Nothing

 

 

 

NIENTE DI MEGLIO DA FARE…
Di Arthur James Charles Wallis

INTRODUZIONE
Durante una visita alla Biblioteca di Busseto effettuata dal gruppo di Storia locale nell’autunno del 2002 il prof. Corrado Mingardi ci mostrò la foto di un gruppo di prigionieri inglesi nel campo di concentramento di villa Pallavicino nel 1942, campo che fu smobilitato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
La foto gli era stata inviata da David Wallis, figlio di un ufficiale prigioniero proprio a Villa Pallavicino, che era venuto a Busseto per rivisitare i posti indicatigli dal padre. In seguito egli spedì alla Biblioteca il libro scritto dal genitore, Arthur James Charles Wallis.
La cosa ci incuriosì assai, trovando altresì riscontro in altre testimonianze orali. Ad esempio. la signora Erminia Comati, all’epoca “lattina”, interpellata confermò la presenza di questi militari inglesi internati alle Scuderie della Villa Pallavicino, custoditi da un corpo di guardia tedesco alloggiato nel vicino Convento di S. Maria degli Angeli. La signora Comati dichiarò che quotidianamente suo marito riforniva il campo medesimo con due bidoni di latte.
Tutto ciò ha spinto un’ ”isola di lavoro” del gruppo di Storia locale a prendere in mano il libro di A. L C. Wallis, nel quale gli avvenimenti sopraddetti erano contenuti, e a scegliere le parti più significative di questa presenza a Busseto in quel grave momento storico.
Grazie all’aiuto di tanti altri ragazzi di varie classi, coordinati dalla prof. Anna Bonatti, è stato possibile tradurre queste pagine dall’inglese, concludendo un lavoro scolastico, che si offre alla lettura e all’attenzione di quanti nel nostro paese sono curiosi di conoscere uno stralcio di vita vissuta particolarmente significativo.

Isola di lavoro
Bottazzi Luca
Bozzetti Luca
Colombari Alberto
Montanari Luca

16, LANGHANI DRIVE
Narborough, Leicester
ENGLAND . LE9 SEY
24th October 1997

Professor Corrado Mingardi
Egregio signore,
desidero esprimerle i miei ringraziamenti per l’ospitalità che lei ha gentilmente mostrato a mio figlio David Wallis, durante la sua visita al Campo 55 di Busseto, dove fui prigioniero di guerra per circa 18 mesi.
Forse un giorno potrò visitare io stesso Busseto.
Distintamente
Arthur Wallis
(Arthur J. C. Wallis)

 
LA TRADUZIONE
PREFAZIONE
Alcuni anni fa ho chiesto a mio padre se desiderava registrare le sue esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale. Mio figlio era ancora molto giovane all’epoca e probabilmente, come molti bambini della sua età, guardava films in TV che glorificavano la guerra. Io sentivo che lo avrebbe aiutato a capire ciò che la guerra è veramente e leggere le memorie di qualcuno vicino a lui, che amava e rispettava, poteva aiutare lui (e altri) a comprendere che la guerra non è gloriosa, ma futile e uno spreco di vite. Mezzo meschino se tutto si compie combattendo, meglio risolvere i contrasti in modo amichevole, democratico e Civile.
Anche quando io ero giovane, occasionalmente mio padre raccontava alcune esperienze bizzarre durante gli anni della guerra, gli incidenti più divertenti, che io trovavo essere i più affascinanti. Comunque io non riuscivo ad ottenere un quadro completo di dove lui era stato, di che cosa gli era accaduto, come si sentiva e come cercava di sopravvivere essendo stato prigioniero per tanti anni, dal momento lui raramente parlava di questo con noi, poiché io ho sempre pensato che era troppo doloroso per lui ricordare.
Recentemente egli infine mise nero su bianco e ciò che iniziò semplicemente come “butta giù le tue esperienze, papà“, divenne un progetto di dodici mesi.
Vorrei pensare che mio padre trovò questa “un’esperienza purificatrice” dopo tutti questi anni. Certo, lui capì che questa era “un’esperienza” in cui io lo spingevo a scrivere di più e poi gli chiedevo subito riguardo alle ultime pagine scritte a mano, quando giungevano a casa nostra per essere dattilografate.
Io so che ho trovato questo progetto un’esperienza gratificante. Ho visitato i campi di prigionia (o ciò che è rimasto di essi) dove egli passò circa tre anni, in Italia e Polonia, che ho scoperto essere molto toccanti.
Nonostante avessi visto immagini sconcertanti della vita di prigione nel Museo di Guerra in Polonia, del campo dove mio padre era stato incarcerato, e dopo aver compilato queste memorie, io non so ancora apprezzare veramente quale coraggio, determinazione e forza di carattere sono occorsi per sopravvivere e restare così positivo per tutte le cose.
La maggioranza di noi deve la vita e la libertà a mio padre e a migliaia come lui, molti dei quali non sopravvissero nemmeno. lo sono orgoglioso di essere suo figlio e lo rispetto enormemente!
Nessun tentativo è stato fatto per presentare questi ricordi come un trattato letterario, il mio scopo è stato quello di registrare gli eventi come li ricordavo e come mi influenzarono personalmente.
Il lettore osserverà che ho spesso detto “come riesco a ricordare”, o “probabilmente”, questo perché con il passare degli anni la memoria tende a diminuire!
Durante questi anni io ho trovato e perso molti amici fedeli, leali e sinceri e spesso mi sono chiesto quanti sono sopravvissuti.
C’erano molti eroi, ma fondamentalmente noi eravamo tutta gente ordinaria, unita per una causa comune, per proteggere la libertà del nostro paese e per sconfiggere Hitler e la sua macchina da guerra.
In tutta umiltà, io dedico queste memorie alla Croce Rossa Internazionale, senza il cui supporto, le cure amorose e l’approvvigionamento di cibo, io e migliaia di altri prigionieri di guerra non saremmo sicuramente sopravvissuti.
A.J.C. Vallis

NIENTE DI MEGLIO DA FARE…
di Arthur James Charles Wallis
No: 2065098
Bombardiere, Genio Britannico, 8a Armata, 43 Divisione indiana

ITALIA
Quanto durò il viaggio? Noi non riuscimmo a saperlo. Ma ora noi avevamo finito, le macchine erano spente e c’era un grande rumore sopra di noi sul ponte, quando le pesanti porte della stiva si forzarono lentamente nell’aprirsi. Noi stavamo sbarcando, ma dove eravamo? Più tardi trapelò che il nostro nuovo campo temporaneo POW (n.d.r.: prigionieri di guerra) era a Bari, nel sud Italia.
Ancora non c’era cibo, ma prendemmo un po’ d’acqua. Tutti noi continuavamo ad esistere grazie ai grassi del nostro corpo; ma quanto potevamo sopravvivere in questo modo?
Su questo campo non c’erano attrezzature, niente da dormire e niente da mangiare.
Dopo qualche tempo noi fummo mandati alla stazione ferroviaria e fatti salire sul treno dalle guardie italiane. (Io ricordo che in questo viaggio alcuni POWS trattennero le guardie in conversazione mentre i loro compagni rubavano una delle razioni della guardia dalla sua bisaccia).
Stavamo iniziando a capire che “tutto è lecito in guerra” e che la salvezza di se stessi era all’ordine del giorno, comunque per una persona come me, che era stata educata ad essere onesta, questa filosofia era difficile da seguire. Più ero prigioniero più accettavo la situazione! Dopo un lungo viaggio il treno raggiunse la destinazione finale da qualche parte nella valle del Po. Ci schierammo e dopo una breve marcia scorgemmo la nostra nuova “casa” nel paese di Busseto. Come entrammo nella costruzione, notai che la scritta sull’entrata ad arco era “IN CAPTIVITATE HUMANITAS” (o simile), ho sempre pensato che in tempo di pace era probabilmente un ospedale psichiatrico. Noi dovevamo rimanere qui per quattordici mesi.
(Fu riconosciuto successivamente da mio figlio che visitò la costruzione – essa esiste ancora- essere le stalle e gli alloggi dei servi della Villa Pallavicino che appartiene ai Marchesi).
Scoprii che stavo dividendo il letto a castello con un soldato alto sei piedi e cinque pollici, un gigante di uomo che era sia molto tranquillo sia imperscrutabile. Noi dovevamo diventare molto legati c “Muckers” (un’espressione dei prigionieri usata per due amici che si aiutavano l’un l’altro in ogni occasione). Il suo nome era Michael Carr del Gruppo del Deserto di Lunga Portata (LRDG).
Il LRDG operò con il S.A.S. (Servizio Speciale dell’Aria) dietro le linee nemiche nel Deserto Libico. Uomini davvero duri e coraggiosi, che venivano di solito giustiziati al momento della cattura. Sebbene Mike fosse un prigioniero, lui mi passava ancora poche informazioni sulle vicende passate.
Altri soldati andarono a lavorare nelle fattorie; come NCO, io feci un lavoro amministrativo da impiegato all’interno del campo.
(Mi sono chiesto solo ora perché Mike non doveva uscire a lavorare perché io sapevo che lui non era un NCO. Probabilmente i Tedeschi, sapendo che lui era un navigatore ncll’LRGD, ritennero prudente limitare qualsiasi “libertà relativa”).
Il più grande nemico di un POW, la monotonia, iniziò a travolgere le nostre vite.
Essendo sentimentaliste, le guardie italiane ci trattavano come esseri umani. Esse non erano interessate a partecipare alla guerra, furono trascinate nella mischia da Mussolini per incitamento di Adolf Hitler.
Noi non mangiavamo ancora regolarmente, in realtà non eravamo sorpresi perché come partecipazione del loro sforzo di guerra gli Italiani avevano rinunciato alla loro colazione.
Per la prima volta da quando fummo catturati a Tobruk, io cominciavo a sentire la perdita della mia libertà essendo confinati tra le mura del nostro campo, conosciuto come “CAMP 55”.
Io mi tenevo allenato facendo le registrazioni dei prigionieri alleati che entravano, partivano e lavoravano attorno al campo.
Poiché ogni giorno era uguale all’altro, io credo che per questo periodo del mio soggiorno “penserò a voce alta” ai fatti salienti che passavano per la mia mente.
Le autorità italiane informavano il comandante del campo britannico sulle razioni di cibo che dovevamo prendere. Nonostante fosse molto frugale, era più di quanto stabilito. Ogni giorno un gruppo di quattro persone facevano il giro con la guardia al quartier generale italiano, lontano circa un miglio, per raccogliere pasta e olio d’oliva. Io partecipai una volta a queste uscite. La pasta era messa dentro un sacco e poi pesata su un piatto di una pesa. Quando possibile, mentre due prigionieri distraevano le guardie, uno degli altri due metteva il piede sotto il piatto della bilancia. Altra pasta veniva messa nel sacco (superiore alla quantità assegnata) che era alzato velocemente dal piatto prima che il trucco fosse notato dalle guardie. Non so quanta pasta “rubassimo” prima che la nostra disonestà fosse scoperta. Senza dubbio i colpevoli vennero puniti, ma come, non ricordo.
Fortunatamente i pacchi cibo britannici e canadesi ci pervenivano via Croce Rossa senza questi le nostre possibilità di sopravvivenza sarebbero diminuite molto. Un giorno scortati dalla guardia, otto di noi che avevano espresso desiderio, furono mandati alla funzione religiosa della Chiesa Cattolica locale. A causa della difficoltà della lingua non capivamo l’andamento della cerimonia o la maggior parte di quanto era detto, ma era un’esperienza e ci teneva fuori per un po’.
Tentare di tenersi allenati non era facile, poiché c’era poco spazio nel Campo 55. Alla sera i prigionieri potevano essere visti correre bruciando il filo lungo le cuciture dei loro vestiti nel tentativo di uccidere i pidocchi che invadevano i loro corpi a migliaia. Le guardie italiane erano nella nostra stessa situazione. Più spesso possibile noi ci radevamo tutti i capelli cosa che aiutava in qualche modo ad alleviare il prurito quando dormivamo.
La disciplina era mantenuta e rinforzata dagli Ufficiali Superiori Alleati. Ogni giorno, al mattino presto. c’era un’ispezione per assicurarsi che gli inquilini si fossero lavati, fatti la barba (controllando che la lama del rasoio fosse ancora ragionevolmente appuntita!), gli stivali puliti e l’attrezzatura ordinata e riposta in uno zaino o in una borsa.
Sebbene non in condizioni fisiche particolarmente buone, i prigionieri dovevano frequentare sessioni di allenamento fisico. Per passare il tempo, si tenevano conversazioni educative e si leggeva un numero limitato di libri.
(Alcuni anni fa, quando mio figlio, sua moglie e due figli portarono me e mia moglie Kathleen in vacanza in Austria, noi visitammo proprio questi binari di raccordo molto nostalgico e con le lacrime agli occhi io scattai una fotografia del posto preciso dove circa 50 anni prima io ero un giovane solo, prigioniero in un vagone di bestiame, incerto del suo destino personale).
lo non posso ricordare (quanto spesso ho usato quest’espressione è veramente non essere capace di ricordare o è il cervello capace di bloccare selettivamente o convenientemente spiacevoli memorie?) da quanto tempo eravamo in quei vagoni, ma erano alcuni giorni. Come al solito, niente acqua niente cibo e nessun luogo dove riposarsi. Questo incubo fini ed io almeno ero sopravvissuto.
Eccoci qui di nuovo. Seguendo un sentiero dalla stazione, noi potevamo vedere i cancelli della nostra nuova “casa” che si aprivano di fronte a noi. Questo campo era molto diverso da qualsiasi altro in cui ero stato nei mesi passati.
Questo era “Lamsdort”, nel nord-est della Germania vicino al confine polacco.
Molto prima dell’alba del giorno dopo, fummo svegliati da un grande chiasso e da comandi gutturali fatti dai soldati tedeschi, che snidavano “Rouse” (in altre parole, “Muovetevi’). Poteva essere un incubo? Sfortunatamente, no. Tedeschi con alti stivali erano su tutto il campo e schieravano non solo tutti i prigionieri alleati ma anche gli Italiani. Liberi per poche ore e ora “indietro nel sacco” di nuovo. Oggi io posso ancora vedere la situazione disperata di quel momento. Proprio la nostra fortuna, essendo a nord i Tedeschi potevano prenderci prima che l’esercito alleato avesse il tempo di raggiungerci.
In poco tempo ci fecero marciare fuori dal campo e passare un ponte sul fiume Po.
(Io ho un vivo ricordo di ciò, poiché sul ponte giaceva il corpo di un soldato alleato che era stato ucciso e si stava deteriorando. La sua uccisione forse serviva per ammonirci che i Tedeschi non tolleravano alcun problema).
Noi capimmo che non potevamo aspettarci sotto i Tedeschi lo stesso trattamento umanitario che avevamo ricevuto dagli Italiani. Rispetto all’italiano piuttosto sentimentale, il soldato tedesco era un individuo molto diverso; il suo unico e solo pensiero era seguire Hitler, a destra o a sinistra, nessuno spazio per il sentimento o la compassione. Un po’ più tardi dovetti cambiare il mio punto di vista, anche se tratterò sempre (e lo raccomanderei alle generazioni britanniche future) “molto diplomaticamente” con il popolo tedesco.
La notte precedente noi raggiungemmo alcuni binari di raccordo dove fummo “caricati” o piuttosto “raggruppati” nei vagoni bestiame. Era difficile trovare spazio per sedersi sul pavimento sporco. A parte il viaggio a Bari, precedentemente descritto, questa fu una terribile esperienza.
Alcune ore più tardi il treno entrò nei binari di raccordo e si fermò (risultò essere Innsbruk), dopo di che c’era moltissima confusione fuori, con l’interno dei vagoni illuminato attraverso le fessure delle assicelle sulle fiancate dai riflettori tedeschi che penetravano il cielo. Poteva essere solo la Royal Air Force che stava bombardando le tettoie della stazione e i binari di raccordo. Un pensiero passò attraverso la mia mente, che fortuna! Aver ottenuto ciò senza un graffio solo per perdere la mia vita o essere gravemente ferito come risultato dell’azione delle mie forze personali. Fortunatamente noi non fummo colpiti può essere successo che attraverso il servizio informazioni segrete la RAF abbia saputo che cosa contenevano i vagoni.
(La guerra apparentemente era andata molto male per loro e l’alleanza con la Germania non andava a loro vantaggio come si erano aspettati. I complotti contro Mussolini si stavano preparando nel Novembre del 1942 e il 14 Luglio 1943 (n.d.r.: in effetti si tratta del 24 Luglio), in un incontro del Gran Consiglio fascista il Duce ricevette uno schiacciante e stupefacente voto di sfiducia. Il giorno dopo, il Re di Italia lo fece arrestare e portare via in ambulanza).
L’8 Settembre 1943, alle ore 18,30, il Generale Eisenhower annunciò la resa dell’Italia. Sfortunatamente per gli eserciti alleati e per i molti prigionieri di guerra in Italia, i Tedeschi che stavano occupando l’Italia velocemente presero il controllo, disarmarono gli Italiani e si prepararono per una campagna di difesa. In questo momento una forza degli Stati Uniti era sbarcata sulle spiagge di Salerno).
Eravamo liberi? Sicuramente dovevamo esserlo. L’ufficiale superiore britannico ci passò tutti in rassegna e affermò che dovevamo essere preparati a giocare la nostra parte, non importa quanto piccola fosse, e malgrado il nostro stato fisicamente provato.
Può essere difficile valutare i nostri sentimenti in questo momento. Nonostante il nostro stato molto teso, non si provava alcuna animosità verso gli Italiani, nostri catturatori e guardie. Guardando indietro, c’era un generale senso di pietà per loro, perchè nessuna clemenza dovrebbe essere mostrata loro per l’avanzamento (o il ritiro) dell’esercito tedesco.
Deve essere ricordato che sebbene noi fossimo dei POWS eravamo ancora soggetti all’esercito britannico e alle sue regole e regolamenti e dovevamo rispondere all’Ufficiale Superiore Britannico, perciò noi ubbidivamo agli ordini dei nostri superiori. Come risultato non ci furono disordini né castighi per quanto riguardava le guardie italiane. I magazzini di cibo non erano stati attaccati perché si sapeva che il cibo in più era disponibile.
Una situazione molto strana prevalse. Era particolarmente importante che l’integrità e l’umanità degli Alleati fossero mostrati verso gli sfortunati ex-alleati delle forze dell’Asse. Non era necessario che i soldati arresi deponessero le armi mentre stavano unendo le forze con gli Alleati.
Insieme alle guardie italiane, si fecero dei piani per lasciare Busseto. I nostri animi erano sollevati quando andammo a dormire quella notte.
Ogni giorno, due prigionieri controllati dalle guardie, dovevano svuotare lo scarico dei water e riempire un barile posto sul retro di un carro tirato da un cavallo (penso che fosse conosciuto come un “carabotti”). Io credo che questo venisse condotto fuori dall’accampamento e sparso su un campo ad una certa distanza.
I giorni passavano senza notizie dei progressi di guerra degli Alleati. L’estate era arrivata e stava quasi per andarsene. Quanto tempo sarebbe durato questo spreco di vite umane? Forse non più per molto, perché il 3 Settembre 1943, con grande gioia degli Italiani e parimenti dei prigionieri, fu annunciato che l’Italia s’era arresa agli Alleati.
I miei giorni passavano velocemente, come precedentemente ho detto, io ero membro della piccola squadra di amministrazione. responsabile del razionamento con la distribuzione dei pacchi di cibo della Croce Rossa quando essi arrivavano al campo, che era molto rara e dell’emissione dei moduli di lettera per Posta Aerea. Un altro compito era registrare i POWS nel campo e i loro movimenti dentro e fuori.
Nonostante questo comunque, il limitato consumo giornaliero di razioni di cibo e la noia nei giorni in cui avevo poco lavoro da impiegato da sbrigare, il tutto era molto monotono. C’erano delle volte in cui ero invidioso di quelli che andavano fuori dal campo a lavorare. sebbene avessi capito che avevo grande possibilità di sopravvivere dentro le mura dell’edificio dell’Amministrazione.
Noi avevamo il permesso di scrivere una lettera al mese. che era pesantemente censurata. Poiché io lavoravo in ufficio per l’ufficiale del Comando Britannico, ero responsabile delle emissioni di questi moduli di posta aerea e di tenere rigorose registrazioni di tutte le spedizioni fatte. Fu quando certi potenziali destinatari rifiutarono i moduli delle loro lettere che io capii che potevo “fare un imbroglio”. Il modulo veniva piegato a metà la parte anteriore era usata per il nome del destinatario e l’indirizzo, il messaggio scritto all’interno e, ciò che rendeva il mio piano realizzabile. il nome del mittente scritto nella parte retrostante. Io mandai a mia madre, alla famiglia e a due ragazze che conoscevo circa dodici lettere al mese una a mio nome (alle ragazze) e le altre alla mia famiglia con i nomi di quei prigionieri che avevano rifiutato i loro moduli delle lettere!! Io contavo che sia mamma che Fred capissero che tutti questi strani nomi fossero “nomi di penna” di loro figlio!!
Dalle lettere occasionali che ricevevo di risposta. era chiaro che mia madre si era resa conto di chi fosse il mittente senza capire il “cambiamento di nome”. Lei era abbastanza astuta perché non menzionò mai nelle sue lettere questa “anomalia”.
Naturalmente, giorno dopo giorno noi parlavamo della guerra, sebbene, senza alcuna radio o notizie di qualsiasi genere, fosse alquanto inutile. Per rompere la monotonia, per un giorno comunque, alcuni di noi furono portati fuori dalle guardie a fare un giro. Busseto non era diverso da un paese inglese, e persino in queste circostanze noi trovammo attraente. Noi camminammo fino al vicino paese “Le Roncole”, nel territorio di Parma; non passò molto tempo prima che noi venissimo a conoscenza del perché gli Italiani ci mostravano con orgoglio la casa dove il compositore Giuseppe Verdi era nato. A me personalmente diverti questa scampagnata.

Epilogo
Nel 1950, io divenni il Direttore dell’Ufficio della Shell Chemicals (Midlands) Limited e a parte i miei doveri amministrativi, prenotai l’alloggio in albergo per il personale della Shell di Londra che era in visita ai nostri uffici regionali di Birmingham. Un giorno, il sig. Bennister (non ricordo il suo nome di battesimo, perché l’ho sempre chiamato “Ben”), un chimico dei nostri laboratori di ricerca, arrivò nel nostro ufficio. Egli mi chiese di prenotargli l’albergo, ma con tale breve preavviso ciò non fu possibile. Io informai Ben e lui mi disse: “Non preoccuparti Arthur, posso stare con i miei amici a Stone nello Staffordshire“, al che risposi : “Avevo un grande amico che veniva da Stolte. Eravamo POWS insieme. La sua famiglia aveva una compagnia per la fabbricazione della birra di nome Carr“. Con mio stupore disse: “Quella è la famiglia con cui starò“.
Il giorno dopo. Mike Carr, che io non avevo visto dalla sera in cui scappò via da una delle nostre soste notturne, durante la nostra lunga marcia per raggiungere le linee americane, apparve alla porta del mio ufficio. Così dopo tutti i miei precedenti inutili sforzi di trovare Mike, noi eravamo insieme per un incontro commovente.
Per coincidenza, mentre stavo scrivendo queste memorie, apparve un articolo sul nostro giornale locale “Leicester Mercury”, con una fotografia dei POWS nello Stalag VIII B, Lamsdorf. La persona che inviò la fotografia. un Polacco, che era nel campo dal 1944 ed era stato mandato a lavorare in una miniera di carbone in Polonia, chiese di avere notizie da qualcuno che si trovava nel campo in quello stesso periodo.
lo gli telefonai e feci una lunga chiacchierata, durante la quale egli mi disse che la nazione polacca aveva costruito un museo nel Campo di Lamsdorf, come memoriale di tutti coloro che morirono e sopravvissero come prigionieri in quei terribili anni.

Mio figlio in seguito fece una visita al museo (e ai resti delle costruzioni che erano il Campo 55 a Busseto) e raccolse diverse informazioni e immagini, molte delle quali appaiono in questo libro.

IMMAGINI


LIBRO in formato PDF



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *