Toscanini

 

 

TOSCANINI A BUSSETO

Nel 1913, anno del centenario, Toscanini firmò la trionfale «renaissance» verdiana. E nel 1926 concesse un memorabile «bis» del «Falstaff»
Nel 1913 Giuseppe Verdi è morto da dodici anni. Ma è come se lo fosse da molto di più. Le sue fortune sono, infatti, nettamente in ribasso. I nuovi autori – italiani, francesi e tedeschi – occupano ora i palcoscenici in maniera stabile, relegando le composizioni di quello che era stato chiamato «il Cigno di Busseto» a semplici comparsate mal eseguite e in preda a tutte le sovrastrutture di cui la tradizione teatrale ottocentesca le aveva gravate.

Toscanini e Campanini
Il 1913 segna il centenario della nascita del compositore. Ed è l’anno della riscossa. Dagli epici spettacoli di quell’anno (anche se uniti alle commemorazioni che costellano di lapidi tutta l’Italia e ai discorsi roboanti che si tengono ogni dove nella penisola) deriva una vera «renaissance» dell’opera verdiana. E il merito maggiore non può che attribuirsi a due direttori d’orchestra entrambi parmigiani: Arturo Toscanini e Cleofonte Campanini. E fu sulle stagioni da loro dirette in quell’occasione che si appuntò l’attenzione di tutto il mondo musicale italiano. Cleofonte Campanini, considerato rivale di Toscanini per il continuo intersecarsi delle carriere, offrì a Parma una stagione verdiana come forse non se ne vedranno altre, comprendente «Oberto conte di S. Bonifacio», «Nabucco», «Un ballo in maschera», «Aida», «Falstaff», «Don Carlos» e «Messa da Requiem», mentre Toscanini, a Busseto, eseguì «Falstaff» e «Traviata».

11mila lire per la stagione
La cittadina natale di Verdi, per la manifestazione centenaria, aveva preparato un denso calendario che prevedeva il primo convegno nazionale dei maestri di musica; l’inaugurazione di un busto del maestro alle Roncole, opera dello scultore Giuseppe Cantù, l’invio di una rappresentanza con gonfalone alla tomba di Verdi, e, come «clou», l’inaugurazione del monumento nella piazza principale della cittadina, davanti alla rocca, e la stagione lirica.
Erano i tempi in cui le pubbliche amministrazioni puntavano al pareggio. Fu così inviata dal Comitato bussetano in tutto il mondo una circolare a stampa con cui si chiedeva ai destinatari di concorrere alla «patriottica iniziativa» di onorare, con un monumento, la memoria di Giuseppe Verdi. Queste circolari furono spedite anche ai parmigiani all’estero. Furono nominati dei «collettori» che, muniti di tessera di riconoscimento e di «schede di sottoscrizione per monumento mondiale a Giuseppe Verdi in Bussato», visitarono tutti i possibili oblatori dell’Italia settentrionale. Uno di questi collettori raccolse ben 19.737,37 lire. Il Comune di Busseto aveva stanziato già nel 1901, ratealmente, ventimila lire cui, visto che lo Stato non contribuì alle spese, ne aggiunse altre cinquantamila. Il grosso della spesa risultò essere costituito dal monumento, opera dello scultore commendator Luigi Secchi, alta tre metri e venti oltre al basamento. Una delle voci che costò meno fu la stagione lirica: lire 11.128. Casa Ricordi dette il materiale senza far pagare i diritti, la Scala contribuì con quanto poteva e Toscanini e i cantanti prestarono la loro opera gratuitamente. Pasquale Amato, Lucrezia Bori e Edoardo Garbin ricevettero in ricordo la «civica medaglia d’oro di primo grado», mentre a Toscanini toccò una targa d’oro e la cittadinanza onoraria dì Bussato.

«Falstaff» prodigioso
Sull’esecuzione del «Falstaff», che andò in scena dal 28 settembre al 9 ottobre, il «Corriere della sera» scrisse: “L’interpretazione della “Traviata” è stata un trionfo, questa di “Falstaff” è un prodigio”.
E l’omonima rivista bussetana scrisse: “Pochi minuti dopo che il velario si chiudeva sulla grandiosa scena finale dell’ultimo atto del “Falstaff”, abbiamo visto per un momento il Maestro Arrigo Boito. Era raggiante. La graziosissima sala del nostro Teatro Verdi era gremita di folla elegante ed aristocratica – la folla delle grandi “premières” dei maggiori teatri – che tributava con entusiasmo irrefrenabile l’omaggio del più vivo, caloroso, sincero applauso ad Arturo Toscanini ed a’ suoi valorosissimi collaboratori”.

L’anniversario del 1926
1926. E’ ora il venticinquesimo anniversario della morte di Giuseppe Verdi. Busseto non dimenticò la data e tornò a chiedere a Toscanini di organizzare uno spettacolo. E il maestro tornò a proporre «Falstaff», dopo essere venuto nel giugno a prendere visione delle condizioni del teatro e delle attrezzature assieme ad Albertini e a Borioli.
Erano passati tredici anni esatti dalle celebrazioni centenarie ma molte cose erano cambiate in così poco tempo. La grande guerra aveva portato a un’inflazione spaventosa e quella cifra che abbiamo visto spesa nel 1913 per la stagione lirica di due opere, ora non bastò che per i manifesti e la loro affissione.
L’esecuzione del «Falstaff» fu in tutto degna di quella di tredici anni prima «perfetta, mirabile, superba». La «Gazzetta di Parma» scrisse che “Toscanini ci è apparso come un mago che traesse, a piene mani, da uno scrigno invisibile, meravigliosi diamanti per farli balenare agli occhi attoniti nostri. […] Per cinque volte il maestro Toscanini è dovuto uscire a ringraziare, insieme agli interpreti scenici, e per molto tempo il teatro ha echeggiato soltanto del suo nome, gridato altissimo da un pubblico in delirio”.

Tornerò tra 25 anni
Al termine della stagione, Toscanini dette un appuntamento ai Bussetani: “Fra venticinque anni, per il cinquantenario della morte di Giuseppe Verdi”. E non lo dimenticò. In una lettera del febbraio 1951, scriveva: “Il mio grande pensiero ora è Busseto”. Aveva, però, 84 anni e, malgrado la sua volontà fosse quella dì sempre, questa volta trovò il fisico che non gli obbediva più. E Toscanini non diresse il «Falstaff» del cinquantenario.

 Dal Periodico illustrato
delle celebrazioni del cinquantenario verdiano
Busseto 27 gennaio 1951

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