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TUTTO O QUASI,
SUL DIALETTO DI BUSSETO.

PRESENTAZIONE

Chi ha frequentato il dialetto e continua a privilegiarlo, a dispetto dei meriti che la
televisione si attribuisce di aver nobilitato e ridotto ad unità il linguaggio
degli italiani, una fatica come questa, che ha impegnato Manfredo Cavitelli,
merita ammirazione e consenso. Ma anche chi con il dialetto ha rapporti
occasionali, sporadici e lo parla con la degnazione degli snob troverà in
queste pagine motivi di riflessione e occasioni di divertite scoperte. In una
fase storica come quella che stiamo attraversando, devastata dalle mode,
segnata da convulsi cambiamenti nelle abitudini e nel costume, con le
tradizioni che si vanno sfarinando egli orgogli della appartenenza cedono
davanti ai miraggi di una terrificante globalizzazione, la rivisitazione
organica e puntigliosa di un modo di comunicare che ha il fiato di secoli e ci
tramanda l’eco di tante generazioni, è una scelta di cultura.
Queste pagine
portano a riapproppriarci di brandelli di vissuto, ci aiutano a riscoprire non
soltanto un gergo da salvare (come direbbero quelli del WWF), ma anche i percorsi,
il modo di essere di una convivenza che ha avuto altri ritmi, ma ha saputo
trovare nell’ironia, nelle immagini pungenti, nei soprannomi icastici, la sua
specificità e la sua cifra più autentica.
Scorrendo questo libro, insieme con il nostro DNA, sentiremo affiorare grumi di nostalgia e, complice l’anagrafe, rimpianti per una stagione più carica di umanità, più
vivibile, intrecciata di rapporti interpersonali più schietti, non segnati, come avviene oggi, dalle ipocrisie e dalle convenienze. Una stagione, come sosteneva Cesare Zavattini, nella quale “buongiorno” voleva dire veramente buon giorno e “ma va a caghèr” suonava come un invito specifico.
Ma anche senza le lenti deformanti della nostalgia, senza il lenocinio dei sentimenti, nelle pagine che seguono i Bussetani che si professano “dal sass”, troveranno il filo conduttore di un corale “amarcord” e la certificazione di una identità tenace e non corruttibile, impermeabile alla erre arrotata e alle cadenze cantilenanti dei fidentini e dei soragnesi. I Bussetani più recenti, quelli di adozione, i sopravvenuti da ogni angolo
d’Italia, potranno misurarsi profittevolmente con l’inestimabile patrimonio linguistico di quella che Giovannino Guareschi amava definire “languida signora della Bassa” e noi sentiamo con estimazione come la nostra piccola patria.
Busseto, marzo 1999

Lino Rizzi

INTRODUZIONE

L’idea che mi ha portato qualche anno fa alla realizzazione di un “vocabolario” del
dialetto di Busseto, se da un lato ha mantenuto, almeno credo, la finalità che
si proponeva, quella cioè di salvare i principali vocaboli che hanno permesso
ai nostri avi, e permettono a noi di esprimerci con maggior franchezza e più
speditamente, non ha dall’altro risposto alle aspettative di vedere sollevato
l’interesse per un passato che non è ancora tramontato e che, in fin della
fiera, rappresenta un aspetto della nostra cultura e che ci aiuta a capire, se
non chi siamo, per lo meno da dove veniamo.
La scarsa attenzione apparentemente dimostrata dai bussetani per la loro lingua,
nonostante che il volumetto sia diventato introvabile poche ore dopo la sua
diffusione, si è delineata in modo palese per il silenzio che è seguito attorno
all’argomento. Ma forse di disinteresse non si è trattato. Un vocabolario, appena acquistato, si sfoglia frettolosamente e si ripone in uno scaffale per poterlo consultare in qualsiasi momento. Il piacere di avere in casa un sicuro punto di riferimento per ogni
eventuale ricerca filologica o per soddisfare una curiosità, rappresenta di per sè una valida ragione per sentirsi appagati.
Ecco perché questa nuova edizione non si limita alla elencazione alfabetica, sia pure arricchita e corretta, dei termini più caratteristici, ma vuole avere anche la peculiarità
del “libro di amena lettura”, che circola per casa e nel quale, un’occhiata oggi, un’occhiata domani, sarà possibile trovare spunti per divertenti scarrozzate di mero sapore nostrano.

L’Autore

PREMESSA

L’alfabeto fonetico di un dialetto, cioè l’espressione dei suoni che carratterizzano la pronuncia delle singole lettere e quindi delle parole, non può fare a meno, per la sua esposizione scritta, di ricorrere ad una serie di segni speciali (accenti od altro) che
assumono valori diversi per ogni dialetto.
Per quanto riguarda, in particolare, la principale caratteristica del dialetto emiliano, vale a dire la “e” molto aperta, peculiarità sottolineata a mo’ di derisione in tenzoni campanilistiche, i testi lessicali la indicano graficamente con il segno “a” sormontato dalla dieresi (à). La mia convinzione è che noi dovremmo scriverla “è” con l’accento grave, come ho applicato nella precedente pubblicazione, ma di buon grado mi sono qui allineato alla tendenza prevalente.
Al fine di risolvere qualche dubbio sull’interpretazione di detti “suoni”, ritengo utile, specie per gli “stranieri”, corredare il testo con le seguenti note.

Vocali
à (con la dieresi) corrisponde, come detto sopra, alla lettera “e”
molto aperta, come solo gli emiliani pronunciano istintivamente. Pertanto, ad
esempio: andàr, panàda, Pàrma si leggeranno andèr, panèda, Pèrma
è (accento acuto) pronuncia chiusa, come nella parola fréva (febbre)
è (accento grave) pronuncia aperta, come nelle parole: bèle (di già); égar
(amaro), sèrb (acerbo)
o (senza accenti) pronuncia alfabetica, come in fola (favola); galosi
(caloscie); panarot (scarafaggio)
ò (accento acuto) pronuncia chiusa, come in dabòn (davvero); còn’a (culla); bsònt
(unto)
ò (accento circonflesso) in questo caso si fa ricorso al suono del dittongo
francese “eu” , come nella parola “neuf” che significa nuovo e si legge nóf (noi diciamo nòv). Costituisce una delle principali caratteristiche del nostro dialetto e la troviamo, per esempio, in queste altre parole: biciclòta (bicicletta), ciòrga (chierica), baslóta
(mento)
ù (con la dieresi) anche questo suono appartenente alla parlata d’oltr’alpe, come
nella parola “mur” che significa muro sia in francese che nel nostro dialetto .

Consonanti
c’ suono dolce in fine di parola, come in sic’ = secchio
g’ suono dolce in fine di parola, come in mag’ = maggio
s’c per separare le due consonanti, come nei casi di s’ciatra (spruzzo) o mas’c
(maschio)
s un discorso a parte è da farsi sulla consonante “s”, anche per le
implicazioni che coinvolgono altre due sorelle la “g” e la “z”.
Va premesso che una prima, ampia suddivisione dei suoni che provengono dall’uso comune di questa consonante, ha per risultato la classificazione in due principali categorie. quella che comprende l’uso della “s” sorda (o dolce) e l’altra con la
“s” sonora (o forte). Inoltre la sorda è suddivisa in quattro gradi di intensità. Per non parlare della “s” salata (o emiliana).
Per superare questo groviglio di complicate distinzioni, ho schematizzato come segue:
s (senza accenti) corrisponde alla “s” sorda (o dolce) come nei seguenti casi: sarnir = scegliere; saraf = complice; mansa = pannocchia.
s (con barretta sovrapposta) corrisponde alla “s” sonora (o forte) come nelle seguenti parole: Sitàr = fondere il burro; prosa = porzione di terreno; còsar = cuocere; sugnàda = porcata.
Nel caso della “g” sonora, si verifica spesso che prenda il posto della consonante “g” esistente nella parola originale. Esempi: mònsar = mungere; busia = bugia; saca
= giacca.
Entrambe le versioni, sorda e sonora, intervengono poi per sostituirsi alla consonante “z” che può considerarsi inesistente nel nostro dialetto (infatti, quando la citiamo,
diciamo “la seta” e non “la zeta’). Esempi: safran = zafferano; rasa = razza; siu = zio; sgasa = gazza.
Vi sono infine, casi assai rari, dove la combinazione delle lettere favorisce la pronuncia della “z” anche dove non è presente nella parola originale. Esempi: punt’zéla =
ponticello; mad’zén’a = medicina; d’zòn = digiuno; lat ‘zél = latticello. Per queste eccezioni, ho superato ogni indugio usando, senza ritegni, la ricusata “z”.
Segnalerò anche due particolarità che incidono sulla fonetica di alcune parole, pur non apportando modifiche significative: – la lettera “v” viene spesso eliminata nella pronuncia di vocaboli che originariamente la contengono.
Esempi:
vocaboli dialetto pronuncia
lavorare lavuràr lauràr
diavolo ci iavul diau l
adoperare druvàr druàr
fittavolo fitavul fitaul
povero povar poar
rovesciare scaravultàr scaraultàr
eccetera….
– la coniugazione di molti verbi all’infinito è, per tradizione ormai radicata, spesso pronunciata con la soppressione della “erre” finale. Gli esempi qui riportati
chiariscono il concetto:
espressioni dialetto pronuncia
“dove devi andare?” in du’gh’èt d’andar? in du’gh’èt d’andè?
“vado a casa a mangiare” vag a cà a mangiar vag a cà a mangè
“smettila di piangere!” piantla ‘d caragnàr! piantla ‘d caragnè!
“sono stanco, ho appena sum strac, ho apena sum strac,
ho fnì finito di vendemmiare” fnì d’indumiar adès d’indumiè
“poter comperare pudér cumprar pudé cumprar
una macchina” `na machina `na machina

Diverse altre singolarità andrebbero evidenziate, non per stabilire delle regole forse impossibili, ma per chiarire i dubbi che inevitabilmente sorgono nel vedere scritta una “lingua” sino ad oggi solo parlata.
La comprensione dei lettori aiuterà a superare le possibili incertezze.

MODI DI DIRE

Parole, frasi e terminologie tipiche del modo di esprimersi popolare, a volte contrassegnate da volgarità, ma generalmente non “cattive” e, in ogni caso, schiette e
spontanee.

Pèrdar i toc = (perdere i pezzi). Peggiorare il proprio stato, sia di salute che economico
Un tant al toc = (un tanto al pezzo). Valutazione all’incirca
Un toc ad dona = (un pezzo di donna). Una femmina degna di essere guardata
Un toc ad mistula = (un pezzo di mestola). Un ragazzo discolo, birboncello
Con l’uso del verbo durmir o dormar (dormire)
Durmir in cavóssa = (dormire legato alla cavezza). Dormire in piedi, come fa il cavallo. E’ una attività che di solito si esercita…. da svegli, quindi da evitare
Dormar da pé = (dormire ai piedi). Dormire a letto con la testa al posto dei piedi
Dormar da cò = (come la precedente)
Durmir sarà = (dormire chiuso). Dormire a lungo, senza intervalli Dormar la son =
(dormire il sonno). Nient’altro che un modo di dire
Vultàr galòn = (voltare fianco). Continuare a dormire…. quando sarebbe ora di alzarsi

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“pupu e pipì”

Ésar in d’la mèrda infen al col oppure infén a j’occ’ = (essere nella merda
fino al collo oppure fino agli occhi). Essere nei pasticci; correre il rischio
di affogare in modo sgradevole; avere poche probabilità di cavarsela
Spartir o pistàr `na mèrda = (calpestare un escremento). E’ come fare un passo
falso; sbagliare un comportamento. Si dice anche taias
Fàsla a doss = (farsela addosso). Può essere: da la paura (pupù); dal ridar
(pipì). In senso figurato descrive uno stato d’animo contingente, traducibile
in “sgomentarsi e non sapere come reagire” o, più semplicemente,
“farsela sotto”
T’at na cursarè in dal pisàr = (te ne accorgerai nel fare la pipì). Avvertimento
per mettere all’erta chi stà apprestandosi con leggerezza a fare qualcosa che
prevedibilmente gli procurerà dei problemi
Cambiàr l’aqua al mèrul = (cambiare l’acqua al merlo). Fiorita espressione, presa in prestito dagli amatori di uccellini in gabbia, per dire di voler fare pipì
Avégh al man ad mèrda = (avere le mani di merda). Constatazione poco riguardosa, prevalentemente verso se stessi, quando si lascia cadere qualcosa dalle mani
Tràr al prét in d’la mèrda = (gettare il prete nello sterco). In senso figurato
significa prendere una decisione coraggiosa ma rischiosa, vada come vada….
Permane il rischio che sia il prete a sopportarne le ventuali demoniache
conclusioni
Avégh un strons suta ‘l nàs = (avere uno stronzo sotto il naso). Tenere un atteggiamento altezzoso
Pién ad mèrda = (pieno di cacca). Presuntuoso, arrogante
Piat ad mèrda = (piatto di cacca). Noioso, mai soddisfatto
Facia ‘d mèrda = (faccia di cacca). Definizione che non lascia scampo
Vultàr al cul = (voltare il sedere). Andarsene, lasciando bruscamente l’interlocutore

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Paràr só = (parare su). E’ una espressione del nostro idioma che non trova l’equivalente nella madrelingua. Da noi si usa esclusivamente per indicare l’azione dello
spingere o del persuadere, anche con la violenza, gli animali delle nostre
campagne (mucche, maiali, galline, oche, ecc.) a rientrare negli ovili. Ne è
derivata la definizione di “paradur da vachi” che era colui
che accompagnava, a piedi, anche una sola mucca per condurla a destinazione, a
volte per molti e molti chilometri. Paràr só ha anche il significato di
coprire, cioè esercitare la monta da parte dei tori, dei verri e degli
stalloni, con licenziosi riferimenti all’atto umano….
As ga senta = (ci si sente). Così dicendo, si segnala la presenza di spiriti o fantasmi
L’ha gnan dit bau! = (non ha nemmeno detto “bau”!). Frase che conclude il racconto di
una disputa, riportata con enfasi da chi ha fatto valere le proprie legittime
ragioni. Con ciò intendendo dire che un cane, “bastonato” in quel
modo, avrebbe almeno detto “bau”, mentre il contendente ha messo la
coda fra le gambe e se n’è andato! L’espressione si usa anche riferendo sul
decesso di un conoscente che ci ha lasciati improvvisamente sensa gnan dir
bau!
A cà dal diaul = (a casa del diavolo). Molto lontano
Stàr cui pé suta la tavla = (stare con i piedi sotto la tavola). Sedere ad un pranzo, con la sottintesa smania di rimanerci a lungo…

Con l’uso del verbo dar (dare)
Dagh dèntar, dàgh suta = (darci dentro, darci sotto). Impegnarsi, darsi da fare
Dàgh ad nàs, Dàgh ad buca = (dargli di naso, dargli di bocca). Non gradire
Dar al fèr = (dare il ferro). Stirare
Dar indré = (dare indietro). Peggiorare nello stato di salute
Dar so la puar = (dar giù la polvere). Rassettare la casa
Dàgh da sè = (intraducibile). Non tenere in conto, non essere interessato
Dar di num = (dare dei nomi). Offendere

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Simar `na butiglia = (scartare il primo goccio di vino da una bottiglia). Manovra che si
effettuava un tempo ad ogni stappatura di bottiglia di vino. Consisteva
nell’imprimere un movimento rapido alla bottiglia che si teneva in mano, al
fine di provocare la fuoriuscita di una esigua parte del vino stazionante nel
collo della bottiglia stessa, su cui galleggiavano eventuali corpi estranei
(moscerini, schegge di sughero, “fiori” del vino, olio, ecc.)
In spada = (in spada). Locuzione che descrive la condizione di chi esce di casa, nel
periodo invernale, senza cappotto. Il detto deriva dall’idea suggerita dalla
spada fuori della guaina, ma anche dal fatto che, al tempo dei cavalieri,
coloro che camminavano senza mantello lasciavano vedere l’arma che pendeva al
fianco
… e l’érai! = modo di dire intraducibile, usato a commento di un fatto riferito, per
evidenziare l’esagerazione o l’incredibilità di quanto udito
Da spóss = (di spesso). Frequentemente, spesso
Sa s’cianca = (si rompe). Con questa frase si sottolinea che, dopo abbondante e prolungata caduta di pioggia con cielo plumbeo in generale, uno squarcio si è prodotto
nelle nubi e si può sperare in un miglioramento
Sut sira = (sotto sera). Verso sera

Con l’uso del verbo tòr (prendere, sposare, comperare)
Tòr a godar = (prendere a godere). Divertirsi alle spalle di qualcuno. Prendere in giro
Tótan mia! = (non prendertela!). E’ una esortazione a passar sopra, a non far caso
Tòt fòra di pé! = (togliti fuori dai piedi!)
Tót fòra di cuiòn! = (togliti fuori dai coglioni!)
Tót fòra dal bali! = (togliti fuori dalle palle!). Tre inviti perentori che hanno due possibilità di risoluzione: o l’interpellato se ne va, o nasce una lite
Tòla sò dulsa = (prendila su dolce). Bonario suggerimento ad affrontare un lavoro che, sin dall’inizio, appare impegnativo

Con l’uso del verbo tirar (tirare)
Tirar a bucar = (tirare a bocciare). Arrischiare di indovinare, nel senso che il tentativo di
azzeccare la risposta giusta ad un quesito, ha le stesse probabilità di
riuscita di un colpo in una partita a bocce
Tirar al plòn = (intraducibile; per il significato di plòn, ved. vocabolario). Cercare di
imbrogliare. Fare un tentativo per volgere a proprio favore una situazione
Tiràr a vódar = (tirare a vedere). Esempio: al g’ha la vista bòn’a; al tira infén dadlà da Po! (ha la vista buona, vede persino sull’altra sponda del Po!)
Tirar avanti alla bèl e méi = (tirare avanti alla bene e meglio). Barcamenarsi
Tirar sò ‘l bùschi = (tirare su le busche). Scegliere, lasciando al caso la preferenza. Per “busche” si intendono dei rametti o, addirittura, dei fili d’erba, fra i quali avere la fortuna di estrarre quello più lungo per vantare un privilegio rispetto agli altri concorrenti
Tirar adré = (tirare dietro). Scagliare. Trascinare, accompagnare
Tirar sò la capéla… dal stumag = (rinvigorire la “cappella” dello stomaco). Frase imperniata su uno dei tanti doppi sensi cui ricorrono di buon grado i dialetti per trattare argomenti imbarazzanti. Al concetto della abbondante mangiata, che rimette in sesto uno stomaco vuoto, si abbina quello dell’apporto simultaneo di energia utile ad altra importante funzione virile
Tirar indré ‘l cùl = (tirare indietro il sedere). Non mantenere fede alla parola data. Ritirarsi da una trattativa
Tirar sò ‘n fiòl = (tirare su un figlio). Educare, far crescere un figlio
Tirar i s’ciaff = (tirare gli schiaffi). Essere antipatico
Tirar la cadéna = (tirare la catena). Il senso figurato di questa frase non ha bisogno di
spiegazioni quando sottintende il modo di convogliare certa gente nel loro elemento
Tirar sira = (aspettare che venga sera). Far venir sera (proprio di chi non ha niente da
fare)
Tirar so i quàdar = (tirare giù i quadri). Bestemmiare
Tiràr adré d’j’asidént = (indirizzare accidenti a qualcuno). Augurare malanni
Tirar a cimént = (tirare a cimento). Provocare, punzecchiare, stuzzicare. Si dice anche mètar a la pònta (mettere alla punta)
Tirar só i barbis = (tirare su i baffi). Assumere aspetto autorevole, dimostrare sicurezza. E’ l’atteggiamento di chi, solitamente mansueto e tranquillo, sale in cattedra e diventa bellicoso (anche se non ha i baffi)

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Pióva, néva o timpèsta = (sia che piova, che nevichi o che venga la grandine). Con qualsiasi tempo, a tutti i costi. Dichiarazione che assicura il mantenimento di un impegno
Da ch’indré = (da qui indietro). In passato; nei tempi trascorsi
Da la casca = (per caduta). La descrizione di un frutto con questa precisazione, significa che è di bassa qualità, cioè caduto spontaneamente dall’albero a causa di
intemperie, di cattiva maturazione o per opera dei vermi. Esempi: pum o brugni da la casca = mele o prugne di scarto, raccolte per terra. Il modo di dire si è esteso anche ad altri prodotti non sani, di seconda qualità, anche se non caduti da una pianta (patate, pomodori, ecc.). Può pure indicare cattiva qualità di persone
Far bél = (fare bello). Ha diversi significati. 1) Comportarsi bene. Esempio: Fa
bèl, m’arcmand!
= Sii bravo, fà bella figura, mi raccomando! 2) Tempo
meteorologico. Esempio: Incò fa bèl = oggi fa bel tempo. 3) Considerare
facile. Esempio: domanda “Rompa cla nus che“. Risposta “At
fè bèl té, che ‘g vól un martél!

Lùi, c’al diga! = (lei, che dica!). E’ il modo più sbrigativo e più schietto, usato dalle
nostre parti, per rivolgersi a qualcuno, particolarmente per ottenere indicazioni

Con l’uso del verbo andar (andare)
Andar so ‘d birla = (mutare il normale equilibrio). Dare i numeri; impazzire. Dallo spagnolo birle = rullo
Andar so da squàdra = (andar giù di squadra). Perdere il controllo delle proprie facoltà
psicologiche
Andàr so ‘d carsàda = (uscire dalla carreggiata). In senso figurato significa deviare dal discorso dicendo cose non pertinenti. Il responsabile della divagazione viene richiamato
all’ordine con “Sta in carsada!” oppure “Sta in grap!”
Andàr so ‘d cór = (andar giù di cuore). Addormentarsi, “bioccare” (ved. biuceir)
Andàr in oca = (andare in oca). Distrarsi, dimenticare. Rimanere con lo sguardo fisso nel vuoto per alcuni secondi
Andàr a badacc’ = (andare a sbadigli). Soffrire di carenze varie: di soldi, di cibo, di lavoro, ecc. Il riferimento allo sbadiglio richiama intenzionalmente il movimento del
pesce che, per vivere, è obbligato ad emergere ogni tanto in superficie per
rifornirsi – con uno sbadiglio – dell’aria essenziale
Andàr a balòn = (andare a pallone). Finire in rovina. Essere preso a calci da tutti, come un pallone.
Andàr a liss = (andare a liscio). Nella briscola, giocare una carta di nessun valore. Deriva dalla espressione “liss `mé l’oli” (liscio come l’olio), cioè piatto, scevro da ogni difficoltà, la stessa situazione che si vuol mantenere nella briscola giocando “liscio”
Andàr a mónt = (andare a monte). Troncare una partita a carte prima del termine. Si dice anche andar sò
Andàr a pùtani = (andare a puttane). Fallire, finir male. Andare alla ricerca di un certo, ma non sicuro, sfogo sessuale. Il senso figurato denuncia lo stretto legame fra i
fallimenti e i soldi dissipati con le donne…
Andàr bùsa = (andare buca). Obiettivo fallito. Tentativo non riuscito
Andàr in cimbali = (intraducibile). Intervenire in allegre riunioni, alzando il gomito
Andàr a padròn = (andare a lavorare sotto un padrone). Venire assunto a paga
Andàr par faméi = (girare per le campagne in cerca cli lavoro). Anche nella stalla, come “famiglio”
Andàr sura = (andare sopra). Traboccare. Una bottiglia di “ffirtan’a c’la và
sura”, vuol dire che “scappa” per la sua naturale effervescenza
Andàr a mastùr = (andare mischiati). Fare combricola fra giovani dei due sessi
Andàr da màl = (andare a male). Imputridire. Divenire immangiabile. Per il latte è: farla
ricota
Andàr fòra in tusòn = (andar fuori in tosone). Uscire di casa senza cappello. Non è noto perchè si usi la parola tusòn in questa espressione, essendo ben consciuto il suo
significato (ved. annesso vocabolario).
Andàr sò = (andare su). Oltre al significato di “andar a mònt”visto sopra, si
usa nel gioco delle bocce per “andare a segno o a punto” con l’intento di posizionare la propria boccia il più vicino possibile al pallino
A g’n’in va a lò! = (gliene va a lui!). Commento ironico nei confronti di persona a cui si è fatto un favore e che non dimostra riconoscenza, anzi….

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Con l’uso del verbo tacàr (cominciare, e diversi altri significati)
Tacàr déntar = balbettare
Tacàr in d’I’erre = avere la erre “umida” nella parlata
Tacàr `na partida = vincere una partita
Tacàr suta = cominciare a lavorare, a dormire, a parlare, tata banda!, ecc.
Tacàr al fóg = accendere il fuoco
Tacàr in gula = disturbo alla gola causato da fumo o inquinamento atmosferico
Tacàr sò ‘l capél =
Tacàr al capél al ciold = appendere il cappello, ovvero sposarsi convenientemente

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La man (la mano)
Tiràr a man = (tirare a mano). Mettere in discussione; chiamare in causa
Tiràr a man di giuidé = (tirare a mano dei giovedì). Sollevare dei pretesti per prolungare una trattativa che sembrava già conclusa. Non è noto il perchè dei
“giovedì”
Ésar a la man = (essere alla mano). Essere facile da trattare; non darsi arie
Avér quèidòn a la man = (avere qualcuno alla mano). Trattare qualcuno con confidenza
Avér quèl a la man = (avere qualcosa alla mano).
Avér quèl a la via = (avere qualcosa già avviato). Modi di dire che si usano mettendo mano, per esempio, ad un salame in parte già tagliato o ad una bottiglia già stappata
Man pasarén’a = (mano passerina). Mano leggera da borseggiatore o palpeggiatore
Bòn’a man = (buona mano). Mancia
Bsuntàr o bagnàr la man = (ungere o bagnare la mano). Dare la mancia
Parlàr in s’la man = (parlare sulla mano). Distrarre chi è concentrato sul lavoro
Tgnir a man = (tenere a mano). Risparmiare
Man drita = (mano diritta). Destra
Tgnir la so man = (tenere la propria mano). Rispettare la destra sulle strade
So ‘d man = (giù di mano). Nella direttrice sbagliata, cioè a sinistra sulle strade
Man ad patòn’a = (mani di castagnaccio). Mani mollicce, senza presa.

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Strabùcàr o arvulàr j’occ’ = (rovesciare o rivoltare gli occhi). Morire
Pàrla, buca santa! = (parla, bocca santa!). Modo di sollecitare qualcuno rimasto in silenzio, ma che si vorrebbe esprimesse la sua opinione
Pàrla `me ‘t mang’! = (parla come mangi!). Questa battuta, di uso abbastanza frequente, presuppone che la qualiità del mangiare ed il quotidiano modo di affrontare il desco da parte della stragrande maggioranza della gente, sia normalmente improntato alla semplicità, se non all’umiltà. Si ritiene, per conseguenza, che anche il modo
di parlare di chi appartiene a questa categoria, sia proporzionalmente adeguato
ad un siffatto tenore di vita. Pertanto, sorprendendo uno di questi ad usare
parole inconsuete ed altisonanti, a parlare cioè “in pònta `d fursén’a
(in punta di forchetta), lo si beffeggerà rivolgendogli l’invito “parla
‘me ‘t mang’!’
Mangia, tàs e mucat al nàs! = (mangia, taci e pulisciti il naso!). Per far capire al moccioso di non interferire nei discorsi dei grandi
A occ’ e crus = (a occhio e croce). All’incirca
Ciamàs fòra = (chiamarsi fuori). E’ la conclusione convenzionale in alcuni giochi di carte, da proclamare al raggiungimento del minimo indispensabile per vincere una
partita ed evitare che l’avversario possa dichiarare la vittoria da parte sua, anche se raggiunta in un tempo successivo. La frase viene anche usata col significato di rinuncia ad una trattativa in affari, prima che sorgano complicazioni. Si usa infine per dichiarare genericamente la propria estraneità
Ésar ad dàda = (essere di data). Essere il primo a giocare in una partita a carte

Con l’uso di adré, avverbio o preposizione che il dialetto usa con molta libertà
Dàgh adré = (darci dietro). Accellerare, sollecitare. Anche tucàr sé;
Dir adré = (dire dietro). Parlar male di qualcuno non presente
Andàr adré = (andare a dietro). Insistere
Ésar adré = (essere dietro). Essere occupato in un lavoro; stare facendo qualcosa
Bévar adré = (bere dietro). Bere sopra a qualcosa mangiato in precedenza

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L’ag dis o l’ag dis mia = (ci dice oppure non ci dice). Espressione che stabilisce se, quanto considerato, è più o meno adatto o rispondente ad una situazione. Esempio: C’la cravata ché, l’ag dis mia cul visti = questa cravatta non si adatta al vestito. Ved. arcédar nel vocabolario
Dàr so ‘l gali = (sciogliersi i fiocchi). Ammosciarsi, perdere smalto. Le giovani campagnole, già in movimento di buon mattino, sostenevano le calze annodandole con nastri muniti di fiocchi. Nel procedere della giornata, affaticate per il molto camminare, si ritrovavano con i fiocchi sciolti e i nastri afflosciati. Da ciò il modo di dire
Al n’ha vi pr’a màl = (se n’è avuto a male). Se l’è presa; si è offeso
Stàr incartà. = (rimanere incartati). Essere guardinghi; stare abbottonati
Lasàr lé = (lasciare lì). Smettere
Fàr i canòn = ( fare i cannoni). Russare. Per i gatti, significa fare le fusa
A mésa buca = (a mezza bocca). Modo di esprimersi a voce sommessa, per riservatezza, per pettegolezzo o per non farsi capire. Significativi sono, al riguardo, gli
inviti a pranzo fatti a mésa buca….
A mésa lama = (a mezza lama). Condizione di pre-ubriacatura
A brùt mùs = (a brutto muso). Modo di esporre la propria opinione senza tante cerimonie nè ipocrisia
Tòr sò ‘l dù = (prendere su il due). Andarsene senza troppi complimenti. Una versione circa il significato di questa frase, è che il “due” interessato sarebbe “al dù `d Catòn“, ma non viene specificato chi fosse questo Catòn. Un’altra interpretazione precisa che si tratterebbe dell’atteggiamento di uno dei quattro giocatori ad una briscola, il quale,- per contrasti sul gioco, decide di interrompere la partita e, impossessatosi del “due”
di briscola, si allontana, non permettendo agli altri di poter continuare
Tgnir da cònt = (tenere di conto). Conservare con cura. Si dice anche tgnir da cat
Tri par sèt vintòn: dù e dés = (tre per sette ventuno: due e dieci). Intercalare usato durante una trattativa per stabilire il prezzo di una merce. Con ciò si intende di voler
semplificare il calcolo per trovare l’accordo in buona armonia

Con l’uso del verbo tràr (gettare, lanciare, tirare, buttare)
Tràr sò o tràr via = (tirare su o gettare via). Vomitare, rigettare (anche: far i can)
Tràr so la pasta o la m’nèstra = (buttare giù la pasta). Mettere la pasta nell’acqua
bollente per la cottura. E’ l’operazione che stabilisce l’imminente inizio del pranzo; come dire: “fra dieci minuti si mangia!”
Tràr dal sarachi = (tirare delle saracche)
Tràr dal madoni = (tirare delle madonne)
Tràr di mocui = (tirare dei moccoli)
Tre sinonimi per bestemmiare

Tràr s ‘ò ‘l càrti = (buttare su le carte). In una partita, gettare le carte in tavola per
protesta, al fine di interrompere il gioco
Tràr al cùl = (dimenare il sedere). Sculettare
Trar a la rapa = (intraducibile). Lanciare senza metodo, verso un gruppo di persone in attesa, qualcosa di gradito, lasciando ai più svelti e ai più fortunati il vantaggio di
arraffare la maggior parte degli omaggi a scapito degli altri

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Parland cum poc rispètt = (parlando con poco rispetto)
Parland cum licénsa = (parlando con licenza)

intercalari usati per chiedere indulgenza su ciò che si sta per dire
A bòn cònt = (a buon conto). Intercalare per fare il punto in un discorso, col significato
di “stando così le cose”
Avégh al brasén cùrt = (avere il braccio corto). Essere avaro

FRASI
IDIOMATICHE LOCUZIONI

La lingua italiana è costellata di frasi e locuzioni che, pur con significato proprio, descrivono anche, in modo figurato, situazioni diverse da quelle apparenti. Di queste
espressioni, i dialetti fanno uso continuo ed è facilmente intuibile che quelle che si ritrovano nella lingua ufficiale, migliorate ed affinate, altro non sono che derivazioni dalle antiche parlate popolari.
Capir pér par pum = (capire pere per mele). Una specie di scioglilingua per descrivere la difficoltà che emergetalvolta nell’afferrare bene la logica delle argomentazioni
Sécond cunfurma = (in base alla situazione). Per indicare che l’atteggiamento da assumere dovrà tenere conto delle circostanze del momento
Piantar baraca e buratén = (abbandonare baracca e burattini). Cambiare vita. Andarsene adirati, in polemica con chi rimane
Cascar al braghi = (cadere i pantaloni). Sensazione di scetticismo di fronte ad un evento sconfortante
Rompar i santissim = (rompere i santissimi). Infastidire
Pasar pr’al bug ad la ciav = (passare per il buco della chiave). Riuscire in qualcosa, anche con l’aiuto della fortuna. Tipico esempio è la promozione a scuola senza sufficienti meriti
Pasàr suta l’us = (passare sotto l’uscio). Si dice quando uno sbaglio, soggetto normalmente a punizione, non viene rilevato e resta senza conseguenze
Lasàr vèrt la butéga = (lasciare aperta la bottega). Dimenticare di abbottonare o cernierare la toppa dei pantaloni
Ésar in roca frèra = (essere in rocca ferrata). Avere raggiunto una posizione sicura, al riparo da sorprese. Non si hanno notizie intorno alla “rocafrèra“, ma si ha motivo
di credere che stesse ad indicare genericamente un luogo protetto (ferrato) e,
quindi, in senso figurato, una condizione rassicurante
Arvultar la fritada = (rivoltare la frittata). Venir meno alla parola data. Non mantenere le promesse fatte
Vultar i pé a l’us = (voltare i piedi all’uscio). Morire. E’ appunto dalla parte dei piedi che vengono fatte uscire le casse da morto dalle abitazioni
Ésar tra l’us e l’as = (essere tra l’uscio e l’asse). Lo è una persona in punto di morte: o esce di casa guarito, passando per l’uscio; o lo portano fuori disteso sull’asse (cassa
da morto)…
Star a pònta e cùl = (stare a punta e a culo). In una contesa, è la dichiarazione di disponibilità a confrontarsi con l’antagonista “in tut al inanéri” (in tutte le maniere),
lasciando intendere con ciò di non avere dubbi sull’esito dello scontro
Tgnir sò ‘l carti = (tenere su le carte). Espressione che descrive la posizione assunta dal giocatore per evitare che l’avversario veda le carte della sua mano. In senso figurato, si riferisce al tipico atteggiamento di una persona altezzosa e superba. Anche il timoroso per carattere, volendo mascherare la sua debolezza, può assumere questo
contegno
Bòn’a not sartur = (buona notte sarto). Si dice per stabilire che una questione si è conclusa o si concluderà in un dato modo, e non ci si può più tornare sopra. Rimane senza spiegazioni la presenza del sartur. Inoltre non si può fare a meno di rilevare
l’analogia con il classico “buona notte suonatori
Mangiàr cul luròt = (mangiare con l’imbuto). Mangiare in fretta e furia, senza perdere tempo. Si dice anche mangiar da scuriatòn
Mandàr a cagàr in d’la rémul = (mandare a defecare nella crusca). Consuetudine locale per mezzo della quale si invita amichevolmente un avversario ad esercitare una particolare funzione… visto che nessun’altra argomentazione è servita per trovare un
accordo. La bonarietà della battuta è d’altro canto confortata dal fatto che non è provato che si tratti di un suggerimento punitivo…!
Tacà cun la spuida = (attaccato con lo sputo). Si dice di oggetto riparato o incollato male e di premura
Tacar lit (litigare)
Dàr `na man da strènghi = rifilare una serie di percosse
Dàr `na man ad palàdi = idem di legnate
Dàr `na man ad bianc = rifilare una battuta generale, come fa l’imbianchino con la prima passata
Rangiar pr’al fèsti = (arrangiare per le feste). Rappresenta più una minaccia che altro, come preavviso di una battuta qualora la situazione deteriorasse
Avégh da dir = (avere da dire). Litigare
Dir robi da s’ciop = (dire cose da schioppo). Raccontare fatti o opinioni che non stanno nè in cielo nè in terra. Probabilmente, nei tempi passati, certi pareri, che oggi si possono riferire pacificamente, potevano suscitare reazioni appianabili a…. fucilate!
Fàr paura a s’ciop vòd = (far paura a fucile scarico). Essere aggressivo a parole, senza avere motivazioni valide per intimorire gli avversari
Dàr di s’ciaff a du a du infén ch’jen dispar = (dare schiaffi a due a due sino a quando sono dispari). Promessa minacciosa e dispotica per persuadere qualcuno ad evitare la
rissa
Mé ta spac la facia! – mé ta spac al mug! = (io ti rompo il viso). Minacce che non lasciano prevedere niente di buono
Alvàr da tèra = (alzare da terra). Rimproverare aspramente
Ciapàr pr’i stras = (prendere per gli stracci). Affibbiare un solenne pestaggio

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Véndar par dispèt = (vendere per dispetto).
Superare ogni previsione nelle vendite
Véndar o cumpràr a strasa marcà = (vendere o comperare a mercato stracciato). Felice opportunità offerta dal mercato, conseguente ad una forte riduzione dei prezzi
Batzàr al vén = (battezzare il vino). Allungare il vino con acqua; operazione abituale presso certi osti di una volta
Mótar in vén = (mettere in vino). Aggiungere vino rosso alla minestra in brodo. Rituale che si consumava a tavola, specie nelle campagne, e veniva messo in atto con le ultime cucchiaiate di minestra
Parér la sèrva ‘d Pilà = (sembrare la serva di Pilato). A parte la possibile origine biblica, non si hanno spiegazioni su questo detto. L’uso che se ne faceva, ora non più, era in riguardo di una donna trasandata e sporca
Fàr un grup in dal fasulót = (fare un nodo nel fazzoletto). Un modo di dire, non più in uso, che, talvolta, si traduceva proprio nel gesto di annodare un angolo del fazzoletto
quale pro-memoria per qualcosa da ricordare. Era un’epoca in cui il ricorso ai
nodi al fazzoletto per scopi diversi, era assai diffuso. Si ricorda l’usanza di
ripararsi il capo dal sole, in mancanza di cappello, utilizzando un fazzoletto
al quale erano stati predisposti quattro nodi ai rispettivi angoli. Fra la
gente di campagna poi, era facile vedere qualcuno togliere delle monete,
annodate nel fazzoletto, per pagare gli acquisti sul mercato. Sempre al fine di
richiamare alla mente, si diceva anche
Fàr un grup in dal nàs = (fare un nodo al naso)
Avégh j’occ’ fudrà ‘d parsut = (avere gli occhi foderati di prosciutto). Non capire o non accorgersi di qualcosa che sta accadendo, in genere a proprio danno

Con l’uso del verbo gnir o vénar (venire)
Declinazione del presente indicativo:

mé vén
té ‘t vé
lu ‘l vén
nuàtar gnum
nuatar gnì
iàtar i vénan

Al verbo originario “vénar‘, di derivazione latina, si è aggiunta una seconda
costruzione, nata dal dialetto, scaturita dalla necessità di facilitare la
pronuncia di alcune voci. Così, mentre, come detto sopra, vnum è
diventato gnum e vnì è diventato gnì, il futuro “verrò” è diventato gnirò; il passato remoto “venni” non è entrato nel dialetto ed è stato sostituito dal passato prossimo sum
gnì
; infine il condizionale “verrei” è diventato gnirés
Gnir go al teatar = (venire giù il teatro). Il crollo del teatro immaginato come conseguenza di un enorme successo (per gli applausi) o di un solenne fiasco (per i fischi)
Gnir fastidi = (venire fastidio). Provare sensazione di svenimento di fronte a uno spettacolo conturbante

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Fàr ad la bajunóta = (fare della baionetta).
Vivere nella miseria. L’idea della baionetta fuori dal fodero, nuda e cruda, di
freddo metallo, richiama una condizione di mancanza di calore e di protezione
Al spùssa ch’al tarnéga = (puzza in modo schifoso). Il termine tarnéga, non sappiamo che origine abbia; tuttavia richiama sul momento l’idea del marcio

Il benessere
Avégh la grasa al cór = (avere il grasso al cuore). Vivere nel benessere; disporre di ogni comodità
Avégh al cùl in dal butér = (avere il culo nel burro). Stesso significato del precedente
Gnir sò in dal bumbàs = (crescere nella bambagia). Formarsi fra agi e comodità

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Dàr un ariòn = (dare una ventata). Liberarsi di qualcuno che sta sui piedi. Liquidare uno scocciatore
Mangiàr un piat ad cursóli = (mangiare un piatto di tagliatelle). E’ un modo di dire antico, dove la definizione cursòla (di cuoio – ved. vocabolario) assume il significato
di tagliatella per la sua affinità nell’aspetto esteriore, non certamente nella sostanza
Dman pr’al frósch = (domani per il fresco). Ha il significato di netto rifiuto ad aderire ad una proposta. Come dire: mai!
Al fròd l’é balcà = (intraducibile). Si dice d’inverno quando il gelo “molla”. Sfugge
l’origine del termine balcar
A s’é slargà l’ària = (si è allargata l’aria). Si usa questa espressione per constatare l’arrivo dei primi caldi dopo la stagione invernale
Al m’ha gùsà in curva = (mi ha fregato in curva). E’ un modo di ammettere una sconfitta in affari, ma con l’attenuante di aver valutato male una curva, come in una corsa automobilistica…
La sarà mia la barca di cuiòn! = (non sarà mica la barca degli stupidi!). Il senso di questa frase è: vietare agli approfittatori (gente senza soldi) di trarre vantaggio (salire sulla ipotetica barca) pur non avendone diritto. Deriva da un antico gioco, ormai
dimenticato, conosciuto col nome di “La barca di cuiòn“. Si giocava in quattro e consisteva nel pagamento di una penale da parte del giocatore che realizzava il peggior punteggio nelle varie tornate. Il primo dei quattro che rimaneva senza soldi, veniva “eletto” al pù cuiòn ad la barca
Fàr dan = (fare danno). Sgocciolare, perdere. Modo di dire usato quasi unicamente per una perdita da rubinetto
Fàr gnir al lat ai snocc’ = (far venire il latte alle ginocchia). E’ l’effetto provocato dai discorsi insulsi e dalle conferenze tediose
Fàr `na figura da ciculatén = (fare una figura da cioccolatino). Non sapere districarsi in una situazione di limitata difficoltà, alla stregua di un inesperto bamboccio (a cui piacciono i cioccolatini)
Dastacàr i quàdar = (staccare i quadri). Mettere le dita nel naso… (superflua ogni ulteriore spiegazione)
Incaplàr al témp = ( mettere il cappello al tempo). Espressione tipica del periodo autunnale quando, all’arrivo dei primi freddi, la gente corre ai ripari riprendendo l’uso del cappello
Fàr la fransa = (fare la frangia). Frase utilizzata particolarmente per descrivere l’azione del far figurare una spesa a prezzi maggiorati, allo scopo di intascare la differenza.
Si dice anche: far la gròsta; rustir in sla spésa; fàr la sònta. Un altro significato è quello di aggiungere dettagli inventati o comunque inutili ad una descrizione, al solo scopo di far rilevare la propria abilità di sintesi nel riferire su un fatto accaduto
Avégh al bucén pién = (avere il boccettino pieno). Non far l’amore da un po’ di tempo
Vùdàr al bucén = (vuotare il boccettino). Fare l’amore sbrigativamente
Furtùnà ‘me ‘n can in césa = (fortunato come un cane in chiesa). Non assistito dalla buona sorte e allontanato da tutti
Ésar in césa = (essere in chiesa). Nel gioco della briscola, si dice quando non si hanno carte del seme che comanda
Ésar més in césa = (essere mezzo in chiesa). Patire un precario stato di salute
Avégh tùta la léngua sudàda = (avere tutta la lingua sudata). Scherzosa dichiarazione di chi vuol far credere di lavorare molto
Ricurdàs mia dal nàs a la buca = (non ricordarsi dal naso alla bocca). Avere poca memoria
A ogni mort ad Véscuv = (ad ogni morte di Vescovo). Cioè, molto raramente. In altre regioni, il personaggio chiamato in causa è il Papa
Scaldàs al pisén (al pisai) = (scaldarsi il pisciolino). Accalorarsi, infiammarsi
Ligàr al mansarén’i o i malgas = (legare le scope o i gambi secchi della melica). In lingua madre si diceva “fare tappezzeria” e significava, per le donne, non ballare nelle feste perchè non invitate…
Purtàr s’ò ‘l paj = (portare su le paglie). Le operazioni che precedono il matrimonio, in particolare quelle per “metter su casa“, sono paragonabili al lavoro che fanno gli
uccelli trasportando le pagliuzze per la costruzione del nido
Alvar al càrti = (preparare le carte). Predisporre i documenti necessari per il matrimonio. Operazione dalla quale si ricava la certezza che lo sposalizio di una coppia è ormai cosa fatta
Cascar la gusa = (cadere la goccia). E’ qualcosa che succede a chi, alla vista di un cibo particolarmente gradito, si sente venire la così detta acquolina in bocca. Dalle nostre parti la locuzione esprime anche il desiderio verso quelle cose belle ma costose,
come i gioielli, le automobili, gli abiti, ecc., anche se non provocano l’acquolina in bocca
Guardar in dal vérsi = (guardare nelle verze). Singolare arguzia del nostro dialetto per definire il difetto dello strabismo
Guardar in dal fiasch = (guardare nel fiasco). Definisce un’altra forma di strabismo, facilmente imitabile guardando dentro il collo di un fiasco, o di una bottiglia, con
entrambi gli occhi. Provateci!
Bagnar al bèc = (bagnare il becco). Bere. In senso figurato, significa: essere più bravo; superare in abilità
Far al bèc a l’oca = (fare il becco all’oca). Portare a termine un programma superando difficoltà
C’la vaga in du’ la pénda = (vada dalla parte verso la quale pende). Invece di intervenire per rimediare a qualche possibile guaio, si lascia che la sorte compia il suo destino, fidando in una fortunata soluzione
Balar in dal managh = (ballare nel manico). Mostrare indecisione
Star in s’al grusti = (stare sulle croste). Infastidire; rompere le scatole
Dar sò in s’al grusti = (picchiare sulle croste). Tiranneggiare; infierire
Far l’om adoss = (fare l’uomo addosso). Prevaricare; imporsi con la violenza
Farla fòra dal bucal = (farla fuori dal vaso da notte). Sbagliare
Al g’ha di fig = (ha dei fichi). Si dice di uno che solleva questioni e non facilita la definizione di una trattativa. Anche di questa locuzione non si conosce l’origine
S’at pias i fig! = (se ti piaccioni i fichi!). E’ l’equivalente di “slat pias l’è tsé, sl’at pias
mia l’è tsé dl’istèss
” (se ti piace è così, se non ti piace è così lo stesso)
Dam indré i mé bilén = (restituiscimi i miei giocattoli). Frase tipica nei rapporti di gioco fra bambini. Trova comunque applicazione anche fra i grandi, e può testimoniare
l’epilogo di una relazione d’affari o lo scioglimento di un accordo societario
fra persone (dove “bilén” assume il significato di “soldi“)
In pàra = (intraducibile). Di fronte, sulla stessa linea (derivazione piacentina)
Dir sémpar ch’l’é cota = (dire sempre che è cotta). Non contraddire
Mnar = (menare). Verbo che acquista significati diversi in dipendenza delle frasi in cui è inserito:
mnàr al turòn = (menare il torrone). Gesto ripetuto all’infinito, ancora oggi sulle fiere,
dai pasticceri intenti a portare a cottura torroni e croccanti. L’accostamento
serve per far risaltare l’insistenza a volte usata da qualcuno nel tornare
ripetutamente sullo stesso argomento, sino alla nausea
mnàr al man = (menare le mani). Litigare con botte
mnàr la pulénta = (mescolare la polenta). Operazione ritenuta in passato
assolutamente indispensabile per evitare la formazione dei farinéi (ved.). Le tecniche odierne hanno eliminato questa procedura, ma in molte case della nostra zona si continua a “menare
mnàr bòn o gram = portare bene o male
mnàr al toli = (intraducibile). Andarsene di fretta; fuggire
Tira e bastira = (tira e tira ancora). E’ l’equivalente di “batti e ribatti
Sguràs la vista = ( lustrarsi la vista). Soddisfare l’occhio guardando una bella cosa, specie se donna
Lavas in buca = (risciacquarsi la bocca). Togliersi la soddisfazione di esprimere per intero la propria opinione, soffocata in precedenza ed ora dimostratasi valida
Parér in prestit = (sembrare in prestito). Dimostrare imbarazzo e timidezza. Essere presente fisicamente, ma non partecipare
A ga spùsa da strén = (ci puzza di bruciaticcio). Locuzione per far capire che la situazione stà prendendo una brutta piega
A gh’é udur ad brusà = (c’è odore di bruciato). La faccenda non è del tutto chiara. Viene un sospetto!?
Cavàr l’aqua cul cavagn = (attingere acqua col cesto). Fare una stupidata
Stàr uricia o stàr inurcià = (stare con l’orecchio teso). Essere guardinghi; stare attenti. Alla stregua di molti animali che inarcano le orecchie
La ràva e la fàva = (la rapa e la fava). E’ il compendio di tutto ciò che si può dire attorno ad un argomento. Esempio: al m’ha cuntà só la ràva e la fàva = mi ha raccontato tutto, ma proprio tutto
Ésar cùl e pataia = (essere culo e camicia). Avere molta familiarità. Essere sempre assieme
Mònsàr la vaca = (mungere la vacca). Spillare quattrini dove c’è la vena giusta
Far i sold a caplàdi o a rùd = (fare i soldi “a cappellate” o “come
immondizia”). Guadagnare molto facilmente
Andàr sò `na man ad vanga = (affondare un colpo di vanga). Colpire con ingiurie verbali senza ritegno
Taiàr al màl in mésa = (tagliare il male a metà). Una soluzione che mette d’accordo due contraenti, quando c’è un danno da spartire
Andàr a Ruma sensa vòdr’al Papa = (andare a Roma senza vedere il Papa). Si bolla così l’insuccesso di una iniziativa che, nonostante lo zelo, non si è riusciti a portare a compimento
Bicàr in dal cunchén = (beccare, mangiare nella conchetta). È il normale ricorso di alcuni animali delle nostre campagne, al cibo approntato negli appositi contenitori (conche). In senso figurato, la frase “at gnirè a bicar in dal cuncbén” è l’auspicio di rivalsa da parte di chi, dovendosi piegare di fronte ai diritti dell’avversario, si augura che la situazione possa ripetersi in termini invertiti, per cui l’odierno vincitore si vedrà costretto a soggiacere al vinto
Fàr ad la pulénta = (fare della polenta). E’ la descrizione, invero un po’ fantasiosa, del movimento che fa chi pedala male su una bicicletta con la sella troppo alta, dovendo
alternativamente allungare l’una e l’altra gamba per imprimere la giusta spinta
ai pedali
Fàr ad la fissa = (sollevare del fitto). E’ la capacità, quella di intorbidire le acque, che si attribuisce ad una persona dubitando che possa assolvere al compito affidatogli
A gh’é dal fiss! = (c’è del torbido!). L’affare s’ingarbuglia; sorgono complicazioni! Si dice anche in presenza di una flatulenza umida…

Con l’uso del verbo ciapàr (prendere, colpire)
Ciapàr al lech = (prendere gusto). Abituarsi ad una cosa piacevole
Ciapàr gnan in t’un paiàr = (non colpire nemmeno un pagliaio). Essere un cattivo cacciatore
Ciapàr la puar = (prendere la polvere). Farsi battere in una gara ciclistica. Nelle corse di un tempo, chi non arrivava primo era costretto ad ingoiare la polvere delle strade non
asfaltate, sollevata da quelli che lo precedevano
Ciapàr `na cagàda = (prendere una stronzata). Vendere senza ricavare un utile soddisfacente
Ciapàl in cul post = (prenderlo in quel posto). Farsi imbrogliare. Si dice anche: ciapar ‘na ciavàda

Giudizi sulle persone
Al g’ha `na facia cal cunsula… = (ha una faccia consolante…). Modo di descrivere, con ammiccamento malvagio, una persona che non promette niente di buono
Al g’ha `na misa!.. = (ha un portamento!..).E’ un commento dubbioso come prima reazione al vedere un tipo che colpisce per il suo particolare aspetto esteriore
L’é mia tant par la quale = (non è molto per la quale). Si dice nei riguardi di persona con cui si preferisce non avere rapporti
L’é mméi cumpràgh un visti che dàgh da mangiar! = (è meglio comprargli un vestito che dargli da mangiare). Giudizio che bolla in modo inequivocabile un insaziabile
mangiatore
Al sà né ‘d té né ‘d mé = (non assomiglia né a te né a me). Se riferito a persona, si tratta di tipo insulso e senza personalità. Se si vuole esprimere un giudizio sul gusto di un cibo, è roba insipida

Latinismi
An e anorum = per dare l’idea di un periodo molto lungo
Talis e qualis = per indicare una cosa assolutamente uguale
Idém cum patati = per non ripetere una cosa già descritta

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Fàg déntar = (farci dentro).
Pavoneggiarsi, darsi delle arie. Manifestare fierezza o anche superbia
Ésar in squinci = (essere in ghingheri). Vestire l’abito da cerimonia
Parlàr in squinci = (parlare raffinato). Parlare un linguaggio forbito rispetto a quello abituale. Il termine squinci deriva dall’avverbio di luogo “quinci” che, nella parlata popolare, data la sua ricercatezza, si è arricchito di una “s” ed ha assunto questo significato
Franc e caùrén = (Franco e Cavurrino). Nella suddivisione delle monete metalliche in circolazione negli anni trenta, si ricorda il “frane“, che corrispondeva ad una lira, ed il “caurén” (con l’effige di Cavour) che aveva il valore di due lire. l’aggettivo “franco” – in italiano – stà ad indicare anche qualcosa non soggetto a vincoli, libero. Con questo
significato, la parola viene usata nel gioco del tressette dove una carta è giudicata “franca” quando non può essere vinta da nessun’altra. Se un giocatore sbaglia, ritenendo franca una carta che non lo è, per deriderlo gli si domanda se la sua carta era franca o caurén’a…!
Mandàr a dar via l’organ = (mandare a dar via l’organo). Dove lo strumento musicale è sinonimo di note basse, quindi di… deretano. Altro discorso è quando si manda qualcuno a sunàr l’organ, intendendo con ciò di suggerirgli di “nascondersi“.
In questo caso è evidente il riferimento al luogo dove normalmente l’organista
si ritira per suonare, in un angolo della chiesa, al riparo dallo sguardo di tutti

 CONFRONTI
E PARAGONI SIMILITUDINI

Nella ricerca delle espressioni usate per definire persone o circostanze attraverso i
paragoni, si è manifestata sempre la tendenza ad usare un frasario che, nel modo più esplicito e conciso, fotografasse con immediatezza una situazione.
Ancora oggi la tecnica usata è quella. Il dialetto, naturalmente, la fa da padrone, non avendo proibizioni lessicali e potendo attingere a quel pozzo di San Patrizio che è
dato dalle memorie del passato.
Gli esempi registrati nell’elenco che segue, sono solo qualche campione di una lista
interminabile che continuerà ad essere alimentata sino a quando i dialetti
avranno vita
Vècc”me ‘l can ad San Roc = (vecchio come il cane di San Rocco). E’ chiaro il riferimento alle rappresentazioni pittoriche e scultorie del Santo, nelle quali il cane che lo accompagna è sempre raffigurato vetusto e malridotto
Vècc’ ‘me ‘l tabar dal diaul = (vecchio come il tabarro del diavolo). In effetti, per quanto si sappia, il diavolo è sempre stato visto con lo stesso mantello, nero e liso
Vècc’ ‘me ‘l cùc = (vecchio come il cuculo). La credenza popolare attribuisce a questo uccello una lunga vita
Antigh `me l’Arca ‘d Noè = (antico come l’Arca di Noè). Modo divertente per calcare la mano sull’evidente declino di qualcosa di molto vecchio, ormai superato dal tempo.
Bèl `me ‘l sul = (bello come il sole). Un modo per descrivere una persona gaudente, senza preoccupazioni, amante dei piaceri che la vita può offrire. Il detto è solitamente completato con l’aggiunta “e bòn ‘d nudàr“, elemento che rafforza il giudizio positivo sul soggetto giudicato, attribuendogli qualità atletiche in uno sport che, ai tempi, era praticato solamente da pochi eletti. Spesso è capitato anche di sentire come, gli immancabili detrattori, portassero a conclusione il discorso con l’ironico finale:”in d’la sabia!“.Bello come il sole e capace di nuotare… nella sabbia!
Gram `me l’alsía = (schifoso come la liscivia). Per indicare la grettezza e la meschinità di una persona
Cativ `me l’aj = (cattivo come l’aglio). Si dice di persona non tollerante, facile alle crisi di nervi
Bòn `me ‘l pan = (buono come il pane). Frase di elogio per far risaltare l’onestà, la correttezza e la rettitudine di un individuo. Giudizio di vecchio stampo, da cui si deduce in quale preminente considerazione la gente ha sempre tenuto il pane. Si dice
anche “l’é un toc ad pan” (è un pezzo di pane)
Brùt `me ‘l p’cà = (brutto come il peccato). La matrice religiosa è inequivocabilmente alla base di questo giudizio che, ancora oggi, trova applicazione nell’esprimere un parere nettamente negativo nei riguardi di una persona
Siipèrbi `me Lucisi = Superbo come Lucifero
Fàls `me Giùda = Falso come Giuda
Al nin sa viina pù dal diaul = (ne sa una più del diavolo). E’ uno informatissimo, specie sui pettegolezzi
Avégh la pansa ‘me ‘n pisatoi = (avere la pancia come un vespasiano). Essere magro con la pancia rientrante. Le latrine, o i vespasiani, che “ornavano” una volta le vie
cittadine, erano per soli uomini e consistevano in un manufatto di cemento
sagomato a forma dì lastra concava, eretta verticalmente, lungo la quale
scorreva in continuazione, per caduta, un rivolo d’acqua. La colorita fantasia
popolare suggerì l’idea della pancia rientrante: da qui l’espressione
Négar `me ‘n capél da prét = (nero come un cappello da prete). Il detto descrive una condizione di spirito o di umore manifestata da una persona arrabbiata, paragonata al nero del copricapo di un prete. Sembra che il riferimento, in passato, non fosse nei
riguardi del cappello, bensì della berretta. Infatti, col nome di “berretta da prete” si identificava un arbusto dai frutti velenosi, forse oggi scomparso, il cui legno veniva utilizzato per ricavarne nero carbone da disegno. Nel corso degli anni, la “bróta” è diventata “capél” ma il termine di paragone è rimasto immutato
Gulus o lif ‘me la Barnàrda = (goloso come la Bemarda). Il Malaspina ritiene il detto
originato dal comportamento di una ricca signora parmigiana, di nome Bernarda,
che, per golosità, scambiò con una ciambella la sua ultima camicia, rimastale
all’ospizio dopo essersi ridotta in miseria
Mangiàr ‘me ‘n pasarén = (mangiare come un passero). Mangiare poco
Mangiàr ‘me ‘n luf = (mangiare come un lupo). Paragone dettato dal popolare concetto che il lupo sia sempre affamato
Vérd ‘me ‘n pivròn = (verde come un peperone). Ormai siamo abituati ai peperoni rossi, gialli….
Al g’ha ‘n nàs cal pàr na téga ‘d pivròn = (ha un naso che sembra un peperone). In passato ebbe fama quello del prete di Semoriva
Sùtil `me i cavi = Sottile come i capelli
Nègar ‘me ‘n crov = (nero come un corvo). Nel contesto del menar gramo…
Bagn ‘me ‘n pulsén = (bagnato come un pulcino). L’idea patetica del pulcino tutto bagnato che, a fatica, si scrolla l’acqua di dosso, deve aver suggerito questa espressione
Tirà `me `na pél ad tambùr = (tirato come una pelle di tamburo). Taccagno, spilorcio
Lòng ‘me la Quarésma =(lungo come la Quaresima). Lento; prolisso; barboso. La Quaresima, onorata in passato con i suoi digiuni, astinenze, “fioretti”, rispetto del
“magro” nel mangiare, ed altre penitenze, poteva realmente sembrare lónga
ai meno convinti
Màgar ‘me ‘n ciold = (magro come un chiodo). Scarno, mingherlino
Gras ‘me ‘n bùtér = grasso come un burro
Gras ‘me ‘n gusén = grasso come un maiale
Gras ‘me `na vaca = grasso come una mucca
Gras ‘me ‘n capòn = grasso come un cappone
Quattro modi di commentare un’eccessiva pinguedine

Cuntént ‘me na Pasqua = (contento come una Pasqua). Dove la Pasqua è cristianamente intesa come occasione di gioia e serenità
S’ciot ‘me l’aqua = (schietto come l’acqua). In questa frase si utilizza in modo anomalo il termine s’ciót cui, di solito, si ricorre parlando di vino. Il senso è, comunque, incontestabile: cosa c’è di più schietto dell’acqua? E’ una domanda da fare con tutta
franchezza, s’cidt e nót!
Giuan ‘me l’aqua = (giovane come l’acqua). Inesperto, non ancora maturo. Ma l’acqua, è giovane?
Grand ‘me la fam = (grande come la fame). Si può ritenere che l’origine di questo paragone risalga ai tempi dei tempi, quando la fame era veramente… grande! La frase è rimasta ancora oggi nel gergo, ma per commentare l’altezza esagerata di una persona
Grand ‘me `na piopa = (grande come un pioppo). Persona di altezza fuori dalla media, come il pioppo che può raggiungere i 30 metri…
Cuiòn ‘me ‘n sdas = (stupido come un setaccio). Il paragone è imperniato sulla intenzionale falsa valutazione della funzione del setaccio che, notoriamente, lascia passare il buono e trattiene lo scarto
San ‘me ‘n curnèl = (sano come un corniolo). Stato di salute paragonato a quello di una pianta robusta dal legno durissimo, il corniolo appunto, che dà un frutto cui si attribuisce azione tonica gastro-intestinale
Biastùmàr ‘me ‘n caratér = (bestemmiare come un carrettiere). Un tempo, questa categoria si distingueva per la varietà e il colore delle imprecazioni usate ordinariamente
Càld ‘me la suta = (caldo come il pastone per i maiali). Bollente (ved. suta nel vocabolario)
Saltàr ‘me ‘n marturél = (saltare come una martora). Eseguire salti con molta agilità. Tenuto conto che le martore, che vivono dalle nostre parti, sono meglio conosciute come “faine” e “zibellini”, questo modo di dire ha la generica funzione di porre in evidenza, in senso figurato, il brio della gente giovane e allegra. Ved. bénla nel vocabolario
Fort ‘me ‘l tor ad la Guasòn’a = (forte come il toro della Guazzona). La rinomanza della “monta” del podere Guazzona (che faceva parte delle proprietà dell’Opera Pia del
“Ritiro”, fondata da Alfonso Pallavicino nel 1714), era basata sulla eccellenza delle prestazioni del toro. Al punto tale che, l’animale, era assurto a rappresentare il termine di paragone anche per giudizi sulla virilità
Ésar tamme ‘l parsémul = (essere come il prezzemolo)
Ésar tamme ‘1 cutòn = (essere come il cotone) cioè, trovarsi dappertutto
Piéna ‘me ‘n stricc’ = (piena come una scardola). Paragone che equipara una donna incinta ad un pesce molto comune, notoriamente portatore di numerose uova in qualsiasi stagione
Straià ‘me la farén’a bianca = (sparso come la farina bianca). Si dice di persona senza regole, disordinata. Ved. vuladga nel vocabolario
Lusént ‘me ‘n spècc’ = luccicante come uno specchio
Maladót ‘me la pisa di gat = (maledetto come la piscia dei gatti). Antichissima espressione, tipica del popolino, indirizzata ai soggetti furbastri e maliziosi. Oggi non più in uso
Sporc ‘me ‘n gusén = (sporco come un maiale). Più sporco di così…
Fort ‘me ‘l tròn = (forte come il tuono). Frase utilizzata non tanto per esprimere un concetto di rumore, quanto di forza fisica
Trid ‘me la bùla = (tritato come la pula). Come precisato nell’accluso vocabolario, una persona miserabile e morta di fame è definita trida. Con questo raffronto, la si paragona
allo scarto della trebbiatura, cioè materiale di nessun conto
Trid ‘me l’Albania = (tritato come l’Albania). Anche se il significato figurato di questa frase è effettivamente riferito allo stato di degrado di una persona e la definizione trid è da interpretare come “miserabile”, il detto non ha origine -come ritenuto da tutti – dal fatto che l’Albania era anche in passato un Paese povero, bensì dal nome di un tabacco trinciato del tipo “Albania”
Smort ‘me ‘n linsól = (smorto come un lenzuolo)
Smort (o bianc) ‘me `na pésa lavàda = (smorto – o bianco – come una pezza lavata). Cereo, biancastro
Dùr ‘me ‘l mùr = (duro come il  muro). Non vulnerabile, resistente, anche nel comportamento
Al nin sa tamme Tric e Barlic  = (ne sa quanto Tric e Barlic). Non sa nulla, alla stregua dei due citati personaggi di cui non si conosce la storia. E’ comunque doveroso citare che il Malaspina riporta la frase “A cà ‘d Barlich” col significato  di “A casa del diavolo”
Bévar `me ‘n  s’ciàr  = ( bere come un lavandino). Ingerire liquidi praticamente senza limiti
Ésar sicùr ‘me `I  cùl d’un ragas picén  = (essere sicuri come il sedere di un bambino piccolo). Vale a dire: non  riuscire a dare le sufficienti garanzie di tranquillità

Con l’uso del verbo valér (valere, contare)
Al vàl gnan un  butòn  = non ha nemmeno il valore di un bottone
Al vàl (o al conta‘me ‘l dù ‘d cup = vale (o conta) come il due di coppe
Al vàl gnan  `na pipa ‘d tabac = non vale neanche una pipa di tabacco
Al vàl `na cica  frùsta = vale una cicca consumata
Al vàl un balar = vale una  castagna cotta
sono tutti  raffronti per stabilire un basso grado di apprezzamento nei riguardi di persone  o cose

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Cridàr ‘me `na  vida taiàda  = (piangere come una vite tagliata). Lacrimare abbondantemente
Al g’ha vóda `me  ‘n cùl!  = (ci vede come un culo!). Espressione ironica che viene rivolta per dileggio a  chi, nonostante gli occhiali, non riesce a distinguere
Impalà `me `na  mummia  = (impalato come una mummia). Si dice di chi assume un portamento eretto,  immobile, inespressivo
Drit `me ‘n fùs = (diritto come  un fuso). Impalato, rigidamente eretto, a somiglianza dell’arnese sul quale  veniva avvolto il filo ottenuto a mano elaborando le fibre tessili grezze.  Anche in questo caso si ritorna indietro nel tempo, pressapoco di 150 anni,
quando, si può dire in ogni casa, erano in funzione dei veri e propri  laboratori di filatura della canapa
Drit `me n’os ad  brasóla  = (diritto come un osso di braciola). Giudizio ironizzante su una persona  giudicata sciocca, cioè “dritta” come l’osso delle braciole che, come
tutti sanno, è leggermente arquato
Nùd `me ‘n bégh o mé ‘n vèram  = (nudo come un verme). Completamente nudo; spogliato di tutto
Parlàr francés `me  `na vaca spagnòda  = (parlar francese come una vacca spagnola). Non conoscere la lingua francese
…tamme spùdàr  par tèra  = (… come sputare per terra). Frase enfatica con la quale lo sbruffone vuol  far credere di avere doti di capacità per poter eseguire con tutta facilità
imprese la cui esecuzione è normalmente giudicata difficoltosa. Esempio: Saltar
un mùr ad tri métar? Par me, l’e tamme spudar par tèra
! (saltare un muro di
tre metri? Per me è come sputare per terra!).
Inamuràda ‘me `na  cagna  = (innamorata come una cagna). Manifestamente irretita dall’amore. Tutti sanno  che una cagna in calore non si può… imboscare
Inamurà ‘me do  turturéli  = (innamorati come due tortorelle). Cioè, sempre accoppiati
Mat `me ‘n caval Umbrus `me ‘n  caval  (matto o ombroso come un cavallo). Certi comportamenti dei cavalli servono, nel  giudizio comune, per dare una interpretazione alla condotta di taluni esemplari  della razza umana
Andar d’acordi `me can e gat = (andare d’accordo come cani e gatti). Non andare d’accordo
Avégh al curagg’ d’un cunili = (avere il coraggio di un coniglio). Non avere coraggio
Rus `me ‘n gambar = (rosso come un gambero). I gamberi dei nostri canali, antico ricordo di altri tempi, diventavano rossi quando venivano cotti
Andar avanti tamme i gambar = (andare avanti come i gamberi). Retrocedere. Una vecchia ed errata convinzione popolare dà credito alla capacità dei gamberi di camminare all’indietro. Ved. gambar nel vocabolario
Svèlt ‘me ‘n gat ad màrmul (o ‘d piòmb) = (svelto come un gatto di marmo -o di piombo). Per definire una persona lenta nei movimenti e nei riflessi
Al và `me `na léur = (va come una lepre). E’ veloce e svelto
Star al sul ‘me `na lusèrta = (stare al sole come una lucertola). E’ usuale per noi vedere le lucertole, perfettamente immobili, crogiuolarsi al sole. E, talvolta, le imitiamo
Sóch ‘me ‘n marlus = (secco come un merluzzo). Paragone che rievoca i pezzi di baccalà rinsecchito (stoccafisso) di cui si faceva frequente uso, ora ridotto, sulle nostre tavole… e costava poco!
Plus `me n’urs = peloso come un orso
Intrégh `me n’urs = (intiero come un orso). Si vuole, con questa similitudine, ridicolizzare la goffaggine di una persona grassa e impacciata, alla stregua di un orso che, per la sua pesantezza e difficoltà di manovra, viene definito “intrégh“, letteralmente
“intiero”, ma col significato di maldestro, goffo
Invèrs ‘me ‘n calsit = (rivoltato come una calza). In senso figurato significa: indisposto nello stato di salute oppure incollerito a causa di qualche faccenda che non
funziona. L’immagine della calza rovesciata, prodotto del nostro vernacolo, è
quanto mai colorita ed efficace. Nel gergo si usa anche un’altra frase, di
minor resa: invèrs ‘me `na brota (rovesciato come una berretta). Ved. invèrs
nel vocabolario
Bufàr ‘me ‘n tor = (soffiare come un toro). L’esagerato ansimare dopo uno sforzo fisico, ricorda la raffigurazione degli sbuffi che il toro nell’arena emette dalle narici. Si dice anche: bufàr ‘me ‘n mantas (soffiare come un mantice)
Cativ `me ‘l’arsénic = (cattivo come l’arsenico)
Amar `me ‘l vlén = (amaro come il veleno)
In questi termini di paragone è celata la paura per la tenebrosa medicina di un tempo
Al g’ha dù pé lòng ‘me cui ad Merli ‘d la Gajan’a = (ha due piedi lunghi come quelli di
Merli della Galliana). La famiglia Merli, che abitava nel podere “La Galliana” a Sant’Andrea, era composta da persone di statura spropositata. Si dice che dovessero farsi fabbricare le scarpe appositamente non trovandosi in commercio la loro misura
Car ‘me ‘I chinén = (caro come il chinino). Il chinino serviva, in passato, quale antidoto per combattere la febbre malarica ed il suo uso era piuttosto diffuso. Chi doveva assumerlo, era costretto a ricorrervi in continuazione, per cui l’acquisto del farmaco
rappresentava un esborso gravoso
Avégh tanta uricia `me `na suiòla = (avere tanto orecchio come un bigoncio). Essere stonato. La suiòla è quel recipiente di legno che ha due doghe più alte delle altre, munite all’apice di due fori attraverso i quali viene fatta passare una pertica idonea
per il trasporto a spalla. A queste “orecchie” si riferisce il paragone
Alégar `me ‘n pós = (allegro come un pesce). Il movimento a scatti e discontinuo del pesce nell’acqua, suggerisce l’idea dell’allegria
Fùmar o biastumar ‘me ‘n tùrc = (fumare o bestemmiare come un turco). Due peculiarità che riconosciamo volentieri a quel popolo
Sicùr me l’or = (sicuro come l’oro). La concezione della sicurezza, intesa come tranquillità economica, considerata tale da chi materialmente possedeva oro, è il ricordo di un passato non molto lontano. Questo modo di dire era però principalmente utilizzato per dare la certezza della veridicità di una notizia riferita. Non vi era dubbio;
quanto detto rispondeva a verità, sicùr ‘me l’or
Sunà ‘me `na campana = (suonato come una campana). Battuta canzonatoria, di solito rivolta a chi non sente accidentalmente quanto gli viene detto. Definisce anche chi
effettivamente ha difetti di udito o è rimbecillito
Sporc ‘me ‘n séngar = (sporco come uno zingaro)
Visti ‘me ‘n séngar = (vestito come uno zingaro)
Busiàdar ‘me ‘n séngar = (bugiardo come uno zingaro)
Tre definizioni che caratterizzano questa gente

DEFINIZIONI

comprese quelle espressioni del vernacolo che descrivono situazioni, realtà, personaggi ed altro con termini non certamente rintracciabili sui vocabolari.
Bigul d’ària = (bigolo d’aria). Boccata d’aria
Fil ‘d fer = (filo di ferro). Questa denominazione, che definisce genericamente un filo metallico (utile per tante cose, ma introval)ile quando ne hai bisogno…), nacque
probabilmente con la scoperta del ferro. Continuò tuttavia ad esistere anche
quando si elaborarono altri metalli, ma il suo nome rimase anche se al posto
del ferro subentrarono il rame, lo zinco. ecc. E’ sinonimo di “povertà” e non poche associazioni e circoli. di modeste pretese. sono sorti sotto questa insegna

Alcune particolarità attorno all’òv (uovo)
Óv lotag = uovo senza guscio
Óv galà = uovo fecondato con l’intervento del gallo
Óv ciàr o ciucòn = uovo non fecondato
Óv c’méns = uovo cominciato. nelle galline sacrificate alla tavola
Óv éndas (oppure òv ca cioca) = uovo vecchio, marcito. Si tratta dell”uovo volutamente lasciato nel pollaio quale richiamo per indurre le galline a deporre
giornalmente sempre nello stesso posto. Talvolta si è usato un finto uovo di
marmo
Óv guast = uovo marcio
Óv balarén o ov stanti = uovo non fresco
Óv cot dùr = uovo sodo
Óv in camisa = uovo in camicia. bollito senza guscio
Óv surbi = uovo risucchiato crudo attraverso un forellino praticato nel guscio
Óv in ciarghén o òv a l’occ’ ad bò = uovo cotto in tegame senza rompere il tuorlo
Óv brinà = definizione di un sistema per la preparazione dell’uovo da consumare a tavola: viene cotto immerso nella cenere bollente del camino sino a quando, dal suo guscio. trasuda la “brina” (2/3 minuti)
Óv ad l’Asensa = uovo venuto alla luce il giorno dell’Ascensione. ritenuto miracoloso dalle bigotte, rimedio per tutti i mali
Fàr la spéra = (fare la spera), ovvero tenere un uovo in piedi sulle dita riunite di una mano e coprire la provenienza della luce con il palmo dell’altra. Con questo sistema. giudicando dai riflessi che si notano sul guscio, si può stabilire se l’uovo è fresco o no
Fàr l’òv = (fare l’uovo). Portare a termine una iniziativa. Con questo modo di dire si paragona la funzione della gallina con il raggiungimento. da parte dell’uomo, di un
risultato, anche di modesta importanza, ma che è comunque costato qualche
tribulazione. Si usa anche per descrivere l’indecisione manifestata da chi non
riesce a trovare il punto dove fermare il suo, a volte, incerto vagare, così
come le galline nell’espletamento del loro prezioso servizio: savér mia in
dua far l’ov
.
Far un òv fòra dal cavagn = fare un uovo fuori dalla cesta). Concludere felicemente qualcosa di insolito, al di fuori delle normali abitudini
Rompar j’ òv in dal panér = (rompere le uova nel paniere). Disturbare; intervenire in un frangente non opportuno
Pién ‘me n’òv = (pieno come un uovo). E’ la raffigurazione della persona che ha mangiato in modo esagerato oppure, genericamente, la descrizione di qualcosa che non ha più possibilità di contenimento
Alvar j’òv = (raccogliere le uova). Operazione giornaliera della massaia di campagna che raccatta, nei vari punti predisposti del pollaio, le uova depositate dalle galline

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Dàr o fàr al salam = (dare o fare il salame). Con questa frase, non più molto in voga, si definisce un gesto, ritenuto ingiurioso e volgare, col quale si esprime il compiacimento per aver intuito e respinto il tentativo di qualcuno di incastrarti. Si tratta di battere una mano sulla snodatura del gomito dell’altro braccio, piegato ad angolo retto, accompagnando il movimento con l’espressione perentoria “toh!“, che ha preso il significato di “non sei riuscito a farmi fesso!”. In altre parti d’Italia viene chiamato “il gesto dell’ombrello” ed i vocabolari lo citano come “fare il manichetto”
Trisèt cun la cùsa = (tressette con l’accusa). Uno dei tanti modi di giocare il tressette, con la particolarità di poter conseguire punti, in certi casi, dichiarando la composizione delle proprie carte
Biu – biu = così veniva comunemente chiamato qualsiasi miscuglio medicamentoso. Il Gaffe col blu – biu equivaleva al caffè corretto
Fròd birbòn = (freddo birbone). Temperatura molto rigida
Bucòn `d la vargogna = (il boccone della vergogna). Definizione di ciò che rimane di un piatto di portata in un pranzo, rimasuglio che nessuno dei commensali si è azzardato a farlo suo nel timore di essere incolpato di comportamento maleducato
Pòs s’ciupèn = (pesce che scoppia durante la frittura). Piccoli pesci fritti. conservati sotto aceto, caratteristici nella cena della Vigilia di Natale per rispetto della tradizione
del “mangiare magro”. Nel cremonese li chiamano “Pòs putana
Gata mugna = (non traducibile). Gatta non prolifica. Se riferito a persona, descrive un tipo non espansivo, un poco “orso”
Pònt ad la Muròn’a = (ponte della Morona). E’ un riferimento geografico di Busseto, che nessuno è oggi in grado di localizzare. Non si ha la certezza, ma si dubita che il ponte sia mai esistito se non nella fantasia di chi immaginava un posto dove mandare gli scocciatori affinchè avessero beneficio….
Fis’ciòn dal tram = (fischio del tram). Così si chiamava il segnale ad aria compressa che il tram emetteva per annunciarsi nei passaggi critici
Curà dal fròd = (intraducibile). Congelato, quasi assiderato
Rus fughènt = (rosso di fuoco). E’ il colorito dell’arrabbiato o del ferro fucinato
Mort in cadéna = (morto in catena). Si dice di un frutto tardivo che. pur essendo rimasto attaccato alle ramificazioni, non ha raggiunto la maturazione per il sopraggiungere della stagione non favorevole. Questa definizione è anche usata per indicare, al femminile, una donna che non si è sposata
Mòrar cun la sménsa in dal cùl = (morire con la semente nel culo). Non sposarsi (espressione di origine e significato incerti)
La fabrica ‘d l’aptit = (la fabbrica dell’appetito). E’ la necessità giornaliera di nutrirsi. quella a cui i mendicanti spesso si appellano chiedendo elemosine per poterla
soddisfare
Pér butér = (pera burro). Tipo di frutto assai tenero e gustoso (forse ancora oggi esistente ma non più in commercio con questa definizione)
Insalata mata = (insalata matta). E’ quella raccolta nei prati, di spontanea germinazione appena intiepidisce l’aria dopo l’inverno. Popolarmente indicata come “grugn
da camp
” è conosciuta anche coi nomi di spréli o pilaci
Porta morta = si tratta della definizione del grosso andito, solitamente in terra battuta, che stava all’ingresso delle vecchie case coloniche (qualcuna esiste ancora). Veniva
anche chiamato andar o àndròn; vi si affacciavano la porta per entrare in casa, da un lato, e la porta della stalla. dal lato opposto
Fèr da sgàr = (ferro da segare). Falce per il taglio dell’erba
Frà sircòn = (frate accattone). Figura di frate questuante che effettuava i suoi giri a piedi o talvolta in bicicletta, per le campagne o per la città. al fine di raccogliere oblazioni in denaro o in natura a beneficio degli ospiti del Convento francescano
Biliót bus = (biglietto bucato). Viene marchiato con questo soprannome chi riesce ad introdursi in un luogo di spettacolo senza pagare l’ingresso. La definizione deriva dall’usuale sistema di controllo consistente nel praticare un foro di annullamento nel
biglietto presentato dallo spettatore per entrare
Spléndur di Sant = (splendore dei Santi). Aureola
Sgnur d’jmbariagh = (Signore degli ubriachi). E’ la confidenziale, non irriverente, definizione del Dio degli ubriachi. Il Suo intervento protettore ha spesso rimediato ai pericoli corsi da chi si è trovato sotto l’effetto dei fumi dell’alcool

Parlando dei venti  nelle “previsioni atmosferiche”
Arsàn = (reggiano). Scirocco – brutto tempo
Piasintén = (piacentino). Maestrale – bel tempo
Cramunés = (cremonese). Maestrale – bel tempo
Setentriunàl = (settentrionale). Tramontana – sereno ma freddo
Ad mar = (di mare). Libeccio – brutto tempo
Lofa = Non atmosferico – tuoni in vista

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Madunén’a dal pétroli
= (Madonnina del petrolio). Donna lamentosa, dall’espressione perennemente
afflitta
Galinén’a dal Signur = (gallinella del Signore). Coccinella
Cùl ad bicér = (culo di bicchiere). Pietra preziosa… di puro vetro
Grand, gros e cuiòn = (grande, grosso e stupido). Tre aggettivi uniti per definire persone appariscenti, ma di poca sostanza
Spirit ad patati = (spirito di patate). Umorismo che non fa ridere, come l’alcool ricavato dalle patate che è sicuramente di bassa qualità
Bùdél gentil = (budello gentile). Si tratta della parte terminale dell’intestino del maiale, utilizzata per la confezione del migliore fra i salami, che prende il nome dal budello
stesso
Sèt e més d’amblén = (sette e mezzo d’acchito). E’ la dichiarazione di chi realizza. con solo due carte, il miglior risultato ottenibile in questo conosciutissimo gioco. Deriva dal francese d’emblée che significa, per l’appunto. “al primo colpo”
Lòi = (intraducibile). Aggettivo che, alla lettera. significa “istupidito”. Trae la sua
origine dal nome della pianticella conosciuta come “zizzania” e scientificamente classificata con il nome latino “lolium” che, tradotto in bussetano, diventa “loglio“. Si tratta di una graminacea molto simile ai nostri cereali, però con componenti, sia pure tenui, velenosi e quindi ad azione tossica. Questa “erba”, nel passato, veniva masticata da quelli che oggi verrebbero chiamati “drogati”, i quali ne ricavavano stati di inerzia e di apatia che li inebetiva per qualche ora al giorno. Ancora oggi è possibile sentir dire che “al g’ha la loia” per descrivere chi, per stanchezza o per mancanza di voglia, si trova
pressapoco in quelle condizioni, anche se di “loglio“non ne mastica più nessuno
Mnèstra consa = (minestra condita). Pasta asciutta
Pulénta consa = (polenta condita)
Pulénta pastisàda o sburdaciàda = (polenta pasticciata)
due definizioni per lo stesso ghiotto piatto: polenta fresca, non troppo compatta, burro, pomodoro e grana. Provare per credere!
Cutòn in fioc = (cotone in fiocco). Bambagia
Sugaman dal servi = (asciugamani delle cameriere). Demoniaca definizione dell’Asso di Bastoni nelle carte piacentine
Fòns da bràghi = (fungo da pantaloni). Il riferimento non ha bisogno di spiegazioni. La definizione è stata anche tradotta scherzosamente in lingua pseudo francese: fóns bragareux. Sull’argomento va citata anche l’espressione “lùs da bràghi
(luccio da pantaloni)
Césa granda = (Chiesa grande). La Collegiata dedicata a San Bartolomeo
Mòsa granda = (Messa grande). Così veniva chiamata dal popolo la Messa domenicale delle ore 11,30 in San Bartolomeo. per distinguerla dalle altre officiate nella mattinata. Attualmente è anticipata alle 10,30. ma quasi nessuno la chiama più “Mòsa granda
Galén’a sbragàda = (gallina fatta a pezzi). Appellativo campanilistico che distingue i nativi di Sorana. L’utilizzo del termine “sbragàda” si presta ad esasperare,
ridicolizzandole alcune caratteristiche di pronuncia degli originari della zona
Occ’ mafòn = (intraducibile). Si dice di occhio indagatore. che scruta furbescamente. Vuol anche dire: occhio difettoso, irregolare o ferito
Occ’ pulén = (occhio pollino). Deriva dal nome di un parassita del pollame, che si può annidare talvolta anche sulla pelle umana. Ha la caratteristica di apparire come un
piccolissimo occhio, con tanto di pupilla al centro
Simmia dal cùl plà = (scimmia dal sedere pelato). Lontano ricordo di scimmie (forse babbuini) esposte negli zoo di circhi equestri che allietavano con la loro presenza le principali fiere tradizionali (Sant’Anna e San Bartolomeo) e qualche altra rara occasione
Mùcia grosa = (grossa ammucchiata). Calca di persone o oggetti
Bétonica = Con questo nome si identifica una pianticella. assai frequente nei nostri prati, scientificamente chiamata “mandragora“. Ad essa si attribuivano poteri magici ed afrodisiaci, dal ché la sua diffusa notorietà nel passato. Il vocabolo. abbandonato il riferimento agreste, e nel tempo divenuto, per analogia, sinonimo di persona conosciuta da tutti. l‘è cugnusi pa ‘d la bétonica (è conosciuto più della betonica) è la frase che meglio illustra il concetto
Bagulòn dal lùstar = (chiacchierone da lucido da scarpe). Per definire una persona in giro per far chiacchiere e raccontare frottole. Deriva dall’appellativo che sembra fosse attribuito, tempo addietro, ad una figura oggi scomparsa: il lustrascarpe a domicilio
Al diaul c’al va in caròsa = (il diavolo che va in carrozza). Definizione del tuono
Masa sèt e sturpia (o strupia) quatordas = (ammazza sette e storpia quattordici). Sprannome del giovinastro dedito a bravate, più verbali che materiali. Definizione classica dello spaccone irruento
Cùl alegar = (culo allegro). Con questo soprannome si è sempre fatto riferimento. senza offenderli, a soggetti con tendenze sessuali non del tutto definite. L’appellativo descrive anche il costante stato d’animo di chi lascia credere di non essere mai
afflitto da preoccupazioni
Strasamùdand = (straccia mutande). E’ la scostumata e licenziosa definizione del conquistatore di donne
Can da paiar = (cane da pagliaio). Animale utile solo per funzioni di sorveglianza, generalmente bastardo, trattato con scarsa attenzione
Brod in tèrsa = (brodo in terza). Il brodo delle grandi occasioni, con manzo, cappone e salame. Al riguardo, nelle principali ricorrenze religiose, si assiste ad un’altra manifestazione “in tèrsa“: la Messa officiata da tre sacerdoti. Confondendo un po’ il sacro col profano. la frivola superficialità popolana motiva la casualità sentenziando che “al brod ad nadàl al g’ha da ésar in tersa tamm la Mòsa” (il brodo di Natale
deve essere in terza come la Messa)
Oli bòn = (olio buono). Olio d’oliva
Oli frùst = (olio esausto). Olio lubrificante per meccanica, usato e da buttare (non nei fossi!)
Did da quadarlèr = (dita da operaio di fornace, addetto alla fabbricazione di mattoni). Dita di enormi dimensioni potenziate e sviluppate per il lavoro
‘Na sporta e ‘na cavagna = (una sporta e un cesto) Sinonimo di grossa quantità
Bela cana = (bella canna). Damerino, elegantone

Alcune malattie
Mal cadù = (male caduco). Epilessia (dal latino caducus)
Mal ‘d la bisóla = (intraducibile). Mal di fegato, itterizia
Brùt mal = (brutto male). Cancro
Mal ad la lua = (male della lue). Si tratta della sifilide, oggi pressochè debellata. Per analogia, si attribuiva il male a chi pur non essendone affetto, presentava uno dei sintomi più evidenti: la fame perenne
Mal dal cagòt = (male di chi se la fa addosso). Paura
Mal dal tai = (male del taglio). Afta
Mal dal grup = (male del nodo). Difterite. La definizione trova la sua origine nel termine inglese croup, che significa appunto “difterite”
Mal sùtil = (mal sottile) Tubercolosi, etisia
Mal ‘d la préda = (male della pietra). Calcoli. Si dice anche che di questo male ne soffrono i costruttori e i palazzinari
Gnir mal = (venir male). Svenire

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Salam in barca = (salame in barca) . Tontolone non al corrente con le regole di vita. Dovrebbe svegliarsi!
Érur da sbalj = (errore di sbaglio. Ammissione della responsabilità di uno forma bonaria con l’implicita supplica al perdono
Bòn’a lana = (buona lama). Birbante, monello
Pagn sporc = (panni sporchi). Sinonimo di coscienza non cristallina. di qualcosa da nascondere
Spéransa di mal vistì = (speranza dei mal vestiti). E’ quella a cui si rimane attaccati pur sapendo che la realizzazione di un sogno è cosa illusoria; così come accade alla povera gente che continua a vivere di speranze, però sempre nella condizione di “mal
vistì

Ras’ciadùa dal tavlér = (raschiatura del tagliere). Con acutezza. anche se con poca eleganza. viene così definito l’ultimo nato da madre ormai anziana. E’ un modo di dire nostrano che si è perso negli anni; lo citiamo per la sua efficace terminologia ricavata
dalla spontanea e genuina vena popolare. In lingua, l’ultimo nato è “sezzaio
Pansa ‘d dulégh – (pancia di strutto). Persona grassa e impacciata
Gras impanlà = (ingrassato a pannelli). Definizione riferita ad una persona assai grassa, pervenuta a quello stato per effetto di una nutrizione forzosa, alla guisa degli animali a cui si propinava il “pané!”, sorta di mattonella rotonda prodotta con
mangimi pressati
Managh da lùma = (manico da moccolo). Definendo così una persona, si intende parlare di un ingenuo, un po’ tonto, alla mercè di tutti come quel ferretto a ricciolo che fa da manico ad una bugia
Visti ‘d màgar = (vestito di magro). Descrizione bonaria di una persona evidentemente sotto peso
Dé ‘d màgar = (giorno di magro). Secondo il precetto religioso, il venerdì di ogni settimana e in altre particolari ricorrenze, i ferventi cristiani rispettavano e qualcuno rispetta ancora, l’obbligo di astenersi dal mangiare carne e grassi animali
Far al scragnén (o scranén) = (fare il seggiolino). E’ una specie di gioco per ragazzi. Si tratta di stringersi con la mano destra il polso sinistro, e con la sinistra si afferra
il polso destro del compagno di gioco, il quale si comporterà alla stessa
maniera. Su queste mani incrociate a mo’ di sedile. si piazzerà un terzo
compagno da trasportare per divertimento
Indré ‘d cutùra = (indietro di cottura). Riferito a persona, definisce un tipo in ritardo di crescita fisica, ma soprattutto mentale
Fèn gréch = (fieno greco). Scientificamente “trigonella”. Molto simile all’erba medica. in passato era tollerato nel foraggio per le mucche avendo la proprietà di aumentare la produzione del latte. Attualmente è bandito nelle zone di produzione del
“Parmigiano-Reggiano”.
La bala e la mustra = (la balla e la mostra). Di questo modo di dire, che ancor oggi si sente pronunciare in giro col significato di “non c’è trucco, ogni cosa è qui da vedere”, si conosce l’interpretazione originale emersa da vecchi documenti: “Questa è la balla, cioè una pezza di stoffa, e questa è la mostra, cioè la vetrina. Quel che si vende è uguale a quel che è esposto”
J’an ad la balia = (gli anni della balia). Sono quelli taciuti nelle dichiarazioni di età, specie delle donne
Ésar al masér = (essere il mazziere). Avere l’incarico, in una partita, di distribuire le carte. Si dice anche “fàr al càrti” (fare le carte) o “Fàr al mas” (fare il mazzo). In passato, la qualifica di “mazziere” era riservata al personaggio che, nelle cerimonie ufficiali del Comune apriva i cortei in lussuosa divisa, brandendo una mazza
Facia da pum cot = (faccia da mela cotta). Viso con espressione non intelligente
Facia da cùl da can da cassa = (faccia di culo di cane da caccia). Scioglilingua offensivo. Serve a descrivere una persona verso la quale non si nutre simpatia
Mésa vigugna = (mezza vigogna). Termine generico per indicare qualcosa o qualcuno scadente, in rapporto alla mediocre omonima fibra tessile
Mésa séga = (mezza sega). Definizione offensiva nei riguardi di individuo che non gode di buona reputazione in fatto di vigore e spirito di corpo)
Més gusèn =(mezzo maiale) Si identifica in questa definizione un vecchio cappotto accorciato, tipico dei mediatori di maiali di una volta
Més vén = (mezzo vino). E’ il risultato che si ottiene alla fine delle operazioni di vinificazione, irrorando con acqua le graspe separate dal mosto e torchiandole a dovere. Questo trattamento è noto come “tràr so in dal rachi” (buttare sopra alle graspe), espressione tipica del nostro vernacolo (ved. rachi nel vocabolario). Un’operazione similare viene effettuata con le noci residue dopo la preparazione del “nocino”. Anche in questo caso, per analogia, il prodotto è chiamato més vén
Vén tamburén = (vino tamburino). Così viene definito il vino ricavato dal succo della prima spremitura dei grappoli, non lasciato fermentare assieme alle graspe
Vén turà = (vin) tappato). Vino in bottiglia (naturalmente frizzante!)
Far sargént = (far sergente).Tipo di punizione di stampo militaresco, adottata in genere a carico delle reclute del Servizio dì leva (nonnismo). Trovava anche applicazione fra
gruppi giovanili in cerca di… emozioni. Consisteva nell’immobilizzare il novellino. aprirgli la bottonatura dei pantaloni, estrargli il membro e… sputargli sopra!

BOTTE  E RISPOSTE
Breve elenco di alcuni campioni di battute scambiate in dialoghi, a volte concitati, a volte senza senso, che non potrebbero svolgersi in lingua madre.
Domanda: Che ur é? = (che ora è?).
Risposta: Tamme ièr da st’ura ché = (come ieri a quest’ora). In pratica per dire, con molta… cortesia, “non lo so

Esplosione  patriottica:
Viva l’Italia!
Ribattuta: Al bùs ad la malia! (il buco nella maglia!). Si tratta forse di rima pervenuta sino ai giorni nostri dai lontani moti independentisti degli anni attorno al 1860.
Mentre da una parte si esprimeva gaudio per la raggiunta Unità d’Italia, fra il
popolo, stremato dalle guerre e riotto in miseria, si alzavano voci perchè il
tripudio generale non facesse dimenticare che la gente tirava avanti con i
panni stracciati… E al riguardo circola anche la seguente strofetta:
Infen ch’ag n’é
Viva al Re!
Quand ag n’é pò,
ch’al crapa anca
lò!
Sin tanto che non manca il necessario per vivere, Viva il Re! Ma quando non ce più, muoia anche lui!

Rientra nell’atmosfera  di quei tempi, per altro verso, la seguente
Domanda: Sa gh’é da disnar? = (cosa c’è da mangiare a pranzo?).
Risposta: La gamba dal frar = (la gamba del fabbro), che si dice fosse di legno e non servisse ovviamente a placare gli appetiti. L’interprete di questa battuta sarebbe
individuabile nel fabbro Annoni del Bersano
Minaccia: Ad dagh un s’ciafòn! = (ti do uno schiaffo!).
Risposta interrogativa:
Cun che man? = (con quale mano?).
Replica: Cun custa = (con questa).
Conclusione: E cun cl’atra spasat al cùl! = (e con l’altra pulisciti il sedere!)
Domanda: A s’n’in ciapa? (se ne prende?).
Risposta: Se, dal cuiòn! = (si, del coglione!).

E’ un dialogo fra un curioso e un pescatore sfortunato
Dichiarazione: Am n’ha dat abota, m’ag n’ho anca dit! = (me ne ha date tante, ma gliene ho anche dette!). Tentativo di far credere di essere uscito da un alterco non del tutto soccombente

Riflessione di chi vuol esprimere una opinione:
Donca… donca… = (dunque…dunque…).
Ribattuta ironica, in rima, di chi sta ascoltando: Quand as caga as pònta = (quando
la si fa, si spinge).
Imprecazione: Maladòti! (maledette!).
Ribattuta: Al doni sensa al tòti = (le donne senza le tette)…
Intimazione: Dés e dés = (dieci e dieci).
Risposta: A vùndz’ur sum a cà = (alle undici sono a casa). E’ il dialogo fra la
“guardia” che appioppa una multa e il colpevole dell’infrazione. Le
contravvenzioni, un tempo venivano elevate con l’ingiunzione di pagare la somma
di Lire dieci più dieci centesimi di bollo (dés e dés). Chi prendeva la
multa, chiedeva quanto c’era da pagare e, alla imposizione del vigile,
rispondeva “alle undici sono a casa“, facendo finta di aver
inteso che dés e dés fosse l’ora e non l’ammontare della contravvenzione
Domanda: Tacam i tac, par piagér = (attaccami i tacchi, per piacere).
Risposta: Me, tacàt i tac a té? Tacatia té i to tac! (io, attaccare i tacchi a te? Attaccateli tu i tuoi tacchi!). E’ la versione nel nostro dialetto di un noto scioglilingua di
origine lombarda
Battuta: Mé fiòl cun un pum al mangia `na mica ‘d pan = (mio figlio con una mela mangia una micca di pane).
Ribattuta: Cu vòt ca sia; mé fiòl cun un brugnén al s’é mangià un sid! = (cosa vuoi che sia; mio figlio con una ragazzina s’è mangiato un podere!)
Domanda: Gh’èt fam = (hai fame?).
Risposta: Si.
Replica: Mangia ‘l curam! = (mangia il cuoio!)
Domanda: Ela bèla = (è bella?).
Risposta: Tamme ‘l cùl ad la padéla = (come il fondo della padella)
Riflessione: Mah…
Ribattuta: Pulénta e bacalà
Domanda: E po? = (e poi?).
Risposta: Pulésan! = (Polesine!)
Domanda: E alura? (e allora?).
Risposta: Ssanta minùd = (sessanta minuti)
Frase conclusiva: …e così sia
Ribattuta: Ch’al diaul al la porta via (che il diavolo la porti via)
É mia véra, ma te straia la vus = (non è vero, ma tu spargi la voce). E’ un invito a diffondere una notizia falsa per il piacere, invero caratteristico nella vita dei piccoli centri, di far intrecciare commenti su fatti non accaduti
Pagn = (panni). E’ parola che comprende genericamente tutto il vestiario, dagli abiti alla
biancheria intima.
Alla domanda “Te, sa farésat in di mé pagn?” (tu cosa faresti se venissi a trovarti nei miei panni?) fatta, come si suole, ad un amico per ottenere qualche suggerimento utile in una situazione delicata, si può essere certi che la risposta sarà una sola “Ag cagarés déntar!” (gliela farei dentro!)

AFORISMI

Sono massime, sentenze e definizioni scaturite dalle esperienze dei nostri nonni, quasi
sempre in tono arguto.
L’é vòn ca pònta = (è uno che spinge). Si dice normalmente di un personaggio che, per il posto che occupa, può favorire avanzamenti di carriera con opportune spintarelle. L’umorismo popolare, insinuando qualche dubbio sulla generica abilità di questi soggetti,
ha voluto allungare la frase aggiungendo: “si, quand al caga!” (ved. puntar nel vocabolario)
Mangiàr i gnoc in tésta a vòn = (mangiare i gnocchi in testa a qualcuno).Esserer superiore per capacità, anche se più basso di statura…
O mèrda o bróta rusa! = (o merda o berretta rossa!). Sentenza che si pronuncia prendendo una decisione coraggiosa, dalla quale può dipendere l’irreparabile. Quindi, “o la và o la spacca“, vale a dire: o si precipita in qualche girone infernale immersi nello sterco o ci si eleva ad un rango pari a quello delle “berrette rosse” (i Cardinali)!
Bùta sambot! = (butta pompa!). Il “sambot” era un tipo di pompa funzionante a mano per l’estrazione di acqua dai pozzi allo scopo di irrigare le campagne. L’espressione, non più in uso a motivo dell’evoluzione tecnologica, mirava all’effetto esorcistico di un’abbondante fuoriuscita della tanto auspicata acqua. Ancora oggi si pronuncia scherzosamente in tutte le situazioni in cui è rimasta l’incerta possibilità che esca qualcosa da un contenitore: l’acqua da un rubinetto, il vino da una bottiglia, i soldi da un salvadanaio, ecc.
Bala Marco! = (balla Marco!). Questo invito veniva gridato dagli zingari per stimolare l’orso ammaestrato che si esibiva in piazza in occasione delle fiere o dei mercati. Può capitare ancora oggi di far riferimento, con questo richiamo, ai movimenti impacciati di
persone pingui
Barat barat dasfat! = (baratto disfatto!). Affare fatto! Si pronunciava fra due contraenti, che si stringevano la mano alla presenza del mediatore, a pattuizione di una compra-vendita. Non è improbabile che questa formula sia arrivata ai giorni nostri dal lontano Medio-evo, quando le transazioni commerciali si realizzavano attraverso il baratto, in mancanza della moneta
Pèrs par pèrs, ad vénsar gh’é pò vèrs = (perso per perso, di vincere non c’è ù verso). Si pronuncia prima di effettuare l’ultimo tentativo per rovesciare una situazione ormai compromessa
Olì ‘d gumat = (olio di gomito)
Ont ‘ad gumat = (unto di gomito)
Due espressioni per stabilire che l’esecuzione di un lavoro materiale richiede l’uso dell’unico lubrificante applicabile agli ingranaggi umani: la voglia di lavorare!
Bòn’a not Basi! = (buona notte Bassi!). L’origine di questo saluto, che è diventato una espressione tipica locale, si rifà ad una situazione reale verificatasi in Busseto diversi anni fa, che aveva come interprete un marito, Pirén Paris (Pierino Parizzi), con
l’abitudine di rientrare a casa ad ore impossibili, alquanto alticcio. Poichè,
al momento di uscire, aveva detto alla moglie di andare a fare quattro passi
con l’amico Ugo Bassi, persona ben giudicata dalla consorte, quando si
ritrovava solo sulla porta di casa al rientro, fingeva di salutare ad alta voce
il compagno della serata: “bòn’a not Basi”, facendo credere di
essersi fatto accompagnare… Questo commiato è diventato di uso comune fra
gente nottambula
Éla ùa, custa? = (è uva, questa?). Espressione interrogativa per rimarcare la validità di qualcosa, in contrapposizione al giudizio negativo espresso da altri. Esempio: un pescatore arriva al fiume e si piazza fra altri che lo hanno preceduto. Dopo qualche tempo, indispettito per il magro bottino, raccoglie le sue cose e, nell’andarsene, mormora: “As n’in ciapa mia ché!‘ (non se ne prende qua!). Uno degli altri pescatori,
sentendo la protesta, mostra le numerose prede nel suo carniere, e ribatte:
Éla ùa, custa?
Fàr al cuiòn par pagàr mia dasi = (fare lo stupido per non pagare dazio). Dimostrare falsa ignoranza in presenza di chi, scoprendoti in fallo, minaccia una punizione
A gh’é mia tamme parlàr dal diaul = (non c’è come parlare del diavolo)…e vederlo! Sì dice quando una persona, della quale si sta parlando, inaspettatamente appare
Chi gh’é, gh’é; chi gh’é mia as fa sénsa = (chi c’è, c’è; chi non c’è… se ne fa a meno).
Nessuno è indispensabile!
Om, bel om, fùrb, làdar e galantom = (uomo, bell’uomo, furbo, ladro e galantuomo). Di un bell’uomo si apprezzano le qualità e si perdonano i difetti
Asan ad natùra chi sa mia légar la so scritùra = (asino di natura chi non sa leggere la sua scrittura). Stimolo per gli scolari delle elementari per incamminarli alla cura
della propria calligrafia
Bianc e rus, cumpagn’m a cà = (bianco e rosso, accompagnami a casa). Riservato ai bevitori. La pratica insegna che bere contemporaneamente vini bianchi e rossi, spesso origina l’esigenza di doversi fare accompagnare a casa
Roba vansa? Crapa pansa! = (cibo avanzato? crepi la pancia!). Piuttosto che lasciare delle rimanenze in tavola, destinate alla dispersione, è meglio ingozzarsi!
Gùardal bén
gùardal tùt,
l’oman sénsa sold
partì l’é brut!
Guardalo bene, guardalo tutto, l’uomo senza soldi com’è brutto!
Jèrbi grami i móran mài! = (la gramigna non muore mai!). Concetto applicato, senso figurato, anche al genere umano. La frase è comunque utilizzata a mò saluto, in tono ironico ma complimentoso, fra amici che da tempo non si contravano
Parér la mort imbariàga = (sembrare la morte ubriaca). Serve per descrivere la figura dall’aspetto sgradevole, malridotta, fisicamente depressa
Pudè (pudér) pisàr a lét e dir ca s’é sùdà = (potere pisciare a letto e dire di aver sudato). Di questo aforisma esistono altre due versioni che esprimono lo esso concetto.
S’at gb’è un bòn num, pisa a lét. I diran ca t’è sùdà!” . “Sa pisa in lét vòn c’l’è stimà, tut i disan c’l’ha sùdà“. In senso figurato, si stabilisce che certi livelli puoi anche infischiartene di una figura barbina; si troverà sempre il Lodo per giustificarti
Esar bòn… da niént = (essere buono… a nulla). La parola “bòn” nel nostro
dialetto assume anche il significato di “capace“. Ne deriva che quando si parla di un soggetto quieto e tranquillo, forse un pò addormentato, e lo si definisce “bòn ragas“, c’è sempre chi, sfruttando il doppio senso, aggiunge: si, bòn… da niént!
infén
a quaranta
as
sifula e ‘s canta.
Dai quaranta in
sò,
n’as sifula e n’as
canta pò
=(sino a quarant’anni, si fischia e si canta. Dai quaranta in su, non si fischia e non si canta più). Per l’interpretazione di questa “strofetta”, bisogna tener presente che, anni addietro, usare il “siful” non aveva solo il significato di fischiare, ma anche di copulare. Inoltre, a quei tempi, superare i quarant’anni e sifular ancora, era considerata una prerogativa di pochi eletti. E il canto? Beh, quello ha sempre avuto importanza
relativa…
Cròdar che la lòn’a la sia `na furmaia = (credere che la luna sia una forma i grana). Una così strampalata convinzione si ritiene possa essere espressa alo da chi non
abbia tutte le “rotelline” funzionanti. Con ironia si fa ricadere questo modo di pensare su persone verso le quali non si è certamente ben disposti.
Chi ha vi, ha vi = (chi ha avuto, ha avuto). Non c’è più niente per nessuno. E’ la versione nostrana della famosa canzonetta napoletana: “Chi ha dato, ha dato, ha dato. Chi ha vuto, ha vuto, ha vuto”
Turta, turta, mèrda in buca chi m’asculta = (torta, torta, merda in bocca a chi m’ascolta). Una specie di esorcismo che il golosone recita per scongiurare di dover dividere la torta con altri
Un post indua ga starés gnan piturà = (un luogo dove non starei nemmeno dipinto). Giudizio negativo su una località non piaciuta
J’uséi in ària, i p’òs in d’l’aqua e Maradén par tèra! = (gli uccelli in aria, i pesci
nell’acqua e Maradini per terra!). Maradini era di Roncole e non partì da
emigrante, come tanti altri, verso l’America del Sud per paura di dover
viaggiare in nave…
Pan d’un dé, vén d’un an e ragasa ad dusént més! = (pane di un giorno, vino di un anno e fanciulla di duecento mesi!). La formula della felicità?
Bèla forsa incùlar vòn ca càga! = (bella forza far sedere uno che la stà facendo!). Sarebbe come dire che è facile dominare chi non può difendersi. Sembra pleonastico, ma va tenuto presente che, quando hanno creato questo aforisma, non esistevano i water closet…
Éla n’ombra o ‘n car ad fén? = (è un’ombra o un carro di fieno?). Problema che sorge ogniqualvolta, per la strada, si intravvede una sagoma non ben distinta. Questa frase ci è stata tramandata da un non ben ricordato personaggio nostrano, il quale, in una
giornata di fitta nebbia, un attimo prima di sbattere contro un carro di fieno si era posto la domanda…
É ‘n pés c’at té `Ivà dès (adès)? = (è tanto tempo che ti sei alzato adesso?). Sfottò nei riguardi di persone abituate ad alzarsi dal letto a mattina inoltrata…
A Fidensa
ad cuiòn j’én mia sensa.
S’ag n’in manca vòn
il van a tór a Castiòn!
E’ una delle “frecce” campanilistiche nei confronti degli amici Fidentini…
L’àsan ca vula = (l’asino che vola). E questa è un’altra… (ved. precedente), in contrapposizione al nostro “bisòn
Pirla e volta al calamàri, chi é ca c’manda l’é sémpar’al Ségrétàri = (gira e volta
il calamaio, chi comanda è sempre il Segretario). Strofetta in rima, un tempo
di uso frequente nell’ambito del Comune
Parola turnaindré = (parola tornaindietro). Si dice per richiamare o cancellare parola o un concetto sfuggito di bocca
Al sa ciama turnaindré = (si chiama tornaindietro). Chiarificazione che viene nel momento in cui si concede in prestito qualcosa, alla cui restituzione nonsi può rinunciare
L’aqua la fa marsir i pàj = (l’acqua fa marcire i pali). E’ un aforisma utile a stabilie che è meglio bere vino…
An gh’é cà,
Ad puvròt
od siur,
sensa `na pisàda
d’un mùradur… = (non c’è casa, di povero o di ricco, senza una pisciata di muratore). Strofetta che vuol rivalutare il dimenticato e misero lavoro del muratore che, nella sua umiltà, è quello che ti permette di dormire sotto un tetto.
Sinfunia ad l’òngia incarnàda = (sinfonia dell’unghia incarnata). Fantasioso braio musicale inventato per sopperire ironicamente alla diffusa ignoranza nella conoscenza della vera musica
Sintirs strénsar al bùs dal cùl = (sentirsi stringere il buco del culo). Si dice anche “strica“. Reazione ad una situazione paurosa. Raggelamento
Sa càgh sta volta, a mang’ pò ‘d sorbi! = (se ho beneficio questa volta, non mangio più sorbe!). Aforisma, si fa per dire, che conferma inconfutabilmente l’effetto astringente delle sorbe. In senso figurato, sarebbe come dire: “se riesco ad uscire da questo
imbroglio, sta pur sicuro che è l’ultima volta che ci casco!

At salva pò gnan Tajamuschi = (non ti salva più neanche Tagliamosche). Per significare che non rimane niente da fare, quasi sempre in senso ironico, per guarire da una malattia. Il Dottor Tagliamosche era un medico di Salsomaggiore, cui si attribuivano
capacità di “mago” guaritore. L’espressione si è poi estesa ad altri campi, come, per esempio: le perdite al gioco; il cattivo andamento negli affari; ecc. A Parma un personaggio analogo prendeva il nome di Patera
Se sbaglia cusché, sbaglia tuta la mlunèra = (se sbaglia questo, sbaglia tutta la melonaia). Il commerciante di meloni assicura che il prodotto messo in vendita è di qualità, non può sbagliare. Il concetto è estensibile, in senso figurato, a qualsiasi
articolo
Al ris al nasa in d’l’aqua e ‘l móra in dal vén = (il riso nasce nell’acqua e muore nel
vino)
A bévar l’aqua in s’la pulénta, barbùia la pansa = (a bere l’acqua sulla polenta brontola la pancia). Sentenze che si proclamano attorno a tavole imbandite, col
deliberato scopo di evitare di dover bere acqua…
Fióli e turta frita: pù t’n’in fè e pù i végnan bèli = Figlie e torta fritta: più ne fai e più
vengono belle
Anca al prét al sbaglia a dir mósa = (anche il prete sbaglia a dire messa). Si profitta di questa verità per attenuare la responsabilità di un errore
Cóntr’al cùl, la ragion non vale = (contro la fortuna, la ragione non vale). Commento amaro di chi è superato in una disputa (col tentativo di far credere che la sconfitta è stata causata dalla sfortuna e non dalla maggiore abilità dell’avversario)
D’or masis, quand i l’han fat i gl’han mia mis = (d’oro massiccio, quando l’hanno fatto
non ce l’hanno messo). Articolo di oro falso. Normalmente si dice: “or mat
Saltàr i foss pr’al lòng = (saltare i fossi nel senso della loro lunghezza). Modo di dire per ricordare abilità strabilianti proprie della passata gioventù
La prima l’é di ragass (o putei) = (la prima è dei bambini). E’ un modo di dire per alleviare il “bruciore” procurato dalla sconfitta in una partita a carte. Con ciò i perdenti intendono far credere che, sulle usuali quattro partite, la prima può essere “regalata” per accontentare i ragass
O mant’gnil o masàl! = (o mantenerlo o ucciderlo!). Frase di stampo confidenziale, che giustifica la benevola sopportazione dimostrata verso qualcuno cui si è legati da sentimenti d’affetto ed al quale non si lesinano benevolenze
Tira, mola e lasa andàr = (tira, molla e lascia andare). Frase che riassume il cammino di una disputa che sembra non dover trovare un epilogo
Gnignòn e gnignéra = Terminologia che esprime il protrarsi di discussioni inconcludenti o il dilungarsi di una musica che si ripete in modo tedioso
Prima ‘lla fà e po ‘lla pista = (prima la fà e poi la pesta). Battuta abituale che si utilizza per far rima, a scopo di motteggio, con una qualsiasi parola che finisca per “ista
e venga usata in un dialogo fra persone in buon affiatamento. In genere serve a
sdrammatizzare una conversazione troppo seria. Esempio: primo interlocutore:
A gho un dulur ché, bisogna ca vaga dal farmacista” = (ho un dolore qui, devo andare dal farmacista). Secondo interlocutore: “Sé, cul che prima ‘lla fa e po ‘lla pista!” = (si, quello che prima la fa e poi la pesta). La battuta si ricollega all’antico detto piacentino “Far ‘me ‘l gat che, quand al l’ha fata, al la guata” = (fare come il gatto che, quando l’ha fatta, la copre)
D’zi ca gnì e gnan gnì gnan = (dite che venite e neanche venite). E’ uno scioglilingua D.O.C., così come il seguente:
Adés ca sò chi san ca sum Casan, at dirò chi sum = (adesso che sò che sanno che sono Cassani, ti dirò chi sono). E fra i D.O.C. possiamo anche inserire l’espressione tact’atac che significa “tienti stretto
sùplir du mort in `na biiga sula = (seppellire due morti in una sola buca).r isolvere due problemi con un unico intervento, risparmiando
Tucàr al temp = (toccare il tempo). Rinverdire ogni tanto a qualcuno la memoria per evitare che dimentichi di rispettare un suo impegno. Sfruttando il doppio senso del “toccare“, la frase viene talvolta utilizzata alla vista di una bella figliola alla quale,
andrebbe si toccato qualcosa, ma non certamente il tempo…!
San Giuan al fa vódar i so ingan = (San Giovanni fa vedere i suoi inganni). Adagio d’obbligo quando si scopre una scorrettezza tenuta nascosta
An gh’é Sant né Madoni! = (non ci sono Santi né Madonne!)… che possano porre rimedio a un guaio…
Un bèl niént fat sò in `na carta = (un bel niente avvolto in una carta). Assolutmente niente
Pién ad vùdam = (pieno di niente) cioè vuoto!
Mandàr a Suragna = Risoluzione che normalmente si prende nei confronti di chi, dopo averti ascoltato attentamente, dimostra di non capire…
S’lé mia sùpa, l’é pan bagnà = (se non è zuppa è pane bagnato). Per dire che non c’è differenza, che è la stessa cosa
Ciapa l’aqua intant c’la cura! = (prendi l’acqua intanto che corre!). Accòntentati i quello che ti viene offerto, anche se è meno di quanto ritieni che ti spetterete. Ricordati che il flusso dell’acqua potrebbe anche interrompersi
Buca sa vòt = (bocca cosa vuoi). Espressione efficace per descrivere un simposio od altre situazioni, anche non alimentari, provvisti di ogni ben di Dio
Avégh gnan al témp da scurgàr! = (non avere nemmeno il tempo per scorreggiare!). Essere pieno di lavoro

PROVERBI, DETTI,
MOTTI E FACEZIE DELLA TRADIZIONE CAMPAGNOLA

La gente di campagna, a motivo dell’impegno costante dedicato nella cura delle loro terre, riusciva a recarsi in “città” solo raramente, nei giorni di rcato o di festa.
Questa condizione li aveva portati a costruirsi una filosofia di vita per riti
versi differente da quella dei “non campagnoli”. Se ne trova traccia
analizzando le frasi qui raccolte.
Far sò fagot = (fare su fagotto). Andarsene, portandosi dietro le proprie cose in an fagotto. Nelle campagne era la tipica espressione di chi abbandonava un lavoro per cercarne un altro. Ved. fagot nel vocabolario
‘Na cosa l’é dir, n’ tra l’é fàr = (una cosa è dire, un’altra è fare). Il concetto è quello: “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare
Dir sapa e badil = (dire zappa e badile). In un litigio ha il significato di “dirsene di tutti i colori“. Genericamente: “dire cose di fuoco”
Stram e batidùs = (strame e scarto). Si tratta dei termini per indicare sia il letame nella stalla da ripulire, sia lo scarto dopo la battitura delle erbe per estrazione delle sementi: il tutto da buttare nella Pila. In senso figurato, con sta espressione si definisce, con un po’ di cattiveria, ciò che di peggio emerge in una circostanza: critiche su avvenimenti o persone; cibo non buono in pranzi organizzati; giudizi negativi sul prossimo; ecc.
I siur jén mia vachi = (i padroni non sono vacche). E’ un modo ironico e sdegnoso con il quale la gente di campagna stigmatizzava il comportamento dei “siur” quando le
condizioni di agiatezza venivano ostentate con alterigia ed e in modo
irrispettoso
Galèn’a vècia fa bòn brod = (gallina vecchia fà buon brodo). E’ uno dei più antichi proverbi campagnoli che si conosca
Avril, tùt i dé un baril = (aprile, tutti i giorni un barile) … d’acqua piovana
Dàr la préda = (dar la pietra). Affilare la falce con la pietra abrasiva che il contadino, durante la falciatura, tiene appesa alla cintola, immersa nell’acqua in un corno o. (Ved. cudar nel vocabolario)
Liga l’asàn in du vòl al padròn = (lega l’asino dove vuole il padrone). Non fare di testa tua; attieniti ai voleri del padrone. Col tempo, il proverbio era diventato: lega l’asino dove vuole il medesimo…
A pasa al témp… e la mort l’ag cura adré = (passa il tempo… e la morte lo rincorre).
Concetto lapalissiano!
Curagg’! che ‘l màl a l’é ‘d pasagg’ = (coraggio! che il male è di passaggio). Come invito a sopportare il dolore
Santa Catarén’a
ména la vaca a la
casén’a;
vala bén, vala
màl,
manca un més a
Nadàl.
Santa Caterina (25 novembre), ricovera la mucca in cascina (che arriva il freddo); male che vada, manca un mese a Natale (e potrai goderti un periodo di quiete)
Da `na dona a `na vaca, la diférénsa jén i coran = (fra una donna e una vacca, la
differenza sono le corna). Quando hanno inventato questo detto, il femminismo
era ai primordi…
Sa piòva par Santa Bibiana, ag n’um par quaranta dé e `na smana = (se piove per Santa Bibbiana (2 Dicembre), ne abbiamo per quaranta giorni e una settimana. Proverbio meteorologico che spesso ci azzecca
Par la Sariòla, ca piòva, ca néva, ca nasa la viola = Per la Sariola (Candelora, 2 Febbraio) può indifferentemente piovere, nevicare o nascere la viola
Par San Martén tùt al must l’é vén = (a San Martino – 11 Novembre – tutto il mosto è vino). A quella data le operazioni di vinificazione devono essere concluse

Quand la Quarésma la tuca tri més, nasa la roba anca in d’la sés = Quando la
Quaresima si sviluppa lungo tre mesi, i prodotti agricoli nasceranno anche nelle siepi
Nadàl, masa ‘l nimàl = A Natale è tempo di uccidere il maiale
Da San Martén a Nadàl, ogni puvrót la stà màl = Da San Martino a Natale, con l’arrivo dell’inverno, ha corso il periodo critico per i poveri
Al prim d’avril a cura i pit = (il primo d’aprile corrono i tacchini). E’ il giorno del “pesce
d’aprile
” e gli ingenui ci cascano… (ved. pit nel vocabolario)
Santa Lùsia, la giurnàda pii ciirta ch’ag sia = Santa Lucia – 13 Dicembre – è la
giornata più corta dell’anno
`Na campana da lé, la cioca mia = (una campana da sola non fa molto rumore). Con riferimento alla eccessiva facilità con cui si dà credito alle maldicenze
Màrs, marsòn, tri gram e vòn bòn = (marcio, marcione, tre cattivi e uno buono). Cantilena che accompagna il raccolto delle frutta in un’annata poco buona
Al cata gnan n’ègan in t’un prà sgà = (non trova neanche un asino in un prato falciato). E’ un commento ironico nei riguardi di chi ci vede poco

lodat cavagn che ‘l managh l’é rut! = Lodati, cesto, che hai il manico rotto!.. ma servi
ugualmente alla bisogna!
Dú gai in d’un pulàr, i van mia bén = (due galli in un pollaio, non vanno bene). Circostanza da evitare, anche fuori del pollaio!
Chi g’ha témp, g’ha vita = (chi ha tempo, ha vita)
‘Na volta mort, as ga pénsa pò = (una volta morti, non ci si pensa più) Due pensieri filosofici… terra, terra, cioè contadini…
Chi g’ha mia amur pr’al bésti, ag l’ha gnan pr’i cristian = Chi non vuol bene gli animali, non ama nemmeno gli uomini
La pulénta la sgùra i bùdéi = (la polenta ripulisce le budella). Sentenza contadina che nasconde il tentativo di rivalutare gli scarsi pregi nutrizionali di questo cibo
Vilan, lArgh ad buca e stròt ad man = (villano, largo di bocca e stretto di mano). Tradizionale e collaudato giudizio sulla gente di campagna, sempre disponibile a parole ma un po’ meno nei fatti
Pulénta e pan, mangiàr da vilan = (polenta e pane, mangiare da villano). Sarà anche vero, però se in tempo di guerra non avessimo potuto appoggiarci ai “vilan“, come
sarebbe finita?
Pan e nus,
mangiàr da spus
Nùs e pan, mangiàr
da can

(o da vilan)
Pane e noci, cibo delizioso, degno di un matrimonio. Noci e pane, mangiare da cane (o da villano)
Quand al vilan al va in cità, ag pàr d’ésr’al pudestà = (quando il villano va in città, gli
sembra d’essere il podestà). Ancora un giudizio, in questo caso canzopatorio,
espresso sul conto dei villici, che si recavano in città “vestiti della festa
Carta canta e vilan dorma = (carta canta e villan dorme). Il contadino subordina la sua tranquillità all’esistenza di documenti ufficiali che comprovino la legittimità degli affari
conclusi e la proprietà dei beni intestati, e non fa nulla senza l’appoggio di un foglio di carta!
Al poar vilan l’ag va mài bén: sa móra la vaca, ag vansa al fén: se la vaca la scampa, al fén al ga manca! = (al povero villano non va mai bene: se gli muore la mucca, gli avanza il fieno: se la mucca scampa, il fieno gli manca!). Questa breve filastrocca anticipa quello che si può considerare uno degli aspetti più significativi
della tradizione campagnola, che si manifesta nel seguente concetto:
Téuria dal lamént = (teoria del lamento). I suoi principi sono delineati in questo semplice enunciato: “continuare a lamentarsi e piangere miseria anche quando le cose non vanno poi del tutto male“. L’applicazione pratica di questo convincimento è istintiva nel comportamento del “contadino“, che ne fa ricorso metodicamente, un po’ per presentarsi camuffato al funzionario delle tasse e un po’ per confondere le idee alla gente che tenta di fargli i conti in tasca
Chi n’in ména, n’in strabùca = (chi ne trasporta, ne rovescia). E’ altrettanto vero che, non trasportandone, non si corre il rischio di rovesciarne! Come dire: Chi fà, fala. Chi non fà…
Vén, pan e légna, e lasa ch’la végna = Vino, pane e legna, e lascia che venga (la neve)
Tira pùsè un pél ad figa che un pàr ad bò = Ha più potenza un pelo femminile che un paio di buoi
Ogni usél fa ‘l so vèrs = (ogni uccello fa il suo verso). L’usel nel senso di pennuto, si
identifica dal suo canto. Ma nel dialetto, la stessa definizione è usata anche per l’organo genitale maschile e il vernacolo sfrutta il doppio senso per fare dell’umorismo…
Fàr filos = (fare chiacchiere sull’aia o nella stalla)… spannocchiando granoturco. E’ modo di dire assai diffuso anche in altri dialetti
Cumpràr la vaca e ‘l vitél = (comperare la mucca e il vitello). Sposare una donna incinta o una vedova con prole…
Chi g’ha dént, g’ha mia al pan; chi g’ha ‘l pan, g’ha mia i dént = (chi ha i denti
non ha il pane; chi ha il pane non ha i denti). Morale: dopo aver tribolato per
procurarti il pane, come fai a mangiarlo se ti mancano i denti?
L’aqua, dopa San Bartlamé, l’é bon’a da lavàs i pé = La pioggia, dopo San Bartolomeo (24 Agosto), non serve più alla campagna; è buona per lavarsi i piedi
Quand i niui i van vèrs sira, tó só ‘l rocul e fila = Quando le nuvole vanno verso occidente, non uscire, prendi il roccolo e mettiti a filare: il tempo stà volgendo al
brutto
Quand i niui i van vèrs matén, to sós la sapa e ‘l badilén = Quando le nuvole vanno verso oriente, prendi la zappa e il badile: vai a lavorare nei campi che il tempo si mette al bello
Quand al sul al s’volta indré, adman gum l’aqua ai pé = (quando il sole si volta indietro, domani abbiamo l’acqua ai piedi). Se al tramonto sbuca il sole tra le nuvole,
dopo una giornata di pioggia, vuol dire che domani continuerà il brutto tempo
Aria rusa, o ca pióva o ca bufa = (aria rossa, o che piove o che tira vento). Quando il cielo si arrossa al tramonto, minaccia pioggia o vento
Quand a pióva in d’la capa, ag inguén’a la sapa = (quando piove nella cappa, c’indovina la zappa). Al tempo della maturazione del grano, se la pioggia è turbinosa ed
entra nel camino, il raccolto sarà abbondante
Quand a pióva in di còv, èrba e fasoi = Quando piove sui covoni, un buon raccolto di erba e fagioli è assicurato
Quand la fava la fiura, ag vòl l’aqua fén a la gula = Quando la fava fiorisce, è necessaria molta pioggia (fino a che l’acqua arriva alla gola…)
Quand la tèra la va griland, ciapa la sporta e va a sircant = (quando la terra è invasa dai grilli, prendi le tue cose e va a cercare lavoro altrove). I troppi grilli – o altri insetti – rovinano il raccolto
Chi vòl un bòn favàr, ch’al móta so in snàr = Chi vuole fava abbondante, semini in
gennaio
Chi vòl `na bèla tia, ch’al la sùmna fra San Giugèp e Santa Maria = Chi vuole
canapa bella, la semini fra San Giuseppe e Santa Maria, dal 19 al 25 marzo.
(Non si è trovata traccia sull’origine della parola tia)
Mòlga rara, pulénta spósa = (melica rara, polenta spessa). La semina del granoturco, lasciando una ragionevole distanza fra una piantina e l’altra, detenninava con certezza,
secondo le antiche credenze, la copiosità del raccolto
In mésa al Spus e a la Spusa, as sùmna al lén e la linusa = Fra il giorno di San Giuseppe (spus), e quello di Santa Maria (spusa), dal 19 al 25 Marzo, si seminava il lino
e la linosa
Par San Liica, chi ha mia sùmnà, plùca = Chi arriva a San Luca (18 Ottobre) senza aver seminato, deve accontentarsi di piluccare
Màl ad tésta, al vòl la mnèstra = Chi ha mal di testa, stia leggero, mangi la minestra

 ESCLAMAZIONI
IMPROPERI GIURAMENTI

Questo capitolo contiene la maggior parte delle più tipiche e fiorite espressioni dialettali
che si sentono a Busseto.
Porca madosca = Imprecazione di evidente origine blasfema, che nel tempo ha perso i riferimenti sacrileghi della formula originaria
Madén = Il Malaspina cita questa parola come un vezzeggiativo di Maddalena. imprecazioni che ne sono derivate, “porca madén” o “vacca madén“, altro non sono che espressioni popolari per evitare la bestemmia
Parbiu! = Interiezione che trova origine nella ricerca di un surrogato al blasfemo “perdio“. Si sente anche dire: “pardiana“, “pardina“, “pardinci“, “pardigal“, nonché “corpu
de diana
“. L’abitudine alla bestemmia assunse in passato aspetti epidemici. Tuttavia, anche i bestemmiatori erano suggestionati dalla insistente presenza dell’autorità. ecclesiale che condannava tale riprovevole consuetudine. Il conflitto interiore che si era così originato, trovò soluzioni di compromesso: furono inventate le “bestemmie non bestemmie”, come queste. Ciò che mise a posto le coscienze!
Saccarnòn = (dal francese sacre nom). Anche questa di derivazione blasfema
Miracul! = Esclamazione ironica, un pò risentita, nei confronti di persona amica con la quale le occasioni di incontro si sono rarefatte
Cujòn! = Esclamazione di sorpresa, rapportabile alle usuali “capperi!” o “perbacco!
Cojussi! = Esclamazione di meraviglia
Cujombar! = E’ un rafforzativo della precedente. (Parlando in italiano, si usa talvolta adeguarlo alle circostanze con la forma “cogliombari!“)
Can da la bisa
Can da la sala
due terminologie, di origine sconosciuta, esprimenti disappunto e collera
Cam cula j’occ’! = (che mi colino gli occhi)
Cam cròda la vista! = (che mi cada la vista)
Sono due formule di giuramento, per assicurare che quanto riferito corrisponde fedelmente a ciò che è stato visto
G’ho tùta la léngua sudàda! = (ho tutta la lingua sudata). Scherzosa dichiarazione di chi vuol far credere di lavorare molto
…cul binocul! = (… col binoccolo!). Espressione per far capire, a chi esprime un desiderio capriccioso, che la realizzazione delle sue fantasiose smanie è ben lontana e
la si può vedere solo… col binoccolo!
Taca al cùl! = (vicino al culo!). E’ una esclamazione, forse esclusiva del nostro dialetto, il cui significato trascende ogni traduzione. Esprime a chiare lettere il rifiuto ad
una istanza o proposta ricevuta e considerata inammissibile, oppure ad un
invito improponibile. Esempio: ad un amico che ti offre di partecipare ad una
cena in compagnia, con una spesa pro-capite di Lire 75.000, esprimi chiaramente
la tua indisponibilità rispondendo: Taca aI cùl!
Am la vòd bruta! = (me la vedo brutta!). Espressione di paura e preoccupazione per l’andamento dei propri interessi o per il verificarsi di una situazione fisicamente pericolosa. Riflette anche il reale punto di vista di una donna “a cavallo” di un
fosso con l’acqua sul fondo che fa da specchio…
Salute e… gianda! = (salute e… ghianda!). E’… l’augurio rivolto a chi esprime molto
rumorosamente – di solito con un potente rutto – la soddisfazione per una
piacevole e abbondante abbuffata. Il riferimento alla gianda, (ved.
vocabolario), non è affatto casuale, trattandosi di un maiale…
Cucmal! = (cuccamelo!). E’ senz’altro una derivazione del verbo cucàr (cuccare), che corrisponde al significato di sottrarre, vincere o beccare. Ma i vocabolari segnalano altre
numerose accezioni, quali: prendere, ricevere, buscare, pigliare, ingannare, rubare, gabbare, sgraffignare, beffare, raggirare, abbindolare, ecc. Per di più, i ragazzi di oggi (maschi e femmine) dicono di aver “cuccato” se hanno passato una serata piacevole in compagnia, scopata inclusa. La logica del “cucmal!” esclamativo del nostro dialetto, ci sembra diversa. A parte la derivazione legata ad una incerta storia locale che parla
di salamini, vagheggiata da alcuni anziani di Busseto, l’interpretazione più
accreditata è quella che accosta l’esclamazione al significato della
interiezione scherzosa “marameo!“, la risposta cioè che si dà a chi ha tentato di ingannarti, ma non c’è riuscito
Mùcia, mùcia! = (accumula, accumula!). Apostrofe benevola rivolta a persona tenuta in confidenza, con l’intento di fargli amichevolmente considerare l’opportunità di spendere un po’ di denaro e non continuare ad accantonare…
Mo che bèla ragiòn! = (ma che bella ragione!). Ma cosa dici? Intercalare di uso comunissimo per contestare opinioni espresse da altri
As pòl mia dàr, un laur cumpagn! = (non si può tollerare una cosa simile!). Con questa interiezione si respinge sdegnosamente qualsiasi evenienza ritenuta inaccettabile
At ma vé sò par ‘na braga! = (mi stai salendo per un pantalone!). E’ un invito a “piantarla“, rivolto a chi, con la sua pedante presenza, ha finito per rompere le scatole
Tè fa i to culur! = (tu fai i tuoi colori!). Per dire a qualcuno di farsi i fatti suoi
Va pùr là! = (vai pure avanti!). Continua pure! Modo beffardo di rivolgere un invito a smettere a chi, col suo reiterato e intollerabile comportamento, sta per superare il limite
della sopportazione
Dagla pùr = (dagliela pure). Ha lo stesso significato della precedente
Vé ché, va là! = Vieni qui, non farti pregare!
Mo va là, và! = (ma cosa dici, vai!). Esclamazione di incredulità all’udire una notizia stupefacente
Fis’ci! = (vernacolo bussetano). Anche: fisgnuli, fis’ciuli, fidag!
Igu! = abbreviativo di figu!
Figa! = in uso ancora nelle campagne
Sono interiezioni di meraviglia o stupore
Iabò = Variante del classico “oibò” per esprimere disgusto
Mo gh’é màl! = (intraducibile). Esclamazione che ha il significato di “altroché!
To surèla! = (tua sorella!). Proposizione sbrigativa e, talvolta, offensiva per far rilevare la mancanza di una logica intorno all’argomento trattato.
Esempio:
primo interlocutore “Par far cul laur ché, ag matrò tri quart d’ura!“(per fare questo lavoro,
impiegherò tre quarti d’ora!).
Secondo interlocutore “To surela! Agvrà almeno do ur” (tua sorella! ci vorranno almeno due ore)
Diu ta strabanadisa! = (Dio ti strabenedica!). Espressione molto comune, per manifestare benvolere verso qualcuno o ringraziamento per un grosso favore ricevuto
Boia d’un mònd làdar! = (boia di un mondo ladro!). Esclamazione di stampo decisamente emiliano, utile per sfogare rabbia
Robi gnan da cròdar! = (cose neanche da credere!)
Mo che laur! = (ma che lavoro!).
Espressioni di sgomento di fronte a fatti sconcertanti
Cul pr’i cai! = (quello per i calli!)
Bòn pr’i cai! = (buono per i calli!)
Esclamazioni che si usano per rifiutare un suggerimento a risolvere un problema, mettendo in chiara evidenza l’assoluta mancanza di fiducia in ciò che viene proposto,
rimedio ritenuto non valido nemmeno per curare i calli…
Bèli bali! = (belle storie!)
Al bali ‘d frà Mau = (le storie di frate Mau)
Due espressioni per confutare la veridiciità di storie ascoltate e criticare la fonte da cui
provengono. Nel caso di frate Mau, non sono emerse notizie per l’identificazione
Tropa grasia, Sant’Antoni! = (troppa grazia Sant’Antonio!). Manifestazione di riconoscenza nei riguardi del Santo per aver ottenuto più di quanto ci si aspettava
Mé ‘n t’ho gnan cagà! = (io non ti ho nemmeno caccato!). E’ come dire, togliendo tutti i peli sulla lingua, che “ti considero ancora meno di uno stronzo!“. Oggi i giovani usano normalmente “non mi caga” o “non lo cago” per significare che uno non è degno di attenzione
Ciapa sò e porta a cà = (raccogli e porta a casa). Lo si dice a chi esce malconcio da una discussione alla fine della quale deve incassare, assieme al torto, anche le offese
Va ‘cà ‘d Paul! = (vai a casa di Paolo). Tenuto conto che non sempre si riesce a trovare l’accordo nei rapporti con il prossimo, viene spesso il momento della rottura finale. Un modo un po’ brusco, scelto frequentemente per questa circostanza è, appunto, quello di
mandare il contendente a “casa di Paolo”. C’è solo da precisare che il personaggio indicato era Paolo Cabrini, becchino comunale!
Gnan sa vén so lodate! = (neanche se scende – dal cielo – lodate!). E’ la risposta di chi esclude categoricamente il suo intervento in qualcosa che gli viene proposto. Il termine lodate è apparentemente di origine ecclesiastica e si può a ragione dedurre che abbia preso il posto di una espressione blasfema
Fat tusàr! = (fatti tosare!). Espressione usata quando non si hanno più argomenti per tentare di far accettare le proprie ragioni ad un testardo interlocutore
Va ‘cà e patén’at! = (vai a casa e pettinati!). Suggerimento rivolto a fine discussione a qualcuno le cui argomentazioni sono state totalmente scardinate e bocciate In fatto di
“inviti”, usando il verbo andàr
Va par vartis = (vai a raccogliere verdura – ved. vartis nel vocabolario)
Va par basmén = (vai in cerca di uva – ved. basmen nel vocabolario)
Va par lumàghi = (vai per lumache)
Va par ran’i = (vai per rane)
Va par pum = (vai per mele)
Va par pampugni = (vai per scarabei)
Va ciapà ‘d l’ària = (vai a prendere dell’aria)
Sono sollecitazioni rivolte a chi rompe le scatole, affinchè si indirizzi altrove
per passare il tempo. Come dire, in altre parole, “lasciami in pace!”
Va ‘l diaul = (vai al diavolo)
Va cà dal diaul = (vai a casa del diavolo)
Va in s’la forca = (vai sulla forca)
Va in s’la béata = (vai in cielo, raggiungi la beatitudine celeste)
Anche questi sono  inviti con la stessa finalità di cui sopra. Contengono però un po’ di
cattiveria o di malvagità
Va càga! = (Vai a cagare!). Espressione alla quale siamo ormai abituati e la cui volgarità non colpisce oggi più di quel tanto.
Va cà ch’t’é mort la vaca! = (vai a casa che ti è morta la vacca!). Con riferimento ad uno dei beni più preziosi del contadino, si indirizzava questo invito a chi rimaneva soccombente in una discussione o subiva una solenne sconfitta a carte. Con ciò gli si
voleva far rilevare, con sarcasmo, che la mucca morta era rimasta l’unica cosa
di cui poteva ancora occuparsi…
Vat’la tòr in dal cùl! = (vai a prendertelo nel sedere!). E’ un improperio manifestamente offensivo, con il quale si tende a concludere un litigio dove si è toccato il livello della
più bassa trivialità.
At gh’è la gata! = (hai la gatta!). Modo di apostrofare qualcuno che, dall’atteggiamento vagamente sospetto, lascia intuire di avere con sè qualcosa di illecito
Dag ad l’oli! = (dagli dell’olio!). Invito, solitamente rivolto ad alta voce, a chi disturba la quiete pubblica producendo fastidiosi rumori con decrepiti catorci meccanici di
inevitabile rottamazione, oppure cagiona semplici cigolii con gli ingranaggi
della vecchia bicicletta…
Dag ad l’èrba! = (dagli dell’erba!). Frase in disuso, pronunciata al passaggio di una femmina non piacente, alla quale veniva offerta dell’erba con lo stesso riguardo che si
sarebbe usato nei confronti di una… capra…
Taiag i bras!Taiag al gambi! = (tagliagli le braccia o le gambe!). Si tratta di battuta scherzosa rivolta a chi stà svolgendo un’attività che comporta l’uso delle braccia o delle gambe, sottintendendo un ironico invito a non strafare…
Fagan dén (déntar) do! = (fagliene dentro due!). Suggerimento indirizzato a chi è vittima di una solenne sbronza
Vè so da l’opi! = (vieni giù dall’acero!)
Vé so dal pér! = (vieni giù dal pero!)
In senso figurato hanno il significato di: “scendi dal piedestallo e ragioniamo da pari a pari”. Si usa per richiamare qualcuno ad essere più umile rispetto alla momentanea
posizione di preminenza che la presunzione gli fa credere di aver raggiunto
Che Santa Lùsia at cunsèrva la vista… che l’aptit al ta manca mia! = (che Santa
Lucia ti conservi la vista… che l’appetito non ti manca!). Frase scherzosa
che, prendendo lo spunto dalla protezione che tradizionalmente garantisce Santa
Lucia sulla vista, viene rivolta ad un commensale con caratteristiche di
insaziabilità
T’al darò mé ‘l tabac dal morti! = (te lo darò io il tabacco del moro!). Minaccia di
rivalsa nei confronti di un antagonista momentaneamente in vantaggio, al quale
si promette, non appena le cose cambieranno, una vendetta a base di “tabacco
del Moro
“. Non si riesce ad afferrare la logica di questo antico detto, in quanto si è appurato che il citato tabacco era un trinciato di tipo “Jeringé” , di ottima qualità, anche se molto forte, conosciuto anche col nome di “turcòtt“.

 PROVERBI

Tenuto conto che molti proverbi sono comuni a quasi tutti i popoli della terra, l’elencazione che segue è limitata ad una parte di quelli più vicini alle nostre tradizioni,
nei quali il dialetto ha fortemente contribuito a renderli “nostrani”.
Chi g’ha la cusiénsa sporca, as la lava = (chi ha la coscienza sporca, se la lavi). Chi ha causato un guasto, provveda a rimediare
Adré ai can màgar ag và i muscòn = (al seguito dei cani denutriti vanno i mosconi). Morale: sii generoso, se vuoi un’amabile seguito!
Chi va pian, va san; chi va fort, al va a la mort = (chi va piano, va sano; chi va forte,
va alla morte). Specialmente il sabato sera…
Chi sa ‘l latén, al vanta l’aqua e ‘l béva al vén = (chi sa il latino, apprezza l’acqua e
beve il vino). Anche per i sapienti si trova il modo di giustificare le debolezze…
Chi ha mangià ‘l candéli, al g’ha da cagar i stupén = (chi ha mangiato le candele, deve “cacare” gli stoppini). Chi ha fatto il male, ne subisca le conseguenze. A questo proverbio è da abbinare una frase idiomatica in uso dalle nostre parti: ”far cagar i stupén“, che ha il significato di “rendere le cose difficili a qualcuno verso il quale si hanno sentimenti di rivalsa”. Sembrerebbe di poter trarre l’insegnamento che il mangiare le candele, anche se non di grande soddisfazione, non comporti, in fin dei conti, gravi conseguenze, tenuto conto che la cera si scioglie al calore corporale.
Appare invece molto più problematico l’espellere i relativi stoppini, data la
loro lunghezza…
Chi mangia ‘l pòs, al caga ‘l lischi = (chi mangia pesce, cacca le spine). E’ una variante del concetto sopra espresso
La farén’a dal diaul la va tùta in crùsca = (la farina del diavolo va a finire tutta in
crusca). Le faccende losche, manovrate con sotterfugi, hanno tutte una misera
conclusione
Vàl pù un àsan viv che un dutur mort = (è più utile un asino vivo che un dottore morto). Anche il medico può sbagliare; ma teniamocelo buono…
Cavi bianc e sensa dént,as porta in gir l’ugél pra gnént = (capelli bianchi e senza denti, si porta in giro l’uccello per niente). E’ una constatazione amara, anche se aggraziata dalla rima, sulle conseguenze del passare degli anni…
Chi laura al g’ha `na camiga; chi laura mia ag n’ha do = (chi lavora ha una camicia; chi non lavora ne ha due). Sentenza di tono ironico per deridere chi si ammazza di
lavoro. Ai tempi della coltivazione della canapa, si diceva: Chi fila al g’ha `na camia; chi fila mia ag n’ha do
Al paroli i pagan mia dasi = (le parole non pagano dazio). E’ un invito a vincere la ritrosia a palesare, per le indagini sulla verità, ciò di cui si è a conoscenza
Fén ca gh’é fià, gh’ é spéransa = (fin che c’è fiato, c’è speranza). La saggezza degli antichi si manifesta in questo proverbio nella sua candida logica, anche se il dialetto popolare ha voluto costruirci sopra quest’altro:
Chi viva sperando, al mòra cagando! = (chi vive sperando, muore al cesso!) cioè nell’espletamento della funzione meno nobile della giornata. Morale: con la sola speranza, non si fa molta strada
Chi sénta e tàs, al mantégna la pàs = (chi ascolta e tace, mantiene la pace). Fatevi i fatti vostri!
Chi pisa mia in cumpagnia, l’é ‘n làdar o `na spia = (chi non piscia in compagnia, è un ladro o una spia). E’ bello, fra amici, andare d’accordo su tutto!
Mangiar la mnèstra o saltar da la fnèstra = (mangiare la minestra o saltare dalla finestra). Una scelta che non lascia alternative, in tutti i campi
Pagar e mórar gh’é sémpar témp = (pagare e morire c’è sempre tempo). E’ una vecchissima considerazione cui si fa ancora ricorso per tentare di ottenere una dilazione nel pagamento di un debito
I guai, i sold e i dulur, chi gh’i ha, si’a tégna lur = (i guai, i soldi e i dolori, chi li ha
se li tiene) . Questo, oggi, potrebbe essere definito il proverbio del “fai da te
Pèrsag, fig e mlòn a la so stagiòn = (pesche, fichi e meloni, ciascuno alla sua stagione). Ogni cosa va fatta a tempo debito
Val pù la pratica che la gramatica = (val più la pratica che la grammatica). Dove non si arriva con le regole, è possibile arrivare con l’esperienza
Chi va in campagna, al perda la scragna = (chi va in campagna, perde la sedia).
Non abbandonare mai il posto che occupi: te lo soffiano!
Tùt i can i ménan la cua,tùt i cuiòn i disan la sua = (tutti i cani menano la coda, tutti gli stupidi dicono la loro). C’è solo da sperare che i cani smettano di menare la coda…
Bèi o brut, is maridan tùt = (belli o brutti, si sposano tutti). Basta aver pazienza…
Fàr e dasfàr l’é tùt un lauràr = (fare e disfare è tutto un lavorare). Le cose bisogna farle bene per evitare di doverle rifare, ciò che comporta l’impiego di doppio tempo e fatica
Chi g’ha la pataia sporca, al g’ha sémpar paùra = (chi ha la camicia sporca, ha sempre paura). Come detto in altra parte, pataia significa anche coscienza
An gh’é altàri sensa Crus = (non c’è altare senza Croce). Corrisponde al noto “Non c”è rosa senza spine” ed entrambi ricordano che il cammino per emergere è
cosparso di sofferenza
Bel in fasa, brut in piasa = (bello in fascie, brutto in piazza). Chi è bello da bambino, non lo sarà da grande
Cór cuntént, al ciél l’aiuta = (cuore contento, il cielo lo aiuta). Un bel sorriso facilita il superamento di molte difficoltà
Quand la mèrda la mónta in scan,o c’la spùsa o c’la fa dan! = (quando la merda monta sullo scanno, o puzza o causa danno!). Colui che, per le sue discusse qualità, viene giudicato alla stregua dello sterco, è meglio che se ne stia nel suo brodo, piuttosto che mettersi in luce salendo su qualche poltrona
Chi perda al g’ha sémpar tort = (chi perde ha sempre torto). E’ uno scambio di… complimenti molto abituale fra giocatori a carte od altre tenzoni
In témp ad guèra, jén pùsè bali che tèra = In tempo di guerra, le balle che si raccontano superano ogni limite
Chi la tuca, la grupa = (a chi tocca, se la deve sbrogliare). Non è chiaro il concetto di grupa; sembrerebbe più logico sgrupa (sciogliere). Il senso, tuttavia, è che ciascuno è chiamato a risolvere i propri problemi
Chi ‘s màla d’agust, as màla a so cust = (chi si ammala in agosto, si ammala a suo costo). Dover ricorrere al dottore in periodo di ferie, è una grossa sventura. Anche i
medici vanno in vacanza…
Sold e amicisia i rompn’al col a la gùistisia = (soldi e amicizia rompono il collo alla giustizia). Denaro e intrallazzi corrompono anche i giudici
Sant’Apulonia, cald e fród, brangogna = (Sant’Apollonia, caldo e freddo sono motivi per brontolare). Cade il 9 Febbraio; è patrona dei dentisti e protegge contro il mal di denti
Quand al cùl al s’impasissa,l’alma la s’insantissa = (quando il sedere si affloscia, l’anima si avvicina vieppiù alla fede). Più si invecchia e più si ricorre ai Santi (proverbio attribuito alla signora Cavalli – detta Pantan – che abitava in Canonica)
Quand canta la bùbla in Lumbardia, a l’é guèra o caréstia = (quando canta l’upupa dalle parti della Lombardia, quindi di là da Po, o è guerra o carestia). Per fortuna
ora, di upupe, non se ne vedono più…
Chi spigúl la fà i chisoj = (chi spigola fà la torta fritta). Chi lavora, anche in una occupazione misera come lo spigolare, non muore di fame
Via ‘l dént, via ‘l dulur = (via il dente, via il dolore). E’ la ricetta per togliere la causa di un disagio, nonostante che, per liberarsene, sia necessario sottoporsi ad un
temporaneo acutizzarsi del male. Giusto come accade per l’estrazione di un
dente
`Na cosa l’é cùrar, n’àtra l’é rivàr = (una cosa è correre, l’altra è arrivare). Proverbio
più che mai attuale per chi viaggia sulle strade intasate come quelle di oggi.
In senso figurato, il concetto è applicabile a tutti i problemi del quotidiano
Chi rida ad sabat, crida la dumenica = (chi ride di sabato, piange la domenica). Sappi scegliere con buon senso, come e quando affrontare le difficoltà!
Pr’andàr avanti, bisogna vultàs indré = (per andare avanti, bisogna voltarsi indietro). Le esperienze del passato sono preziose per impostare l’avvenire
La gata fùriusa la fa i gatén orb = (la gatta arrabbiata fa i gattini ciechi). E’ un insegnamento che suggerisce la calma e rifiuta le arrabbiature. In tutte le situazioni
A dàr i bascot a j’èsan, as ciapa dal psàdi = (a voler dare dei biscotti agli asini, si prendono dei calci). Trattare bene chi non sa apprezzare, è motivo per aspettarsi un
rimprovero piuttosto che un riconoscimento
Chi pisa còntra vènt, al sa bagna la camisa = (chi piscia controvento, si bagna la camicia). Assumere dei rischi in iniziative audaci, porta spesso a sgradite conseguenze
Do doni e n’oca i fan un marcà =. (due donne e un’oca fanno un mercato). Anche questa sentenza ci riporta, indietro nei tempi, quando le donne di campagna si ritrovavano in città, al mercato, con le ceste piene di polleria da vendere e con tanta voglia di fare quattro chiacchere… Un’altra versione di questo adagio dice:
tre doni i fan un marca; quatar ‘na féra = tre donne fanno un mercato, quattro una fiera

CANTILENE
– FILASTROCCHE PER I PIU’ PICCINI

Si rievoca qui un passato ormai sepolto. Si tratta di composizioni letterarie, vicine alle odi o alle poesie, frutto della fantasia popolare, spesso create per rallegrare i bambini nella loro infanzia, anche col doppio intento di insegnare divertendo.
Gli esempi qui raccolti non sono che un modesto tentativo di risvegliare l’interesse per
queste cose. Il campo dovrebbe essere molto vasto. E’ auspicabile che qualcuno
prenda a cuore la questione, prima che il tempo cancelli definitivamente le
tenui tracce rimaste.

La fola ad l’oca,
sl’é béla e sl’é
poca,
a tl’hoi da
cunteir?

La favola dell’oca, se è bella e corta, te la devo raccontare?“. Così il padre
si rivolgeva al bambino e, ottenuto l’assenso, ripeteva il motivetto che poteva
continuare all’infinito.

Trota, trota
cavalòn,
porta al sac al mé
padròn;
quand t’é stùf da
purtàl
batal déntr’in dal
canàl!

Trotta, trotta cavallone, porta il sacco al mio padrone; quando sei stanco di portarlo,
buttalo dentro nel canale!
“. Anche in questo caso il genitore faceva ballonzolare sulle ginocchiia il figlioletto per dargli la sensazione di andare a cavallo, mimando infine il gesto, emozionante e divertente, di volerlo buttare in un canale…

Cusché l’é cascà
in dal pus,
cusché al l’ha
tirà sò,
cusché al l’ha
sùà,
cusché al gha fat
la sùpa
e cusché al l’ha
mangiàda tùta!

Questo è caduto nel pozzo, questo lo ha tirato su, questo lo ha asciugato, questo gli ha
preparato la zuppa e questo l’ha mangiata tutta!
“. Filastrocca che si recitava utilizzando le cinque dita di una mano quali personaggi della storiella.

Lùsla, lùsla
vèn da mé,
c’at darò
al pan dal Rè;
pan dal Rè e d’la
Regina,
lùsla, lùsla
vién vicina.

Lucciola, lucciola vieni da me, che ti darò il pane del Re; pane del Re e della Regina,
lucciola, lucciola vieni vicina
“. Si recitava durante le serate di primavera, ritenendo che il motivetto facilitasse la cattura delle lucciole. Sull’argomento esistevano altre due versioni:

Lùsla, lùsla
vén da bas,
c’at darò `na
cutga ad gras,
at darò `na
ricutén’a,
pr’ista sira e
dman matén’a.

Lucciola, lucciola vieni quaggiù, ti darò una cotica di grasso, ti darò una ricottina per
questa sera e domani mattina.

Oppure:

Lùsla, lùsla
vén da mé
c’at darò un pan
da tri;
un pan da tri e
`na ricota,
bòn’a sira e bòn’a
nota!

Lucciola, lucciola vieni da me, che ti darò un pane da tre; un pane da tre e una ricotta,
buona sera e buona notte!
“. Nota: la definizione “pan da tri” trova la sua spiegazione nella miscelazione delle farine che i fornai di un tempo predisponevano per le panificazioni giornaliere. Questi, per far fronte alle carestie di frumento, erano talvolta costretti a mescolare la farina di grano con altre (melica, orzo, farro o spelta, riso) ottenendo: pane “comune” con il solo frumento; “da du” con l’aggiunta di farina di melica; “da tre” con una terza farina.

Pitaciò, ro, ro,
s’at sòn mia
at tai al col!

Pitaciò, ro, ro, se non suoni, ti taglio il collo!“. Il pitaciò (ved. vocabolario) è, per intenderci, quell’erba a fusto che cresce nei nostri prati o lungo i fossi ed è caratterizzata da un frutto avvolto in una specie di piumino, soffiando sul quale si spargono, svolazzando per l’aria, le decine di semi componenti il frutto stesso. Il fusto di questa pianticella, spezzato in un certo modo, funziona da zufolo e consente l’emissione di suoni a fiato. Il versetto viene recitato nell’atto in cui si rompe il gambo per ottenere il suono

Lùmàga, lùmaghén,
tira fòra i to
curnén,
cun la sapa e cul
badil
tira fòra i to
curnil

“Lumaca, lumachina, tira fuori i tuoi cornini; con la zappa e col badile tira fuori i
tuoi “curnil”. A parte la rima forzata (piacentina?), si tratta di un puerile invito alla lumaca per indurla ad estrarre i suoi cornini retrattili.

Santa Lùsìa,
la scarpa l’é mia,
la bursa l’é dal
papà,
Santa Lùsia l’é me

Santa Lucia, la scarpa è mia, la borsa è del papà, Santa Lucia è mia mamma“.
Nella notte dal 12 al 13 Dicembre i bambini, secondo una classica tradizione,
collocano una scarpa presso la finestra della loro camera da letto, con un
piattino ricolmo di crusca. E’ questo il cerimoniale per accogliere i doni che
Santa Lucia porterà durante la notte, arrivando con un carretto pieno di
giocattoli, trainato da un asinello al quale è destinata la crusca.

Man morta
pica la porta
pica ‘l purtòn
dagh un s’ciafòn!

Mano morta, batti alla porta, batti al portone, dagli uno schiaffone!“.
Cantilena mimata per il divertimento dei più piccini. Tenendo una mano del
tutto rilassata, il genitore la indirizza a fare movimenti strani, come battere
ad una porta, terminando con un ceffone sul proprio viso!

La Carlota
la pisa e la
trota;
la fa i canòn
bin, bòn!

La Carlotta è una pisciona ed è sempre in movimento; fa le scorregge rumorose!
Versetto creato per la Carlotta, inserviente che accudiva ai bambini dell’asilo
impiegando la giornata a pulire sederini come se fossero appartenuti ai suoi
figli. Anche lei comunque si dava delle arie…

Piòva, pióva,
l’aqua nóva,
i gatèn i van a
scola,
e la gala l’ag
cura adré
e i gatén i turnan
indré

Piove, piove l’acqua nuova, i gattini vanno a scuola, e la gatta li rincorre e i
gattini tornano indietro
“. Composizione fantasiosa su un argomento di
sicura presa sui fanciulli. Bastava che qualcuno di loro, accorgendosi della
caduta di alcune gocce dal cielo, dicesse: “piove!“, che subito veniva intonata questa filastrocca

Adman l’é fèsta
as mangia la
mnèstra,
la minestra non mi
piace,
si mangia pane e
brace,
la brace è troppo
nera,
si mangia pane e
pera,
la pera è troppo
bianca,
si mangia pane e
panca,
la panca è troppo
dura,
si va a letto
addirittura!

Tiritera italo-bussetana per distrarre i bambini quando faticano, fra un capriccio e l’altro,
a convincersi di dover mangiare la pappa.

“Pater
nostar” picinén
c’al sa léva a la
matén
par bén fair e par bén dir
bèla cosa da
mantgnir.
Par al d’zòn che
si farà
Paradis si
troverà.
Paradis `na bèla
cosa,
cul c’ag va al sa
riposa.
E l’infèran, bruta
gént,
cui c’ag va jén
màlcuntént!

Padre nostro piccolino (Gesù Bambino) che si alza al mattino per fare e dire bene, è
una bella cosa da mantenere. Per il digiuno che si farà, si troverà il Paradiso. Il Paradiso è una bella cosa, chi ci va si riposa. E l’Inferno, brutta gente, chi ci va è malcontento

L’urasiòn d’la
bandòta Quarésma
l’é longa
quarantasés dé:
d’zunàva al Sgnur,
d’zòn anca mé.
San Pédar al m’ha
ciapà pr’un bras
San Giuan al m’ha
ciapà pr’un did:
vòn al m’ha fat
vòdar l’Infèran e vòn al Paradis
Al Paradis l’é bel
e glurius,
l’Infèran l’é brùt
e .spavéntus.
Al Paradis l’é `na
bèla cosa,
chi g va as ga
riposa;
l’Infèran l’é un
turmént,
chi g va al sa
tròva màlcuntént!

L’orazione della benedetta Quaresima è lunga quarantasei giorni: digiunava il Signore,
digiuno anch’io. San Pietro mi prende per un braccio, San Giovanni mi prende per un dito: uno mi fa vedere l’Inferno e uno il Paradiso. Il Paradiso è bello e glorioso, l’Inferno è brutto e spaventoso. Il Paradiso è una bella cosa, chi ci va ci si riposa. L’Inferno è un tormento, chi ci va si trova malcontento
“.

Due filastrocche di matrice religiosa, in buona parte simili, che sono arrivate ai giorni nostri presumibilmente dai tempi di… Noè. Sono esempi di “letteratura” popolare, testimonianze di un passato da non dimenticare

Canta, canta rosi
e fiur
l’é nasi al postar
Sgnur,
l’é nasi in
Bétélèm
tramésa un bò e
n’asinél.
An gh’éra fasa né
mantél
da fasàr sò Gesù
bèl.
Gésù bèl, Gesù
Maria
e tut j’angil in
cumpagnia.
A chi ‘lla sa e a
chi ‘lla dis
Diu ag daga al
Paradis;
A chi ‘lla sa e a
chi ‘lla canta
Diu ag daga la
gloria santa

Canta, canta, rose e fiori è nato il nostro Signore, è nato in Betlemme fra un bue e
un asinello. Non c’era fascia né mantello da fasciare Gesù bello. Gesù Bello,
Gesù Maria e tutti gli angeli in compagnia. A chi lo sa e a chi lo dice, Dio
gli conceda il Paradiso; a chi lo sa e a chi lo canta, Dio gli conceda la
gloria santa
“. Altra bizzarra composizione in rima che rievoca tempi
lontani, quando il tema religioso aveva facile presa sulla fantasia popolare.

Dominus subiscum,
al prét in dal
miscul,
la serva in d’la
pùgnata,
la mnèstra l’é
bèlé fata!

Dominus vobiscum, il prete nel mestolo, la perpetua nella pentola, la minestra è già
pronta!
“. Cantilena senza senso, recitata a fini scherzosi per ridicolizzare l’uso del latino

Sèt cum sèt,
quatordas cum
darsèt,
quarantatrì e
dudas.
Cusa fai?

Sette con sette, quattordici con diciassette, quarantatre e dodici. Quanto fanno?“.
Risposta: cento!. Chi proponeva questo indovinello, non dava tempo per la
risposta, volendo far credere di poter solo lui eseguire il “difficile” calcolo in un attimo

Bàrba cum bàrba
quand a gnivan a
cà da Parma
la lòn’a la lusiva,
j’angil i
cantavan,
la Madona la
predicava
e ‘l Sgnur l’éra
in ..snuciòn.
Guarda mo che bèla
urasiòn!

Barba con barba, quando venivamo a casa da Parma, la luna splendeva, gli angeli
cantavano, la Madonna predicava e il Signore era inginocchiato. Guarda un po’
che bella preghiera!
“. Composizione in libertà di “poeta” ignoto. Chissà come avrà fatto ad arrivare sino a noi!

Gh’éra la féra,
gh’éra Galéra
c’al sunava al
viulòn;
gh’éra `na musca
tanta rabida
cl’é `nd’à burar
in dal cùl a
Vigiòn!

C’era la fiera, c’era Galera che suonava il violone (contrabbasso); c’era una mosca così arrabbiata che è andata a mordere sul sedere a Vigiòn!” Tiritera che racconta un ridicolo fatto di cronaca capitato a personaggi veramente esistiti, forse a Roncole.

Chi porta la muiér
a tùt al fèsti
e ‘l dà da bévar
al caval
a tùt al funtani,
a la fén ad l’an
al cavai l’é buls
e ‘l doni pùtani!

Chi porta la moglie a tutte le feste e da da bere al cavallo a tutte le fontane, alla
fine dell’anno il cavallo è bolso e le donne puttane!
” Questo quando si andava a cavallo. Ma oggi?

Din dòn, campanòn,
gh’é tre fiòli in
d’un balcòn:
vòn’a la cùsa,
vòn’a la taia,
n’ètra la fa ‘l
capél ad paia,
capél ad paia,
capél da spén
da mòtar in tésta
a Batistén.
Batistén ‘d la
coca rusa,
mé m’nin cùsta
quarant’an,
soto le porte de
Milan,
de Milan e de
Cremona
l’èrba bona, ben
pistada,
Caterina
inamurada,
inamurada in dal
barbér,
tóla, tóla par
muiér.
Se l’é béla la
prenderò,
se l’è bruta la
butterò
in quel fòssadèl
dove canta quel
galèl,
quel galèl che fà
chi-chi,
chicchi chirichi
chicchi chi…

Filastrocca arrivata a Busseto dall’oltre Po. Deve essere stata di larga diffusione anche
dalle nostre parti, talchè alcune parole sono state adattate al dialetto locale ed altre sono rimaste in quello originale o, addirittura, in lingua madre

La Mariana
la va in campagna
cun la sporta
e la cavagna.
Chissà quando,
chissà quando
la tornérà…

La Marianna va in campagna con la sporta e il canestro. Chissà quando tornerà…
Giacomo Leopardi ha scritto “Il sabato del villaggio“. La donzelletta vien dalla campagna… Di origine ben più umile, anche se ugualmente – per noi – significativa, è questa strofetta che ha accompagnato per tanti anni le lunghe camminate delle nostre contadinotte…

Su questo argomento, sarebbe grave colpa non citare un’altra “cantata
di ampia divulgazione, quasi certamente di origine forestiera:

E la Viuléta la
va, la va,
la va sui campi,
la s’era insugnada
ca l’éra al so
gin-gin
c’al la rimirava

E la Violetta va e va; va sui campi e intanto sogna che il suo “gin-gin”
la stà rimirando
“. Naturalmente non è sfuggita l’occasione all’abituale “poeta” ignoto per ricavarne un mottetto con la solita malignità:

E la Viuléta la
va, la va,
la va in dal fos
cul prét ados
Teresina vén da
bas
ca l’é n’ura ca
sum ché;
e la lòn’a l’é
cèra, cèra,
cèra, cèra tamme
‘l dé

Teresina vieni dabbasso, che è un’ora che sono qui; e la luna è chiara, chiara come il
giorno
“. Rima costruita a sfottò dell’innamorato che passa l’intera notte in attesa che la sua bella si faccia viva

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