Levatrici di un tempo

 

 

 

Nel mondo contadino partorire nel letto domestico era la prassi

E la levatrice
portava la cicogna
dentro le case

Usanze, riti e credenze accompagnavano il momento del parto.

Da qualche anno alcune associazioni stanno portando avanti la pratica del parto in casa ovviamente con tutta l’assistenza ed i criteri clinico-sanitari adeguati. Una volta, il parto all’interno delle pareti domestiche, magari nel lettone dei propri avi, era la prassi. Il parto in clinica o in ospedale, invece, rappresentava l’eccezione. In tutti i modi, oltre ovviamente alla partoriente, la protagonista principale del parto era ed è la levatrice.

Ma com’erano e come operavano le levatrici di un tempo specie quelle che esercitavano nel contado ed in montagna? Non avevano certamente una vita agevole, né tantomeno comoda. Ma più che altro i loro sonni non erano dei più tranquilli. La levatrice, infatti, con l’inseparabile bici, il motorino ed in tempi più avanzati la Vespa o la Lambretta, oppure nei posti più sperduti accompagnata dal brigadiere o dal maresciallo dei carabinieri a bordo della camionetta, giorno e notte era in «allarme» per portarsi al capezzale della partoriente che partoriva rigorosamente in casa dove veniva aiutata da uno stuolo di donne, per lo più anziane, che avevano una certa pratica ed un’altrettanta spiccata manualità per avere, a loro volta, dato alla luce copiose nidiate di figli.

Ed allora la levatrice, di notte fendendo le tenebre con la labile luce del fanale della bici, oppure della torcia a dinamo che azionava manualmente, si precipitava in quelle casupole dove una certa animazione serpeggiava già all’ingresso, mentre le donne, con tanto di grembiulone bianco, andavano e venivano dalla camera della partoriente con lenzuoli, pezze, salviette, catini d’acqua. Era poi compito della levatrice fare il resto che poteva durare poco ma a volte, specie per le primipare, aveva tempi d’attesa ben maggiori. L’ultima spinta era quella decisiva dopo di che la casa era invasa dai vagiti del neonato e dal cicalìo di quel gineceo che continuava a darsi da fare formicolando da una stanza all’altra. La levatrice, dopo essersi accertata che mamma e neonato stessero bene, sorseggiato un caffè di cicoria, se ne andava, magari con le prime luci dell’alba, recando con sé una borsa di uova fresche unitamente ad un coniglio o una gallina. Per la partoriente l’incubo era finito e quei nove mesi, trascorsi a lavorare sia nei campi che a casa, erano stati cadenzati da tutte quelle piccole accortezze che facevano parte di ancestrali tradizioni che le donne si tramandavano di madre in figlia come un prezioso segreto frutto di credenze assurde, superstizioni, usanze le cui origini si perdevano nella notte dei tempi.

Ad esempio, le anziane sostenevano che una donna incinta non doveva passare sotto una scala, né sotto le corde del bucato altrimenti il cordone ombelicale si sarebbe arrotolato al collo del bambino soffocandolo. E se proprio bisognava passare sotto una corda ci si doveva girare e camminare all’indietro. Inoltre, la donna gravida, doveva stare alla larga dai cavalli altrimenti poteva nascere un bambino il quale, invece di parlare, avrebbe nitrito. Ed ancora, non bisognava guardare nemmeno per scherzo i conigli per via del labbro leporino. Lo stesso per le zampe del maiale: se venivano fissate, il bambino, sarebbe potuto nascere addirittura con le mani deformi. Le voglie bisognava cercare di togliersele tutte, qualora non fosse stato possibile, allora la donna si doveva toccare una parte nascosta del corpo perché, se al nascituro fosse rimasto il segno, almeno non sarebbe stato in vista.

La levatrice, dopo il parto, per una settimana circa doveva controllare l’ombelico del bambino, mentre la neo mamma doveva stare a letto otto giorni e tenersi legata la testa con un fazzoletto per una quarantina di giorni per evitare colpi d’aria. Non doveva mangiare salame, uova, né insalata condita con aceto, forse per non inacidire il latte. Doveva evitare taluni lavori come scuotere i materassi di penne d’oca o smuovere il «pajón» (materasso fatto con i cartocci di granoturco).

Però non tutte le donne potevano osservare un periodo di riposo. Alcune, infatti, dopo pochi giorni dal parto, si fasciavano il ventre e andavano nei campi. I neonati, a loro volta, venivano fasciati come piccole mummie egizie e cioè dalle spalle fino ai piedi con una fascia di lino. Era pratica diffusa fasciarli ben stretti ritenendo così di farli crescere dritti, senza il pericolo di gobbe o altre malformazioni. Il menù consigliato alla puerpera era la «panadèla» cotta in brodo di gallina vecchia. Se la mamma aveva latte, problemi non ce n’erano, nel caso invece che il latte non ci fosse stato, si ricorreva alla balia: solitamente una prosperosa «rezdora» i cui figli divenivano «fratelli di latte» per il nuovo arrivato. I bambini venivano battezzati circa 10 giorni dopo la nascita, ma la cerimonia più singolare spettava alla mamma la quale, dinanzi all’altare della Madonna, riceveva una particolare benedizione chiamata «levata di parto» (molto diffusa in Padania): una sorta di purificazione spirituale. Un tempo non esistevano certamente polveri, polverine, farine, omogeneizzati vitaminizzati come ora.

Le mamme biascicavano il cibo e poi imboccavano i figli come fa la rondine con i suoi piccoli ed anche le malattie erano curate (si fa per dire) con una buona dose di superstizione e di empirismo. Ad esempio, quando un bimbo era affetto da scarlattina, per abbassargli la febbre lo si avvolgeva in un panno bagnato. Per un piccino che era tormentato dai vermi si ricorreva alla «medgon’na» la quale, dopo avere biascicato tiritere che sapeva solo lei ed avere «segnato» il ventre dell’ammalato con unguenti preparati nella notte di San Giovanni, metteva attorno al collo del bambino un sacchettino con spicchi d’aglio o collane fatte sempre con aglio. La bronchite veniva curata con le temibili pappine di farina di lino che, una volta fatta bollire, ancora incandescente, veniva avvolta in un telo e deposta sulla schiena o sul torace del paziente. Quando i figli erano tanti ed il lavoro nei campi non poteva attendere, le donne, racimolando la prole, la deponevano sotto l’ombra di un gelso (mai di un noce, poiché si credeva «portasse male» ed impedisse la crescita). I bambini, flagellati da mosche e moscerini, dopo tanto piangere e strillare, finalmente si addormentavano mentre la mamma attendeva al lavoro dei campi. C’erano anche casi in cui una donna, poco dopo avere partorito, aveva la sorpresa di ritrovarsi nuovamente incinta. Ed allora, solo ed unicamente per motivi economici in quanto i bilanci familiari erano davvero esigui, si affidava a qualche fattucchiera che procurava aborti clandestini con sistemi veramente allucinanti che, il più delle volte, causavano seri problemi alle donne alcune delle quali, non solo perdevano il bambino, ma rischiavano pure la vita. Coloro che riuscivano a sopravvivere alle torture della fattucchiera dovevano poi ricorrere alle cure dalla levatrice la quale, dopo una solenne ramanzina, cercava di porre rimedio a situazioni che avrebbero potuto degenerare.

Non era raro che levatrice e veterinario giungessero in una corte per lo stesso motivo. Terminato il loro lavoro l’aia riecheggiava di vagiti provenienti dalla casa e dalla stalla. Altre due creature sorridevano a Dio

LORENZO SARTORIO (GdP)