Teatro verdiano

 

 

Modesto contributo alla polemica sul Verdi 2001
a cura di adriano concari
IL TEATRO NAZIONALE VERDIANO A BUSSETO
Un opuscolo del 1938 una serie di proposte “ben pensate” per onorare il Maestro

 Nel 1938-XVI la Tipografia Alberto Secchi di Busseto diede alle stampe un opuscolo di una cinquantina di pagine, che ruotava attorno alla anche allora “vexata quaestio” di onorare degnamente a Busseto il suo grande Figlio, Giuseppe Verdi, con la creazione di un Teatro Nazionale nella sua terra natale.

L’occasione era data dall’imminenza del Centenario della rappresentazione della prima opera del Maestro, “Oberto, Conte di San Bonifacio”, che sarebbe caduto l’anno dopo, il 1939.
Significativamente nel libretto sono rammentate altre due date, il 1913 e il 1926, ricorrenze del Centenario della nascita e del Venticinquesimo della morte di Verdi, legate alle sublimi interpretazioni operistiche che Arturo Toscanini offrì a Busseto e al mondo intero.
Riproporre la lettura di questo opuscolo d’altri tempi… attualissimo è un modo per trarre dalle vicende passate spunti capaci di farci meditare sul dibattito odierno, alimentato dalle polemiche che riguardano il cosiddetto Verdi 2001, nel Centenario della morte.
Depurato dagli orpelli linguistici e dalla temperie ideologica del tempo (nel 1938 si era in pieno Fascismo), lo scritto contiene domande, proposte, “verità” che ancora oggi vanno lette con grande attenzione. Noi, pur non “sposando” nessuna tesi in particolare, non nascondiamo di esserci lasciati attrarre da alcuni passi oltremodo invitanti. E’ evidente che non auspichiamo ritorni al passato “in toto”, ma, come suol dirsi, buttare con l’acqua sporca il bambino è cosa folle: occorre appunto del passato non rigettare tutto, ma conservare e rivalorizzare i contributi positivi.

***

L’opuscolo si apre con un articolo del senatore Innocenzo Cappa intitolato “Punti interrogativi dedicati a Busseto”, che dà il “la” alla trattazione, e la prima notazione critica si riferisce proprio all’opera “Oberto…”, là dove afferma che, scritta nel 1837, “un impresario di Parma ebbe il merito di rifiutarla” (punti interrogativi.).
Il Cappa poi sottolinea l’importanza dei luoghi verdiani come “propizi alla formazione del suo temperamento, chiaro, rettilineo, fatto di semplicità dei campi e di ardente aspirazione verso i sentimenti fondamentali ed essenziali della vita” (pag. 9).
La celebrazione del 1913 con la sublime direzione di Toscanini del “Falstaff” offre quindi al Cappa il destro per indicare nel Teatro di Busseto “la prima base di una Istituzione nazionale, specie di Bayreuth italiana”, mentre “Parma non lontana a Busseto potrebbe fornire le basi del suo Conservatorio e Salsomaggiore forse la curiosità internazionale di quei suoi frequentatori…” (pag. 9)..

***

Degna di nota è l’adesione del Federale di Parma all’iniziativa del senatore Cappa, rimarchevole soprattutto nelle seguenti parole: “La proposta non poteva partire con altrettanta autorevolezza da Parma, perché si sarebbe potuto pensare ad un movente non esclusivamente artistico…” (pag. 11). Quanto siamo lontani dalle odierne, impudiche, “democratiche” definizioni di un Verdi Festival frutto di innaturali sinergie tra Parma e Reggio Emilia a scopi speculativi o dalle fantasiose delimitazioni di Terre Verdiane che sconfinano fin sulle pendici appenniniche estranee al Nostro!

***

Il professor Fernando Demaldé, in nome della Città di Busseto, manifesta la vibrante gratitudine della popolazione e, con accenti ben più persuasivi delle flebili lamentazioni dei nostri attuali amministratori, sostiene il “diritto” di Busseto ad avere il Teatro Nazionale Verdiano (pag. 13), considerando “la realizzazione del progetto…come un impegno d’onore verso il suo grande Figlio” (pag. 14).

***

Proseguendo nella lettura dell’opuscolo, è la volta del professor Federico Mompellio del Regio Conservatorio di Musica di Parma, nonché critico teatrale del “Corriere Emiliano”, il quale stende uno studio sull’intera questione, intitolato “Ragioni ideali e pratiche per la creazione del centro verdiano”.
Evitando una parafrasi per esteso delle riflessioni del Mompellio, che chi vorrà potrà leggersi interamente nell’allegata riproduzione del libretto, vogliamo estrapolare e segnalare solo alcuni passi che ci paiono attinenti all’attualità della vicenda, comunque degni di nota.
“…Busseto dovrà essere un tempio dell’arte, e non un mezzo di speculazione. Se la realtà artistica porterà con sé…conseguenze economiche e turistiche alla regione, tanto meglio… Ma tali conseguenze dovranno sempre rimanere conseguenze del fatto artistico, il quale non dovrà essere inquinato neppure dal sospetto che dell’arte di Giuseppe Verdi si faccia mercato proprio nella sua terra” (pagg. 16-17).
“…Busseto dovrebbe divenire un centro di culto del nostro migliore passato operistico, personificato nella figura di Giuseppe Verdi, e nello stesso tempo un centro d’attività musicale rivolta verso il futuro…” (pag. 17).
“Gli esecutori verrebbero scelti fra i migliori della lirica, poiché le esecuzioni di Busseto dovrebbero far testo… Naturalmente…occorrerebbe una mente d’artista…che, col massimo disinteresse, fosse giudice e duce supremo…il cui solo nome bastasse ad imporre rispetto e disciplina e fosse simbolo di massima umiltà e severità ad un tempo verso l’Arte del nostro Grande. Superfluo aggiungere che gli interpreti dovrebbero compiere questo rito artistico come un atto di fede: quindi, nessun lauto guadagno…” (pagg. 18-19).
“…perché non affidare stabilmente alla nostra città [Parma] l’incarico della gara finale di bel canto…?…la nostra città, vicinissima alla terra natale di Verdi,…non è indegna…d’un tale onorifico incarico. …Perché…non aiutare in Parma la formazione e la vita d’una corale…? L’orchestra stabile…oltre che suonare a Busseto per le rappresentazioni verdiane…avrebbe subito altra attività da svolgere…” (pagg. 20-21).
“L’opera ‘tota nostra est’…L’opera non deve morire…deve tenersi ad alta quota e rimanere sempre italiana, senza cioè trasformarsi in sinfonia. Ora, quale miglior modello…di un Verdi, di un operista che è fra i più tipici rappresentanti di questa forma intimamente italiana…?…ecco perché Busseto deve divenire una Bayreuth italiana…” (pag. 22)
Noi siamo ancora d’accordo, a distanza di oltre 60 anni, con le parole del maestro Mompellio, ma dalla Ministra del Turismo e dello Spettacolo, la Melandri, in giù quanti altri lo sono?

***

“Riccardo Wagner provvedette da se stesso a far sorgere la sua Bayreuth, e invece Giuseppe Verdi, con santo altruismo, pensò alla Casa di Riposo dei Musicisti. Questa non è una ragione, perché la nuova Italia…non debba sentire il desiderio di creare, là dove il Verdi visse i suoi primi anni ed ebbe i suoi primi maestri, ed ottenne il mecenatismo del Barezzi, l’altare del senso drammatico tradizionale nostro…” (pag. 26), così attacca in un secondo articolo il senatore Cappa, ricordando che già nel 1928 il Podestà di Busseto, discendente e omonimo del Maestro, aveva dettato l’idea, alla quale da Londra aveva entusiasticamente plaudito Guglielmo Marconi.
Relativamente al problema economico, il medesimo senatore ha qualcosa d’interessante da dire:
“…nessuno può dimenticare che per il monumento del Duca della Vittoria furono dal Governo fascista fissati contributi, che i Comuni prestarono senza travaglio e che la Scala di Milano trae partecipazioni sugli utili degli spettacoli di altri teatri, il che può indicare la via da seguire per finanziare la impresa di Busseto, dato che forse non si vogliono incoraggiare nuove lotterie…Non c’è bisogno di battere troppo la gran cassa, perché Roma non è sorda, quando si parla dell’autore delle opere melodrammatiche italiane, che tutto il mondo civile onora…Non per oblio, ma per disciplina, in Busseto fino ad oggi si tacque e intorno alla antica gentile speranza gli animi sono tutti concordi: Che non sia delusa” (pagg. 28-29).
Con la seconda guerra mondiale il Fascismo è caduto, poi sono venuti più di 50 anni di democrazia, durante i quali nessuna disciplina ha impedito di parlare, ma forse è intervenuto l’oblio, facendo dimenticare il senso originario e genuino delle proposte per Verdi a Busseto. Oggi non è rimasta più neanche la speranza: Verdi è veramente morto 100 anni fa!

***

Nel XXXVII Annuale della Morte di Giuseppe Verdi (1938) “Busseto ricorda”, per bocca del Podestà Lino Carrara, che “Il nostro piccolo teatro ha visto già di codesti prodigi…Il primo Centenario…della nascita fu celebrato in Busseto nel 1913, con la rappresentazione di due opere…‘La Traviata’ e il ‘Falstaff’…Fu la esecuzione eccezionale, presentata da Arturo Toscanini…E fu da codesta appassionata esecuzione, perfetta, che nacque quasi spontanea l’idea del tempio d’arte, da erigersi nella terra natale di Giuseppe Verdi, dove Arturo Toscanini aveva ricondotto anche la sua patria artistica…” (pagg.32-33).
Lino Carrara ricorda che anche nel Venticinquesimo della Morte di Verdi (1926) venne nuovamente rappresentato “Falstaff”, sempre diretto da Toscanini, “il che diede occasione alla Amministrazione del Podestà cav. Giuseppe Verdi, congiunto del sommo Maestro, di sviluppare arditamente il programma del Teatro Nazionale” (pag. 34).

***

Già…Giuseppe Verdi, il pronipote omonimo del Cigno di Busseto: anch’egli interviene in quell’anno 1938, ribadendo la necessità “di erigere nella terra originaria che gli diede i natali il tempio dell’arte verdiana…la sua realizzazione non può dissociarsi dalla terra nativa, per un indivisibile collegamento che esiste fra l’Uomo e la sua terra” (pag. 36).
Ricordando pure lui l’esecuzione insuperabile di Toscanini del “Falstaff” del 1926, il cav. Verdi chiosa così:
“In quei giorni tutti…sentirono il bisogno di donare allo spirito una più elevata, continuativa possibilità di avvicinamento fra l’Uomo, le sue opere e la sua terra, e questa sensazione…culminò in una plebiscitaria adesione alle proposte lanciate da Busseto…” (pag. 37). Oh, come si sono invertite le parti oggi: non solo non ci ascoltano noi di Busseto, incerti e divisi anche al nostro interno, ma siamo pure costretti a dire grazie per le briciole che gli altri lasciano “generosamente” cadere ai nostri piedi!
Con una potente riaffermazione di “bussetanità” prosegue il Verdi pronipote: “Che non sia possibile dissociare Verdi da Busseto non vi ha chi non ne sia convinto. Busseto non è soltanto la terra originaria, ma il sacrario, dove tutto parla della vita del sommo maestro” (pag. 37) e cita le reliquie di questo sacrario, la casa nativa e la chiesetta di Roncole, il museo e il teatro, casa Barezzi e casa Orlandi, il rifugio di S. Agata, insomma i luoghi verdini, fra i quali non sono tuttavia segnalati, perché proprio non potevano esserlo se non stravolgendo la storia e il buon senso, né il palazzo Cusani o il “Teatro Due” di Parma né il teatro “Valli” di Reggio nell’Emilia: ma si sa, solo con questi ultimi si costruisce un Festival Verdiano che è davvero un buon affare!

***

L’opuscolo si chiude con l’“Elenco delle principali Personalità, Enti e Giornali che hanno aderito dal 1928 alla iniziativa pro Teatro Nazionale Verdiano”.
A questo elenco, composto da Ministri, Sottosegretari, Senatori, Deputati, Maestri insigni di Musica e Direttori dei principali Conservatori d’Italia, grandi testate giornalistiche nazionali, rimandiamo, lanciando una piccola provocazione.
Ci provino gli attuali nostri amministratori bussetani, di maggioranza e di minoranza, bianchi rossi neri, a raccogliere un così ampio e sentito consenso attorno a proposte capaci di rimettere la nostra Città (sì, Busseto è Città per decreto di Carlo V imperatore dal 1500!) al centro delle celebrazioni verdiane del 2001. O non ci resta altro da fare, per attirare l’attenzione generale, che calarsi le braghe?

SCARICA IL LIBRETTO



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *