Coppie celebri

 

 

COPPIE CELEBRI
Protagonista la gente comune, personaggi semplici, il popolo,
figure caratteristiche che danno il sale alla vita di tutti i giorni.
Dal libro “Bo’a nott, bassi” di Mario Concari (Edizioni Lama 1995)

 

PALÈN E LA TERSILA
Una delle coppie più famose del variegato panorama della Busseto popolare: lui alto e magro, lei piuttosto rotondetta. Due caricature autentiche, ancor oggi ricordate dai più maturi bussetani, ma conosciuti, di fama, anche da coloro che non sono stati testimoni della loro pittoresca presenza.
Giravano le strette contrade col caratteristico carrettino a stanga a vendere verdura; roba di seconda, terza scelta, scarti di orto e di magazzino che oggi giorno andrebbero bene solo per gli abitanti del pollaio.
Dòni, g’ho ‘1 riviòt“! (“Donne ho i piselli”), gridava lui e lei correggeva: “Pisello“!; “G’ho i scartusèn!” e lei: “Finocchi“. “A’s vòda ca t’è studià!” (“Si vede che hai studiato”), diceva lui. In effetti, la Tarsilla aveva frequentato le elementari, almeno qualche classe. La gente aveva affibbiato loro una filastrocca che diceva: “Fischia il sasso, il nome squilla; passa Palèn cum la Tarsilla; cu’l carot ad la vardura, lu ‘1 g’ha un occ ca ‘g va in malura“. Aveva infatti un occhio malato, da tempo, per cui portava spesso una benda ed inoltre camminava traballando. Insomma, una sagoma. Il suo vero nome era Pietro Giuseppe Ferrari nato a Busseto nel lontano 1866, come i genitori (Stefano e Luigia Tessoni – era parente con Tessoni, “al russ”). Aveva un fratello, “Sadòc”.
Si era deciso a sposarsi ad un’età matura (come la verdura che vendeva) a 67 anni. Forse aspettava che la “sua” Tarsila rimanesse vedova del primo marito, Vittorio Zucchi, detto “Masavò”. Loro dimora era la via Seletti, poi la Codalunga.
Uomo strano, il nostro Palèn. Aveva l’aria di un poveraccio. In realtà, dietro questa scorza di uomo macerato dalla miseria, si nascondeva un avaro calcolatore che, sfruttando la sua situazione apparente, accumulava denaro. Col risultato poi, come spesso accade, che fidandosi di un “amico” (un commerciante bussetano) si fece turlupinare rimanendo, davvero, sul lastrico. Cosa che lo portò infelicemente a Sospiro, dove morì nel 1936.
Lei, la Tersilla, era pure bussetana del sasso: Merli Tersilla, classe 1870. Dopo la morte di Palèn, trascorse la sua seconda vedovanza senza più tante aspirazioni, e finì i suo giorni al Ricovero di Mendicità locale, all’età di 71 anni. Dire ancora oggi, “Palèn e la Parsila”, vuol significare una strana coppia, vissuta sempre fianco a fianco, fatti l’uno per l’altra ma pure con tutte le stranezze e contraddizioni.

L’AMABILE E SALMEN
L’Amabile e, nel tondo, il… venerale “Salmèn”.
Due personaggi che meritano senz’altro di passare alla storia assieme, accumunati da uno di quei fattori che hanno caratterizzato quei tempi, la miseria. Una coppia (senza offesa per Paolo e Francesca o Giulietta e Romeo) la cui prerogativa principale non è certo stata quella dell’amore struggente o reciproco; ché, se di amore si deve parlare dobbiamo segnalare che era lei, l’Amabile, a… “carchèg 1’amur ados” (Caricare l’amore addosso, cioè picchiarlo) a “Salmèn”, spesso e volentieri.
Due caratteri assolutamente dissimili ma pur sempre una coppia speciale; lei sempre “impiaghènta”, per dirla nel nostro gergo, piena di mali, di lagne continue, quasi volesse cercare la compassione di tutti. Se il dottor Montanari e, morto lui, il dottor Ghezzi (anch’egli ormai trapassato nel mondo dei più) si sono guadagnati il Paradiso, senza dubbio per buona dose il merito è dell’Amabile. Essa aveva inoltre la presunzione di essere una eletta del Signore: “Sono santa, sono santa!”, andava gridando ogni tanto. Andava a messa tutte le mattine e si faceva portare la comunione giù dai gradini del presbiterio (una volta i fedeli ricevevano la comunione allineati lungo la balaustra).
Una strana invalidità la sua, che non le impediva, in qualche circostanza di… venire alle mani, non solo col suo “Salmèn” (che in questo caso non reagiva), ma anche con le vicine di casa. Le più famose liti, tuttavia, le ebbe con “Picanello”.
All’anagrafe era Ghirigato Amabile; era nata nel veronese, a Minerba, nel 1896 ed era approdata a Busseto nel 1927 proveniente da Fidenza, con la professione di cameriera.
Non era trascorso un anno che il buon Salmèn era nella sua “rete”, regolarmente… matrimoniato. Anche lui non era un bussetano puro; era nato a Villanova sull’Arda nel 1887, Gatti Salvino (da qui lo stranome) ed era capitato da noi durante la prima guerra mondiale, nel ’18. Non aveva una professione, come tantissimi altri; faceva il “ciapa-ciapa”, quello che passava il convento, col Comune o con privati che lo chiamavano per un “sammartino” (Trasloco) o per scaricare e sistemare la legna, il carbone, e così via.
Abitava nel viale Vittorio Emanuele (ora Pallavicino), poi si era trasferito in Codalunga, quindi in via Provesi (nelle scuderie) ed infine nelle case popolari.
Era un sant’uomo, Salmèn, sempre disponibile, taciturno; facile preda dell’Amabile. Era chiamato anche “pé d’oca” per via dei suoi piedi “dolci”, pieni di nocche e calli che gli rendevano l’andatura difficoltosa. Inoltre, col passare degli anni la sua schiena si andava incurvando giorno dopo giorno e le sue lunghe braccia, già fiaccate dal lavoro, penzolavano quasi a toccare il suolo (così piegato dicevano che andava cercando l’amore perduto…) e negli ultimi anni di sua penosa esistenza l’unica amica era la sua fedele bicicletta con la quale riusciva a reggersi in equilibrio nonostante una andatura lentissima.
Povero Salmèn, soffocato dalla sua Amabile dalla quale non riusciva a divincolarsi. Si racconta che un giorno (ma sarà vero?) il nostro personaggio, stanco dei soprusi della moglie, stava per prendere una decisione estrema, farla finita: “Am trag in Po!” (Mi butto Nel Po); esce di casa, sbattendo la porta, dopo una lite, ma poi ritorna subito indietro a prendere l’ombrello perchè piove. E la moglie preoccupata (per l’ombrello) lo riprende: “Ma cu fèèt?… at ta vè `nga’ e ghèt paura ad do gusi?“… (Cosa fai?… ti vai ad annegare e hai paura di due gocce?)…
Due personaggi, dunque, passati alla storia minima bussetana, anche se non bussetani di razza. Ed a proposito di razza ci sarebbe da dire che non hanno lasciato eredi; ed i maligni, a questo proposito, garantiscono che lei non lo volesse a letto, nel suo letto. Sarà stato per via della sua… vocazione alla santità?
Salmèn se ne andava in Paradiso, in silenzio, come aveva vissuto, nel 1969, e l’Amabile, accentuando ancor più la sua tristezza terrena, lo “raggiungeva” (?) dopo sei anni, nel `75.

ARTEMIO E LA VIRGINIA
Faroldi Artemio e Faroldi Virginia. Non erano consanguinei.
Si tratta di una coppia di anziani, anche loro erbivendoli, come “Palèn” e la “Tarsila”, ma più “moderni” in quanto avevano il banco (meglio sarebbe chiamarlo casotto, dove vendevano le caldarroste, la “patona” al galoti, la caruba ecc.), in un punto strategico del centro urbano, sull’itinerario pedonale con particolare attenzione ai bambini che andavano e venivano dalla scuola.
Artemio, che era nato a Fontanellato nel 1880, era chiamato anche “al sop”, anche dopo aver perso prima una e poi l’altra gamba. Era sempre accovacciato accanto al suo fedele carretto-banco a rimestare le castagne sulla padella (d’inverno) e quando erano ben arrostite le depositava dentro un panno di lana, più nero delle castagne stesse e delle sue mani.
La Virginia: una gran buona donna, mite e servizievole; era rimasta vedova di guerra (nella prima guerra 1915-18). Aveva perso anche un figlio, Giovanni Contestabili, nell’ultima guerra (perito in mare per l’affondamento della motonave “Città di Palermo”, al largo di Brindisi)). Si era unita ad Artemio ma senza sposarlo per non perdere la pensione di guerra, unica, sicura fonte di reddito (situazione abbastanza frequente) ed aveva avuto con Artemio, un figlio, Luigino “Lulone” così spregiativamente chiamato, il quale ha sempre avuto problemi di natura psichica.
La Virginia aveva ricoperto, nel dopoguerra (l’ultimo), la carica di presidente dell’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra della locale Sezione, partecipando a tutte le manifestazioni civili col gagliardetto.
Artemio e la Virginia abitavano prima alle scuderie, quindi in Codalunga, in via Provesi ed infine nella via Ghirardelli.
Lui è deceduto nel 1959 e lei (che viveva con la sola preoccupazione del suo Luigino, il quale peggiorava la sua situazione psichica e lo ha visto morire), se ne andava, col suo fardello terreno, nel marzo del 1981.

LA RENATA E LA CICÒNA
La figura autoritaria della Renata (la più anziana del gruppo) con il figlio Radames, la nuora Rina ‘d Ciupéla ed altri parenti.
Due donne del popolo, due autentiche macchiette che molti bussetani ricordano ancora: donne tutte d’un pezzo, schiette, sicure, brillanti ed intraprendenti, senza peli sulla lingua e capaci di sbarcare il lunario con iniziative originali e spregiudicate.
Le abbiamo messe assieme perchè assieme sono legate da episodi divertenti, esilaranti, curiosi. Questo caratteristico binomio bussetano era chiamato scherzosamente “La fam e la sé” (La fame e la sete), anche se la miseria, per loro, era un ulteriore incentivo per… cavarsela. Tempo di guerra (è questo il periodo “nero”), le due “socie”, munite della carriola (la “caròta”, arnese ed espressione tipicamente bussetana), si recavano in campagna alla ricerca di qualche buon affare. In particolare quando imperversava la “murja di pulastar” (moria di polli), contrattavano, con discreti risultati, l’acquisto di capi di pollame, ancora vivi, rivendendoli… sani dopo averli “trattati” convenientemente con un intervento rimasto segreto…
Alla fine del conflitto (un’altra storia…) e conseguente caduta del fascimo, le nostre due donne avevano avuto l’opportunità di venire in possesso delle ormai inutili bandiere del fascio, e con queste fecero delle fodere per trapunte, tenendo, così, al caldo il tricolore. “Povr’Italia” commentavano quelle invidiose…
Da buone bussetane erano amanti della lirica e insieme andavano nel loggione ad assistere alle opere nel nostro teatro Verdi. Ma la Renata non si limitava all’ascolto delle opere; cantava liberamente mentre sferragliava con i ferri della calza, arie verdiane, in qualsiasi posto si trovasse. Rastelli Renata il suo casato; era nata nel 1874, era la moglie del famoso “Calvi” da cui è nato Radames, il padre di Paolino. Una famiglia di vecchissima militanza bussetana (siamo risaliti fino al 1780, almeno). Non temeva nessuno, la nostra Renata. Si racconta che, coinvolta in una vicenda, fu chiamata dal Pretore il quale le chiese se avesse l’avvocato. La Renata, senza esitazione alcuna, mostrando la lingua penzoloni sbattendoci su l’indice e il medio della mano esclamò: “Siur Pretur, custa l’é ‘1 mé a’ucàt“!! (Signor Pretore, questa è il mio avvocato) Non si limitava a stare in casa: come tutte le donne del suo temperamento era curiosa di sapere tutte le novità del paese e, per arrivare a questo si spingeva ad… origliare senza creare sospetto, mentre lavorava ai ferri, in piedi. Assieme alla Pina, sua figlia, ritirava i pacchi e la posta in arrivo con la corriera recapitandoli ai destinatari, servendosi sempre della immancabile “caròta”.
Un altro allegro episodio riferito alla Renata è quello del battesimo della Lina Crosali (la fiola `d “Balalòn”), ai tempi della prima guerra mondiale. La Renata aveva avuto l’incarico di fare da madrina alla prima figlia di “Balalòn” Crosali, il quale si trovava al fronte. Intanto c’è da dire che sulla scelta del nome decisero di chiamarla Lina, in riguardo al padre che si chiamava Lino, “Se muore il padre al fronte, c’è già chi lo sostituisce”, sentenziarono sbrigativamente. Ma il lato più divertente di questo episodio è stato il… corteo verso la chiesa Collegiata per la cerimonia del battesimo: la Renata davanti, con la neonata figlioccia “ingrugnata” nella carriola, “in `d caròta”, e dietro il codazzo di parenti… E la Lina Crosali c’è ancora, dispiaciuta di non… ricordare la scena.
La Renata aveva un fratello, Massimino, (Mamèn), mentre suo padre, Sante, era detto “al malvag”, un nomignolo che lascia intendere il carattere piuttosto piccante del personaggio (ma, si sa, ci voleva molto poco ad affibbiare uno stranome a volte non del tutto calzante).
Oltre al noto Radames, la Renata aveva avuto un altro figlio, Rolando e un terzo, morto infante ai tempi della terribile “spagnola”, l’epidemia che aveva mietuto migliaia di vite negli anni della prima guerra.
La “Cicòna” era di cinque anni più giovane della sua amica Renata del 1879, nata a Busseto, anche se i genitori provenivano dal piacentino). Aveva sposato Alfonso Maldotti dopo aver avuto una bambina, l’Antonia (la “Togna” `d Parìs.), mentre la Mary è figlia legittima. Grandini Adele il suo vero nome, sorella del famoso “Vigiota” ed è tutto dire. Una stirpe, un clan che ha riempito di colore e di sapore la vita bussetana di un tempo.

GEO E GEA
“Geo e Gea”, uniti nella miseria e… imprigionati dal loro amore.
Corradi Celso e Faroldi Gina, all’anagrafe; lui nato a S. Secondo 1910 (venuto a Busseto solamente nel 1952 quando si sono sposati) lei bussetana, del 1913.
Erano chiamati con i più strani binomi: “Palèn e la Tarsila”, oppure “I due Foscari” (forse perchè abitavano vicino all’Hotel omonimo piazza Carlo Rossi), oppure ancora “Paolo e Francesca”, per il grande amore. Proprio così: erano sempre insieme, in casa e fuori (naturalmente negli ultimi anni). Di una povertà (apparente) dignitosa ma sentita, non disdegnavano però, sedersi al Bar e consumare una o due birre o una coppa di gelato, sempre insieme, sempre senza aprire bocca. Una coppia commovente, uniti anche dalla bruttezza, vivevano in una stanzetta che guardava in contrada, in via Muzio, allietandosi le giornate con gli uccelli che tenevano nella gabbia in cucina.
Ed anche quasi insieme se ne sono andati, in silenzio, come avevano vissuto; prima lui, nel 1981, e dopo qualche mese lei, nell’82, nella più assoluta indifferenza dei bussetani.
Fra gli aneddoti attribuiti a questa coppia speciale possiamo dire di quando si sono sposati: alla domanda fatidica del prete se era “contento di sposare la qui presente ecc.”, esclamò, senza ombra di umorismo, lo sposo: “Sum gnì che `posta!” (Sono venuto qui, apposta).

PALMIRÈN E PIROTU
Un’altra coppia ben assortita (anche se non legalizzata dal matrimonio) la cui caratteristica era, guarda caso, la miseria. Abitavano in Codalunga, una contrada che ha fatto la storia, soprattutto per i personaggi, le figure popolari che l’hanno abitata.
Lei, la Palmirèn, era sciancata, come se ne vedevano tanti a quei tempi, ma di grosso, e la sua deambulazione, specie negli ultimi anni, era assolutamente laboriosa; si faceva strada appoggiandosi con le mani in ogni appoggio, usando anche la sedia. Tuttavia, questa sua lacuna non le fece, fino ad un certo punto della sua vita, disdegnare la compagnia… maschile e l’allegria, come raccontano i testimoni dell’epoca. Riceveva molta gente in casa sua, ed i maligni asseriscono che li accoglieva dicendo: “Avanti giovinotti… ad’dré dal tindèn a’s pèga un caurèn!” (Avanti giovanotti… dietro la tenda si pagano 5 centesimi). La combricola di Vichèn Baldus, a proposito di queste serate dal Palmirèn, aveva imbastito una filastrocca che diceva:
“Una sera in Codalunga
Una banda ci suonava,
Con chitarra e mandolini,
la Titina ognor cantava;
C’era anche l’impresario
di tutto quel masdùs,
petto in fuori e tafanario,
e ‘1 barber Vichèn Baldùs”.
La Palmirèn si chiamava Pizzoni Palmira; era nata a Busseto nel 1882 ed ha sempre alloggiato nella casa di Codalunga, fino alla sua dipartita, avvenuta nel 1957. Aveva 75 anni. Aveva un fratello, Quirino, domestico, morto nel `24.
E veniamo a Pirotu, il suo compagno; uomo buono, taciturno e servizievole. Facchino, tuttofare. Disponibile a tutti i servizi per alcune famiglie con premurosa e ossequiosa volontà (i suoi maggiori “clienti” erano le famiglie Scaramuzza-ferramenta, Accorsi e Cavalli). Nessuno conosceva il suo casato per cui la ricerca per risalire al suo vero nome è stata lunga: si chiamava Pietro Faroldi, era nato a Busseto nel 1883.
Un carretto a forma di barchetta era il suo attrezzo, il suo mezzo di trasporto, che parcheggiava dietro casa, nel famoso “stertino”, ufficialmente chiamato Vicolo Torto. Sua caratteristica dominante, era quella, (indovinate un po’…) del grande amore per un bicchiere, meglio se due o tre. L’altro hobby era quello di non lavarsi mai; al massimo a Natale, anche se il suo mestiere, che lo portava spesso a “trattare” col carbone, lo richiedesse un po’ più spesso. Era detto anche “Parsenul” (Prezzemolo, non si conosce la causa) ed aveva un debole, anche lui come tanti altri, per… i gatti. Si, avete capito bene, non per accarezzarli.
Lasciò “vedova” la sua Palmirèn nel 1945 in seguito a broncopolmonite; causata (secondo i soliti maligni), dall’essersi bagnata la schiena facendo il bagno… Ed è tutto dire.

BRUTO E LA FORTUNATA
Bruto Braibanti lo vediamo in questo gruppo di amici del Caffè Centrale (è quello in piedi fra la giovane e il pilastro). Vi sono inoltre: Giovanni Sagliani, Lino Demaldè, Massera Ginetto, Guglielmo Bellingeri, Cremonini Antonio, Ido Bottazzi, Erminio Ferruggia, Francesco Parolin, Peppino Cavatorta e la signora Swich.
Bruto, vero nome del nostro personaggio, col lignaggio dei Braibanti. Era nato a Busseto (dunque una famiglia bussetana) da Lorenzo e Arduini Martellina (nome quest’ultimo che darà a sua figlia, la “Celina”). Lei, la Fortunata, era nata a Colorno nel 1882, era una trovatella che era stata allevata dalla famiglia Borlenghi Alberto, nonno delle Dolores Borlenghi e padre dell’Aida-Borlenghi (moglie di Guerino Buffetti).
Si erano sposati nel 1901 e, oltre alla citata Celina, avevano avuto anche la Glorj, divenuta maestra e che sposerà il cav. Manfredo Borlenghi. Personaggi tutti scomparsi all’infuori della Celina, figura bussetana nota a tutti, che vive sola nella sua casa di via Roma, (ora alla Casa protetta) con le finestre sempre chiuse, con la sola compagnia di passerotti che vanno a cinguettare sui davanzali.
Bruto, una figura simpatica, tutta particolare; dopo aver svolto per un certo tempo il mestiere di imbianchino e decoratore (nei primi anni del suo lavoro era dipendente di Giuseppe Angiolini, quindi in proprio, fino al 1932) era entrato nel commercio, come droghiere, con bottega sotto i portici di via Roma (dove ora c’è il “Barino”), una caratteristica bottega, profumata di leccornie che faceva la gioia dei bambini. Alcuni dei quali, quelli più grandicelli e… discoli, gli tendevano tranelli come quello di suonare il campanello della porta della bottega, per far accorrere Bruto, mentre poi entravano nell’altra porta del negozio rubandogli qualche dolcetto (il negozio aveva due entrate distinte). Bruto era addetto anche al botteghino del Teatro Verdi, in occasione dei vari spettacoli e dei veglioni che si svolgevano un tempo; lavoro che assolveva con estrema correttezza e severità. E per questa sua proverbiale intransigenza era fatto oggetto, da parte dei soliti mattacchioni nottambuli di allora, di scherzi, il più famoso dei quali quello di “Ghitello” e soci i quali, per vendicarsi di non averli lasciati entrare in teatro con lo sconto, gli hanno presentato sotto il naso, dall’angusto pertugio del botteghino, un vassoio… fumante dei loro… bisogni. (Che schifo, ragass!).
Bruto era anche un cultore e conoscitore di cose verdiane, passione ereditata dal padre Lorenzo (classe 1831, che faceva il muratore). E di lei, della Fortunata, cosa dire? Era una gran “bona dona”, come si dice di una donna tutta casa e famiglia, in questo caso tutta bottega e famiglia. Una donna che sa e che finge di non sapere: c’era una certa “Titina”, amica di Bruto, che le dava qualche pensiero, anche se, in fondo, pare che Bruto, si limitasse a portarle, di tanto in tanto, solamente qualche cartoccio di caramelle, (che una volta la Fortunata sostituì con materia… poco igienica). Per noi bambini, la Fortunata voleva dire gioie della gola, insomma era sinonimo di dolci; e lei comprendeva questo,e molte volte era lei stessa a chiamare dentro in negozio quei bambini che, non avendo… spiccioli, indugiavano sulla porta, così allungava loro qualcosa da mettere in bocca.
Bruto aveva anche due sorelle e un fratello (Abrandina, classe 1864, Firmina, del 1869 e Ferruccio che era nato nel 1862), delle vicende dei quali non si conosce nulla. Bruto è scomparso nel 1961 lasciando la sua Fortunata vedova per otto anni.

ATTILIO FUOCHI E LA CAROLINA
Una strana coppia da non dimenticare: lui commerciante di mercerie, lei di biciclette e accessori. (L’abbiamo “vista” insieme a suo fratello “Arturu Finulèn” – Leggeri). Eterni fidanzati (poi finalmente sposati già maturi). E sul muro della casa di lei, guarda la combinazione, in bella vista, una delle frasi storiche del ventennio mussolimano: “Abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta”.
Attilio Fuochi ha avuto anche un periodo di notorietà, di natura politica, discreto: nel dopoguerra ha ricoperto, per alcuni anni, la carica di segretario del partito della Democrazia Cristiana. Persona dunque impegnata, dinamica, che se la cavava abbastanza bene affrontando le discussioni più impegnative del difficile momento politico. Bizzarro il suo modo di vestire: portava, ad esempio, calzini di qualsiasi colore, quelli che non riusciva a vendere nel suo negozio, senza alcun timore.

GUNISI E LA TERESINA
Una coppia, questa, combinatasi non si sa bene per quale accordo degli astri: lui, più vecchio di lei di ben ventidue anni, ruvido come la cartaraspa, originale, litigioso; lei tutta dolce e “leggiadra”, buona di carattere, anche- se con le sue stranezze.
Gunisi, che non era un bussetano (era nato a Polesine P.nse nel 1874 ed era approdato a Busseto durante la prima guerra mondiale, nel 1915) rimasto vedovo nel marzo del 1927 (da Delcisa Fedeli) non aveva perso tempo e, dopo soli nove mesi di vedovanza, aveva impalmato la “sua” Teresina. La quale se portava in dote la sua giovane età e l’arte del ricamo (imparato in Francia dove aveva vissuto alcuni anni) aveva anche, come si dice; “la sonta”, vale a dire una figlia naturale (nàtale nel 1922), di nome proprio Teresina. Lei si chiamava Borreri Ines, sorella di “Didòn”, detto “il francese” perchè pure lui aveva vissuto per qualche tempo di là dalle Alpi.
Lui faceva il fabbro, il segantino, “al pusèr” (perforatore di pozzi) contemporaneamente. Era un bravo artigiano, nel complesso e, inutile dire che anche lui amava interrompere la sua giornata di lavoro con qualche staffa di lambrusco all’osteria. Aveva il vezzo di ripetere, anche a sproposito, l’intercalare “parola d’unur” (forse per il fatto che in passato, cioè prima di capitare a Busseto, aveva avuto qualche… discussione col Pretore di Busseto in occasione del fallimento della sua azienda quando questa non era ancora un'”operazione finanziaria” come ai nostri tempi.
Ma il nostro personaggio, che abitava ai Cappuccini, aveva alcune stranezze… coniugali. La prima, la più nota, quella per cui è passato “alla storia”, è quella della… polenta. Si racconta che una volta fece fare la polenta alla sua Teresina completamente nuda, per vedere (come avrebbe poi precisato lui stesso) le movenze del corpo.
Gunisi finiva i suoi giorni nel maggio del 1950; a 76 anni a Colorno (e questo spiega tante cose del suo strano comportamento). (Una volta a Colorno vi era l’ospedale psichiatrico, un ospedale dove bastava qualche disturbo di natura psichica per esservi ricoverati, specialmente se di famiglia disagiata. Non occorreva essere matti: se mai lo si diventava col tempo…). E il laconico comunicato giunto in Comune diceva semplicemente: È morto Gonizzi. La Teresina lo aveva preceduto quattro anni prima, nel 1946.

PATAR NOSTAR: GIUAN E TURÈN
“Giuan Patar Nostar” (padre nostro) tira il rimorchio, operazione naturale (non lo fa per il… fotografo).
Due fratelli che rimarranno nella mente di quanti li hanno conosciuti, ma anche di tutti gli altri, perchè “unici”, specialmente Giuàn, (Guglielmo), personaggio particolarissimo per disponibilità, una gran voglia di lavorare, duramente; sempre pronto alla chiamata, forte, generoso. Di cultura modestissima ma rispettoso verso tutti. “Sì, siur – sì siur“, “Bongiorno siur – Bongiorno siur“, ripeteva spesso, e questo era il suo biglietto da visita.
Faceva il carrettiere, assieme a suo fratello Turèn (Ettore). Partivano alla mattina prestissimo con muli e barra verso lo Stirone, a “fare” la ghiaia, cioè scavarla e caricarla; tutto a mano col badile (e più di una volta caricavano metà barra, salivano dal greto, la scaricavano a terra, ritornavano a “fare” altra ghiaia e risalivano, ricaricando quella di prima e quindi ritornavano a Busseto). Spesso aiutavano loro stessi i muli a tirare la barra. Demaldè il loro casato; non erano proprio bussetani del sasso, il padre, Romeo, anch’esso carrettiere, proveniva da Besenzone; Giuàn era del 1900 e Turèn era nato tre anni dopo.
Giuàn aveva trovato il tempo anche di prendere moglie, la “Pina” `d Bardi, che gli ha dato un erede, il prode Romeo, il quale non ha seguito il mestiere troppo faticoso del padre, ed ora vive ancora nella vecchia casetta, lunga e stretta intruppata nella via Ghirardelli, “capitale immobile” che gli ha lasciato il genitore.
Si era dato da fare anche per la “sportiva” (parliamo sempre di Giuàn Patarnostar), la squadra locale del pallone: era il custode-magazziniere, severo e ligio alla consegna del Presidente e dell’allenatore della squadra. Durante le partite di calcio, nel campo vicino alla peschiera della Villa Pallavicino, era pronto a recuperare i palloni che, inevitabilmente finivano nel fossato, servendosi di una pertica con cestello. Lavoro che lo gratificava agli occhi degli sportivi.
In nostro simpatico personaggio se n’è andato nel 1982, mentre suo fratello “Turèn” era morto due anni prima.

FERRARINI LINO E LA MARIA
La Maria Ferrarini, la più “vistosa” in mezzo al gruppo dei “Traj”. Da sinistra: la Ferrari, la Campioli, i coniugi Burla, e, sedute sul muretto, l’Angiolina Ambrogi moglie del postino, la Maria Mazzera (con in braccio la Teresa), la Rosina ‘d Ciupèla e la Rossi. C’è anche la Marisa Napolitano (figlia del preside Almerindo) al centro della foto.
Anche se non era un bussetano puro (era nato a Fontanellato nel 1903) è divenuto un personaggio conosciutissimo, innanzitutto per il suo mestiere, ma anche per il suo carattere, la sua indole di uomo brillante, sicuro, geniale. A 18 anni era venuto a Busseto a fare l’apprendista meccanico fabbro ferrario da Virgili; era in pensione dai Patroni fin che non venne qui anche la sua famiglia. Imparò subito il mestiere: la meccanica era il suo sogno, la sua strada ed acquisì subito una vasta esperienza su tutta la gamma motoristica. Era riuscito anche, in poco tempo, ad entrare in possesso di una automobile, tutta sua (e a quei tempi era davvero cosa rara per un operaio). Oltre a riparare le auto e revisionarle, ne faceva mercato ed era riuscito a mettersi in proprio, trascinando nella passione per i motori il figlio Ettore (che orinai da molti anni si è trasferito all’estero, in Brasile).
Ma non era finita, non si accontentò di questo. Andò a Milano a lavorare all’Alfa Romeo, specializzandosi sui grandi motori aerei. Con questa specializzazione la nota ditta milanese lo inviò, come “militarizzato” nel Dodecanneso (presso il Comando 104 Gruppo A.S. Aeroporto 806 – P.M. 3450) col compito di garantire l’efficienza dei velivoli da guerra, i famosi aerosiluranti, impiegati in frequenti azioni belliche di lunga durata. (Per tali operazioni, occorre precisare, ricevette lettere di elogio dai vari Comandi di Gruppo e di Squadriglia). Nel frattempo il nostro Lino Ferrarini si era sposato con Maria Pietra, pure essa di Fontanellato, ed aveva avuto, oltre al figlio maschio, l’Emma e la Maria Gabriella (la Gaby).
Anche la Maria, sua moglie, era un tipo molto socievole e divertente. La sua casa, in via Cipelli, era aperta a tutti quelli che passavano di lì, il caffè sempre pronto sulla stufa, “in da ‘d gamèn”, (nel tegamino) e ne offriva a tutti (una volta anche al Vescovo Zanchin, che passando di lì per andare a trovare mons. Azzolini, era stato invitato dalla Maria a “prendere il caffè”). Diceva sempre “puvrèna”, “puvróta”, anche se si trattava di una persona in buona salute e che non aveva problemi economici. Un giorno erano venuti a trovare suo marito un gruppo di amici che dovevano gareggiare in motocicletta qui a Busseto (chi si ricorda, nell’immediato dopoguerra, la gara in circuito attorno al viale Affò?… proprio quella). Lei li aveva accolti in casa e, nel commiato, prima della gara, raccomandò loro: “M’arcmand, ragass, andè pian”. Insomma, voleva dire non fatevi male, quindi… andate piano. Altro che “In bocca al lupo”!
Una bella famiglia la sua; in una contrada, “I tray”, dove regnava la concordia fra le famiglie, la quiete, dove si poteva tranquillamente fare crocchio in mezzo alla via, seduti, come facevano la Maria e le sue amiche, “ingrugnate” sulle seggioline (sedie a cui erano state segate le gambe per essere più comode a rammendare calzini o a lavorare ai ferri e all’uncinetto) Quante chiacchiere e quante risate!

VISEINS E LA GEMMA
Al secolo Guareschi Vincenzo e Barabaschi Gemma, osti dei tempi eroici; che ci hanno lasciato in “eredità” il buon “Rodi” (anch’egli oste fino a che non si ritirò per girare il mondo prima, divenendo poi un esperto ed appassionato “cicerone” verdiano). “Viseins” non era bussetano; era nato a Cortemaggiore nel 1879. Aveva sposato la Gemma (questa sì che era “doc”) nel 1903. La prima osteria era ubicata in via Roma (dove ora c’è il negozio di mobilio di Adriano Cantarelli), quindi in via della Biblioteca. Morto Viseins, nel febbraio 1940, aveva proseguito Rodi, che poi si era trasferito in via Roma sotto i portici vicino al palazzo Orlandi, col “Bar Rodi” quindi Bar Commercio.
Viseins e la Gemma, una coppia ben combinata ed affiatata; adatta a condurre un’osteria di quei tempi, dove si mischiavano i facchini agli impiegati, gli stradini (“stradaròi”) ai vari Orlandi, al Murett, Stefanotti ecc. Insomma, quasi una famiglia dove gli scherzi al paziente Viseins non si contavano. E non vi era concorrenza con le numerose osterie vicino, come “1’Arlói”, “La Léur”, “al Nasiunèl”, “Ciupéla” e così via; cen’era per tutti perchè la gente non aveva altri passatempi, altri svaghi, che quello di bere un bicchiere in compagnia.
Viseins e la Gemma avevano rilevato l’Osteria di Galli, il quale a sua volta aveva comprato l’albergo “Nazionale” (dove subentrerà più tardi “Pumòn”).

TRIK E BARLÌK
Ancor oggi, per descrivere una persona ignorante, di un’ignoranza incolpevole, di uno che “al sa `ngùt” (che non sa niente), si usa dire, a volte, “al ni’n sa me Tric e Barlic”. Questo, però, solamente a Busseto. Perchè una volta (parliamo dei tempi della prima guerra mondiale) esisteva un tipo che era chiamato proprio “Barlic”. Ma nessuno era in grado di dare ulteriori informazioni, nè sul nome o cognome, nè da dove venisse e che fine avesse fatto. Sembra una coppia, dunque, ma è un “single”.
La nostra costanza ed anche fortuna nelle ricerche, ci ha premiato e così abbiamo scoperto almeno uno dei due fantomatici “soci” appunto “Barlic”. Ma non è detto che esistesse anche “Tric”. È invece probabile che si tratti di una sola persona.
Non era un bussetano, si chiamava Seletti Pietro “detto Barlic” (è proprio precisato nel documento ritrovato), era nato a Roccabianca nel 1852, entrato nel nostro comune verso il 1890 e morto nel 1918. Era celibe, senza professione ed aveva abitato alla Gallinara, da Bergamaschi.
Viveva alla giornata e se la cavava (si fa per dire) con piccoli espedienti e furtarelli per cui era divenuto un abituale cliente della locale Pretura (che, rammentiamo, fino al 1921 era a Busseto) ed aveva conseguentemente perduto il diritto al voto. (Un bussetano d’oggi racconta che Barlic fu visto sfilare, da sotto al braccio di un uomo che era intento ad ascoltare un imbonitore al mercato, un pacchetto, svignandosela, anche se era stato individuato e quindi denunciato).
“Tric e Barlic”: quasi il rumore di una cella che si apre. Ed a proposito dell’espressione “al sa gnènta”. Anche se non è proprio bussetana del sasso ma piuttosto “polesineggiante”, della bassa, pare che questo vocabolo dialettale provenga da molto lontano, addirittura dall’epoca longobarda.
Un’altra versione del “Tric e Barlic”: era così chiamato un gioco fatto con l’unghia del maiale, opportunamente seccata, che produceva un rumore secco e caratteristico. Chi se lo ricorda?
 

PINCÒN E BALÈN
Anche questi due amici sono piuttosto anonimi; qualcuno giura che sarebbero quei due famosi che, per raggranellare qualche palanca, si fingevano uno cieco e l’altro accompagnatore (senza indennità di accompagnamento, si direbbe oggi). Fino a che, il finto cieco, Pincòn non si tradì quando, rispondendo all’amico che gli faceva notare che c’era la “pèca” (gradino), lui rispose: “L’ho vista, sum mia orb!” (non sono orbo), vanificando così sul nascere la loro carriera di apprendisti questuanti.



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