Quel mantello chiamato tabarro

Nei freddi inverni padani del passato gli uomini facevano
«la ruota» indossando l’elegante capo di abbigliamento

Quel mantello chiamato tabarro

Qualcuno lo indossa ancor più per eccentricità che per necessità. Fatto sta che, quando arrivano i primi freddi, a volte si nota in centro qualche elegante signore avvolto in un altrettanto elegante tabarro. Un tempo, però, il tabarro era il cappotto di tutti gli uomini, sia di città che di campagna. Ci si avvolgeva in quello spesso e caldo mantello a ruota e, a piedi o in bici, si affrontavano i rigori dell’inverno. I nostri nonni, quando gli inverni facevano sul serio e bisognava davvero coprirsi per non battere i denti dal freddo, usavano indossare il tabarro: «al tabàr». Il tabarro, comunque, appare già nell’antichità. Infatti una sua derivazione è la toga dei patrizi e senatori romani. Nel Medioevo è indossato dai cavalieri durante le investiture e le iniziazioni. Nel Rinascimento è snobbato dalla borghesia e dall’aristocrazia ma è molto diffuso presso gli artigiani, i pastori ed i contadini. Nell’Ottocento ritorna di moda mentre durante il Fascismo viene considerato abbigliamento anarchico e, in modo particolare nelle città, le autorità non lo vedono di buon occhio. Dopo la guerra ricompare e resta fino agli anni cinquanta specialmente tra le genti di montagna e campagna. Ovviamente, di tabarri, ce n’erano di tante fogge e di diverse specie.

Esistevano eleganti capi che indossavano i ricchi, però i più diffusi, erano i tabarri più modesti con i quali si copriva la povera gente. Ma, al di là della foggia, della raffinatezza o meno del tessuto, del collo di gatto o di altri animali, delle fibbie d’oro o di vil metallo, l’inverno maschile di tanti anni fa era cadenzato dal caro vecchio tabarro. Ed allora nelle piazze, nei mercati, alla domenica dinanzi al sagrato della chiesa, all’osteria, tra i viottoli del paese, lungo gli argini del Po arabescati di «galabruza», l’uomo padano sfidava il freddo gelido avvolgendosi in quel pezzo di stoffa calda che, inevitabilmente, si inzuppava di pioggia, si incipriava di neve o si inumidiva tra quelle fitte nebbie che, sotto sera, si levavano dalle acque del «grande fiume» per poi alzarsi e lambire le punte ormai senza foglie dei pioppi. Intabarrati erano i mediatori che, nei giorni di mercato, davano la rituale manata sulla stretta di mano dei contraenti sancendo l’affare fatto, lo indossavano i contadini per la ricorrenza di San Martino quando, con le poche masserizie caricate sul carro, si trasferivano in un altro podere, lo indossava il medico condotto che, a bordo del calesse o di una sbuffante «Balilla», si recava al capezzale di un ammalato o di una partoriente. Era avvolto dal tabarro il veterinario che andava a visitare il «capitale» del contadino custodito nelle stalle, il prevosto quando in bici, con l’immancabile tricorno sulla testa, si recava da un casolare all’altro per curare quelle vecchie anime che non potevano andare in chiesa. Erano avvolti nel tabarro anche quegli omaccioni grandi e grossi che nelle gelide mattine del gennaio, quasi si trattasse di congiurati, protetti dalle tenebre dell’orario antelucano, facevano il loro ingresso nelle corti per l’uccisione del maiale: «i masèn». Come pure il tabarro lo indossavano i Carabinieri quando, nelle pattuglie notturne, sfidando le intemperie, da un luogo all’altro delle campagne portavano la loro presenza rassicurante. Intabarrati erano anche i barcaioli del Po che traghettavano merci, gente e speranze da una sponda all’altra del fiume. Insomma, ogni uomo, aveva il proprio tabarro di cui andava fiero e che esibiva, pavoneggiandosi, quando lo «spianava», indossandolo con abilità e destrezza e facendolo volteggiare su se stesso quasi si sentisse un cavaliere antico.

Quei tabarri che si affumicavano all’interno delle osterie e portavano all’aria aperta gli odori di fritto, trippa e stracotto, che assorbivano il caldo dei camini domestici unitamente ai familiari aromi della legna e del pane, che profumavano di neve, di freddo, di brina e di straordinaria umanità. I tabarri comunque più autentici erano quelli indossati dagli anziani che formavano un tutt’uno con il loro proprietario. Erano sagome lunghe o corte, quasi sempre curve, che vagavano tra le nebbie degli inverni padani come fantasmi. Ed allora, quei vecchi tabarri, odoravano di tabacco da pipa, sigaro toscano, granaglie, a volte presentavano toppe che tradivano l’età di un capo d’abbigliamento che sarebbe servito a riparare dal freddo persone che ormai stavano camminando lungo i sentieri del tramonto della vita. Il tabarro lo indossavano anche quei birbanti che, favoriti dalle tenebre, andavano a rubare le galline nei pollai per poi nascondere la preziosa refurtiva sotto il manto, come il tabarro lo usavano anche i baffuti giovanotti i quali non esitavano ad avvolgere anche la loro bella in quel panno caldo per le ultime effusioni amorose prima di accompagnarla a casa. Anche il cantore per eccellenza del «mondo piccolo» Giovannino Guareschi,

era un estimatore del tabarro che affiora nelle straordinarie pagine dei suoi intramontabili racconti. Proprio a Don Camillo «una bella sera tra il lusco ed il brusco, mentre tornava in canonica – scrive Guareschi – un pezzaccio d’uomo intabarrato aveva dato una robusta suonata con un palo di gaggìa». Il nostro dialetto utilizza il tabarro per alcune singolari affermazioni. Siccome il tabarro avvolge, chi era «avvolto» da una costipazione «l’era intabarè» mentre invece, uno che aveva ricevuto una sonora batosta, «l’äva ciapè n’intabaräda». Addirittura in Lombardia e nel reggiano sono sorte «Confraternite del Tabarro» composte da simpatici personaggi che lo indossano con quella solennità e quell’eleganza che si addicono ad un capo così prettamente padano. Già la «Confraternita del Tabarro» che, come appare nel testo del suo «biglietto da visita», «è un sodalizio deambulante nottetempo per le strade nebbiose della bassa padana. Non è raro vedere le loro ombre furtive allungate dalle fioche luci, sotto i portici e in piazze deserte nelle gelide notti invernali. I confratelli, dopo aver ricevuto dal Gran Cerimoniere una convocazione cartacea sigillata, indicante ora e luogo dell’incontro, provvedono a togliere dalla naftalina il tabarro preparandosi, quindi, all’appuntamento. Quando si indossa il tabarro la mistica deborda in romantica leggenda. La notte, fuori, sembra più fredda e buia ma, probabilmente, è solo una percezione psicologica, visto che lo scopo agognato della (volgarmente detta) «tabarrata» è quello di raggiungere un luogo caldo e accogliente; un bugigattolo, una taverna, dove trascorrere in allegria alcune ore tra sodali. Osterie e trattorie, principalmente tra Mantova e Cremona, ultimi preziosissimi baluardi della cucina tradizionale sopra il Po.

Ma anche vecchie locande in città giacchè il tabarro, nato contadino e popolare, si distingue per sobria eleganza anche nei massificati e multicolori contesti urbani. Anolini e marubini in brodo, tortelli di zucca con pomodoro e con burro fuso e grana padano, qualche centinaio di metri può esser decisivo per sentirsi raccontare tutt’altro menù. Si ascolta l’oste chiacchierone, si pondera, si tergiversa, ma poi si mangia e si beve di gusto: sorbir, polenta, salame, ciccioli, lambrusco, nocino…»

LORENZO SARTORIO (GdP 22/01/2018)