Ildebrando e il gran peppino

 

 

II racconto

ILDEBRANDO E IL GRAN PEPPINO

 

Sant’Agata, autunno 1897, in un grigio pomeriggio. Verdi, il Gran Vecchio, è vedovo, è triste, “seul, seul, seul”, confessa amaramente a un amico francese. Il 14 novembre Giuseppina lo ha lasciato, il suo Beppino, che accusa il colpo e non si occupa più di musica.

Si occupa di beneficenza… gli sembra di tornare ragazzo a Busseto, in pensione dal ciabattino Pugnatta. Mette ordine in un mucchio di scarpe, un bel mucchio, usate ma ancora in buone condizioni, per il Natale dei poveri. Nelle famiglie numerose, di scarpe non ce n’è mai per tutti e si portano gli zoccoli, arnesi orribili che stortano i piedi. Anche da questa piccola premura si riconosce l’Uomo che ha voluto l’Ospedale di Villanova e sta portando a termine la Casa di Riposo per musicisti a Milano, oltre a disporre numerosi lasciti dei quali si saprà poi il numero e il valore all’apertura del testamento. Fra lui e gli abitanti è cresciuta, pare, una fiducia reciproca, come si legge già dal 1857 nelle memorie di un tale Charles De Boigne: “La più grande gioia per il Maestro è di vivere nelle sue terre, in mezzo ai suoi paesani che sanno tutti i più bei brani delle sue opere. A ‘Bussetto’ la mietitura non si fa che cantando i cori del Rigoletto, Ernani, Traviata e Trovatore…“.

Un quadro roseo, fin troppo. Non pochi nelle “sue terre” mormoravano, lo criticavano anche in fatto di carità: uno tanto ricco poteva fare ben di meglio… In più non pochi sapevano come valutare il lavoro che gli procurava tali e tanti guadagni. Ma cosa faceva in sostanza?… “Al scriva di rampén e `I compra dli posjòn” (scrive dei rampini, curiosi segni uncinati, e compra delle possessioni) come Verdi stesso raccontava di aver sentito, mentre passava per i campi, in una conversazione confidenziale fra due paesani. Simpatico dettaglio, di tradizione orale (le scarpe e altro…), che conosciamo anche dalle conferenze di Ildebrando Pizzetti, uno dei compositori più illustri del secolo passato, nativo di Parma, dove studiò al Conservatorio di città, promosso scuola dello Stato con l’appoggio anche di Verdi.

Pizzetti, ancora studente, ebbe l’occasione fortuita di vederlo il Gran Vecchio, a Sant’Agata: “Il Maestro incedeva maestosamente, con una meravigliosa semplicità di movimenti. Io non so dire cosa abbia sentito in quel momento; mi è parso di dover piangere, di dover gridare con tutte le mie forze un inno di ammirazione… e mi son levato il cappello come obbedendo aduna forza superiore, come entrando in una chiesa. Vivessi cento anni, non dimenticherei mai l’impressione di quei pochi momenti nei quali Egli era là, a pochi passi da me, sereno e solenne coi suoi bianchi capelli, con la sua barba bianca; una figura biblica, grandiosa, un’apparizione di sogno…“.

Così Ildebrando da Parma (lo chiamava D’Annunzio) nel reportage inviato alla “Gazzetta musicale di Milano” quando il Conservatorio si recò in pellegrinaggio a villa Verdi verso fine ottobre del 1900. Il ritratto di un’icona, maestosa nei passi, malgrado fossero già compromessi dalla tarda età e dei quali il giovane testimone non sembra accorgersi, preso dall’emozione e dallo stupore.

Pizzetti riprenderà, la descrizione, con alcune varianti, più tardi negli anni in altre sedi e con maggiori, ampi approfondimenti critici. Ma la prima folgorazione conserva la naturalezza di una magia, che dalla fama delle opere investiva il personaggio dell’autore, del Verdi uomo, anche agli occhi di coloro che non capivano l’intero valore del musicista-drammaturgo. Suggestione di un mito, cominciato da quasi mezzo secolo.

Quanto a Pizzetti, nel 2018 ormai alle porte, gli verranno dedicate varie iniziative per il cinquantesimo della morte, ricordando, oltre alla produzione musicale e musicologica, l’attività di presidente onorario dell’Istituto di studi verdiani, un ruolo che egli accettò su invito del Comune di Parma e del direttore-fondatore dell’Ente, Mario Medici (straordinario ideatore e pilota, troppo poco citato oggi, considerando i suoi meriti). La collaborazione di Pizzetti non durò a lungo, per cause anagrafiche, ma ugualmente offrì all’Istituto gran parte del prestigio immutato che ancora gli deve.

Gustavo Marchesi (GdP 24/12/2017)