Cuore epurato

 

 

Nel numero precedente del «Fogliaccio» ho fatto un confronto fra alcuni racconti del Cuore di Edmondo De Amicis e la loro rivisitazione fatta da mio padre in ventun puntate sul «Candido» nel 1946, ambientate nel periodo gennaio-maggio precedente il referendum istituzionale che vedrà in giugno la proclamazione della repubblica. L’immagine dell’Italia del 1886 che Edmondo De Amicis ci diede è retorica ma molto romantica e riesce ancora a coinvolgere il lettore, specie con i ^Racconti mensili^ che hanno commosso più generazioni. L’immagine dell’Italia che mio padre trovò al suo rientro dal Lager non era nelle sue corde, e neppure il referendum istituzionale che stava avvicinandosi alla data fatidica. Così “esasperò” in modo grottesco la sua rivisitazione di Cuore. Da notare che tra i ^Racconti mensili^ rivisitati non fi gurano ^Sangue romagnolo^, ^Dagli Appennini alle Ande^ ^Naufragio^. Forse perché non riuscì a dimenticare l’emozione che provò quando la Signora Maestra li lesse in classe…

Cuore 1886 IL MAESTRO SUPPLENTE. Aveva ragione mio padre: il maestro era di malumore perché non stava bene; e da tre giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza barba, che pare un giovinetto. Una brutta cosa accadde questa mattina. Già il primo e il secondo giorno avevan fatto il chiasso nella scuola, perché il supplente ha una gran pazienza, e non fa che dire: «State zitti, state zitti, vi prego». Ma questa mattina si passò la misura. Si faceva un ronzio che non si sentivan più le sue parole, ed egli ammoniva, pregava; ma era fiato sprecato. Due volte il Direttore s’affacciò all’uscio e guardò. Ma via lui, il susurro cresceva, come in un mercato. Avevano un bel voltarsi Garrone e Derossi a far dei cenni ai compagni che stessero buoni, che era una vergogna. Nessuno ci badava. Non c’era che Stardi che stesse quieto, coi gomiti sul banco e i pugni alle tempie, pensando forse alla sua famosa libreria, e Garoffi quello dal naso a uncino e dai francobolli, che era tutto occupato a far l’elenco dei sottoscrittori a due centesimi per la lotteria d’un calamaio da tasca. Gli altri cicalavano e ridevano, sonavano con punte di penne piantate nei banchi, o si tiravano dei biascicotti di carta, con gli elastici delle calze. Il supplente afferrava per un braccio ora l’uno ora l’altro, e li scrollava, e ne mise uno contro il muro: tempo perso. Non sapeva più a che santo votarsi, pregava: «Ma perché fate in questo modo? Volete farmi rimproverare per forza?» Poi batteva il pugno sul tavolino, e gridava con voce di rabbia e di pianto: «Silenzio! Silenzio! Silenzio!» Faceva pena a sentirlo. Ma il rumore cresceva sempre. Franti gli tirò una frecciuola di carta, alcuni facevan la voce del gatto, altri si scappellottavano; era un sottosopra da non descriversi; quando improvvisamente entrò il bidello e disse: «Signor maestro, il Direttore la chiama». Il maestro s’alzò e uscì in fretta, facendo un atto disperato. Allora il baccano ricominciò più forte. Ma tutt’a un tratto Garrone saltò su col viso stravolto e coi pugni stretti, e gridò con la voce strozzata dall’ira: «Finitela. Siete bestie. Abusate perché è buono. Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre!» Tutti tacquero. Ah! Com’era bello a vedere, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme! Un leoncello furioso, pareva. Guardò uno per uno i più arditi, e tutti chinaron la testa. Quando il supplente rientrò, con gli occhi rossi, non si sentiva più un alito. Egli rimase stupito. Ma poi, vedendo Garrone ancora tutto acceso e fremente, capì, e gli disse con l’accento d’un grande affetto, come avrebbe detto a un fratello: «Ti ringrazio, Garrone».

Cuore 1946 IL MAESTRO SUPPLENTE. Questa mattina, essendo il maestro impossibilitato a uscir di casa fino al 2 giugno, venne in sua vece il supplente, quello piccolo, senza barba, che ha cinquantadue anni ma sembra un giovinetto. Il CLN scolastico si radunò subito e sottopose il maestro all’esame precauzionale. «Noi vogliamo» disse Garoffi «che chi dovrà educarci possegga una sufficiente preparazione culturale. È pronto lei a rispondere alle nostre domande?» «Sono pronto» rispose il supplente. «È stato iscritto al partito fascista o a qualche organizzazione di esso?» «No. Ma mi son fatto prestare una volta da un amico la tessera del dopolavoro per usufruire del ribasso al cinema.» «Grave. Lei ammette quindi di aver realizzato illeciti profitti col regime.» «No perché poi non andai al cinema.» «Però, almeno per 24 ore lei ebbe la tessera. Quando avvenne il fatto?» «Nel novembre del 1936.» «Ubriacatura imperiale, non è vero? Durante il periodo repubblichino ha partecipato a rastrellamenti? Ha seviziato scolari? In che rapporti era con la banda Koch? Appartenne alle brigate nere?» «No: insegnavo in Sardegna.» «Quali sono i suoi giornali preferiti?» «Nessuno. Non ho la possibilità di comprare giornali o libri.» «E come alimenta la sua cultura? Non legge proprio niente?» «Leggo la “Domenica del Corriere”: ne abbiamo in casa una copia, il numero 15 dei 1908. La si legge in famiglia il pomeriggio del sabato. Però presto la venderemo perché ormai la sappiamo a memoria.» «Lei pratica cattive compagnie? Voglio dire: neofascisti, reduci dalla Russia grossi banchieri americani, liberali e altri criminali di guerra?» «No. Vado sempre solo.» Al maestro supplente fu concesso di iniziare la lezione ma tutti facevan chiasso ed egli ammoniva, pregava, ma era fiato sprecato. Faceva pena a sentirlo, ma il rumore cresceva sempre e così a un bel momento entrò il direttore il quale disse: «Maestro, il signor bidello la chiama!» Il maestro uscì facendo un atto disperato e il baccano ricominciò più forte. Ma tutt’a un tratto Garrone saltò su col viso stravolto e coi pugni stretti e gridò con la voce strozzata: «Finitela, siete bestie! Ve ne approfittate perché è compromesso con la faccenda della tessera del dopolavoro. Ma vi giuro che se uno gli fa ancora uno scherzo caccio fuori la nota di quelli che appartenevano ai Balilla repubblichini!» Ah, com’era bello a vedere, Garrone con gli occhi che mandavano fiamme!
Guardò uno per uno i centoquindici scolari e tutti abbassarono la testa. Quando il supplente rientrò con gli occhi rossi, non si sentiva più un alito. Rimase stupito, ma poi vedendo Garrone ancora tutto acceso e fremente capì e gli disse con accento di grande affetto: «Ti ringrazio, Democrazia Progressiva».

Cuore 1886 IL PICCOLO PATRIOTTA PADOVANO – RACCONTO MENSILE. Non sarò un soldato codardo, no; ma ci andrei molto più volentieri alla scuola, se il maestro ci facesse ogni giorno un racconto come quello di questa mattina. Ogni mese, disse, ce ne farà uno, ce lo darà scritto, e sarà sempre il racconto d’un atto bello e vero, compiuto da un ragazzo. Il piccolo patriotta padovano s’intitola questo. Ecco il fatto. Un piroscafo francese partì da Barcellona, città della Spagna, per Genova; e c’erano a bordo francesi, italiani, spagnoli, svizzeri. C’era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale selvatico, guardando tutti con l’occhio torvo. E aveva ben ragione di guardare tutti con l’occhio torvo. Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini dei dintorni di Padova, l’avevano venduto al capo d’una compagnia di saltimbanchi; il quale, dopo avergli insegnato a fare i giuochi a furia di pugni, di calci e di digiuni, se l’era portato attraverso la Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e non sfamandolo mai. Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere alle percosse e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal suo aguzzino e corso a chieder protezione al console d’Italia, il quale, impietosito, l’aveva imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il Questore di Genova, che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l’avevan venduto come una bestia. Il povero ragazzo era lacero e malaticcio. Gli avevan dato una cabina nella seconda classe. Tutti lo guardavano; qualcuno lo interrogava; ma egli non rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti, tanto l’avevano inasprito e intristito le privazioni e le busse. Tre viaggiatori, non di meno, a forza d’insistere colle domande, riuscirono a fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo e di francese, egli raccontò la sua storia. Non erano italiani quei tre viaggiatori; ma capirono, e un poco per compassione, un poco perché eccitati dal vino, gli diedero dei soldi, celiando e stuzzicandolo perché raccontasse altre cose; ed essendo entrate nella sala, in quel momento, alcune signore, tutti e tre, per farsi vedere, gli diedero ancora del denaro, gridando: «Piglia questo!» «Piglia quest’altro!» e facendo suonar le monete sulla tavola. Il ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi s’arrampicò nella sua cuccetta, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi. Con quei denari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova, dopo due anni che andava vestito di cenci; e poteva anche, portandoli a casa, farsi accogliere da suo padre e da sua madre un po’ più umanamente che non l’avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote. Erano una piccola fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cuccetta, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevano veduti, e di discorso in discorso, vennero a ragionare dell’Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme infervorandosi, presero a dir male d’ogni cosa. Uno avrebbe preferito viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl’impiegati italiani non sanno leggere. «Un popolo ignorante» ripeté il primo. «Sudicio» aggiunse il secondo. «La….» esclamò il terzo; e voleva dir ladro, ma non poté finir la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle, e saltellò sul tavolo e sull’impiantito con un fracasso d’inferno. Tutti e tre s’alzarono furiosi, guardando all’insu, e ricevettero ancora una manata di soldi sulla faccia. «Ripigliatevi i vostri soldi» disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor della tenda della cuccetta. «Io non accetto l’elemosina da chi insulta il mio paese.»

Cuore 1946 IL PICCOLO PATRIOTTA PADOVANO. RACCONTO MENSILE. Ci andrei molto più volentieri alla scuola se il maestro ci facesse ogni giorno un racconto come quello di questa mattina, si intitola «Il piccolo patriotta padovano» ed ecco il fatto. Un piroscafo francese partì da Napoli, città del Meridione, per Genova. C’erano a bordo passeggeri delle più disparate nazionalità: torinesi, bolognesi, veneziani, veronesi, cremonesi, parmigiani, anconitani, palermitani, milanesi, monzesi, sansiresi, monfortesi e portaticinesi. C’era fra gli altri un ragazzo di quindici anni, malvestito, solo, che se ne stava sempre in disparte e guardava tutti con l’occhio torvo, ma aveva ben ragione di guardare tutti con l’occhio torvo. Alcuni anni prima suo padre e sua madre, poveri contadini dei dintorni di Padova, rovinati dalla battaglia del grano e vessati dalle massaie rurali, erano stati costretti a venderlo per quattro pacchetti di sigarette A.O.I. a una ricca industriala settantenne arricchitasi col fascismo. La quale vampira, essendo senza figli e non potendo perciò fare carriera politica, aveva pensato di procurarsene uno strappandolo dalle viscere del proletariato, e così aveva adottato il povero ragazzo. La settantenne industriala – dopo averlo costretto a forza di maltrattamenti a non frugarsi nel naso con le dita dei piedi, a non mangiare il brodo con le mani, e a pettinarsi col pettine anziché con la forchetta – se l’era portato a Roma, e al suo fianco passeggiava per via dell’Impero e davanti a palazzo Venezia, con l’evidente scopo di farsi notare dal duce e poter così arrivare ai posti di comando cui essa aspirava. Ed era tale la sua ambizione che costringeva il povero ragazzo a inghiottire polli, fagiani, porchette, ostriche, aragoste e a rompersi le ossa cavalcando, giocando al tennis, facendo del canottaggio, e a vestirsi con la più disgustosa ricercatezza, perché tutti notassero quale magnifico “figlio” essa avesse e come perciò fosse degna di diventare senatrice, o ispettrice del partito, o moschettiera del duce. Il ragazzo sopportò a lungo questa vita di martirio. Aggrappato alle sbarre del cancello della villa nella quale era costretto a intristire, egli vedeva passare ogni mattina i giovani che si recavano al lavoro col piccone sulla spalla, cantando liete canzoni e soffriva, e il cuore gli sanguinava, e avrebbe voluto gridare: «Eccomi, compagni! Son qui, son qui anch’io!» ma non aveva la forza di ribellarsi. La notte sognava picconi, vanghe, badili, scalpelli, ruote dentate, martelli, e una volta, svegliatesi di soprassalto, ancor sotto l’impressione del sogno, si vesti in fretta e fuggì. Vagò fino all’alba nelle strade buie e nei vicoletti dei rioni popolari e finalmente si imbatté in un gruppo di giovani che tornavano col piccone sulle spalle, dal loro duro ma sereno lavoro notturno. Compresero la sua tragedia, lo accolsero con quella cordialità che solo nel più umile popolo si può trovare. Gli diedero un piccone e la sera dopo lo condussero dal loro capo. «È un bravo ragazzo» dissero. «Vuol lavorare con noi.» Il capo era un brav’uomo e lo prese subito a benvolere. Lavorò per tre notti duramente col piccone e il suo cuore era leggero e i suoi muscoli erano elastici e l’ossigeno gli riempiva i polmoni. Ma un bieco destino lo perseguitava: la quarta notte una squadra di fascisti in divisa prese a revolverate la squadra di lavoratori, i quali si difesero come poterono. Ma, finite le bombe a mano e i nastri della mitragliatrice, dovettero darsi alla fuga e non poterono neppure tornare alle loro case. E tutto questo perché la galleria che stavano scavando andava a finire nei sotterranei della Banca d’Italia, in quei sotterranei dove erano riposti i malguadagnati beni dei gerarchi! Questa era la libertà d’allora! Fu costretto a, ritornare presso l’industriala, e riprese l’usata triste vita, sottomesso ormai al sopruso del fato. Ma un giorno qualcosa accadde che gli diede la forza di scuotere il giogo infame! «Ormai hai dodici anni» gli disse l’industriala «e devi farti la tua strada col tuo ingegno. Da domani comincerai a studiare, voglio che tu diventi un buon medico o un buon avvocato.» Era la più bieca manovra che mai si potesse immaginare: la borghesia, strappato un figlio ai suoi genitori, voleva ora strappare anche un figlio alla classe proletaria! Voleva imporre a un proletario la laurea; la patente di borghese! Allora il ragazzo si ribellò. Venuta la notte, stordì con una martellata la vecchia subdola e fuggì dopo aver fatto astutamente scomparire nelle sue tasche danaro e gioielli. Ciò avrebbe valso a far credere che si trattasse di un colpo ladresco e non di un’azione di rappresaglia politica. Da un’accusa di furto ci si poteva salvare, ma per un’accusa di antifascismo nessuno avrebbe potuto evitare la galera! Questa era la morale di quei tempi nefasti! Si nascose a Napoli dove fu costretto a sostenere per due anni la parte del borghese danaroso, per non dar nell’occhio all’Ovra. Finalmente giunsero gli alleati ed il povero ragazzo poté darsi da fare onestamente occupandosi a scaricare i piroscafi in arrivo dall’America. Lavorare era una gioia per lui e lavorò fino al giorno in cui non trovarono la scusa che scaricare le merci è un lavoro ammesso dalla legge, ma lo scaricarle di notte senza averne avuto regolare autorizzazione è contrario alla legge. Oramai aveva quasi quindici anni e fu la sua giovinezza che lo salvò perché aveva occhio buono e vedeva un passero lontano un miglio e così sparò prima lui del poliziotto. Ma dovette cambiare aria e ora ritornava in patria e guardava tutti con occhi torvi, sul piroscafo, povero ragazzo e ne aveva ben ragione. Pagato il biglietto non gli era rimasto più un soldo: come si sarebbe presentato a suo padre e a sua madre? Era stracciato e misero da far pietà e qualcuno degli stranieri che viaggiavano sul piroscafo lo notò: «Sei un reduce?» gli domandò un viterbese che conosceva abbastanza bene la lingua italiana. E quegli: «Sono un reduce» rispose tristemente. E allora tutti gli regalarono dei soldi e delle sigarette. E alcune signore organizzarono subito un ballo pro-reduci e diedero al ragazzo il ricavato. Il ragazzo intascò ogni cosa ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi si arrampicò sulla sua cuccetta e stette quieto figurandosi la bella accoglienza che gli avrebbero fatto i suoi. E a questo egli pensava già da un poco, quando gli venne fatto di porre attenzione ai discorsi di alcuni dei viaggiatori che gli avevano dato il danaro. Bevevano e discorrevano dei loro viaggi, e dei paesi che avevano veduto e della gente che avevano incontrato e così vennero a ragionare anche della Russia e tutti insieme infervorandosi presero a dir male di ogni cosa. Uno avrebbe preferito abitare piuttosto a Calascibetta che a Mosca, un altro diceva d’aver visto i russi diventar pazzi davanti a un orologio. «Non conoscono nemmeno la bicicletta» disse il terzo. «Mangiano il sap…» aggiunse il quarto. E voleva dir sapone ma non poté finir la parola. Una tempesta di biglietti da cento si rovesciò sulle loro teste. Guardarono in su e si presero un pacco di Am-lire in faccia. «Ripigliatevi i vostri soldi» disse con disprezzo il ragazzo dalla cuccetta. «Io non accetto l’elemosina da chi insulta il mio paese!»

Cuore 1886 IL RAGAZZO CALABRESE. Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare un pezzo con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo dal viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte; tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato nell’orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: «Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d’ingegno e di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di essere lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli.» Detto questo s’alzò e segnò sulla carta murale d’Italia il punto dov’è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte: «Ernesto Derossi!» quello che ha sempre il primo premio. Derossi s’alzò. «Vieni qua» disse il maestro. Derossi uscì dal banco e s’andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al calabrese. «Come primo della scuola» gli disse il maestro «dà l’abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria.» Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: «Benvenuto!» e questo baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. «Silenzio!» gridò il maestro. «Non si batton le mani in iscuola!» Ma si vedeva ch’era contento. Anche il calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò al banco. Poi disse ancora: «Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni e trentamila Italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore». Appena il calabrese fu seduto al suo posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dell’ultimo banco, gli mandò un francobollo di Svezia.

Cuore 1946 IL RAGAZZO MILANESE. Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizia del povero Robetti che dovrà camminare con le stampelle fino a quando non gli avranno accorciato il piede permettendogli così di calzare la scarpa ricostruita dalla solidarietà popolare, entrò il direttore con un nuovo iscritto. Il nostro direttore è un uomo alto e maestoso con costole ancora giovanili che egli mostra quasi con civetteria attraverso i buchi della candida camicia con un collo di lucido alluminio. Veste con molta distinzione; indossa una elegante giacca di frac, porta al piede sinistro una robusta scarpa da alpino e al destro un luccicante gomito da stufa con tacco in legno. Dalle ginocchia – che sono robuste e piacevoli a vedersi, per quelle loro rotule assicurate con fil di ferro – è infilato fino alla cintura in un solido barile senza fondo, che egli. sostiene con bretelle inchiodate al bordo superiore, al quale sono state applicate due comode tasche laterali in cartone uso cuoio, e una terza tasca posteriormente, a forma di cassetta per lettere con ampia fessura sì che riesce molto facile far pervenire al capo dell’istituto proteste e domande le quali, nei tempi della dittatura, dovevano passare attraverso le pastoie ritardatrici di sua nefasta burocrazia. Il direttore, dopo aver parlato nelle orecchie al maestro, se ne usci lasciandogli accanto il nuovo iscritto. Era un ragazzo grosso, biondastro col naso che gli scendeva fin sul mento e con la bocca che gli arrivava da un’orecchia all’altra. Portava all’occhiello della giacca un distintivo raffigurante il Duomo di Milano e recante il motto «Milan ai Milanès». Al collo aveva una catenina d’oro con l’immagine benedetta del sindaco Greppi. Il maestro gli prese la mano e la sollevò e il ragazzo salutò la classe giungendo le mani sopra la testa come fanno i pugilatori. Allora il maestro disse: «Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Milano. Vogliategli bene in modo che gli sembri davvero di essere nella sua città. Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, perché un milanese potesse illudersi di essere a casa sua trovandosi a Milano, ci vollero guerre e rivoluzioni e un milione d’italiani morì. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi: ma chi di voi che abitate a Milano offendesse questo compagno perché è milanese e non come voi siciliano, o calabrese, o romano, o veneto, o sardo, o rodiota, o tripolino, o emiliano, o umbro, o lucano, o genovese, o napoletano, o toscano, o albanese o italo-argentino, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore!» «Senza stemma sabaudo!» disse ad alta voce Garoffi. «Ciò si vedrà dopo la Costituente!» rispose fieramente il maestro. «Non esistono disposizioni in merito.» Garoffi replicò con voce dura: «Allora, se non esistono disposizioni in merito, lei eviti di far sventolare bandiere tricolori». II maestro asserì che egli, dovendo far sventolare una bandiera, poteva far sventolare soltanto la bandiera della patria. Ma Franti con un balzo montò in piedi sul banco e urlò: «La mia patria e il mondo e la bandiera del mondo è rossa, non tricolore!» Un nobile sdegno percorreva le ossa del maestro e faceva fremere l’impalcatura di sostegno. «La mia patria è l’Italia!» disse il maestro mentre il barattolo di latta che egli portava in capo come cappello mandava bagliori di fiamma. Si riunì il C.L.N. scolastico il quale asserì che la patria doveva essere quella che voleva il popolo. Ci furono alcuni minuti di silenzio storico indi la voce del maestro risuonò chiara e vibrante: «Obbedisco!» Appena il ragazzo milanese fu seduto al suo posto, i suoi vicini gli fregarono penne, pennini, quaderni, libri e orologio e un altro ragazzo, un certo Simili*, un catanese dell’ultimo banco, gli vendette per seicento lire, come francobollo di Svezia, un chiudilettera della giornata antitubercolare.

* Massimo Simili, giornalista, collega di lavoro e grande amico di mio padre che, in diverse occasioni sul «Bertoldo» e sul «Candido», si divertiva a “coinvolgerlo” nei suoi racconti.