
Non interpose dimora la Marchesa; ma tosto fatto ritorno al castello, spedì un messo a Cremona con lettera d’invito all’anzidetto P. Domenico, perché subito venisse a Bargone. Frat­tanto Orlando nella notte seguente récossi alla porta della Chiesa Parroc­chiale di Bargone, nella quale entrò la mattina, e, rifiutato il letto offert­ogli dalla Signora, volle adagiarsi su poca paglia. Sparsasi una tal novella nelle vicinanze accorse numeroso il popolo desideroso di vedere Colui. del quale erasi fra loro da tempo divulgata la fama.
Giunto finalmente il Padre Domenico portossi alla chiesa: salutò affettuosamente Orlando, dichiaran­dogli in pari tempo, esser Egli man­dato dalla Signora del luogo per conferire seco Lui delle cose dell’A­nima. In udire tali parole Orlando fè cenno colla mano che, allontanata la moltitudine chiudesse la porta della Chiesa. Come ebbe ciò fatto il Padre Domenico si fece a persuaderlo, con testimonianze divine ed ecclesiasti­che, dover Egli rompere finalmente il rigoroso silenzio che si era impo­sto; corrergli 1′ obbligazione in que­gli estremi di aprire al Confessore la sua coscienza; molto piú, che, non ostante la severa penitenza cui si era assoggettato, poteva essercaduto in qualche inganno; avvenendo talora che 1’Angelo delle tenebre si trasformi in Angelo di luce.
Si arrese a queste considerazioni Orlando, e rotto il silenzio per 26 anni scrupolosamente serbato, espose al dotto Carmelitano; come Egli avesse intrapreso quel genere di vita mosso da ispirazione divina; e come da quel momento si abbandonava interamente alla sua direzione. Diessi quindi ad aprire la sua coscienza al Religioso, il quale poscia ebbe ad attestare che dopo severo e dili­gente esame aveva rinvenuto: Non essere Orlando durante la sua vita solitaria caduto in nessun peccato di pensieri, di parole, d’opere, e d’om­missioni. Confortatolo quindi cogli altri Sacramenti passò seco Lui i pochi giorni che ne precessero il transito in ragionamenti delle cose celesti. Accostandosi l’ultima sua ora Orlando fece palese al P. Domenico che era giunto 1’istante, nel quale dovea unirsi al suo Dio, poi­ché vedeva l’ Arcangelo Michele, cir­condato da altri Spiriti Celesti, tenere una Sindone candida in atto d’accogliere l’ anima sua.
Morì Orlando pieno di virtù e di meriti nel giorno 15 Settembre 1386; ed appena spirata l’Anima Beata volle Iddio attestare la santita’ del suo Servo operando un pro­digio. Le campane della Chiesa senza concorso umano suonarono, ed a que­sto suono trassero numerosi gli abitanti di quei luoghi a venerar quelle spoglie e riportarne segnalatissime grazie. Reso, consapevole dalla moglie di tutto che era avvenuto il Marchese Nicolò Pallavicino, recossi a Bargone, e quivi uniti molti chierici e laici fece trasportare le spoglie del Beato con solenne pompa a questa città Capo luogo del suo Stato; e quivi ordinò venisse onorevolmente sepolto nell’ Oratorio di S. Nicolò, che tro­vasi presso l’Insigne Collegiata, e Parrocchial Chiesa di S Bartolomeo, Oratorio che poscia venne chiamato del Beato Orlando, ed ora è de­dicato alla Santissima Trinità.
Ma altri non pochi miracoli Iddio operò che viemeglio illustrarono la fama di Santità del Beato Orlando, il cui patrocinio, nei cinque secoli ormai decorsi dalla sua preziosa morte fu specialmente sperimentato effica­cissimo a sanare i suoi devoti da in­veterati mali di capo.
Il culto. di questo Beato, che i Bussetani si gloriano di annoverare fra i loro speciali celesti patroni, e del quale il sacro corpo si conserva in ricca marmorea urna sotto 1′ al­tare maggiore del sunnominato Ora­torio, venne formalmente approvato o confermato da S. S. Papa Pio ­IX il 22 Settembre 1853, e, se ne celebra la festa in questa città e in tutta la Diocesi di Borgo S. Donnino il 13 Settembre d’ogni anno.

ORAZIONE AL BEATO ORLANDO
0 beato Anacoreta, vi- supplichiamo umilmente e di tutto cuore ad otte­nere da Dio, per i meriti della voa­stra straordinaria penitenza, del vo­stro non mai interrotto silenzio e dell’ardentissimo vostro amore alle celesti cose, pace e tranquillità alle nostre famiglie, alla Chiesa, al Romano Pon-tefice e alla civile Società, la concordia tra tutti i principi cristiani. Ma degnatevi insieme d’im­petrarci dal Signore la forza di mortificare e domare le nostre passioni i nostri sensi e segnatamente la lin­gua, per modo da non mancare mai ai doveri cristiani e dà meritarci d’essere in fine ammessi a godere seco voi la gloria eterna in cielo. Così sia.

Tre Pater, Ave e Gloria.
y. Ora pro nobis, Beate Rolande.
r. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus
Adesto, Dominé, supplicationibus nostris, quas in Beati Rolandi confessoris tui solemnitate deferimus; ut qui nostrae justitiae fiduciam non habemus, ejus, qui tibi placuit, precibus adiuvemur. Per Christum etc.

Borgo S. Donnino 15 gennaio 1885
Visto: Se ne permette la ristampa
VINCENZO, Vescovo

IL LIBRO

 


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