Famiglie_Gruppi

LE FAMIGLIE E I GRUPPI
Realtà di un mondo scomparso.
Dal libro “Bo’a nott, bassi” di Mario Concari (Edizioni Lama 1995)

L’AMBROGI
Una famiglia bussetana, di vecchia data, quella degli Ambrogi. Quasi tutti facevano il postino o l’impiegato del Comune o dell’Esattoria. Leopoldo (Poldo per gli amici) è stato l’ultimo degli Ambrogi, una razza che a Busseto si va estinguendo, visto che i due figli, Angelo e Alda, si sono entrambi trasferiti fuori sede, pur rimanendo col cuore a Busseto dove hanno ancora la madre, la Rosina Negri, la “fiola `d Ciupela”.
Dunque Poldo, un impiegato del Comune, di stampo antico: preciso, sempre disponibile, incorruttibile e bravo. Lavorava a fianco del “siur Enso” (signor Enzo Arduzzoni) con il quale, spesso, si trovava a S. Agata, assieme al maestro Nastrucci, a fare la briscola e il tresette.
Era inserviente in Teatro Verdi quando si davano spettacoli di ogni genere, assieme ai fedeli Tullio e Giacomino Allegri. Ma più di una volta ha calcato pure lui, come attore, il palcoscenico del nostro teatro. Faceva parte infatti, come comico, della Compagnia Filodrammatica capitanata da Chícotto e dalla maestra Stecconi. Una volta faceva il personaggio di un vescovo e lo ha fatto tanto bene che per un po’ di tempo lo chiamavano “eccellenza”. Faceva parte anche della Banda Cittadina diretta dal maestro Massera: suonava il tamburino con maestria.
Ma veniamo a Odoardo, padre di Poldo, detto anche Duardèn; postino di campagna (poi divenuto “guardia rurale” in Comune). La sua fama gli deriva principalmente dal famoso episodio della cartolina illustrata affidata… all’Ongina. Era successo che un giorno, dopo ore di duro lavoro, con tante ferriate (e tante bevute) si accorse che gli era rimasta nella “sacca” una cartolina illustrata, guarda caso indirizzata ad una giovane di S. Rocco. Perbacco… che fare? Letta la cartolina e, visto che si trattava solo dei soliti “saluti e baci”, si chiede: “Ed io per un bacio devo andare fino alla “Ginevra”?” (che è una contrada di S. Rocco). Così dicendo si porta sul ponte dell’Ongina e getta la missiva nel torrente: “Va, corri cartolina, va dalla tua bella”.
Aveva una bicicletta con i parafanghi in legno, pesante, dura da spingere, specialmente quando aveva il… sovraccarico. E quando tornava a casa dalla sua Angiolina (Fantini), così, si giustificava: “L’e sta’ l’ultim bicer!” (E’ stato l’ultimo bicchiere).
Che bel tipo il nonno “Duardèn”: amava scherzare, soprattutto sull’argomento… tavola. Quand’era in compagnia di amici e si parlava di “piatti”, lui le “sparava” grosse: diceva ad uno dei suoi figli… “E vera o no… díg quant piat d’anulèn ho mangià inco!”. (E’ vero o no, digli quanti piatti di anolini ho mangiato oggi). E quello candidamente rispondeva: “Si papà, quatar foti” (Si papà, quattro fette)
La vecchia bicicletta era il suo mezzo di… locomozione; anche dopo, quando divenne guardia rurale con il Comune. Bussetano puro, come detto, classe 1879, abitava nel centro, prima in via Gelati (ora Maccolini) poi si era trasferito in via Roma. Aveva un fratello, Lazzaro, messo esattoriale, morto nel 1925 in circostanze drammatiche. Oltre a Poldo aveva altri due figli, Aldo, pure lui postino, morto in Germania durante l’ultimo conflitto mondiale, e Arnaldo, impiegato di banca, anch’egli morto prematuramente.

I BALESTRA (CADNAS)
Talen Cadnas (il primo da sinistra), poi Tuscan (papà di Giancarlo), Ido Butàss, Gino Allegri (“Marinen”), suo fratello Angiulon, al maestar Allegri (fiol dal campaner) e, Giuseppe (“Pinen”) Cipelli, Angelo Barezzi, il ragazzo col violino.
Una famiglia, una stirpe conosciutissima a Busseto, da oltre un secolo, trapiantata in Emilia dal 1300, ma che affonda le sue radici nel Veneto, fatta nobile alla serrata del Maggior Consiglio in Venezia (dove risiedono dei Balestra orafi, sarti e pittori, tutt’ora).
Luigi (Vigèn) era padre di quattro figli uno dei quali, Carlo, nato a Busseto nel 1866, ebbe a sua volta sei figli: Natale (Talèn), Giacomo, Irma, Clara, Dina e Prassede (morta a soli 14 anni).
Furono agricoltori fra Roncole e Semoriva, ma anche abili in altri mestieri come fabbri e norcini (fra i clienti annoveravano anche la famiglia Verdi Carlo); operarono, fra i primi, con le macchine per la trebbiatura e l’aratura quando ancora si usava il vapore. Il soprannome “Cadnàs” derivò loro da uno di questi lavori, quello di fabbri. Abili e perfezionisti nell’arte delle serrature costruirono un enorme catenaccio ad un portone, con relativi chiavistelli e congegni, tipici di quei tempi. Come norcini (masalèn) furono raffinati nella preparazione del culatello, creando il famoso “sacchetto” (quella parte superiore del prelibato salume nostrano che assorbe tutte le impurità rendendolo ottimo.
Fra i Balestra troviamo il dott. Ercolano, notaio di Verdi e Don Pietro Balestra, pittore. Avvicinandoci ai nostri tempi parliamo di uno dei figli di Carlo, Giacomo, colui che più degli altri ha “portato” il soprannome di Cadnàs: gran bel tipo, carattere sanguigno e irascibile, ma amante della compagnia; si divertiva a raccontare fatterelli strani che sarebbero capitati proprio a lui e pensava di far credere tutto ciò che diceva. Come, ad esempio, la storia dell’oca sotto il tabarro, dimenticandosi che questo fatto era accaduto… d’estate. “Catenacci, spara”!, gli gridavano i suoi amici, riferendosi alle “balle” che ormai per lui erano divenute una norma. Era della classe 1895, aveva quindi partecipato alla grande guerra e nel 1956 si trasferi con la famiglia a Fidenza.
Suo fratello Natale (Vigiglio Natale, per l’esattezza), Talèn per gli amici, faceva il muratore, come Giacomo; era il più distinto dei fratelli. Aveva sposato una “forestiera”, Udilia Amadei, una bella donna, signorile nell’aspetto, faceva la bottonaia ed aveva dato al suo Talèn quattro figli, Carla, Adriano, Sandro e Franca. Anche loro hanno abitato come tante altre famiglie, in Codalunga, nel casermone quando questo era superaffollato. Due di questi, la Carla e Sandro, sono ancora a Busseto mentre Adriano e la Franca si sono trasferiti; quest’ultima, dopo essersi diplomata in pianoforte al “Boito” di Parma col massimo dei voti, ora insegna a Treviso.
Un accenno particolare all’Irma Balestra, nota per la sua abilità di sarta: si dice avesse lavorato per la Filomena Maria Verdi, erede del maestro, con la quale aveva anche rapporti di amicizia essendo vicine di casa. Era la sarta delle signore “bene” di Busseto, specialmente nelle occasioni dei veglioni al Teatro Verdi.
La sorella Dina, infine, scomparsa da pochissimo, era la moglie di Guido Bergamaschi; donna energica e schietta, da buona bussetana, anche nell’età avanzata. Vanno senz’altro citate anche le cugine Alba e Ada, conosciutissime: ostetrica “ruspante” la prima e titolare di lavanderia la seconda. 1 Cadnàs: un’altro soprannome che rimarrà nella memoria dei bussetani.

BUTASS (i suplèr e furnèr)
I Bottazzi, una generazione originaria di Villanova sull’Arda ma da oltre un buon secolo trasferita a Busseto (dal 1884), quindi la si può senz’altro annoverare fra i “bussetani”. Il capostipite, Valeriano, nonno di Ido, Valerio e Giovanni (come vedremo), oltre a Cesare che faceva il barbiere, si era trasferito in Codalunga (“Codalunga”, cioè via Zilioli) e svolgeva il mestiere di zoccolaio, “al suplèr”, una professione dei tempi anche se non rendeva molto: “par mangià un toca ad pan”, decisero così di fare il fornaio. Ma vediamoli, questi Bottazzi, originariamente “suplèr” ma che si sono poi emancipati…
Ido era indicato semplicemente così, Ido Butàs (Bottazzi). Personaggio estroso, disinvolto, burlone, intraprendente e capace. Tifoso viscerale del regime mussoliniano aveva pensato bene, dopo l’ultimo conflitto di… svernare lontano da qui, e scelse Chiavari. La sua professione era indicata come “suonatore” e “meccanico”, mentre sia il padre, Remigio, che i fratelli, Valerio e Giovanni, erano divenuti fornai, sempre in “Cualonga”; il buon mestiere prosegue ancora oggi dopo che “Gabri”, figlio di Giovanni, ha lasciato il ” testimone” al figlio Giovanni. Ma torniamo a Ido. Era del 1896; aveva fatto la prima guerra mondiale e si era sposato a Tornolo con Dall’Aglio Oclide Ada dalla quale ha avuto sette figli: Mariolina, Jonne (una bellissima donna), Giuseppina, Remigio, Ivona, Guglielma e Alessandra.
Molto bravo nel suo lavoro era, come detto, un buontempone: fu lui a scrivere sul muro di via Ghirardelli, a grandi lettere, la frase che divenne famosa “Romeo non ghe sé” (Romeo non c’è) riferita a Romeo Cantarelli.
Valerio Bottazzi, era del 1899, nato a Busseto, coniugato con Bottoni Rosina. Fornaio, come abbiamo detto, assieme ai suoi famigliari. Era divenuto, poi, portiere del locale Monte di Pietà.
Dopo la guerra si è trasferito, anche lui, in riviera, a Rapallo. Simpatica figura, allegra, pronta alla battuta e ricca di humor.
Di lui si raccontano episodi divertenti. Ve ne riportiamo qualcuno. In compagnia di suo nipote Gabri (quando questi era un ragazzino) erano andati a pescare nell’Ongina, alle Pioppe, naturalmente senza licenza. Gettata la “balansa”, dopo qualche minuto tiravano su… e così per un po’. Nel frattempo due individui, sulla strada, con fare indifferente, si guardavano intorno. Ad un certo punto, Valerio dice a Gabri: “Va `veda chi Ven” (vai a veder chi sono). E Gabri, dopo aver dato una sbirciatina, visto che i due guardavano in alto, ritorna e rassicura: “Guèrda fii – guàrda fii!” (che vuol dire: guarda fili, quelli della luce). E continuano a pescare. Fin che i due forestieri entrano in azione: “Come va, giovanotti… se ne prendono?”. E Valerio: “Un quei d’on – un quèi d’on”. (Qualcuno). E quelli: “Avete la licenza?”. Gabri, non immaginando certo che erano guardiapesca, di rimando: “S’usa mja – s’usa mija” (insomma non usava avere la licenza, era più divertente così). A questo punto i due gettano la maschera e si presentano per quelli che rappresentavano in quel momento, sequestrando tutto il materiale e comminando la relativa multa.
Un’altra avventura di Valerio: aveva costruito, nel suo cortiletto interno (in Codalunga) una giostra in legno; era tanto preso dal suo lavoro che non si era accorto che la giostra… non passava dal corridoio dal quale doveva uscire con la sua giostra, e così dovette smantellarla.
Altra caratteristica di Valerio era quella delle strane espressioni, tutte “sue”, buffe come: “Sum andà al camp aspurtiv, a ghera dusènt gènt” (Sono andato al campo sportivo, c’erano duecento persone); oppure: “Ghera tanta gènt c’a s’é pigà la stràda” (C’era tanta gente che si è piegata la strada)!
Giovanni Bottazzi, al papà `d Gabri (quest’ultimo deceduto lo scorso anno), prima di dedicarsi al forno coi famigliari, aveva calcato il mestiere dei suoi vecchi, “al suplèr”, ed aveva lavorato anche presso la ditta Muggia. Anche lui era un tipo ameno, imprevedibile però, e quando gli saltava la mosca al naso, era capace di tutto: una volta gettò fuori dalla finestra del forno, in contrada, un secchio di strutto (“ad duleg”) perchè rancido. Lo strutto glielo aveva “piazzato” un “paisàn” (contadino) che, evidentemente, lo deteneva da… qualche anno. Ma la comica (o tragica, se volete) è che, proprio in quel momento, passavano sotto la finestra alcune suore che andavano a messa (che alloggiavano, come noto, proprio di fronte al fornaio, in Codalunga).
“Al duleg” investì così le incolpevoli monache, imbrattandole senza pietà. Tanto si dolse il buon fornaio, e toccò al padre presentare le scuse del caso alle suore, scuse accompagnate da una buona torta… riparatrice …”Ma brau al mé furnèr al suplèr” (Ma bravo, il mio fornaio, zoccolaio)! Ancor oggi alcuni bussetani usano questa espressione: “Vag a tò ‘l pan dal suplèr” (Vado a prendere il pane dallo zoccolaio).

I CANTARELLI
Se non proprio bussetana di “razza” questa famiglia la si può considerare di adozione, visto che si è insediata nella nostra cittadina agli albori della prima guerra mondiale. Era originaria di Alseno; il capostipite Angelo, classe 1857, muratore, si era collocato in via Provesi mentre i suoi quattro figli maschi, Giuseppe, Romeo, Luigi e Attilio avevano aperto una bottega di falegnameria in via Ghirardelli dove c’è quel cortiletto caratteristico dei vecchi centri storici. (In quel luogo il vecchio Cantoni, suocero di Giuseppe Cantarelli, uno dei fratelli falegnami, aveva una “stazione” per il cambio dei cavalli e delle diligenze per i forestieri, faceva il vetturale e dava a noleggio i cavalli).
La bottega di falegnameria dei Cantarelli era legata all’episodio della famosa frase “Romeo non ghe sé”, scritta a rossi caratteri sul muro dirimpetto alla bottega, da quel mattacchione di Ido Bottazzi. E vediamo come fu: Succedeva che Romeo (papà dell’Anna e di Adriano) era fuori sede spesso, per lavori a domicilio e, perchè no, per qualche fermata di… rifornimento, e, a quanti lo cercavano, un loro apprendista, un “giùan” (giovane), di origine veneta, immancabilmente rispondeva: “Romeo non ghe sé, fate buon viaggio”!
I Cantarelli, divenuti ottimi “maringòn” (falegnami) presso cui hanno lavorato e imparato il mestiere diversi bussetani, si sono così insediati a buon diritto nel tessuto bussetano, con le loro rispettive famiglie: Giuseppe ha “lasciato” ad Arturo il mestiere (trasformato poi in mobiliere); ha avuto altri due figli, Sandro e Vittorio, entrambi deceduti. Romeo aveva quattro figli: Adriano (anche lui mobiliere) e Anna oltre ad Angelo e Aldo, questi ultimi da poco scomparsi. Luigi era il padre della Carla (moglie di G. Pietro Riccardi), l’Alda (vedova dell’avv. Coccapanni) e Giuliano, mentre Attilio ha lasciato due figlie, Luisa e Lucia.
Oltre ai fratelli falegnami c’era anche la Severina la quale aveva sposato, Domenico Baistrocchi (Minglhèn).

I MARINÈN (ALLEGRI)
Carlino Marinen (il primo a destra) assieme ai figli Giacum e Tullio, “Ceto” Casoni e Piren Purcher, operai del Comune.
Carlino classe 1887, Mario (1885), Gino (del 1889) ed Angelo (Angiulòn) del 1894 erano fratelli e quasi tutti facchini di professione, all’infuori di Gino meccanico che emigrò in Africa da giovane. Erano figli di Paride (1863) anch’esso facchino, figlio di Carlo (classe 1825) figlio di Giuseppe.
Un casato, una famiglia bussetana fin dai tempi di Maria Luigia: gli Allegri, chiamati tutti, o quasi, con questo soprannome, non si sa per qual motivo.
 Carlino faceva il “corriere”, prima di divenire facchino professionista; ritirava i pacchi alla stazione, ferroviaria e tramviari, e li recapitava a domicilio; usava un carrettino a due ruote e due stanghe. Una stirpe di gente del popolo, schietta, pronta sempre ad ogni lavoro o favore, per tutti. Amanti della buona compagnia, conosciuti e benvoluti da tutti. Un casato che si va estinguendo dopo i famosi Tullio e Giacomino (figli di Carlèn) e Paride (di Mario) i quali non hanno avuto figli maschi, e Giuseppe (Amos), figlio di Gino, che non si è sposato. I fratelli Marinèn avevano anche una sorella, Fermina, sposa a Camorali Giuseppe.
I PARÌSS
Arnaldo Pariss a destra con l’amico “Picanelo” (Giuseppe Gorreri)
Una stirpe, i Parizzi, con diversi personaggi particolari, divertenti, pieni di avventure esilaranti. Pirèn Pariss (Pietro Parizzi), il più conosciuto: a lui è legata la famosissima frase di saluto “Bo’a nott, Bàsi” (Buonanotte, Bassi) in uso ancora oggi, si può dire, e non solo dai vecchi bussetani.
Pirèn, tipo sanguigno, genuino; abitava anche lui in quella strada, l’Impianellato, che era stata… benedetta dal dio Bacco; era chiamata la “Porta d’Oro”, la “Cuntrèda dal manag” (La contrada del bicchiere). “Quanti scimmj!”. Era chiamato anche “al Canonic”, Pirén, perchè era stato per un anno in seminario. Ma vediamo com’è nata la storia di “Bo’a nott, Bàsi”:
Succedeva che il nostro Pirèn Paris, classe 1887, un bravo muratore che amava la compagnia, finita la giornata di lavoro e soprattutto le serate all’osteria, aveva il grosso problema… della Laura, sua moglie. Faceva parte di un “cast” molto affiatato, (Carlèn Fulcini, Guirèn Bufòt, Turtlòt, Canòn, Dumenic, la “Pita”, Gumasu, Arnaldo e Lino (i so fradej) (i suoi fratelli), e via dicendo. E, a forza di rincasare tardi la sera, e per di più alticcio, la Laura, donna energica e “spicia” (sbrigativa), era giunta nella determinazione drastica di non lasciarlo più uscire dopo cena. Per un certo tempo vi riuscì. Ma nel frattempo Pirèn aveva conosciuto un certo Pompeo Bassi, un sarto, rappresentante di macchine da cucire, venuto ad abitare a Busseto, nel palazzo dei Marchesi con la famiglia. Una brava persona additata ad esempio dalla Laura che diceva di lui: “Col lì, vè, l’è na bràva parson’na, al sartor” (Quello è una brava persona, il sarto) (era nativa di Langhirano e non nascondeva certo l’accento dialettale). A Pirèn balenò un’idea: farsi amico con il “bravo” Bassi, “cu’l sartor…” (con il sarto…). E così fece. Cominciarono a trovarsi e ad uscire insieme, prima di giorno, poi qualche volta anche la sera. Ma era un’amicizia piuttosto fredda; “al sartor” non gradiva stare troppo all’osteria, non era un nottambulo, insomma, e ben presto le “uscite” dopo cena con Bassi finirono.
Che fare? E qui uscì l’ingegnosa trovata di Pirèn. Facendo credere alla moglie che continuava ad uscire con Bassi, al rincasare dava la buona notte all’amico (anche se questi non c’era): “Bo’a nott, Bassi” (Buonanotte, Bassi). Quindi, imitando la voce dell’amico… fantasma, rispondeva, sempre lui: “Bo’a nott, Pirèn” (Buonanotte Pietro).
Per alcune sere il trucchetto funzionò a dovere, anche perchè il saluto era detto alzando un po’ la voce in modo che la Laura sentisse bene che era in… buona compagnia. Ma la moglie, subodorando 1’inganno, una bella sera lo attese sbirciando dalla finestra, pronta a coglierlo sul fatto. E così, dopo che Pirèn ebbe… salutato il suo amico “sartor”, col solito saluto: “Boa nott, Bassi”, la Laura, con la tempestività di un’attrice del teatro goldoniano, aprendo di scatto la finestra, gli gridò: “Bo’a nott na .forca!… at la darò mì Bassi! (Buonanotte una forca, te lo do io Bassi!) E per il nostro eroe fu davvero notte fonda.
Uno dei due fratelli di Pirèn era Lino, classe 1886. Faceva il muratore, come i fratelli, ma ha spaziato in altri lavori ed incarichi vari, alcuni per conto del Comune, come quello della disinfestazione dei locali esterni (per questo era chiamato anche “Ciappa muschi” -Acciappa mosche-) e dell’accensione della caldaia per il riscaldamento degli uffici comunali. Aveva sposato la Teresa Laurini ed aveva avuto due figlie, l’Anna e la Ninì (la mama `d Marièn). Tipo molto particolare, aveva un debole per i gatti… povere bestiole sole, abbandonate (meglio se ben pasciute) che lui accoglieva (si fa per dire) e… faceva andare al tegamino. Inutile dire che aveva il debole del bicchiere (meglio se pieno di vino) e della compagnia a lui cara, “cula `d l’Impianlà” (quella dell’Impiallato, cioè via Provesi). Era però una macchietta: era capace di andare all’ostería anche solo, con pane e formaggio; metteva sul tavolo (senza tovaglia, magari bísunto) una ponga, proprio così, una ponga morta, con assoluta naturalezza e faceva il suo tranquillo spuntino senza il timore che qualcuno lo andasse a disturbare o gli chiedesse di spartire il companatico. Lino Pariss è morto a Fidenza nel 1952.
Arnaldo Pariss era il più giovane dei fratelli. Anche lui muratore, questi, però con più costanza tanto che faceva parte di una cooperativa di muratori. Aveva partecipato alla grande guerra e dopo alcuni anni si era sposato con la Antonia Grandini, la “nuda `d Vigiòta” (la “nipote di Vigetta). Anche lui abitava come i fratelli, nell’Impianellato e, per non tradire la stirpe e il mestiere faceva parte della compagnia “dal litar” (del litro) che in questa caratteristica contrada brulicava. La “rogna”, sua moglie, era buona e paziente, ma fino ad un certo punto, specialmente quando il marito tornava a casa non proprio sobrio e poi si lamentava perchè non aveva appetito, dimenticandosi che poco prima aveva consumato uno spuntino alla trattoria “ad la Scalòta” o da Firmino Baròs, e. la Togna lo apostrofava con quell’espressione tutta bussetana: “T’é semp’r al solít” (sei sempre il solito)!
Arnaldo faceva parte anche del gruppo dei pompieri di Busseto e questa foto lo ritrae proprio a Milano, con il notissimo “Picanèlo” dove era andato, in tempo di guerra, a prestare servizio.
L’ultimo dei fratelli Parizzi è Angilèn, muratore come il padre (che si dice fosse un ottimo caposquadra nella costruzione delle scuole di Busseto). Del ceppo dei Pariss sono rimasti Oscar (figlio di Arnaldo), deceduto in questi giorni e il citato Marièn, il baffone.

I BARSER

Carlo Brzieri, padre dei famosi Mario, Gino e Antonio e della Rosina e Lia, in una cassica foto Studio “Giuffredi”.
A”Tugnen Barser” con uno dei “Tir” di una volta, l’asino chiamato “Rigoletto”
Erano tre i fratelli Barser (il casato è BERZIERI): tutti e tre,per un verso o per l’altro, entrati nella storia popolare bussetana.
Il più noto è senza dubbio “al vagu”, proprio così; anche all’anagrafe era etichettato come “vagabondo”.
Luigi Antonio, al secolo; era del 1906, il più vecchio dei fratelli. Famiglia bussetana di lunga stirpe; carrettieri (il padre, Carlo Angelo, classe 1875 e morto nel `17, faceva questo lavoro), mestiere che svolgeva anche lui al Vagu detto anche Tulòn ma che ben presto abbandonò perchè amava vivere in libertà, non preoccupandosi di come vestire e mangiare: il suo tetto era quasi sempre la volta celeste o il fienile (quello della “Gallinara” era a “tre stelle” visto che era il preferito). Una salute di ferro la sua che gli permetteva di dormire d’inverno su una panchina del viale, e al mattino si lavava la faccia e anche la camicia sotto il rubinetto della fontanina in piazza Matteotti. Era cliente dei Frati francescani presso i quali andava a “mangià la supa” a mezzogiorno. Era abbastanza tranquillo e non disturbava più di tanto (anche se il Pretore di Fidenza, nel `28, lo aveva condannato per “disturbo della quiete pubblica e privata”).
Si dice abbia tentato di andare volontario in Africa ma che lo abbiano rimandato a casa perchè sobillava i commilitoni gridando in piedi sul tavolo: “Morirem come le mosche!”.
Negli anni cinquanta venne, più volte, mandato a Sospiro nella tristemente nota casa di cura per malati mentali, dove trascorse qualche mese. La sua forte fibra lo accompagnò fino a 62 anni (che sembravano ottanta). Ultima annotazione: si dice avesse una specie di morosa, la “Triaca”, non meglio identificata.
Il secondo “Barser” in ordine di età, era Mario, classe 1908, detto “al student”. Celibe, come gli altri suoi fratelli; autista poi carretterie; questo ufficialmente perchè il nostro personaggio non era molto appiccicato al lavoro; rifiutava quelli troppo prolungati e preferiva affidarsi al caso. Era il più “nobile” dei fratelli; da qui il suo soprannome.
Nel 1938, è andato in Africa, ad Addis Abeba, rimanendovi per oltre un anno. Era di una certa aristocrazia; aveva delle compagnie anche del ceto medio-alto; inclinato come conversatore spiritoso e divertente alle dissertazioni filosofiche, che lo portavano spesso a uscire dalla realtà concreta. Leggeva il giornale ogni giorno al farmacista Petit-Bon perche questi era cieco.
Ma l’episodio che lo ha reso “immortale” è quello del secchio di… liquido di fogna scaraventato in testa alla Maria “dal butighèn” con negozietto in piazza del Mercato. Il fatto avvenne negli anni cinquanta, pare per futili motivi (la Maria era accusata da Barser di intromissione nei suoi affari amorosi). Così un bel mattino (si fa per dire) procuratosi un secchio e riempitolo di liquame dal tombino della fogna delle case popolari, la ricoprì di foglie e si recò nella zona di operazione.
Attese il momento giusto quando la Maria uscì dalla bottega e… dopo aver tolte le foglie, spatargnack!, scaraventò il secchio in testa alla povera Maria. Questa si mise a gridare ma non faceva che peggiorare la situazione in quanto il contenuto veniva direttamente assaporato. Una tragedia! Lui scomparve per diverso tempo da Busseto, temendo le conseguenze della denuncia; lei condannata a… masticare caramelle di menta per mesi dopo aver masticato rabbia per l’insano affronto subito.
Mario al student è morto all’Ospedale di Busseto nel 1989, dopo alcuni anni di degenza, quasi del tutto dimenticato.
Ultimo dei fratelli, Antonio, “Tugnèn” o “Tugnòn”, al strasèr; il più tranquillo, compassato, taciturno; il più laborioso e intraprendente dei fratelli. Classe 1910; aveva il magazzino, si fa per dire, del ferro vecchio, nel torrione nord-est delle mura di Busseto, quello vicino all’Oratorio: un buco che divideva senza tanti problemi con ponghe, bisce e dove, qualche volta, trovava giaciglio suo fratello, al vagu. Aveva alcuni asini, per il traino del carretto delle sue cianfrusaglie, che chiamava col nome delle opere di Verdi, Aida, la Traviata, Rigoletto ecc.
Una famiglia bussetana (ha sempre abitato nel centro storico, via dell’Anonimo, piazza Carlo Rossi e le Case Popolari) che anch’essa è in via di estinzione. Sono rimaste le due sorelle, Rosina e Lia Pace, vecchie e stanche ma ancora indipendenti.
I RACCHI
Ligio Racchi e i suoi fratelli Guido e Lisandar (potrebbe essere il titolo di un film), facevano parte di un clan famigliare di pura estrazione bussetana (da circa due secoli esistente nella nostra cittadina. Ligio (anche se il nome esatto era Eligio) ha fatto il calzolaio e l’infermiere; aveva messo su una famiglia numerosa con la sua Gemma (sorella di”Bardàn”). Figura tipica di uomo del popolo; modesto e giudizioso, onesto e servizievole ma, anche lui, come tanti, col “benedetto” vizio del… calice.
Suo fratello Guido, detto “al Marescial”, aveva un debole per la divisa militare che indossava ancora ogni qualvolta il calendario delle feste patriottiche glielo permetteva, (tutto bardato di mostrine, medaglie, cordoncini e aggeggi vari – come un cavallino siciliano) e anche lui non… disprezzava certo la compagnia del bicchiere (possibilmente pieno). Faceva il muratore (la sua specializzazione era quella del “calsinèn”) e si racconta che un mattino a Samboseto, dove si stava costruendo il Salone “Ape”, si presentò sul lavoro con una faccia che… “la pariva `na saracinesca”. “Cusèt fat, marescial?” gli disse Tessoni, al russ, che era il mastro, e aveva subito capito che i segni sul volto dal marescial erano dovuti ad una bevuta fuori ordinanza… della sera prima. E, il buon Guido, candidamente, gli buttò una risposta che dimostra tutto il suo spirito: “Ma tèès… j’ar sira intant ca `ndèva a ca’, a’s’mé `lvà impé la strèda davanti!” …
L’altro fratello, Lisandar, da giovane faceva il maniscalco. Durante la grande guerra aveva perso un occhio per cui si adattava, poi, a qualunque lavoro: negli ultimi anni aiutava in macello e in negozio, Giuàn (Nicandro) Cipelli; trasportava la carne in negozio e serviva i clienti a domicilio. Di lui si racconta il famoso episodio della gita in barca con Luigi Caffarra, cieco di guerra. Quest’ultimo era addetto ai remi e Lisandar al timone; Caffarra, inesperto, ad un certo punto della traghettata, centrò con la punta del remo… l’unico occhio buono, valido, quello di Lisandar il quale esclamò dolorante e irritato: “Lé, adèsa sum a tèra”!, intendendo con ciò che a quel punto si navigava alla cieca. Ma il rematore, pensando volesse dire che erano giunti all’altra sponda, scavalcò il bordo della barca e finì nell’acqua, cioè nel Po.

I REMONDINI
Un’altra famiglia tutta bussetana, fino all’osso, numerosa e imparentata con mezza Busseto e ricca di personaggi caratteristici e popolari. Quello che ci viene da più lontano è Salvatore nato nel lontanissimo 1855, naturalmente a Busseto, come il padre Benedetto. Salvatore era campanaro della chiesa di S. Anna. Campanaro tuttofare e brillante: durante le processioni, che lui stesso ordinava bene in fila, invitava le donne alla preghiera, dicendo: “Pregate per le povere anime del purgatorio, inco lur, admàn vuètar!”. Poi prendeva lo stendardo raffigurante il simbolo della morte, con la falce.
Figlio di Salvatore erano Alberto, detto Pistulèn, la Francesca (la China) e Giovanni (Giachi). Alberto, che aveva sposato la Zaira Borlenghi aveva a sua volta sei figli: Adelmo (papà di Poldo, l’Albertina e Vittorio), Pierina, Giuseppe, Carlo, Maria e Teresa. Tutti o quasi con una storia.
Quella di “Giachi” è piuttosto singolare: faceva il carrettiere, ed un bel giorno, tornando a casa con la barra carica di ghiaia (e lui a piedi che la seguiva) trovò sui suoi passi una giacca; la raccolse, la scaraventò sulla barra e riprese a camminare. Dopo pochi minuti ne trovò un’altra. Stessa operazione, anche questa sulla barra.
Evidentemente era un giorno fortunato per lui perchè ne trovò una terza. A questo punto, il carrettiere, pensando che gli sarebbero bastate due giacche di scorta, diede un calcio alla giacca mandandola nel fosso. Tornato a casa, però, cercò la “sua” giacca e le altre due, ma non ne trovò nemmeno una.
Adelmo era facchino (faceva parte della famosa Carovana); fu portato in Germania nei primi anni dell’ultima guerra dove rimase per circa due anni. Al ritorno lavorò al bottonificio Cannara ma fu sequestrato dai tedeschi per lavori di trinceramento nei “Prati di S. Geminiano”, dove fu colpito, durante un bombardamento aereo, da un grosso masso di terra che gli schiacciò il torace e la testa, causa della sua morte, avvenuta dopo tre giorni. Anche Carlo era facchino divenuto in seguito inserviente alla “Lancia” di Genova. La Pierina aveva sposato certo Branchetti, si era trasferita a Parma come le sorelle Maria e Teresa (sposate rispettivamente a Cattadori e a Cecchelli.
I Remondini, a Busseto da oltre due secoli, provenivano da Bassano Veneto dove svolgevano il lavoro di tipografi e pare si fregiassero, fino ai primi anni del secolo scorso, del titolo di nobile.

I FERRAGUTI
Ferraguti (il terzo da sinistra in piedi) assieme a “Talen” Cadnass, al Galot, “Manacul”, Nino Stocchetti e Denso Borsi (il giovane a destra.
Una famiglia bussetana di antica stirpe, purtroppo da poco estinta: l’ultima Ferraguti, la Dorj, è scomparsa alcuni anni fa.
Leopoldo, il capostipite, che prendiamo in esame, aveva sposato la Maria Barbara Remondini ed aveva avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Di questi, Ennio, era morto al fronte nella grande guerra 1915-18, mentre Lino, falegname, era appunto il papà della Dorj. Delle figlie la Giuseppina aveva sposato Nino Uriati, (da cui discendono i numerosi figli: Don Ugo, Cesarino Ennio, Francesco, Palma, Mariuccia e Lina; poi c’era l’Elena, la fruttivendola, l’Ines, commessa di farmacia ed infine la Luigina, sposata Remondini, (la mama di Poldo, dell’Albertina e di Vittorio).
Chiarita la situazione… anagrafica vediamo di addentrarci più da vicino sulle loro attività. Lino, il falegname, tipo di poche parole era un gran lavoratore che non si fermava mai: un giorno si procurò, sul lavoro, una ferita con la pialla: senza tante storie, dopo essersi asciugato con la vestaglia, non certo pulita, e la segatura, si fasciò la ferita col fazzoletto da naso e continuò il suo lavoro.
Nella stessa bottega di Ferraguti (che era in via Leoncavallo, davanti alla villa Carrara) lavorava, da ragazzo, anche Libero Dondi, il futuro fotografo, ed è proprio lì che perse la gamba a causa di un infortunio sul lavoro.
La più nota fra le sorelle è stata senza dubbio l’Elena, la “frútaróla”: col suo carretto e con il …”fugòn dal castagni” si piazzava nei punti strategici, in via Roma di fronte alla piazza Verdi oppure davanti al Cimitero nei giorni dedicati alla visita ai defunti.
Era dotata di gran cuore, specialmente con i bambini che non avevano… spiccioli. Caratteristico il suo mezzo di trasporto per il rifornimento delle merci: una vecchia bicicletta attrezzata con una cassetta di legno sistemata dietro la sella e, davanti, il singolare portapacchi in ferro, chiudibile. Così girava nelle campagne in cerca di prodotti, freschi ma anche di “seconda scelta”. Come l’Ines, sua sorella, non si era sposata, ma si è sempre dedicata alla sua famiglia con tanto amore.
STOCCHETTI
Famiglia nota e stimata in Busseto di cui Guglielmo, Guglialmèn, per gli amici era il più conosciuto: un artigiano dai “guanti bianchi”, si può dire, perchè raffinato nei modi e nel linguaggio, amante della conversazione e della compagnia con cui amava trascorrere le ore libere al Caffè Centrale o facendo due “vasche” nel viale. Ricordiamo qualcuno degli amici: Nadèl Parolari, Carlo May, Pinèn Zani, Adalberto Curblèn.
Gli Stocchetti avevano un negozio di biciclette, all’inizio; poi spostarono la loro attività nel ramo dell’idraulica; impiantistica e sanitari. Nel laboratorio di Stocchetti si sono alternati molti giovani per imparare il mestiere; fra questi, come molti ricorderanno, c’era anche il buon “Tunèn Baròs”, divenuto il suo “uomo di fiducia”. Gli Stocchetti non erano di origine bussetana; il padre, Enrico, classe 1880, da Cremona era venuto a Busseto nel 1906. Guglielmèn che era nato nel 1914, aveva altri tre fratelli, più anziani di lui, Antonio, detto Nino, morto ad Addis Abeba (nel 1970) dove si era trasferito col fratello Remo dopo la “conquista dell’Impero” e Romolo (Emilio all’anagrafe), radiotecnico trasferitosi al Cairo dove è deceduto nel 1982
Guglialmèn, che aveva sposato l’Ottavia Patroni, se n’è andato prematuramente, a 64 anni, lasciando un gran vuoto in famiglia (aveva tre figli, due maschi e una femmina) e nella cerchia degli amici.

I VANOLI
Una stirpe, una razza di bussetani da circa due secoli.
Famiglia di barbieri, arte che si è tramandata di padre in figlio, da molto tempo. Il più noto dei Vanoli è stato, naturalmente il buon “Ninetto” (all’anagrafe Umberto), morto qualche anno fa (nel 1991) che ha lasciato un vuoto reale nella cittadina che lui ha sempre amato di un amore sincero e profondo. Appassionato conoscitore verdiano, caparbio e paziente raccoglitore di fotografie con dedica dei più illustri personaggi della lirica, che aveva allineato tappezzando il suo “salone” da barbiere, divenuto quasi un museo, un luogo d’incontro dei bussetani di classe.
Nel suo negozio (che ha diviso col fratello Valter, poi deceduto quando Ninetto era ancora in servizio) si poteva svolgere qualsiasi operazione turistica, ascoltare musica (la raccolta di dischi era ricca e pregiata), ci si poteva prenotare per gli spettacoli al “Verdi”, oppure per le gite in pullman o per vedere l’opera. Ninetto aveva gestito anche la ricevitoria della Sisal (così si chiamava una volta il Totocalcio). Insomma, in una parola, da Ninetto ci si poteva anche far tagliare i capelli per dire che c’era un po’ di tutto. Un vero ufficio turistico, meta continua di forestieri, turisti verdiani, i quali avevano libero accesso nella bottega del figaro verdiano, conosciuto da tutti; era in corrispondenza epistolare con centinaia di appassionati della lirica e di Verdi.
Andato in pensione, Ninetto, cedeva il suo materiale fotograficodiscografico e documentaristico all'”Obiettivodue”, titolare Artoni Possidio, il quale ha allestito una mostra permanente intitolata al compianto figaro-verdiano, chiamato anche “il baronetto”, per i suoi modi signorili ed eleganti e per gli ambienti che frequentava, del ceto medio-alto. Sua compagna fedele e discreta, teneramente legata a lui la buona Noemi, acconciatrice di rango e fedele e gelosa custode dei ricordi di Ninetto.
Oltre al citato fratello Valter, Ninetto aveva anche una sorella, Carla; un tipo dinamico e genuino, dal carattere deciso, che si era creato nell’ambiente dove lavorava, il Bottonificio Cannara, un suo habitat naturale, al quale aveva dedicato tutta la sua vita.
Ultimo dei fratelli Vittorio, o Vittorino come viene chiamato amichevolmente: orchestrale di un certo rango; aveva viaggiato anche su navi, suonato all’estero ed era divenuto “primo violoncello”. dell’Orchestra di Verona. Ora, in pensione, svolge un prezioso servizio, quello di suonare l’organo nella vicina chiesa di S. Maria degli Angeli.
I genitori dei fratelli Vanoli erano Angelo (anch’egli barbiere, classe 1872) e Visioli Gisella; lui morto nel 1921, ricordato ancora da pochi bussetani mentre il ricordo della Gisella è ancora nella memoria di tante persone: una autentica donna del popolo, una bussetana fino al midollo; abitava prima in via dell’Ospedale quindi nella via Pasini, nella casa di nonna Zoraide.
Ed ora un altro Vanoli, “Tanèn” (Gaetano), anche se andiamo indietro nel tempo: era infatti un fratello del nonno dei citati fratelli Vanoli, appena “visti”. Faceva il calzolaio; era un uomo di modesta levatura, singolare e schietto. Di lui si racconta l’episodio dell'”operazione” di rammendo del simulacro del Cristo morto, quello che si porta in processione il Venerdì Santo e che si trova nella chiesa di S. Maria.
Era successo che il prevosto della Collegiata (siamo ai primi anni del secolo, c’era allora il prevosto Mons. Allegri), avendo constatato che il simulacro che, come si sa è in cuoio, presentava una lacerazione, una falla, nella parte posteriore, si rivolse al buon “Tanèn” perchè ci mettesse una pezza. “Fa’ un buon lavoro”, gli raccomandò il prevosto, “poi presentami il biglietto”.
E lui, dopo aver eseguito per bene il suo lavoro, a domicilio, si recò dal Prevosto con il biglietto in cui aveva scritto: “Per aver pezzato il culo a nostro signor Gesù Cristo, centesimi 50″…
Era nato a Busseto nel lontano 1863; il suo botteghino da calzolaio era in via dell’Ospedale. Aveva sposato la Zoe Bianchi (detta “Zoia”) o anche “la maga” perchè faceva le carte, con discreto successo, guadagnandosi così qualche… “caurèn” (centesimo) . Tanèn, che era nato nel lontano 1863, moriva dopo l’ultima guerra, nel 1947. Ha lasciato un figlio, Giovanni, (Nino), classe 1899, che aveva imboccato fin da giovane la professione di suonatore professionista, divenendo maestro d’archi, qui a Busseto.

I PAROLARI
Erano i famosi ramai di piazza del Mercato. Detti anche i “Boeri”, perchè sempre sporchi in faccia per il mestiere che praticavano. Un cognome che indica quasi esattamente il mestiere di “parolai”. Erano due fratellì, Francesco e Giacomo, entrambi celibi, uno del 1891 e l’altro del `97 (il padre, Battista era originario di Ortisei – da qui il mestiere di ramai).
Abilíssími e bravi: con un “palanchèn” di rame (moneta degli anni venti-trenta) ci tiravano fuori un mini paiolo, ed erano divenuti proprietari del palazzo dove lavoravano (ora negozio “Eliolab” e studio dentistico Donati). Sono scomparsi negli anni sessanta.

I SCOTT
Quando si dice Scott ci si riferisce alla famiglia dei Camorali di cui sono rimasti, a tutt’oggi, Nino (classe 1908) e la sorella Peppina del `910. Una stirpe di bussetana memoria che si prolunga con Luciano (figlio appunto di Nino), anche se da tempo trasferitosi fuori Busseto. Un soprannome, gli Scott, che viene da lontano, all’incirca dal 1830 quando il bisnonno dei citati Nino e Peppina, Giuseppe Camorali, classe 1801 sposato a Scotti Rosa, erano venuti a Busseto, provenienti da Fontevivo. Questi avevano avuto sette figli, fra cui Antonio dal quale proviene il ceppo principale. Quest’ultimo faceva il tagliatore di pelli poi il crivellatore; aveva sposato una bussetana, Filomena Baistrocchi (zia di Cichèn “Fuimèra”), abitava in Codalunga ed aveva avuto con lei 7 figli fra cui Giovanni, classe 1866, faceva il calzolaio ed aveva sposato Rizzi Leandrina (la surèla `d Rumeo Sucari).
Giovanni e la Leandrina, a loro volta, ne avevano messi al mondo ben otto, quattro maschi e quattro femmine, fra cui Lodovico (classe 1898, Nino del 1908 e Mario del `12 (deceduto qualche anno fa).
Nino e Mario facevano i falegnami, nella cooperativa presso la scuderia della Villa Pallavicino, la Maria, una delle sorelle, era la bidella presso l’Asilo Infantile (mestiere iniziato da una zia l’Adele, ed anche dal padre Antonio), mentre le altre sorelle, la Rosa e la Peppina, facevano le ricamatrici e sarte.
Lodovico, che aveva sposato la Paolina Contestabili, ha avuto due figlie, la Bianca e la Bruna, faceva il calzolaio e poi il bidello delle scuole Medie (e a tempo perso il suonatore della Banda cittadina). Una famiglia discreta, onesta e lavoratrice; abitavano in via Piroli (dove abita tutt’ora Nino con la moglie Giacoma) dove si “masticava” alla perfezione il linguaggio del nostro dialetto schietto.
Una famiglia un tempo prolifica ma che ora si è ridotta a pochi “testimoni” (anche la Gabriella e la Francesca, figlie di Mario, si sono trasferite dopo il matrimonio) lasciando la sola Bianca “ad Fantèn”, panettiera in pensione.
Gli Scott, la cui caratteristica era la statura: tutti alti, quasi “pertiche”, leggermente curve all’apice, quasi a significare la loro vocazione al lavoro.

SÚCARI
Era così chiamata la dinastia dei Rizzi, una stirpe di bussetani schietti, di sicura derivazione “controllata”. Cominciando da Giovanni (Giuàn Sucari) figlio di Romeo e della Molla Rosa Filomena (altra famiglia nostrana), tutti in famiglia erano amanti della musica e di Verdi, ovviamente, ed ogni qualvolta si apriva il Teatro Verdi non mancavano nella “piccionaia”. Chi non ricorda “al dutur Siicari “, quello che abitava in Codalunga e cantava in chiesa nei servizi funebri?
Ma torniamo a Romeo classe 1859, il capostipite, diciamo così: era un bel tipo; loquace, col senso dell’umorismo, arguto e vivace; aveva il vezzo di “battezzare” con un nomignolo, un soprannome, tutti coloro che non gli andavano a genio, o che avevano certe caratteristiche ben visibili; e, se lo diceva lui non veniva più smentito. Faceva il calzolaio, mentre sua moglie, la Rusèn, aveva un negozietto di frutta e verdura. Giuàn, suo figlio, padre di Lino Rizzi (attualmente ancora fra i migliori giornalisti politici e d’opinione, ex direttore di noti quotidiani) faceva il muratore mentre sua moglie, Luisa Lodigiani, come molti ricorderanno, aveva il negozio di fruttivendola all’inizio dei portici vicino a Secchi. Erano sette i figli di Romeo, tra cui la “Tisèn” (Teresa), l’Antonietta (la madre della Luizita), la Giulietta e Luigi (“Lovis”) che vedremo più avanti. Un’antica famiglia che ormai ha smarrito il soprannome ma che si tramanda con la generazione, appunto, del “nostro” Lino Rizzi.
        

ZILIANI
Un’altra stirpe bussetana, da almeno un paio di secoli; barbieri, sarti, falegnami, droghieri (occasionali) da cui è uscito anche un autentico talento della lirica, il tenore Alessandro Ziliani.
Dal ramo di Antonio Ziliani, che aveva sposato la Rossi Marianna, sono usciti Giuseppe, classe 1874, falegname, e Romeo del 1876. Il primo, che ha sposato Irene Bottazzi, ha avuto tre figli: Sincero (che farà il barbiere, così come il secondo, Antonio morto a soli 48 anni), e, appunto, Alessandro.
Da Romeo, che faceva il sarto ed abitava in via Del Ferro poi trasferitosi in via Ghirardelli quindi in via Roma, sposatosi con Desolina Giavarini, sono nati Bruno, Violetta ed Aldo. A mantenere la continuazione della stirpe è rimasto Filippo, figlio di Bruno, trasferitosi fuori Busseto. Qui nella terra bussetana è rimasto Aldo, falegname – “lustròn” in pensione, ultraottantacinquenne, con la moglie Ariella e la figlia Laura mentre dal ramo di Giuseppe c’è la Giuseppina, figlia di Sincero.
La famiglia Ziliani si era particolarmente distinta durante l’ultima guerra per aver gestito il negozio di drogheria della famiglia Muggia, costretta alla macchia per le note repressioni antisemitiche del regime fascista. Titolare della licenza era Bruno, che si è poi sposato, nel 1951, con Norma Pitetti e morto l’anno seguente, lasciando il figlio citato, Filippo.

La compagnia `dl'”ARLOJ”
Un bel gruppetto di amici: Piren Purcher, Cibrario e Fanten (in piedi) e Romeo Cantarel, Dumenic Fugasa, Belli Radames e Carlino Marinen (seduti).
Una simpatica compagnia, un gruppo di bussetani molto legati ed affiatati fra di loro era quello che frequentava “la trattoria `d 1’Arlòj” e, per precisare, dal siur Oreste e la Marina.
Erano i vari Dumènic Fugàsa, Pirèn Purchèr,Carlino Marinèn, Giuàn Fantèn, Rumeo Cantarèl, Radames (e questi sono tutti quelli che vedete nella foto, ma ne sentirete degli altri…). Amici veri, sinceri, quasi una famiglia. E alla sera, specialmente, quando la fatica del lavoro era smaltita, una sosta, una partita, una bevuta era quello che ti dava la carica. E qualche volta ci scappava anche la cena, specialmente quando al siur Oreste (un piemontese trapiantato da noi, ma che nei mesi caldi andava al suo paese, a Usseglio, a fare la stagione estiva, dove gestiva il suo albergo) tornava dal Piemonte con il camoscio ed altra selvaggina che offriva agli amici. Quando il vino rosso si beveva “in da scudlèn”, e la misura non era la bottiglia ma “al mes litar” oppure “al quartèn”; e la Marina e `1 siur Oreste avevano imparato a conoscere le nostre carte da gioco e facevano la briscola in coppia, contro “i bussetani”. E a tarda sera entrava, spesso, “al Muretu” Trabucchi, per aggregarsi alla allegra compagnia (ed era questo un momento dove non contava per niente il conto in banca o il modo di vestire – tutti uguali in amicizia e libertà).
Naturalmente non mancavano le “sortite” fuori sede, in altre locande, e con loro, naturalmente lo stesso Cibrario, contro il suo interesse personale. E quando non c’era lui, al siur Oreste, lo andavano a trovare, in Piemonte (e la foto che vedete è stata scattata proprio davanti al suo bel locale): immaginatevi che bevute…
E gli scherzi anche loro non mancavano. Ne abbiamo scelto uno che ci sembra il più emblematico per quei tempi, quello del finto coniglio, cucinato tanto bene dallo stesso Cibrario, ottimo cuoco, da leccarsi le dita. Uno scherzo montato dal bravo oste con uno della compagnia, dovrebbe essere “Mania” Bardi, ai danni di tutti gli altri, ma in special modo mirato a Gildo “Balalòn”. Questo, infatti era il più scettico, il “santumès”, il quale voleva accertarsi che si trattasse davvero di coniglio. E volle fare un sopralluogo nel frigorifero della cucina. Il sig. Oreste, rischiando di grosso, acconsentì alla verifica dell'”esperto” Gildo il quale si convinse che non era uno scherzo: non si trattava di coniglio… coi baffi.
E così mangiarono tranquilli e beati, anche se, di tanto in tanto, si sentiva qualcuno che… miagolava. Ma Gildo Balalòn, imperterrito assicurò: “Ragass… meno male c’ho vist cui me occ c’lera un cunil!”.
La verità, naturalmente, non tardò a venire a galla (altrimenti che gusto ci sarebbe, senza risate). Il “coniglio” era proprio… coi baffi! Così qualcuno dovette digerire, oltre al gattone (del resto squisito) anche lo scherzo del…. sopralluogo, mentre qualcun altro,come il buon Plinio Ferrari, trasformò il gatto in… cagnolini.
Ragass, che ridar!

I FACHÉN
Un’attenzione particolare, quando si parla di compagnie, di “Ciop”, di combriccole, merita senza dubbio la squadra dei facchini, un tempo un mestiere molto utile, diffuso, quando i trasporti erano per lo più affidati ai carretti e alle braccia robuste dei facchini. A Busseto funzionava la “Carovana Facchini”, così era chiamata la squadra organizzata, a disposizione di aziende e privati. Quando non cera lavoro alla stazione ferroviaria o tramviaria (quest’ultima fino al 1939, poi smantellata) i facchini si ritrovavano, per facile reperibilità, preferibilmente al caffè della Stazione, da Firmino Barezzi, oppure da Ugo al “Sole”, o all’osteria “dal tre pèchi” (Trattoria Aurora, detta anche la Scaletta).
Il capo dei facchini era Angilèn Camorali, persona seriosa, e sobria quanto bastava per dirigere questa squadra di scaricatori, pronta a mandar giù la polvere dalla gola con qualche fiasco di vino. C’erano Lelio e Guido Pizzoni (la “Pita”), (poi entrerà Pepino figlio di Lelio), Guido Bergamaschi (“vot-vot”), Mario, Angiulòn e Carlèn “Marinèn”, Adelmo Remondini e suo fratello Carlòn, al “Moru” Renzo Malchiodi, Alcide Ballotta. E ci fermiamo ai tempi… eroici, anni trenta-quaranta.
Il compianto Tullio Allegri, della famiglia dei “Marinèn” e ottimo operaio del Comune, raccontava un episodio esilarante di questa simpatica compagnia di facchini. Un giorno, mentre scaricavano dei bariletti di vino pregiato siciliano, alla stazione merci, non resistettero alla tentazione di… assaggiare quel ben di Dio. Così escogitarono di… prelevare una bevuta, senza lacerazione alcuna dei sigilli: fatto un foro con un trivello piccolissimo e infilando una paglia a mò di cannuccia per sorbire le bibite, fecero l’assaggio, rimettendo il corrispondente di acqua e sigillando con lo stucco il forellino.
Insomma, bisognava pure eliminare la polvere di carbone e altro che si accumulava presso i vagoni ferroviari. Che ridar, ragass!
E prima di rincasare a fare la doccia, pardòn, a lavarsi nella tinozza o nel “navasol”, una fermatina nell’osteria più vicina a casa… non si sa mai.
Un mestiere duro ma un gran cameratismo fra i soci facchini; amicizia sincera, come sincero era il vino.

I SOCI DEL CASINO DI LETTURA
Di questo Gruppo del “Casino di Lettura”; di cui abbiamo rintracciato questo bellissimo documento fotografico, che mostriamo in questa rassegna, si sa con sicurezza che era riservato alla Busseto bene, che non era facile entrarvi se non si era “qualcuno”, come ci dice Napolitano nel suo interessante libro sui suoi cinquantanni a Busseto.
La foto di cui parliamo e che mostriamo la dice lunga sui personaggi e sul “clichét” cui erano tenuti i soci del Casino. Siamo nel 1928 e si festeggia il 50′ di apertura del Circolo di Lettura e Conversazione (così si chiamava all’origine). Quindi dalle notizie che ci dà il prof. Napolitano circa una festa di carnevale, nel 1874, sembrerebbe supporre che il Circolo stesso a quella data non fosse ancora ufficialmente funzionante; Ma questo ha poca importanza. Nel locale dei soci, che era la Sala Gardenia, erano ammessi, quindi, solo i notabili, un tempo in gran numero a Busseto: censo o casato, dunque, o per distinzione professionale, questi i requisiti per farne parte. Ma l’attività era scarsa (come ci confida lo stesso Napolitano, anche lui socio dal 1927): poca lettura o niente e così conversazione; l’occasione per unire i soci riguardava piuttosto qualche festicciola o veglioncino per Capodanno o Carnevale.
Dopo la prima guerra mondiale andò sempre diminuendo la sua attività e agli inizi degli anni trenta si sciolse.
Ed ora vediamo di passare in rassegna i Soci uno per uno (anche se per qualcuno di essi non è riuscita l’individuazione). Cominciamo dai primi, seduti di qua da tavolo a “ferro di cavallo”, sul quale è ben visibile l’anno di fondazione, 1878, e seguendo i numeri indicativi:
1 – Rusca avv. Francesco, classe 1895, marito di Amelia Corbellini
2 – Swich Leopoldo
3 – Bacchini Agostino, classe 1892, negoz. carbone, deceduto 1937
4 – Stecconi… (uno dei fratelli “Mavrèn”)
5 – Zecca Antonio, classe 1875, deceduto nel 1941
6 – Panelli Giuseppe, classe 1873, orefice, morto nel 1942
7 – Verdi cav. Giuseppe (Peppino), classe 1892, Sindaco di Busseto
8 – Cavalli Giuseppe
9 – Trabucchi Leopoldo (al Muretu), classe 1901, deceduto nel 1952
10 – Corbellini Donnino
11 – Tosi Arnaldo (“Canaia”), classe 1890, dirett. ind. Apicoltura
12 – Casali Napoleone
13 – Grassílli Pietro, classe 1899, imp. di banca
14 – Vanoli Giovanni (Nino), classe 1899, m ° scuola d’archi
15 – Pedretti Giovanni (Nino), classe 1892, capo staz. Tramvie
16 – Carrara avv. Lino ex Sindaco
17 – Cavitelli Giuseppe, classe 1890
18 – Merli Luigi (“Gigetto”), classe 1900, segret. Com.le
19 – X (di Castioni M.si)
20 – Zaniboni rag. Fernando, classe 1903, rag. alla Cassa Risparmio
21 – Ghezzi dr. Alberto, segret, comunale
22 – Viola dr. Pietro, cl. 1894, farmacista, deced. 1950
23 – Pedretti
24 – Massera m ° Guido
25- X
26 – Usola (di S. Andrea, marito della Carrara Verdi…)
27 – Cavalli Carlo (Carlino), classe 1900, comm.te cereali
28 – Botti Camillo, classe 1893, chincagliere, deced. 1929
29 – Stefanini Giuseppe, classe 1894, caffettiere del “Centrale”
30 – Swich Priamo
31 – X
33 – Verdi Giuseppe Otello, fratello della maestra Verdi (ex Pretore di Busseto)
34 – Bottazzi Arnaldo, classe 1904, trasferito a Genova nel `37.      

I NOSTRI “GARIBALDINI”
Consideriamo ora alcuni bussetani i quali, anche se non affiatati personalmente fra di loro, meritano di essere ricordati per la loro appartenenza ad un corpo specialissimo, divenuto famoso, i “garibaldini”.
Le nostre ricerche si fermano a tre elementi, il cui numero potrebbe aumentare con il contributo di persone non più giovani, ovviamente. Essi sono Pietro Delfanti, Pietro Ercole Benda e Luigi Bonatti, tutti nati a Busseto. Il primo nato nel 1843 e morto a 101 anni nel giugno del `45, aveva sposato la nipote di Emanuele Muzio, Lui gia abitava in piazza C. Rossi ed aveva una figlia suora, Maria e Anna che visse sempre con lui. Il Benda era lo zio di Gino Benda,per intenderci, “qul dal currieri”; aveva il culto della divisa di cui andava fiero, e la indossava ad ogni occasione, a volte anche a sproposito. Era nato nel 1846, aveva sposato una certa Ginevra Malchiorri (inserviente) ed aveva due fratelli, Angelo, del `43 e Giacomo del `55. Luigi Bonatti, fu Michele e Contestabili Barbara era nato nel 1847, di professione oste, morto nel 1927. Era suocero di “Vigiota” (Grandini Gino) e nonno materno di Luigèn Crosali, e naturalmente della Lina e della Giovanna, tutti viventi, questi ultimi.
Anche lui era orgoglioso della sua militanza nel reparto dei garibaldini. Si racconta che, in occasione di un suo viaggio a Parma, negli anni venti, per una manifestazione fascista, abbia stretto la mano a Mussolini. Anche di questo episodio andava orgoglioso e, si dice (sempre da parte dei soliti maligni) che dopo questa… storica stretta di mano con il Duce, non si sia più lavato le mani…

“GHITÈLO” E COMPAGNI
Non sono turisti forestieri: sono bussetani puri.
Da sinistra: Rodi, Biniden, Umberto Borlenghi (fiol ad “Cinello”), Berto Batistott, Bruno Bulgaran, Fragni al furner, Franco Demaldè e infine Luigen Angiolini.

Un bel gruppo di amici, senza dubbio, allegri, disinvolti e a volte scanzonati.
Tutti bussetani del sasso, cresciuti assieme e che, col passare degli anni, avevano fatto “lega” dividendo momenti di svago, tutti assieme. E, si sa, quando il tempo libero, come si dice oggi, viene a noia, ci scappa qualche “uscita”, qualche “trovata” di natura gogliardica. Una compagnia capitanata da “Ghitèlo” Borlenghi Aurelio, (al fiól ad Cinèlo e fradel `d la Tilde), con i vari Rodi, Giuanèn Silsàn, Cico Tuscàn, Luigino Angiolini, Bruno Bulgaràn, Turino Francia,tanto per citarne alcuni…
Svariati gli scherzi che combinavano insieme a Ghitèlo che ne era l’ideatore. Ad esempio aveva trovato il modo di andare a teatro gratis, confezionando ad arte i biglietti o le contromarche: bastava che vedesse il colore del manifesto (che corrispondeva a quello del biglietto) e… voilà! si metteva al tavolo di lavoro e in men che non si dica confezionava biglietti per tutta la compagnia. Anche se il giochetto durò poco. E allora, per vendicarsi, combinarono quell’altro scherzo… poco pulito, quello del piatto… fumante messo sotto il naso del povero bigliettario. (Vedi Bruto).
Un altro episodio, con la stessa… materia prima, è successo a S. Agata, una sera che si ballava nella tradizionale “balera”. I nostri eroi, per invidia verso coloro che erano dentro a divertirsi, non visti naturalmente, hanno sporcato il corrimano, della passerella, (la famosa “punzela”) della solita… mer…ce. Al termine del ballo, i giovani che transitavano in bicicletta sulla passerella, per tenersi in equilibrio, erano costretti a far scorrere una mano sul corrimano del ponticello. Così, il gioco era bell’é fatto. E quelli, furibondi: “Chi e stà, chi delinquent”! Cosi imprecando, con le mani imbrattate, cercavano di pulirle nell’erba, ai bordi della strada, non immaginando che anche quella era stata… inquinata dal materiale incriminato. E la combriccola dei bussetani a ridere pancia a terra, opportunamente nascosti per vedere e gustarsi tutta la scena.
Altre imprese o scherzi del genere; anche se innocenti, erano all’ordine del giorno, specialmente ai danni di… extrabussetani con i quali venivano a contatto diretto nelle feste, nelle fiere ecc. (e qui entra in ballo l’espressione più classica dell’intolleranza… paesana: “va ca’ vilàn”!). Insomma, erano i tempi delle burle, degli scherzi, sempre nei limiti e nell’ambito del sopportabile: uno dei passatempi più in voga, quando la compagnia era ben assortita ed affiatata. 

GLI IMPIEGATI COMUNALI DELL’ALTRO IERI…
Impiegati del Comune di Busseto col Sindaco avv. Lino Carrara – anno 1912
Una volta, fino agli anni venti-trenta, una certa professione cosiddetta della penna, era considerata quasi nobile, degna del massimo rispetto ed ammirazione. Specialmente nei paesi piccoli, il dottore, il farmacista, il segretario comunale, la levatrice, la maestra ecc. erano considerati, assieme al prete, al di sopra di tutti. Grande stima e massima fiducia.
Anche l’impiegato del Comune era un privilegiato.
A lui ci si rivolgeva non solo per avere utili informazioni di carattere amministrativo e pertinente al municipio stesso, o a qualche domanda da fare, ma anche per pratiche diverse o per risolvere qualsiasi problema. Insomma, quasi un “Azzeccagarbugli” dilettante. E la considerazione cui erano tenuti gli impiegati del municipio di altri tempi la si può misurare osservando questa fotografia, scattata nel 1912 circa. Il gruppo ordinato, presenta gli impiegati dei vari uffici del nostro comune, assieme al Sindaco, al segretario comunale e ai capiufficio, che ora vi presentiamo.
Cominciamo da sinistra, in piedi: Alberico Tata, capoguardia (classe 1881 e morto nel 1931 – gli succederà Valentino Foà); Riccardo Azzolini (“Cadèn”), di cui abbiamo più avanti tracciato il “curicculum”; l’ing. Lino Bocchi, direttore dell’Ufficio Tecnico (era nato a Zibello nel 1872 ed è morto nel 1938); Sincero Bandozzi, economo, bussetano DOC, nato nel 1870, morto nel 1946; Enzo Arduzzoni, ufficiale di Stato Civile, personaggio notissimo; il m ° Rino Pessoli, impiegato, nato a Busseto nel 1890; Luigi Bellingeri, guardia, classe 1869, morto nel 1924; Giovanni Patroni, guardia, classe 1878, deceduto nel 1951.
I cinque personaggi seduti sono: Vittorio Pessoli (padre di Rino, sopracitato), vice segretario comunale, nato a Busseto nel 1862 e deceduto nel 1935; il dr. Lino Carrara, Sindaco di Busseto dal 1911 al settembre 1914; Stefanelli Giacomo, segretario (dal 1911 al `14); Fracchioni Luigi, impiegato, nato a Piacenza nel 1867 e morto nel 1938 e, ultimo, con la sigaretta fra le dita, Giovanni Sagliani, 2 ° applicato.
Lo stemma del Comune, in primo piano simboleggia e completa un quadro di tutto rispetto e ufficiale per un gruppo di “lavoratori” che “avevano in mano” il paese, il nostro paese così ricco di storia e carico di responsabilità, da gestire e da amministrare.
Il Sindaco Carrara, un anno più tardi di questa foto, nel 1913, sarà impegnato, assieme a tante altre persone, ad organizzare le manifestazioni del primo centenario della nascita del m ° Verdi, un avvenimento che ancor oggi è ricordato, per le numerevoli iniziative promosse e per il successo ottenuto.

TERESINA BELLI E SOCIE
Nel settore femminile, fra i personaggi che hanno reso vivace e saporita la vita di salotto bussetano troviamo, ad esempio, la compagnia della Teresina Belli, una brava magliaia (la prima a Busseto), dalla conversazione facile e brillante, dalla battuta pronta e spiritosa, cosi come la Sína `d Cagnòl e la Gína `d Pumòn. Tutte “ragazze” che si trovavano quasi quotidianamente a prendere il thè delle cinque, durante la pausa di lavoro della Teresina.
Un “salotto” privato e discreto che abbracciava, oltre al campo della moda e delle usanze del tempo, anche i più svariati argomenti, dalla cultura alla vita popolare dei bussetani. Da lei hanno imparato il mestiere molte ragazze.
La Teresina non era sposata e solamente negli ultimi anni di vita, ritiratasi nella nostra Casa di Riposo, aveva trovato nell’amicizia e nell’affetto di un ospite dello stesso Istituto, la serenità che le permise di passare una piacevole vecchiaia.

L’USPISIANT
Gli ospizianti durante un funerale (in questo caso dell’ex garibaldino Pietro Delfanti, morto a quasi 102 anni). Siamo nel 1945. Li guida Rino Ghisotti custode del Mendicicomio.
Gli ospiti (meglio sarebbe dire i ricoverati) della Casa di Riposo, che un tempo quando è sorto, nel 1929, si chiamava Mendicicomio, erano molti. Erano tutti in divisa: una giacca e pantaloni di tela grigia, un grigio-topo, dìstinguibili a distanza.
I più in gamba partecipavano ai funerali quando i parenti della “cara salma” facevano un’offerta al Mendicicomio di Busseto. L’alfiere, per un certo tempo, era Guido Racchi, al “marescial” affiancato da Rino Ghisotti, il custode, e gli altri dietro: un segno di devozione e ringraziamento dell’Ente alla famiglia.
Naturalmente per loro c’era una piccola mancia, concessa dall’Amministrazione, mancia che “non faceva la muffa”: finito il corteo, infatti, il gruppo di ospizianti si fermava. alla “Scaletta” l’osteria più vicina a casa, a farsi uno scalfetto di vino… alla salute (sic) del caro estinto. E più la mancia era generosa più i “mes litar” erano numerosi, finchè qualcuno del gruppo doveva essere accompagnato… a braccio, passando dalla porta di servizio.
Fino agli anni dell’ultima guerra, ed anche qualche tempo dopo, la vita, al Mendicicomio non era delle più allegre: gli ospiti erano tutti autosufficienti e abbastanza sani di mente. Non appena qualcuno peggiorava, c’era però lo spauracchio di Sospiro, dove finivano diversi anziani non più in grado di badare a se stessi (visto che normalmente chi andava in Ricovero non aveva parenti a cui affidarsi). Sospiro era quindi una parola da non pronunciare in mezzo ai vecchietti dell’Ospizio. Si tratta di piccolo comune in provincia di Cremona che ospitava persone giunte all’ultimo stadio non solo per cause mentali ma proprio per assoluta mancanza di autosufficienza.



4 thoughts on “Famiglie_Gruppi

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