Magnanimità, audacia e incanto

 

 

 

Magnanimità, audacia e incanto di una realtà 
umile e squisitamente umana e cristiana

Il Mondo piccolo di Giovannino Guareschi nel 50° della morte

Il 2018 è anche l’anniversario della nascita e della morte di Giovannino Guareschi (1908-1968), che è ancora adesso uno degli scrittori italiani più amati e letti in tutto il mondo. Le cifre parlano chiaro: milioni di copie di libri venduti, riduzioni teatrali tradotte dalle sue opere e rappresentate, così tanto per intenderci, dall’Islanda alla Thailandia, dalla Russia alla Corea del Sud, dagli Stati Uniti alla Finlandia. Ci sono poi i film, tradotti in molte lingue, che fanno portare ancora adesso a Roncole Verdi ed a Brescello moltissimi visitatori per immergersi nei luoghi dove hanno calcato le scene Don Camillo e Peppone o dove ha vissuto il grande umorista emiliano.
Basterebbe visitare le mostre a lui dedicate, in particolare quella allestita dal Club dei Ventitré (il nome deriva dai ventitré lettori cui lo scrittore e umorista parmense alludeva molto umilmente), per rendersi esatto conto attraverso delle gigantografie, quanto il Mondo piccolo di Guareschi sia stato amato e rappresentato.
Chi era Giovannino Guareschi? Che cos’è stato il suo Mondo piccolo?

Un personaggio scomodo
Guareschi era innanzitutto un personaggio scomodo che amava dire “pane al pane” e “vino al vino” soprattutto quando di mezzo c’era il pane (Corpo) e vino (Sangue) di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il personaggio principale del suo Mondo piccolo è infatti il Crocifisso, quel grande Crocifisso a cui Don Camillo si affidava e confidava, onnipresente nelle scene dei film e nei racconti dello scrittore. Davanti al Crocifisso, ai piedi della Croce, Don Camillo soleva compiere il suo esame di coscienza.
Quella coscienza che impegnava lo stesso scrittore a testimoniare la verità e la coerenza sino a farsi male. Celeberrima la sua affermazione paradossale «non muoio neanche se mi ammazzano», che manifesta la sua ostinazione nel ribadire la verità dei fatti, nel difendere la libertà (quella autentica) della persona contro ogni forma di “trinariciutismo” di destra o di sinistra, contro gli slogan politicamente corretti. Egli infatti affermava in “Italia provvisoria” che: «Lo slogan è il Ddt del pensiero». Guareschi quindi estremamente attuale quale strenuo difensore della libertà di pensiero.
Guareschi pagò a duro prezzo il suo amore per la verità (dal 1943 al 1945 fu detenuto dai tedeschi nei campi di concentramento in Germania e Polonia) e nel 1954 si fece un altro anno di galera a Parma per il cosiddetto “affaire De Gasperi”, ossia due presunte lettere ritenute false che egli pubblicò contro l’allora dirigente democristiano. Entrando in carcere egli dichiarò, sempre per quel cocciuto amore per la verità: «Per rimanere libero vado in galera». Guareschi fu anche uno degli artefici riconosciuti della vittoria elettorale della Democrazia Cristiana del 18 aprile 1948, contribuendo con slogan e cartelloni pubblicitari alla sconfitta del Fronte social-comunista. Ancora adesso capita di sentire quell’efficace frase affissa nei suoi manifesti elettorali in tutta Italia: «Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no». La sua coerenza l’avrebbe portato successivamente ad imputare alla Democrazia Cristiana stessa l’accusa di tradimento nella ricerca del compromesso e quindi nell’alterazione di ciò che inizialmente si era posta come “diga anticomunista”. Diventa quindi abbastanza scontato rendersi conto di quanto quel personaggio di Guareschi potesse dar fastidio e di quanti nemici avrebbero voluto neutralizzarlo, mettendolo in carcere, oscurandolo e addirittura manipolarlo, udite udite, attraverso i suoi stessi film.

Un Mondo piccolo
Abbiamo conosciuto Guareschi attraverso la fortunata serie televisiva con Don Camillo (l’attore comico francese Fernandel) e Peppone (Gino Cervi), ma che cos’era realmente quel Mondo piccolo, quella fetta di terra che sta tra il Po e l’Appennino?
Bisogna fare molta attenzione perché quel Mondo va scritto con la “M” maiuscola e rappresenta la magnanimità, l’audacia e l’incanto dinanzi a quella parte apparentemente insignificante di creato; l’aggettivo piccolo va scritto invece con la “p” minuscola perché attesta l’umiltà di un fatto squisitamente umano e cristiano. Uso il verbo al presente poiché quel “Mondo piccolo” rimane tuttora straordinariamente attuale, al punto da essere riproposto con successo in tutto il mondo.
Lo stesso scrittore detestava essere qualificato come “intellettuale”, non solamente perché non voleva rinnegare le radici e tradizioni della sua terra, ma proprio perché desiderava essere uno scrittore popolare, nel senso più nobile del termine.
La sua scrittura infatti è semplice (non abbisogna di vocabolari a portata di mano) ma incredibilmente profonda e suggestiva ed è per questo motivo che rimando alla godibile lettura dei suoi libri e solo successivamente alla rivisione dei film. La cinematografia non dà pienamente merito alla sua scrittura e all’uomo Guareschi, anzi, ho il sospetto che sia stata occasione per “ammorbidire” ciò che è davvero contenuto nei suoi scritti.

Divertire, commuovere, pensare
Guareschi è uno scrittore come pochissimi, in grado di far divertire, commuovere e pensare allo stesso tempo. Basta leggere qualcuno dei 346 racconti (più di 2000 pagine ricche di sano umorismo e di autentica pietas) appartenenti alla saga di “Mondo piccolo” per rendersene conto. Oppure soffermarsi nelle intense e drammatiche pagine di “Diario clandestino” o della “Favola di Natale”, scritte entrambe nel periodo del lager forzato in Germania dal 1943 al 1945. Un Guareschi che commuove, particolarmente nel ricordo del figlio non nato o dell’oppressione fisica e spirituale vissuta nel campo di concentramento. Emblematico in tal senso è il brano “Signora Germania” che, in un Paese davvero libero, dovrebbe essere letto in tutte le scuole italiane. Guareschi è ancora molto, molto di più. C’è ancora un Guareschi formato famiglia che pochi conoscono e che tanta censura culturale e politica non ci hanno ancora permesso di conoscere. È il Guareschi che traspare fra le pagine dello “Zibaldino”, del “Corrierino delle famiglie”, di “Vita con Giò” e che ci racconta le simpatiche avventure della sua famiglia, di sua moglie Ennia (chiamata Margherita), del figlio Alberto (Albertino) e della figlia Carlotta (la Pasionaria).
Sono pagine che ci stupiscono e ci divertono ancora, perché sembrano parlare alle nostre famiglie per i temi proposti, ancora estremamente attuali (la sessualità, il lavoro fuori casa della donna, la morale delle favole raccontate ai bambini, l’educazione, la scuola, il consumismo, le mode, i pericoli della TV, ecc.).
Temi ancora attualissimi che ci fanno capire la lungimiranza ed il valore etico di Guareschi marito e padre, prima ancora che scrittore.

Il giornalismo di Guareschi
C’è anche un Guareschi giornalista ed umorista, mai banale, mai superficiale che merita di essere riproposto e che si può leggere interamente nelle raccolte per anni del “Candido” pubblicate da qualche anno da Rizzoli.
È quello del “Bertoldo” dell’anteguerra e, appunto, del “Candido” del dopoguerra, dove rubriche come il “Forbiciastro” (la forbice dei ritagli di vari giornali anche della provincia italiana) sono ancora adesso esempi di un vero giornalismo attento alla realtà dei fatti e non inquinato da devianze ideologiche. Oppure “Visto da destra” e “Visto da sinistra”, rubrica che ha fatto adepti, tanto da essere riproposta ancora oggi per pensare a delle angolature da cui osservare i fatti di cronaca o di costume.
Con la sua vivida penna ed il suo disegno umoristico (Guareschi era pure un valente vignettista) e seppe dare un nuovo volto anche ai personaggi ed agli ambienti della sua epoca.
Coloro che non pensavano con la propria testa ed ubbidivano ciecamente agli ordini del partito furono battezzati e sbeffeggiati come “trinariciuti”, dotati di una terza narice, la quale precisamente serviva a spurgare il cervello versato all’ammasso. Dotazione, la terza narice, che non era appannaggio esclusivo della sinistra (come qualcuno potrebbe arguire dalle vignette, dal titolo: “Contrordine, compagni”) ma di tutti coloro che non pensavano con la propria testa.
I film, come si diceva, non rendono merito a questo grande scrittore, che si può cogliere solo leggendolo od anche vedendolo, ad esempio nel DVD, da poco commercialmente fruibile, dal titolo “La rabbia” (1963). Si tratta di un docu-film molto interessante ed incredibilmente attuale di come Guareschi (c’è anche, ad onor di cronaca, una parte di Pier Paolo Pasolini) interpretasse nei primi anni ‘60 la rabbia, che avrebbe portato alla contestazione giovanile sfociata nel 1968.
Oltre a vederlo, riprendiamo però in mano e leggiamo Guareschi.
Resteremo stupefatti di quanto Giovannino Guareschi aveva intuito e quante buone indicazioni sul sentiero della verità e della fede possa ancora darci.

Fabio Trevisan