S.Antonio, il maiale e dintorni

Le tradizioni contadine legate alla festa

S.Antonio, il maiale e dintorni

Ricordato ogni anno, il 17 gennaio. con la benedizione degli animali

Il 17 gennaio la chiesa ricorda Sant’Antonio Abate mentre in tutte le stalle lo si invoca a protezione degli animali con la tradizionale benedizione del sacerdote. Un’usanza antica che però sopravvive ancora oggi anche se le stalle, rispetto a quelle di un tempo, sono radicalmente cambiate come pure chi ci lavora. Una volta le stalle erano ad archi, con angusti finestrini che lasciavano entrare poca luce, ma che però impedivano al freddo in inverno ed al caldo in estate di infastidire le bestie. Nelle serate invernali si trasformavano in salotti agresti dove la famiglia contadina si riuniva per la veglia serale: le donne cucivano o rammendavano oppure mondavano le verdure per il minestrone del giorno dopo, gli uomini giocavano a carte, i vecchi in un cantuccio, il più caldo, impagliavano fiaschi e sedie, mentre i bambini armeggiavano con quei giocattoli in legno costruiti dal nonno. Però su tutti e su tutto vegliava, al centro della stalla, solitamente al limitare di una colonna, un quadretto raffigurante Sant’Antonio Abate, per la nostra gente, «SantAntònni dal gozèn», vegliato da un baluginante lumino avvolto da polvere e ragnatele. La notte del 16 gennaio fa parte, per la nostra gente dei campi, di una delle magiche notti dei falò, come quella di San Giovanni (23 giugno), la vigilia di Natale (24 dicembre), San Silvestro (31 dicembre), l’Epifania (nota il d fazagna»), Giovedì grasso (Carnevale). Falò propiziatori, dunque, anche in occasione della ricorrenza di S. Antonio Abate.

Un antico proverbio contadino sostiene che il giorno s’allunghi. L’adagio popolare recita infatti: «par Nadal un dicali, per l’ann nov al pe d’un manzol, per la befana al alt Tra cagna, per SantAntonni Abè un’ora sona». L’ora è sicuramente un’esagerazione, ma che «sole bambino» incominci a crescere, corrisponde al vero in quanto, a partire dalla notte solstiziale del 21 dicembre, il sole, infatti, inizia il suo lento cammino verso la luce. Altre usanze, invece spacciano, Sant’Antonio Abate come un «mercante da neve» in compagnia di Santa Bibiana (2 dicembre), Santa Lucia (13 dicembre), Sane Biario (13 gennaio) e San Biagio (3 febbraio). Un tempo nelle nostre campagne, il prete, passava a benedire le stalle che, in occasione della festività del Santo, venivano tirate a lucido, l’immagine di S’Antonio, veniva ripulita ed alle bestie, per quel giorno, veniva dato fieno di prima qualità. Inoltre, per Sant’Antonio, non dovevano essere uccisi animali, quindi la «rezdora» si guardava bene dall’immolare una gallina o un coniglio. Se avesse compiuto «l’atto sacrilego» era credenza diffusa che il suo pollaio sarebbe stato ben presto annientato da un’epidemia. II vaccaro si vestiva di nuovo ed anche la tavola contadina veniva imbandita a festa offrendo la possibilità alla «rezdora» di preparare qualcosa di buono: tagliatelle con il ragù di carne, oppure tortelli di zucca o patate e, per secondo, frittata con contorno di insalata di avena che, specie in questa stagione, dovrebbe essere particolarmente tenera in quanto abbracciata dalla «galabruza». E per cena, specie i vecchi, non rinunciavano ad un’nsalata del tutto speciale che compariva tradizionalmente in tavola per la Vigilia di Natale e cioè pere nobili crude o cotte tagliate a fettine e condite con olio e sale.

Era tradizione che la porta della stalla dovesse rimanere aperta perché anche le bestie potessero sentire le preghiere che si recitavano durante il vespro. In occasione della ricorrenza di Sant’Antonio Abate la gente entrava nella stalla, si disponeva attorno al prete e ai suoi chierichetti, recitavano giaculatorie di rito in latino maccheronico, si faceva il segno di croce e poi offriva al sacerdote e al suo seguito un bicchiere di quello buono. Il giro delle stalle era lungo come lunga era anche la sequela dei bicchieri trangugiati tanto da far dire ad un simpatico parroco di campagna di tanti anni fa al suo sagrestano: «Andemma avanti finche a sconosemma. Cuand à sconosenuna pu l’è ora d’andar a cà». Ed ora un po’di storia spicciola attorno alla figura di Sant’ Antonio Abate, eremita egiziano che l’iconografia ha voluto in seguito ritratto, non già con accanto un cane (tradizionalmente amico dell’uomo), ma con ai piedi un maialino in quanto il maiale, anticamente, fu utilizzato da pittori e scultori per rappresentare le tentazioni demoniache. Solitamente le immagini ritraggono Sant’Antonio Abate con il bordone del pellegrino cioè con un bastone ricurvo al quale è legato un campanello. Tutto ciò è riconducibile ai tempi in cui le usanze imponevano che alcuni maialini venissero liberati con un campanello al collo per identificarli. Questi animali, però, non dovevano essere catturati per il fatto che simboleggiavano, così agghindati, la rinuncia alla concupiscenza della carne. Nella chiesa di Sane Antonio Abate in Strada Repubblica, la tradizione vuole che, dietro ai due cancelli posti di fianco all’entrata della chiesa, si posizionassero due sacerdoti i quali benedicevano le bestie che sfilavano loro dinanzi. Gli animali, una volta benedetti, proseguivano la loro rumorosa «processione» che si perdeva tra i prati di Porta San Michele arabescati di «galabruza» . Nelle nostre campagne, il giorno della ricorrenza di Sant’Antonio Abate, durante la messa, era usanza che le «rezdore» portassero in chiesa sale, farina, crusca, melica e pane perché fossero benedetti. La farina benedetta si scioglieva nell’acqua calda e la si dava da bere alle bestie quando si ammalavano. Era credenza diffusa che «al bevrén» fosse un antidoto contro le malattie degli animali, specie dei bovini. Un’altra tradizione era quella, non solo di dare alle bestie il cibo migliore, ma anche di riassettarle bene poiché, durante la notte, avrebbero parlato tra loro giudicando l’operato del bovaro. In alcune località della provincia era tradizione confezionare i «panini di Sant’Antonio» che venivano conservati tutto l’anno unitamente al pane avanzato nella notte della Vigilia di Natale in quanto erano ritenuti miracolosi per la guarigione di uomini e bestie. Qualche anno fa usci un libro della scrittrice parmigiana Laura Fenelli: «Dall’eremo alla stalla», storia di Sant’Antonio

LORENZO SARTORIO (GdP 15/01/2017)