Fiume Po

 

 

UN PO A COLORI

Il «grande padre» è vecchio, vecchissimo e mostra tutti i difetti dell’età, un po’ rincoglionito subisce gli affronti che gli fanno, apparentemente senza protestare, poi al momento buono, come lunga esperienza gl’insegna, restituisce lo sgarbo con improvvise impennate d’orgoglio e allora tenta di scaricare sugli uomini, i suoi nemici giurati, i veleni che gli accorciano la vita, le macchie nere di petrolio, gli scarichi urbani e industriali, gli acidi, l’acqua troppo calda delle centrali elettriche termonucleari, e allora si gonfia, minaccia e gli uomini fuggono e gridano, guardano imploranti dalla riva la grande massa grigia che precipita a mare come una cascata, il fiume torna a essere per qualche giorno il dio della valle, il dio saggio che premia i buoni donando loro la sua magia, un limo fertile che fa crescere i frutti in una sola notte di rugiada, oppure il dio cattivo, perverso e arrabbiato che punisce inondando le terre, sradicando gli alberi, distruggendo le case, uccidendo gli animali, immiserendo i contadini.

Io non so se i fiumi abbiano un’anima, se ce l’hanno, allora il Po ne ha tante quanti sono i colori dell’arcobaleno, il Danubio è blù, l’Arno è d’argento, il Tevere è biondo, il Po è d’arcobaleno, è bianco nei rigidi inverni, bianco come i fiumi del Nord, è grigio nelle lunghe pause nebbiose, è azzurro come il cielo della primavera, è rosso come il mattone delle case della sue città, è giallo come l’oro che i cercatori vanno setacciando tra le sue sabbie, è verde come il rigoglioso velluto delle sue sponde alberate. Per tutte queste ragioni io credo che il Po, nemmeno nelle lunghe pause delle stagioni fredde, non sia mai grigio: la vita non è mai grigia. Se un figlio del Po, come Zavattini, lo ha visto e descritto grigio, penso che ciò dipenda dal fatto che quella «visione» si riferisce agli anni della prima ricostruzione del Paese, gli Anni Cinquanta, quando i miracoli succedevano soltanto a Milano e proprio soltanto nella testa favolosa di Zavattini stesso e di De Sica, e quando ricchezza sul Po (e non solo sul fiume) era rappresentata da un sogno: allora i funerali erano tanto poveri che non avevano nemmeno il morto, oggi dietro al carro funebre si parla di eredità… Il Po, invece, è colorato come può essere colorato soltanto il padre, pur vecchio e decrepito che sia, di gente mattocchia la sua parte, paziente e lavoratrice, capace, come il grande fiume, d’improvvise levate di testa quando il sopruso dei potenti diventa insopportabile, capace di vere rivoluzioni sociali, ma tanto sapiente anche da non distruggere nulla di tradizioni e memorie.

Provate a discendere il fiume, ma da dove il Po diventa veramente Po — pigro e grasso — da Piacenza fino a oltre Ferrara prima del suo lento confondersi nelle acque del mare dopo aver depositato, sedimentandolo nei secoli, tutto ciò che a monte raccoglieva, e raccoglie, che si conserva e che si butta via: quindi sapienza che si raccoglie e follia, che si cerca di gettare. Provate a discendere il fiume, — dicevo — e vi accorgerete che, accanto alla sua sottile vena aurifera, vi è più evidente, di certo meno sottile, una vena di sana follia. Osservate attentamente paesi, città, uomini, donne, bambini e anche i cani, c’è in tutti — esseri viventi e pietre — questa palpabile vena, fatta di sagacia, di ironia, di ribellione e, soprattutto, di una gran voglia di vivere e ditemi se non è follìa, mica tanto sottile, aver voglia di vivere in questo mondo di potenti e di soprusi. Mi raccontano di un gran personaggio, che chiamavano Brilliperi per via di un berrettino che portava sempre sulla sua testa bislacca, un berretto come quello dell’antico corridore di auto (Brilli Peri, appunto) che aveva fatto il rivoluzionario e il partigiano e poi aveva trovato lavoro in una fabbrica della sua terra di Reggio Emilia e poi ancora aveva abbandonato tutto perché la sua donna si era messa col padrone e questa proprio non gliel’aveva perdonata e si era messo a girare su e giù per il Po con un carrettino a comprare e vendere stracci e giurava che gli stracci erano l’unica rivoluzione possibile e urlava come un matto strazaról nelle strade e sotto il muso delle donne al mercato e quando morì nella sua catapecchia costruita con assi e latta sulla golena del fiume trovarono accanto al letto appeso un gran quadro con una stupenda cornice dorata, antica e chissà dove l’aveva pescata, e dentro la cornice c’era soltanto un foglio bianco con una macchiolina in mezzo e sotto Brilliperi ci aveva scritto: Lagrima di operaio tradito nella fede.

Allora, ditemi se non è mica matto un uomo così, ma non c’è soltanto lui sul Po, come Brilliperi ce ne sono tanti, c’è anche la Nena, ma della Nena vi racconto dopo, perché anche quella è una bella matta e vale la pena di parlarne.

Il «grande padre» è vecchio, vecchissimo e mostra tutti i difetti dell’età, un po’ rincoglionito subisce gli affronti che gli fanno, apparentemente senza protestare, poi al momento buono, come lunga esperienza gl’insegna, restituisce lo sgarbo con improvvise impennate d’orgoglio e allora tenta di scaricare sugli uomini, i suoi nemici giurati, i veleni che gli accorciano la vita, le macchie nere di petrolio, gli scarichi urbani e industriali, gli acidi, l’acqua troppo calda delle centrali elettriche termonucleari, e allora si gonfia, minaccia e gli uomini fuggono e gridano, guardano imploranti dalla riva la grande massa grigia che precipita a mare come una cascata, il fiume torna a essere per qualche giorno il dio della valle, il dio saggio che premia i buoni donando loro la sua magia, un limo fertile che fa crescere i frutti in una sola notte di rugiada, oppure il dio cattivo, perverso e arrabbiato che punisce inondando le terre, sradicando gli alberi, distruggendo le case, uccidendo gli animali, immiserendo i contadini.

Il Rosso
Il Po è grande, è un grande sconosciuto, lo frequentano i pescatori e pochi altri amanti del silenzio di questi boschi di pioppi, del rapido frullare d’ali di un uccello in volo, del misterioso frusciare dell’acqua che accarezza la riva. Il Po è la generosa arteria che ha dato vita a un paese altrimenti miserabile e prima e dopo l’era di Cristo s’è offerto agli uomini senza condizione e ha fatto nascere e prosperare le grandi civiltà contadine e ora quelle industriali e le vestigia delle une e delle altre sono lì sulle sponde, quasi sempre dimenticate, spesso abbandonate alla rovina quelle antiche, mentre sorgono apparentemente proterve quelle di oggi, torri di cemento fumanti a striscie dipinte di bianco e di rosso, monumenti al benessere e sono quelle che stringono d’assedio il centro pigro e bellissimo di Piacenza, sempre sonnolento come un meriggio d’agosto mentre la periferia vive di frenesia, mutuata forse dalla civiltà milanese, cupa, grigia, ridondante di traffico. Proprio a Piacenza un giorno leggevo un cartello davanti a un’agenzia di viaggi: «Gita ai castelli della Loira» e allora mi domandai, e mi domando ancora, se la gente che va da questa Gallia a quella d’Oltralpe si è mai accorta, se conosce i castelli rossi di cotto che s’innalzano potenti lungo il fiume di casa nostra, da qui fino alla foce.

Basta lasciare Piacenza e seguire il Po per due o tre anse ed ecco subito il castello quattrocentesco di Caorso e poco più giù la rocca possente dei Pallavicino a Monticelli d’Ongina e di castello in castello arrivi fino a Stellata e poi a Mesola, che è ormai il mare.

Il Bianco
«Ma è già mare il Po, tant’è grande», disse quel giorno Emilio Pecorari, che per una vita era stato sindaco di Monticelli, mostrandomi da un ponte l’isola Serafini. «Lì, su quell’isola — raccontò Pecorari — ci nascondemmo noi partigiani nell’inverno del ’44 ed era un freddo cane, i campi erano bianchi e quasi, in certe ore della giornata, non li distinguevi dal fiume. Noi ci nascondevamo tra quei canneti, e una notte, improvvisamente, i tedeschi arrivarono fino a noi, qualcuno forse aveva spiato e non mi presero perché riuscii a buttarmi dentro l’acqua gelata del fiume e rimasi lì che a momenti morivo e riuscii a farmi trasportare dalla corrente fino all’altra riva mentre i tedeschi continuavano a sparacchiare e in acqua ci rimasi quasi un giorno, in mezzo e tutto quel bianco e alla fine mi trovò un pescatore.

Ma la storia di queste terre per me non finì lì, perché dopo la guerra c’erano i campi incolti e noi li occupammo e la polizia ci prese e ci portò in galera e in galera eravamo in tanti e pieni di vita e anche di entusiasmo e cantavamo. Sai che cosa vuoi dire cantare in galera? Vuol dire che la gente ha degli ideali, un paese che non canta è una società morta. E dopo la galera abbiamo ricominciato la ricostruzione, prima le cose necessarie e poi quelle per il piacere.
E una volta mi sognavo sempre di quel fiume tutto bianco, una specie di incubo, mentre adesso vedo le rive che sono verdi e mi arrabbio soltanto perché c’è troppa gente ancora che al Po pensa soltanto per farlo morire, buttandoci dentro veleni, pensa soltanto e farlo morire, mentre invece il Po ci ha dato sempre la vita
». E la vita sono purtroppo anche quelle due centrali, quella termoelettrica e quella termonucleare, che hanno preso il posto degli antichi mulini a pale di cui Bacchelli s’innamorò da giovane, ma che funzionano sempre secondo la stessa idea-forza, cioè l’acqua che scende vigorosa e fa pulsare le macchine, che una volta erano macchine che producevano farina bianca come la neve e adesso producono energia, chiamata anch’essa bianca, ma su questo bianco non tutti ci giurano ed è l’eterno conflitto tra passato e avvenire, tra vecchio e nuovo, con in mezzo un presente che viene schiacciato, compresso e non si capisce mai del tutto quello che è bene e quello che è male, anche se sappiamo tutti quanti che quelle centrali tagliano a mezzo il grande fiume e gli storioni non possono più risalire la corrente per andare sù, verso il Monviso, a depositare le uova perché altra vita possa nascere e queste vite faranno vivere altre vite ancora e questo in natura si chiama equilibrio e basta che una di queste vite manchi che l’equilibrio va a farsi friggere.

Il Verdi
Non ho mai capito perché la gente di Parma sia quasi tutta blesa, parli cioè con quella «erre» o moscia o arrotondata alla francese che fa tanto fino, per cui sembra che si dia tante arie, ma forse non è vero, anche se ricorda, maliziosamente, che in Emilia-Romagna l’ultima vera capitale è stata proprio Parma e Parma è stata anche il simbolo della libertà, quando gli onesti lombardi che volevano sottrarsi al gioco austriaco potevano con un salto passare il Po e qui trovare ospitalità. Maria Luigia aveva portato non soltanto l’aria apparentemente libera e borghesemente colta di Parigi uscita dalla rivoluzione, ma anche, io credo, quella strana erre francese, che è andata a condire, mescolandosi, la parlata aperta, cantilenante dell’Emilia sì da sortirne un effetto invero strano, ma molto affascinante che ti dà un po’ di soggezione.
Maria Luigia, in effetti, doveva essere gran personaggio e molto deve avere influenzato questo popolo che ama i piaceri della vita sposandoli sapientemente con la cultura e così ti capita di mangiare culatello affettato, che è un salume dolcissimo che quasi si scioglie in bocca e «meglio del mio, guardi, non ce n’è», mi disse una rotonda e soda signora ostessa, che si chiamava proprio Maria Luigia e aveva la trattoria sotto l’argine del Po, verso Busseto, e camminava dondolando sui fianchi prosperosi e operosi come l’avantreno di un buon fuoristrada. E io quella sera risposi che ci credevo che di culatello così è difficile trovarne e lei, Maria Luigia intendo, che aveva la camicetta un poco aperta e faceva intravvedere due rotondità che parevano di panna montata, mi rispose con un sorrisetto malizioso e con un «grrrazie», dove il ranocchiare divenne irresistibilmente incontenibile.

Da queste parti, il corso del fiume è tutto un andare e tornare, uno zigzagare indeciso se buttarsi in tuffo verso il mare o tentare un impossibile ritorno a monte e dovunque, in queste anse che si formano, in queste curve, in questi terreni paludosi, i boschi di pioppi si infittiscono quasi a formare una foresta gracchiante di rane. E chissà che non siano state le rane a insegnare la prima musica al bimbo Giuseppino (Pino, Pinuccio) il quale, ancorché paia impossibile, era pur nato senza la barba e mi riferisco naturalmente al Verdi. E certo che a ragione forse del vino buono che scalda le gote, del culatello dolce che ti riempie tutto e del sussurrare misterioso del Po che accarezza la riva cavandone, come da una viola, suoni melodiosi, è certo che forse per tutto questo, man mano che ti avvicini a Busseto hai la sensazione che ti accompagni questa musica sottile, che diventa concerto quando ci arrivi. Un concerto che il soddisfatto Verdi ascolta beato dall’alto della sua poltrona di bronzo, il monumento nella piazza davanti al teatro, e se ne sta lì seduto, Giuseppe Verdi, con quella barbetta metà Mazzini e metà Garibaldi, metà conservatrice, metà rivoluzionaria a contemplare la sua gente e a ragionare su quanto sia errato quel detto secondo cui nessuno è profeta in patria, lui, il Verdi, profeta è stato, eccome, forse come nessun altro e dovrebbe, io credo, essere lui a fare un monumento alla sua gente, anziché la sua gente a lui, anche perché è davvero ora che i monumenti vengano eretti alla gente, al popolo, a questa razza perfino troppo paziente, comprensiva, quasi sempre benevola anche con chi non lo merita.

E per fortuna che il Verdi merita perché era davvero un geniaccio, anche se davanti alle lire non tirava mai via la mano, e sul monumento ci sta bene. E soltanto qui, allora, capisci che cosa significa sposare la cultura al salume, l’arte al buon vino, e come il piccolo Joseph-Fortunin Frannois (così fu registrato sul libro del comune il neonato Giuseppe Verdi) sia potuto crescere con la musica in corpo e con la voglia di scrivere note tra i profumi di prosciutto e di vino dell’oste suo padre.

L’Arancione
Sul Po — mi diceva un giorno un amico che mi accompagnava in quell’incomparabile viaggio che feci da Piacenza fino al mare — sul Po oggi è necessario parlare degli ultimi. Non è che gli `ultimi’ siano una eccentrica categoria, ma quando dico gli ultimi dico proprio quelli che vengono alla fine di tutto: l’ultimo pescatore professionista, l’ultimo traghettatore, l’ultimo calafato, eccetera». Mi diceva queste cose mentre attraversavamo Brescello, il paese di quei due allucinati personaggi di don Camillo e Peppone, ed entravamo nella zona tra Santa Vittoria, Boretto e Gualtieri, che è anche definita la capitale del melone e del cocomero e il melone è dolcissimo e carnoso e di un bel colore arancione e ogni cento metri, qualsiasi sia la strada che prendi, trovi un’anguriaia di frasche e quando è estate e il sole ti cade quasi a picco sulla testa, in queste terre che paiono in quel periodo un lembo d’Africa, ti ricoveri sotto le frasche, ti affetti un bel cocomero o un bel melone fresco e non hai più bisogno d’altro nella vita.
E proprio a Boretto, che era lo scalo padano preferito dalla Repubblica veneziana, conobbi uno dei tanti `ultimi’, cioè l’ultimo calafato, Remo Chezzi, capace di fare barche lunghe otto metri, barche di legno solido come si facevano una volta, che ti danno, soltanto a vederle, l’impressione che scivolino via sull’acqua, leggere e manovrabili, proprio per poter navigare sul filo della corrente, evitare i gorghi e risalire il fiume al semplice tocco del remo. E qui a Boretto venni a sapere una cosa che non avrei mai creduto, cioè che la barche hanno un sesso, ci sono le battelline e i battellini, le battelline hanno la prora allungata e aggraziata, mentre i battellini sono più tozzi, ma ormai le barche e i barchini li fanno di plastica e anche a loro hanno fatto perdere il sesso.

L ‘Arcobaleno
L’argine del Po a Gualtieri è forte, solido come una roccia, per costruirlo — così dicono — hanno distrutto due terzi del palazzo Bentivoglio, che è uno tra i più preziosi tra quanti si specchiano nel grande fiume, con una sala interna tanto alta da far venire le vertigini a guardare in su e c’è fuori un cortile sterminato che ora è la piazza di Gualtieri, un bel salotto verde al quale è mancato qualche anno fa uno degli arredi più importanti, un cedro secolare, morto di vecchiaia e che per generazioni è stato l’ombrello degli anziani, i quali andavano là sotto nei caldi pomeriggi a rinfrescarsi, a parlare delle proprie malattie e a dire che i giovani di adesso non sono più come quelli di una volta. E quando il cedro è morto agli abitanti di Gualtieri è mancato un vecchio amico, un portafortuna, un simbolo perfino politico, perché là sotto i suoi rami si riunivano anche i disoccupati, in quei disgraziati Anni Cinquanta, quando, se facevi una manifestazione di protesta, i padroni ti facevano bastonare e poi, per giunta, ti facevano mettere in galera e la polizia era agli ordini dei padroni e agli agenti, che erano quasi tutti poveracci affamati del Sud, veniva insegnato che gli operai e i contadini erano dei nemici, che volevano uccidere, rovesciare il mondo, o spaccarlo in due come uno di questi gustosi meloni di Gualtieri; e, allora, sotto il cedro ci andavano i disoccupati a discutere e quando la pianta è morta, tutti i cittadini di Gualtieri sono andati a prendersi un pezzetto di cedro e se lo sono portato a casa ed è una cosa bellissima che lo abbiano fatto così naturalmente, è stato come portarsi a casa un pezzo dell’anima di Gualtieri e dei suoi vecchi con tutte le loro fatiche, le loro battaglie, il loro sudore di lavoratori sfruttati.

Tra Colorno e Borgoforte il Po fa una grande curva e in questa curva, come succede nelle corse di Formula Uno dove in curva tutte le auto si ammucchiano, si sono ammucchiate dieci e più cittadine in gara tra loro a chi è la più bella. E questa è la zona tipica, tra Guastalla e Luzzara, la zona tipica dei pittori naif e il fenomeno di questi pittori ruspanti non si può spiegare soltanto con il fatto che qui è vissuto quel matto di Ligabue che poi matto era soltanto per chi non sa distinguere tra realtà e fantasia e crede che la realtà sia soltanto quella che si tocca e che naif — parlo sempre di Ligabue — era per modo di dire, visto che conosceva la tecnica della pittura e della scultura in modo eccezionale. Ma qui, tra Guastalla e Luzzara (dove c’è il famoso premio di pittura dove regalano maialini e salami), ci dev’essere un polline particolare che fa venir la voglia di dipingere, perché quest’esplosione di pittori non si spiega soltanto con il fatto che su questi artisti, negli anni passati, è caduta una pioggia d’oro e bastava che uno fosse contadino e prendesse un pennello in mano per diventare subito non dico un nuovo Ligabue, ma addirittura un novello Leonardo.

E quando chiesi a Kabalo che cos’è che l’ha fatto diventare pittore, lui che fa il sarto e in casa sua, vicino ai quadri, c’è il manichino e nel laboratorio da una parte c’è il tavolo per tagliare la stoffa e dall’altra il tavolo per dipingere questi quadri che sono un arcobaleno di colori e sono allegri pieni di vita, una vita così diversa dalla sua piena di guai e dispiaceri, rispose candidamente che prese a dipingere «proprio per liberarmi da tutto quel peso che avevo dentro e un critico una volta mi domandò perché non dipingessi tutte queste cose tristi che ho dentro e io gli dissi che la pittura per me è un’ancora di salvezza, io non sono un grande artista, io sono un artigiano che lavora per se stesso e non per gli altri, non per il mercato e i mercanti e allora nei miei quadri ci metto tanta felicità e io sto dentro ai miei quadri e sono felice in mezzo alle mie ocarine che galleggiano sul Po tra tutta questa gente festante che canta, ride e scherza e manda in malora chi vive soltanto per guadagnare e per speculare anche sui sentimenti propri e degli altri».

L ‘Argento
Man mano che il Po avanza verso il mare, si alza rispetto alla terra, sembra che vada in salita e invece è la terra che si abbassa, si inabissa, è terra strappata alla palude e rimane sotto il livello del mare, per cui se vai in barca sul Po e riesci a guardare oltre l’argine vedi i campi laggiù e capisci di navigare su un fiume pensile, un fiume che, se rompe gli argini, si precipita sulla terra dall’alto come una cascata ed è per questo che fa tanti disastri quando rompe gli argini e fa tanta paura alla gente che ci vive sotto, cioè con un gran fiume sopra la testa.
Il Po è già così quando prende la curva per arrivare a Bondeno e dà vita a una serie di ramificazioni volute dall’uomo, canali piccoli e grandi, che dovevano servire a rendere intelligente il fiume e invece l’uomo ha finito per non servirsi più di tutto quel gran lavoro fatto e il fiume dev’essersi stancato di essere trattato soltanto come una gran fogna e meno male che adesso gli uomini cominciano a capirlo e hanno tirato fuori i soldi dalle banche per far tornare l’acqua pulita, che poi è un problema mica del Po, ma di milioni di persone che ci vivono attorno e il Po — dicevo — è già così verso Bondeno, dove si allarga a dismisura e sulle sue rive, attorno al ‘500, fu costruito un bastione stupendo, un castelletto a forma di stella, come non se n’erano visti prima e ogni angolo, a guardarlo da sotto, è come la prora di una nave e siccome è fatto così a stella l’hanno chiamato Stella. La Rocca possente di Stellata.
E fu proprio poco dopo Stellata, dove il Po incrocia il Panaro, che conobbi la Nena, era una figura immobile sulla sua barca, vedevo muoversi soltanto le braccia e la barca, sotto quelle piccole spinte, volteggiava avanti e indietro e quella figura sembrava davvero incantata e, invece, la Nena è proprio un essere vivente, ha due occhi azzurri come spilli e da giovane doveva essere bella come un’attrice, ma lei ormai non ricorda più quei tempi, tanto son lontani, quei tempi quando c’era sempre qualcuno che le bisbigliava all’orecchio, come un sussurro di vento: «Neeeenaaaa!». Il padre della Nena faceva il birocciaio e il traghettatore sul Po e la figlia aveva allora a disposizione acqua a volontà e cavalli e amava particolarmente una cavalla, matta come lei, alla quale piaceva nuotare e voleva sempre andare in Po e la Nena la cavalcava e sulla sua groppa attraversava il fiume. Io penso che questa donna, che attraversava il fiume in groppa a una cavalla oppure da sola perché era una gran nuotatrice e poi ha fatto la traghettatrice e poi ancora per vivere la pescatrice di professione, io penso che questa donna sia davvero eccezionale e quando le chiedi com’è stata la sua vita (che poi è stata drammatica e piena di guai, un figliolino morto a 22 mesi e poi la solitudine, perché non volle mariti) ti risponde che è «stata una vita» e non ha rimorsi o rimpianti, non rimpiange nemmeno quella volta che stava per prendere uno storione, che era un mostro enorme color argento e la Nena racconta di questo bestione d’argento che era finito nelle sue reti e doveva pesare più di due quintali ed era lucente che sembrava un siluro e lei, la Nena, quando lo vide, tirò la rete, poi scese in acqua con l’arpione a combattere con il mostro prigioniero e fu una gran bella lotta davvero con lo storione che le veniva contro e soffiava dalla bocca gran getti d’acqua che colpivano la Nena in pieno petto e menava gran colpi di coda e la Nena se la vide brutta ma non si ritirò, perché era la lotta tra due animali del fiume e ne andava dell’orgoglio di ciascuno e tutti e due erano forti e leali, troppo forti e leali perché ci fossero vinti o vincitori e, infatti, non ce ne furono perché mentre la Nena tirava la rete, il bestione argentato riuscì a romperla con uno strattone e a fuggire verso monte muovendo a pelo d’acqua un’onda come fosse un motoscafo e la Nena ancora oggi commenta estasiata: «
a me basta averlo visto».
E così la Nena, che è stata l’ultima traghettatrice del Po, racconta la sua storia che è vecchia di tre secoli, perché per tre secoli la sua famiglia ha traghettato gente di qua e di là dal Po, fino a che hanno inventato strade e ponti di ferro e cemento armato e le automobili e i treni per correrci sopra.

L ‘Azzurro
C ‘ è una lotta tremenda tra fiume e mare, il fiume che cerca di aprirsi il suo varco nel mare e il mare che erode la costa e spinge indietro il fiume ed è una lotta che dura da secoli e una volta vince uno, una volta l’altro, ma a ogni vittoria dell’uno sull’altro ha corrisposto una sconfitta dell’uomo, perché è cambiata ogni volta la sua terra, come nel 1151 quando il mare non ricevette più il fiume e il fiume ruppe gli argini a Ficarolo e poi, per dribblare il mare, cambiò il suo corso principale che era il Po di Volano e passava per Ferrara e si indirizzò verso Venezia (così come Venezia voleva) e i ferraresi dovettero continuare a scavare il loro piccolo Po di Volano per permettere agli Estensi di andare in villa a cacciare e in villa e nei castelli (come in quello splendido di Mesola) ci andavano in barca (e anche adesso i giovani duchi vanno i barca con fanciulle ambrate dal sole di queste spiagge) e poi scendevano con gli ospiti a fare pranzi e cene di cui il ricordo rimane ancora oggi e li facevano in queste terre dove l’acqua e il cielo hanno un unico colore, un azzurro che tende al grigio e all’orizzonte l’azzurro unisce l’acqua di palude al cielo, sicché questo è uno dei pochi posti dove il cielo sia in terra e viceversa. Che poi è una terra strana com’è strana la sua gente scura di pelle, incrocio tra gli etruschi di Spina e gli zingari e aveva ragione Malaparte quando scrisse che la gente di Comacchio mira da secoli a far di tutta l’Emilia una laguna per poter pescare le anguille sotto le mura di Bologna.

Ma è gente che sa anche di fantasia, come dimostra la leggenda del Bosco della Mesola, al centro del quale c’è una radura dove non cresce albero e alcuni dicono che nel tempo dei tempi qui cadde una stella e altri invece sostengono che qui si uccisero due amanti che non potevano amarsi come Romeo e Giulietta e da allora il loro sangue non ha fatto più crescere vegetazione e io penso che sia proprio questa la versione più vera. E l’unica possibile tra questi uomini sanguigni, metà terragni e metà marinari, che cucinano un pane bianchissimo, l’oro della terra, da gustare con il pesce arrosto — l’oro del mare — che qui fanno croccante e i due aromi si mescolano, così quest’aria che sa di cibi e di mare e di salso condisce questa terra che si confonde con l’acqua del fiume di cui è figlia o madre, chissà, e con quest’aria riguadagna Ferrara, dove torna a essere città nei giardini nascosti dietro le alte mura che delimitano vicoli e ampie vie, sicché la dimensione terra non è mai perduta, perché la terra si incarna nella stessa architettura della città che è prospettiva, o meglio scenario di un teatro dove la gente s’incontra, discute, si ama, s’azzuffa, soprattutto vive.

E, allora, l’essenza della città è spettacolo e la piazza è palcoscenico in cui tutta la gente recita: un palcoscenico gremito, pieno di misteriori brusii, che diventa deserto quando, come a un segnale prestabilito, la folla sparisce per lasciare posto a fantasmi silenziosi, alle famose muse inquietanti e allora t’accorgi veramente che le città e i paesi e la gente mattocchia di questa regione è tutta un’invenzione di quel padre grande e bizzarro che è il Po.

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