Vigilia di natale con gramigna

 

 

Nel ’67 Guareschi scrisse uno dei suoi più struggenti racconti

VIGILIA DI NATALE CON GRAMIGNA

Giovannino e l’incontro con il «ragazzo di bronzo» sulla tomba della madre

Se è vero che il Natale è considerato sinonimo di festa, allegria, con gli affetti e la famiglia più vicini che mai, è anche vero che, per chi ha passato (de un pezzetto…) gli “anta” come il sottoscritto, il Natale evoca anche un mare di ricordi e, alla fine, ci si ritrova col magone, ripensando alle feste di tanti anni fa: quando in famiglia c’erano tutti e il pensiero di poter perdere qualcuno dei propri cari era lontano milioni di chilometri. Così, capita anche a me, la vigilia di Natale, di andare a ritrovare quelli che non ci sono più: genitori, parenti e amici che, si dice da noi, “sono andati ad abitar via“. Tutta questa premessa solo per dirvi che nel 1967 – sarebbe stato l’ultimo Natale della sua vita – Giovannino Guareschi andò a trovare i suoi genitori che, da un pezzo, erano “andati ad abitar via“: stavano al cimitero di Marore.

In quell’occasione il papà di Peppone e don Camillo scrisse uno dei suoi più struggenti racconti, pieno di nostalgia non solo per il padre e la madre, ma anche per la nostra città e per quel ragazzino di bronzo che veglia tutt’ora sul sonno della sua vecchia maestra: Gramigna: «Ogni anno – scriveva Giovannino – alla Vigilia di Natale, vado all’appuntamento con Gramigna ed è una cosa confortante quest’incontro. Ho i miei anni, ma non sono un piagnucolone. Uno di quegli uomini che singhiozzano quando, tornando sui luoghi della loro giovinezza, trovano qualcosa di distrutto o di cambiato. Lo confesso: la prima volta che tornai a Parma, rimasi sgomento trovando che, nel grande piazzale dirimpetto alla stazione, non c’era più il colossale monumento a Verdi ma orrendi casamenti di cemento. […] Certo, ci rimanevo male. Ma, ripeto, non sono un vecchio piagnucolone e ritengo che nulla venga tolto alla vita d’un uomo anche se un cataclisma cambia completamente il volto dei luoghi nei quali l’uomo ha trascorso la sua giovinezza. E si tratta d’una questione squisitamente tecnica, perché gli occhi di un ragazzo (e l’immagine dei luoghi cari conservata nella memoria è vista dai nostri occhi di ragazzi) vedono in modo assai diverso degli occhi stanchi e disincantati d’un vecchio. […] Io so soltanto che, adesso, quando torno nella mia città, mi sento come chi si risvegli dopo un sonno di trent’anni e si ritrova in un mondo completamente sconosciuto. È inutile fare della polemica, perché demoliscono bellissimi palazzi d’antica, nobiltà per sostituirli con turpi cassoni di cemento armato. Bisognerebbe — se si potesse — fare delle polemiche contro chi demolisce giovani donne e giovani uomini pieni di bellezza e di salute per sostituirli con vecchi grinzosi, spelacchiati, sdentati e catarrosi. Meglio assai incontrare, lungo le strade deturpate dagli urbanisti, giovani sconosciuti pieni di vita che incontrare, nelle poche stradette non ancora contaminate, dei fantasmi. […] Ogni anno, la Vigilia di Natale, vado all’appuntamento con Gramigna. E lo ritrovo là sempre puntuale, sempre uguale, ritto sul pietrone di granito sotto il quale riposa in pace la sua vecchia Maestra. Mia madre. […] L’ultima volta che sono andato all’appuntamento, Gramigna aveva la testa e le spalle spruzzate di bianco. Il vento portava da lontano sciami di farfalle di neve ed era difficile arrendere i lumini. “Che cosa ti succede, ragazzo?” mi domandò la vecchia Maestra.

“Hai già dei capelli bianchi?” “No” risposi io “è la neve.” “Allora rimettiti il berretto o prenderai un malanno.” “C’è qualche novità?” domandò il marito della Maestra. Sapevo di fargli piacere e gli dissi che avrebbero messo in circolazione la banconota da centomila lire con l’effigie di Manzoni. Ne fu molto compiaciuto e incominciò a recitarmi “Addio monti sorgenti dall’acque…”. “Non fargli perdere tempo!” lo rimproverò aspramente la vecchia Maestra. “Deve tornare a casa immediatamente: viene buio presto!” Non si discute con la vecchia Maestra e me ne andai. `Buon Natale, Gramigna” sussurrai girando attorno al grosso blocco di granito. “Chi è che t’infila sempre un fiore sotto la cinghia della borsa?” “Me” borbottò Gramigna. Poteva essere. Anzi: doveva essere senz’altro così».

Egidio Bandini (GdP 17/12/2017)