Verdi e Wagner

 

Bicentenario dei grandi compositori, nati entrambi nel 1813
VERDI E WAGNER GENI E “ANTAGONISTI”
I due giganti del teatro d’opera a due secoli dalla nascita
Diversi per cultura e caratteri, uniti dalla tensione drammatica

Era inevitabile che con l’avvicinarsi della ricorrenza che vede affiancati due grandi «antagonisti» si riproponesse il vecchio giochetto basato su una semplice congiunzione – Verdi o Wagner oppure Verdi e Wagner – dietro il quale si sedimenta una vicenda lunga oltre un secolo e mezzo, un moto altalenante, tra oscuramenti e rinascite, che ha attraversato tutti gli strati della società italiana, dal fermentante terreno del culto popolare alla più decantata riflessione critica e letteraria; benché oggi esso appaia decisamente temperato, lascia pur sempre spazio sufficiente ad aprire prospettive assai diverse nel modo di rivivere il senso e la portata dei due musicisti, privative in ogni modo se suggerite dallo stacco alternativo. Ben più utile e sensata l’osservazione parallela, basata sulla «diversità» e quindi illuminante un quadro, per ampiezza, assai più significativo.
A partire dal contesto, che per Wagner era quello di una grande città, un ambiente culturale quello di Lipsia oltremodo ricco e vivace in cui la stessa esperienza teatrale nelle sue varie forme rappresenterà per il giovanissimo Richard una specie di pane quotidiano. Altro respiro quello che accompagnò i primi passi del giovane Verdi – che peraltro amerà sempre, con quel suo po’ compiaciuto «understatement», definirsi “paesano dalle Roncole” – guidati da uno studio più convenzionale.
Due culture profondamente diverse come fondale, ma pure due caratteri di segno opposto: Wagner plasmato nel segno di un egocentrismo senza limiti, pronto a inseguire programmi immani, ma pure a contraddirsi, a lasciarsi incantare da certe sirene; rivoluzionario nella vita – sulle barricate a Dresda nel 1849 a fianco di Bacunin,

quindi esule fino al 1860 – come nell’arte, sospinto da una vera e propria «missione», il teatro come «rito». Verdi, al contrario, tendenzialmente introverso, consapevole del proprio valore e sempre coi piedi per terra, poco propenso anche a parlare di sé; a differenza di Wagner che invece fu uno scrittore fluviale, nel descrivere le proprie opere ma pure nel parlare della propria vita, in un intreccio quasi inestricabile di cui è esemplare testimonianza quella autobiografia nata negli anni tardi, non poco mistificata. L’anziano Verdi invece solo per far piacere a Ricordi acconsentirà a rievocare la propria vita attraverso l’intervista a Arthur Pougin, mentre nel 1895 ad un editore di Stoccarda che gli chiedeva di stendere le proprie memorie rispondeva secco «Jamais, jamais je n’écrirai mes mémoires».
Era la sobrietà di chi operava con spirito nuovo entro il solco di una forte tradizione, credendo nel proprio lavoro: come confidava all’amico Arrivabene «i musicisti troppo loquaci dicono molte belle parole ma compongono poca buona musica». I due, Wagner e Verdi, non si incontrarono mai: solo con una pittoresca finzione Franz Werfel nel suo romanzo «Der Roman der Oper», divenuto nel 1924 l’emblema della «Verdi Renaissance», immagina l’incontro nel foyer della Fenice, quindi la visita di Verdi a Ca’ Vendramin dove sulla soglia verrà informato dal portiere della morte del musicista. Di fatto Wagner non parla mai di Verdi il quale, al contrario, ne segue i passi con segreto interesse; si informa presso il suo impresario francese, Escudier, del «Tannhiiuser» a Parigi mentre nel 1863 all’amica Clarina Maffei

scrive «Wagner non una bestia feroce come vogliono i puristi, né un profeta come vogliono i suoi apostoli. E’ un uomo di molto ingegno che si piace delle vie scabrose, perché non sa trovare le più facili, le più `diritte’». Quando ascolta nel 1865 l’ouverture del «Tannhauser» il giudizio è secco, «è matto»; meno drastico dopo il «Lohengrin» che ascolta a Bologna nel 1871 nella penombra di un palco : «Musica, bella quando è chiara e vi è il pensiero. L’azione corre lenta come la parola, quindi noia». Figuriamoci, lui che non si stancava di predicare al fedele Piave

il «far breve» come scorciatoia indispensabile per giungere all’«effetto», ossia a quella sintesi in cui tragico e comico convivono come specchio di una verità ! Reagiva solo quando la critica insinuava sospetti di cedimenti a certe suggestioni wagneriane, come avvenne per «Aida». «Di Wagner nemmeno per sogno!…A1 contrario…totalmente l’opposto» scriverà nell’aprile del 1872 all’amico De Sanctis. La morte del «rivale» tuttavia lo colpirà profondamente: «Triste! Triste! Triste! Wagner è morto!!! Leggendone ieri il dispaccio, ne fui, sto per dire, atterrito! Non discutiamo.- E’ una grande individualità che sparisce! Un nome che lascia un’impronta potentissima nella Storia dell’Arte !!!», così a Giulio Ricordi.

Dietro le vistose diversità cui si è accennato un concordanza univa i due percorsi paralleli, quella inflessibile tensione verso una visione drammatica che Verdi andò perseguendo prendendo le mosse da una tradizione in cui, secondo la visione di Rossini «il Diletto deve essere la base e lo scopo di quest’Arte. Melodia semplice-Ritmo chiaro», un quadro che Verdi andrà via via esplorando, fino a mutarne il senso. Affioreranno nel lavoro nuovi termini, la «tinta», la «parola scenica», il «dramma musicale» , indizi rivelatori di un progredire verso quell’«inventare il vero» appreso dal «padre» Shakespeare, che anche Wagner ammirava, ma con altra sensibilità, «come se avessimo davanti delle apparizioni incorporee». Ecco lo stacco tra il «Musikdrama» wagneriano e il «dramma» verdiano.
Al termine del suo lungo percorso, con gli estremi, geniali approdi Verdi ha rigenerato una tradizione, Wagner, da rivoluzionario, l’ha distrutta…


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