Il Cristo risorto…

 

 

 

Il Cristo risorto
e la coppa del Santo Graal


 

Nelle capitali pallavicine un'iconografia di Gesù voluta dal marchese Rolando II

Fra Busseto e Cortemaggiore, le due capitali pallavicine del Rinascimento, esistono dei legami di civiltà, di umanità, di storia che sono noti da tempo.
Ma la famiglia dei marchesi Pallavicino, il cui cognome deriva dal «Comes palatinus» di Carlo Magno, ha coniato nelle chiese principali delle due città, un'iconografia del tutto singolare e attualissima, legata al recente periodo pasquale. Sui due primi pilastri della navata centrale nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto, come sulle pilastrate dell'abside nella Basilica di Santa Maria delle Grazie a Cortemaggiore sono infatti raffigurati, da un lato la Vergine in trono con il Bambino e dall'altro Gesù risorto, con il sangue che scende dal suo costato e si raccoglie in un calice ai piedi del Cristo stesso.
E non un calice qualsiasi perché, così raffigurato, non può essere altro che il Santo Graal: la coppa nella quale Cristo versò il vino durante l'ultima cena e che Giuseppe d'Arimatea usò per raccogliere il sangue che colava dalla ferita inferta a Gesù dalla lancia del centurione Longino.
La stessa ferita da cui scende il sangue raccolto nel calice degli affreschi di Busseto e Cortemaggiore.









Così il marchese Rolando II volle richiamare, nella raffigurazione del Cristo, l'immagine della coppa che tutto risana, del calice sacro che rappresenta l'essenza stessa dell'eucarestia, di quello che Robert de Boron chiamava il "Rito del Graal", antesignano della Santa Messa.
Il Graal, nel poema di Wolfram von Eisenbach, viene anche definito "lapsit exillis", ovvero la contrazione di "lapis lapsus ex coelis", pietra discesa dal cielo, e non solo una pietra preziosa, ma una pietra unica: la "Pietra filosofale", capace di guarire ogni ferita, di dare la vita eterna, di creare addirittura la vita stessa.
Sentazione, accanto a Gesù risorto, il cui sangue stilla nella coppa?
Probabilmente perché Rolando stesso amava interpretare i segni, le leggende, le storie, così raffigurando il calice che raccoglie il sangue del Cristo risorto ha voluto unire la leggenda alla fede, la devozione alla storia, la certezza alla speranza.
Infatti, il sangue di Gesù risorto, raccolto idealmente proprio dopo la Pasqua, significa qualcosa che va al di là dell'umano.
E' sangue divino, capace non solo di guarire qualsiasi ferita, di nutrire corpo e anima, di donare la vita, ma anche di mostrare la via per l'avvenire, riconoscere in ogni uomo il ritratto di quel Cristo, di quel Dio risorto, che stilla sangue di vita eterna.

EGIDIO BANDINI (GdP 09/04/2018)